UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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I giovani letterati e la morte della cultura.
Luigi-Alberto Sanchi
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Quel che vorrei sottolineare in questo intervento è l’illusione ottica di cui si cade vittime se si persiste a credere che – mettiamo – fare una rivista letteraria nell’Italia di oggi sia la stessa identica cosa che farla – poniamo – negli anni Sessanta. Cioè farla supponendo che ci sia lo stesso pubblico colto, lo stesso spazio di dibattito, la stessa ricezione. Non solo questo non si dà (e non soltanto per mere ragioni cronologiche, di svolgimento di quarant’anni di storia), ma io sostengo che oggi, nel nostro Paese, una rivista letteraria di tipo tradizionale sia improponibile, o addirittura controproducente.
Se ampliamo un poco il ragionamento, intravediamo il seguente schema: rivista giovanile e pubblicazioni per farsi conoscere, agganci con il mondo politico-universitario, dibattito rinnovato da nuove istanze, dunque un avvio di carriera “letteraria” o “culturale”, eventualmente coronata da pubblicazioni presso grandi editori e da una cattedra universitaria. Temo che tanti, troppi giovani letterati italiani credano in – o comunque presuppongano – questo schema che fino ad un certo momento (gli anni Ottanta?) ha pure funzionato, in una certa misura e a favore di determinate personalità.
Ma è uno schema astratto, per quanto ci permetta già di mettere a nudo la meschinità individualistica del progetto. Oggi il fardello comune di ogni giovane aspirante è la solitudine per chi vive in provincia, i gruppetti Berlinguer e le SSIS – o magari nel regno privilegiato della letteratura che vende, attraverso un romanzo indovinato. È un quadro che lascia poche speranze.
Si impone allora, credo, l’esigenza di un’ampia analisi di quanto è accaduto nel tessuto culturale ed universitario italiano, ovviamente allargandolo alle tendenze internazionali. Non è certo questo articoletto la sede adeguata per una disamina sistematica; vorrei però proporre alcune riflessioni in merito e delineare delle piste di approfondimento per tentare se non altro di capire come siamo caduti in questo vicolo cieco intellettuale e com’è strutturato.
Mi vengono in mente alcune polarità indicative: capitale vs provincia, cultura generale vs specializzazione, cultura vs politica. Alcuni dati concreti attinenti al proposito: chi abita in una piccola città oggi non riesce più ad uscirne facilmente per andare a stabilirsi in un grande centro produttore di cultura, poiché tali centri sono diventati carissimi ed esclusivi e perché non vi si trova più un lavoro decente. E c’è una grande chiusura sociale, un tremendo immobilismo. Peraltro, le grandi città produttrici di cultura nazionale tendono a ridursi a due: Roma e Milano. C’è dunque un impoverimento progressivo rispetto alle potenzialità di tutto il territorio italiano; chi è escluso dal “giro grosso” è condannato alla produzione locale e minore e, se è geniale, ha poche possibilità di emergere e di confrontarsi al livello che merita.
Il pubblico colto tende a diventare un pubblico di specialisti: i poeti/critici scrivono per i poeti/critici, gli artisti per gli artisti, gli economisti per gli economisti eccetera, e tutto il resto parrebbe vuoto eclettismo, o peggio dilettantismo di chi non sa usare il gergo degl’iniziati. Le pagine culturali dei quotidiani (ammesso che ci sia ancora chi se le vada a leggere) diventano sempre più lo spazio di un ristretto numero di collaboratori,
sempre gli stessi, che ci somministrano le loro ubbie intellettuali o, peggio, regolano i loro conflitti universitari, mentre l’attualità culturale si riduce troppo spesso a quella dello “star system” delle grandi mostre, dei grandi romanzieri, dei film di grido. Poco o nulla che dia voce a quel che veramente accade in Italia ed altrove. Infine, chi si appassiona di cultura non ama discorsi di analisi politica e guarda con sospetto chi li propone, mentre i responsabili politici ed i (pochissimi) militanti considerano il discorso “culturale” come un costoso orpello e non sanno distinguere tra le diverse proposte di tipo letterario ed artistico: vanno bene (o male) tutte, purché stiano nel loro recinto e non rompano le scatole, ché noi abbiamo cose serie a cui badare…
