UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Replica a Berardinelli di Andrea Inglese e Andrea Raos

Ringraziamo Alfonso Berardinelli per aver risposto sul “Foglio” alla nostra lettera aperta. Lo ringraziamo, senza alcuna ironia, perché ha dimostrato così di credere ancora nel valore del dibattito culturale. Ha dimostrato che il confronto ha senso anche quando si annuncia aspro e scomodo. Anche quando nasce da un blog letterario e non sulle pagine di un qualche quotidiano o periodico di grande tiratura. Anche quando è proposto da persone che non possono far valere gli stessi suoi titoli, ma solo la bontà o meno dei loro argomenti. Le risposte che ci dà non ci hanno comunque convinto, ma ci indicano un percorso da compiere. Ci sollecitano insomma ad approfondire le nostre ragioni, questo ruolo di “passeurs”, di “spalloni della poesia” che per pura passione ci siamo trovati ad assumere. Cercheremo di mostrare anche sulle pagine di Nazione Indiana il valore e l’interesse di una certa corrente della produzione poetica francese.
L’impressione di Berardinelli è che questi autori scrivano testi inutili e che ripercorrano un vicolo cieco già battuto (lui pensa senz’altro al filone Tel quel e ai “teorici” dell’écriture). Certo gli autori che noi abbiamo proposto hanno una storia, delle eredità culturali in parte condivise; ma non sono degli epigoni. E si muovono in direzioni comunque diverse rispetto a quanto in Italia si fa. Nella sua controreplica, Berardinelli ribadisce per la seconda volta che queste poesie non lo convincono perché afflitte da una “indeterminatezza della forma”. In questa asciuttezza il suo giudizio diventa però insindacabile e anche non falsificabile: Berardinelli rifiuta di entrare nel merito, di spiegarci come e perché. Noi invece osserviamo due cose:
1. Sul piano generale, il discorso di Berardinelli potrebbe essere interpretato (se ci si attiene solo a quanto da lui detto nel suo primo articolo), come una pura e semplice difesa delle forme tradizionali contro tutta la modernità, a partire almeno da Duchamp. Perché no. Ma a quel punto due frasi non ci bastano, e leggeremmo col più vivo interesse un’argomentazione più approfondita. Se invece, come ci sembra più probabile, Berardinelli rifiuta ciò che – in modo del tutto aprioristico ed automatico – egli incasella nella tradizione della neoavanguardia come comunemente intesa in Italia (e da lui in più occasioni criticata), rispondiamo che questo non è vero, e che proprio questa distanza ci sembra uno dei maggiori punti di forza dei poeti in questione. E sarebbe allora del più grande interesse discutere dei limiti, della portata dell’innovazione letteraria. Nel suo secondo articolo, Berardinelli dice che l’”avanguardia” ha già dato tutto il poco che doveva dare. Non siamo d’accordo. Perché questo è vero di una certa parte della neoavanguardia italiana, in cui la sperimentazione è andata di pari passo con una prepotente opera di canonizzazione della stessa (la famosa “avanguardia museale” di Sanguineti), che è stata anche occupazione dell’accademia; ma non lo è di altre operazioni, condotte in parallelo o in seguito, che non hanno mai messo in sordina il proprio potenziale critico e che – piaccia o no a Berardinelli ed alla stessa avanguardia “ufficiale” – esistono, e continuano in forme sempre inattese (per l’Italia, vogliamo citare almeno Giancarlo Majorino, che Berardinelli stesso ha avuto occasione di lodare, e Giuliano Mesa – ben lontani dall’essere gli unici esempi possibili).
2. Più in particolare, vogliamo ribadire almeno due esempi di sperimentazione sulla forma (non semplice rifiuto della stessa) contenuti nel nostro dossier francese. Christophe Tarkos, che (vale forse la pena precisarlo) lavorava sull’avanguardia non dalle fredde aule di una qualsivoglia accademia, ma da una posizione di grave disagio psichico (una posizione, insomma, fortemente “esistenziale”), Tarkos, dunque, sottopone il linguaggio ordinato e razionalizzante agli stessi scossoni che attraversano la sua mente, costituendo una peculiare forma di dettato ossessivo attraverso iterazioni e parallelismi. La sua frase cresce a poco a poco e torna su di sé di continuo, dilatandosi, senza trovare mai vero compimento. La sua percezione sempre in bilico, sempre sul punto di sprofondare ed annullarsi, è al tempo stesso tentativo di “dare forma” ed ammissione del proprio scacco. Può piacere o no (ammesso che “piacere” sia il termine adatto in questo caso – lo era forse per Van Gogh? o per Amelia Rosselli, la sua pronuncia dissestata e percossa?), tutto si può dire – ma non certo che si tratti della stanca ripetizione di un ribellismo di facciata.
