UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

with 32 comments

Il mestiere del poeta.

Chiariamoci subito: di poesia non si campa. Inoltre non lo si può scrivere sulla carta di identità alla voce “lavoro”, e sinceramente sconsiglierei di scriverlo anche tra le “precedenti esperienze” nel caso di colloqui, rischiereste oltre agli sguardi di pietà misti a compassione, di essere mandati via a pedate, bollati come instabili, pazzi, nonché perditempo, scansafatiche. Gente da evitare in buona sostanza.
Allora di che campa il poeta ? Quando sono stato invitato a scrivere questo articolo è perché parlavo proprio alla mia interlocutrice della recente tendenza delle patrie lettere poetiche ad uscire dall’insegnamento (universitario, superiore, elementare) per abbracciare professioni assolutamente diverse. È un poco quello stesso percorso che sta lentamente e faticosamente facendo uscire la poesia dalle accademie e dai luoghi deputati per tornare dopo qualche tempo a dialogare con la gente, e lasciando il ruolo istituzionale per lo più (e come logica sarebbe) alla critica. Di che campa quindi il giovane poeta ? Come si procura il cibo ?
È ad esempio sorprendente il numero di portieri d’albergo. Una professione inaspettata a cui tra parentesi si adattano molti di quei ragazzi usciti dalle università con laurea, magari dottorato e sicuramente un’ottima conoscenza delle lingue che non si piegano alla logica dei call-center la cui densità di presenza di giovani scrittori è a tratti disarmante.
Ma se lì è la forza della disperazione ad agire, in realtà molti autori decidono di intraprendere strade senza carriera, professioni semplici, per poi concentrarsi anima e corpo sulla poesia, permettersi di fare letture in giro per l’Italia o all’Estero, seguire i premi letterari ecc.
È l’esercito degli impiegati, che dopo l’ufficio alle 17.00 – 18.00 vanno nelle librerie per proporre letture, presentazioni. Nella sostanza è proprio quest’ultimo il loro mestiere, solo che non ci si campa, solo che non lo si può dire, che ci si deve quasi vergognare (ribadisco), solo che pare un hobby, anche se da molti è preso certo non come un hobby, ma in maniera seria. Serissima.
Un pragmatismo che si riflette anche nel testo poetico: un ritorno verso tematiche civili e impegnate dopo decenni nei quali ci si è guardati troppe volte solo addosso interrompendo una volta di più quel necessario dialogo coi fruitori (o i possibili fruitori) della poesia.
A un certo punto ben venga quindi non solo “così per dire” questo nuovo modo di intendere le cose, se questo potrà avvicinare ad ognuno di noi il genere letterario per il quale si viene forse a provare più odio, appesantito da metriche, commenti critici ecc. sezionato insomma fino a rendere la materia di partenza un magma irriconoscibile, una poltiglia che non conserva più il gusto dell’originale prodotto.
Ma se da una parte è stato compiuto un percorso, certo è a mio parere necessario che anche i lettori si riavvicinino a questo panorama, conoscano lo sconosciuto contemporaneo, i tanti autori locali bravissimi e riconosciuti a livello nazionale che si trovano in questo territorio e probabilmente prendono il caffè al nostro stesso bar o fanno la spesa al nostro stesso supermercato, che compiono insomma gli stessi piccoli e consueti gesti quotidiani assieme a noi.
Se verrà compiuto questo riavvicinamento forse si sarà realizzato molto, l’estinzione ad esempio in questo territorio di una forma di cultura che oggi ci vede protagonisti della scena internazionale, ma che difetta drammaticamente nella quotidianità dove diversi sono fermi a Montale o Pascoli, ma i più ahimè a Dante Alighieri.
.
Ps. ho vinto con Kobarid il Camaiore Opera Prima – la notizia è sulle agenzie di stampa da qualche minuto. Quindi lo posso dire senza problemi. E sono molto felice ! (Grazie a tutti voi di tutto il sostegno)
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Written by matteofantuzzi

