UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Se la missione della poesia è raccontare  (da Atelier n.50)

Forse la domanda, oggi raramente posta: «Per quale motivo abbiamo la presunzione di credere che il nostro lavoro serva?», basta a produrre un verso solido e rigoroso per produrre un lavoro degno di finire tra le mani dei (sempre troppo pochi) lettori di poesia? O c’è anche altro? E sinceramente: «È scontata questa domanda?». Non credo proprio.
Gli ultimi vent’anni del Novecento e anche questo primo decennio del Duemila stanno dando ampi spazi a un lavoro poetico talmente autoreferenziale da risultare (quasi) sorprendente. Eppure, nonostante questa tendenza si insinui anche nelle ultime generazioni, non mi sento di attribuire particolari colpe ai grandi autori, quanto piuttosto alla cattiva comprensione degli stessi da parte dei mediocri poeti.
Sarebbe infatti difficile non constatare che (per citare due dei certamente più solidi autori nati negli Anni Sessanta), sebbene i libri di Antonio Riccardi (1) o di Giancarlo Sissa (2) partano da vicende personali o famigliari, la chiave della lettura dei loro testi velocemente piega verso una caratterizzazione esemplificativa delle vicende narrate («In quest’anno Novecentotrentasei / gli elettrotreni / primi veicoli dell’età dinamica / — le fabbriche di Sesto San Giovanni / sono l’Italia, sono la Nazione —») (3), la condizione raccontata insomma non è unica e privata, ma popolare: raccontare quelle vicende significa fare conoscere una realtà non specifica ma riferita a un periodo storico e ad una condizione sociale (è la stessa modalità con cui ad esempio si può leggere Il disperso di Maurizio Cucchi) (4).
Ora per quale motivo tutto questo non avvenga in ampi strati dell’ultima Poesia che vediamo nelle riviste o in libreria è forse, oltre alla cattiva interpretazione, una deriva della sospetta “corsa alla forma” che sostituisce così la ricerca della sostanza, della denuncia che possiamo comunque vedere viva altrove, penso ad autori come Flavio Santi (5) o Davide Brullo (6), penso a Mario Desiati (7) solo per concentrarci sulle ultime, ultimissime generazioni.
Raccontare per la Poesia e per la Letteratura in generale, infatti, è fondamentale ed è pratica quotidiana in molte nazioni: penso al Centro e Sud America, penso all’Europa Orientale, là insomma dove ce n’è più bisogno, dove è necessaria la denuncia dei crimini e degli abomini. Ecco che in quei luoghi la Poesia sale in cattedra e diventa strumento di lotta e controcultura, diventa opposizione ai regimi e solo per questo motivo arriva davvero in maniera efficace alle persone, al loro cuore, tanto da essere fruita da molti, da riempire gli stadi (senza dimenticare, rapido inciso, che proprio in quei luoghi la Poesia è anche motivo di carcerazioni, pubbliche condanne e morte, fatto che da noi, con “questa Poesia”, sfiora l’utopia).
Certo non è necessario che la Poesia divenga nella propria totalità braccio armato, ma è chiaro che, se una forma può penetrare le coscienze, questa è proprio la sua espressione più alta, la Poesia appunto: dal fronte e la follia della guerra descritti da Giuseppe Ungaretti, fino alle immagini della strage della stazione di Bologna raccontate da Roberto Roversi, ma anche dentro ad un libro “documento” e “testimonianza” come Bassa stagione di Gianni D’Elia (8). Ecco che la dimensione storiografica, quando sale in cattedra, diventa strumento efficace e tremendamente, spietatamente concreto, come accade ad esempio nella dimensione della testimonianza sociologica che va dalla descrizione della malattia, spesso di tipo mentale (Merini, ma anche Ottieri (9) nell’efficace racconto della depressione) alla condizione degli ultimi e degli emarginati (Alborghetti) (10).
Raccontare l’umanità attraverso il singolo uomo senza cadere nella pietosa e sterile descrizione di se stessi rimane insomma per questo nuovo millennio della Poesia, a mio avviso, l’obiettivo principale per non finire in una sorta di ovattato luogo impersonale, dove giorno dopo giorno rischiamo di ricacciarci se riproporre le nostre miserie e a non fare piuttosto emergere le capacità e le eccellenze, la qualità. Anche in questo senso la Poesia deve rivestire un ruolo conoscitivo, facendo percepire a tutti noi che cosa salvare e che cosa invece lasciare galleggiare nella norma, perché troppa carta non venga sprecata, perché troppe parole non vengano disperse.

