UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Case della Poesia: quali progetti per quali case ?

“La casa è il respiro incessante dell’uomo.” – scrive Hajo Eickhoff – “Le case sono sogni, pensieri e sensazioni esteriorizzanti e l’espressione delle forme interne della lingua e della grammatica. Attraverso la casa l’uomo parla al mondo, così come a lui parla la terra attraverso l’albero, o il cielo attraverso le divinità. L’iniziale esistenza dell’uomo è un abitare in assenza della casa”. Qual è la casa della poesia? Quali esempi ci sono in Italia oltre la Casa della Poesia di Baronissi, di Milano, di Vercelli ? Come operano e perché? Quali sogni e pensieri racchiudono in sé? A quali vorrebbero aprirsi? Quali sono le difficoltà di costruire una casa della poesia in Italia? Come rimuovere queste difficoltà? Dall’incipit di Eickhoff verebbe da affermare che: la bellezza poetica di una casa sta nel suo respiro, progettare una Casa della Poesia è imparare a respirare poesia.

CReO Poesia Presente – Il simposio.

Tra gli invitati a questa tavola rotonda aperta a tutti:

Annelisa Addolorato, Corrado Benigni, Marco Bini, Carlo Carabba, Giulio Calegari, Giancarlo Consonni, Ombretta Diaferia, Tiziano Fratus, Patrizia Gioia, Marco Guzzi, Anna Lamberti-Bocconi, Francesco Marotta, Marina Pizzi, Alessandro Seri.

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Written by matteofantuzzi

6 febbraio 2009 a 00:18

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39 Risposte

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  1. Ecco la mia risposta. Lo scritto di Eickhoff è bellissimo. Ma per la poesia la casa è dovunque e da nessuna parte:

    Casa

    Quando vorresti che la fermata
    non arrivasse mai
    sei sul tram
    stai leggendo
    e quella è la tua casa.

    Poi inviterei i cosiddetti “poeti” a non sgomitare. Le consorterie dei poeti sono tristissime. La casa-consorteria o delle consorterie non parliamone. La poesia, se è poesia, sa trovare la sua strada e la sua casa (che è nel cuore di ognuno, sempre che non sia stato trasformato in bancomat).

    q. b.

    Poeta non guasta
    ma q. b.
    (quanto basta)
    come il sale
    nell’acqua della pasta.

    Giancarlo Consonni

    anonimo

    6 febbraio 2009 at 22:39

  2. Ho voluto intitolare NOMADI MONDI il blog di poesia italiana attuale che gestisco proprio perché credo che la casa della poesia, di poetesse e poeti, sia una casa in movimento, che possa anche avere una sede fisica/legale,ma che sia essenzialmente ubicata in un territorio mutante. In continuo movimento. Che sia interazione tra territori. Ed evoluzione.

    Poi, prlando di luoghi fisici, certo, in Italia la Stanza della poesia di Genova, la Casa della poesia di Milano, quella di Baronissi (di cui conosco per ora solo la forma digitale).. Ma immagino anche la nascita di case della poesia treno-aeroporto e aereo… O ance stazione d’autobus e fermata del metrò, anello acceleratore di particelle. Poesia teletrasportata,teletraspoetata.

    La casa della poesia è stata ed è spesso anche casa dello scrittore in viaggio. Ma come e dove edificare oggi la casa della poesi? Nei centri e nelle periferie delle città. E fuori da esse. Nei luoghi di transito.I grandi edifici appena costruiti, e anche in quelli abbandonati da tempo. La casa di cui parla Bachelard. Occhio ed essenza. Spazio in cui incontrare le parole e immagini nostre e altrui, luogo di oralità, creatività, videopoetiche, eticità condivisa. Anche sito di progettazione globale di nuove norme di convivenza.

    La casa senza pareti, come il cuore del poeta.
    La mia casa, che non ho ancora, ma che
    vuole essere condivisione.
    Dai alla casa ciò che appartiene al futuro insieme.

    Annelisa Addolorato

    anonimo

    7 febbraio 2009 at 13:55

  3. la questione apre una serie di interrogativi: da una parte quali inquilini e quali ospiti abiteranno le case della poesia, da intendersi anche come luoghi secolari, certi, istituzionali che hanno sicuramente un ruolo fondamentale, “politico” oserei dire, ma che hanno altrettanto ragion d’essere quanto tutti quei luoghi che assieme vanno costruiti per la poesia italiana dopo anni di invasioni barbariche che hanno lasciato indubbiamente qualche anno fa pochi fili d’erba. oggi è tempo di ricostruire l’habitat e l’ecosistema della poesia e della captazione della poesia. e allora parlare di case e luoghi della poesia nei territori e tra la gente significa davvero fare discorsi urbanistici e architettonici ricordandoci che non sono per forza le metropoli e i centri di potere politicio-editoriali ad essere le colonne portanti del sistema, e il decentramento geografico dei festival ha in questo senso probabilmente fatto capire molto.

    matteofantuzzi

    7 febbraio 2009 at 16:31

  4. Il modello delle case della poesia funziona già all’estero molto bene. Mi ricordo che la Casa della Poesia di Parigi sembrava la sede della BNP Paris Bas. E grazie ai grandi finanziamenti e introiti poteva ospitare conferenze e letture importanti, nonché offrire rimborsi ed assistenza ai poeti di ogni tipo. Ma la necessità di un luogo di ospitalità per la poesia è ormai emersa anche in Italia. La recente polemica sul PoesiaFestival di Terre di Castelli (MO), apparsa sui giornali, lo conferma. Da parte della direzione si rivendica giustamente il bisogno di un luogo “permanente” e non votato alla precarietà stessa della formula “festival”.
    Il Festival per sua intima natura è relegato a una transitorietà di tempo che non può permettere una funzione continua per il territorio. Piuttosto è l’agente attivatore rispetto al pubblico.
    La “poetica” urbanistica di un luogo deputato alla diffusione e alla slavaguardia del patrimonio culturale della poesia, nel territorio specifico e in scambi continui con l’esterno (appunto la stessa polemica del PoesiaFestival sottolineava la difficoltà a rapportarsi con le realtà estere ben più solide) è invece il continuatore dei singoli eventi.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    8 febbraio 2009 at 16:07

