UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Il poeta necessario. Su “Vuoti” di Tony Harrison

Si parla spesso del tema “la poesia nel mondo”, o di come la poesia possa essere una cosa fra le cose del mondo, con una propria forza di intervento e reazione nel naufragare quotidiano degli eventi che scandiscono la convivenza (piuttosto difficile) degli uomini sullo stesso pianeta.
In ambito inglese – o, più ampiamente, di lingua inglese – Tony Harrison rappresenta da qualche decennio un modo di fare poesia che si pone questo problema come centrale, e lo affronta davvero a gamba tesa, come uno dei calciatori perdenti che il padre va a tifare allo stadio, assistendo a ogni sconfitta al compiersi di una sorta di metafora della propria esistenza di lavoratore diseredato del quale la società sembra poter fare a meno.
L’atteggiamento di Harrison non si è mai cristallizzato negli anni nella figura del poeta sentinella, pieno di rigore ideologico e morale, e mai ha rischiato l’arroccamento sordo su posizioni inamovibili o il vicolo cieco ideologico. Al contrario, Harrison è un poeta che ha vestito mille maschere, utilizzate come flessibilissimi strumenti per esplorare ogni angolo della realtà della quale si è imposto di parlare. Infatti, non è solo un prolifico autore di poesia, è anche uno scrittore che non si è negato incursioni nel teatro in versi, quasi travestendosi da poeta elisabettiano, e nel genere sconosciuto alle nostre latitudini del “film poem”, cioè di una lunga narrazione (rigorosamente in versi) registrata per la televisione con il commento (ma forse è qualcosa di più) di immagini montate per costruire un’opera complessa e coinvolgente, qualcosa che veleggia dalle parti del videoclip, tanto per intenderci. Di quest’ultimo modo di fare poesia, in Italia Einaudi ha dato conto nel 1996 con la pubblicazione di “v. e altre poesie”, a cura di Massimo Bacigalupo, volume nel quale è contenuto “v.”, “film poem” messo in onda dalla televisione inglese a metà degli anni Ottanta non senza polemiche per il linguaggio forte che lo caratterizza, riflessione sulla morte e la decadenza civile e sociale sullo sfondo del grande sciopero dei minatori.
Quest’anno, invece, sempre Einaudi ci offre un terzo volumetto-compendio della multiforme e instancabile attività di questo poeta, pubblicando “Vuoti”, a cura di Giovanni Greco.
Come i bravi poeti sanno fare, la prima impressione che si ricava è quella di un Harrison che si trasforma e muta con il passare degli anni, ma, quasi per paradosso, in fondo non si smentisce mai. La necessità di confronto con i grandi fatti del tempo si dispiega su tutti i componimenti contenuti nel libro, ma assume facce diverse, la luce che viene gettata sugli eventi e sulle cose parte da una moltitudine di punti di osservazione differenti, che si formalizzano in scelte stilistiche diversissime, ma sempre espressive e che dimostrano nella loro variegata presenza l’urgenza di questa parola poetica tutt’altro che arrendevole. Così, possiamo osservare Harrison travestirsi da satiro e, alla stregua di un Marziale trapiantato in Occidente ai nostri giorni, esibirsi in una serie di epigrammi caustici, cinici sui fatti della guerra in Iraq, utilizzando a regola d’arte il repertorio compositivo più tradizionale, dai pentametri alle rime («L’Airborne Usa non è lì per fare da scorta / ai bambini a scuola» nitrisce Condoleeza / «No, non a scuola» contro-nitrisco io / «ma alla camera mortuaria sì, nel freezer»). Oppure possiamo seguire come la sua personalissima rêverie dei giorni dell’infanzia sotto i bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale si leghi ai giorni dell’attentato nella metropolitana di Londra del 2005. Ma la Madeleine della situazione è una scheggia di granata usata come fermacarte.
L’accusa che il lettore più disattento può muovere a questa poesia è di strizzare l’occhio a un generico senso di frustrazione politica e civile, limitandosi a puntare il dito, ad essere accusatoria, infine di ritrovarsi a battere continuamente sul dente che duole per un gusto tutto partigiano della protesta a priori. Ma Harrison è perfettamente in grado di evitare quel vicolo cieco di cui dicevo prima. Da profondo conoscitore della cultura antica (è un ottimo grecista e latinista) e amante della tragedia greca, Harrison è fin troppo abituato a maneggiare temi e valori assoluti, senza tempo, antropologici quasi, per cadere in questa ingenuità.
