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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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L’Italia sepolta sotto la neve di Roberto Roversi

Uscito nel 1989 color paglierino ricorda nonostante il titolo la luce del sud, com’è il suo editore, ricorda spietatamente la luce (impazzita, direbbe Montale) dei girasoli. Titolo tra i più belli e veri degli ultimi vent’anni, in cui si dice tutto e dove il tutto rimane assorto per altrettanto ambiguità semantica, per troppa luce, per troppo significato. Noi siamo l’Italia sepolta sotto la neve. E’ un titolo manifesto, richiama una moltitudine di persone, è una distesa bianca che sommerge i corpi e le case di un paese che non vuole dire e che fa fatica a dire le strutture interiori che formano quella onnipresente ambiguità. Come le Descrizioni in atto questo libro di Roversi si costruisce come un lavoro in fieri, nella lunga esattezza di un poema diviso come se ogni luogo della poesia con la sua energia intensificata fosse sentinella di un dato momento ma anche lasciapassare per quello che viene dopo. La metafora della catena in versi forse sarebbe la più indicata per cogliere il lasciapassare della poesia, cioè di cosa passa da questa poesia agli altri. La radicalità della poesia di Roversi si esemplifica in una dimensione etica che si avvalora di un atteggiamento concreto di distanza da tutto ciò che può uniformare un dato reale di poesia. E’ si può dire una forma di protezione radicale della propria poesia e di una possibilità che viene data a la vuole incontrare senza infingimenti. Dunque ‘Il Girasole edizioni’ come scelta e selezione anche con un certo gusto della edizione fuori commercio da bancarella o pasolinianamente da Portico della Morte. C’è un estetismo che non deve sorprendere nella poesia di Roversi, la maniera del dire per pochi può essere socialmente descritta nel modo esclusivo etico della distanza da una certa industria editoriale marxianamente massificata ma può essere descrizione dentro la sua poesia di un gusto offerto a pochi o detto per pochi. Cioè di come la poesia o di un’altra equivalenza artistica debba essere tenuta in ascolto da quei pochi che le si fanno incontro e la affrontano. Eppure l’estetismo di Roversi è una linfa come dorata e incandescente che attraversa il modo di essere poeta, con una densità al suo interno orfica dove immagini dettati dalla memoria come fatti veri subiscono una sorta di rimescolamento e trascinamento del verso che si accentua nella cadenza connaturata del poemetto. Pasolini ricordato nel libro da Roversi quando lo chiamò e per esempre “monaco pazzo”, rilevava uno spostamento ulteriore e fecondo dalla prosa verso la poesia quando parlando di cinema (non a caso) in una lettera a Marco Bellocchio ricordava che il “in un recente libro di Roversi (siamo nel 1967), in cui il tessuto narrativo ogni tanto sfociava in pezzi di vera e propria poesia, cioè la prosa si trasformava in frammenti di versi”. La poesia di Roversi è una condizione in atto, e perciò vicinissima, è una poetica che si trasforma nella scrittura, come un ronzare d’api davanti ai nostri occhi, ma che in quell’istante che ci sembra sconosciuto e oscuro, enigmatico, agisce al suo interno per effetto di un verso-immagine uno svelamento che spiega il vero di ciò che siamo. E’ fatta questa scrittura di una moltitudine di ricordi. Persone, cose, eventi sono verso dopo verso la materia vitale della poesia di Roversi, il seme per la crescita di ogni cosa, di una crescita come a spirale con un suo automatismo interiore. L’impasto prima di tutto è lirico-evocativo che produce una spazialità dove gli eventi dell’essere sono trascorsi e come sorvegliati e risvegliati; c’è un sonno della storia che vive dentro alla poesia di Roversi, una figurale latenza, quasi forsennata. E’ un suono costante diremmo holderlianamente oracolare dove però non c’è nessuna mistica della storia ma una storia libera di essere detta così come è stata vissuta dal poeta. Ci sono in questa poesia degli elementi ritornanti che hanno per il poeta irrestibilmente a che fare con la memoria, ma ricordo in Roversi è meglio che memoria. C’è un passato che ritorna dentro al ghiaccio del presente, cinismo del presente, che poi facciamo coincidere come società e che internamente richiama una dialettica dove i rapporti di classe sono i