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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Il quaderno degli appunti: costruire un libro di Poesia di Francesca Matteoni

Con questo intervento tenterò di concentrare l’interesse sulla costruzione di un libro di poesia e sulla sua ricezione, indicando alcuni dei possibili materiali utilizzabili.
Parlare di libro, più che di testi in sé, nasce da una necessità evidente e ancora irrisolta, che riguarda sia il posto della poesia nel dialogo con il mondo, che l’annosa questione di pubblico e referenti.
Ogni volta che si tenta di portare la poesia contemporanea italiana fuori da se stessa, ovvero fuori dai circoli di poeti, critici, cultori, verso i potenziali veri lettori, ci troviamo sempre davanti a due equivoci:
1) che la poesia richieda a priori chissà quali strumenti e conoscenze tecniche per essere letta e apprezzata.
2) che il poeta scriva “raccolte” di testi, spulciabili a piacimento del lettore, dove sfoga se stesso dando voce alle emozioni.
Le due visioni si incontrano nello stereotipo del poeta isolato dalla società e di conseguenza della poesia come attività diaristica, di nessun significato o interesse per il lettore, il quale magari legge molta saggistica e narrativa e, nonostante le difficoltà evidenti della lettura, tenta il corpo a corpo con Ulisse di Joyce o un libro di D.F.Wallace. Succede anche che individui con forti conoscenze sul mondo delle arti, che non hanno nessun problema a discutere della poetica di un regista o di un artista, poi rifuggano la poesia stessa, con la scusa di una disciplina troppo intima.
Il problema esiste e va affrontato. Soprattutto occorre comprendere quanto il poeta stesso sia colpevole di questa visione. Si tende spesso a valorizzare la figura dell’autore, mentre per vincere alcuni muri bisognerebbe imparare a parlare del libro, nel quale è destino dello scrivente scomparire. Non è un caso che spostandoci alla prosa si ricordino più i titoli dei libri, mentre per quanto riguarda la poesia si rammentano più facilmente gli autori. Eppure sia il narratore che il poeta sono scrittori e sviluppano una loro distintiva poetica. È una questione di prospettiva e di abitudine, con cui ci confrontiamo tutti fin dall’età scolastica e che dunque anche il poeta deve combattere. Leggiamo libri di narrativa, ma gruppi di poesie antologizzate nei manuali. Ci insegnano poesie sparse di Montale, non ci conducono attraverso Le occasioni o La bufera. Mentre, per chiunque poi si addentri nella lettura intensiva di poesia, diventa subito chiaro il progetto, la narrazione intrinseca alla disposizione dei testi, la motivazione di un titolo. Non è possibile leggere Gli strumenti umani di Vittorio Sereni senza un’idea di sviluppo narrativo, percorso di scavo e parziale assoluzione dovuta al valore della memoria, che l’autore svolge nelle tre parti del testo, così come non si può prescindere dalle interpretazioni del titolo come prima chiave di lettura. In questo senso è importante mettere in evidenza l’idea di un concept book e quando possibile tentare di parlarne negli ambienti dove la poesia è diffusa almeno come materia di studio.
Dimostrare una progettualità, un’intenzione, che lasciano poco spazio all’esubero sentimentale una volta perseguite con consapevolezza.
Per fare questo è importante prima di tutto il lavoro sui “materiali” che l’autore svolge durante la scrittura e la rottura delle barriere tra le varie discipline.
Ultimamente, grazie anche alla nascita di collane editoriali o progetti culturali, è in evidenza il bisogno dello sconfinamento di campo, della multimedialità di un’opera. Al di là dei risultati, si sta affermando la necessità di uno sguardo plurimo su di uno stesso soggetto, unendo fotografia, performance, teatro, poesia; ma anche realizzando vere e proprie installazioni poetiche, lavorando su un soggetto dato, come è recentemente successo a Palazzo Strozzi a Firenze, grazie ad un progetto di Elisa Biagini sulle emozioni che ha coinvolto Valerio Magrelli e Antonella Anedda.
Tuttavia la multimedialità non è da confondere con l’interdisciplinarietà, che agisce internamente, appartiene alla ricerca precendente il libro, ed in esso viene assorbita.
Una delle domande più usurate e intramontabili all’uscita di un libro riguarda le influenze poetiche. Mi chiedo se si è in grado di andare oltre, magari centrando il tema dell’opera, per trovarne riferimenti extra-letterari, o se l’autore stesso possa parlarne chiamando in causa altre discipline, quali la storia, l’antropologia, l’arte. In questo senso si apre un dialogo: rompendo assurdi luoghi comuni e valorizzando il linguaggio poetico come filtro di esperienze universali. Tempo fa un amico, il poeta Tommaso Lisa, mi inviò un file di “appunti poetici” dove i testi in divenire coabitavano con un complesso di note, citazioni, rimandi culturali che formavano lo scheletro, la trama dell’opera. Ho trovato in questa densità di pagine in assemblaggio, un luogo di confine e di trasformazione quasi più affascinante di un libro completo. Esattamente come i quaderni di appunti di un ricercatore, pieni di notazioni e di impressioni, sono talvolta più cari all’autore del suo stesso elaborato finale. Mi sono chiesta però come mai di questa stratificazione di contenuti non arrivi pressoché nulla al guardingo avventore del testo poetico.