17 maggio 2008 a 20:19

Pubblicato su Uncategorized

32 Risposte

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  1. questo piccolo articolo mi era stato richiesto da una rivista che è in sostanza diretta conseguenza dei corsi che da qualche anno faccio a imola all’università degli adulti. dato che alla fine non è stata pubblicata e non si butta via niente la metto qui. tra parentesi dopo qualche settimana avevo scritto anche quell’articolo che qualche tempo fa è uscito sul blog di atelier. state bene.

    matteofantuzzi

    17 maggio 2008 at 20:21

  2. Caro Matteo, a parte il fatto che faccio parte di quell’esercito di impiegati di cui opportunamente parli, sono felice di essere tra i primi a farti gli auguri per il Camaiore Opera Prima. Riconoscimento giusto, puntuale e meritatissimo.
    Antonio Fiori

    anonimo

    17 maggio 2008 at 23:17

  3. Spero solamente di non finire a fare il portiere d’albergo =D

    Complimenti davvero per il premio!

    Margherita
    (non so se ti ricordi di me, ci siamo conosciuti al lips)

    LaMacarena

    18 maggio 2008 at 08:34

  4. Una certa capillarità nel recupero del dialogo col lettore, purchè non faccia eccessivamente perdere di vista il fatto esperenzaile della poesia. Accompagnamento all’esperienza, questo credo, altrimenti abbiamo prodotto oggetti.

    Ti faccio i miei più sinceri complimenti e ti saluto caramente

    alessandro62

    18 maggio 2008 at 08:56

  5. scrive un portiere d’albergo, mestiere che faccio da oltre 20 anni nei Grand Hotel, in terra elvetica adesso, in Italia prima e nel mondo in gioventù.

    Da quando è avvenuto il trasferimento in Svizzera ho cercato di cambiare “ramo”, abbandonare del tutto l’impossibile sistema di orari degli alberghi (si lavora a turni) e trovare un comodo mestiere in orario “nine-to-five” con sabati e domeniche a casa (mai avute di default in oltre 20 anni se non a scapito di feroci battaglie).
    Ovviamente dopo una vita passata in un dato campo, la domanda immediata posta dal possibile nuovo datore di lavoro è “perchè vuole cambiare lavoro”?
    Una sola volta ho risposto – cercando di stare sul vago – che avevo altro a casa, che mi occorreva tempo per “una attività“. Ho rimarcato la serietà della mia ricerca e dei miei obbiettivi.
    Errore!
    Ditta Americana. Sedi ovunque nel mondo. Hanno voluto scavare, hanno voluto sapere.
    E’ emerso che mi occupo di “letteratura” (ho voluto stare ancora vago). Hano scavato, hanno voluto sapere. E’ emerso che mi occupo in specifico di poesia.
    La Ditta Americana ha sorriso con condiscendenza. Ha chiesto se davvero voglio anteporre il mio “hobby” alla stupefacente carriera possibile. C’era quasi una punta di orrore data dall’inaffidabilità che potevano constatare nel mio “hobby”.
    Ho detto Рquante volte? Рche non ̬ un hobby.
    Mi hanno cassato e accompagnato alla porta con un “faremo sapere”.

    Ora mi travesto. La letteratura, la poesia, non compare mai nelle interviste di lavoro. Mai. Non esiste. Io Sono L’Uomo Della Carriera Che Cerca Di Fare Piu Carriera E Di Mettersi In Gioco Ancora Nonistante L’Età.
    Io Credo Nel Business, Mio Unico Dio.

    Adesso pare che funzioni..

    Fabiano

    anonimo

    18 maggio 2008 at 09:08

  6. (ovviamente il mio commento non voleva essere offensivo! Nutro grande rispetto per tutte le professioni, era solo una parentesi scherzosa!)

