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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Sfida al Poeta Giovane di Marco Merlin.

Caro Poeta Giovane, abbiamo recentemente ammirato la tua sagoma svettante e stilizzata sulla copertina di una delle più prestigiose e imbalsamate riviste italiane di letteratura, per questo abbiamo deciso di rinunciare a dedicarti espressamente questo numero di «Atelier». Un anno fa, infatti, ci eravamo detti che sarebbe stato bello restare ancora un poco sull’onda della giovinezza, richiamando nuova energia e slancio ideale, ben lieti dell’attrito che avrebbe levigato le nostra ginocchia di poeti ormai non più ventenni. Ci eravamo messi a leggere libri, a stilare elenchi, a discutere nomi, a passarci testi, a confrontare giudizi, per arrivare infine a offrire ascolto, a chiedere ragione, a rilanciare provocazioni, nella solita convinzione che la letteratura non sia mai una sfida privata, anche quando mette radici nell’isolamento e nella distanza fisica più evidenti, essendo la parola, per sua natura, la smentita di un io assoluto. Devo però confessarti che sono, in definitiva, contento che sia andata così. In questo modo, infatti, abbiamo evitato di far slittare la questione sul solito, tedioso piano della competizione letteraria, su cui è comodo per molti pattinare, dal momento che a questi è concessa la cabina di comando e il piedistallo della giuria, e quindi evitano di mettersi realmente in gioco. Per noi è invece fondamentale delegittimare questa chiave interpretativa, che avrebbe il solo effetto di disinnescare il senso radicale delle nostre intenzioni. Inoltre, non sarebbe stato facile per noi svolgere un’operazione… diciamo “maieutica”, senza sottintendere un’autorevolezza, una qualche forma di responsabilità, che serve pur sempre a darsi un tono. Non che da queste parti si temano le responsabilità in quanto tali o non si abbia a sospetto chi fa, al contrario, mostra di modestia: tutt’altro. Siamo semplicemente ligi alla disciplina che ci fa camminare sulla corda tesa fra tali estremi. Per noi, invitarti a uscire allo scoperto avrebbe implicato il nostro medesimo offrire il petto come possibile bersaglio: ecco perché preferisco, quindi, scriverti direttamente. Per fare ciò, ho bisogno tuttavia di mettere subito in chiaro alcune cose. Anzitutto, apprezzerai il fatto che ti abbia chiamato Poeta Giovane e non Giovane Poeta, dal momento che il problema è sempre e solo nel sostantivo. L’età non è un valore aggiunto, la poesia non è uno sport. Semmai, si può essere talmente poeti da entrare nella pasta di ogni età con tanta maestria da farne brillare l’essenza, che è il segreto per essere autenticamente e sempre contemporanei, fuori da ogni cronologia, sintonizzati nell’oltretempo della letteratura. Inoltre, ti sarà piaciuto che mi sia rivolto a te singolarmente. Inquadrarti in mezzo ai coetanei ti avrebbe anche lusingato, ti avrebbe fatto sentire le spalle coperte. Avrei però, in questo modo, alimentato un equivoco. Ma imparerai da te (io mi sono già colpevolmente dilungato anzitempo) che le generazioni servono solo a chi può affermare l’ovvietà della loro non esistenza oppure a chi può creare, dall’esterno, l’illusione opposta della loro effettiva presenza nella trama della tradizione (il problema, semmai, è parlare dall’interno di un’appartenenza impossibile, dare fiato a un’utopia che smuova l’esistente: cosa che peraltro si può realizzare con successo solo quando si diventa, invece che paladini di alcunché, materia di scarto o punto di rottura della propria stessa visione…). Non ti rammaricare della genericità della sigla con cui mi rivolgo a te: i confini di età sono sfumati e i nomi talvolta sono soltanto pretesti, anche se servono a mettere a fuoco l’oggetto. Cara Rossella, cara Laura, caro Claudio, caro Luca, caro Daniele… sì, scrivo proprio a te, cercando di rubare un lampo dai tuoi occhi che mi faccia tremare la voce. Questa, è importante che tu lo capisca subito, non è la lettera di un presunto fratello maggiore o qualcosa del genere. Non aspettarti paternali, non sono ancora così rincitrullito al punto da prendermi troppo sul serio. I consigli da esperto, poi, li trovi già in tanti manuali ben scritti e vengono così brillantemente esposti nelle scuole di scrittura creativa – e lo dico con tutto il rispetto che ho per la divulgazione e per chi contrasta il dilettantismo in qualsiasi ambito – che non ci sarebbe proprio bisogno di spendere energia in tal senso; inoltre, farei torto alla tua preparazione intellettuale, così agguerrita. Quello che vengo a dirti, lo dico nello stesso momento a me stesso. Ciò premesso, il messaggio che vogliono portarti queste mie righe è insieme di sconforto e di incoraggiamento. Anzi, direi che è una sfida bella e buona, sfrontata abbastanza da provocare le tue inquiete, scalpitanti piume novelle, spero. Cominciamo dal pugno nello stomaco. Ti rendi conto di quanto tu sia inutile e banale? Ecco sulla scena un altro giovane talento delle lettere nostrane, anche lui preparato, laureato, sponsorizzato, griffato, più o meno autopubblicato, certamente antologizzato, in ogni