UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Didattica d’autore per insegnare Poesia Contemporanea.

Bruno Munari ha segnato in modo indelebile la didattica in ambito artistico. La sua è una didattica d’Autore.
Ci sono numerosi musei – su tutti cito il Museo D’Arte Contemporanea di Rivoli – che da anni hanno sperimentano modalità didattiche mirate, non solo in forma laboratoriale, sempre più capaci di costruire una relazione matura tra arte contemporanea e formazione della persona fin dalla più tenera età. Il teatro è un motore che continuamente procrea scuole di pensiero a cui corrisponde una metodologica pratica, didattica di formazione dell’attore. E la poesia italiana? Ci sono poeti italiani che propongono una didattica alternativa a quella che massacra tutti i giorni la poesia e ignora completamente o quasi ciò che è accaduto in Italia dopo Montale? Si può e si deve avviare un confronto serio sulla didattica per trasmettere l’amore per la poesia contemporanea. Direi di più. Serve una didattica d’Autore in quanto risultato metodologico di una poetica personale o collettiva.

CReO Poesia Presente – Il simposio.

Tra gli invitati a questa prima tavola rotonda online aperta a tutti:

Sebastiano Aglieco, Corrado Bagnoli, Mario Bertasa, Elisa Biagini, Biagio Cepollaro, Gianfranco Fabbri, Dino Ferruzzi, Francesco Marotta, Luigi Nacci, Mario Santagostini, Giancarlo Sissa, Luigi Socci, Pietro Tartamella.

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Written by matteofantuzzi

8 gennaio 2009 a 00:27

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  1. Da Intervista su Poesia Integrata a cura di Sergio La Chiusa, Poesia Italiana E-book, 2007
    http://www.cepollaro.it/IntervisTes.pdf

    1. La latenza del testo

    Sergio La Chiusa:
    -Uno degli obiettivi primari del tuo corso di poesia integrata è, correggimi se sbaglio, sviluppare la latenza del testo poetico. Sappiamo che una delle caratteristiche più potenti della poesia è l’inespresso; il vuoto in cui sono sospese le parole è in realtà densissimo di possibili risonanze, interi strati di senso che attendono solo di essere liberati, portati alla luce (mi vengono ora in mente le parole gelate nell’aria che, rinvenute da Pantagruele, si sgelano e suonano al calore vivo delle mani). Come si verifica questa esperienza maieutica di estrazione, se così si può dire, della latenza del testo?-

    Biagio Cepollaro:
    -Ti ringrazio di questa domanda con la quale cominci la nostra conversazione sul Corso di Poesia integrata. Le parole che trasformano.
    E ti dico subito che il senso del termine ‘latenza’ per me è duplice: da un lato si riferisce a ciò che è ‘nascosto’, dall’altro si riferisce a ciò che non è manifesto, che non vuol dire innanzitutto nascondimento ma più semplicemente che non si è ancora manifestato.
    Non si è manifestato ma c’è. E’ una possibilità della manifestazione, come una parola non ancora detta ma che sta per esser detta o può essere detta. Latenza e possibilità sono due nozioni tra loro prossime: la gran parte della nostre psiche è interessata da questa latenza come possibilità, mentre solo una piccola parte è manifesta. Così come nell’ambito del ‘regime dell’informazione’ che tiene insieme i collanti culturali delle nostre società solo una piccolissima parte è manifesta mentre il resto di gran lunga preponderante è assolutamente latente: ciò che non viene in nessun modo detto nel regime dell’informazione viene comunque percepito come nascosto e come causante, determinante, talvolta.
    Latenza come non manifestazione è indicazione di un campo da esplorare ma anche, per così dire, di una vita da svolgere, proprio nel senso del seme che esprime allo stato latente altri stati del suo sviluppo. Dimensione del futuro, della futuribilità e, nello stesso tempo, ampliamento ed espansione della coscienza del presente, del qui e dell’ora. Ciò che è ancora latente c’è comunque ora, qui e ora. E’ il nostro lavoro da fare…

    Per comprendere la questione della latenza del testo, bisogna partire da ciò che per lo più oggi intendiamo per ‘senso’ della poesia. Diciamo che per lo più, in epoca moderna, è scontato il fatto che da una poesia bisogna chiedere più del suo significato letterale: si parla di ‘ambiguità semantica’ o di ‘polisemia’ come statuto specifico del testo poetico e delle sue connotazioni.
    In qualche caso attraverso la nozione di ‘campo semantico’ si è cercato di limitare l’ambito di quest’ambiguità pur accettandola pienamente, come se si potesse in un certo modo ridurre la complessità del campo ad un insieme di elementi discreti costitutivi, almeno in linea teorica. Oppure si è parlato di ‘deriva del significante’ come si rinuncia a parlare dell’acqua preferendo rivolgersi all’infinita variabilità delle onde del mare…
    Ma è evidente che la definizione di testo, poniamo, come un insieme strutturato di componente fono-testuale (eufonetica e ritmica) e di componente grammaticale ( fonologico-fonetica, grafemica e sintattico-semantica) conforta concezioni oggettualistiche e riduzioniste che difficilmente possono spiegare la complessa e variabile esperienza estetica. Altre ipotesi di questo tipo non migliorano di molto il risultato finale.
    Sicchè ci siamo ridotti a decodificare, a intendere il leggere come decodificare.
    Dopo che abbiamo ontologizzato una semplice ipotesi di spiegazione e organizzazione, un modello logico-esplicativo, il Codice, abbiamo dimenticato questa sua natura strumentale e abbiamo creduto di ritrovarlo, proprio lui, nel testo.
    E’ così che nasce la storia del lettore come destinatario a cui è demandata la funzione di decodifica. La cosa ha degli aspetti risibili, se ci pensi, comici…
    Dunque la latenza, ridotta a polisemia e ambiguità (ricorda che una definizione di ‘informazione’ è ciò che riduce l’incertezza, cioè l’ambiguità…) ha finito con il richiedere un’enciclopedia di partenza al lettore e anche una strumentazione di tipo linguistico, retorico e stilistico.
    L’estetica della ricezione è solo il riflesso speculare di questa situazione: il lettore, sociologicamente, è un consumatore.
    L’ago della bilancia viene spostato interamente sui lettori-consumatori, all’estremo opposto del testo-feticcio, mancando però anche in questo caso la specificità della relazione..
    La ricezione è pur sempre termine che si riferisce al codice dell’informazione.
    Uno degli obiettivi del percorso che propongo è quello di liberare l’allievo dalle ristrettezze degli automatismi determinati dall’apprendimento scolastico e dal senso comune. Un’opera
    d’arte , insomma, non è un oggetto da decodificare ma un campo di latenze da portare in luce.
    Non si tratta di ‘estrarre’ qualcosa come in un movimento di dissotterramento, non è archeologia del senso, si tratta piuttosto di suscitare, attivare, animare qualcosa che non attende altro che essere, appunto, suscitata, attivata e animata.
    Per usare un paragone non nuovo: immagina una lampadina che si accende soltanto quando al suo interno passa la corrente elettrica…
    Il mio lavoro consiste nel collocare la spina nella presa: connettere l’ascolto di quella singola immagine alla rete generale, cioè all’energia che da sempre circola e anima le immagini…
    A quel punto l’immagine si accende e comincia ad agire sull’ascoltatore coinvolgendo altre immagini vivide e cariche di senso…Il piano del coinvolgimento a questo punto è anche emotivo e l’esplorazione del senso diventa non più un gioco o una ginnastica intellettuale ma una vera e propria ricerca di sé attraverso la relazione che si è animata tra l’immagine del testo e le immagini suscitate dal testo.
    Dunque, per tornare alla tua domanda: non c’è estrazione, non c’è un movimento di scavo, dal sopra al sotto, dal conscio all’inconscio, dal segreto al manifesto, c’è piuttosto un movimento orizzontale, un avviare la relazione, un’attivare qualcosa fin lì silente ma per suo natura dicente, è come ogni volta piantare un albero nel suo terreno perché possa dare i suoi frutti, ristabilire, cioè, una condizione naturale, fisiologica.
    L’ascolto, l’esperienza estetica, l’attività del critico, anche, non sono associabili all’attività del chirurgo o peggio dell’anatomopatologo (quanta critica anche di grande abilità tecnica comunicava questo senso di morte…)
    Nelle scuole oggi e nelle università l’insegnamento di queste cose raramente sfugge a questa seriosa e depressa rigidità sublimate in atteggiamento ‘scientifico’: che non si legga molta poesia dipende anche da questo equivoco tradizionale indotto dalla semiotica e dalla teoria dell’informazione…I giovani anche se con ingenuità avvertono che qualcosa non quadra…E imparano a memoria le descrizioni critiche come prima imparavano a memoria le poesie: fiera dell’automatismo e cancellazione dell’esperienza estetica e del suo reale potenziale conoscitivo ed evolutivo…

    Biagio Cepollaro

    anonimo

    8 gennaio 2009 at 00:36

  2. Sarebbe interessante veramente discutere su questo punto. Anche dalle ultime esperienze in materia di Festival, ci siamo resi tutti conto che il pubblico che può essere coinvolto, volontariamente o no, sono i giovanissimi e, scusate la crudezza, i vecchi. Per esempio nel recente Festival Suoni chiusosi a Bologna, al tema pur di facile impatto “Musica e parola poetica” non hanno partecipato nè la generazione di mezzo nè gli specialisti del mondo della poesia (pur avendo avuto espliciti inviti). Si consolida dunque ancora una volta un panorama attraverso il quale i poeti di mestiere ed i critici, cosa assolutamente non nuova, non partecipano alle iniziative di poesia nè hanno interesse ad ascoltare poeti, poeti quotati ed artisti di altre arti, in contaminazione e non.
    Per il campo che ci riguarda, almeno in un ruolo organizzativo, io sento la mancanza di una certa disciplinarietà della didattica per la poesia, proprio sul modello sopra riportato di Bruno Munari e del Museo di Rivoli, proprio perché i Festival hanno successo, soddisfazione e finanziamenti secondo quanto più lavorano con le scuole. Credo che d’ora in poi sia non solo dovere, ma anche frutto di un calcolo opportunistico diffondere la poesia nei luoghi dei giovani, e vorrei saperne di più su queste modalità di insegnamento. Per qualche omologia, per qualche pista riusciremo sicuramente a trapiantare qualche tecnica anche nella didattica della poesia.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    9 gennaio 2009 at 16:24

  3. credo che l’alfabetizzazione della Poesia debba essere uno dei nodi fondamentali per lo sviluppo della diffusione della nostra Poesia, so che questo è un tema sempre e comunque spinoso e che esiste una linea di pensiero per la quale l’approccio alla Poesia debba considerarsi “mirato”.
    tuttavia io credo che in questo particolare momento non possiamo permetterci di escludere di aprire il dialogo attorno alla conoscenza della Poesia e l’alfabetizzazione diviene decisamente fondamentale, un’alfabetizzazione che passi necessariamente attraverso decisioni, opzioni, indicazioni.

    dobbiamo in sostanza decidere quali autori presentare a chi si volesse approcciare alla Poesia, dobbiamo necessariamente porci a mio avviso in maniera militante di fronte ai nostri interlocutori, solo così saremo efficiaci e sapremo parlare di Poesia: se crederemo davvero che quanto proponiamo sia in grado di muovere e smuovere chi ci sta davanti allora saremo finalmente in grado di fare didattica. alla fine se devo pensare a una parola, quando parliamo di Poesia sarebbe già importante che noi “credessimo” ai nomi che facciamo.