  5. Non mi succedeva da molti anni: una lumaca viva e vegeta nell’insalata appena comprata! Al supermercato oltretutto. L’ho subito ospitata tra il prezzemolo, l’erba cipollina e quelle quattro piantine che mi fanno l’onore di crescere sul mio terrazzino milanese. Alla mia casa si aggiungeva così un nuovo, piccolo elemento poetico, un nicchio, un segno nomade della bellezza, la casa della poesia di un gasteropode viandante.
    Questa, lo so, è una deformazione professionale; ho lavorato troppo nel deserto a far ricerche etnoarcheologiche e mi vien naturale associare la poesia ad una abitazione che si sposta, periodicamente, tra le dune e le rocce, con il suo arredo visibile e invisibile secondo una precisa regola: ogni cosa deve essere utile, bella e trasportabile. Anche il pensiero, l’immaginario soprattutto.
    La poesia in questi casi è, ancora una volta, l’ invisibile controparte di una dimensione forte e concreta. Vi sono popoli che scelgono di vivere in ambienti difficili e apparentemente inospitali, traendo da essi la loro dimensione culturale. Non mi riferisco, naturalmente, al solo lato materiale, legato alla sussistenza, all’adattamento o all’aspetto ergologico, bensì anche all’arte, alle riflessioni esistenziali, al rapporto mitico con l’ambiente, all’essenza dei sogni.
    Queste case nomadi di poesia lasciano sul loro cammino tracce invisibili, come tenui bave di lumaca, fidando in una lettura invisibile del territorio, consapevoli della loro essenza effimera, virtuale, da deporre come un tappeto che dialoga e si fonde con il tempo del luogo. A volte le tracce sono decisamente invisibili e una cultura racconta il suo territorio, o lo canta. Sono conoscenze narrate, o fissate su tessuti, borse, gioielli. Sono riflessi poetici che conservano la forma del tempo e dello spazio, anche quando il luogo fisico dell’insediamento scompare sotto gli strati e le sovrapposizioni incalzanti. Possono anche, questi segni poetici, ricomparire e germinare in luoghi e tempi distanti, come messaggi in bottiglia, inaspettati.
    Mi dicono di biblioteche nel deserto, portate a dorso di cammello e srotolate come preziosi tappeti.
    .Ho visto quei libri e anche in essi ho ritrovato mappe dove l’arido e l’umido si equilibrano in una
    delle tante anime dell’uomo che si riflette e si annega. Lasciando la sua Eco. Sotto tende di pelle ho ascoltato poesie conservate gelosamente, accompagnate del suono di arcaici “violini”, cantate timidamente.
    Ho potuto poi osservare e documentare alcuni esempi del rapporto poetico-simbolico con lo spazio grazie ad una serie di campagne di ricerche etnoarcheologiche svolte dal 1983 al 1990 nel Mali nord-orientale, presso popolazioni Kel Tamajeq.
    A seguito di studi sull’arte rupestre a Taouardei, a 120 km Nord-Est di Gao, mi è stato possibile, gradualmente e grazie alle confidenze dei nomadi, identificare la “mappa”, nascosta ai miei occhi, di uno spazio di identità culturale, quasi una “città invisibile”, nel grande labirinto granitico che caratterizza geologicamente il luogo.
    In questa “mappa” immateriale e poetica si possono scorgere luoghi di utilità (pozzi o spazi pratici, per esempio) o angoli sacri (luoghi di preghiera, cimiteri, antiche tombe) accostati a punti di riferimento simbolico o mitico, come le rocce chiamate “la casa degli antenati”, i litofoni e così via.
    La mappa mentale, virtuale, viene deposta a Taouardei dalle popolazioni che nomadizzano il luogo frequentandolo, in genere, due volte l’anno. Queste osservazioni, che ho inserito nel mio concetto di “Archeologia della Bellezza”, si sono arricchite di altri due riferimenti osservati in località vicine, a quel tempo inedite. In un caso si tratta di una delle presunte tombe del mitico Antenato culturale, il gigante Amamellen, a Tahunt-Molet. In un altro caso, nella piccola località granitica di Tin Tarbayt, mi è stata mostrata la camera da letto di Amamellen: una lunga fessura tra le rocce della stessa lunghezza della sua “tomba”, ricca di incisioni rupestri e dotata di un cuscino costituito da un litofono, una “pietra che canta”, suono poetico impietrito.
    Se questo non è proprio un abitare in assenza di casa, come vogliamo immaginare l’iniziale esistenza dell’uomo, certo è un parlare al mondo anche attraverso l’abitare il mondo, ed è un parlare di poesia, avendo ascoltato la voce della natura, il suo respiro, appunto.
    Giulio Calegari

    anonimo

    9 febbraio 2009 at 12:03

  6. E’ bella l’idea di una casa della poesia, anche se la casa della poesia è l’universo e il cuore.

    In una casa della poesia si dovrebbe accogliere l’umano nella sua totalità.
    Niente perciò di specialistico, per carità.
    Niente discorsi tecnici sulla poesia, quanto piuttosto parole che facciano respirare, che sappiano riportare l’uomo a pensare sui grandi temi dell’amore, del destino, di Dio, della storia, del cosmo, etc.

    E poi dialoghi, sempre: poesia e filosofia, poesia e psicoanalisi, poesia e spiritualità, poesia e fisica, etc.

    Nei venti anni in cui ho diretto i seminari del Centgro Internazionale Eugenio Montale provanno ad offrire occasioni di questo genere, coinvolgendo personalità di grande spessore umano e culturale.

    Auguri dunque ad ogni casa del pane, della poesia.

    Marco Guzzi

    anonimo

    9 febbraio 2009 at 18:07

  7. il problema delle case (e mi è piaciuto molto come lo ha scritto consonni) è che rischiano di diventare spazi difficili da frequentare…(conosco una persona che non fa entrare in casa sua nessuno-nessuno se non toglie le scarpe e mette le pianelle…)

    perchè non pensare ad un ostello?
    🙂
    s.

    silviamonti

    9 febbraio 2009 at 18:34

  8. Facendo rima: meglio pensare a un bordello, se non altro perché «il bordello è il luogo metaforico della verità poetica» (F. Curi, Perdita d’aureola). E poi perché è più divertente. Altrimenti si resta vergini e, per quanto bellissimi, disperatamente monchi di una parte fondamentale dell’umano: il corpo striato di sangue (che non è di dolore, ma di godimento). Davvero, non ho dubbi: la casa della poesia deve essere il luogo dove i poeti mettono in forma la loro “verità postribolare” e la loro disinibita lascivia; una sorta di casa dei lussuriosi della parola. Ecco, dev’essere quel luogo dove la parola accantona una volta per tutte ogni pudore reverenziale e si esalta di sé, abolendo quella servile filosofia che la vuole ancella del significato (sia esso filosofico, psicoanalitico o spirituale). Un luogo, insomma, dove tra un orgasmo e l’altro la poesia mostra se stessa come poesia, o meglio: si mostra in quanto sua impossibilità.

