UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Il critico e i poeti di Fabio Pusterla
(in "Lo Straniero", rivista mensile diretta da Goffredo Fofi, anno XII, n. 94, aprile 2008, pp. 126-129)

Per riflettere sul recentissimo pamphlet di Alfonso Berardinelli, ‘Poesia non poesia’ (Einaudi), sono andato a riprendermi alcune delle precedenti opere dell’autore, che avevo letto negli scorsi anni e decenni. Una in particolare ha attirato la mia attenzione: il libretto ‘L’esteta e il politico’, apparso nel 1986, dove ho ritrovato le sottolineature e i commenti che avevano accompagnato la mia lettura di tanti anni fa. E mi sono ricordato, tra le altre cose, che poco dopo l’uscita di quel volumetto dovevo organizzare una giornata di discussione e riflessione con alcuni amici – scrittori, critici, studiosi-, i quali avranno certo accolto con un po’ di stupore la convocazione stilata dall’allora giovanissimo segretario e accompagnata da una proposta bibliografica: suggerivo infatti a tutti di presentarsi alla riunione dopo aver letto e meditato Berardinelli. Mi permetto questo accenno del tutto personale, che abbandono immediatamente, per dire che ho sempre trovato corroborante, stimolante e necessaria l’intelligenza un po’ acre di questo autore; la lettura dei suoi scritti non mi è mai parsa inutile o tranquillizzante, e l’irritazione che ho talvolta provato di fronte a qualche sua affermazione sprezzante si è quasi sempre trasformata ben presto in motivo di scavo e approfondimento.
Esisteranno sicuramente, immagino, lettori di Berardinelli che sono sempre daccordo con lui, e che sogghignano contenti vedendo il loro autore prendere a calci il meschino mondo della letteratura e della cultura; ma non penso proprio che il critico scriva pensando a loro. Egli è piuttosto responsabilmente convinto che il suo compito sia quello di provocare, di mettere in luce le contraddizioni, gli errori e le miserie; e che solo a partire dalla coscienza lucida di una situazione politica e culturale sempre al di sotto delle nostre speranze e delle nostre attese sia pensabile continuare a credere nella letteratura. Per questo Berardinelli si accolla il ruolo non facile e non simpatico della voce che canta fuori dal coro; anzi, che non canta affatto, e guarda gli altri cantare con una smorfia di fastidio e di disapprovazione. Del resto quelli che cantano sanno sempre, o se non altro temono, di cantare male, e quella smorfia è più che sufficiente per mandarli in confusione e farli dubitare; se poi dal dubbio nascerà un canto migliore, come non essere grati al critico?
Fastidio e disapprovazione, appunto, abbondano nel recente libro di Berardinelli, di cui rappresentano anzi la tonalità dominante. L’autore è infastidito dal cicaleccio della poesia contemporanea, che del resto, ci spiega, non merita neppure di essere letta, e di fatto non viene letta quasi da nessuno, se non da quegli stralunati individui "programmati come critici di poesia italiana attuale". Certo, ammette, è la letteratura in genere a passare un brutto momento: "ma almeno la narrativa e la saggistica hanno il loro pubblico. Il pubblico della poesia resta un fantasma, un pubblico di non lettori, una virtualità che sembra condannata a rimanere tale. Perché? I poeti sono così insopportabili?" Proprio così, lascia intendere Berardinelli: sono insopportabili, tant’è vero che "leggere poeti italiani contemporanei è quasi sempre esasperante".
Questo è soltanto uno dei numerosi e gravissimi difetti della poesia contemporanea che i quattro capitoletti dell’opera enumerano e squadernano. Non sono sicuro di aver saputo registrare tutte le vergogne infilzate sullo spillone del critico; le più immonde e visibili, comunque, mi pare siano le seguenti: 1. la maggior parte della poesia contemporanea è inutilmente oscura e difficile; 2. la maggior parte della poesia contemporanea non rispetta più nessuna regola formale riconoscibile, e questo ne rende affatto gratuito e immotivato il linguaggio poetico, e pressoché nullo il valore stilistico; 3. nel marasma di poesie inutili o insussistenti, è sempre più arduo segnalare i pochi testi che effettivamente ed eventualmente esistono; 4. la poesia di oggi non vale pertanto nulla, e non regge nemmeno il confronto con un buon articolo di giornale o con una canzone, che sono se non altro generi