    matteofantuzzi

    9 gennaio 2009 at 19:11

  4. un caro saluto a tutti!

    quando 40 anni fa (poco più) nascevano il Teatro Ragazzi e l’Animazione Teatrale (uso le maiuscole più per deferenza all’uso storico di usare le maiuscole, allora, per indicare tali modelli culturali) è vero che molti ritenevano strategico anche ai fini del mercato un teatro che partisse prendendo la scuola per mano con l’obiettivo di formare, si diceva, gli “spettatori di domani”

    non dispongo di dati sufficientemente raffinati per dimostrare se l’incremento storico dei biglietti strappati ogni stagione nei teatri di tutta Italia sia da mettere in stretta relazione all’affermarsi del Teatro Ragazzi (fenomeno in cui l’Italia, tra l’altro, è stata all’avanguardia a livello internazionale e non se n’è mai vantata… forse perché il modello gestionale prevalente per le compagnie del settore era quello delle “cooperative rosse”?)

    eppure c’è un MA grosso come una casa: dopo 40 anni di Teatro ragazzi, dai 14 ai 19 anni c’è un baratro, di repertorio e di pubblico (qualcosa si sta muovendo, per colmare il baratro, ma si tratta per ora solo di eccellenze, non di un fenomeno diffuso – del resto la diffusione stessa del Teatro Ragazzi ha seguito la geodinamica dei divari socio-economici fra nord e sud del paese)

    anni e anni a cappuccetti rossi fiabe fantastiche storie d’avventura intercultura ecologia interrogativi sulla storia presente e passata… però, compiuta la licenza media, chi s’è visto s’è visto, e o mi sparano finalmente qualche pirandello-shakespeare-strehler visto che faccio almeno il classico o lo scientifico, e allora ci sta, o posso mettermi il cuore in pace, fuori ad aspettarmi al muretto ci sono ben altre compagnie teatrali

    insomma, tutto questo giro frettoloso in territorio extra-poetico, mi serviva solo per dire che se la poesia si rivolge alla scuola per incrementare il pubblico dei festival o vendere qualche libro in più… tutto fa brodo, d’accordo… ma non vedo chissà quale sapienza del marketing all’opera con sicura efficacia –

    un mese fa ho avuto la splendida e casuale fortuna di essere invitato a compiere un piccolo percorso sulla poesia con un gruppo di ragazzi di scuola media, in uno dei quartieri più malandati dell’hinterland milanese: abbiamo lavorato su testi di Franco Beltrametti (ovvero, avevo in mente che potessero risultare di una certa stuzzichevolezza per quell’età) – non so quanti libri in più di poesia siano stati comprati dopo quell’incontro, o quanti ragazzi siano andati ad una delle successive serate degli incontri con la poesia organizzati dalla locale biblioteca, però so che quella volta tante teste sono state messe in un processo di emersione di vissuti, immaginari, contenuti, ho raccolto dai ragazzi tanti stimoli “critici”, reazioni, assonanze con la lettura dei testi lavorati, che non basterebbe una poesia per condensarli – però il contributo di Cepollaro spiega bene perché fenomeni simili possano accadere e lo ringrazio dal profondo

    Mario Bertasa

    anonimo

    10 gennaio 2009 at 01:02

  5. Insegnare poesia non è certo un problema di apprendere una tecnica. Il pensiero di un mio bambino lo sintetizza bene: “se hai un maestro sei innocente”. Questa innocenza ha a che fare con la vita, ma certo questa è una cosa che si capisce solo se si rimane nel rapporto strettissimo di un insegnare/appredere molto libero. Non si tratta di essere vecchi e giovani. Si tratta di essere disposti ad incontrarsi. Pur essendo un maestro, ed essendo nella mia opera fondamentale questo rapporto con l’insegnamento, che è rapporto con ‘altro – la poesia come il teatro è un luogo in cui ci si dovrebbe incontrare – mi permetto di dire che la scuola non è il posto più adatto per “apprendere” la poesia. Perché la scuola, appunto, insegna “tecniche” e non “essere”. E stessa cosa posso dire -avendo esperienza e conoscenza ventennale – di quella cosa che è stata chiamata variamente: animazione teatrale, teatro della scuola, laboratorio teatrale etc.
    Sebastiano Aglieco

    anonimo

    10 gennaio 2009 at 16:44

  6. caro Sebastiano,
    sono anch’io, per formazione ed esperienza diretta, convinto assertore della tesi, non mia, per cui laboratori di poesia, teatro, ecc. in cui la tutela “fisiologica” dell’atto creativo del bambino accade se ne è rispettata la natura squisitamente processuale, mal si adattano al prevalere nella scuola di modelli educativi basati sul principio di prestazione e produttività (insito evidentemente nella necessità di apprendere codici, tecniche, oltre che indotto da pressioni di natura socio-culturale, per cui il genitore si commuove quando vede il proprio figlio su un palco a recitare una poesia a memoria, ma se qualcuno gli spiegasse come è arrivato a formulare una frase come quella che citi, “sei hai un maestro sei innocente”, credo che molti genitori potrebbero avere una reazione poco disposta

    però suggerirei di non partire a questo punto con filippiche sui mali del sistema scuola, bensì di osservare il rapporto fra la poesia e la didattica in sé, avulso da un contesto scolastico, riprendendo la lezione dei “padri fondatori” delle varie Animazioni, che non hanno iniziato ad interrogarsi su ore curricolari, crediti formativi, interclasse, ecc. ma su quali arti in relazione a quali bambini – e ci sono enormi interrogativi da allora ancora aperti, ne cito solo uno: a che età un bambino INIZIA A FARE teatro, poesia, in modi e forme in cui sia riconoscibile una sua PROGETTUALITA’ e non solo guazzabugli di emozioni agite – come Grotowsky bollò i suoi anni di ricerche nel cosiddetto para-teatro

    il dato di partenza è che la poesia rispetto alle domande poste dagli sguardi sull’universo dell’infanzia ha un gap storico con altre discipline artistiche: non ho notizia di testi che pongano in relazione esplicita e strutturale poesia e bambino precedenti alla prima edizione de “L’albero delle parole” di Donatella Bisutti, del 1978 (ma quella che ha avuto anche successo editoriale è stata solo l’edizione accresciuta del 1996…); ne ho trovata una reperibile online: http://books.google.it/books?hl=it&id=W0hcHhcnBe4C&dq=donatella+bisutti+poesia+bambin&printsec=frontcover&source=web&ots=rXDnjqEtc4&sig=2l_aefU4zc2ma8fN9RLyqowqfFo&sa=X&oi=book_result&resnum=1&ct=result#PPA103,M1

    il contributo storico della Bisutti concerne tuttavia la fruizione, non lo stimolo di costruzioni poetiche, scritte o orali, da parte del bambino

    l’assioma su cui hanno iniziato a lavorare i precursori dei laboratori artistici è che TUTTI indistintamente possiamo non solo fruire l’arte, ma anche produrla e praticarla in modo significativo – con un Occidente fermo alle concezioni del Genio romantico tale assioma è stato davvero una rivoluzione copernicana – quindi porsi il problema dei mezzi con cui permettere anche al bambino di esprimere tale potenzialità è divenuto centrale, e così pure ha trovato ottimi addentellati metodologici nelle branchie dalla psicologia che erano già giunte ad importanti contributi per la comprensione dei meccanismi del cosiddetto atto creativo – così pure dalla psicologia dell’età evolutiva giungevano strumenti per studiare il rapporto fra determinati stimoli estetici e le risposte differenziali nelle diverse età, dalla primissima infanzia (che continua a rappresentare un interessante limite col quale confrontarsi) all’adolescenza (dove il tema della scelta autonoma sovverte qualunque speranzoso progetto di “accompagnamento” continuativo dell’adulto artista nei confronti del suo giovane spettatore…
    se c’è una cosa che si può “rimproverare” agli esordi dell’Animazione (ma anche al primo “Albero delle parole” della Bisutti) è che dell’immaginario del bambino ne aveva tutto sommato un’idea adulto-centrica – un concetto, come quello evocato da Cepollaro, di latenza, ovvero di presenza non osservabile, è molto più raffinato e ancora oggi si fa strada a fatica

    Mario Bertasa

    anonimo

    11 gennaio 2009 at 00:50

  7. chiedo scusa se il link che ho inserito non è direttamente cliccabile, ma costringe al copia-incolla

    anonimo

    11 gennaio 2009 at 00:52

  8. Concordo sull’analisi. Quando parli dei mali del sistema scuola – e ti parlo da insegnante – so benissimo che per fare poesia con i bambini bisogna mettere da parte la programmazione e prendersi una libertà che, tutto sommato, ancora la scuola ti permette. Sempre che lo vuoi fare. Però, sai, dopo molti anni di insegnamento, si tirano anche le somme. Se ti metti a seguire i programmi, ti ritrovi a parlare di figure retoriche. E purtroppo, in generale, gli insegnanti questo fanno. Senza poi parlare delal noia mortale che riescono a comunicare ai loro alunni parlando di poesia, utilizzando uno strumentaro strutturalistico che, a mio avviso, è uno dei veri mali metodologici della scuola. Io uso metafora e similitudine, che sono due chiavi per capire il mondo, non solo la poesia. Quando hanno capito come funziona, scrivono poesie e le vogliono sentir leggere. Ma non voglio qui entrare negli aspetti del laboratorio. “Osservare il rapporto tra la poesia e la didattica in sé”, appunto. Che vuol dire ricostruire le tappe della formazione del pensiero simbolico, che tu puoi osservare formarsi nel bambino come una specie di riassunto dell’evoluzione della specie: dall’interesse delle prime pietruzze colorate e del relativo bisogno di trovare parole e immagini per dirle, alla cappella Sistina. Riguardo al teatro, non mi addentro per non andar fuori tema, anche se la creatività non è cosa che si possa scindere in compartimenti stagni. Certo, i padri fondatori: ma poi tanti, tantissimi cattivi alunni che hanno preso concetti ed esercizi senza averne nessuna consapevolezza. Un solo esempio: che cosa vuol dire, oggi, “laboratorio”? Ti rimando a questo spazio, dove trovi testimonianze e contributi su un’esperienza che vorrebbe fare un lungo doloroso passo in avanti: http://www.teatreducazione.it
    e anche ww.teatreducazione.wordpress.com
    ciao
    sebastiano

    anonimo

    11 gennaio 2009 at 19:06

  9. per Matteo
    Credo che non vadano confusi alfabetizzazione e didattica. Indicare dei nomi riguarda un certo problema, ma la didattica è cosa ben più complessa: investe un atteggiamento, un modo di porsi che non va concluso con un tema storicizzabile, come quello del fare dei nomi. Insomma, fare didattica vuol dire creare lettori consapevoli, in tutta libertà, capaci di leggere l’ultimo dei pivelli come il sommo Dante e crearsi una mappa responsabile in cui sapersi muovere.
    Preferirei, comunque, il termine pedagogia invece che didattica. Didattica è un insieme di strumenti che si spuntano col tempo. La pedagogia ha a che fare con un’attenzione verso la persone, piuttosto che verso il mezzo. Insomma, sensibilizzare alla poesia è contribuire a creare un umanesimo che oggi latita, anche fra i poeti. Quindi gli strumenti non sono quelli delal conoscenza ma della formazione.
    sebastiano