Proprio nel componimento sui bombardamenti di Leeds, dal titolo “Shrapnel” (“Granata”), lo scampato pericolo per la popolazione dovuto a un ripensamento del pilota tedesco che scarica le bombe sul parco invece che sulle case, è l’occasione per mettere in bocca a un poliziotto che osserva la scena dei bambini alla ricerca di schegge di granate con cui giocare, in una parlata locale e molto espressiva, la parola “umano”. Non siamo molto lontani da un concetto di humanitas come una lunga tradizione, va da sé, umanistica lo ha tramandato fino ai nostri giorni. Umano è infatti anche il “cazzo di crauto” che decide di non infierire sulla popolazione inerme, pur essendo nemico addestrato a vedere solo nemici dalla cabina del suo aereo. Umano è tutto ciò che di misericordioso, caritatevole, pietoso (tutti questi termini da intendersi nell’etimologia latina che Harrison ha ben stampata in testa) l’uomo fa a sé stesso, facendolo all’altro, e si contrappone al disumano, la dimensione del bieco interesse e della crudeltà con cui il forte schiaccia il debole. Il fatto storico diventa più contingente e meno fine a sé stesso, sotto quest’ottica: se ieri il disumano era il pugno di ferro della Thatcher, oggi sono l’arroganza dell’impero americano e il terrorismo. Ma sempre di un ingranaggio stritolante, spietato (alla lettera, senza pietas) stiamo parlando.
La stessa pietas di Harrison che illumina allo stesso tempo i macro-mondi della politica e della storia quanto i micro-mondi del privato e della propria storia familiare. In particolare, nel corso degli anni, il padre è una figura che giganteggia nell’immaginario del poeta di Leeds, un uomo burbero e silenzioso, provato dall’esistenza e dalla durezza del lavoro, con il quale le distanze non si ricuciono (ricordo una vecchia e meravigliosa poesia, dal titolo Bookends – reggilibri – nel quale l’unica forma di confronto e dialogo tra il padre minatore e il figlio intellettuale è il silenzio ritroso tra i due, curvi sulla tavola, come due reggilibri), una vera cartina di tornasole della dimensione interiore della poesia di Harrison, che si affianca e si inserisce in quella pubblica.
Possiamo considerare il componimento che dà il titolo al libro, “Gaps” (“Vuoti”, per l’appunto), come una specie di manifesto delle qualità della poesia di Harrison, una vera summa di quanto abbiamo elencato fin ora. In una vecchia foto di famiglia, si sublimano in maniera profonda e suggestiva i vuoti lasciati dagli anni e le due dimensioni, privata e collettiva, risultano quanto mai interrelate, intrecciate, più che mai inscindibili e necessarie l’una all’altra. C’è il lato privatissimo degli affetti, esemplificati dal cappello siberiano del padre, che ora non c’è più (“Indossano cappelli di pelliccia che avevo portato da Leningrado / nei giorni della Guerra Fredda prima della caduta del Muro. // Quello di Papà, malgrado i compagni lo schernissero, era molto portato / […] / Mia figlia ha ora il suo cappello, e Papà è morto da tempo.”). L’oggetto-cappello sintetizza con la propria presenza durevole nel tempo una delle svolte storiche e collettive più traumatiche degli ultimi anni del Novecento, e allo stesso tempo è la garanzia dei legami fra gli uomini e della loro continuità nonostante le insidie del tempo. Non dimentichiamo che anche il poeta sta invecchiando (Harrison ha oggi 71 anni), e l’uomo pieno di pietas collettiva deve rivolgere un po’ dell’attenzione riservata al mondo e ai suoi guai verso sé stesso e tirare le somme di un cammino che ha già percorso molte tappe, ripensarsi come uomo, come figlio, come padre a sua volta di fronte al fluire degli anni. La quartina che chiude il componimento sancisce questo guardare indietro alla propria vita e ai propri affetti, travolti dal tempo e dagli eventi, come travolto dal tempo e dalla Storia è anche l’uomo che scrive, il poeta che registra tutto come un nastro sensibilissimo e, con la sola forza della parola e della propria attenta scrittura, è in grado di cogliere le rivelazioni e costruire le relazioni tra gli accadimenti del mondo: “Questa foto non è che una scena rubata di famiglia felice, / sole brillante di inverno newyorchese tra due docce di luce / che risplendono su loro e nel bel mezzo / le torri ancora inesplose del World Trade Center”. In questa chiusura è concentrata tutta la necessità della poesia di Tony Harrison, una poesia che nasce “calda”, anzi “bollente”, come le cose urgenti sanno essere e che con la sicurezza del proprio essere necessaria perché sincera colma i vuoti, per l’appunto, che il passare del tempo e l’immanenza delle ingiustizie e degli oltraggi all’humanitas lasciano come crateri sulla superficie della storia di tutti i giorni e di tutti gli uomini.
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Marco Bini
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Written by matteofantuzzi