    Nevio Gàmbula

    anonimo

    9 febbraio 2009 at 23:11

  9. Mi intrufolo nella conversazione per ricollegarmi a quanto detto da Guido Mattia, a proposito di un luogo fisico da chiamare “casa della poesia”.
    Ahi-noi, se c’è una cosa nella quale la poesia arranca nel confronto con altre realtà creative è proprio l’incapacità di “farsi vedere”. E non intendo la solita questione del suo essere “minoritaria”: a quella si fa già riferimento a sufficienza. Parlo della mancanza di luoghi (o istituzioni) che siano l’interfaccia concreta tra la poesia (e i poeti) e il resto del mondo. Anche se l’esistenza di qualcosa di simile può far storcere il naso, credo che una strutturazione (per quanto leggera) possa aiutare chi si pone l’obiettivo di portare la poesia “agli altri”.
    Poi è chiaro che nel nostro paese il rischio che una consorteria chiusa si impadronisca della cosa, oppure che le “case della poesia” proliferino ovunque, creando una inutile frammentazione (vedi l’esistenza di un’università e di un aeroporto quasi per ogni provincia…), riportandoci al punto di partenza (se non peggio), è sempre dietro all’angolo. Per cui questo tipo di operazioni vanno meditate parecchio.
    In proposito è utile la citazione di Guido di ciò che sta accadendo al Poesiafestival (visto che vivo in una delle cittadine dove si svolge, posso seguire da vicino la faccenda): nonostante le difficoltà, lasciare la visibilità della poesia in balìa della transitorietà della forma festival, è quasi più dannoso, alla lunga, che non fare nulla. Questo perché le persone sono oggi colpite da una quantità di stimoli impressionante. L’effetto risciacquo è continuo. E se ti fai vedere in pompa magna una volta l’anno, rischi di provocare più sghignazzi che interesse (quando non aperta ostilità).
    Una “casa della poesia” la possiamo immaginare come molte cose: un luogo di incontro, dove reperire preziose informazioni sulle pubblicazioni, dove aggiornarsi. Per cui, spazio a eventi, ma anche biblioteche, relazioni editoriali e internazionali etc… E perché ciò funzioni, va evitato il difetto di cui sopra. Forse un unico luogo (o ente che sia) a livello nazionale può essere poco, ma certo il numero deve essere ragionevole: non più di 3 o 4, che creino un network forte e collaborativo. Anche se dirlo in Italia sembra fantascienza.

    Marco Bini

    anonimo

    10 febbraio 2009 at 00:26

  10. cancellato il “doppio commento” di nevio.

    io avanzo l’ipotesi dell’osteria come luogo della poesia 😉
    in fondo ho sempre amato la doppietta poesia e cibo e la cosa è sempre stata apprezzata.

    però parlando di case, avanzo un’ipotesi che da tempo ho in testa, cioè una visione “domestica” della questione poetica: in fondo diversi gruppi musicali oramai fanno concerti nelle case della gente che li chiama. uno ci mette la casa, chiama i suoi amici, e il gruppo ci va a suonare. niente pippe coi locali o problemi siae… è appunto una questione tra persone mosse dallo stesso sentimento/curiosità. con la poesia non potrebbe essere la stessa cosa, un progetto domestico ? se uno mi dicesse “matteo, vieni a fare un reading a casa mia ? siamo una decina di persone interessate” se proprio non è a 800 km di distanza io parto, io partirei: mi piacerebbe provare un’ipotesi di questo tipo, e non credo di essere l’unico a disposto a fare da cavia. è l’esatto contrario dello schema della poesia dove il poeta “unto dal signore” sale sul palco e mette i fruitori sul gradino inferiore che a mio avviso ha ammazzato la nostra poesia.

    matteofantuzzi

    10 febbraio 2009 at 07:49

  11. per una visione domestica, vedere allora CITOFONARE INTERNO 12 (credo sia il nome corretto e nel caso mi scuso dell’errore)
    e quanto porta avanti Giovanni Turra Zan con l’Assitenza Poetica Domiciliare.
    I creatori delle due manifestazioni/interazioni sono quindi invitati a dir del loro….

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    10 febbraio 2009 at 10:37

  12. bè, l’assistenza domiciliare poetica è stata un’idea carina di un po’ di tempo fa. Ha scaldato alcune case in qualche occasione, ma sembra che chi non è abituato alla lettura e ascolto poetici, sia molto in imbarazzo in tali occasioni. Davvero: ho notato persone in imbarazzo di fronte a poeti che leggevano i loro componimenti. In realtà nelle case, la poesia non fa party, e quindi viene snobbata. Perché si riesce a stare assieme solo per ridere? E nessuno mai fa domande invadenti, imbarazzanti, che indagano l’altro per un reale interesse e partecipazione? E poi, in tempi in cui saltà per mancanza di fondi l’assistenza domiciliare socio-sanitaria a chi ne ha bisogno, c’è poco da poetare. Vedremo che poesia nascerà da questo sfacelo. Intanto studiamo lo svedese per chiedere asilo politico in Scandinavia….e le lettere che vedo nell’immagine e che dovrò digitare qui per pubblicare il commento sono N U T: “nut”. Pazzo

    anonimo

    10 febbraio 2009 at 14:32

  13. io ci sono stato da Giovanni, ad assistere gli amici, poetando. si è creata un’atmosfera intensa, una tensione ricca di conseguenze per gli scambi chimici cerebrali: cose buone insomma 🙂

    gugl

    anonimo

    10 febbraio 2009 at 15:04

  14. Nelle nostre scuole ci si occupa della mente nelle aule e, un poco, del corpo nelle palestre.
    Cosa succederebbe se aprissimo degli spazi dedicati al respiro, al silenzio, alle emozioni?
    Cosa potremmo fare con la poesia…

    Carlo Taddeo

    anonimo

    10 febbraio 2009 at 20:51

  15. “La casa del silenzio”

    “Quello è un posto tranquillo,
    Quella casa tra gli alberi con il prato in ombra”.
    “Bambino, se sapessi che vi accade
    Non lo diresti un posto tranquillo.
    Ultimo dei suoi vi dimora un fantasma
    E il suo pensiero s’aggira fino all’alba”.

    “Ma lì non vedo nessuno,
    Nessuno si muove in mezzo al verde
    O vaga tra gli alberi massicci”.
    “Ah, è perché non sostieni
    Le forze visionarie delle anime che osano
    Forare lo schermo della materia”.

    “Mattina, pieno giorno e sera
    Tra le ombre funeree che sembrano
    L’inquietante scenario di un sogno
    Figure danzano agli occhi della mente
    E musica e risate come fasci di luce
    Fanno scintillare tutt’intorno”.

    “È il rifugio di un poeta,
    Dove passano in file veloci
    Lunghe schiere di tutti gli anni e giorni,
    Di gioie e pene, di terra e cielo,
    Che incrociano le età dell’uomo sette volte,
    Un aion in un’ora”.

    “Chi c’è nell’altra stanza?”

    Chi c’è nell’altra stanza, chi?
    Mi è parso di vedere
    Qualcuno nella luce dell’alba
    A me sconosciuto.
    No, non hai visto nulla. È passato invisibile.

    Chi c’è nell’altra stanza, chi?
    Mi sembra di ascoltare
    Qualcuno mormorare fermo in una lingua nuova
    Che gela l’orecchio.
    No, non afferri la lingua a chi è entrato lì.

    Chi c’è nell’altra stanza, chi?
    Mi sembra di sentire
    Il suo respiro come corrente umida, come spirasse
    Dal Circolo Polare.
    No, nessuno che respira nasconde la porta.

    Chi c’è nell’altra stanza, chi?
    Una figura pallida
    Che ha portato il conto a chi è lì dentro?
    Lo vedrò presto?
    Certo, e questo ha portato; e presto lo conoscerai.”

    Due traduzioni da Thomas Hardy incentrate tematicamente sulla casa come esempio anzi spunto di riflessione per due aspetti per me fondamentali: il primo è se vale davvero la pena costruire una casa, e se risulterà essere un tugurio a lungo andare per mancanza di fondi e braccia per tenerla su, e in seconda istanza se chi abita nella casa è ben disposto ad accogliere l’ospite, ma soprattutto se l’ospite, ma anche il passante, è intenzionato ad entrare.
    Va da sé poi che secondo me è fondamentale concepire, in una casa della poesia ideale, anche una stanza del silenzio.