di scrittura determinati da regole comprensibili; 5. la poesia contemporanea non si alimenta più, né sa esplicitamente polemizzare, con la vera tradizione; e i poeti anziani non hanno più voglia, coraggio o capacità di insegnare nulla ai più giovani, che del resto sono, dal canto loro, ignoranti e arroganti; 6. per tutti questi motivi è in genere fin troppo facile tradurre la poesia contemporanea; la sua mediocre o nulla caratura formale ne favorisce appunto la traducibilità, peraltro inutile e in sostanza dannosa; 7. neanche i traduttori di poesia sono però a dire il vero molto convincenti: o perché sono ignavi, e non provano neppure, come si faceva una volta, a riprodurre in italiano la ricchezza linguistica, metrica o ritmica dell’originale, o perché sono insensibili, e di quella ricchezza nemmeno si avvedono; 8. rispetto al cauto, avaro pessimismo di un Montale, che tutti tirano in ballo a sproposito, e al suo lucido empirismo, i poeti contemporanei sono agli antipodi, pieni di ottimismo, di enfasi e di egocentrismo.
Tutto questo, va da sé, è presentato dall’autore in modo meno schematico (ma non meno severo e sarcastico) di quanto il riassunto lasci intendere, e sulla base di un panorama storico-culturale interessante e a sua volta, come è giusto, discutibile: per fare solo un esempio, il modo particolarissimo con cui l’autore utilizza alcune categorie, come quelle di ‘moderno’ e ‘postmoderno’, richiederebbe senz’altro un dibattito ampio. Chi del resto volesse trovare qualche elemento in tale direzione non avrebbe che da aprire il volume ‘Genealogie della poesia nel secondo Novecento’, curato da Maria Antonietta Grignani (anche lei una di quelle sventurate "programmate come critico di poesia italiana attuale"? E’ probabile; pertanto, il lettore si guardi bene dal leggere il suo ottimo saggio ‘La costanza della ragione’, Interlinea, Novara 2002, o il suo più recente ‘Lavori in corso. Poesia, poetiche, metodi nel secondo Novecento’, Mucchi, Modena 2007: potrebbe ricavarne la fallace impressione che nella poesia contemporanea ci sia persino qualcosa di mica male!), nel quale è raccolto, insieme ad altri, l’intervento di Berardinelli che ora costituisce appunto il secondo capitolo del libro, insieme agli atti della discussione avvenuta a Siena nel 2001, con osservazioni e commenti di Guido Guglielmi, Giuseppe Nava, Gabriele Frasca, Giorgio Patrizi, Francesco Leonetti, Romano Luperini e Massimo Raffaeli. Tuttavia, senza nulla togliere al quadro storico generale, il nucleo principale dell’opera sta nella situazione contemporanea, e soprattutto nel rapporto conflittuale, dominato appunto dal fastidio e dal disgusto, che il critico stabilisce con essa.
Ma appunto qui sta il problema: di cosa si parla esattamente in questo libro? Della mediocre contemporaneità, si direbbe; ma quale? Se facessimo adesso l’elenco degli autori citati da Berardinelli, lasciando ovviamente da parte i classici del primo e del pieno Novecento, da Pascoli a Montale, osserveremmo con un po’ di stupore che il ragionamento ruota quasi esclusivamente attorno a Fortini, Pasolini (in misura assai minore Sereni), Zanzotto, Giudici, Pagliarani, Sanguineti e più in generale la Neoavanguardia; non nominati, ma ovviamente presenti nell’orizzonte del critico, gli autori della ‘Parola innamorata’. Di ciò che viene dopo, salvo errore, nulla, se non un fugace accenno a Franco Marcoaldi e a Patrizia Cavalli, o, sul versante critico, al bravo Roberto Galaverni (di cui però viene citato e discusso un libro teorico sul senso della poesia novecentesca, e trascurato invece il vasto lavoro di studio, analisi e sistemazione degli autori contemporanei). Tutto il resto, cioè gli ultimi tre decenni di poesia italiana, non meritano assolutamente nessuna attenzione particolare, e ricadono, parrebbe, tutti insieme nel calderone informe delle cose inutili e illeggibili. Lo dice, in modo fin troppo esplicito, lo stesso Berardinelli: "ci sono in giro e in piena attività venti o trenta poeti di cui so ben poco. Provo a leggere, a informarmi. Ma noto che la cosa più difficile è proprio questa. Già dire leggere è un eufemismo, perché leggere la maggior parte di queste poesie è difficile". Non è un po’ troppo facile cavarsela in questo modo? Non è un po’ troppo ingeneroso liquidare tutto e tutti con un paio di battute?
