UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Fine del Postmoderno – Dopo il Novecento.

Due sono essenzialmente le linee fondamentali della giovane poesia contemporanea: il nozionismo e l’autodeterminazione. Il nozionismo, pompato da certi critici o presunti tali, è quello che rende la più parte delle nuove generazioni fedele in maniera cieca ad un’unica visione, spesso mediata da un’unica guida critica la quale in questo modo oltrepassa anche il lecito livello di auctoritas.
Al di là delle logiche considerazioni sull’opportunità di una coscienza personale che scaturisca da una seria e netta valutazione critica del contemporaneo, quanto di più preoccupante è il sempre maggiore consenso che ricevono determinati “maestri del pensiero” che tramite pagine su molto frequentati giornali/riviste o posizioni dominanti nelle accademie col falso raccontarsi del loro adoperarsi nell’ottica salvifica delle nuove generazioni si rivelano in realtà come i rincoglionitori della categoria, riuscendo in determinati casi (pur di abbassare drammaticamente il livello e rendere così il loro operato degno di nota) a definire poesia anche i testi delle canzonette di terz’ordine, avallando chi considera un Vasco Rossi o un Ligabue veri e propri grandi poeti: un poco come dire “io sono un grande chef perché un piatto di pasta al sugo bene o male sono in grado di cucinarlo”…
L’autodeterminazione è data invece dall’incredibile facilità con cui qualsiasi persona oggi può pubblicare i propri aborti: riviste o case editrici a pagamento, ma soprattutto siti internet specializzati. Per ognuna di queste categorie esistono persone serie in grado di selezionare una qualità che prevarichi le linee di pensiero qualsiasi esse siano. Nella realtà il panorama odierno è giustamente preoccupante. Pochi sembrano in grado di lavorare per produrre qualcosa di letterariamente valido, perché attraverso queste soluzioni effimere molti ragazzi si sentono gratificati dal vedere alle stampe i loro maldestri tentativi, e quindi certo non spronati a progredire come la logica suggerirebbe.
È necessario torni sacro il fondamentale ruolo delle riviste e dei critici, e chi in grado di lavorare per la causa della poesia necessariamente deve smettere soltanto di prodursi nell’attaccare i propri “avversari” per questioni di bandiera o peggio ancora di partito preso. Ogni critico, ogni rivista si senta nell’obbligo di rendere i più forti e i più seri possibili il proprio operato e le proprie teorie.
Se l’evoluzione della migliore giovane poesia può oggi intraprendere differenti strade nella comune via che reputo ottima della descrizione del quotidiano, se ancora stili differenti possono essere sviluppati per produrre una migliore fedeltà alla sostanza del detto tramite veicoli certo non nuovi (come può essere ad esempio il buon uso che si sta facendo oggi dell’ironia), ecco che tutto questo assume molto, molto meno senso per i motivi sopra esposti.
Come è stato nel secolo scorso, ribadisco, ancora una volta le riviste debbono assumersi il dovere di bloccare sul nascere l’autodeterminazione imperante, creare figure forti che facciano da traino a tutto il movimento (e che oggi mancano), e devono assolutamente tenere netta e salda una linea, un pensiero non dettato dal caso o dall’opportunità, ma frutto di un attento lavoro che nessuno può credere d’improvvisare. Solo a questo punto quando ognuno di noi sarà realmente in grado di sostenere un’idea, solo in quel mentre potremo cominciare a farci determinate domande.

Intervento per il convegno "Dopo il Novecento. Prospettive della Poesia Contemporanea" Riv. Atelier – Firenze 5/6 Dicembre 2003.

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Written by matteofantuzzi

3 dicembre 2008 a 09:59

Pubblicato su Uncategorized

20 Risposte

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  1. L’idea nasce dalla pubblicazione di diverse opere, e da lì che si ottiene
    la verifica e quindi la costatazione di quelle che potremmo chiamare
    opere omnie che da buon leviatane proliferanti possono dar vita all’immensità di crostacei che avvallano le fenditure oceaniche della poesia.Se l’idea che non è altro che un’epifania artistica e perfetta dal punto di vista sensoriale
    allora avremo uno spaccato della società -e anche quella poetica-che indottrina o a vedere un qualcosa in più delle altre.Se l’idea si fonda su un principio -e intendo da poeta a poeta,cioè per farsi pubblicare- semplicemente di costrutto retorico,antico e antimoderno, allora,non avremo mai una visione nuova di quela che potrebbe essere l’anima della poesia.
    Detto ciò si dovrebbe cercare l’ago o luce di questo nelle parole che spesso hanno quasi sempre un significato o una gnosi o una raison più intricata e personale e magari più alta -e aggiungo anche più vasta- di quella che “solo” liricamente si legge oggi.
    E naturalmente una casa editrice che la pubblichi.