    LaMacarena

    18 maggio 2008 at 13:03

  7. mI CONGRATULO CON TE PER QUESTA AFFERMAZIONE.
    COMPLIMENTI DAL TUO GIANF.

    nestore22

    18 maggio 2008 at 13:25

  8. caro matteo, ti cito Giudici, da una sua intervista del 1987: “Diffido molto del poeta full-time. C’è il consiglio di Eliot: il poeta deve cercare un lavoro con modeste responsabilità. E anche la frase che mi disse U. Saba quando io gli spiegavo che avevo poco tempo, per via del lavoro quotidiano, da dedicare alla poesia Non occorre tempo libero, mi rispose, occorre la mente libera”. Come vedi…
    E anche da me i migliori complimenti per la tua affermazione, proprio qui dalle mie parti…
    un caro saluto
    Giacomo Cerrai

    anonimo

    18 maggio 2008 at 16:45

  9. Bel tema, interessante e che nasconde, naturalmente, sotto un’apparenza lieve, una serie di problematiche da non sottovalutare. Io ho fatto un po’ di tutto, dal montatore di mobili, al postino, fino all’operatore in una impresa funebre (per 7 anni, non pochi mesi…): questo, dal tempo dell’università per pagarmi gli studi, poi è arrivato il dottorato e qualche soldino, ed ora insegno nelle scuole superiori, faccio corsi di italiano per stranieri e di aggiornamento per docenti. Non so se sia completamente giusto che il poeta DEBBA fare altro e non vivere del suo scrivere. Questo dipende sempre dai singoli casi. forse è vero che un maggiore contatto con la realtà può servire anche alla scrittura, ma dalla mia esperienza personale devo dire che nella mia poesia queste cose non ci sono entrate direttamente, ma solo mediante echi, mediazioni, ecc. Un lavoro come quello del “becchino” potrebbe certo portare molti stimoli a chi scrive, ma ci si rende da subito conto che occorre invece creare una sorta di cinico e difficile distacco da quello che si sta facendo, altrimenti uno non riesce più non solo a scrivere, ma nemmeno a mangiare e a dormire…

    andrea ponso

    anonimo

    18 maggio 2008 at 17:22

  10. Lavoro all’accoglienza (reception denominata per la nostra anglofilia…:-) – prima lavoravo in biblioteca ma ho dovuto lasciare perchè qui mi pagano di più, non uno stipendione comunque –
    Finisco quasi sempre alle 20 o 21 quando ho il turno pomeridiano – anche il sabato – per cui le letture di poesia posso farle o sentirle solo la domenica e ogni tanto il sabato quando faccio il turno al mattino o mi prendo un giorno di ferie.
    Sono laureato ma, come molti, faccio un lavoro che non centra nulla con quello che ho studiato e mi sono dovuto adattare.
    Di sti tempi non ci sputo certo sopra.
    Per il tipo di poesia che scrivo, questo lavoro a contatto con la gente, con storie, mi ha molto influenzato nello scrivere.

    Io penso che sia un bene che i poeti nella vita facciano anche altro, siano immersi nella vita comune di tutti i giorni sennò farebbero la fine di quei politici così lontani dalla reltà. Certo sullo stipendio possiamo discuterne… 🙂

    Complimenti Matteo per il premio che, non seguendo i premi, non conosco ma immagino essere importante!
    Quindi a Rimini a settembre non ci sarai come mi avevi anticipato?

    Un caro saluto

    Luca Ariano

    anonimo

    18 maggio 2008 at 18:32

  11. Caro Matteo, innanzi tutto complimenti per il premio !
    Per quanto riguarda il lavoro dei poeti, anch’io sono arruolato nell’esercito degli impiegati con laurea umanistica. Però a differenza della maggior parte dei miei commilitoni non sono molto contento di questa situazione e cerco almeno di dar voce alla protesta contro il sistema…

    michelefabbri

    18 maggio 2008 at 19:50

  12. beh fabiano, lo sai che pensavo anche a te quando immaginavo questo articolo. ma il problema esiste “non c’è spazio” in questo mondo per la poesia. quella dove bisogna fare fatturato, non versi. anche il fare il professore alla fine è 1 compromesso, anche se certo è la cosa più vicina che il potere fare quotidianamente la propria poesia. l’importante è che appunto la poesia “sia” la vita del poeta, e non 1 occasione. ma: questo mondo non è dei poeti, perché tutto è poesia tranne la poesia dei poeti. e allora lo spazio va posto altrove, saba e giudici avevano ragione. certo margherita che mi ricordo. e mica ci si offende. io come sapete dal lexotan: ramo farmaceutico, ma della poesia ho sempre detto dopo le assunzioni. quando i giornali hanno dato la notizia dell’uscita di kobarid tutti i miei mega-capi dell’attuale azienda lo hanno letto sui giornali, e quel giorno avevo una super-riunione con tutti loro.