NOTE

1 ANTONIO RICCARDI, Gli impianti del dovere e della guerra, Milano, Garzanti 2004.
2 GIANCARLO SISSA, Il mestiere dell’educatore, Castelmaggiore, Book 2002.
3 ANTONIO RICCARDI, Gli impianti del dovere e della guerra, op. cit.
4 MAURIZIO CUCCHI, Il disperso, Milano, Mondadori 1976.
5 FLAVIO SANTI, Il ragazzo X, Borgomanero, Atelier 2004.
6 DAVIDE BRULLO, Annali, Borgomanero, Atelier 2004.
7 MARIO DESIATI, Le luci gialle della contraerea, Faloppio, Lietocolle 2004 e in Nono quaderno di poesia italiana, Milano, Marcos y Marcos 2007.
8 GIANNI D’ELIA, Bassa stagione, Torino, Einaudi 2003.
9 OTTIERO OTTIERI, Tutte le poesie, Venezia, Marsilio 1987.
10 FABIANO ALBORGHETTI, L’opposta riva, Faloppio, Lietocolle 2006.

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Written by matteofantuzzi

13 settembre 2008 a 10:29

Pubblicato su Uncategorized

18 Risposte

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  1. questo era il mio contributo all’ultimo numero di atelier (anche se è già in stampa il 51): ringrazio tutti gli attestati di stima, simpatia e stupidera avuti in questi giorni per il camaiore. ne approfitto anche, non lo avevo ancora fatto pubblicamente anche per non usare i cacchi miei nel post/convegno sotto che kobarid ha esaurito la 1a edizione e proprio in questi giorni si è stampata la seconda, quindi tra una settimana al max sarà di nuovo possibile averla. anche qui siamo andati davvero contro ogni più rosea aspettativa perchè mai avremmo né io né raffaelli pensato di esaurirla ad agosto (dove tra parentesi le tipografie sono chiuse…), e comunque mai e poi mai così in fretta.

    comunque davvero davvero grazie a tutti.

    matteofantuzzi

    13 settembre 2008 at 10:34

  2. nonostante io sia menzionato, mi permetto un commento che si allinea in una sorta di O.T
    .
    “Raccontare l’umanità attraverso il singolo uomo senza cadere nella pietosa e sterile descrizione di se stessi” vede anche
    – Kobarid di Matteo Fantuzzi e
    – Made in Italy di Simone Cattaneo.

    Due diverse facce della varia umanità (che vince o perde), due poesie che all’estero venderebbero come il pane e che da noi – pur con numeri e attestati di riconoscimento validissimi – non trovano sbocco quel gradino piu su, altrimenti detto grande editoria.
    Ed è un peccato.

    fabiano alborghetti

    anonimo

    13 settembre 2008 at 18:18

  3. ciao matteo, hai visto tuttolibri?

    Matteo Poletti

    anonimo

    14 settembre 2008 at 02:29

  4. Tema molto spigoloso e di non facile lettura, in rapporto alle risposte che si possono fornire. Non basta, a mio avviso, parlare dei “problemi” del nostro tempo quando questo si limita alla loro rappresentazione mediante la scrittura in versi: spesso la denuncia, in questo caso, rimane all’ombra del potere, è quasi simile a quella soglia “democratica” (che non è altro che una rappresentazione e non una rappresentanza in senso politico) del voto di dissenso… se non ci fosse nessun voto di dissenso il potere non potrebbe continuare a nascondersi sotto le mentite spoglie della “partecipazione” democratica… tanta poesia cade in questo movimento. Insomma, il problema non è solo se basti scrivere preoccupandosi della forma e basta – altro problema è quello della convinzione che basti narrare quello che non va.
    Io penso che l’esempio più alto di poesia che possiamo dire civile sia quello di De Signoribus, e soprattutto del primo De Signoribus: in quei testi gran parte si gioca sul problema di una forma “sghemba”, che denuncia “posture”, slogature, torsioni che biopoliticamente ineriscono al corpo stesso e alla voce che ne fa parte, del poeta e dell’uomo… la politica, diventata appunto biopolitica, passa attraverso meccanismi “micropoteri” sempre più impercettibili… il problema non è (solo) nei significati e nelle immagini ma nel medium della lingua… e lì si gioca la partita più importante…

    andrea ponso

    anonimo

    14 settembre 2008 at 13:28

  5. sarebbe anche interessante capire andrea, e inserisci bene il nome di de signoribus che è un poeta che troppo spesso si omette nelle analisi, se si può reputare ancora oggi “possibile” la forma della poesia civile, o non si dovrebbe in un certo senso portare avanti un modo piuttosto “sociale” di intendere la poesia con il rischio costante (assolutamente da evitare) di sfociare nel retorico, come bene dici. la lingua anche in questo senso gioca un ruolo fondamentale, non è solo uno strumento, ma in un certo modo un fine tanto quanto la sostanza del detto. o almeno: così dovrebbe essere, certamente tra le generazioni esistono esiti nettamente differenti, e anche su questo bisognerebbe ragionare partendo necessariamente da nomi e opere.