    Bellavia Marcello

    anonimo

    3 dicembre 2008 at 19:56

  2. detto ciò non crediamo sempre che l’iperuranio sia sempre a buon mercato,nè che chi ne assurge e oltrepassa il lete non sia meno di un eroe o un dio o unico al di sopra dei generis.

    anonimo

    3 dicembre 2008 at 19:59

  3. una società allo sfascio non può produrre poesia.
    La poesia è sacrificio, studio, fatica. E soprattutto “consapevolezza” del pensato.
    Il pullulare di case editrici cavalca, secondo me, questa smania del lirismo gratuito.
    Oggi la si scambia con la felicità del momento ispirato

    anonimo

    4 dicembre 2008 at 17:05

  4. anche sul pullulare di case editrici secondo me ci si deve intendere. esempio, una casa editrice ottima come meltemi ad esempio, che pubblica gente seria tipo binni, sta per andare a scatafascio tanto che ha appena pubblicato un appello per il suo sostegno, non dissimile a quanto era accaduto per il quotidiano “il manifesto” che ha tra parentesi uno dei migliori inserti culturali oggi in italia, cioè “alias”.
    ma torniamo alla questione… esistono case editrici coi contro cacchi di dimensioni micronime, faccio un esempio, il circolo culturale di meduno che pubblica la collana “la barca di babele”, con della mea, benedetti, villalta, cappello, doplicher, santi ecc. ma penso anche a tante riviste tipo atelier o voci della luna che con le loro collane le soddisfazioni se le tolgono… o pensate ai quaderni di versodove al tempo. ora però sappiamo del sottobosco, per chi ha voglia si vada a vedere la fiera di roma all’eur vicino a tanta editoria militante quanta gente “improvvisata” svilisce il mondo dell’editoria. il problema alla fine si riduce al solito. fare emergere la roba buona, anche col passaparola, alla fine chi avrà una buona opera saprà a chi proporla. e chi avrà una baggianata… saprà dove sono le fotocopisterie a pagamento.

    matteofantuzzi

    4 dicembre 2008 at 22:45

  5. Siamo daccordo matteo ma io ho all’attivo 4 pubblicazioni -pagine,antologia lietocolle,ismeca,ass.magna grecia lucana -più le famosissime blasonnerie dello specchio-la stampa,però- con ottime recensioni .Non va bene comunque.
    Bisogna arrivare prima alla bianca,allo specchio io scrivo dai miei 14 anni e già a 20 avevo pubblicato.aspetto da 3 anni ma per riprendere o modernizzare o morfodinamizzare la poesia bisogna lavorare assiuamente su un unico filo conduttivo;ad es:io porto avanti “la poesia delle cose”,ovvero l’animosità che le cose anno ,il loro essere viventi a se stante cara ai 68ini.E’ da li che si riparte per riprendere -perchè da lì ci siamo veramente fermati- il cammino.La biaini ne ha fatto un accenno,ma ci vuole chi la scriva -tipo io- in senso universale e parecchio più lirico e veggente la poesia.Il resto a parte l’estro coragioso di ferrari e bacchini per le sue matematiche vegetali e frutto di quella babele di cui tu parli.
    Ti seguo dall’inizio matteo forse non ti ricordi ,da giovenale ,orgiazzi,nabanassar,margiotta,davoli e chi più ne ha più ne metta.All’inizio era un percorso certosino che spiegava e rendeva conto un pò a tutti di quanti cene stanno chi siamo e dove pensiamo di andare.Ora e anche allora serve un brick on the wall of th 60ies ,chiaro?
    e c’è tanto di cui parlare pensa io ho scritto circa 800 poesie di cui solo un centinaio pubblicate fate un po voi.

    Bellavia Marcello

    anonimo

    5 dicembre 2008 at 11:15

  6. che poi mi girano le cosidette quando margiotta dice:Rondoni si mischia all gente e quindi ci arriva
    a piè pari ma senza fossa sotto.Perchè e in base a cosa e di cosa scrive e perchè la teologia invischia bruma e appesantisce la poesia?
    e che cosa c’entra il teegiornale in cui è parso solo una volta.