    immaginate… e immaginerete bene !

    matteofantuzzi

    18 maggio 2008 at 22:46

  13. “Tutto è poesia tranne la poesia dei poeti”: certamente può essere vero. E, come dice in un suo recente libro Berardinelli, occorre forse difendere la poesia proprio dagli stessi poeti. D’accordo. Ma non vorrei che questo implicasse il fatto che non occorre essere poeti nel senso di conoscere e praticare anche l’artigianato alto e l’intellettualità che la poesia per sua natura richiede. Come non è possibile scrivere poesia con la sola poesia, così non è nemmeno possibile scrivere poesia con la ingenua pretesa che basti “la vita”: cos’è poi questa vita? non è essa stessa un immenso sistema simbolico, già di per se iperdeterminato intellettualisticamente solo nel momento in cui sporgiamo la nostra testa fuori dal grembo materno? Quanta sciatteria si vede nei testi che si scrivono, quanta imprecisione, quanta aleatorietà e quanta non necessità, nel senso negativo del termine (perchè vai a capo li? perchè non finisci con questo verso? perchè, perchè, perchè?). come nella vita, anche la poesia deve saper rispondere con rigore di ogni sua parte, di ogni sua virgola, deve dare la necessità. Invece spesso non è così. e allora, il falso tentativo di scrivere dentro alla vita diventa una facile evasione in un regno apparentemente libero dove si può fare e disfare tutto, come nella vita… allora la poesia diventa fuga, anche quando parla del 740 o del lavoro dell’impiegato. Non a caso, mi pare, uno come giudici sa molto bene lavorare con l’artigianato del verso. Cosa che i molti poeti di oggi che si ostinano a voler parlare di tutto (cosa legittima e più che auspicabile) non sanno fare, cioè non hanno la forza per dire il tutto, l’alto e il basso, e tutto si riduce ad una melassa, ad una piattezza davvero scoraggiante, che con il presunto mito della realtà e del quotidiano non ha un bel niente da spartire. Il problema, insomma, è molto più ampio e complicato. E sarebbe bello poterlo sviluppare anche qui,

    andrea ponso

    anonimo

    18 maggio 2008 at 23:44

  14. Cosa significsa oggi dire con forza? Perchè è la piattezza del reale che preclude la forza del dire. Possiamo parlare di compiti della poesia? O questa assunzione di responsabilità ci pone subito addosso un ruolo che in realtà fuggiamo a gambe levate. Rispondere a quali compiti, vorrebbe dire intuire quale direzione e in questa melassa che Andrea giustamente cita non si tracciano strade. La vita ha perso rigore come la poesia ha perso metodo, sciatteria dell’esperienza e sciatteria del verso; senza tornare a cercare di educare un filo al discernimento, al ricondurre il lettore o il fruitore della poesia per la manina ,abbiamo tutti lo stesso odore, come i vini rossi in barrique..un leggero sentore di vaniglia
    un caro saluto

    alessandro62

    19 maggio 2008 at 06:25

  15. ciao matteo,
    complimenti!

    ap

    anonimo

    19 maggio 2008 at 13:10

  16. Hai ragione Andrea! Io penso che ci vorrebbe la giusta “mesotes” sennò si rischia che tutto diventi poesia (anche la Vispa Teresa) oppure poesia sia solo il mero gioco intellettuale . Discorsi vecchi come il mondo, anzi come la poesia che penso proseguiranno – sempre per pochi – finchè ci sarà poesia…

    Un caro saluto

    Luca Ariano

    anonimo

    19 maggio 2008 at 14:59

  17. il tuo articolo mi ha fatto subito pensare: è quello che volevo scrivere io! e da bravo poeta quale sei, sicuramente conosci la sensazione. Ti seguo da un po’, ed ho molta stima di quello che fai. A presto.