Più o meno nello stesso periodo mi sono ritrovata a parlare con uno dei curatori di una bella rivista sulle tradizioni, la storia ed il folklore dell’Appennino Pistoiese. Mi è rimasta impressa questa sua affermazione, che tento di ricostruire: “Non sono un esperto di poesia, ma non riesco a capire come la poesia contemporanea possa incontrarsi con la ricerca folklorica e dare un contributo alla sopravvivenza di certe tradizioni”. Questa sola frase, detta da un uomo non certo ignorante né sciocco, distrugge il potere vivificante che è proprio della parola poetica. Forse è il caso di iniziare a mostrare, oltre ai debiti con questo e quell’altro poeta, il debito con la materia propria del libro che stiamo scrivendo.
Alcuni esempi:
Il primo riguarda il poemetto Dart dell’inglese Alice Oswald, pubblicato da Faber nel 2002.
Dart è il fiume che scorre nella bughiera del Dartmoor cui dà il nome, fino alla Cornovaglia. L’opera di circa cinquanta pagine, è il fiume stesso tradotto in poesia, grazie ad una ricerca linguistica, ma anche sul campo e nel folklore della Cornovaglia, assemblando voci e storie di coloro che interagiscono periodicamente con il fiume – pescatori, naturalisti, turisti -, alla tradizione di leggende e racconti mescolati all’acqua. L’autrice ha lavorato tre anni all’opera, prima di considerarla conclusa. È qui evidente che la categoria dell’affettività o quella dei referenti poetici (il più ovvio Ted Hughes di River) sono insufficienti. Restando nell’ambito folklorico e rispondendo all’amico della suddetta rivista, è grazie ad un testo simile ad esempio che figure spettrali di certi racconti orali assumono una nuova vita nel contemporaneo.
Un tale libro, inoltre, come gli altri due della Oswald, ha rilevanza nel tema ambientale, intrecciando al suo interno la riflessione su paesaggio e cultura e toccando il problema della conservazione. Un libro di poesia, che per sua natura, evoca e suggerisce più che dimostrare analiticamente, può incidere più a fondo nella sensibilità del lettore, che un turbine di pamphlets ambientalistici.
Un altro esempio riguarda più che la creazione di un libro, una lettura di esso. Penso a Bocksten di Fabio Pusterla, dove l’episodio scatenante è il ritrovamento del corpo mummificato di un uomo ucciso nel basso medioevo e gettato in una torbiera in Svezia. È un’opera che entra a pieno titolo in quella che si definisce antropologia della morte – più di una volta leggendolo mi sono stupita della sua capacità di portare in luce le idee di anima (legata all’osso, alla parte invisibile del corpo), di doppia sepoltura, di pericolo e ambiguità legato al cadavere del morto prematuro, che hanno formato i nodi centrali della riflessione antropologica di libri famosissimi (Hertz, Van Gennep). Non sarebbe bello, mi sono chiesta, che lo sguardo del poeta fosse incluso in certi studi?
In Morgue di Elisa Biagini, pubblicato nel Sesto Quaderno di Poesia Contemporanea, i testi si sviluppano a partire dalla fotografia di Andres Serrano: avviene una trasformazione dell’immagine in lingua – una sostituzione e reinvenzione che supera il pericolo della didascalia. Un lavoro del genere è chiaramente diverso, sebbene contiguo, a ciò che succede in La casa esposta di Marco Giovenale, dove una delle sezioni è costituita proprio da fotografie. Nel primo caso il testo diventa l’immagine e lo strumento utilizzato per la resa è esclusivamente quello del linguaggio. Nel secondo succede il contrario – l’autore affronta il suo tema mettendo insieme strumenti differenti.
Mi viene un paragone con un libro bellissimo, La camera chiara di Roland Barthes, che nasce da una riflessione sulla fotografia, ma arriva all’universo emotivo dello spettatore, toccando le corde della memoria e della compassione. Nessuno penserebbe a questo libro come ad un’opera didascalica. Eppure senza fotografia, senza la rivelazione iniziale dell’immagine non esisterebbe.
Pensando alla poesia come luogo di riflessione e mediazione l’ultimo esempio che traccio velocemente è quello della poetessa canadese: Anne Carson, che ha costruito alcune sue opere a partire dall’arte pittorica, dalla fenomenologia (parente prossima della poesia, se pensiamo al linguaggio come intuizione) e da un utilizzo/scardinamento affatto originale del significato di antropologia, e approdando ad una forma ibrida di linguaggio, tra prosa, saggio, frammento lirico e poesia.
Penso che simili procedimenti di accumulazione, indagine e ricerca siano tutto sommato non estranei a chi si trova a scrivere con una qualche cognizione di causa.
Ma spesso non ne resta traccia nella discussione che segue il libro, come se appunto la poesia si nutrisse di se stessa, un alieno mistico che si rigenera dalle sue amputazioni.
C’è in conclusione a mio avviso il bisogno di riappropriarsi del tema, di leggere con altri occhi e strumenti, di chiedersi se ci sia altro oltre al talento personale e all’assimilazione dei maestri. Trasmettere davvero l’idea di poeta come artigiano, assemblatore, ricercatore. Far tacere la voce autoriale. E far parlare finalmente il libro.