    Vedi, bukowski ha barboneggiato per trent’anni poi fu pubblcato ;è chiaro che non è poesia ma è un suo modo di re le cose;quando le diceva le vomitava in faccia alla persone e con la beat non c’entra una “bip”.Se con cordialità e giacca e cravatta si facesse lo stesso non andrebbe male.Nonstante io sono chi costruisce anche con una dialettica “le cose affini” alla poesia.

    anonimo

    5 dicembre 2008 at 11:37

  7. i “Canti” di Leopoardi si compongono di sole 41 liriche. Perche noi sentiamo il dovere di produrre poesia in così grande quantità?

    anonimo

    5 dicembre 2008 at 12:09

  8. piano un passo (e firmartevi sempre dopo ogni post anche se ce ne sono dello stesso autore): vengo dalla lettura di una magnifica analisi dall’ultimo numero di nuovi argomenti fatta da andrea caterini su stefano simoncelli che pubblica da sempre per pequod. e che dire di pagnanelli sempre restando nelle marche ? qua la bianca o lo specchio è un discorso che si può fare, ma non è fondamentale. e i percorsi sono differenti: pensa a baldini che prima di diventare la punta della poesia romagnola pubblica l’opera prima già 50enne (autofinanziandosi) per le edizioni galeati di imola. po va in mondadori ecc. ma dopo.
    quello su cui insisto è che quella stagione in cui tutti si cercava di creare un altro spazio di analisi si è modificato. ma sono anni (perché la famosa serata di macerata con manzoni, orgiazzi, margiotta e me a casa di davoli comincia ad avere anni…) che si dice che c’era e c’è bisogno di “carta”, di asciuttezza. dobbiamo comprendere che non si possono creare all’infinito meccanismi che propongono ogni settimana 10 novità. ma c’è bisogno di sedimentare. e di fare conoscere la sedimentazione. ogni momento ha necessità differenti: oggi stanno uscendo piccoli e ottimi editori con splendide opere, finalmente condivise e stimate, ci sono festival partecipati e che evitano la storiella degli amici degli amici. e ci sono riviste consolidate che altrettanto tornano a fare quello che si deve chiedere alle riviste. a me non pare poco. quell’articolino ha 5 anni. e secondo me il gradino oggi lo si comprende proprio da quello che si stava facendo 5 anni fa. e poi si sa: all’amor non si comanda. margiotta ha il suo… a me guai a chi mi tocca pagliarani, per dire 🙂

    matteofantuzzi

    5 dicembre 2008 at 12:38

  9. Perchè la poesia per chi la crea è infinita come la mente e le sue fragole o tarli o zucche e altrettanto i prati chene raccolgono le spoglie.Visto l’albero,il frutto o il suolo che ne commemora l’oltraggio,non puoi che da centro o bilancia d’argilla soppesarne il tutto.

    Un pò come quando vai al supermarket.

    per dire, leopardi non tastava la sostanza ne avev occhi con mire così lunghe e profonde da scarnificare poeticamente la materia e tutto ciò che si genera da essa-e intendo dentro e fuori-.

    Bellavia Marcello

    anonimo

    6 dicembre 2008 at 11:29

  10. Caro Matteo,
    non ho intenzione di toccarti Pagliarani (e nemmeno tutti gli altri, per dirla). E’ tutto tuo. Ma non vedo cosa c’entri col discorso iniziale. Senza un filo di snobismo, manco involontario, non riesco più a tener dietro a tutto questo che a me pare un immenso, stralunato vaniloquio. Peraltro – come scriveva pochi commenti fa un anonimo citando Leopardi – in giro non vedo né lui né Rilke. Dunque perché darsi tanta pena? Leggo poi – anche altrove – che torna prepotentemente la fissazione di un buon lavoro editoriale quando corrisponde a un massimo di tre titoli in un anno: e perché mai? Restando al fatto che detto editore non è chiamato a pubblicare le “Elegie duinesi” (che giustificherebbe uno stop anche più lungo di quattro mesi, prima di una successiva pubblicazione), perché non allargare il ventaglio delle proposte quanto meno dignitose (tralasciando, è ovvio, quelle dove non c’è scrittura in toto)?
    Non c’è Rilke, sulla piazza. Siamo tutti in un’aurea mediocritas, spesso di mestieranti più o meno bravi a dissimulare l’artigianato. E intorno tutt’un contorno di voci-vocianti sempre più concentriche su sé stesse. Mi pare debba bastare. Già da tempo mi pare così.
    Poi – ed era un po’ che volevo scrivertelo – il discrimine tra un editore bravo e serio e uno che non lo è, non può limitarsi all’acquisto-copie da parte di chi pubblica: certo, quello è un bel biglietto da visita (con “Ciminiera” facevamo così, ma hai pure visto dove siamo andati a finire…), ma non il solo; a monte c’è la coscienza, l’onestà intellettuale dell’editore. Che può anche farsi elargire un contributo (per sopravvivere), ma giustificarlo con la tenuta qualitativa delle sue collane. Cioè con quel criterio che non può più vantare la Bianca Einaudi – a dispetto della fama. Per il resto, come sai bene anche tu, si paga dappertutto. E non si paga solamente dove i danari entrano da altre parti: dagli abbonamenti a riviste ai finanziamenti regionali-statali, ad altre attività dell’editore che non viva della sua editoria, etc.etc.etc.
    Rimane un unico dramma: Rilke non c’è.

