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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Saba e la terza dimensione.

Umberto Saba è uno dei grandi scrittori del XX secolo: dire questo di un celebrato poeta significa innanzitutto porre il problema del rapporto fra i suoi versi e le opere in prosa. Che è meno affidato, rispetto ad altre eminenti figure del nostro Novecento (da Montale a Pasolini, da Fortini a Sereni, da Zanzotto a Raboni), alla compresenza ormai quasi naturale fra poesia e critica letteraria. Lasciando da parte la qualità, che è quasi sempre elevatissima, se per Sandro Penna le prose narrative o di diario sono un accompagnamento alla poesia, per Cardarelli una forma di militanza culturale, per Caproni a volte il tessuto connettivo di una musica altrimenti frantumata, in Saba la prosa e la poesia si cercano e si fuggono, si commentano e si contraddicono, in una vicenda discontinua ma inestricabile. Nel complesso, è possibile che il Canzoniere sia artisticamente superiore all’insieme delle prose: ma se un colpevole istinto ci spinge a identificare un autore col genere letterario da questi più e meglio praticato, occorre ancora comprendere le vive modalità di un’interazione, le convergenze e le fratture che in alternanza prosa e poesia producono, e soprattutto le diverse intenzioni che la scelta di uno o dell’altro genere sperimenta e porta a compimento. Si tratta insomma di uscire definitivamente dal fronteggiarsi puramente intuitivo fra poesia e non poesia, e di cogliere in concreto come affidarsi a un genere o a un altro significhi per uno scrittore accettare in parte di predeterminare i propri esiti, e i propri messaggi. «Il Canzoniere è la storia (non avremmo nulla in contrario a dire il “romanzo”, e ad aggiungere, se si vuole, “psicologico”)…» (Storia e cronistoria del Canzoniere, p. 325): così il poeta, a metà degli anni ’40. Ma se il Canzoniere è anche un romanzo, per dir così, con armi improprie, colpiscono i termini con cui Saba ha proposto la propria opera narrativa in prosa, dai diminutivi Raccontini che accompagnano le ripide Scorciatoie, ai Racconti subito preceduti, nel titolo del 1956, dalla centralizzazione affettiva del termine Ricordi, fino a Ernesto, che è meglio – scrive Saba in una lettera del 1953 – far rimanere allo stadio di “romanzetto” incompiuto e calcolatamente postumo, affinché non corra il rischio di ammazzare l’intero Canzoniere. E pensiamo anche alla formula dubitativa e schermata di un altro titolo tardo, Quasi un racconto, col quale l’autore di apologhi in versi accetta solo in parte il ruolo di affabulatore morale.
Saba sembra preoccuparsi che la sua opera in prosa non getti troppa ombra sulla splendida pittura murale di quella poetica. Se questa è certo frutto di “un cuore in due scisso”, di una “serena disperazione”, lo è anche del «filo d’oro della tradizione italiana», e della «sublimazione» di cui Saba stesso parla nella Storia e cronistoria del Canzoniere. Se la poesia deve esser onesta, figuriamoci la prosa: che sembra infatti la sede delle verità più urgenti ed esplicite, anche se meno durevolmente “chiare”.  In più luoghi della sua opera, Saba ha scritto di non essere stato compreso nella sua effettiva grandezza perché in Italia Petrarca ha avuto più peso di Dante, perché “la vita” è sempre stata da noi fatta passare attraverso la letteratura, perché egli ha scritto una poesia di cose e non di parole. Nella Storia e cronistoria Saba attribuisce l’incomprensione al proprio «conservatorismo» formale, all’«autobiografismo» dell’«egocentrico», al «dilettantismo», all’«epicità» e «prosaicità» (pp. 115-18). Sono difetti che a Saba è fin troppo facile volgere in pregi, cambiando il “ritardo” accumulato in partenza