    Elisa.

    anonimo

    19 maggio 2008 at 16:37

  18. Congratulazioni, Matteo.
    Bellissimo risultato.
    Ciao
    liliana

    anonimo

    19 maggio 2008 at 18:05

  19. bell’articolo,
    detto da un impiegato che lavora in uno studio di progettazione, proprio nulla a che vedere con la poesia, infatti quando è uscito il mio primo libro ho notato in alcuni colleghi uno strano sguardo, come dire “un poeta?”…

    Andylarock

    19 maggio 2008 at 19:23

  20. Complimenti Matteo.
    E’ un’opera che merita tutta l’attenzione e il successo possibile.
    Enrico

    enricocer

    19 maggio 2008 at 21:38

  21. io ci sono ! nel senso che alcune problematiche individuate da andrea, da luca ecc. sono problematiche prima di tutto, mi si passi, sociologiche: quando è passato il concetto che basta 1 esperienza, 1 sensazione per fare poesia, quindi che anche una canzone che è in grado di dare un’emozione (la semplifico) è poesia ? quando la poesia ha smesso di parlare alla gente, e questa ha cercato comunque di ascoltare. tutte le uscite anche di grosse case editrici, di persone che non sanno maneggiare il verso dà un poco l’idea di uno scaffale di dischi pieno di registrazioni di gente che non sa nemmeno tenere la chitarra in mano. e comunque suona. parlare del “mestiere” secondo me significa anche quello. quale è il mestiere, l’impiegato ? o l’artigiano della poesia, e noi cosa siamo disposti a fare per la poesia ?

    (grazie elisa, e grazie a tutti)

    matteo

    anonimo

    21 maggio 2008 at 01:17

  22. Ho lavorato diverso tempo in un call-center, prima di godere del privilegio del colloquio in fabbrica (la Contessa postmoderna: “anche il dottore vuole il figlio operaio…”.
    Un giorno girò non so come la voce della mia attività letteraria. Il mio status passò da “disadattato” a “poeta” e quindi fui avvicinato da alcuni giovani colleghi. Un ragazzo con cui poi feci amicizia mi disse: “C’è bisogno di gente come te, che non insegue la carriera ma la passione e l’arte…”.
    La mia risposta fu: “Infatti, altrimenti i call-center come farebbero?”.
    😉
    Un caro saluto a tutti, e complimenti a Matteo!

    Dav.

    davidenota

    21 maggio 2008 at 11:15

  23. ..e io ti ho linkato! =D

    LaMacarena

    21 maggio 2008 at 11:18

  24. I lavoratori del call-center oggi sono i nuovi sottoproletari del mercato del lavoro del XXI secolo.
    Molti per fortuna hanno le famiglie dietro – sennò sarebbero alla fame, miseria nera – che danno una mano, ma quando non ci saranno più sarà durissima.
    La nostra generazione – più o meno quelli nati negli anni ’70, ’80 – è la prima dal Dopoguerra ad avere un reddito inferiore rispetto a quello dei padri.
    L’operaio oggi – se in regola – guadagna più del doppio di unoperatore call-center.
    Hai fatto bene Davide a fare l’operaio, guadagni più di me mi sa… 😉

    Un caro saluto

    Luca Ariano

    anonimo

    21 maggio 2008 at 12:22

  25. Naturalmente mi riferivo ad operai assunti a tempo indeterminato con regolare contratto. I cinesi, per esempio, ma non solo, in nero hanno un reddito ben più basso…

    Luca Ariano

    anonimo

    21 maggio 2008 at 12:25

  26. ma sarà che laureati in lettere o filosofia devono fare i magazzinieri o leggere i contatori del gas ? ma vi pare un paese civile quello che permette da un lato di avere tante persone che si fanno il culo sulle materie umanistiche senza avere la minima possibilità di sbocco, dall’altro un paese senza più il minimo potere d’acquisto.