    Eleonora

    italianpoetry

    11 febbraio 2009 at 00:01

  16. Un altro spunto di riflessione interessante mi pare questa intro alla poesia di Kenneth White:

    “A un certo momento mi sono chieso se esistesse una cosa sulla quale – al di là delle differenze di ordine religioso, ideologico, morale, psicologico – potessimo tutti essere d’accordo. Sono giunto alla conclusione che questa cosa era la Terra stessa, questo pianeta strano e bello sul quale tutti tentiamo (per lo più malamente) di vivere”.

    Prende maggior chiarezza, a partire da queste parole, la presenza del singolare e forse spaesante prefisso “geo” che Kenneth White ha scelto circa vent’anni fa – era il 1989 – quando diede vita all’Istituto Internazionale di GeoPoetica.
    Allontaniamo immediatamente il sospetto di trovarci in presenza di istanze New Age o ambientaliste, o peggio ancora di superficiale adesione ad una qualche forma di spiritualità orientale. Se Kenneth White affianca ai suoi studi di geologia, mineralogia ed archeologia quelli della letteratura e del pensiero orientale; se le sue letture di Whitman e Thoreau sono accompagnate da quelle di Nietzsche e Heidegger, o del poeta giapponese Basho, è grazie a quell’idea di “nomadismo intellettuale” con la quale l’autore scozzese (ma ormai francese di adozione) ha inaugurato un inedito e fertile terreno di ricerche, che ha poi trovato il suo seguito grazie alla instancabile attività didattica svolta dal poeta in varie università in Francia e Inghilterra.
    Erede dei cosmografi del passato, Kenneth White traccia con il suo errare / deambulare / peregrinare per i territori del nostro pianeta la CARTA POETICA di un mondo come entità “che emerge dal rapporto fra l’uomo e la terra”, un mondo che è “UN BELLO SPAZIO in cui vivere pienamente”, UN MONDO IN CUI ABITARE (realizzazione efficace della formula hölderliniana secondo la quale “POETICAMENTE ABITA L’UOMO”).
    Date tali premesse, risulta immediatamente comprensibile come l’avventura intellettuale e poetica dell’autore si leghi ad una poetica di lungo corso, che invita a mollare gli ormeggi e prendere il largo, per vagare e divagare, anche con il rischio di un naufragio. Per fare esperienza del nostro mondo, un mondo fluttuante e aperto; UN MONDO DA ABITARE. POETICAMENTE.

    italianpoetry

    11 febbraio 2009 at 00:10

  17. il giorno che ho incontrato la poesia ho capito che davvero è una che si accontenta di poco, un tappeto, un sacco a pelo, ma anche niente d’estate, o un bar dove paghi una consumazione e ci stai l’intero pomeriggio con da 3 a 11 amici, non di più né di meno, come raccomandava un certo scrittore…

    con la poesia ci siamo mollati tanti anni fa e senza nemmeno essercelo detto, ma il giorno che, estate 2002, sono rimasto senza i miei pochi metri quadri sgombri per fare training, le ho scritto: senti, vengo a stare un po’ da te, ti dispiace?
    – Dove? – ha detto lei
    – Dove vuoi tu…
    – Va bene un computer?
    – Ma sei matta? E se ci scappa qualche desiderio di troppo, magari dobbiamo esaudirlo con l’USB?
    – O così o pomì
    – Vabbe’, ci si adatta… di giorno sono senza computer, ma un amico ha un ufficietto+ADSL che non usa nel pomeriggio, di notte invece il catorcino che usa mia moglie, ma senza ADSL, è libero
    – C’è anche la biblioteca…
    – Hai ragione!

    poi in biblioteca ho fatto una triste scoperta: che “Gasoline” di Gregory Corso e “Hydrogen Jukebox” di Allen Ginsberg, sull’apposito foglietto in calce dove al banco ti timbrano la scadenza del prestito, avevano solo tre timbri a testa, l’ultimo del ’97… cazzo, quando li avevo presi in prestito io!! Allora ho passato in rassegna l’intero scaffale poesia, che sta in bella vista e ci devi passare per forza se vuoi andare al gettonatissimo spazio multimediale. E ho scoerto che, tranne Neruda che arriva quasi in fondo alla prima colonna, tutti gli altri non battevano certo i due beat di cui sopra – e pensare che nella medesima biblioteca ci sono centinaia di libri che i poveri bibliotecari devono sostituirgli il foglietto ogni due-tre anni, perché più inchiostrato del passaporto di un inviato al fronte

    allora sono andato dalla direttrice della biblioteca e le ho detto: dobbiamo fare un progetto…

    ma…

    … pensavo che alla poesia questo mio rinnovato fuoco pasionario potesse dare un godereccio piacere, e magari anche la prospettiva di una casa più frequentata, ricevimenti ogni settimana, balli al sabato fino a notte fonda, e lei invece:
    – Da quando in qua ti ha preso la sindrome del crocerossino? Io stavo con te proprio perché non eri assillante, mille cure e mille attenzioni, e cos’è questa storia di tornare a vivere insieme sotto lo stesso tetto? Non ti basta vedermi nuda e gratuita tutte le volte che ti affacci allo schermo?

    insomma, alla fin della fiera, per non litigare e magari anche lasciarci per la seconda volta, sono stato zitto. Poi ho aggiunto:
    – Però la regola per cui posso passarti ad un amico quando voglio vale ancora?
    – Vale ancora
    – E se magari l’estate prossima andiamo ancora a quei festival di artisti di strada e pomiciamo in pubblico, col cappello per terra…
    – Fai te. Sai che io mi accontento di poco.