caso già celebrato e catalogato. Ma guarda come sei bravo, nell’infilare i tuoi sette-otto versi con stile ineccepibile – qualunque esso sia. C’è abbastanza consapevolezza metrica, la giusta dose di reminiscenze, omogeneità nel lessico, prezioso anche nelle sprezzature… E che belle immagini, quanta verità testimoniale… Pensa, questo mese sei soltanto il settimo (contando solo quelli per lo meno del tuo livello) che ci manda dei testi… Sì, sì, non ti preoccupare, fai parte della lista anche tu, così eccentrico, così bukowskiano, così sperimentale…: non è tradizione anche l’antitradizione, ormai? Diciamocelo in faccia, una volta per tutte: la nostra arte non interessa più a nessuno ed è diventata un vizioso gioco sociale, dove conta soprattutto sapersi vendere, arricchire il curriculum con un editore un gradino più su, prepararsi meticolosamente la propria sopravvivenza accademica. Si tratta di una specie di scalata ad un potere ridicolo, a un prestigioso traguardo che esiste solo per noi. E, in questo senso, è importante essere in tanti, perché tutti contribuiscono al jackpot dell’illusione collettiva. Altro che collaborazione, reciproca necessità di confronto e simili spot: tra di noi non ci leggiamo, cerchiamo solo di carpire le tecniche autopromozionali dell’altro. Esagero? Allora sappi che sei un ingenuo, un ipocrita o un grullo. A questo punto, ovviamente, io per primo dovrei mettermi in una di queste categorie. È giusto, non mi nascondo, ho fatto anch’io la fila per il biglietto lungo le medesime corsie, a suo tempo, cercando magari quella che pareva scorrere meglio, però mi sono in seguito ravveduto (anzi, direi più precisamente che continuo a ravvedermi, che la lotta si rinnova quotidianamente) e se ti scrivo è soltanto in virtù di questa presa di coscienza, per invitarti ad accelerare i tempi. Devi smettere di credere alla poesia, insomma, soltanto in questo modo potrai cominciare a renderti degno di una sua visita. Sopportando davvero il pensiero che lei non ti cerchi affatto, magari. Da parte mia, in tutto quello che ho scritto finora mi sono impegnato per inserire questo veleno salvifico, questa paradossale istanza di autodistruzione. Sapere di non contare nulla, di non avere un pubblico reale, di dover anzi smascherare ogni volta un pubblico fittizio composto da rivali o da artisti falliti è il primo passo di avvicinamento all’ascolto della poesia. Lo senti davvero, tu, questo vuoto sulle spalle? Lo senti l’attrito di questa insensatezza quando muovi la penna sul foglio? Ne fai un’ulteriore occasione di eroismo personale oppure hai davvero abbracciato questa vanità, tuffandoti e infrangendo la tua immagine, mio caro Narciso? No, dai, lo so che in pubblico non ti sei mai compiaciuto, lo so che sollevo una questione sottile, sottilissima, quasi impercettibile, che riguarda le pieghe recondite della coscienza… Ma questa è l’aria dell’epoca che ci tocca respirare, se rinunciamo all’illusione consolatoria di cui sopra. Questo è il duro punto di partenza. Un punto di partenza, per l’appunto. Con questo siamo già al risvolto più luminoso, infatti, perché, vivaddio, accade che la poesia arrivi, che la riconosciamo in qualcuno, talvolta. Poco importa che non sia il nostro nome, magari, ad assecondarne il passo, quel che conta è sentirne la voce, all’improvviso, e rassicurarci sulla sua reale esistenza. No, la poesia non è la società nevrotica dei pretendenti poeti. Essa giunge e si mostra, si giustifica da sé, in qualunque forma si dia. Non c’è sede editoriale, non c’è carriera, non c’è giuria che la garantisca. Ti capita ancora questa esperienza o i terremoti con cui la letteratura si manifestava durante l’adolescenza sono ormai dei ricordi? Se così fosse, sei un falso poeta, già morto, e quel che scrivi è mera pornografia, pura nostalgia di quel desiderio che fingi ancora di provare, mentre non fai altro che perfezionare tecniche compensative. Pensaci. E, continuando a pensarci, rileggi i tuoi versi, così bellini, così presentabili o così provocatori. Rileggi anche gli incoraggiamenti che ti hanno mandato, risenti le voci dei molti amici superflui che hai incontrato, annusa la traccia delle mani che si sono appoggiate sulla tua spalla per incitarti. E vergognati, e sentiti nauseato. Soltanto adesso potrai, forse, accogliere la sfida. Riprendi quindi il foglio, smentiscimi con un canto che non chieda giustificazioni. Zittisci tutto il frastuono esterno e interno alla coscienza. Ma non spedirmi niente, io comunque non ti leggerei più. Infila tutto in un cassetto segreto. Attento, questo è il momento più delicato, perché devi rinunciare ancora una volta alla presunzione. Dimentica il tuo capolavoro, per qualche anno, e ricomincia a vergognarti e a nausearti. Non parlarne con nessuno, perché altrimenti la tua disciplina è fasulla. Ci incontreremo ancora, tra qualche anno, forse. Molto più probabilmente, invece, questo non accadrà. Qualcuno di noi avrà cassetti rimasti felicemente vuoti, o li avrà riaperti e svuotati nel frattempo, sorridendo serenamente di sé. È quello che auguro da anni a me stesso e che auguro adesso anche a te, mio caro Poeta Giovane.