    facevo i conti l’altro giorno con mio padre, lui che era operaio. la sua casa è stata pagata 30 anni fa con l’equivalente di 4 anni della sua paga d’operaio. oggi impiegherebbe oltre 15 anni della sua paga.

    vi pare normale ? e anche in questo senso oggi dobbiamo fare i conti con la poesia, se vogliamo farla. io ad esempio vi riesco in questi giorni a scrivere solo a quest’ora. sottraendo ore al sonno…

    matteo

    anonimo

    22 maggio 2008 at 01:01

  27. Grande Matteo, complimenti vivissimi per la tua raccolta. un abbraccio
    luca paci

    anonimo

    22 maggio 2008 at 22:39

  28. ciao matteo,
    innanzitutto congratulazioni!

    relativamente al discorso poeta/lavoro è da un po’ che mi sto interessando (sto facendo una sorta di stima, mettiamola così per non usare paroloni più grossi) a quale lavoro facciano oggi i poeti emergenti italiani. eh sì, perché si dà il caso che oggi non si può più fare il poeta a tempo pieno (ovviamente ciò accadeva anche prima, solo che lo dico con una punta di sarcasmo riferendomi a tutti coloro che pensano di poter campare di soli versi).
    prima di tutto ci tengo a sottolineare che è molto difficile, a mio avviso, campare di soli versi non facendo null’altro, ma non solo dal punto di vista economico. penso che forse uno sfaccendato arriverebbe ad arenarsi, “imbanalendosi” (imho).
    quanto alla mia stima, a tutt’oggi è emerso che la maggior parte dei poeti (e scrittori) di oggi lavorano, ebbene sì, in albergo, oppure sono insegnanti.
    seguono lavori d’ufficio, impiegati (incredibilmente, molti in aziende nel settore energetico/telefonia, ma non call center).
    diversi, tra i più “anziani”, hanno fatto carriera (per così dire) nelle poste o sono (ex-)statali.

    il tutto senza considerare la fascia d’età degli universitari, per cui la maggior parte frequenta facoltà scientifiche. strano ma vero. questo lo dico riflettendo ad alta voce, perché quando frequentavo io l’università esisteva il luogo comune che i poeti fossero tutti di sinistra e tutti di lettere e lingue. oggi non so come funziona, ma dalla stima la maggior parte sono fisici e ingegneri.

    a presto matteo, e un saluto al resto

    eleonora

    italianpoetry

    23 maggio 2008 at 15:36

  29. secondo me quando esce un libro vanno fatte le condoglianze.
    così come quando nasce un poeta. (anche se lo si scoprirà anni dopo, appena comincerà a fare l’alberghiero, adducendo la scusa che “detesta la matematica”)
    quindi doppie condoglianze matteo, da un amico fotografo 🙂

    ansuini

    23 maggio 2008 at 22:56

  30. ma la matematica a qualcuno piace. e poi eleonora… quanti anni hai ??? sembri una vecchia zia dal tuo commento, hai giusto un paio d’anni in più di me

    😉

    matteofantuzzi

    24 maggio 2008 at 16:33

  31. Caro Matteo,
    la vecchia zia è passata dall’altra parte della barricata. L’università l’ho iniziata più di dieci anni fa, quindi direi che una generazione è passata.

    😉

    italianpoetry

    27 maggio 2008 at 09:54

  32. Mi auguro che davvero nessuno più creda di poter campare di lettere…
    La stragrande maggioranza degli scrittori (soprattutto i poeti) si guadagnavano il pane quotidiano con un lavoro. Sanguineti ad esempio è stato professore liceale (io proprio non riesco a immaginarmelo che fa l’appello per l’interrogazione XD). Perchè per noi emergenti dovrebbe essere diverso? Io sono al primo anno di economia e commercio. Pazzesco vero? D’altra parte, passatemi la banalità, non si vive di sogni…e neanche nei sogni…è una verità che sto lentamente metabolizzando…

    (Amaranto)

    anonimo

    30 maggio 2008 at 12:35


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