    ciao a tutti – Mario Bertasa

    anonimo

    11 febbraio 2009 at 00:47

  18. Allora inizio lento che mi conviene. In primo luogo non ho apprezzato che pochi di questi commenti. L’idea di Matteo Fantuzzi molto. Lo ringrazio in anticipo quindi per avermi segnalato questa interessante discussione. Ho apprezzato la segnalazione di Fabiano Alborghetti rispetto alla splendida attività di Turra Zan, ho immaginato il deserto e le biblioteche itineranti raccontate da Giulio Calegari. Mi sono piaciuti entrambi qli stimoli. Il resto mi sembra tutto già detto, già vissuto. Parlare di cuori e case, trastullarsi nell’idea che la poesia oltrepassa i muri, scrivere e citare proprie poesie, polemizzare sui vostri festival (io ad esempio non lo conoscevo il festival di cui parlate). Tutto questo mi piace poco. La poesia vissuta in questo tempo per me è una esperienza resistente, contrapposta al periodo storico. Può vivere ed espandersi nel bosco, in montagna, armata e gretta perchè attaccata da più parti, può nascondersi con molta dignità ma poi deve scendere in città, farsi vedere, contrattare spazi, diffondersi, inghiottire qualche rospo e poi sputarlo nel centro della piazza. Ora mi concedo qualche riga (non nascosta) di autopromozione. Ho l’allergia per chi si autopromuove senza dirlo; è come quando mettono nei film in bella evidenza i marchi dele aziende. Quindi sappiate che da qui parte la pubblicità. A Macerata viviamo una esperienza di comunità poetica che negli anni si è trasformata prima in gruppo e poi in associazione. Si chiama Licenze Poetiche. L’abbiamo fondata nel 2002 io, Renata Morresi, Cristina Babino, Giampaolo Vincenzi, Lara Lucaccioni e Marco Di Pasquale. All’inizio era solo un gruppo di persone che grazie ad un assessore illuminato di dava una stanza di una galleria d’arte del comune, dove ci ritrovavamo insieme ad altri appassionati di poesia per scrivere. Fin dall’inizio l’abbiamo definita una bottega di scrittura e gli abbiamo dato un nome nomade suggerito da un pazzoide francese dell’ì800: “La tribù dalle pupille ardenti”. Questa bottega di scrittura che si raduna una volta al mese da 7 anni si è allargata, molti umani si sono avvicinati, molti altri si sono allontanati. L’esperienza è rimasta ed è cresiuta. Cresciuta nelle idee, nelle esigenze di uscire dalla “casa”. Siamo diventati gruppo e poi associazione culturale senza mai avere uno spazio fisico permanente, siamo stati fatti taslocare anche dalla galleria che ci veniva data una volta al mese dal comune di Macerata (che non smetterò mai di ringraziare). Il motivo del trasloco è stato buffo. Gli artisti che esponevano in galleria avevano paura che 20 persone appassionate di poesia potessero rubare le loro opere. Così ora abbiamo una stanza in un locale che nel pomeriggio è centro di ascolto per ragazzi problematici e di sera (ora due volte al mese perchè la poesia si espande) ci andiamo noi, a parlare di poesia (scegliamo un tema prima della serata) a scrivere nell’immediato (è un esercizioutile e divertente scrivere in 20 minuti) e poi a leggere ciò che si è scritto dandoci facoltà di insulto l’un l’altro. E ci divertiamo davvero tanto. Ora la tribù si è allrgata, viaggiamo su una media di 35 persone (dai 17 ai 60 anni) alcuni nomi storici hanno lasciato l’associazione, altri per problemi di lavoro distanza non vengono più alla tribù ma seguono i lavori e intervengono in rete sui resoconti delle serate. Le persone che frequantano la Tribù sono entusisaste di poter avere pareri da parte di Cristina Babino o Renata Morresi. Le persone che vengono alla tribù parlano alla città della Tribù e la città ci chiede di fare il Festival Licenze Poetiche (lo scorso hanno abbiamo avuto Hirschman, Rachel Blau duPlessis, Buffoni, Ruffilli, e tanti altri che sono anche qui). La cttà si stupisce quando facciamo riprodurre su tela da artisti affermati e dai giovani dell’Accademia, le poesie che hanno vinto il concorso decennale (st’anno la XII edizione) Poesia di Strada. Si stupisce perchè poi le tele le appendiamo lungo un vicolo di Macerata durante la festa del patrono e allora capita che Sannelli, Novella Torre, Raffaele Castelli Cornacchia, e tanti tanti altri vengono letti da 3.000 persone in una giornata). Oggi non ce l’abbiamo una casa della poesia, la vorremmo. Per poter accogliere e lasciarla sempre aperta. Siamo provincia dell’impero e un po’ ci piace pure esserlo. Certo fossimo stati a Milano o Roma saremmo andati in televisione o sui giornaloni ma ci piace pensare pure che a volte dei poeti partono da posti lontanissimi per arrivare da noi a Macerata e noi siamo felici di ascoltarli e confrontarci, e proviamo anche una sensazione sublime nel saperli in viaggio. (adesso conincio a scrivere in uno pseudo dialetto maceratese perchè così mi capite meglio) A me l’idea de solo 4 case dela poesia in tutta itaglia me pare un po’ elitaria, me pare fatta aposta per fa magnà li soliti. Artro che qualità. A me me pare che de qualità in giro ce ne sta poca e laddove sta nessuno se ne accorge. Un po’ pe li sòrdi, un po’ perchè ssi p(o)eti sta tutti centrati su se stessi a mirasse lu muricu. (torno al mio italiano povero). Alla fine credo che un luogo fisico per la poesia sia quanto di meglio un’associazione, un gruppo, può chiedere. Credo anche che una volta ottenuto non può permettersi di chiuderlo dal di dentro. La mia ipotetica casa della poesia dovrebbe essere piena di quadri e libri, aperta, includente, un po’ incazzosa, anarchicheggiante, allegra. Tutte cose che già accadono ma non in una casa, in una stanza di un consultorio, negli appartamenti, per strada. Se siete interessati all’esperienza e non siete intellettuali permalosi venite a dare un’occhiata a http://www.licenzepoetiche.it oppure chiedete n giro, qualcosa vi diranno.
    sorridendovi, Alessandro Seri

    anonimo

    11 febbraio 2009 at 09:38

  19. A licenze poetiche ci sono stato nel 2008.

    dire che è stata un’organizzazione impeccabile non rende giustizia:
    la manifestazione viene portata avanti da volontari, è contornata da serietà, attaccamento/passione e l’organizzazione è conscia oltre che dei limiti (attuali ma che sono già nella fase di risoluzione) anche dei propri pregi.
    Ho conosciuto anche la comunità che gravita attorno al progetto ed è motivata, seria, viva, davvero viva.

    Alessandro, sai che non lecco culi, indi i complimenti mettili in saccoccia tranquillo.

    Se un progetto come licenze poetiche riuscisse ad interfacciarsi con le case della poesia esistenti (ed elitarie, perchè lo sono, e non in senso solo qualitativo ma anche di spocchia) allora si avrebbe davvero una interconnesione/scambio. E anche un senso più sincero di “casa” della poesia.
    E’ che all’avere una casa, si ragione da padrone di casa. Lo diceva anche la canzone: “..e questa è casa mia…e qui comando io….”

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    11 febbraio 2009 at 11:43

  20. Case della Poesia. Quali progetti per quali case.

    Casa e viaggio, casa e esilio, casa e straniero, casa e lontananza.
    Casa e Poesia.

    “Viaggiare sentendosi sempre nello stesso momento nell’ignoto e a casa, ma sapendo di non avere di non possedere una casa. Chi viaggia è sempre un randagio, uno straniero, un ospite, dorme in stanze che, dopo di lui, albergano sconosciuti, non possiede il guanciale su cui posa il capo, né il letto che lo ripara. E così comprende che non si può mai veramente possedere una casa, uno spazio ritagliato nell’infinito dell’universo, ma solo sostarvi, per una notte o per tutta la vita, con rispetto e gratitudine”.

    Faccio mie queste parole di Claudio Magris, io che per tutta la vita ho sognato e desiderato e disegnato e avuto case, perché sempre più mi sembra di avere perduto occasioni straordinarie
    di vita, di Poesia, occupata com’ero a dare a tutto “casa”, a dare a tutto “nome”.

    Può la Poesia avere casa?
    Deve la Poesia avere casa?