rapporti equivalenti di produzione dentro al capitale. Il passato di Roversi è di forte precisione memoriale che lo identifica anche nel suo stile barocco affilato dalla razionalità tutta emiliana, per riprendere un suo verso. Qual è il passato di Roversi? Non è un eden, paradiso della memoria, ma qualcosa in liminare che ci respira, è un luogo egualitario che si scontra in maniera irriducibile con l’oggi, è una società contadina, preindustriale, in cui si definiscono alcuni valori che Roversi tiene molto: la socialità, la spontanietà, e la povertà di essere in quel dato momento storico tutti uguali. Ancora Pasolini? Si qui le strade s’incrociano in un pensiero similirare ma dagli esiti estetici differenti pure se non del tutto. L’identificazione con un passato che ritorna con caratteristiche antropologiche prettamente preindustriali, le borgate romane per Pasolini, la campagna emiliana per Roversi, la campagna vicino alla città (che è Bologna, che in questo libro subisce trasformazioni quasi mitiche, da contrappunto sensibile all’uomo baudlerianamente solo con se stesso che cammina) ma con due modi poetici diversi nell’accedere alla comunicazione lirica. Pasolini muta nell’arco degli anni una disponibilità stilistica in poesia, Roversi costeggia il poemetto pascoliano frammentandolo e discutendoci contro nell’invettiva come nel verso segnatamente lirico. Pascoli, e ci riferiamo in particolare ai Poemetti, per Roversi è un punto centrale che rimane esposto nella sua poesia, Pasolini da lì parte trasfigurandolo. Qui, ne L’Italia sepolta sotto la neve, siamo di fronte a tasselli in progress di un sole più grande esplosi da un unico poema. Caso unico in Italia assimilabile ma alla lontana forse a certe irridescenze di paesaggio volponiano ma Volponi possiede la natura del romanzo, Roversi è un poeta che si concede al romanzo. Roversi rispetto a Pasolini (e forse in questo primi episodi de L’Italia ci rafforza l’idea) ha un carattere -che si percuote nella definizione di uno stile- oltremodo dogmatico e idealista con connotati anarco-socialisti. Quando si parla di poema qualcuno potrebbe fare il nome di Attilio Bertolucci. Romanzo famigliare e poema tagliato dalla storia di Roversi sono distanti coma la luna e il sole. Ma fanno parte dello stesso sistema solare, quello della poesia. Il flusso poematico di Bertolucci sonda dentro a delle faglie liriche da un presupposto non lirico e che negli esiti migliori è di fatto lirico come la natura della poesia di Bertolucci. La natura invece roversiana qui è più esposta, qui è il suo viaggio d’inverno, qui nel poema in atto come lava che scorre verso il mare, Roversi si scontra con il suo essere nella storia dei giorni, investendo la poesia di esplosioni continue, dove l’assolutezza lirica diviene allora incerta e come sfigurata. La casa della storia è in fiamme. Anzi, è perpetuamente in fiamme. Roversi non viene meno nel suo flusso ad alcuni caratteri peculiari come l’invettiva che ha sempre radici morali, e come un suo estremismo, intendiamoci lucidissimo, che abbassa o toglie il livello di comunicazione quanto lo sovraccarica di senso. Le strade bianche di Roversi che attraversano la campagna sono nell’Italia sepolta sotto la neve uno dei tanti messaggi e indizi che vuole dirci. Uno dei valori, rispondendo ad una valenza etica del fare, della poesia è proprio quello di comunicare, segnalare condizioni di disagio, agendo per paradosso lirico, squarciando nell’intreccio una realtà assoluta, incontrovertibile. La neve tutto livella, rende irresponsabilmente tutto bianco. Roversi ne coglie tutto il fascino catartico, ma sotto di essa si raggomitolano storie, persone, paesaggi. Ora e oggi tutto va ribaltato e reso esplicito, con un groviglio di pensieri, di immagini non più rassegnate e sfocate: [[[ La cadenza è quella delle pietre / il respiro della peste la peste può sopraggiungere. / E’ inevitabile dicono: / ciascuno corregge il destino / precitosamente e / come un albero divorato o un ramo scalzato / non senti invecchiare il cuore dentro te? / Ciò che dura lo affonda il passo dei viaggiatori senza / meta / quando escono dalla nebbia e trascinano i fiori. / Si, partendo dalle ciliegie / si può arrivare lontano come polvere ]]]
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Andrea Gibellini
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Written by matteofantuzzi