    *

    piccolo inciso personale, grazie per la segnalazione di tuttolibri, se vedete qualcosa in giro soprattutto nel cartaceo e me lo fate sapere vi ringrazio, credo che le idee di base che muovono me e cucchi siano differenti, ma anche questo è il bello della poesia, d’altra parte credo abbia sacrosanta ragione (ma qui mi accodo anche a quanto scritto da ponso) per quello che riguarda lingua + verso, credo che sia necessario dopo i primi lalli asciugare certe iperboli, e che nel mio caso certe storture vadano sempre curate con grande attenzione. se i critici criticano non è mai nulla di male anzi prezioso e costruttivo.

    matteofantuzzi

    14 settembre 2008 at 22:42

  6. ps. ottimo il libro di simone cattaneo, ho letto un’analisi di flavio santi e dice bene, poeta di cui si dovrebbe decisamente parlare di più e in questo senso le dinamiche della poesia a volte fregano. consiglio a tutti la lettura, e cercherò di parlarne anche io presto.

    matteofantuzzi

    14 settembre 2008 at 22:43

  7. Concordo con quanto detto da A. Ponso. Perfetto l’esempio di De Signoribus: addirittura penso che si possa addirittura un pò “forzare” il ragionamento nel discorso di Andrea, portando a dire che la questione si gioca si nel medium della lingua, ma nello specifico nei cortocircuiti che si vanno a creare tra narrazione – storia e biografia quindi – e ricadute “sostanzialmente” biopolitiche.
    Creare nuovi rapporti, o anche nuove derive – situazioniste, percettive, emotive – tra campo biopolitico e narrazione (che è il viatico che uno scrittore potenzialmente ha per leggere il senso e il linguaggio della Storia)… “questo è il problema”. Chi riesce a frequentare questo spazio liminoide, può dire a dare ancora molto. E molto di nuovo ma soprattutto contemporaneo, in poesia come in generale nella scrittura.
    L’esempio che fa Andrea è comunque molto calzante.

    Gianluca

    anonimo

    15 settembre 2008 at 10:06

  8. piccolo inciso personale, grazie per la segnalazione di tuttolibri, se vedete qualcosa in giro soprattutto nel cartaceo e me lo fate sapere vi ringrazio…

    🙂 Matteo, giusto ieri sera ho letto una tua poesia su un noto mensile femminile. Che non c’entra nulla con Kobarid e note al libro o alla tua poesia, ma mi andava di dirtelo.
    Ciao, congratulazioni per il premio Camaiore, contenta che il tuo libro stia andando alla grande.
    liliana

    anonimo

    15 settembre 2008 at 13:00

  9. (grazie liliana, ti abbraccio)

    sì gianluca, nonostante si stia perdendo il ruolo ad esempio su molte pagine culturali che oramai parlano per lo più di spettacolo e non ragionano più su sistemi maggiori, anche io credo che si possa e si debba recuperare una funzione, e che la poesia in questo possa fare molto. alla fine la questione è sempre quella di lavorare seriamente e serenamente e avvicinarsi alle persone. che sembra poco ma è una roba enorme.

    matteofantuzzi

    17 settembre 2008 at 19:38

  10. Vedo per esempio un aggregato d’idee prendere forma troppo nitidamente. In quanto instabili noi stessi di fronte agli accadimenti del nostro tempo, cerchiamo un nemico per dare forma a noi stessi. Credo invece che i riferimenti debbano essere interni, e che la retorica non sia da liquidare così in modo semplicistico, visto che è un arte da apprendere e da opporre ai qualunquisti. E’ vero che l’ombellico di ognuno non può essere il centro del mondo, ma è il centro di un mondo, che ha forma in quanto riesce a sfiorarne altri. Quindi proverei a rientrare nel verso, a ritrovare un invisibile perduto e solo dopo uscire e fare proclami, solo dopo elencare le nostre paure di dispersi. Perché in quanto poveri e divisi abbiamo l’idea dell’urugano nel cuore, ed è questo il centro, la nostra unicità.