dal poeta di Trieste in immunizzazione dalla nascita contro il vizio congenito. Tuttavia, sull’intera poesia sabiana c’è un giudizio nettissimo e, per quanto affettuoso, di grande severità, che sfugge a queste autoaccuse un po’ accomodate, e comunemente anche allo sguardo dei più attenti esegeti: «…il mio vecchio amico Saba, uno dei più degni fra gli amanti sfortunati della poesia di questi ultimi trent’anni, e fra quanti scrivono versi in Italia uno dei pochissimi dei quali valga ancora la pena di affermare che non sono poeti». Chi scrive è Giacomo Noventa, nel settembre 1947, in un articolo poi ricomposto in Caffè Greco (Noventa 1988, p. 404). Quel Noventa  che più volte, fin dal Principio di una scienza nuova pubblicato a puntate su «Solaria» nel 1934, poneva Saba nel Trio di coloro che, con Montale e Ungaretti, «sono tre versificatori, e non tre poeti» (Noventa 1987, p. 69). E perché mai, nell’ottica cattolica e antiidealistica del pensatore veneto, Saba non sarebbe un poeta?
Perché egli condividerebbe con Croce, Gentile, con i fascisti e gli antifascisti (i cosiddetti “virtuisti”) il «vizio diabolico […] che consiste nell’identificazione di Dio e mondo, e di Dio e uomo, di Dio e Tizio, di soggetto e oggetto, di anima e corpo, di spirito e materia» (ivi, p. 275). Errore comune agli spiritualisti e ai materialisti, evidentemente. Non è un caso che un grande noventiano, Franco Fortini, abbia affermato che «per l’usometaforico di tutta la sfera del sentimento e della rappresentazione, Saba può esser fatto rientrare nel simbolismo europeo»; pur affrettandosi ad aggiungere «ma solo in questo, e molto ristretto, senso. […] in Saba c’è una resistenza dell’oggetto a fondersi nel soggetto» (Fortini 1981, pp. 49-50). Fortini sottrae definitivamente Saba alla vulgata dei neorealisti del secondo dopoguerra, che ne avevano fatto un poeta “sociale”, ma al tempo stesso rivendica per lui l’assenza del vizio diabolico della cultura italiana, astratta e idealistica, volenterosamente portata a tiranneggiare il proprio oggetto.
Per Saba la poesia è una gabbia cristallina, trasparente, ove esibire la propria delicata crudeltà. La gabbia è garanzia di tenuta e di alta sospensione, è il Privilegio di cui si parla in un componimento delle Varie risalenti alla Seconda Guerra mondiale, subito prima del necessario e comprensibile bagno di unanimità della liberazione. Ma la gabbia poetica è anche il recinto che ci esilia, il luogo prestigiosamente delimitato che attira gli sguardi, invoca sia una cura sia una censura, un atto d’amore e una reprimenda. Saba, secondo il celebre Secondo congedo di Preludio e fughe, ha il cuore «in due scisso»: fra il padre ariano e la madre ebrea, fra il seno dolente di questa e quello “buono” della nutrice, fra la moglie Lina e le fanciulle, e fra queste e i giovanetti, fra la Libreria antiquaria (le parole morte, ma autorevoli) e l’osteria o il teatro (parole vive, plurivoche e non prestabilite, ma anche triviali). La poesia italiana, il bel canto a volte un po’ frusto e di derivazione melodrammatica, gli servono come punto d’arrivo di un’identificazione e unificazione di sé, a partire dall’esperienza: l’italico idioma poetico dell’attardato periferico diventa con crescente consapevolezza – che davanti a nulla si ferma, né davanti all’estrema bruttezza dell’Autobiografia né davanti all’estrema bellezza delle Fughe – la sede ove l’Io psicologico si ricompone, fra tradizionalismo colpevole e vittoriosa quotidianità.