Atelier, n.51 – Autunno 2008.

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Written by matteofantuzzi

22 ottobre 2008 a 21:12

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7 Risposte

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  1. ringrazio marco. un piccolo inciso mio: questo non significa “non fare”. credo sia necessario continuare come già si è fatto per i cosiddetti Settanta ad analizzare il nuovo, e sono convinto che dalle ultime infornate possano uscire opere. il più è che sia possibile il dialogo e che determinati sistemi evitino di inquinare il territorio con operazioni campate in aria.

    matteofantuzzi

    22 ottobre 2008 at 21:24

  2. Detto per inciso che non si pubblica
    azni si muore di fame.Io scrivo da più di deci anni testi miei sono andati sullo specchio,lietocolle pagine ecc…Il problema è che a parte i settanta e qualcosa dei novanta si pubblicano i “marietti”
    i vecchi e i tiranni della costa-torre-d’avorio(che di tiranno hanno solo l’essere maestrini grammaticali di chi come me saprebbe anche scrivere,o siamo la.Bukowski non era eccentrico non era byron non era campana non era pound .Era un grandioso “figlio di puttana” che rendeva il raccontino poesia ciò che di vero si vive e io un pò ci somiglio.
    Naturalmente a parte:”oceani suicidi della notte” e il mondo sitrascina ariva,non aveva meamche mel suo essere lirico unatraccia di lirismo.Posto ciò l’accademia della crusca non ha anora chiuso e questo fa male a chi la frequenta ma a me che scrivo non mi tocca nemmeno da lontano.E’ la mafia e lo dico io che sono siciliano,che impedisce la pubblicazione di un gggiovane -per dirla alla moretti-,o comunque sia di chi sa scrivere e vine defraudato del potere di “campare” di quello.