    anonimo

    11 gennaio 2009 at 19:20

  10. ti spiego la questione sebastiano: la scorsa settimana sono stato “intervistato” da una ragazza di 3a media per un premio giornalistico dedicato alle scuole. diciamo che la parte della pedagogia era andata bene, diciamo anche che l’avevo convinta a cercare di leggere la Poesia per fruirne, per comprendere. Poi mi arriva con una domanda terribile “Che libro mi consigli ?” . E io devo dire che sono rimasto un poco spiazzato, nel senso che questa è un’età un poco complicata a mio avviso (è chiaro anche che sono molto ignorante in materia quindi questo è un dibattito che seguo davvero con molto interesse), ma davvero emergeva in me il timore di “bruciare” un’attenzione, l’apertura di un varco, in un certo senso anche un fidarsi, ero conscio insomma che se non si fosse avvicinato alle aspettative ma al tempo stesso non avesse fatto i conti con la realtà della poesia, ecco in sostanza avrei fatto un disastro…

    matteofantuzzi

    12 gennaio 2009 at 00:17

  11. Vorrei anch’io iniziare a dare il mio contributo, per ora posso affiancare alla Poesia Integrata di Biagio Cepollaro gli Elementi per una didattica tassellare di Pietro Tartamella.
    Sebastiano Aglieco è sempre un termine di confronto decisivo. Il suo dire gioca su di me un richiamo ineludibile
    Predilire alla parola “didattica” il termine “pedagogia” corrisponde secondo me ad un falso problema: la didattica è un settore della pedagogia che ha per oggetto lo studio dei metodi per l’insegnamento.
    Altra osservazione di Sebastiano che merita particolare attenzione: insegnare tecniche o insegnare ad essere? Questa domanda ha trovato, nella mia esperienza, una risposta tranciante, che mette ogni didatta spalle al muro di fronte a tutte le proprie respnsabilità: che lo voglia o no un’insegnante per il 70% circa trasmette all’allievo il suo (positivo o meno) modo d’essere. E solo per il 30% trasmette saperi, competenze… (le percentuali che indico non sono frutto di recenti studi scientifici ma sono approssimazioni figlie della mia esperienza).

    Ritorno al punto di domanda di questo simposio online: esistono poeti che sanno proporre una diversa metodologia d’insegnamento della poesia frutto di una poetica propria relativa alla didattica? Non credete sia oggi necessario confrontarsi in ambito poetico, in modo organico e sistematico, sulla Didattica D’Autore?

    Di seguito la visione di Pietro Tartamella. Cercherò in questi giorni di postare altri esempi.
    dome bulfaro

    POETICA HAIKU
    AGGIORNAMENTO PER GLI INSEGNANTI
    A CASCINA MACONDO UNA DOMENICA INTENSIVA

    OBIETTIVI
    Cimentarsi con gli Haiku significa osservare il mondo con occhio attento. Costringe a liberarsi delle sovrastrutture, delle parole inutili e superflue. Ci spinge a “guardare” e soprattutto a “cogliere” l’essenza di un accadimento di cui siamo testimoni, la sostanza di una esperienza, il centro di una emozione.
    Poesia di semplicità, contenimento, profondità, concentrazione, essenzialità, bellezza. Una grande scuola di vita e di riflessione.. La pratica dell’haiku nelle scuole è strumento efficace per abbattere nella classe barriere linguistiche e culturali, per raggiungere una buona coesione di gruppo, per attivare processi di collaborazione e solidarietà, per supportare l’autostima dei bambini dislessici o di coloro che hanno difficoltà di apprendimento. Come insegnare l’haiku ai bambini? Il percorso, rivolto specificatamente agli insegnanti, mostrerà alcune strategie.

    METODOLOGIA
    Attraverso esercitazioni pratiche si esplorano le sillabe, la divisione in sillabe delle parole italiane, i principali fenomeni metrici (crasi, anasinalefe, episinalefe), le parole tronche, piane, sdrùcciole, bisdrùcciole. Il ritmo trocheo, giambico, dàttilo, molosso (esercizi con tamburo e percussioni).

    PROGRAMMA
    Struttura formale dell’Haiku – i parenti dell’Haiku – il Kigo, il Piccolo Kigo, il Kigo Misuralis, il Kigo Tèmporis – i quattro stati d’animo fondamentali (Sabi, Wabi, Aware, Jugen) – il ribaltamento semantico – la pregnanza semantica – la lettura ad alta voce dell’Haiku – l’interpretazione – esempi di haiku – scrittura di haiku da parte degli allievi – analisi collettiva e perfezionamento degli haiku prodotti.
    Elementi di didattica tassellare.

    QUANDO
    domenica 11 gennaio 2009 – domenica 1° febbraio – domenica 22 marzo

    PER INFORMAZIONI DETTAGLIATE CLICCA QUI:
    http://www.cascinamacondo.com/site/visualizza_news.asp?IDNEWS=188

    CURRICULUM DOCENTE
    Pietro Tartamella, poeta, scrittore, raccontastorie. Fondatore di Cascina Macondo (Centro Nazionale per la Promozione della Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku). Da anni si occupa di poesia e scrittura sperimentale. Lettore professionista ha collaborato come voce narrante alla produzione di video e filmati documentari. Responsabile del “Laboratorio Permanente di Ricerca sulla Voce” di Cascina Macondo. Fondatore del Concorso Internazionale di Poesia Haiku in Lingua Italiana edito ogni anno da Cascina Macondo con una sezione dedicata alle scuole e all’handicap, promotore dell’HAICOM (Haiku International Community Cascina Macondo). Da anni lavora con i bambini, gli adolescenti, l’handicap, la disabilità, trasmettendo con la sua “didattica tassellare” il piacere di comporre Haiku e di leggere ad alta voce.

    CASCINA MACONDO
    Centro Nazionale per la Promozione della
    Lettura Creativa ad Alta Voce e POETICA HAIKU
    Borgata Madonna della Rovere, 4
    10020 Riva Presso Chieri – Torino – Italy
    tel. 011-9468397 – cell. 328 42 62 517
    info@cascinamacondo.comhttp://www.cascinamacondo.com

    anonimo

    12 gennaio 2009 at 14:57

  12. apostrofo di troppo! scusate.. fretta taglia cuci ripensa… poi non può che uscirne, in qualche angolo di strada, una piccola cagata

    anonimo

    12 gennaio 2009 at 15:05

  13. E’ chiaro che la trasmissione di un sapere implica necessariamente un fare consapevole, che deve assolutamente appartenere al maestro. E in effetti è questa la differenza che passa tra un insegnante e un maestro; un altissimo grado di consapevoelzza. Il maestro, come dice Dome, non trasmette solo saperi, ma “saper essere”. Per questo, appunto, la didattica si riferisce agli strumenti, la pedagogia a un comportamento più complesso che implica una conoscenza dell’allievo, degli stumenti che gli servono e che non sono strumenti – in generale, dico in generale – validi per tutti. Questo non è un discorso astratto, perché, se lo caliamo nel contesto del trasmettere poesia, l’ultima cosa che dobbiamo fare è insegnare uno stile. E anche qui, Matteo, consigliare un libro da leggere può essere operazione da contestualizzare in un intervento pedagogico. Io avrei consigliato all’alunna, dopo averla conosciuta un po’, un libro che le assomigliasse. Dopo, ma solo dopo, un libro che non le assomiglia per nulla. Gli allievi imitano i maestri, e di questo non mi scandalizzo, anzi! L’allievo si riconosce in una scrittura (la legge, la imita scrivendola, nel caso voglia fare il poeta). Non per un esercizio stilistico fine a se stesso – anche se all’inizio questo sembra – ma perché probabilmente sta cercando il suo maestro. Non sono i maestri che scelgono gli allievi, ma viceversa. E un libro può assumersi questa responsabilità a distanza di indicare un viso che non si vede, il tono della voce che si cela dietro la scrittura. Leggere un libro di poesia, in un contesto di trasmissione di qualche cosa, è premonizione della conoscenza della persona che si cela dietro di esso. E comunque: non tutti i poeti hanno una vocazione alla trasmissione, o all’insegnamento.
    Ne consegue che, chi voglia insegnare poesia, non è detto debba essere per forza un poeta. Molti poeti sono incapaci di trasmettere alcunché del loro laboratorio, e spesso non sono interessati. Credo dunque che, per didattica d’ autore, ci si debba riferire soprattutto a una vocazione all’insegnare, alla capacità di trasmettere qualcosa. Riguardo alla citazione di un’esperienza concreta, io citerei quella di Silvano Sbarbati, che poeta non è, ma che sicuramente ha una fortissima vocazione alla pedagogia. Dal suo laboratorio di scrittura “non creativa” potrebbero imparare molti poeti. Ha pubblicato un volumetto che riassume l’esperienza e che ormai è patrimonio comune di un lavoro che facciamo insieme da qualche anno. Ma, certo, spesso i poeti sono interessati solo ai poeti. Un’altra esperienza importante è quella, abbastanza recente, di Corrado Bagnoli; il quale fa un lavoro, assai poco formalizzato, di scrittura come racconto biografico, condotto insieme ad alunni difficili. Un volumetto è stato stampato e pubblicato in proprio e fra poco lo recensirò sul blog di “Land”. Tra l’altro, sul tema dell’insegnare poesia, ci sarà un’importante iniziativa in primavera a Lissone. Per finire. Non si tratta di indicare manuali, eserciziari – ce ne sono a migliaia – ma esperienze in cui “il maestro” si renda protagonista di comunicare, per non condannare all’oblio un’esperienza umana. Chè, mi sembra, in fondo il segno questo fa: ferma sul paesaggio disastrato della carta – in segni, in geroglifici -la difficile arte del saper vivere.
    Sebastiano

    anonimo

    12 gennaio 2009 at 18:23

  14. Bagnoli mi ha affidato il suo materiale di cui parla Sebastiano. Non l’ho ancora postato perché non ho ancora avuto modo di leggerlo con attenzione. Lo posterò nei prossimi giorni non appena gli avrò dedicato la dovuta cura.

    Altra esperienza significativa da evidenziare è quella di Giancarlo Sissa. Spero quanto prima Giancarlo intervenga in prima persona.