Ecco perché nella propria Storia e cronistoria Saba accusa così insistentemente i critici e i lettori di incomprensione nei suoi confronti. Il poeta si è dato in pasto quasi gratuitamente, ovvero al costo zero della leggibilità, per essere restituito in uomo unanime e accettato (“digerito”, per continuare la metafora insieme antropofagica e libraria): ma il dono è stato trascurato, la maternità sabiana, incinta della nuova Italia, non ha visto legittimati i propri parti. Saba si è messo in piazza, o in una gabbia da uccellino canoro: ha desublimato la donna letteraria, riconducendola a un’animalità sordamente operosa, querula e possessiva; ha cantato la propria crisi coniugale; ha svelato la propria fissazione omoerotica sull’adolescenza. E tutto ciò non è stato interpretato come universale fragilità degli uomini, ma come debolezza di un isolato verseggiatore. Saba non accetta di essere stato ignorato nei suoi veri peccati e accusato della rude, italiana naturalezza (si pensi alla sua fantasia sull’endecasillabo, che sarebbe connaturato agli italiani) con cui li ha sublimati e porti. Giacomo Debenedetti ha scritto che la poesia, essendo per Saba figura di madre, è stata per lui un “grembo” riparatorio, capace di fronteggiare «una storia oscura, accennata più nei sentimenti che nei fatti, di perdoni materni non concessi». E aggiunge: «Non parrà strano che un uomo di questa specie abbia sentito il bisogno di rendersi adulto, e sia andato continuamente a cercarsi nuovi maestri di spregiudicatezza e di coraggio. È però sintomatico che se li sia sempre scelti tra i più famosi “cattivi maestri”. Era una sua istintiva astuzia per non imparare, per mantenersi nella situazione indifesa ch’è indispensabile alla nascita della sua poesia» (Debenedetti 1963, pp. 41-42). L’asserto debenedettiano merita di essere continuato. Incompresa, la poesia di Saba lo è stata da subito; e questo perché, anche come “madre”, è stata ritenuta insieme troppo vestita (di cascami convenzionali) e troppo poco (delle opalescenti velature ermetiche).
C’è senz’altro, in Saba, il desiderio di denunciare sua madre, di esporla, additandone le colpe, attraverso la vistosa – troppo poetica o troppo prosastica – sua traduzione. I tanti, troppi errori di sovraesposizione compiuti dapprima con le Poesie del 1911 e poi soprattutto col Canzoniere 1921 lo stanno a testimoniare: Saba chiama sulla propria poesia autobiografica l’accusa dei contemporanei, la «storia oscura» irradia una quantità sospetta di illuminazioni, poiché la chiarezza della confessione non è mai abbastanza cospicua e la verità interiore chiede la legittimazione di troppi episodi poetici. Così la madre è nobilitata e insieme incolpata (resa incolpabile) della sua necessità, di essere quel contenuto di quella forma. Ai bagni penali di umiliazione e colpa Saba fa seguire, alternandole, le sue Cose leggere e vaganti, le sue leggiadre Fanciulle, le sue Fughe: è la parte dovuta al padre “assassino” («Mio padre è stato per me “l’assassino”», secondo il 3° sonetto di Autobiografia), fuggevole e inadempiente, e perciò stesso corrivo alla frivola evanescenza del mondo, anche di quello morale,che invece – maternamente – richiama e trattiene, identifica e delimita, imponendo rinunce. Saba ha coltivato i cattivi maestri anche per poter scontare la propria cattiveria acquisita, le proprie tendenze “assassine” e centrifughe rispetto a quel grembo consanguineo ma severo. Figlio in due scisso e degenere, fino a sentire colpevolmente l’alleanza con la parte virile di sé, Saba mantiene con la spietatezza delle “verità” tratte da Weininger e soprattutto da Nietzsche e Freud la possibilità di essere giudicato reo ed escluso dalla calda vita cui pure aspirerebbe. I non concessi perdoni materni sono sempre in dialettica con quelli concessi.
E la prosa spara su ciò che la poesia fa trasparire nella colpevole innocenza della forma. Esporsi nella propria gabbia equivale a voler essere accudito e relegato, nello stesso gesto. […]