Tutto questo, se è vero, configura in Italia un assetto di sostanziale ristagno, di particolarismo e di rapporti di potere quasi feudale. Si potrà invocare la responsabilità dell’industria culturale, che è fuor di dubbio, ma è una causa generica che prescinde dalle scelte e dalle esistenze degli uomini e delle donne che dirigono o subiscono lo stato di cose presente. La mia proposta è in questo caso di ragionare intorno ad un’ipotesi interpretativa di medio periodo. La formulerei nel modo seguente: la classe dirigente politicoculturale emersa con la Resistenza – la parte migliore di quell’Italia postfascista uscita dalla guerra – è stata poco a poco neutralizzata e sedentarizzata all’interno di un ampio “sistema culturale” italiano, ben retribuito e valorizzato. Il patrimonio antifascista è diventato retorica e pretesto, mentre le operazioni universitarie, editoriali, artistiche o culturali in senso lato sono state sempre più asservite agl’interessi di una casta in formazione, quella che ancora oggi detiene le redini, oppure le concede per qualche tempo a scagnozzi fidati ed obbedienti. Gli antichi capi partigiani che hanno voluto fondare un’Italia nuova, moderna, aperta, hanno ceduto il posto a nuove leve con pochi scrupoli e ben decise ad amministrare una macchina alimentata dalla vasta domanda di cultura, di arte, di sapere che ha caratterizzato buona parte dell’Italia tra anni Cinquanta e Ottanta.
Dunque, da un lato intellettuali e specialisti da trasformare in piccoloborghesi gelosi dei propri interessi; dall’altro lato una popolazione desiderosa di migliorarsi, di emanciparsi attraverso l’università, il sapere e la cultura. Il sistema ha sostanzialmente tenuto fino agli anni del terrorismo e del riflusso. La macchina si è però gravemente inceppata con il mutare dell’assetto di Jalta: la famosa “caduta del muro”. Ora non c’è più interesse a convertire il blocco di individui che, direttamente od indirettamente, facevano capo al P.C.I. ed andavano indebolite sul piano ideologico. Non c’è più neppure il Partito. La macchina culturale anche gloriosa che si è potuta esprimere per trent’anni, o quaranta, viene poco a poco liquidata, smantellata. Restano alcuni boiardi universitari che pian piano stanno andando in pensione, mentre con l’ultima riforma l’Università è stata convertita al business, il quale si fonda sull’equazione “alto numero di studenti e di laureati – basso livello di salari e precarizzazione dei docentiricercatori”.
Resisteranno alcune sedi di prestigio, in grado di sfornare opere e progetti ambiziosi anche a livello mondiale, ma comunque asserviti, o alla competenza specialistica (senza coscienza critico-politica) o, peggio, allo star-system dell’evento culturale e dello spettacolo. Che sussiste perché c’è comunque una forte domanda nazional-popolare di “esperienza culturale” intesa come sostituto laico alla salvezza cristiana (e non incompatibile con essa…).
Che senso ha allora l’agire intellettuale in questo nuovo contesto? Basterà un’infarinatura filosofico-spirituale, estetizzante, il sogno di una vita “poetica” eletta, diversa, o anche sofferta, ma separata dal movimento del Paese? Cosa andremo a scrivere nelle nuove riviste? Si faranno le recensioni agli amici o si lanceranno strali contro i nemici della nostra concezione della cultura? Non avremo la netta impressione della “tempesta in un bicchier d’acqua”?
Io non ho risposte precostituite da fornire. Non so nemmeno se il quadro che ho fin qui tracciato sia esatto e veritiero. Forse le cose non stanno in modo così scoraggiante, apocalittico. Non so. Penso tuttavia che si debba conservare, nella condivisione dei nostri progetti, un forte spirito critico e politico, unico serio baluardo all’alienazione, e che si debba rivolgere l’acume critico e gli strumenti d’analisi politica innanzitutto contro la struttura culturale da cui siamo tutti usciti e che ci sta fornendo le prospettive per il futuro. Quelle prospettive sono illusorie e sono molto meno generose del sogno di chi, fra Settanta ed Ottanta, si è sganciato da quel sistema moribondo perché aspirava a creare una nuova società rivoluzionaria. Loro, forse, troppo ideologici e scientemente incolti; noi, però, sicuramente miopi seppur dotati di qualche base culturale…
Il punto che mi preme di esplicitare è quello di uscire dal sonno iperletterario e dalla critica delle idee e di ricominciare a guardarci attorno, a vedere la forma politica della nostra realtà, delle nostre vite. A capire che tale forma politica è consustanziale alla forma poetica, che forse già vediamo anche se in modo miope. Allora, che si faccia una rivista o un libro, che si crei un sito o si alimenti una polemica su internet, si potranno far avanzare le cose e si potrà (sogno?) creare un movimento di unione più larga, che non potrà non essere di contestazione e di resistenza umanistica. Perché l’Italia possa di nuovo esprimere, in strutture non più gerarchiche o feudali, il meglio di sé.
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Da La Gru n.5