10 maggio 2008 a 14:36

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8 Risposte

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  1. un nuovo inedito di andrea gibellini (che ringrazio davvero di cuore) su un poeta straordinario, fondamentale e assolutamente poco considerato a causa dei giochini di cui questo mondo è pieno. il ruolo di roversi, oltre che la poesia e il modo sono un insegnamento fortissimo. prima di internet, prima della diffusione delle problematiche della poesia lui già ciclostilava e in questo modo boicottava il sistema. questo nonostante la sua poesia non sia una poesia mediocre. anzi: l’idea dell’opera sicuramente la dobbiamo imparare da lui.

    matteofantuzzi

    10 maggio 2008 at 14:42

  2. ricordo anche che il prossimo è il week-end del premio “lago verde” a casazza in provincia di bergamo e che in mia assenza venerdì 16 sarà presentata l’antologia di liberinversi.

    matteofantuzzi

    10 maggio 2008 at 14:43

  3. Roversi è un grande poeta, un grandissimo intellettuale.
    Fossimo in un altro Paese la sua opera sarebbe – non dico nei Meridiani – ma almeno in un Oscar o negli Elefanti.
    Concordo con quanto afferma Matteo.

    Un caro saluto

    Luca Ariano

    P.S. ottimo articolo di Gibellini, naturalmente…

    anonimo

    10 maggio 2008 at 14:52

  4. Grazie della segnalazione, Matteo.
    Peccato non averti con noi.
    Ciao
    liliana

    anonimo

    10 maggio 2008 at 21:16

  5. dispiace un sacco anche a me liliana cara. per quello che riguarda roversi, a me pare una follia: pare una follia nascondere questo totem del ‘900 che molti hanno benissimo in mente anche tra autori ben più noti che magari l’attenzione l’hanno avuta. ma le cose ogni tanto in Italia partono per la tangente, e fare solo poesia e non p.r. non sempre paga…

    (e il lavoro di gibellini è ottimo)

    matteofantuzzi

    11 maggio 2008 at 12:34

  6. Sottoscrivo in toto questo ultimo commento di Matteo.
    Aggiungo anche che Gibellini è un bravissimo poeta.
    Io attendo sempre la nuova raccolta…

    Un caro saluto

    Luca Ariano

    anonimo

    11 maggio 2008 at 19:00

  7. Sul mio blog ho scritto una breve recensione di LATO B di Elia Tazzari. E’ un autore molto giovane ma dalla scrittura già ben definita.
    Un cordiale saluto a tutti.

    michelefabbri

    13 maggio 2008 at 20:31

  8. Quello che distingue Roversi e lo rende unico è il suo continuo operare
    all’interno di una società che poco o niente concede all’utopia.
    Carico di una forte moralità, all’interno di un sistema aperto, alla ricerca continua di risposte quasi
    “scientifiche” o perlomeno razionali alla quotidiana angoscia del vivere.
    Un sistema inoltre carico di pietas, pronto ad accogliere il diverso, l’ultimo ecc.
    Saluti
    Francesco C.

    anonimo

    22 maggio 2008 at 19:33


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