Da Paolo Febbraro, “Umberto Saba”, ed. Alberto Gaffi, Roma 2008.

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Written by matteofantuzzi

20 settembre 2008 a 14:57

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8 Risposte

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  1. ringrazio paolo febbraro: questo è l’incipit del lavoro dedicato a saba con un’ottima analisi per quello che riguarda la forma, intendo per la parte estratta. sicuramente tutta questa smania di comprendere il contemporaneo non può e non deve farci dimenticare il Novecento, da cui veniamo e a cui dobbiamo tanto.
    un piccolo inciso. questo libro è (come parecchi altri del catalogo) copyleft nonostante sia uscito da pochi mesi. è possibile scaricarlo sul sito dell’editore. chapeau.

    matteofantuzzi

    20 settembre 2008 at 15:01

  2. Grazie della lettura e della segnalazione.
    alfonso petrosino

    anonimo

    21 settembre 2008 at 12:12

  3. Vorrei tessere un parallelismo tra l’uso della prosa e l’uso della poesia, per quanto concerne lo sviluppo del dire- mascherato, mai casuale. Il diario, e ancor di più il romanzo hanno corde lunghe, che se tagliate non suonano più. E hanno tempi formati in quell’onestà della quale parlava Febbraro. Tempi di sviluppo, e di trama, non sempre biografici, comunque paralleli all’inferno del raccontare. A me succede, quando inizio una nuova storia, quando ne cerco le linee principali, di spendere la maggior parte delle energie nel capire i personaggi che devo affrontare. Come quando nella vita, devo fare fronte alle persone che mi separano da un determinato “evento”. E’ come se dovessi-volessi scalare un monte di anime per giungere nel punto in cui potrò piantare il chiodo e tendere il filo. Perché la cosa che cerco di tenere presente è che altri proveranno ad usufruire di quel passaggio, e si faranno il loro viaggio sul filo della scrittura. Quindi è nuova terra, è una conquista, e se è un poeta ad andarci per primo, a smettere per un po’ i panni privati della voce, il viaggio sarà raccontato con profonde identità. Magari con pause più lunghe, con più respiro. Credo che la poesia, possa diventare un luogo nuovo, in questo senso, solo attraverso una periodicità ampia, recuparando prima la pagina, e poi il capitolo. Sommando e non sottraendo, senza avere paura di credere in quel che succede. La differenza è nella mappa, nel mettersi ogni giorno sul sentiero che ci consuma le suole. E’ nel continuare il passo, ben oltre il punto, dove sono i cartelli a dirci che possiamo andare. Recuperando l’esperienza dell’errore, ognuno col suo sguardo a far da nemico e da compagno. Recuperando l’immaginazione.

    (come una macchia dalla terra nata
    che in se la terra riassorbe ed annulla)

    grazie
    GC

    anonimo

    21 settembre 2008 at 12:33

  4. Non piovono pietre, ma…segnalazioni[..] Anno Zero: Come si umilia un bambino Allo sbando Un interessante articolo di Giadanila Alla festa dei senza fissa dimora da Simona Vinci In tuttoblog: Manifesto degli scienziati antirazzisti 2008 La delusione genera consenso Da Patrizio S [..]

    Soriana

    22 settembre 2008 at 11:55

  5. saba in questo è fondamentale, nel rapporto tra prosa e poesia, nell’andare oltre certi punti fermi ad esempio del sette-ottocento, saba nel suo mondo abbastanza isolato è riuscito a fare della propria distanza una forza che ha in qualche modo e molto condizionato. e da qui si può passare direttamente a montale. per esempio.

    matteofantuzzi

    23 settembre 2008 at 19:01

  6. (poi se anche febbraro vuole integrare con grande piacere)

    matteofantuzzi

    23 settembre 2008 at 19:02

  7. Ringrazio Fantuzzi per aver scelto un brano del mio libro su Saba. In effetti, fra le cose che mi avevano interessato, scrivendo, c’era il rapporto in Saba fra la prosa e la poesia, di solito così tirannica e narcisistica, accentratrice. ma Saba è un grande prosatore: la Storia e Cronistoria del Canzoniere, alcuni racconti, le Scorciatoie, Ernesto, sono fra le pagine più belle della nostra letteratura del primo Novecento, periodo a sua volta fra i più densi e ricchi della nostra intera tradizione. Proprio Saba, che per motivi emotivi (il rapporto con la “legge” ebraica della madre) e geoculturali (la nascita nella periferica Trieste) ha avuto così tanto bisogno di scrivere una poesia-poesia, ovvero una poesia immediatamente riconoscibile come poesia e come italiana, beh proprio lui è stato anche un prosatore acuminato, sorprendente, autoanalitico, denudante. Per questo ho parlato di “terza dimensione”. Oggi il Saba poeta e il Saba prosatore possono dirci forse quanto sia impegnativa (e tutt’altro che ovvia, o corriva) l’autobiografia, e, al tempo stesso, quanto essa sia fatale, inevitabile. Ci dice che i generi letterari esistono, eccome, proprio nella capacità di non mischiarli, e di saperli giocare tutti, o quasi: la poesia, la narrativa, il teatro, la saggistica, l’aforisma, la prosa di memoria. L’appartato Saba, il ritardatario, rischia di apparirci come uno degli scrittori più intelligenti del Novecento. E pensate all’ultimo Montale satiro e bofonchiante, confrontato con l’ultimo, radioso Saba. Un saluto, P.F.

    anonimo

    23 settembre 2008 at 21:36

  8. veramente bello.. Grazie del regalo Paolo.
    luca paci

    anonimo

    25 settembre 2008 at 16:44


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