31 maggio 2008 a 11:42

Pubblicato su Uncategorized

9 Risposte

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  1. ringrazio marco bini e per una volta faccio un’eccezione, nel senso che normalmente qua si parla di poesia italiana, ma va anche considerato, e su questo ad esempo i ragazzi di monfalcone hanno molto da insegnarci, ma così proviamo anche noi con il progetto lips, dicevo c’è necessità per la poesia italiana di entrare innanzitutto in uno spirito di dialogo europeo, che ci faccia smettere di guardare solo nel nostro orticello (seppur bellino, per carità) ma ci faccia dialogare con altre nazioni: sarebbe davvero auspicabile ragionare con l’est europa autore di una poesia ottima negli ultimi decenni, altrettanto con francia e spagna, altrettanto con l’area anglofona e imparare anche dalle ottime strutture scandinave, o da università come quelle olandesi.

    insomma ce n’è da vendere. iniziamo a ragionare sul dialogo, ne abbiamo solo da guadagnare.

    matteofantuzzi

    31 maggio 2008 at 12:54

  2. E io ringrazio di cuore Matteo, anche per il suo strappo alla regola. E sottoscrivo il suo discorso sul dialogo e l’apertura verso le altre realtà fertili che la Vecchia Europa (ma non solo, anzi…) offre.

    Marco Bini

    anonimo

    31 maggio 2008 at 13:31

  3. bell’articolo davvero, grazie. Aiuta a “rileggere” cose che sono state soltanto avvistate e trascurate.

    P.S. x Matteo: ma la poesia svizzera no??
    😉

    fabiano

    anonimo

    31 maggio 2008 at 16:39

  4. ma se il primo maggio è uscito l’articolo su lepori ???

    e poi con tutto quello che si parla qui di te, che oramai sei suisse fino al midollo 😀

    matteofantuzzi

    1 giugno 2008 at 08:05

  5. yak yak yak !

    La mia curiosità però arriva da qualcos’altro.
    All’estero abbiamo poesia che indaga FISICAMENTE la realtà: Tony Harrison, appunto,
    Durs Grünbein (per citare), Alberto Nessi e Fabio Pusterla, la tassonomia e botanica di Giampiero Neri riferita però alla sfera umana, certi lavori di Giudici, e il Pagliarani de “la ragazza Carla” e un certo Fantuzzi col suo Kobarid.

    In Italia però è ad un certo punto tutto si arena: la realtà (intesa come rappresentazione del mondo reale) esce dalla poesia. Si predilige una visione metaforicamente più costruita, anche più nebulosa. Tranne qualche raro esempio, la poesia smette di parlare diretto e gira in giro al problema. La realtà non è il mezzo ed il fine ma un accessorio in entrambi i casi.

    Il valore della realtà pura e nuda rimane – sembra – appannaggio solo della prosa.
    E’ come se lo scrittore-poeta avesse fatto un passo indietro.
    E non capisco se è perchè ha affilato le armi rendendole chirurgiche (ma allora lo percepico come un risultato incerto, spesso inefficace) oppure ha semplicemente fatto un passo indietro cercando non più lo specifico ma una visione più generale, col risultato che l’assieme è talmente vasto da non percerpirne neanche più la forma.
    (cosicch̬ il poeta TEORIZZA andando a Рed ̬ questo il risultato che me ne viene Рa tentoni)

    Fabiano

    anonimo

    1 giugno 2008 at 11:55

  6. e continuo: perchè un poeta come armitage è così “accessibile” ? per lo stesso motivo che dici tu di harrison. e parliamo di un ragazzo che a 30 e qualcosa anni era conosciuto in 3/4 del mondo. ma altrettanto la szymborska, non credo affatto sia un nobel “così” tanto per fare. ma altrettanto c’è la generazioe tedesca “dell’80” (anagraficamente sono i nati attorno al 1960), e ancora diversi poeti sloveni (andate a vedere la sezione slovena di piw che ho linkato a sn): gli esempi sono molti, per uscire dal proprio orticello di 5 sfigati bisogna evitare la “metapoesia”, se no non si parla alla gente e non si è fatta nemmeno un’operazione d’élite, ma solo un’operazione tra sfigati che si schiacciano i brufoli tra loro. (io la penso così, poi che ci sia “veramente” riuscito è tutto da dimostrare, e sicuramente non sarà il solo kobarid a farlo, di pappa da mangiare ne ho tanta, ho la presunzione di credere che questo valga per tutti i 20-30-40enni che magari qualche soddisfazione se la sono tolta ma che non per questo sono arrivati…)

    se no passiamo dalla gerontocrazia all’esatto contrario. e entrambe le cose sono pirlate.