Anni fa, mi è capitato di ascoltare alla radio l’intervista a un importante critico italiano, che aveva appena pubblicato, insieme a un importante poeta italiano, un’importante antologia della poesia italiana, il cui criterio era considerare, ovviamente, solo gli autori che avessero pubblicato presso editori importanti. La giornalista gli chiese se in questa scelta non si potesse vedere un limite nell’operazione antologica, o il rischio di antologizzare il già noto. Il critico rispose: "Può darsi. Ma capirà che non si può mica leggere tutto". E’ di questa natura il disinteresse di Berardinelli per ciò che si scrive oggi? Non lo credo affatto. Rispetto alla faciloneria per me insopportabile del critico importante, la posizione di Berardinelli appare diversissima: una forma di anoressia critica uguale e contraria alla bulimia poetica che caratterizza effettivamente, come una nevrosi creativa, il presente ipertrofico. Il libro, quasi per involontaria antifrasi, si chiude nel segno di Montale, di cui si richiama un’accorata intervista del 1960, nella quale il poeta esprimeva le sue preoccupazioni circa la sopravvivenza della critica (e, di conseguenza, della poesia): "lo stesso Montale indicò che il problema era esattamente nel passaggio dalla critica orale (o maldicenza privata) alla critica scritta e pubblica, in cui il giudizio deve essere costruito su esempi, prove, argomentazioni convincenti e fondate". D’accordo; ma forse proprio in questo il lettore di Berardinelli rimane questa volta parzialmente insoddisfatto, come se il generale giudizio negativo non fosse più sorretto da un adeguato apparato di prove pratiche e circostanziate.
Eppure, una volta espressi questi dubbi, ci si deve ancora chiedere: cosa fare di questo libro? Come considerarlo? Come permettergli di agire dentro di noi? Non posso certo rispondere in termini generali; ma sarei tentato di proporre: accettando con umiltà una critica troppo severa, e probabilmente ingiusta, che tuttavia contiene senza dubbio molti elementi di verità. Perché bisogna subito aggiungere una cosa: tutte, o quasi tutte, le cose che Berardinelli dice sono in sostanza condivisibili, e vanno a toccare altrettanti punti nevralgici e dolenti. Non è insomma ciò che viene detto, ma il tono irritato del dire a suscitare delle perplessità; non è la sferzata critica a suonare eccessiva, ma il suo colpire in modo indiscriminato chi si trova a tiro, senza neppure degnarlo di uno sguardo. Sulla copertina del volumetto è riportato un breve passo che riassume in effetti molte cose, a cui in parte si è già accennato in precedenza: "le regole che governano la produzione giornalistica e i media sono ormai più impegnative di quelle che governano i testi poetici. A un vero poeta una sfida del genere non dovrebbe dispiacere". Naturalmente non mi illudo affatto di essere un vero poeta; ma, se non altro da vero lettore, non sono completamente d’accordo: né per quanto concerne i media, i giornali e le canzoni, le cui attuali "regole" mi paiono vieppiù sguaiate e persino detestabili, né per quanto concerne l’ipotetica sfida, che mi pare poco entusiasmante. Circa la poesia, e la sua responsabilità di parola vera e onesta, propongo però una formulazione molto più radicale, persino molto più severa, ma forse anche un po’ più generosa e volta al futuro, che estrapolo dallo splendido libro di Roger Caillois ‘Les impostures de la poésie’, apparso nel 1945 e tradotto una o due volte in italiano, ma ormai temo introvabile: "Je demande ainsi que la poésie possède toutes le qualités qu’on réclame de la prose, qui comprennent en premier lieu nudité, précision, clarté, et qui tendent toutes à faire qu’il n’existe pas d’écart entre le pensée et le language".
Questa sì sarebbe una sfida, forse impossibile, che varrebbe la pena di raccogliere; e che, ironia della sorte, forse è stata davvero raccolta da alcuni di quei venti o trenta autori che Berardinelli purtroppo non ha più voglia di leggere. Con risultati, sia ben chiaro, tutti da verificare; ma da verificare, appunto, senza troppi pregiudizi, oppure da abbandonare definitivamente al silenzio della pagina non letta, nel segno di un’ennesima "morte della poesia": morte del resto presunta, come le precedenti, che non ci deve spaventare troppo. Spaventi più urgenti e drammatici accompagnano i nostri giorni.