    Nel frattempo vi vorrei accennare alla vicenda umana del maestro Enzo Bontempi, la sua esperienza di Maestro mi ha fatto vibrare, come poche altre, il cuore.
    Da questa esperienza ne è nato un progetto che seguirò in prima persona con l’aiuto di Simona Cesana e del gruppo Letterario di Agrate Brianza…

    Il gusto di Bontempi
    Tra il 1957 e il 1963 un maestro, Enzo Bontempi, artista e poeta, alla domanda del suo alunno delle elementari di Agrate Brianza “Ma signor maestro, gli artisti sono tutti morti?” risponde invitando nella scuola gli artisti Fontana, Cascella, Sassu, Pomodoro, Capogrossi… e poeti come Quasimodo, Aleramo, Luzi, Caproni, Sanesi… ne nasce una Collezione d’Arte straordinaria, arricchita da poesie scritte dai bambini sulle opere degli artisti invitati e da carteggi epistolari, biglietti o composizioni nate dall’incontro tra i poeti e i piccoli studenti.
    Con “Il gusto di Bontempi” vogliamo recuperare la figura di questo maestro, la metodologia della sua didattica d’Autore -riavviando secondo il suo esempio gli incontri fra bambini di Agrate, poeti e artisti- il suo “gusto estetico”, riattivando la collezione d’Arte a lui intitolata e coinvolgendo l’intera città attraverso il senso del gusto.
    dome

    anonimo

    12 gennaio 2009 at 20:50

  15. “non esistono professori di poesia” dice la Szymborska “né scuole dove ti possano dare la patente di poeta”, come accade invece nei conservatorii per i musicisti e i compositori, nelle accademie di belle arti per pittori, scultori, scenografi…, nelle scuole di teatro per attori, registi, drammaturghi…

    di fronte a questa evidenza smaccata verrebbe da chiudere baracca e burattini e destinare ad altre elucubrazioni le proprie energie

    se un senso, invece, ce l’ha una riflessione sulla didattica d’autore in poesia, questo è implicato dal mutato orizzonte storico delle pratiche artistiche diffuse, cui l’estetica in generale non ha ancora, per quanto ne so, applicato la propria speculazione – non viviamo più solo “l’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” per dirla con Benjamin (alle cui idee, tra l’altro, viene da alcuni studiosi, come Claudio Bernardi, ricondotta la nascita del Teatro Ragazzi…), ma ormai l’arte nell’epoca della diffusione di massa dei mezzi per la sua produzione (e riproduzione-divulgazione self-made), epoca della proliferazione di composti artistici in misura incalcolabile, epoca dell’equipollenza quantitativa (e qualitativa?) fra produzioni e fruizioni (se un tempo si distribuivano 100.000 copie di un libro, oggi le 100.000 copie distribuite sono composte da 1.000 libri a tiratura di 100 copie cadauno)

    è fin troppo chiaro quanto sia in gioco la questione del valore – e chi ne ha il manico dalla parte sua meglio del didatta della poesia? nuova figura professionale che inizia a farsi spazio a dispetto della Szymborska e che, mettiamoci una mano sugli occhi, presto potrebbe un giorno iniziare ad attribuire patenti e diplomi di poesia con la stessa autorevolezza dei giurati di quel concorso poetico contro i quali Giacomo Leopardi si era scagliato perché non avevano preso in considerazione un suo componimento

    nuova figura professionale che presto potrebbe rivoluzionare il paesaggio delle antologie scolastiche con selezioni mirate a riprodurre implicite conferme della propria personale poetica, o generiche emersioni di categorie di contemporaneità, o di generazionalità, prive di prospettiva storiografica

    Mario Bertasa

    anonimo

    13 gennaio 2009 at 01:44

  16. p.s. un maestro è tale quando impara a mettere in conto che un giorno, presto o tardi, il suo allievo più accudito lo “farà a pezzi”

    Mario

    anonimo

    13 gennaio 2009 at 01:45

  17. è per questo sebastiano che secondo me alcuni aspetti anche molto “pratici” vanno inseriti all’interno di un discorso sostanziale come quello degli interventi che voi state facendo (e poi si sa che quando sono in mezzo a qualcosa l’aspetto “praticone” viene fuori).
    tornando al famoso esempio di cui prima sapevo che chi mi ha fatto quella domanda stava leggendo tutta la serie di stephenie meyer (“twilight”, da cui hanno tratto anche il film recentemente): sarei forse dovuto andare su bocksten di pusterla, piuttosto che su annali di davide brullo per le atmosfere cupe (io sinceramente non ho letto né twilight né altro di simile), poi è venuto fuori che italo calvino l’aveva letto, “barone rampante” ecc. ma ho visto nel suo sguardo una smorfia di non pieno convincimento. e allora che fare ? ho cercato di pensare a un libro ottimo e con una macro-struttura in grado di entrare, di farsi sentire a priori: ma forse potevo proporre satura di montale per gli stessi motivi, eppure mi è sembrato logico affidarmi a qualcosa di oggi/oggi. forse per l’espressione verso calvino e il trasporto verso twilight…
    e allora mario io ti do ragione sulla questione antologica, che percorre (così come spesso ho sentito dire ad esempio da filippo davoli) lo stesso tragitto della diffusione della poesia, non più poche antologie a decennio frutto di tanto lavoro oscuro, ma tante antologie ogni anno, quasi riviste militanti che chiaramente complicano anche la percezione della poesia: fermo restando (esempio che invece è caro a me) che negli anni 90 (prima del nobel insomma) l’unica antologia della poesia polacca uscita in italia non inserì la szymborska…
    e anche questi sono i limiti di un lavoro che rimane comunque e sempre confutabile e che nell’aumento delle opzioni e delle incognite avrebbe quantomeno bisogno di “precise regole” applicate di volta in volta alla sensibilità e al percorso di chi ne fruisce.

    matteofantuzzi

    13 gennaio 2009 at 14:03

  18. forse sembrerò troppo pragmatico, ma credo che uno degli aspetti troppo spesso trascurati nella didattica e nella pedagogia, sia la definizione degli obiettivi che si vogliono raggiungere in una determinata attività. e la trasmissione (e la condivisione) con i propri studenti. ovviamente ci sono diversi livelli di obiettivi, che potremmo definire (forse un po’ militarescamente) strategici, operativi e tattici. oppure anche di lungo, medio e breve periodo. avendo ben chiari questi (e i maestri per primi devono averli chiari) è più facile cogliere lo scopo delle cose che vengono insegnate. e anche è possibile apprezzare maggiormente lo studio.
    ho avuto un poeta/scrittore/critico d’arte come insegnante di liceo, eppure la poesia l’ho sempre apprezzata al di fuori della scuola. solo frequentandola nel tempo libero ho maturato la passione per essa. e questo anche perchè non ho mai avuto ben chiari gli obiettivi di quello che mi veniva insegnato. non ho mai studiato dante, leopardi e montale per poter apprezzare l’arte della poesia, solo per immagazzinare nozioni. che forse è quello che richiede l’istituzione scuola. e anche per la pittura: ho cominciato a studiare e documentarmi sulla storia dell’arte per poter apprezzare l’arte di qualche caro amico, prima di tutto. persino nonostante sia sicurissimo di non venir più interrogato…
    la domanda dell’alunno “ma gli artisti sono tutti morti?” è emblematica della distanza che viene percepita dagli studenti tra quello che viene insegnato e la sua utilità reale. tanto più oggi che è svanito qualsiasi culto del passato o della storia e del futuro inteso come durevolezza nel tempo, dove ciò che conta è soltanto qui e adesso. bisogna forse mostrare il qui e adesso anche dell’arte, come ha fatto bontempi.
    simone zanin

    anonimo

    13 gennaio 2009 at 19:49

  19. un caro saluto a Simone Zanin, che ritrovo molto volentieri! (sono ancora in debito con te di uno studio sui tuoi “Studi”… ce la farò mai a saldare?)

    il tuo intervento mi stimola a caldo almeno due riflessioni

    – sugli obiettivi: uso un paragone, con le guide alpine… ci sono guide che non porterebbero mai nessuno su sentieri che prima non hanno battuto e imparato, di cui non conoscano tutti i precipizi e gli affacci panoramici (che deontologia! facessero così tanti professionisti in altri campi…); ma ci sono anche guide, come il mitico Mattia Zurbriggen, disposte ad accompagnare i clienti su tracciati di cui loro stesse non sono pratiche, forti del bagaglio della propria esperienza per aprire vie inesplorate – fuor di paragone, la prima è per così dire “la via dei classici” che ha il pregio di avvicinare l’allievo a percorsi di lettura certificati da una tradizione, setacciati da arbitrii e facinorosità e crusche varie, ma anche il grande limite di incappare tanto facilmente nella pedanteria, forma di ossequio che limita il piacere della libertà interpretativa; via che mette il testo al primo posto (e non è cosa da poco); la seconda mette la persona dell’allievo al centro, soggetto impervio per definizione, pronto a sbandare senza preavviso, capace di slanci d’animo e altalenanti bassezze, degno come tutti di diventare padrone del proprio destino e capace a sua volta di affrontare da solo le perigliosità di un sentiero grazie al metodo appreso a fianco del, magari più d’una volta odiato, maestro

    – su Bontempi: sono grato a Dome e al gruppo di PoesiaPresente che ci fanno conoscere questo singolare didatta e risvegliano l’attenzione su di lui (abitando a due passi da Agrate Brianza, sono ancora più scioccato da questa manifestazione di fenomeni nascosti) – eppure l’incontro come forma di trasmissione valoriale e sapienziale può accadere anche col semplice libro, che è un HIC ET NUNC nel momento in cui metto al centro di un aula un pacco di libri di poesia, presi dalla mia biblioteca domestica (se ho la fortuna di possederne una) o da una biblioteca civica (che se non è fornita adeguatamente, rompo l’anima al bibliotecario finché non programma acquisti di libri di poesia, e magari gli organizzo un gruppo di lettura e un corso di aggiornamento per insegnanti, così da valorizzarne il “sacrificio” di risorse), un QUI ED ORA carico di passato, anche nel caso del peggiore libro, e nel caso di un buon libro aperto sicuramente ad un futuro nel quale la sua essenza “progettuale” ci traghetta; un QUI ED ORA aperto alla creatività degli allievi, se il libro NON E’ IL solo ed unico LIBRO DI TESTO, ma una pluralità di libri da annusare, discutere la copertina, la carta, l’impaginazione, ragionare l’indice, condividere e scambiare, criticare o accogliere, starci insieme del tempo

    (rispetto ad altri ragionamenti in cui avevo in testa prevalentemente il bambino, in questi appena fatti ho presente un’età più tendente all’adolescenza e oltre)

    Mario Bertasa

    anonimo

    14 gennaio 2009 at 01:10

  20. p.s. sul metodo… una mia profe al ginnasio, che non era né poetessa né artista o quant’altro, e sfortunatamente per noi era una supplente(parentesi rosea, ebbe la “trovata” di farci scrivere delle riflessioni su poesie di Pascoli, senza mai averci fatto leggere un commento “ufficiale”; quindi diede lettura dei nostri commenti, analizzandoli, facendoci discutere quelli dei compagni, ecc. – ho sempre pensato che a quell’episodio di crescita dell’autostima debbo il fatto che, quasi trent’anni dopo, sono ancora qui ad accalorarmi…

    M.

    anonimo

    14 gennaio 2009 at 01:12

  21. ANALFABETISMO SENSORIALE
    In relazione all’analfabetismo sensoriale segnalo la proposta di Paola Turroni, poetessa che da anni propone pratiche e metodologie in cui la poesia è funzionale anche ad arginare i nostri nuovi analfabetismi. La didattica d’arte contemporanea da tempo solca i mari dei cinque sensi, specie con i bambini ottiene straordinari risultati.
    In questo caso non solo il tema ma la metodologia definisce lo spessore dell’operazione. Lo si può facilmente dedurre dal sottotitolo scelto dalla Turroni.

    dome. di seguito il seminario

    I CINQUE SENSI PER LEGGERE E FARE POESIA
    Lo stile è l’impronta di ciò che si è su ciò che si fa (René Daumal)
    di Paola Turroni

    I cinque sensi sono le “porte del nostro corpo”, mettono in relazione il fuori e il dentro di noi, conservano la nostra memoria, stabiliscono le relazioni con gli altri, ci informano sul mondo che viviamo, condizionano il nostro pensiero, sostengono i nostri sentimenti.
    Paola Turroni proporrà esercizi, giochi, letture, racconti di sè, che attiveranno e si concentreranno di volta in volta su uno dei cinque sensi, passando dalla poesia letta alla poesia scritta per favorire una reale messa in gioco di sé.
    Il lavoro permetterà di cedere alla percezione e recuperare la fonte primigenia del nostro apprendimento: il corpo (e la sua voce), luogo ricco di comunicazione, di forza, di creazione.