    GC

    anonimo

    18 settembre 2008 at 15:08

  11. Il problema accennato della “retorica” è fondamentale: retorica intesa in senso tecnico (non come termine dispregiativo, naturalmente), è proprio in questi meccanismi che si gioca, nel linguaggio, il rapporto tra potere e singolarità, tra potere sulla vita e potere della vita (che è poi il nodo fondamentale della biopolitica)… come ho già scritto altrove occorre essere consapevoli che la stessa retorica, come mezzo, che scrive una poesia è quella che può scrivere anche una condanna a morte; su questo un punto fondamentale, recentemente, è stato toccato dal “Giulio Cesare” della Societas Raffaello Sanzio; mentre in ambito poetico, oltre al già citato De Signoribus, direi che l’esempio più alto potrebbe essere quello di Geoffrey Hill (è imminente un’ampia antologia curata dall’amico Marco Fazzini per Sossella, oltre alla pubblicazione di una serie di inediti italiani del suo ultimo libro che apparirà nella nostra nuova rivista “UR”, per le edizioni Diabasis, con mia prefazione e traduzione dello stesso Fazzini)…

    andrea ponso

    anonimo

    19 settembre 2008 at 07:52

  12. C’è un passo oltre il quale la parola si dissotterra e in qualche modo si ritrova nuda. Spesso noto la giusta lunghezza e l’impianto in poeti giovani e di talento, e pur comprendendo che il tipo di approccio è in qualche modo corretto, rispetto a quelle che sono le linee di un nuovo pensiero dominante, mi nasce nei tendini un lamento, un bianco cadere di vergogna, e capisco che di là non ci sappiamo andare con questi strumenti, con una logica che semina il senso in uno spazio costruito, benché invisibile e spesso (quasi) infinito. Allora mi sento imprigionato, anche leggendo, e la mia mente si sogna e tracolla. Ci sono credo delle vene sotterranee alle parole che portano un nutrimento rinchiuso di fianco al senso. E s’inceppano ogni volta che sappiamo andare e tornare dalle soglie del racconto e del significato. Allora se vogliamo narrare, dobbiamo recuperare una sorta di piano di sconfitta, che lasci lievitare il pianto dentro al fare. Mi pare che la carta serva a questo, a non ricordare, a non essere mai fino in fondo le parole che stiamo vivendo.

    GC

    anonimo

    19 settembre 2008 at 11:17

  13. io credo che ci sia anche da parte della poesia italiana un poco di “paura” ad andare verso queste cose, andrea citi hill giustamente, forse sarebbe interessante fare anche un simile discorso d’analisi su paul muldoon appena pubblicato in mondadori, la poesia italiana un poco tergiversa, anche tra i nuovi. ci gira attorno. e per me è un peccato (ma anche uno stimolo a fare)

    matteofantuzzi

    20 settembre 2008 at 15:06

  14. Ho preso il libro di Muldoon e lo sto leggendo, ma devo dire che, pur essendo un buon libro, mi ha un poco deluso. Hill è di un altro pianeta per profondità, consapevolezza e capacità di attraversare tradizione e postmodernità in maniera magistrale, fredda e incandescente ad un tempo… paragonabile in questo al nostro miglior Zanzotto, quello della trilogia, per intenderci.
    L’altro libro importante è poi quello di Ashbery uscito sempre per Sossella… era una vergogna assoluta che due nomi assoluti come questi non fossero praticamente conosciuti in Italia! Io sono convinto che questi due giganti siano anche migliori del pure ottimo Heaney…

    andrea ponso

    anonimo

    20 settembre 2008 at 19:58

  15. 36
    Gli scrittori hanno una grande responsabilità: quella di scrivere magnificamente, cioè di scrivere bene. Questa responsabilità comprende anche quella di essere veritieri. Incantare, divertire, affascinare, condurci fuori da noi stessi, tutto questo fa parte della bellezza. Ma c’è una responsabilità parallela: quella di cantare le realtà del tempo, lasciare una sorta di documento magico di ciò che hanno visto e sognato mentre erano vivi ( perché non possono farlo nella stessa maniera da morti), ed essere testimoni nel loro modo unico delle bellezze, della banalità e degli orrori del loro tempo.

    37
    Gli scrittori sono pericolosi quando dicono la verità

    38
    Gli scrittori sono anche pericolosi quando mentono

    39
    Siamo tutti testimoni

    Ben Okri da “La tigre nella bocca del diamante”

    Un saluto, Viola

    viomarelli

    21 settembre 2008 at 20:19

  16. già il punto 36 da solo basterebbe ad ammazzare un toro viola 🙂

    io cosa combinino ogni tanto a livello di poesia internazionale in italia… non so. syzmborska prima del nobel insegna caro andrea. il problema è che troppe volte pensiamo al nostro piccolo feudo, guardiamo se milano è meglio di roma, se c’è ancora qualcosa di buono a bologna… e avanti così. e intanto il mondo della poesia dialoga e noi rimaniamo a farci la guerra per qualche briciola. nonostante spesso potremmo proporre poesia interessante, anche tra le ultime generazioni (e potremmo leggerne di ottima in giro per il mondo)

    matteofantuzzi

    23 settembre 2008 at 19:08

  17. spesso la descrizione di sè stessi è la pietosa visone che abbiamo del mondo..sorrido.. nessuna parola ci può dire cosa salvare
    un abbraccio

    alessandro62

    26 settembre 2008 at 08:15


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