    No, credo proprio di no.

    La Poesia è per sua stessa costitutività assenza, è sempre già altrove, è nostalgia sempre di un luogo in cui ancora non siamo stati.
    La Poesia non ha luogo ma, come l’anima, ha quotidiano ritmo.
    E’ sempre e solo “tempiternità”, nell’attimo stesso che si illumina è già perduta, trasformata per sempre nella sola casa possibile: il cuore.

    La Poesia parte sempre per Auschwitz, per Kabul, per Gerusalemme, con un piccolo zaino senza nessuna parola, solo la memoria del cuore l’accompagna.
    La Poesia urla nelle piazze al risveglio di ogni giorno, sussurra sulle ringhiere per assicurare l’arrivo della notte, fiorisce in ogni quotidiana gioia, sfiorisce in ogni quotidiana felicità, penetra in ogni letto d’ospedale, in ogni baracca di miseria, in ogni luogo dove si prega.
    La Poesia trascina l’amico ferito fuori da ogni campo di battaglia perché sa che la Vittoria fugge come lei dal campo del vincitore.
    La Poesia ci insegna a essere Nessuno e Tutti, come Holderlin ci fa dire :
    poeticamente abita l’uomo su questa terra.
    Siamo abitati dalla Poesia, tutto è casa della sua Casa.
    Noi la ospitiamo, salvandola dall’indistinto, senza confonderci, perché lei ci sopravvive.

    Patrizia Gioia

    anonimo

    11 febbraio 2009 at 11:56

  21. anche io chiedo la cortesia come si è sempre fatto negli ultimi sei (sono già sei… minchia se passa il tempo !) anni di non inserire proprie poesie se no si rischia il “celolunghismo” che in fondo è tanta delle problematica che le questioni qui aperte si portano dietro ed è tanto del motivo per cui in italia abbiamo il famoso “due milioni di poeti”.

    non sono così fuori dal mondo ma neanche fabiano, e nemmeno alessandro (che non conosco personalmente ma seguo da un poco col suo operato) da non considerare la possibilità istituzionale di determinati luoghi come le case della poesia “metropolitane” come milano e roma (tra parentesi gian ruggero manzoni presenta se non ricordo male domani la rivista “ali” a quella di milano, poi gli chiederò un contributo). a milano sono stato proprio con fabiano tra parentesi. ma la questione è quella delle “case” (plurale), e la questione è sempre quella, ci vogliono gli spazi per l’ascolto e il dialogo nella poesia, l’esperienza di alessandro a macerata va in questo senso, ma non è certo la sola e a quella dobbiamo tendere: il “circolo del giudizio” di santarcangelo di romagna ha prodotto alcuni dei maggiori poeti dialettali del novecento (baldini, guerra ecc.) e tante sono le esperienze “laterali” nella nostra poesia, ma se a santarcangelo hanno cognizione verso la poesia è proprio grazie a quel luogo, abitato dai poeti. a cosa serve in effetti un “luogo” ? serve ad essere abitata, la poesia oggi in italia è abitata ? non credo, abbiamo tanti esempi in questo senso. quando “chiedo” a chi mi invita da qualche parte al di là della mia presenza a volte vedo entusiasmo, e magari nuovi eventi, nuove produzioni, nuove speranze per la poesia, a volte invece vedo inedia, magari paura di pestare i piedi a qualcuno (soprattutto nelle università, dove non per nulla si parla ed escono tesi al max sulla poesia medievale o sui poeti minori del ‘700 – salvo anche qui pochissimi casi -). ribadisco: ecco il problema, il problema delle “case”, che siano in montagna, davanti al mare o nel posto più nel buco del culo del mondo. la gente entra in casa se qualcuno l’invita, e ci rimane volentieri una sera se il luogo è confortevole. se no si annoia, se ne va e magari ti manda a fanculo, tipo quando fai vedere a qualcuno quanto sei bravo, quanti premi hai vinto, quanto ce l’hai lungo ecc. ecc. ecc.
    bisogna ricostruire la via delle persone e dei lettori lungo gli argini della poesia: questo è davvero oggi un problema, più delle opere che sappiamo non mancano.

    matteofantuzzi

    11 febbraio 2009 at 13:55

  22. OT ma mica tanto:
    Stiamo mettendo a punto gli ultimi aspetti organizzativi della giornata all’università di St Andrews. Ricordiamo che l’incontro si tiene il 27 marzo, comincia alle 10 del mattino e finisce alle 6 di sera. Questa è un’opportunità unica per tutti quelli che vogliono parlare di poesia e praticarla in mezzo ad un ambiente internazionale. È il primo tentativo di AnarchicA di legare relazioni e amicizie con poeti e critici all’estero.
    La giornata sarà organizzata come segue:

    Mattina: discussione e workshop sui diversi tipi di poesia in Italia, Gran Bretagna, Spagna, Francia ed Irlanda. Iniziative ed esempi di ‘poesia militante’.

    Pomeriggio: performance. I poeti leggono e commentano i loro pezzi.

    Questo a grandi linee il programma. Chiediamo a tutti quelli che verranno di comunicarcelo entro la fine di questa settimana così possiamo stendere il programma definitivo e prenotare un posto letto al bed & breakfast di Leuchars (St. Andrews). Purtroppo non siamo in grado di pagare vitto e alloggio, né le spese di viaggio. Ma se venite saranno soldi ben spesi!

    un abbraccio

    Luca Paci

    anonimo

    13 febbraio 2009 at 10:46

  23. Per mia esperienza personale il “centro di salute mentale” diventa velocemente “manicomietto” se la casa è soprattutto luogo fisico e non un luogo del pensiero.

    Interessanti cose ho letto ma il fulcro dell’interesse sta nel fatto che ce le stiamo dicendo. Quindi una bella casa presente da non sottovalutare è questo luogo qui (e mi è piaciuto, tanto per cambiare, Bertasa), la casa-rete, il luogo della perfettibile comunicazione e dell’interscambio di quel che può accadere nelle altre case possibili.

    p.s. sul teatro/poesia nelle case ci sono quelli del teatro delle ariette (Bo) che hanno un bel po’ di materiale-esperienza

    molesini

    14 febbraio 2009 at 17:58

  24. vero. e sono già stati invitati. anche nelle precedenti discusioni 🙂

    ma per evitare che la casa diventi la solita riunione condominiale bisogna andare oltre, viaggiare, ascoltare e farsi ascoltare. infatti adesso provo a buttare su FB la questione del progetto “domestica”, vediamo l’effetto che fa.

    matteofantuzzi

    15 febbraio 2009 at 20:35

  25. la poesia in Italia ha bisogno di buona e certa e gratuita e aperta editoria.

    anonimo

    16 febbraio 2009 at 08:40

  26. il commento 25 è il mio: Marina Pizzi

    anonimo

    16 febbraio 2009 at 08:43

  27. e come si fa ad ottenerla secondo te marina ?

    matteofantuzzi

    16 febbraio 2009 at 14:02

  28. con Editori con i mezzi economico-culturali, con mecenati, con fondazioni, con seri premi gratuiti, con competenti retro-lettori-redattori, senza mafie né consorterie né massonerie, né voto di scambio. con la sola parola scritta a far da garante! impossibile da ottenere ed attuare in Italia, paese senza vera libertà e con innumeri scagnozzi mafiosi o solo mafiosetti. In editoria, e non solo, siamo in un paese “esterofilo” fino al parossismo, senza criterio, ecc.
    Marina Pizzi

    anonimo

    16 febbraio 2009 at 19:05

  29. (fermo restando che qualche “illuminato” qua e là per fortuna esiste) ma lo sappiamo che il “pesce puzza”. allora che facciamo ? non sarebbe per questo il caso di allargare le “case” in senso lato che in sostanza significa creare una coscienza che va al di là anche delle nostre eventuali questioni, ma che fa sì che i fruitori della poesia possano conoscerla per quello che è nelle sue eccellenze, non nelle forzature che il solito microgruppo di duemila addetti conosce benissimo.

    ma ognuno di noi all’atto pratico, io, te, dome, eleonora, guido ecc. ecc. ecc. noi tutti che cosa possiamo fare ? e tu che cosa puoi fare ?