    QUANDO: sab. 21 e dom. 22 febbraio
    ORARI: 10-12,30 e 14,30-17
    SEDE: c/o Scuola delle Arti Binario 7, via Turati 8, P.zza Castello MONZA
    COSTO: 70 euro

    anonimo

    14 gennaio 2009 at 10:32

  22. per ora, causa penuria di tempo, non posso far altro che portare esempi, dal 16 gennaio potrò essere più dialogico

    dome

    anonimo

    14 gennaio 2009 at 10:51

  23. Un saluto a tutti. Sono state messe molte questioni sulla brace, tutte importantissime. È proprio il loro insieme scottante che dà segno dell’importanza della poesia in questo momento epocale, proprio dove finora è stata più spenta, la scuola. Poiché mi pare di capire che tutti quelli che hanno parlato hanno o hanno avuto esperienza in tal senso, do per scontato che sia condiviso il contesto. Ritengo che una didattica della poesia non possa che essere pedagogia. Nel senso che non credo sia possibile, all’interno della scuola, formare poeti. Ma credo sia necessario formare persone. E la poesia è uno strumento straordinario (la poesia intesa sia come “studio dei poeti” che come, successiva lettura ed espressione di sé e del mondo). È necessario operare nella scuola lo stesso tipo di lavoro che per anni è stato fatto con la scrittura nelle carceri o nei luoghi del recupero sociale (dove le esperienze più mature vanno ben oltre il biografismo, ma operano un vero lavoro sul linguaggio, quindi sulla coscienza e lo sguardo). Io parlo soprattutto di adolescenti. Che stanno veramente male, quasi tutti, e hanno tutto talmente disintegrato, e senza linguaggio, che bisogna recuperare fin dall’alfabeto. Non sto banalizzando l’utilizzo della poesia a scopo socio-pedagogico, sia chiaro. Mi riferisco a un vero stravolgimento nella trasmissione del sapere. La passione comunica passione, interesse, ascolto. C’è talmente bisogno di un riferimento, e di toccare con mano e piede. Ci vuole un lavoro pazientissimo di ricostruzione del senso a partire dai loro flebili segnali. La mia esperienza nelle scuole ultimamente si è concentrata nella realizzazione di cortometraggi (che stanno alla cinematografia come la poesia alla letteratura, a mio parere) che raccontino l’emozione più importante per quel gruppo specifico, la cosa che hanno urgenza di dire (ho scelto il cortometraggio perché richiede un lavoro di gruppo, e nel lavoro educativo è fondamentale per far emergere l’importanza della relazione – ho dovuto insomma selezionare dato il poco tempo che mi lascia la comunità). E davvero ci vuole un’infinita pazienza, avere tempo, e col tempo stabilire un ritmo, saper cogliere un lampo e alimentarlo. Partire da loro come persone, quello che non sanno di essere, quello che vogliono sapere. Fuori dalla scuola a mio parere è più difficile, perché dalla scuola ci passano tutti, ed è ancora possibile l’elemento stupore, perché la scuola è in qualche modo neutra. E se non ci si riesce a scuola, allora dove si crede di riuscirzi? (la risposta che mi viene è, di nuovo, nei quartieri di periferia, nelle carceri, dove c’è insomma bisogno di un collante, di una fonte.)
    Paola Turroni

    anonimo

    15 gennaio 2009 at 22:56

  24. ma la scuola (dico quella dell’istruzione) ce l’ha il tempo paola ? a me una scuola da anni tenta di invitarmi ogni anno due ore (tra le 11 e le 13) di giovedì verso marzo, perché quello è il giorno “speciale” dedicato all’extra-programma ministeriale. e io ogni volta a ripetergli che bisogna un pochino venirsi incontro con gli orari… e loro no. quella hanno, quello è lo spazio deciso: ma ha senso ? ha senso “piegare” al nozionismo i programmi scolastici o anche gli insegnanti dovrebbero entrare in un’ottica differente (che so non essere facile, perché con le riforme scolastiche le problematiche sono clamorosamente aumentate) ?

    matteofantuzzi

    17 gennaio 2009 at 14:01

  25. caro matteo,
    ma dimmi tu, se questa è la flessibilità della scuola, se questa è la misura della tanto gelosamente difesa libertà d’insegnamento, cosa pretendiamo si possa fare? a questo punto chiudiamo qua l’argomento.
    in realtà credo che questo atteggiamento si debba inserire nella, purtroppo, sempre più diffusa mentalità burocratico-travettista del docente generico medio che sacrifica ogni velleità di libertà d’insegnamento in nome dei programmi ministeriali. tuttavia credo che, fortunatamente, non tutti gl’insegnanti siano così, basta leggere qualche post fa sulla supplente di mario.
    il mio prof di storia e filosofia è stato un grande:
    1. non ci ha mai obbligati ad acquistare alcun libro di testo, arrivava, chiedeva che materia avevamo (storia o filosofia), dove eravamo arrivati e cominciava a raccontare. poi interrogava sui suoi appunti. un bell’esempio contro il caro libri!
    2. senza alcun compenso e sacrificando 2 ore alla settimana del suo tempo, aveva organizzato con noi alcune lezioni extra, cui poteva partecipare chi voleva. la materia? era stata posta democraticamente ai nostri voti tra economia, psicologia, sociologia, e qualcos’altro.
    non credo sia mai morto di miseria per non aver percepito compensi per quelle 2 ore settimanali. in compenso all’università ho avuto diversi vantaggi e ancora oggi amo la storia visceralmente.
    caro mario, ricambio il piacere di trovarti. non ti preoccupare, il tempo è sempre tiranno per tutti.
    la definizione dell’obiettivo, soprattutto quello ‘strategico’, ha la doppia valenza di tracciare la linea, di costituire un punto di riferimento (per quanto assolutamente non si parli di dogmi immutabili) e di stimolare l’allievo, in perfetta armonia con il maestro, a conseguire gli obiettivi intermedi con motivazione ed entusiasmo.
    in più, credo che anche nelle nuove generazioni ci sia l’interesse alla poesia, magari è latente e magari colpisce lo 0,1% della popolazione, ma c’è. e come io a diciassette anni mi incontravo 1 volta a settimana con persone di età compresa tra i 14 e i 40 anni, tra i quali un professore del liceo classico (no, non villalta…) con il nostro circolo di poesia al caffè municipio a pordenone, sentendo che facevo un’esperienza straordinaria di crescita personale. per cui penso che proporrò che qualcosa del genere rinasca qui a pordenone. penso di tirar su almeno 5-6 interessati da poter giustificare l’iniziativa. forse, effettivamente, la poesia può svolgere la sua funzione pedagogica in maniera più incisiva al di fuori degli schemi rigidi della scuola italiana, in un ambito parascolastico/ricreativo, ma che coinvolga anche i nostri adolescenti.
    simone

    anonimo

    17 gennaio 2009 at 19:23

  26. ho mancato la conclusione di una frase:
    “e come io a diciassette anni mi incontravo 1 volta a settimana con persone di età compresa tra i 14 e i 40 anni, tra i quali un professore del liceo classico (no, non villalta…) con il nostro circolo di poesia al caffè municipio a pordenone, sentendo che facevo un’esperienza straordinaria di crescita personale, penso che se un diciassettenne trovasse qualcosa del genere nella propria città, potrebbe avere la stessa sensazione.”

    anonimo

    17 gennaio 2009 at 19:27

  27. io come sai simone sono nettamente favorevole a questo aspetto, soprattutto nel lungo pellegrinaggio di kobarid su e giu per lo stivale a chi mi invitava ho sempre prospettato la possibilità di creare degli “appoggi territoriali” alla poesia, in ogni provincia per lo meno per creare chiaramente anche forze quantomeno di medie dimensioni e non singoli martiri votati alla causa (ironizzo). ma partendo dai nuclei territoriali si può a mio avviso fare molto, magari educare anche (almeno) una parte degli insegnanti al metodo, non tanto al nozionismo. ma in fondo lo sappiamo bene che è il metodo almeno da un certo punto di vista ad influire, soprattutto su chi magari dovrà formare. ognuno ha necessariamente bisogno di soluzioni diverse, forse ai ragazzi dobbiamo semplicemente consegnare i libri, aprire le porte delle biblioteche. agli insegnanti no, ai “responsabili” delle culture locali no: lì ci volgiono metodi, ci vogliono forme precise a mio avviso: ma sapete quanti operatori culturali sono stati convinti di fare poesia nel territorio con concorsi di “poesie dorsali” (fate una rapida ricerca su google se non conoscete l’argomento) una baggianata di proporzioni incredibili. e quanta gente è stata convinta di avere scritto poesie, che tutto è poesia, che i cantautori scrivono poesia (e non musica d’autore) e avanti così…
    ancora una volta (e ci tengo): se tutto è poesia, allora nulla è poesia. e sinceramente allora so’ cazzi !

    matteofantuzzi

    19 gennaio 2009 at 11:27

  28. Concordo pienamente. Bisognerebbe proporre, e già qualche spunto è evidente, strategie per gli operatori culturali che lavorano nel settore soprattutto con i ragazzi. Gli errori anche dei grandi festival, soprattutto per il tema musica e poesia, sono imbarazzanti. E certi messaggi devono essere ben dosati prima di farli passare ai più giovani.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    19 gennaio 2009 at 18:20

  29. «sono venuto a prenderti nell’insulto, sono il futuro del tuo quaderno. Scriviamo – io non so ballare ma ci penso continuamente –perché assieme noi siamo il bambino perfetto»
    «senza casa, inospitati, non contenuti, non governati e rigovernati, non implosi, esuli da qualsiasi sistema di dominio, e dunque duramente liberi».
    «E tu cessa di recare dolore. Non spiegarci, non zittirci, non annoiarci, non convincerci, non ammalarci […] Non vendicarti della tua paura, non addomesticare. Di quale cosa proprio tu saresti il padrone?».
    Sono versi tratti da IL BAMBINO PERFETTO, di Giancarlo Sissa. Un mio commento si trova su Land: http://landmagazine.blogspot.com/
    Contengono molti spunti e polemiche su cos’è o dovrebbe essere “insegnare”. Mi piacerebbe che Giancarlo li commentasse.
    Sebastiano

    anonimo

    19 gennaio 2009 at 20:36

  30. in uno stralcio infinitesimale di tempo ti dico solo:
    poesia dorsale? è una cagata pazzesca! (rag. u. fantozzi). non la conoscevo. ed era meglio così. concordo anche con il resto delle opinioni sulla pseudopoesia (con tutto il rispetto per il sig. rossi vasco, guardatevi la parodia di checco zalone).
    x matteo: spero a breve di darti buone notizie su qualcosa dalle mie parti, magari già l’1 febbraio.
    simone zanin