Lips. Bologna 12.04.08

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Written by matteofantuzzi

25 aprile 2008 a 13:09

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8 Risposte

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  1. Un intervento molto interessante che ho avuto modo di seguire dal vivo.
    Grazie Matteo per averlo postato e Francesca per gli spunti.
    Penso che LIPS ha dato notevoli imput, l’unico rammarico un po’ l’autoreferenzialità del pubblico, ovvero alla fine siamo sempre gli stessi.
    A me piace perchè poi si incontrano e rivedono vecchi amici, però ogni tanto qualche volto di qualcuno che non scrive farebbe piacere… 🙂

    Un caro saluto

    Luca Ariano

    anonimo

    25 aprile 2008 at 15:49

  2. quelli c’erano più che altro alla sera luca, e ci sta: il momento pomeridiano era per persone che bene o male sono dentro alle questioni. alla sera complice il luogo, il frullo bolognese ecc. ci hanno ascoltato in molti che con la poesia non avevano nulla a che fare. quel pubblico che tanto spesso ci chiediamo dove sia

    ci tenevo anche io a mettere anche qui una piccola riflessione sul lips, complice francesca. credo che l’effervescenza della rete si veda molto bene coi workshop che da un paio d’anni si sta facendo e che finalmente riusciamo a fare in un’ottica troppo spesso non europea, e in questo la poesia performativa (che non è la mia) ha invece fatto molto aprendo molti varchi e lo dico anche dopo avere letto le prime anticipazioni del festival di monfalcone il prossimo giugno

    adesso per quello che ci riguarda cerchiamo di fare bene a berlino in autunno e a londra nel 2009, io con moooolti meno compiti e di questo ne sono assolutamente contento 😉

    il grosso della mia parte è già fatto.
    mo’ c’è il lavoro quotidiano (che comunque non è poco)

    matteofantuzzi

    25 aprile 2008 at 16:52

  3. Parlare del libro come oggetto e prodotto globale di un percorso fa sicuramente parte di una comunicazione non solo più ampia, ma più fruibile. Lavorare anche con le spiegazioni dell’assemblaggio è in un certo qual modo artigianalizzare la storia e il percorso dell’autore; Un buon intervento che mi sento in larga misura di condividere, ti ringrazio di averlo postato
    un caro saluto

    alessandro62

    26 aprile 2008 at 15:59

  4. grazie a te alessandro. anche io credo ancora e molto in questa forma di artigianato.

    *

    mi permetto anche di segnalare per chi abita tra bologna e ravenna che mercoledì pomeriggio verso le 15.45 sarò in diretta per parlare del mio “kobarid” sull’emittente canale 11

    matteofantuzzi

    27 aprile 2008 at 21:47

  5. Bellissimo intervento di Francesca. Inutile dire che con il suo “Artico” (Crocetti, 2005) fa proprio quello che dice. E che la poesia contemporanea ha netto bisogno di storie ed agganci, ha da restituire un resto, pena la dispersione, quella vera.

    molesini

    28 aprile 2008 at 00:23

  6. oltre che della francesca “teorica” ho molta stima della francesca “pratica”, credo che la sua sia tra le più interessanti poesie emerse negli ultimi anni, e spero davvero possa farsi largo in mezzo a tante altre che sinceramente non mi entusiasmano altrettanto

    matteofantuzzi

    1 maggio 2008 at 18:05

  7. In ritardo e trafelata arrivo per ringraziare Matteo per aver messo l’intervento e voi tutti per aver commentato. Penso che sia importante costruire un discorso attorno al libro e questi (come dico nel titolo) sono solo brevi appunti. Si dovrebbe insistere, magari sui nuclei tematici, gli sviluppi narrativi e anche le variazioni su di un soggetto che confluiscono nel libro, oltre che della poetica dell’autore… speriamo!

    higgiugiuk

    2 maggio 2008 at 14:15

  8. Anch’io ho trovato l’intervento di Francesca molto stimolante. Le questione che pone in maniera precisa e diretta sono questioni che ci riguardano sia come poeti che come promotori culturali…
    un caro saluto a tutti Luca Paci

    anonimo

    5 maggio 2008 at 22:15


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