    a voi se volete il commento,

    bellavia marcello

    anonimo

    23 ottobre 2008 at 17:24

  3. piano marcello…
    parlare di mafia è come gettare benzina su un fuoco che è già decisamente esteso.
    partiamo da chi è “virtuoso”: qualche esempio ? franca mancinelli sta vincendo parecchi premi opera prima. ha pubblicato per manni. idem molti premi per fabio franzin, ed. le voci della luna. atelier ha la sua collana dove pubblica a gratis gli autori nei quali crede. pequod secondo me sta lavorando benissimo. certo non saranno settantamila case editrici, ma se vali prima o poi lo spazio giusto la poesia lo offre. bisogna proporre l’opera, questo decisamente. io di simoncelli mi ricordo l’opera, di pagliarani mi ricordo l’opera. e via così…

    matteofantuzzi

    23 ottobre 2008 at 21:06

  4. matteo carissimo sono un tuo lettore
    da circa 4 anni e mi conosci anche se ti sei scordati di me.io non sopporto chi per lavorare soffoca chi scrive o lavora solo di quello
    cioè letterine su come scrivere meglio quando s’accentra tutto il potere e redige e intendo sul serio solo chi secondo lui -e neanche- vale.Matteo io scrivo la vita vivo di quella sudo faccio l’amore ,respiro solo ed unicamente per quella,non solo io scrivo e anche bene.Ora a parte la biagini se pur nconcludente nel senso gnoseologico del verso a me va bene;ma rondoni, de angelis,
    e quant’altri e compreso-mi spiace dirlo – osti.Si dica a Merlin che a parte la simpatia con davoli che seguivo prima “non è la lametta che getta luce sul buio” -e se lo ricorderà è un suo verso- a ricordarci che signica “eternizzare la parola” a chi la scrive per i prossimo secoli o comunque vorrebbe appartenergli o gli apparterrà.

    sperò mi risponda presto,

    marcello

    anonimo

    24 ottobre 2008 at 19:16

  5. ma anche io sudo, faccio l’amore, la cacca… tutti la facciamo. il punto non è questo: permettimi, il discorso non viene solo da atelier, io in questi giorni sto ricevendo parecchi attestati di preoccupazione per questo testo di atelier, ma è anche poi impensabile che atelier vada avanti a fare in eterno e in maniera ubiquitaria l’analisi dei “gggiovani”. io credo sia anche salutare a un certo punto che certe analisi siano eterogenee, che emergano nuove riviste con redazioni serie (se sono serie) in grado di coprire quegli spazi che un determinato modo di fare poesia oggi non permette più. luned ero a padova con ladolfi e lui nella panoramica che faceva durante il seminario riguardante il novecento e il dopo-novecento faceva notare che i cucchi, de angelis, ecc. avevano già a 30 anni la possibilità di andare in mondadori, ecc. di avere la “distribuzione”, ma anche ora è possibile una “distribuzione”, la rete, coi 1000 difetti che ha, rende possibile a un testo di viaggiare ovunque, il più è che sia considerato tale, perché chi ci lavora dentro è serio e sereno.
    ma non possiamo considerare possibile un grande paiolo dove stanno tutti, così come non è possibile considerare un paiolo dove stiano solo “quelli che”, anche perchè io “quelli che” non li sto vedendo uscire, stanno nel sottoscala, perchè qualcuno consiglia loro di starci… e nel sotto scala le robe buone si ammuffiscono.
    io spero escano tanti di quei nuovi autori (non dico giovani) che fino a qualche tempo fa erano considerati il futuro, ma di cui oggi non si sa più nulla. e dall’altra parte mi auguro che chi ha avuto l’auge per una stagione si riconfermi presto. dalle buone opere prime ci attendiamo buone opere seconde… e via così.
    e se no si scappa all’estero, dove ti accolgono col tappeto rosso.
    ma rimango, saldamente, dell’idea che se un libro vale, se un poeta vale, può stare anche dentro a una miniera del sulcis e pubblicare sui tovaglioli del ristorante che per come è affamato oggi il sistema poesia di buona poesia nel giro di qualche settimana la cosa è risaputa, a tutti i livelli. morale: lavorare.

    matteofantuzzi

    26 ottobre 2008 at 09:25

  6. auguri, a proposito di piccole grandi iniziative a chiara de luca e alla sua casa editrice “kolibris” che porterà dall’estero in italia il meglio della nuova poesia internazionale.
    altro mio vecchio pallino tra parentesi, perché non cè dialogo tra noi e l’estero, e quindi saremo sempre considerati una poesia “minore” a livello internazionale se non riusciremo a fare sapere all’estero quello che facciamo. ça va sans dire…

    matteofantuzzi

    26 ottobre 2008 at 09:28

  7. grazie Matteo 😉
    penso che dare un’occhiata al di là del recinto ci farebbe bene…

    Chiara

    anonimo

    27 ottobre 2008 at 22:21


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