    anonimo

    19 gennaio 2009 at 22:40

  31. La colpa è di Leopardi. Non facciamogliene una colpa, del resto non lo avrebbe immaginato di finire dissezionato sul tavolo operatorio delle patrie lettere nel capitolo dedicato al sottogenere detto “antologia scolastica”, occupandone peraltro una così cospicua parte. Ma è colpa di Leopardi, almeno per due ragioni. Innanzitutto perché la filosofia leopardiana che a noi pare, giustamente, conquista fondamentale per la coscienza umana, è costituzionalmente inadatta alla fase dello sviluppo psichico in cui si trova lo scolaro diciassette-diciottenne medio che vi si imbatte per obbligo di programma ministeriale. Non parlo degli ipersensibili, dei prematuramente maturi ai quali la “scienza” leopardiana saprà parlare, suggerendo riflessioni e decretando pessimistiche conferme. Parlo di adolescenti “normali” alle prese con l’acne giovanile e l’esplosione della sessualità, confusi ma nella fase “ascendente” della propria esistenza, la cui sete di nuove esperienze mal si accorderà alla doccia gelida dell’ “arido vero”, destinato ad essere interpretato più come una disfunzione della percezione che come un suo approfondimento. L’equazione poesia uguale malattia non è il miglior viatico per un fruttuoso e duraturo rapporto con la poesia. La seconda (e più importante) ragione è legata all’opzione stilistica praticata dal contino recanatese. Intendo, dando per buona la classica bipartizione continiana delle due opposte funzioni in cui si dibatterebbe da sempre la poesia italiana (cioè la funzione Dante versus la funzione Petrarca), la lirica leopardiana si collocherebbe, attraverso la mediazione del Tasso, indubitabilmente nell’area della seconda, nel campo cioè di una poesia tendenzialmente “alta”, dal lessico severamente selezionato, aulico, rigidamente codificato, poco incline alle contaminazioni, indisponibile al comico. Se Giuseppe Gioacchino Belli, temporalmente non lontano da Leopardi, avesse scritto il suo sonettistico opus magnum usando la lingua nazionale, invece del romanesco, il compito di chi tenti di rianimare il moribondo interesse degli alunni delle scuole superiori per la scrittura in versi sarebbe meno ingrato.
    Partendo da tale pessimistico e ragionevole presupposto, quello cioè che il “nostro” forse più grande poeta risulti paradossalmente uno dei più inadatti a creare un’autentica passione per la poesia, un po’ di sano e volonteroso ottimismo potrà però servire ad affrontare il problema senza paraocchi. Comprendendo che le difficoltà di accostamento ed affezione al testo poetico sono dovute innanzitutto a problemi di ordine storico-linguistico, sarà necessario sottolineare quanto più possibile la natura fondamentalmente storica di ogni lingua viva, la sua incontenibile fluidità, l’irriducibilità della lingua parlata ai ferrei steccati di quella scritta, il suo statuto di organismo vivente. E dalla lingua alla lingua della poesia il passo sarà agevole.
    Per me, nella piccola esperienza di laboratori di poesia tenuti presso alcuni istituti superiori nella provincia di Ancona, lo è stato. A parte alcuni escamotage buffoneschi e para-teatrali a cui non sono in grado di rinunciare e che vi risparmio, a parte la classica domanda rivolta alla classe “sapete dirmi il nome di un poeta italiano vivente ?”(la risposta a tale quesito che alcuni anni fa poteva essere “Dario Bellezza” o “Alda Merini”, a causa del loro transito nel salotto del Costanzo Show in quanto garanti delle televisivamente agevoli equazioni: poesia uguale malattia e uguale follia; o “Mario Luzi”, ma solo dopo il ringalluzzimento senatoriale, è, negli ultimi anni, un ben più semplice “NO” secco), a parte l’altra domanda “credete che oggi, in Italia, fare il poeta possa essere un mestiere ?” (un po’ di sana sociologia della letteratura non guasta mai), seguita dalla complementare “sapete dirmi quanto vende in Italia un libro di poesia di successo ?”(niente più dell’arido vero numerico delle nostre miserie è in grado di sgretolare la risibile velleità aureolare della poesia riportandola con i piedi ben saldi alla terra), un esercizio, o meglio un gioco che mi piace praticare con i ragazzi è quello che chiamo delle “PAROLE VIETATE”.
    Scrivo alla lavagna, a casaccio, una ventina di parole, le prime che mi vengono in mente, chessò : lucore, cenere, appendiabiti, eccetera, arpa birmana, veroni, veltroni, camurro, cordata, etc.,osso, sale imperio, umanità, libertà, uguaglianza, fraternità, albeggiare, brusio, libero mercato, anima, animo, animismo, ano e così via. A questo punto la domanda che rivolgo è “Quali di queste parole non si possono usare in poesia?”. È un buon modo per iniziare un confronto sulle potenzialità “inclusive” della scrittura in versi, per rivelarne le possibilità contaminatorie, per sottolinearne la natura linguisticamente mobile, transitoria, storica.
    È un inizio possibile o almeno plausibile. Di questi esercizi, giochi o provocazioni se ne possono inventare a bizzeffe, più o meno efficaci, più o meno divertenti, prima di arrivare alla lettura di testi veri e propri. L’importante, io credo, è riuscire a dimostrare a un uditorio scettico e tendente all’abbiocco che la poesia esiste, ancora, al di fuori dei libri di scuola, come una cosa seminormale al di là delle definizioni da manuale, che è praticabile e praticata da gente che non è malata, impazzita o morta necessariamente. Che possa essere letta, addirittura.
    luigisocci

    anonimo

    20 gennaio 2009 at 10:51

  32. Qualcosa di più che Didattica D’Autore… l’esperienza di vita dello studente Andrea Olivoni condivisa con il poeta Corrado Bagnoli. La prefazione del Preside e la postfazione di Corrado chiariscono bene quali siano le coordinate per contestualizzare questa autobiografia a quattro mani.
    Dome Bulfaro autorizzato da Corrado Bagnoli

    ANDREA OLIVONI
    CORRADO BAGNOLI

    LONTANO UN’ORA
    Autobiografia a quattro mani

    Prefazione di Giuseppe Mariani
    Postafazione Corrado Bagnoli

    PREFAZIONE

    Era arrivato Gianburrasca. Era una classe modello, dove lavoravano bene, una quarta di 22 bambini vivaci ma ubbidienti, capaci di giocare da scalmanati ma subito dopo di mettersi al banco a fare ordinatamente le divisioni in colonna.
    La relazione della maestra Giuliana, che già si pensava avviata alla tranquilla discesa verso la pensione, era drammatica. Disperata, si affidava allo psicologo del Comune perché ci provasse lui a infondere un minimo di regole nell’ultimo venuto. Ma neanche lo psicologo riuscì ad andare oltre lo “stia tranquilla, vedrà che si calma” (in verità, la frase storica è dell’infermiera della maternità di Carate: fu pronunciata ai primi di marzo del 1993 per confortare la madre del nostro agitato neonato al momento della dimissione).
    Quando la maestra Giuliana scrisse la sua prima relazione era il gennaio del 2003: da quattro mesi Andrea era stato traslocato da un Collegio di un paese vicino alla scuola elementare statale di Paina. Di chiaro non era stato detto nulla circa quel trasloco: ma, si sa, i fatti parlano sempre, anche quando le parole non vengono dette.
    E così la maestra si ritrovò con la sua grande dose di fatica e di frustrazione. Alla fine della quinta non era riuscita a insegnargli neppure una piccola parte di quanto avrebbe voluto, e non sapeva se avrebbe fatto bene a mandarlo alle medie. Allora si consultò con il preside.
    Si trovarono d’accordo su una cosa: per cominciare a crescere Andrea aveva bisogno di incontrare qualcuno che gli dicesse un no, un NO grande come una casa. Quel giorno il preside era in vena di metafore e tirò fuori l’esempio del cammello: “Ha bisogno di un no come un cammello ha bisogno di bere dopo avere attraversato il deserto”.
    Infine, dopo mezz’ora di discussione, lui e la maestra Giuliana si trovarono d’accordo su un’altra cosa: “Però non si può tenerlo un altro anno in quinta, è troppo grande e troppo sregolato. Mandiamolo alle medie: là o cambia o rompe il naso contro il muro”.
    Non c’era molta teoria in questa discussione e probabilmente Benjamin Spock non l’avrebbe approvata: ma così fu fatto.
    Alle medie fu messo nel corso A: professori con fama di domatori di leoni. Avevano avuto tutti i casi memorabili della scuola, Giorgio, Fabio, Jonathan, Kristian: tutti avevano fatto le medie in quattro anni, ma poi erano partiti sul binario giusto della vita.
    Il primo anno di scuola media fu un rodeo texano. A fine maggio, alla vigilia degli scrutini, arrivò la relazione di un altro psicologo: “professori, ‘niet’ bocciatura, voi non sapete come può reagire un ragazzino così quando viene bocciato!”.
    Quella relazione fu una frustata di energia: letta in consiglio di classe, tutti si decisero per la bocciatura, anche quelli che prima avevano dubbi. Era la conferma, a contrariis, della teoria del naso rotto contro il muro, il primo passo (forzato!) di Andrea dal mondo dell’onnipotenza a quello della realtà.
    Fu dura per lui, ma seppe prenderla per il verso giusto. A settembre 2005 tornò in prima, sempre nella A.
    In verità gli insegnanti si posero il problema: in che modo fargliela rifare?
    La legge del “contratto educativo” costava lacrime e sangue; e, forse, con Andrea mancavano le premesse per farla funzionare. E allora: continuare con la legge del taglione? Inventare qualcosa di nuovo? E che cosa? E chi?
    Ci provò Bagnoli: un’ora alla settimana, tutte le settimane.
    Non so se il prof. Bagnoli ha mai letto i libri di Duccio Demetrio sul “pensiero autobiografico”. Se non li ha letti, dovrebbero autorizzarmi a mandare questo lavoro, scritto a quattro mani da Andrea e da lui, a chi ha scritto che “l’alfabeto è una pozione contro l’oblio del proprio essere stati e lo è ancor di più quando si compone in autobiografia”. Lo farebbero felice.
    Elias Canetti esclamava: “Oh, essere un libro, un libro che viene letto con tanta passione!”.
    Così il computer sostituì il lettino freudiano. Andrea impiegò tre anni per imparare a parlare di sé: “La vita è tua, l’amore è il tuo, trova tu le parole”: così gli insegnava il suo maestro (in questo caso non è sinonimo di professore). Raccontandosi, scoprì di non essere poi così male e che non erano affatto male quelli intorno a lui, a partire dai suoi famigliari. Scoprì che voleva bene ai suoi amici e che in realtà voleva tenerseli più di ogni altra cosa: anche se magari li menava (e qualche volta veniva menato).
    Lo scorso 15 marzo Andrea ha scritto una cosa straordinaria: “Ci sono cose e persone a cui tengo, senza le quali mi sento perduto. Walter se ne va perché io l’ho fatto andar via” (la sottolineatura è mia). La pagina finisce con parole così nuove da essere magiche: “Perdonami, Walter, ricominciamo”.
    La vita di Andrea è cambiata quando ha capito che cosa lui può fare per gli altri: non è più il bebé vorace che pretende tutti al suo esclusivo servizio. E’ stata per lui una specie di rivoluzione copernicana.
    Per crescere quanto lavoro e quanta fatica! Degli altri, ma certo anche sua: “La voglia di crescere ce l’ho ma qualche volta mi dimentico come si fa”, scrive Andrea in un’altra pagina.
    Nel libro non c’è mai il nome del prof. Bagnoli. Il rapporto con il prof spesso è duro; ma scatta il feeling, scatta la sfida, e Andrea va oltre.
    Lo chiama in tanti modi, segni del momento, del conflitto e della gioia. E così questo insegnante di lettere, scrittore di libri, padre di tre figli, pubblicitario creativo, è spesso “il poeta”; ma altre volte è “l’energumeno”, “l’orco”, “il pazzo furioso”, “il gigante”. Andrea si proietta in lui, picchia come il pugile sul sacco, e infine riesce a vedersi, a vedere gli altri, si dà quella regolata di cui aveva bisogno come dell’aria che respira.
    Finisce qui la storia di Andrea nelle scuole di Paina.
    Finisce perché ne apre un’altra, di un ragazzo diventato grande, che dice: “Finire è un po’ come ricominciare”, che scopre nel suo vocabolario la parola “grazie!” e la dice a tutti i suoi insegnanti. Formidabile!
    Auguri, Andrea.