    matteofantuzzi

    2 giugno 2008 at 16:51

  7. Concordo con voi sulla faccenda della fisicità in poesia. E’ una malattia pericolosissima quella della metapoesia (che oltre che respingere il lettore neofita, onestamente, credo respinga anche molti lettori abituali, forti o fortissimi di poesia). Purtroppo è evidente come ancora eserciti un fascino ammaliante, come tantissima poesia che si scrive in Italia ancora debba ricorrere a questi trucchi quasi per giustificare il proprio esistere, il proprio essere “scrivibile”. Non che manchino esempi ottimi di questa “poesia delle cose” di cui stiamo parlando, ma rimangono ottime o eccellenti esperienze solitarie, è come se non riuscisse a nascere una tradizione in questo senso.
    Fa bene Matteo a citare Armitage, e con lui altri ottimi suoi coetanei inglesi come McKendrick o Paterson o Hofmann, non a caso poeti che hanno imparato dal magistero di Harrison, e che riconoscono il proprio debito. E bene fa Fabiano a citare Grunbein, che è la – splendida – punta di diamante di una poesia tedesca che da una quindicina d’anni sforna ottime cose (pochissimo tradotte in Italia).

    Esiste anche la malattia opposta: quella di una scrittura piena zeppa di realia inerti, che non stanno a dire niente se non la propria presenza e basta. E tanta poesia (o narrativa) che si annuncia di rottura si ritrova a grondare di umori corporali più o meno corrotti, di rottami e di macerie. Cose che non sorprendono davvero più, da tempo. Ma così facendo, le cose nominate non significano nulla, per cui è come fare metapoesia. Si toglie di mezzo quella che è una delle grandi potenzialità della scrittura: fare di un oggetto, qualsiasi oggetto, una grande costruzione di senso; se quella cosa di cui scegli di parlare ha senso ed è giustificabile lì dove la metti, allora avrai costruito qualcosa di significativo. Se no è tutto un gran disordine.

    In questo senso Harrison lo possiamo proporre proprio come esempio di chi a certe tentazioni astratte e fragilissime ha saputo non cedere.

    Marco Bini

    anonimo

    2 giugno 2008 at 17:47

  8. e oltre che un gran disordine è una poesia che cerca la “catechesi”, e non è solo un problema della poesia di matrice cattolica italiana, ma pure di quella di sinistra (strasob!) che a volte finisce per fare la maestrina saccente.

    matteo.

    anonimo

    4 giugno 2008 at 00:10

  9. ringrazio Marco Bini
    per la riflessione approfondita su Tony Harrison poeta a me carissimo che si apre alla realtà sensibile attraverso la parola metastorica, é proprio questo dire diacronico che dà una profondità altissima alla scena del quotidiano descritta da Harrison;questo continuo elastico invisibile che lega tutti i tempi nel tempo magmatico dell’oggi è sempre udibile nella sua parola, dove altresì il dato d’esperienza tocca le corde del dolore invividuale e collettivo vissuto in prima persona e come pazientemente trascritto.

    Guido Monti

    Da “In coda per caronte”
    due poesie per mio figlio malato

    I.L’omino di carta di riso

    Tutto, o quasi, si è disposti almeno a provarlo/. Razionalisti incalliti, impauriti dalla morte,/vanno quatti quatti dai guaritori, spesso passano/dalla chemioterapia alla santa chiesa/.Se quando mi ammalo le cose vanno male,/cercherò di mantenere i sangue freddo.Come padre,/devo dire che a volte ho fatto cose/che confesso malvolentieri per mio figlio./Non prego mai, evito imbroglioni e taumaturghi/ma compio azioni di cui mi vergogno per max,/per il panico intollerabile della sua pena:/come quando ho acceso un cero in Spagna…

    Tony Harrison

    anonimo

    24 luglio 2008 at 10:14


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