    (ci trasferiamo in svizzera ?)

    🙂

    matteofantuzzi

    16 febbraio 2009 at 20:41

  30. non è che la svizzera sia cosi scevra da consorterie….

    basta starne fuori e cercare di essere onesti e integri. A volte è come fare lo slalom gigante, ma ci si riesce…
    Ci si riesce con la condapevolezza di avere spesso le gambe tagliate dai giochi di potere delle consorterie.
    Indi la scelta:
    avere o essere…(qui cito…)

    Fabiano Alborghetti

    P.S. ma ci sono almeno enti che nella cultura credono e spendono, e lo fanno con convinzione e senza chiedere ritorni se non altra cultura, accrescimento. Qesto è un lato buono che altrove non c’è.

    anonimo

    16 febbraio 2009 at 20:53

  31. Veramene non saprei, ma credo che uno spazio continuativo darebbe molte più soddisfazione e sarebbe di maggiore utilità per il territorio. Purtroppo, per tornare sul lato pratico, come fare ad avere finanziamenti e fiducia dalle amministrazioni o da finanziatori privati, che pagano solo per singoli eventi/festival? sempre ammesso che ci siano le idee per portare avanti un progetto del genere. Ma sono sicuro che chi lavora nel settore per la stragrande maggioranza dei casi saprebbe fare un ottimo lavoro per la poesia e per la città, quando è messo in condizioni di farlo. Il fatto è che però bisogna iniziare a capire che i festival e gli eventi di poesia vanno affidati a gente esperta, navigata del settore e di talento…non basta che siano poeti. Servirebbe meno metafora e politica e più capacità poetica in generale.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    16 febbraio 2009 at 21:58

  32. Fermo restando il fatto che la poesia DEVE rimanere nomade se vuole sopravvivere perche” altrimenti si fossilizza in canoni inutili e’ altrettanto importante sia a livello poetico teorico che a livello pratico il tema dell’ospitalita’. Ospitare, cioe’ creare le condizioni necessarie per fare accadere l’evento poetico. Questo e’ prima di tutto un atteggiamento etico ed emico prima che economico. Si possono avere tutti i soldi che si vogliono, organizzare gli eventi migliori ma se manca l’ospite – colui che permette l’accesso all’entrata e prepara la casa con la sua gentilezza ed intelligenza- e’ tutto tempo sprecato. Io sono colpito – da italiano all’estero da ormai 12 anni- dal fermento poetico in Italia. Qualcosa si sta muovendo. Qualcosa STIAMO muovendo con le nostre passioni. Delle scuole e consorterie non mi preoccuperei: lasciano il tempo che trovano. Se vogliamo che la poesia giochi un ruolo centrale nella societa’ e non soltanto nel piccolo mondo dell’editoria dobbiamo cambiare radicalmente l’idea di casa non come possesso ma come apertura di possibilita’.
    Luca Paci

    anonimo

    17 febbraio 2009 at 11:51

  33. Credo sì nel nomadismo di principio, ma per la realtà piuttosto lo scambio continuo tra realtà fisse. Non a caso i festival esteri si frequentano l’un l’altro abitualmente. In Italia facciamo fatica ad invitarli e spesso, da quanto emerge dalle recenti vicende pubbliche, se ne vanno perché non adeguatamente supportati.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    17 febbraio 2009 at 16:39

  34. io conosco ad esempio molti validi poeti sloveni… ma se volessi ospitarli a qualche festival al max me ne potrei permettere 1/2 e dovrei limare da un’altra parte.
    so che non è “fondamentale” ma tutti conosciamo le problematiche amministrative del fare poesia facendo crescere un territorio, anche perché spesso gli amministratori saranno fare quadrare un bilancio ma chiaramente non sono tuttologi. e viceversa capita “l’amatore”, magari artista fallito, che è capace di spendere grosse cifre per creare “l’evento” che inizia e finisce nel giro di un giorno o di una settimana. la questione territoriale si forma negli anni, con sudore e fatica. e ogni punto strappato è qualcosa di terribilmente importante da preservare e da fare dialogare. se l’italia fa poco parte dei circuiti internazionali è proprio perché chi si siede su di una poltrona ci si attacca col mastice e stop. è chiaro che tutto questo è un cambio epocale nella mentalità italiana che storicamente è portata a galleggiare… però bisogna provarci lo stesso.
    in fondo credo che anche quel poco di buono che festival o poesia in rete hanno fatto solo 10 anni fa fosse considerato pura follia.

    se oggi usciranno gli editori “illuminati” di poesia in grado di fare bene e fare crescere poesia, diffusione e i poeti stessi bisogna assolutamente cercare di sbattersi.

    e poi sperare bene
    e poi sperare che ci sia buona poesia in giro (e non baggianate): ma insisto che di buona poesia ce n’è, solo che non sempre è quella di cui “si parla”.

    matteofantuzzi

    18 febbraio 2009 at 12:51

  35. Matteo,
    il problema non è solo se e come il comune ha soldi nel budget da stanziare oppure se i conti li fa quadrare a martellate e fatica.
    Il problema è chi stà al Comune. E chi stà alla classe politica.
    Vacaboia, ciò che si vede è che a ogni cambio di regia quanto è passato è merda e quanto è in mano all’amministrazione corrente è invece sublime.
    E’ tutto sublime in un presente senza passato e che non ha futuro.
    L’attuale gioco a denigrare il predecessore. Sarà mica serietà questa…..

    Lo so che scazzo l’anima (bello il gioco, ne?) con la Svizzera, ma qui l’organo che caccia il grano e che finanzia la cultura, è apolitico. Se ne fotte se al governo ci stanno i socialisti o quelli della lega piuttosto che la destra.
    E’ una cosa a sé.
    Subiscono, è vero, dei tagli o ridimensionamenti (sputtanati sui quotidiani e tg, regolarmente. La classe politica nelle azioni non è impunita) ma la cultura non si tocca.

    Vedo che in Italia non è cosi. E’ tutto in balia di chi può IN QUEL MOMENTO decidere. Ed è sbagliato. E’ il gioco dell’occasione senza programmare. Non c’è percorso, meta e nemmeno memoria.