    Il tuo preside
    Giuseppe Mariani

    maggio 2008

    1 ottobre 2005
    Mi piace questo posto dove sono nato. In realtà non ci sono proprio nato qui. Qui non c’è l’ospedale; cerco di immaginarmi quella fredda mattina di febbraio: dentro la vecchia Fiat Uno io galleggio e ondeggio nel pancione di mia mamma; mio papà non capisce più nulla, scambia la leva del cambio con il freno a mano, la leva del tergicristallo con quella delle luci. Così, vista dall’alto, in quella buia e fredda mattina di febbraio, c’è una macchia arancione che si muove a singhiozzo, che accende e spegne le sue luci come se fosse un faro ubriaco. Potevo nascere sereno e tranquillo dopo un viaggio così?

    15 ottobre 2005
    Certo, non è che ho deciso di scrivere di mia spontanea volontà. Se vi state immergendo nella edificante lettura del racconto delle mie mirabolanti avventure, la responsabilità, starei per dire la colpa, è dell’energumeno che mi ha costretto a scrivere questa specie di libro. Provate voi a dire di no a questa specie di mostro poeta: alto come un grattacielo, pelato come una palla da biliardo, con delle mani che sembrano due badili e due gambe che, con un passo solo, ne fanno 10 dei miei. Un vero orco che però va in giro a raccontare di essere un grande scrittore: io glielo lascio credere, non posso contraddirlo, perché altrimenti mi spezzerebbe le ossa o, come dice lui, mi attaccherebbe al muro. Per questo ho scritto, sto scrivendo questo libro, mica per altro.
    Torniamo a quei miei primi giorni di vita. Avete presente quegli stanzoni di ospedale dove vengono messi in bella vista tutti quei bambini appena nati, nelle loro belle cullette al di là del vetro? Ecco, in mezzo alle altre ce n’era una che si muoveva…da sola…Mica vero, era la mia con me dentro che mi agitavo e sbraitavo come un fruttivendolo al mercato. “Stia tranquilla – diceva l’infermiera a mia madre – vedrà che si calma”. Ancora oggi mia mamma sta aspettando che succeda.

    (…) continua

    POSTFAZIONE

    Sono l’orco, il poeta, il pazzo furioso, il gigante e, prima di qualsiasi altra cosa, voglio dire che l’Inter lo scudetto l’ha vinto. E che anche Andrea ha vinto il suo. Ci hanno fatto tremare, fino all’ultimo, ma adesso siamo in giro a festeggiare con le bandiere nella via e siamo commossi come bambini. Per l’Inter e per l’Andrea che oggi, per inciso, è più grande di me. Quando l’ho conosciuto, nel 2004, nella 1A, io ero il suo insegnante di italiano. Il preside ha già detto come è andata quell’anno: doveva ricominciare daccapo e io non avevo più la sua classe. Ma avevo un’ora, uno di quei ritagli che nell’organizzazione scolastica ti tocca di dovere ricucire, inventandoti improbabili compresenze, di impiegare in chissà quali avveniristici progetti. Parlando con gli altri miei colleghi che erano intenti a scovare “risorse orarie e umane”…

    anonimo

    20 gennaio 2009 at 11:11

  33. POSTFAZIONE
    di Corrado Bagnoli (vedi post 32)

    Sono l’orco, il poeta, il pazzo furioso, il gigante e, prima di qualsiasi altra cosa, voglio dire che l’Inter lo scudetto l’ha vinto. E che anche Andrea ha vinto il suo. Ci hanno fatto tremare, fino all’ultimo, ma adesso siamo in giro a festeggiare con le bandiere nella via e siamo commossi come bambini. Per l’Inter e per l’Andrea che oggi, per inciso, è più grande di me. Quando l’ho conosciuto, nel 2004, nella 1A, io ero il suo insegnante di italiano. Il preside ha già detto come è andata quell’anno: doveva ricominciare daccapo e io non avevo più la sua classe. Ma avevo un’ora, uno di quei ritagli che nell’organizzazione scolastica ti tocca di dovere ricucire, inventandoti improbabili compresenze, di impiegare in chissà quali avveniristici progetti. Parlando con gli altri miei colleghi che erano intenti a scovare “risorse orarie e umane” (che nella scuola si parla così, qualche volta, come se credessero di avere in mano un’azienda) da dedicare ad Andrea, ho detto semplicemente che quell’ora mi sarebbe piaciuto passarla con lui. Poi avremmo visto che cosa inventare. Quando gliel’ho detto mi ha ringraziato: un’ora d’aria, mi ha detto, lontano dalle lezioni, dalle verifiche, dalla costrizione forzata nel banco, dai musi un po’ scontenti dei suoi nuovi compagni. Va bene, gli ho detto: un’ora d’aria anche per me, senza stilare programmi, tempi, verifiche, valutazioni. Lontani un’ora dalla scuola di tutti i giorni. Come è andata, c’è questo libro a raccontarlo. Quello che poi il libro non racconta, ma mostra con straordinaria evidenza, è che quell’ora che doveva tenere lontano Andrea dalla scuola, dalla fatica, insomma dalla vita che gli sembrava di dovere subire come una condanna, quell’ora è diventata il modo imprevisto di starci dentro, di guardarla in faccia, di darle del tu, di misurarla e di misurarsi con lei; le pagine come un luogo privilegiato per mettere in fila le cose ed i giorni, le paure e i desideri, le sconfitte e le vittorie: la vita, insomma. Guardata, adesso, con gli occhi di chi sente di stare dentro un possibile orizzonte di bene. Andrea arriverà alla sua nuova scuola, coltiverà la sua passione per la cucina, metterà insieme ingredienti e invenzioni. L’orco non ci sarà più, sarà lontano, mica un’ora soltanto. Ma lo immagino lì, tra i forni ed i fuochi, a inventarsi la vita, a scriverla ancora con le h, gli accenti e qualche apostrofo a caso nel soffritto, imbionditi, in padella.
    Ciao Andrea, nessuna istruzione per l’uso, lo sai. Soltanto, buon viaggio.

    L’orco, il poeta.

    anonimo

    20 gennaio 2009 at 11:18

  34. per luigi socci
    perfettamente d’accordo su leopardi.
    ma perchè a scuola non si leggonoi contemporanei invece di fossilizzarsi ostinatamente sui, forse sopravvalutati, romantici? e poi perchè non si leggono gli stranieri? magari anche un leggere più leggero, non così ancorato all’iperinterpretazione pippomentalistica obbligatoria. leggere per piacere e poi approfondire perchè è piaciuto quello che si è letto.
    simone zanin

    anonimo

    20 gennaio 2009 at 13:45

  35. sono d’accordo con Luigi Socci, effiace la scelta del metodo. per rispondere anche alle perplessità precedenti, vero Matteo che è difficile, che la scuola è secca e incancrenita, questo ce lo siamo detto ampiamente e con svariati esempi. ma credo sia fondamentale insistere. tutte le scelte altre, luoghi dove si organizzano incontri e laboratori sono belli, importanti, spesso un po’ da ombelico, ma hanno un senso, a mio parere, di ricerca, di riflessione. l’azione vera, quella che può diventare significativa, si può fare solo a scuola, con un lavorolungo di erosione al fianco, partendo dai casi isolati, dalle figure più sensibili, che ci sono. proprio perché non c’è selezione prima, e può scontrarsi nella poesia proprio chi quegli incontri non sarebbe mai andato. la scuola poi, proprio per le sue pessime caratteristiche attuali, costringe al’inventiva, alla provocazione, all’attenzione, fondamentaliper impostare una didattica.

    anonimo

    20 gennaio 2009 at 21:43

  36. ops, la firma, Paola T.

    anonimo

    20 gennaio 2009 at 21:45

  37. Segnalo questo Laboratorio LAND promosso da PoesiaPresente 2009

    La sincerità impossibile
    land|lab laboratorio di scrittura e antiscrittura autobiografica
    di Giancarlo Sissa

    Si struttura in quattro incontri di due ore ciascuno.
    I primi 45 minuti di ogni incontro saranno dedicati alla parte teorica esposta dall’esperto, i restanti un’ora e 15 minuti alla autoscrittura e allo scambio di suggestioni, domande …
    Prima mattina: LA BUGIA VERA, introduzione al pensiero autobiografico, sue espressioni e confutazioni, il problema della sincerità in autobiografia (testi: l’autobiografia come ipotesi poetica in Baudelaire, Verlaine, Rimbaud).
    Primo pomeriggio: LETTERATURA E MENZOGNA, breve storia della bugia letteraria e dell’impostura autobiografica (testi: Pessoa “Libro dell’inquietudine” “Lettere alla fidanzata”).
    Seconda mattina: BACIO, LETTERA, TESTAMENTO, l’amore, la confessione epistolare, la morte, con l’aiuto di Kafka e Simenon
    Secondo pomeriggio: FOLLIA E SINCERITA’, il giudice, il ballerino, l’enfant prodige (storie vere di Daniel Paul Schreber, Vaslav Nijinsky, Birger Sellin)

    anonimo

    21 gennaio 2009 at 09:43

  38. Uno dei problemi più evidenti è la scarsa volontà, in ambito poetico, di mettere a confronto esperienze, lasciarsi abitare da un cammino comune. Il seminario che riporto di seguito è una risposta concreta di tre poeti, che provenienti da formazioni e saperi diversi, si lasciano attraversare dall’altro. Se cambia l’atteggiamento di chi offre allora può cambiare anche l’atteggiamento di chi riceve.
    db

    Poesia in quattro quadri
    laboratorio di scritture poetiche visionarie (ma non veggenti).
    di Mario Bertasa
    con Francesco Marotta e Lello Cassinotti

    L’atto creativo del poeta spesso muove dall’impatto emotivo ed intellettivo stimolato da forme estetiche non verbali, come un quadro, una fotografia, una melodia. L’intensità esperienziale di tali occasioni è unica, irripetibile: l’intento del laboratorio, condotto dall’attore e autore Mario Bertasa con la partecipazione di un poeta come Francesco Marotta (molto attento al rapporto fra la scrittura e le arti visive) e di un performer come Lello Cassinotti (che sul lavoro vocale e la poesia sonora fa gravitare la propria ricerca) è di ricrearla, sperimentarla su di sé e in gruppo, attraverso gesti dove l’atto dello scrivere si confonde con quello dello spennellare, del fotografare, dell’intonare a cruda voce…

    anonimo

    21 gennaio 2009 at 09:51

  39. Ho tra le mani “sulla poesia” libro edito da Pratiche editrice, Parma 1981. Racchiude le conversazioni dei poeti Bertolucci, Sereni, Zanzotto, Porta, Conte e Cucchi con gli studenti delle scuole medie inferiori e superiori della città e della provincia di Parma. L’operazione è avvenuta tra il dicembre del 1979 e il gennaio del 1980 per volere dell’amministrazione provinciale di Parma.
    Vi riporto parte del testo posto in appendice al libro. L’autrice è Lucia Lumbelli. “Io vorrei invitare i poeti a domandarsi se il dialogo che dicono di avere avuto con i ragazzi delle scuole di Parma ha veramente interessato tutti o se invece è purtroppo avvenuto quello che avviene sistematicamente nella nostra scuola dell’obbligo e cioè se invece il dialogo ha coinvolto solo alcuni particolari ragazzi. Quei ragazzi che sono poi quelli che riescono a sfruttare le esperienze nuove, le esperienze più quaificanti, più qualificate, che si tenta di fare nella nostra scuyola dell’obbligo. Il problema che pongo, in altri termini, è questo: fino a che punto i problemi di comunicazione propri dei poeti, e quindi anche di comprensione della specificità del linguaggio poetico, sono gli stessi per i ragazzini che provengono da un certo ambiente culturale…” la Lumbelli continua ma credo che anche in questo caso, pur considerando il testo nel suo contesto storico, si possano sviluppare considerazioni
    db

    anonimo

    21 gennaio 2009 at 10:08

  40. ragazzi per cortesia firmatevi sempre per esteso nome e cognome perché io magari so a chi appartengono le sigle, ma non è detto che lo sappiano tutti !