Eric Suchère – che potrebbe forse sembrare il più “informale” di tutti – compie in realtà un lavoro di un’estrema raffinatezza sulla scomposizione della forma. Questo aspetto è forse poco apparente nella pur ottima traduzione di Massimo Sannelli; lo legga, se ne avrà l’occasione, in originale, e vedrà dispiegarsi tutto il suo lavoro di microincisione sull’alessandrino. Il problema (qui si tocca un altro punto centrale) è che Suchère il suo lavoro lo compie a partire da suggestioni che riguardano non solo o non tanto l’eterno microcosmo della poesia, ma andando a cercare nuovi stimoli nelle arti figurative e nella musica contemporanea. Che non significa dire di ispirarsi all’avanguardia di tre generazioni fa (Stockhausen o lo stesso Duchamp trasformati – loro malgrado – in soprammobili da salotto buono) ma ai nostri contemporanei negli altri campi della creazione. Non è vero che non accade mai nulla, e che tutto si ripete; le innovazioni, gli squarci, gli slanci in avanti esistono, vengono dalle direzioni più impensate – basta volerli e saperli riconoscere. Da questo punto di vista lo scetticismo di Berardinelli, salutare cura di lucidità di fronte alle finte esaltazioni ed alla mortifera asfitticità degli anni Ottanta, ci sembra ormai fuori fuoco di fronte a ciò che, nel campo della nuova letteratura, realmente accade.
Il giudizio di Berardinelli ci ha sorpreso solo a metà, a dire il vero. Noi crediamo che la sua lezione migliore stia in due “qualità”: il gusto e un certo scetticismo. Mentre nel mondo degli specialisti universitari, il gusto è una prerogativa sempre più rara e a volte considerata del tutto superflua, Berardinelli ha continuato a difendere la necessità del gusto. Mentre nel frastagliato e variopinto mondo della poesia, il kitsch si diffondeva a macchia d’olio dietro formule altisonanti o liberatorie, Berardinelli ha saputo conservare una giusta, disincantata, distanza di fronte alla scrittura in versi. Lo scetticismo gli ha permesso inoltre di esercitare quella critica delle idee, che è momento culminante del saggismo che egli da tempo difende. E le sue lucide riflessioni su costumi, stili e dottrine della sinistra già all’altezza degli anni Ottanta sono stati per noi – erano per noi anni di formazione – un varco angusto e istruttivo.
Ma il gusto come lo scetticismo sono qualità anche “conservatrici”, soprattutto se non sono costantemente messe alla prova, fino al tradimento. Nel suo modo di parlare dei poeti francesi, di formulare il suo giudizio, a noi Berardinelli ha dato l’impressione di un atteggiamento pregiudiziale, di una rinuncia a mettere nuovamente in gioco le proprie categorie, di una mancanza di curiosità. Ma anche di autoritarismo, rifiutando di affiancare una qualche concreta dimostrazione al suo verdetto. E questa impressione è stata rafforzata dal passo in cui Berardinelli si chiede come sia possibile che testi simili siano stati messi in circolazione da una rivista come “Nuovi Argomenti”.
Berardinelli, abbiamo bisogno di critici che abbiano gusto e che siano severi. Non di padri castranti che si rivolgano ai responsabili della rivista per cui abbiamo lavorato invocando censure.
Ci rammarichiamo di una cosa, di un nostro errore. Per noi è triste che Berardinelli scriva sul “Foglio”, indipendentemente da cosa vi scriva. Ma forse nella nostra lettera a Berardinelli non avremmo dovuto esprimere il giudizio negativo sul “Foglio” e questa nostra amarezza. Ciò ha scatenato nei commenti alla nostra lettera un processo di condanna o assoluzione, relativo a questa collaborazione. E Berardinelli ha dedicato una buona parte della sua risposta al nostro scritto per “giustificare” i motivi della sua scelta, rispondendo ad un attacco personale che gli era stato rivolto in un commento da una lettrice. Altre erano le nostre perplessità, meno legate alla persona, e più alla sua funzione e al contesto in cui essa si esercita. Una riflessione utile (che la nostra frase di partenza sottintendeva) dovrebbe interrogarsi piuttosto su questi punti:
1) perché qualcuno come Berardinelli (che ha scritto quello che ha scritto, che ha la storia che ha) è finito a scrivere per un quotidiano diretto da Giuliano Ferrara? La variegata stampa di sinistra ha qualche responsabilità in questo?
2) Può un critico separare senza alcuna conseguenza l’universo dei temi cosiddetti “culturali” da quello dei temi cosiddetti “politici”, sostenendo che i due possono vivere in completa e tranquilla indipendenza?
3) Il fatto di collaborare per un quotidiano di cui non si condivide la linea politica non condiziona in nessuno modo ciò che uno, come critico, può scrivere?
Ci rendiamo conto che anche per molti dei nostri coetanei queste domande suonano bizzarre, quasi inintelligibili. È che l’orecchio nel frattempo si è fatto sempre più apolitico. Non il suo, Berardinelli, che si è formato anche su Fortini. E infatti anche se l’attacco era grossolano e aprioristico, lei ne ha comunque riconosciuto la pertinenza, fornendo una giustificazione pubblica.
In quella famiglia culturale della sinistra a cui poco ormai la lega, avrebbe potuto giocare il ruolo utile, costruttivo, dell’ospite ingrato, subendone però le conseguenze, i contraccolpi e le repliche, le smentite e gli equivoci. Presso la famiglia che ora la accoglie e le offre lavoro, rischia invece di essere solo graditissimo commensale. Quanto a noi, condividiamo con lei la colpa, la colpa insita nel venire ogni giorno a patti con una società di cui detestiamo molti aspetti, aspetti di cui non ci rassegniamo ad accettare l’ineluttabilità. Ma l’isolamento (così lo chiameremmo, piuttosto che solitudine), quello ci auguriamo che non ci riguardi: dentro la famiglia della sinistra, noi continueremo a muoverci assieme ad altri, di generazioni e provenienze diverse, tessendo relazioni e amicizie, rinnovando occasioni d’incontro e d’insoddisfazione, condividendo progetti e lotte, scambiando quel tanto di esperienza e di immaginazione utopica che ancora ci rimane.
A questa lettera, aggiungiamo come postilla una citazione di Pier Vincenzo Mengaldo, rivolta più che altro ai nostri compagni di strada e lettori di sinistra. La morale è questa: i compromessi si sono sempre fatti, ma nella piena e scomoda consapevolezza di farli. Oggi li facciamo, ma dimenticandone, con uno scuotimento di spalle, il peso inevitabile (e necessario). “Una posizione coerente da parte ‘degli antichi romani’, per usare la spiritosa etichetta di Cases, vorrebbe che non si scrivesse sulla ‘terza pagina’ di un giornale di cui non si condivide affatto la linea politica della prima. Naturalmente così non è stato e non è: quasi tutti, a cominciare dal sottoscritto che non è precisamente un antico romano, abbiamo derogato a quel principio, e non sempre per vile compromesso ma spesso con buoni argomenti ed esiti apprezzabili (ricordo in particolare la collaborazione ‘rivoluzionaria’, ma per questo a un certo punto bloccata, di Fortini al ‘Corriere’); o anche per la semplice coscienza che i padroni del vapore ti lasciano dire ogni cosa sulle pagine culturali, tanto non contano niente: certo purché non si passi, come Fortini con l’invasione statunitense di Grenada, il limite. E questo vale anche in partenza. Sarà difficile ad esempio che nel giornale x, parlando con la dovuta ammirazione dell’ultimo romanzo di Oz o di Yehoshua, io possa attaccare a fondo – e non sarebbe una divagazione – la politica dell’attuale governo israeliano; o forse mi censurerei io per primo, nel timore di essere infamato, per il riflesso pavloviano oggi vigente, come antisemita, macchiando così la mia finora candida fedina. Non è il caso di insistere con gli aneddoti. Ma è chiaro che le cose sono due e non una. La prima già accennata, è che l’intiepidimento della critica, militante o no, in Italia è connesso con il preoccupante calo del suo tasso di politicità; ma il secondo è che la mala politicità dei giornali (non tutti, per amor del cielo) impedisce che si eserciti su di loro una critica che sia, come deve, anche critica politica.”
(Pier Vincenzo Mengaldo, La critica militante in Italia, oggi, in “L’ospite ingrato”, n°1 / 2004)