    casadavoli

    11 dicembre 2008 at 16:14

  11. il motivo per cui insisto filippo come sai invece è pratico, ovvero: tante persone hanno poesie nel cassetto e tanti si rivolgono ad editori improvvisati e fraudolenti ai quali che tu scriva quasi come rilke o piuttosto come “jimmy il fenomeno” non gliene frega nulla. loro vogliono quei 2/3/4.000 che lo sventurato è pronto a scucire convinto di trovarsi di fronte all’occasione della vita mentre il più delle volte si ritroverà a regalare il proprio librino ai parenti per Natale e i libri al più finiranno nel sottoscala della suddetta casa editrice e/o al macero.

    il “problema” è lì.

    il resto sono altre questioni, cioè le poesie di luciano ligabue (eianudi), le poesie di roberto vecchioni (frassinelli), la bianca per la quale diventa spaventoso il confronto ad esempio coi tempi in cui si pubblicava attilio zanichelli, le poesie di politici vari ed eventuali (di tutto l’arco parlamentare, tra parentesi), i fuori collana più interessanti, non per ultimo per mondadori uno che a me ha lasciato basito, anche perchè davvero il verso è fragilissimo, ma già il precedente “fuori collana” (cioè non nello specchio ma negli oscar) mondadori di qualche mese fa mi aveva fatto lo stesso effetto.
    e allora una casa editrice come pequod che pubblica poco e bene secondo me è degna di nota. poi ci sono tanti ottimi editori che stanno emergendo, come l’arcolaio senza fare nomi. e anche lì c’è una maniera asciutta di intendere l’editoria di poesia. ma il problema è il sottobosco, mica il bosco.
    e se nel bosco non si trovano tartufi bianchi ma qualche tartufo nero… beh un risottino buono ci scappa lo stesso.

    matteofantuzzi

    11 dicembre 2008 at 17:12

  12. Ma dai che titoli mosci li trovi anche in pequod, figurati!
    Manca Rilke, Matteo, mettiti l’anima in pace.

    casadavoli

    12 dicembre 2008 at 00:46

  13. O vuoi pubblicare il prossimo libro con pequod??
    😉

    casadavoli

    12 dicembre 2008 at 00:47

  14. Poco corretto davoli:i Rilke ci sono e tanti.se la veggenza ha occhi da caminetto ne specchiano sono il divampare e poche teste che ne sanno tenere il peso:quello è il problema.

    Bellavia Marcello

    anonimo

    12 dicembre 2008 at 20:09

  15. Inoltre la poesia si vive devi vivere per scrivere anche fermo nelle giostre della tua stanza ma vivere ,
    Leopardi costruiva d’amore ed è la prima cosa;il resto è nulla.

    prova a rincorrere le idee senza gunzaglio nela tua mente,vedi
    oltre “il falso iperuranio di conscio” che da formamentis ti sei fatto sin da piccolo.Scatenza l’inconscio sputandoti allo spechio raccogli poi
    le seguenti miscellanee e tieni in mano la penna da buon scheletro senza l’armadio,allora qualcosa ci sarà.Posto ovvio di non finire come campana però.A quel punto dimmi se c’è più di rilke.

    anonimo

    12 dicembre 2008 at 20:16

  16. ah dimenticavo rilke ci è finito comunque.

    anonimo

    12 dicembre 2008 at 20:17

  17. genera con la tenacia e la simmetria lirica un plurilinguismo poundiano,è un pò più di Rilke,no?

    anonimo

    12 dicembre 2008 at 20:19

  18. Il tungsteno non spezza
    la lampada di luce perpetua,
    irrora i limiti della trasparenza,
    la corrente è solo uno schiaffo
    tagliente la platea,che si
    meraviglia che il sole
    fuori,ci sia ancora.

    Bellavia Marcello

    anonimo

    12 dicembre 2008 at 20:46

  19. di rilke ce n’è uno, per fortuna. ed è meglio leggere quello. gli altri facciano la loro parte per fare buona poesia. già basta. io spero che i poeti vadano in collane “come pequod”, pequod è solo un esempio. i spero che i poeti scrivano poco e bene. tutti. me compreso 😉

    matteofantuzzi

    12 dicembre 2008 at 22:15

  20. Se si scrivere però e si sa ciò di cui si scrive.Oppure si ha solo l’arroganza di scrivere come i robot.

    te saluti

    anonimo

    12 dicembre 2008 at 22:25


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