    E allota tanto vale cercare sedi, case o luoghi. La similitudìne che mi arriva è quella delle
    idee/polvere in balia della ramazza.

    fabiano alborghetti

    anonimo

    18 febbraio 2009 at 14:17

  36. OT ma non troppo essendo riferito a quanto sopra.

    qual’è l’ultima manifestazione fatta a Roma, me ne sfugge il nome ed era poco tempo fa, ove BONDI compariva a fianco della Spaziani, Calabrò, etc etc, e questi veniva riconosciuto come un grande poeta?
    Non solo: gli si chiedeva anche dello stato della poesia e quant’altro. Rilasciava interviste. Venivano chiesti pareri sulla necesittà della poesia…
    A BONDI.

    Non mi pare di aver letto nulla di serio che mandasse a cagare quanto fatto o almeno la sua presenza. Non mi pare ci siano state manifestazioni, lettere di protesta, indignazioni di varia natura. Un intero mondo intelletuale considera BONDI un poeta.
    Non si è sentita una virgola, un fiato, un refolo.
    Anche da parte nostra.

    Si chiama connivenza. Un buon silenzio perchè a tutti fa comodo cavalcare l’onda buona o l’onda che verrà.
    Magari nella Grande Casa Della Poesia valà che ci scappa un monolocale anche per me.

    Funziona cosi, no?

    fa

    anonimo

    18 febbraio 2009 at 14:26

  37. c’è stato absolute poetry, per onore di cronaca. quello con calabrò e la spaziani (fonte google) è stato “gli ambasciatori della poesia” presso la camera dei deputati lo scorso 22 dicembre. però mi pare che su AP considerassero un’altra manifestazione sempre con bondi nel ruolo di ministro della cultura.

    ma ridurre la questione a bondi è “pericoloso” a mio avviso perché sposta il problema. poi di bondi già dissi, lo scandalo sarebbe vederlo in qualche collana prestigiosa come è uno scandalo vedere in collane prestigiose alcuni “onesti appassionati” in mezzo a grandi colonne storicizzate o in divenire.

    quello è lo scandalo, quando c’è.

    cultura e politica non dovrebbero mai toccarsi. in Italia è forse così ?
    siamo pronti (anche nella poesia) a destinare fondi a cose strampalate e costantemente perdiamo menti, braccia, penne, uditori, compratori di libri. io uso il pretesto-svizzera per guardare in casa mia e so che siamo (io in primis) tutti colpevoli di una “politica” culturale, letteraria e poetica che va cambiata nei modi di essere condotta. radicalmente !
    qua non si deve imporre un’ulteriore nuova generazione, ma devono venire alla luce tutte le generazioni che sono state dimenticate. abbiamo tanti di quegli autori di poesia da recuperare e decidere se valgono o meno che abbiamo lavoro per i prossimi 10/20 anni, e in più dobbiamo fare buona poesia e buoni progetti: ovunque, non solo nelle metropoli o nei centri di potere o nei centri editoriali.

    consci che troveremo resistenze. e la prima resistenza è l’ignoranza (nel senso latino del termine), e soprattutto l’ignoranza amministrativa, nel pubblico, nel privato e nelle cose letterarie.

    ps. e soprattutto bisogna fare le buone opere letterarie. insisto… se no parliamo di nulla.

    matteofantuzzi

    18 febbraio 2009 at 14:38

  38. La casa della poesia non potrà che essere un luogo dove il poeta si arrende alla parola e la parola si arrende alla vita; dove autore e lettore finalmente si incontrano senza filtri, senza causali altre che non l’incontro stesso.
    Qualsiasi proposta che va poi sul concreto non dovrebbe dimenticare questa dimensione essenziale.
    Un caro saluto a Matteo e a tutti
    Antonio Fiori

    anonimo

    20 febbraio 2009 at 05:11

  39. stamane, riordinando gli ultimi otto mesi in corsa, ho incontrato questo blog. dove avrei voluto esprimere molte posizioni.
    ma ero distratta da altro.

    sono cinque anni che lavoro per la mia idea di “casa delle culture”, seguo ed ammiro Sergio per ciò che crea a Baronissi e per come lo fa.
    perseguo la costruzione corale di un punto di riferimento.
    ne temo il risvolto automatico di chiusura in cenacolo, accademia e quant’altro necessiti di mura protettive.

    l’essere animale umano, oltre ad essere sociale, è nato nomade.
    la stanzialità è una forma di controllo sociale.

    la mia “casa delle culture” ideale offre riferimento, accoglienza, ma soprattutto incontro. itinerante e corale.

    e se può servire l’idea del caravanserraglio, logica conseguenza della carovana con cui invado il mondo poetico e non da cinque anni, ben venga anche quello.

    non cattedrali nel deserto, ma oasi dove abbeverarsi, alimentare corpo e spirito, incontrarsi e scambiare tra uomini, in una creazione evolutiva, poetica, culturale, umana.

    una casa che sia residenza per gli autori, luogo di riflessione come in una cella benedettina, ma che conservi il chiostro peripatetico.
    ed il refettorio dove la poesia sia come il pane, per citare Lorca, ed il desco risuoni di voci corali.

    paradossalmente a Varese io guardo un edificio come l’istituto penitenziario come un luogo ideale per una casa delle culture: lo stesso rigore architettonico e la stessa fatiscenza che allontanerebbe coloro che vanno a teatro perché fa fico farsi vedere in un luogo fico.

    ed infine. fuori dalla casa delle culture vedrei una sola dedica, quella che abbiamo portato in giro per una settimana, il MESSAGGIO DI M. KOICHIRO MATSUURA, DIRETTORE GENERALE DELL’UNESCO, IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA
    21 MARZO 2009:

    “La diversità linguistica è una delle più preziose manifestazioni della diversità culturale. Poiché le lingue carpiscono l’infinita diversità del mondo e si prestano alla traduzione, sono in grado di articolare al tempo stesso singolarità e universalità. Questa connessione non potrebbe essere più intensa che nella poesia.
    Ogni lingua ha la sua poesia.
    Attraverso questa Giornata possiamo rinnovare il messaggio della Convenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali (2005), che fa della diversità culturale un processo di espressione e di creazione evolutiva.
    La poesia contribuisce a questa diversità creativa, interrogando in modi sempre diversi il nostro uso delle parole e delle cose, nonché i nostri canali di percezione del mondo. Attraverso le sue associazioni, le sue metafore e la sua grammatica il linguaggio poetico è dunque un altro strumento possibile del dialogo tra le culture.
    Diversità nel dialogo, libera circolazione delle idee attraverso la parola, creatività e innovazione: lo si può vedere, la Giornata Mondiale della Poesia è anche un invito a riflettere sui poteri del linguaggio e sulle capacità creative di ognuno.
    Dal momento che abbiamo da poco terminato le celebrazioni del sessantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo, facciamo in modo che anche questa Giornata giunga a testimoniare l’aspirazione universale a un mondo riconciliato attorno ai valori della libertà e della diversità.”

    scusate sono andata proprio lunga…
    ombra

    anonimo

    24 marzo 2009 at 14:27


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