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Written by matteofantuzzi

14 giugno 2008 a 06:29

Pubblicato su Uncategorized

10 Risposte

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  1. si vede che me lo immaginavo… e lo avevo già selezionato per questa settimana.

    tutto il numero de la gru è scaricabile a gratis su pdf qui http://www.lulu.com/content/2686101 se lo volete in cartaceo ve lo pagate.

    matteofantuzzi

    14 giugno 2008 at 06:36

  2. Auguri! Sono curioso di leggere la seconda raccolta di Cattaneo (é Simone vero? Un refuso giusto?) del quale avevo apprezzato molto la prima raccolta.
    Non conosco invece Giovanna Rosadini: ha già pubblicato raccolte o è alla prima? Su riviste non mi pare di averla letta ma magari non ricordo…
    Come si chiama la collana?
    Buon lavoro e in bocca al lupo!

    Un caro saluto

    Luca Ariano

    anonimo

    14 giugno 2008 at 13:40

  3. Mi pare che questa analisi rifletta le frustrazioni degli orfani del marxismo. Sorvolando sul fatto che la moderna società di massa è figlia proprio del marxismo, la situazione attuale presenta anche occasioni importanti per diffondere culture antagoniste e nuove sintesi ideologiche. Per chi ha cose originali da proporre l’occasione è propizia per emergere nella mediocrità imperante, anche grazie all’aiuto di internet.

    michelefabbri

    14 giugno 2008 at 17:06

  4. sì, sì luca, è simone cattaneo. che scemo… la rosadini è uscita su atelier di qualche numero fa con una silloge abbastanza corposa. ora dovrebbe presto uscire un’altra grossa pubblicazione. vedremo, intanto c’è questo lavoro.

    bisogna considerare michele che cosa si intende per rivoluzione e cosa si intende per una cosa “vecchia” ad esempio come il termine “reazionario”, bisogna anche considerare che oggi ci troviamo a chiedere la rivoluzione proprio contro i protagonisti del’68 che spesso la rivoluzione l’hanno fatta, ma pro domo loro. a questo punto ricordando che il marxismo ne ha combinate anche di non affascinanti va anche considerato come si debba creare un’applicazione a teorie che cambino un percorso che troppi non vogliono cambiare nonostante si comprenda che si va verso un binario morto.
    solo per fare un piccolo esempio, poi spero nel dialogo: si parla ovunque delle difficoltà economiche per pubblicare un libro e la gru pubblica a gratis il pdf su lulu (e se 1 vuole il cartaceo, allora sì, se lo paga). questa è una rivoluzione su cui soprattutto nel 2007 con quella squintalata di convegni s’era molto parlato.

    matteofantuzzi

    15 giugno 2008 at 14:16

  5. Analisi lucidissima, caro Fantuzzi, che apparentemente non lascia spazi e margini di manovra, soprattutto in quella provincia che io personalmente conosco assai bene.

    Eppure, eppure. sarà che sono un inguaribile ottimista, ma grazie al cielo le nuove tecnologie oggi consentono una paradossale semplificazione del processo comunicativo poetico, impensabile solo pochi anni fa. Sempre che uno voglia mettersi in gioco e soprattutto darsi da fare, come diceva l’indimenticato Charles Bukowski in un suo indimenticabile romanzo.

    E questo non vale solo per la potenza del media rete, ma vale anche per la pagina stampata, ove la qualità della pubblicazione digitale ormai consente di arrivare alla pagina inchiostrata in Bodoni o Arial a costi complessivi e marginali davvero irrisori. Io mismo, non trovando nessuno che volesse pubblicare l’idea che avevo in mente, mi sono inventato la professione di poeditore, attraverso una casa editrice che mi sono inventato sui due piedi: l’Opificio Monzese delle Pietre Pure.