Da Nazione Indiana. 09.02.06

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Written by matteofantuzzi

30 settembre 2008 a 21:50

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5 Risposte

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  1. questa la lettera aperta da cui erano partiti inglese e raos (che ringrazio) http://www.nazioneindiana.com/2006/02/01/lettera-aperta-ad-alfonso-berardinellli/
    e questa la lettera di risposta di berardinelli sul foglio
    http://www.nazioneindiana.com/2006/02/08/gli-intellettuali-esistono-per-doversi-giustificare-e-berardinelli-lo-fa/
    molte delle questioni aperte sul nodo della critica in italia, soprattutto per quello che riguarda la poesia, passano da qui. della critica, quella vera e coi controcazzi abbiamo bisogno come il pane. speriamo bene. buona lettura.

    matteofantuzzi

    30 settembre 2008 at 21:53

  2. Credevo che la moda dei “processi” ai cantautori o agli uomini di cultura in generale (specie se noti, così da far brillare di luce riflessa chi criticava o attaccava) fossero un lontano ricordo del ’68 (anno in cui, tra l’altro, sono nato) … In quel periodo, l’uomo di cultura noto (o il cantautore o il regista ecc. ecc.) doveva essere una specie di S.Francesco laico, sennò: processo! … è evidente la posizione più moralistica che morale di Andrea Inglese e del compare di riserva indiana (che poi con gli indiani non c’entrano nulla, dato che tutta la cultura degli indiani – pellerossa – è una cultura mitica: dunque nulla a che fare con le posizioni sempre iper-ideologiche, a senso unico e ben riconoscibile e un po’ datato, di Andrea) … Sto con Berardinelli …

    Poi non si capisce perché, se Berardinelli scrive sul Foglio, Andrea Inglese debba essere triste … Forse perché la paga è un po’ più alta che sul Manifesto? Questo sarebbe un motivo plausibile …
    Penso che Berardinelli sia libero di scrivere dove voglia e di esprimere un giudizio che – già in quella forma sintetica – dice più di tante parole o frasi inutili … Sono d’accordo con Matteo sul fatto che la critica di un certo peso (specie se libera e non ideologica) debba essere molto più presente … Personalmente, credo che ne guadagnerei così da mettere alla prova il mio essere un poeta – oltre che un uomo di cinema e di scrittura cinematografica …
    Ma prima dei critici ci devono essere i poeti: domanda: ce ne sono troppi o troppo pochi?
    Meditate gente, meditate … (citazione da Renzo Arbore in chiave postmoderna , tanto per non scomodare Mengaldo che, se ricevette il mio primo ed unico libro, non si scomodò di una sia pur cortese risposta, benché la presentazione critica (elogiativa) l’avesse fatta il suo stimatissimo collega d’Università e poeta finissimo Fernando Bandini … Molti altri, invece, come Pietro Citati risposero con parole di notevole apprezzamento) …
    Ma sono più fiducioso sul secondo, quando troverò il tempo e l’occasione giusta per farlo uscire …
    Ecco, cominciamo forse da un po’ di educazione e di civiltà, se non altro perché spedire un libro costa ( rispondere, invece, molto meno) …

    Andrea Margiotta

    andreamargio

    1 ottobre 2008 at 00:52

  3. **riga 3= fosse …

    a.m

    andreamargio

    1 ottobre 2008 at 01:12

  4. di fronte alle sinfonie egotiche di margiotta appare certo ben misero il nostro artigianale quartetto d’archi (ma con elicotteri, se non altro).

    spero comunque che nell’eventuale discussione emergeranno le vere questioni che avevamo cercato di porre.

    e in ogni caso ringrazio di cuore matteo per l’ospitalità,

    andrea r.

    anonimo

    1 ottobre 2008 at 10:01

  5. Caro Andrea,

    una sinfonia dubito che possa essere egotica: suonano tanti strumenti …
    Ma potrebbe essere che io sia vasto e contenga moltitudini 😉

    ciao

    andrea margiotta

    andreamargio

    1 ottobre 2008 at 19:05


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