    🙂

    matteofantuzzi

    21 gennaio 2009 at 11:25

  41. e io invece vi chiedo: dato appunto il mismatch che si evince dalla metodologia di socci (povero leopardi… se avesse saputo!) che è sostanzialmente corretta, e non vado sulla sostanza, ma sulla forma, sulla componente che necessariamente piega il linguaggio della poesia al linguaggio dell’interlocutore, volenti o nolenti, e quello che invece appare dall’ultimo commento, cioè un senso di “fallimento” che porta alla dispersione del messaggio poetico anche di fronte a colonne portanti del novecento mi chiedo:
    ma siamo sicuri che i poeti sappiano parlare di poesia ? siamo sicuri che siano per forza la figura giusta ? oppure si deve andare oltre ? d’altronde se bastasse il compitino basterebbe ripetere a pappagallo la divina commedia piuttosto che montale o chi vi pare a voi, ci troveremmo davanti a poeti coi controcazzi e tutti dovrebbero rimanere affascinati. ma se non accade che cosa è accaduto ? e lì nella lista dei “poeti a parma” c’è pure zanzotto, uno che di didattica ne ha masticata tanta.
    eppure proprio quel blocco oramai trent’anni fa è stato in fondo quello che è sfociato in tutte quelle problematiche che conosciamo, il doppio decennio buio della poesia italiana che ben conosciamo 80/90 di fronte a una stagione come quella degli anni 60 dove la poesia aveva tutta un’altra dignità (anche editoriale): cosa è cambiato tra la prima alfabetizzazione e quell’altra, e in fondo dovremmo anche chiederci “perchè i programmi ministeriali sono rimasti all’alfabetizzazione degli anni 60”
    e oggi chi inseriremmo. chi sono i “contemporanei” che fanno sì per dirla alla socci che non ci sia quel salto terribile che fa sì che il 17/18enne mandi a fanculo noi, la poesia, l’autore, la società, la scuola, i programmi ministeriali, l’editoria e l’establishment della poesia italiana contemporanea ?

    matteofantuzzi

    21 gennaio 2009 at 11:34

  42. non siamo affatto sicuri che i poeti sappiano insegnare poesia, anzi. ma questo non mi pare fosse dato per scontato, o almeno per me non lo era. per insegnare poesia, come qualsiasi altra cose, ci vuole passione per ciò che si insegna e per coloro ai quali la si insegna. l’essere poeti non è affato un valore aggiunto allo scopo! rispetto l’ultima lampante domanda che poni, Matteo, a parte che sarebbe addirittura un passo avanti (un passo verso) che mandassero davvero a fanculo tutto ciò, ci vuol ben altro che un poeta….! Paola Turroni

    anonimo

    22 gennaio 2009 at 14:54

  43. carissimi (tutti), vista la bella discussione che è nata in questo post, domani linko il riferimento nel mio.

    sull’argomento, dico che insegnare è un affare complesso, al di là dell’argomento. Io lo faccio da 23 anni, prima alle medie e, da 15, al triennio delle superiori. Concordo con chi ha detto che bisogna formare persone (cittadini responsabili) capaci di pensiero laterale. Dopo il resto viene da sé.

    un caro saluo
    gugl

    anonimo

    22 gennaio 2009 at 17:26

  44. ma lo sai paola che io lotto per scardinare il diritto di certi poeti di considerarsi “gli eletti”, in tutti i sensi “assoluto” e grettamente materiale 🙂

    alla fine si torna alla coscienza responsabile di cui parla stefano, quella che bene o male umanamente tutti hanno, ma che va coltivata, se no come tutti i germogli è destinata a spirare alla prima gelata.

    credo che oggi tanti “formatori” (e utilizzo il termine in maniera aperta) abbiano in mano la voglia delle persone di avvicinarsi nel corso della loro vita al testo poetico. sta a loro distruggere questa opportunità o creare dei territori di dialogo straordinari.

    so che così detta è drastica… 😀

    ah, dato che da domani parte il nuovo post ci tengo e ci teniamo: questo non muore, non si esaurisce, va avanti fino a fine maggio, chi ha piacere può tranquillamente a ragionare sull’argomento e sottolineo chiunque, non solamente gli “invitati”. me racumand !

    matteofantuzzi

    22 gennaio 2009 at 19:50

  45. domani… sabato parte il nuovo post. cioè ormai è “domani”. vabbé: alzheimer 😀

    matteofantuzzi

    23 gennaio 2009 at 00:20

  46. arrivo in ritardo, ahimè, ma una cosa la vorrei proprio dire.
    la poesia fa paura a tanti (e tanti) insegnanti. che non sanno come affrontarla perchè “non la capiscono”. eppure la devono spiegare, insegnare (è nei programmi). e creano disastri…
    per questo son convinta che sia imporatantissimo partire da loro…
    s.

    silviamonti

    24 gennaio 2009 at 16:58

  47. La poesia costringe il lettore, insegnante o allievo che sia, ad intervenire nel testo attivamente: essendo linguaggio in movimento non lo si può congelare nella parafrasi, lo si può solo attuare in una prassi. Per questa ragione insegnare poesia è difficile, ma per questa stessa ragione insegnare poesia, ovvero condividere questa prassi, questa attività in atto, per così dire, è immensamente formativo per la coscienza di chi insegna e di chi apprende come persona, persone in questa comunità presente in cui viviamo. la poesia fa, ha sempre fatto paura, perchè insegna a pensare e a sentire emozioni, ovvero insegna ad essere persone intere e libere: insegna pensare liberamente, la poesia, proprio perchè è , come diceva Jakobson, il Linguaggio dei linguaggi, il Metalinguaggio per eccellenza, la nostra struttura neuronale di esseri umani nel suo esprimersi assoluto (nel senso etimologico del termine). Pertanto la poesia non andrebbe insegnata come una parte della storia letteraria, più pallosa, o più eccitante, perché più difficile di un raccontino. La poesia andrebbe praticata come esercizio di capacità ceativa linguistica, ovvero creativa tout court, se si considera il fatto che, essendo parte anche della storia della musica e del canto, oltre che della letteratura, la pratica poetica coinvolge il Linguaggio anche come espressione corporale, fonica e gestuale. Il teatro alle sue origini non è che poesia, poièin, fare artistico. Ne La nascita della tragedia dallo spirito della musica di Nietzsche e ne La poetica di Aristotele prima si ha ben chiaro quale sia l’ambito in cui si muove il Linguaggio quando fa poesia: la creatività assoluta dell’espressione ritmica. Il ritmo il gesto la parola nella voce: questo è la poesia e questo si deve praticare con gli allievi. in tal senso una didattica poetica d’Autore è uspicabile. Tengo da molti anni corsi di poesia. La cosa più difficile è farsi capire, da chi si iscrive o da chi se li ritrova a scuola, quanto alle intenzioni, che sono quelle di cui ho detto fin qui. Una volta capite queste, chi ha un movente creativo-espressivo, sia esso un bambino di sette anni o una signora di settanta, adrisce con entusiasmo (di nuovo, nel senso etimologico del termine). Chi non sente tale movente si raggela. Ma di solito chi appunto non partecipa è perché ha un blocco emotivo forte, e su quello prima si dovrebbe agire. sempre quando si insegna poesia si tocca territori di confine con la psicologia. E a quel punto il Didatta deve saper dare indicazioni pertinenti, e rassegnarsi ad una presenza restia alla partecipazione. Ecco, poesia e performance non sono scindibile neanche nella didattica, se la poesia appunto coinvolgendo la vocalità in quanto ritmo (del respiro, del cuore), non può prescindere dalla sua teatralità originaria. Ho recentemente strutturato un corso tenendo conto di questi elementi come inscindibili: poesia come letteratura, poesia quindi come conoscenza intellettuale; poesia come “teatro”, ovvero come necessità di implicare la dizione, la propriocezione corporea e vocale. Preferisco lavorare non solo con i testi degli iscritti ma anche con quelli della nostra tradizione poetica: per insegnare che la poesia, se è autentica, non espressione di un “io” ma di un Io/Noi. Cerco di trasmettere la felicità dell’umiltà dell’abbandonarsi al flusso del testo, o alle sue asperità, senza sapere dove va (un significato) ma come ci va (verso il senso): approvo molto il metodo integrato di Cepollaro, senza chiamarlo così lo pratico anche io, mi sembra l’unico approccio sensato, per l’appunto, al testo poetico, questo “corpo certo”, come diceva Barthes. Vi saluto caramente,
    Rosaria Lo Russo

    anonimo

    24 gennaio 2009 at 18:01

  48. c’è un punto che è difficile da non mettere nella questione: la poesia costringe ad essere attivi, non può essere un “rumore di sottofondo” come ad esempio la televisione, o la si prende o non la si prende. se il fruitore non vuole ascoltare semplicemente non ascolterà (capiterà a tutti di interagire con aspiranti poeti che ti dicono “io la poesia non la leggo perché nessuno fa le cose che faccio io” seguito da “nessuno mi capisce perché io sono più avanti degli altri”): la dinamica passa anche da qui, esiste una scuola per chi vuole ascoltare, ed esiste una didattica per chi potenzialmente potrebbe ascoltare e sfruttare (appunto) il poièin, sono due didattiche credo si veda bene anche dai contributi assolutamente differenti, ma credo irrinunciabili se si vuole “portare” la poesia.

    matteofantuzzi

    25 gennaio 2009 at 21:09

  49. Mannaggia, Matteo!
    Mi sono accorto solo adesso del tuo post. Chiedo scusa a tutti!
    La mia didattica la debbo esapandere su degli alunni adulti: gente molto provvista di determinazione e di passione. Vado sempre a braccio, non preoccupandomi di preparare nulla, a casa. Nascono così delle animate discussioni, all’interno delle quali, amo fare da bastian contrario-da avvocato del diavolo. L’unica cosa che mi preoccupo di dire, al di là delle regole e regolette di metrica o di stile, è quella che predica la convinzione di essere sempre innanzi a un pericolo-mostro, quando si tenta di confrontarci con la Lingua. Essa è un’entità glaciale, che spesso ci offende, mostrando i nostri lati deboli e la nostra intemperanza. Per me scrivere è l’equivalente del battagliare; è il parallelo della fuga. Occorre brandire il “reticolo dei muscoli della Lingua” nei momenti in cui la nostra vigilanza appare più forte della malizia del “gigante” cui si va incontro. La nostra identità frana, al confronto con tale, ampia scaltrezza. I miei “allievi” gradiscono molto questa visione figurata: la trovano intrigante, specialmente quando, alle loro paure sullo sciogliere le redini, si lasciano convincere a praticare due o tre lezioni di scrittura assolutamente automatica, da fare quando in noi la Lingua dorme. Trucco? espediente? Didattica maldestra? E chi lo può dire! La Poesia è come una donna esperta che si atteggia a vergine bugiarda.

    Gianfranco

    nestore22

    31 gennaio 2009 at 00:00

  50. vai tranquillo gianfranco, anzi grazie. (tra parentesi anche io amo molto andare “a braccio”, credo dia davvero quel senso di realtà che ci viene chiesto)

    matteofantuzzi

    4 febbraio 2009 at 14:23


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