    Una avventura che suggerisco a tutti per le soddisfazioni che riesce a dare, artigianalizzando e soprattutto verticalizzando il processo poetico dalla scrittura cartacea alla carta stampata, senza più intermediari.

    Ognuno totalmente padrone e artefice del proprio destino, con il vantaggio di scriversi una poesia al pomeriggio e vedersela già stampata il pomeriggio, pronta da vendersi alla mattina presto, come il pane appena sfornato.

    Buona serata e vivissimi complimenti per lo spessore del blog, tornerò spesso.

    Renato

    brianzolitudine

    15 giugno 2008 at 18:22

  6. bene, sei il benvenuto renato. anche per la cortesia dimostrata. sarei curioso di sapere come va l’esperienza del poeditore. anche qui sotto dove si sta discutendo anche di problematiche “pratiche” oltre che di quelle tecniche

    matteofantuzzi

    15 giugno 2008 at 21:21

  7. nel cancellare i commenti sotto ho inavvertitamente anche un commento qui, quello che raccontava dei prossimi appuntamenti delle presentazioni di kobarid, oltre a quanto già accaduto ricordo per giovedì 19 giugno alle ore 21 la presentazione di modena, al café livre, via emilia centro 103.

    matteofantuzzi

    15 giugno 2008 at 21:22

  8. Caro Matteo,

    la mia attività di “poeditore”, come dicevo già sopra, nasce nel mio caso per necessità: avendo una idea editoriale in testa e nessuno disposto a pubblicarla, piuttosto che andare ingrassare da uno di quei tanti stampatori pronti ad anonimizzare il tuo lavoro con scelte grafiche di dubbio gusto (e intrusioni pure sul lato dei contenuti, uno paga e non è nemmeno libereo di stamparsi quello che vuole: pare di essere tornati ai tempi dello scrittore di lettere per conto terzi, dei Promessi Sposi!), mi sono creato la MIA Casa Editrice, di punto in bianco. Ed è incredibile la libertà che a questo punto ti si presenta. Libertà in una marea di scelte pratiche: distribuzione, font, nome della casa editrice, scelta del logo, carta, rilegatura, impaginazione eccetera.

    Se si ha un amico del mestiere, sicuramente la cosa aiuta. Io ho la fortuna di avere non un amico, ma un amicone, Casiraghy di Pulcinoelefante, che mi ha dato più di una dritta. E poi ho mia moglie che ha tanto buon gusto e valuta il prodotto con occhio critico di utente finale.

    A fare il poeditore c’è tanto lavoro in più (al quale va sommato anche quello di scrivere, non dimentichiamolo!), lavoro che ha una fase cruciale anche nella scelta dei canali distributivi e la promozione, sui quali non basterebbe un romanzo per dettagliare le scelte possibili e i pro/contro a disposizione.

    Ma le cose sono semplici e pratiche, alla fin fine. Come il cantautore in buona sostanza non è altro che un cantante che “si canta e si suona” quello che si è scritto, il poeditore è uno scrittore di versi che decide di non perdere tempo in inutili attese, e taglia i rami secchi del processo che passa dall’inchiostro della penna all’inchiostro del libro. E si fa tutto molto più in fretta. Con tutti i vantaggi e i rischi del caso.

    Un carissimo saluto, dall’Opificio Monzese delle Pietre Dure.

    Renato

    brianzolitudine

    16 giugno 2008 at 07:52

  9. Riappropriarsi dello spazio politico senza svegliarsi da quel sonno iperletterario è ripetere gli stessi errori e aggiungere delle ulteriori aggragavanti. Lo spazio culturale non è stato occupato dal banale, ma trasformato in banalità, di questo dobbiamo cercare di liberarci prima di affrontare un leale dibattito con le idee. Abbiamo permesso una vacuità della mimesi a discapito di una mimesi della vacuità di questo siamo tutti colpevoli
    un caro saluto

    alessandro62

    16 giugno 2008 at 08:40

  10. siamo colpevoli alessandro anche perchè il processo che giustamente individui è oramai consolidato, conosciuto e in un certo senso giustificato. se non si farà un salto di qualità importante non ci sarà possibilità di andare avanti.
    il poetidore mi ricorda tanto il ciclostile di roversi, non trovi ?

    matteofantuzzi

    19 giugno 2008 at 05:22


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