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Written by matteofantuzzi

5 luglio 2008 a 13:18

Pubblicato su Uncategorized

6 Risposte

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  1. articolo personalmente godibilissimo ūüėČ
    ringrazio pusterla, fofi e tutta la redazione de lo straniero per il nulla osta.

    matteofantuzzi

    5 luglio 2008 at 13:20

  2. sì

    oltrenauta

    5 luglio 2008 at 22:52

  3. Grazie Matteo per questra proposta altimenti inaccessibile per il sottoscritto. E’ apprezzabile la lucidit√ɬ† di lettura di Pusterla, laddove manca forse al grado massimo proprio a Berardinelli. Ipertrofia e iperproliferazione sono cose gi√ɬ† discusse e spesso, ma come fa notare Fabio, la mancanza di codifiche della poesia a fronte invece di quelle dei √ā¬ęmedia e della musica popolare e leggera√ā¬Ľ √ɬ® davvero discutibile. Si tocca in tutto questo, come lo tocco io, il clima di totale confusione e (lo ripeto a costo di risultare noioso) di riferimenti, ma non √ɬ® certo con i tagli netti forse (e sbrigativi) che si pu√ɬ≤ sperare di trovare un bandolo nella contemporaneit√ɬ†. Come sempre la soluzione sta (forse) nell’affrontare tutto l’argomento con voglia di spendere del tempo, essere costanti e con questo costruire il centro da cui partire. Come poi non essere d’accordo con la citazione di Caillois: semplicit√ɬ†, nudit√ɬ†, precisione e chiarezza per un’espressione che non metta distanza mai, tra pensiero e linguaggio.

    Massimo73

    6 luglio 2008 at 10:49

  4. si, anche io credo che si debba fare un’analisi “larga” massimo e un’analisi “stretta”, critica e militante. sono due compiti differenti ma entrambi necessari, se no si rischia di fare passare concetti problematici e si rischia anche in un certo senso di mettere in piedi meccanismi di negazione per cui se non ci si riconosce nella proposta si va a ricercare le stesse cose in altre fonti. penso alla spasmodica ricerca della poesia nell’opera dei cantautori che da sempre trovo un’invasione di campo. ognuno ragiona secondo i propri mezzi e i propri strumenti, a parer mio.

    *

    i miei auguri ad antonio spagnuolo a proposito per la sua nuova esperienza in blog, link a sn.

    (sosteniamo sempre il sud)

    matteofantuzzi

    6 luglio 2008 at 20:22

  5. “il bandolo della contemporaneit√ɬ†” si trova soggiornandovi, ma siamo malati di “post” di “trans” e di tutte le ansie del superamento possibili…un caro saluto
    ale

    alessandro62

    13 luglio 2008 at 07:20

  6. bisogna sempre domandarsi perch√ɬ® si voglia andare “post”, perch√ɬ© le cose che ci sono non sono pi√ɬĻ suff per descrivere il quotidiano o semplicemente perch√ɬ® ci si vuole sedere sulla propria comoda sedia ?

    m.

    anonimo

    14 luglio 2008 at 06:13


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