UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

with 10 comments

Perché Montale è un classico di Andrea Gibellini

Perché quelle piante turbate m’ inteneriscono?
Vittorio Sereni


Nel secolo scorso, nel pieno del secondo conflitto mondiale, fu Eliot a porre il problema che cosa sia un classico per i lettori contemporanei. E’ una celebre conferenza alla Virgil Society, dove il poeta tenta una definizione di poeta classico. Bisogna subito dire che gli eventi storici dell’epoca e siamo nel 1944 possono avere radicalizzato il discorso eliottiano. L’Europa era in rovina, la distruzione di una civiltà si stava compiendo e, in parte, si era compiuta. L’ideale di classico a cui mira Eliot si muove tra le macerie di Londra come di Dresda. Dunque per Eliot classico si determina, richiamando l’opera di Virgilio, dentro al cuore di una civiltà con un aspetto di maturità poetica che sconfina dal proprio tempo per divenire in seguito un assoluto, una straordinaria pietra di paragone quasi con caratteristiche magiche. Immagina Eliot una idea di classico universale dove lingua perfetta e perfezione di una civiltà si compenetrino come eternamente. Shakeaspeare ha mostrato le risorse segrete e non comuni di una lingua, ma soltanto una civiltà come quella latina rappresentata da Virgilio può essere definita classica e così la sua poesia. Una magia senza eguali nella storia della poesia. Montale sciogliendo il discorso di Eliot spiega che «il poeta classico è il poeta dell’età matura, l’uomo che risolve e interpreta con la semplicità di un fenomeno naturale lo spirito dei suoi tempi; è un uomo giunto al momento opportuno, che parla per tutti ed è accessibile a tutti. Nasce classico chi, dotato del genio necessario, nasce a tempo». Eliot presenta un assoluto oggi difficilmente concepibile in una funzione critica quasi aprioristica. Iosif Brodskij proprio in un saggio dedicato ai New poems (New directions, New York, 1976) di Montale scrive che è «così schiacciante la pressione esercitata dai ‘classici’ che a volte il risultato è una paralisi verbale».
Nello spazio di venticinque anni nell’età di Augusto vengono pubblicate le Satire di Orazio, Bucoliche, Georgiche, Eneide di Virgilio, le Elegie di Tibullo e le Elegie di Properzio e, infine, gli Amores di Ovidio. La parola ‘classico’ per Eliot si consuma in quei pochi anni. Da lì a poco Ovidio scriverà le Metamorfosi. La maturità della lingua latina aderisce ad una sua intrinseca perfezione. «Per grande che sia, scrive Eliot, la letteratura del periodo elisabettiano non possiamo chiamarla del tutto matura: cioè, non possiamo chiamarla classica». Ma cos’è la perfezione di cui parla Eliot? E’ l’elemento costitutivo di una civiltà matura che può riconoscersi nelle opere compiute dai suoi poeti. La parola classico dentro a quel cuneo luminoso ha un suo inarrestabile fascino dove la luce dell’impero pare farsi ancora più splendente e diamantina. Viene da chiedersi quanto le condizioni storiche favoriscano una dinamica creativa e se quel talento o genio, riprendendo Montale, può esistere da solo e nonostante tutto. Penso che Eliot voglia dire che ogni poeta classico è fondatore di una sensibilità coraggiosa, come di un carattere non transitorio e di uno stile poetico, risultato di più possibilità come nel caso di Virgilio, declinato al suo massimo effetto. Di una lingua creativa che passa dalla monotonia alla varietà, dalla semplicità alla complessità. Poco menzionata ma d’uguale importanza è un’altra conferenza di Eliot intitolata I classici e l’uomo di lettere. Eliot descrive l’idea di classico e lo studio di opere greche e latine puntando la riflessione sulla lingua latina come fattore di continuità vivificante per la lingua inglese e per la sua strutturazione sintattica. A Eliot preme il valore formativo della lingua latina, in particolare sulla lingua poetica e su poeti come Milton dove senza il sostrato latino non capiremmo fino in fondo lo stile e la musica della loro poesia. E’ una lezione pubblica detta due anni prima rispetto all’altra è può essere vista come prodromo dialettico sulla lingua della poesia latina nella storia della poesia inglese. Qui si dissolve l’avvolgente sacralità della cosa classica, la lingua ritorna in un suo assetto più ficcante, forse più pratico, come dentro ad un naturale presagio poetico, in un contesto di lingua sensibile d’uso per la poesia. Inoltre sarebbe necessario capire realmente il grado d’incidenza che ha avuto l’attributo di poeta classico nella cultura italiana e se e quanto un poeta come Virgilio sia penetrato nella geologia del testo poetico novecentesco dopo Pascoli. Se gli autori classici sono letti dalla metà del secolo scorso con la stessa frequenza creativa, con la stessa contingente familiarità di un poeta come Pascoli. Già è difficile stabilire una qualità performativa sull’approccio con autori classici in un poeta come Montale; mi sembra, come Eliot (The Waste Land è intrisa di classiche presenze fantasmatiche), un consapevole sradicato che allunga la mano come un naufrago verso ciò che si è irresistibilmente perduto. E come nei loro versi abbiano saputo contagiare di spirito classico tutto ciò che poteva essere di provvisorio. Nel nostro Novecento la poesia di Penna (ma qualcosa si potrebbe dire lo stesso di Saba) è l’unica che tocchi per davvero la sorgente dove il suo gambo s’imbeve. Ci trasmette una reinvenzione del verso ispirata da una resistente componente di saggezza come ininterrotta (la ‘saggezza’ è carattere distintivo della poesia classica), trasportata a noi da una fonte che avvertiamo come compiutamente classica. Nell’epoca attuale il rapporto con la poesia latina si fa ancora più complicato. La lingua latina è direttamente più sconosciuta e il pericolo reale per il poeta italiano è quello di riprodurre calchi tematici e stilisticamente non trasformativi da quella lingua fertile e per metà straniera. L’esempio oggi più evidente (che a suo tempo tradusse La Bufera di Montale in latino, Nimbus) è quello di Fernando Bandini, dove la lingua latina si avverte nelle composizioni in italiano anche per quel dato classico di saggezza non solo formale di cui si diceva. O di un poeta che lavora su tastiere linguistiche diverse come Michele Sovente, dove esigenza colta della lingua s’immedesima in una fusione sullo stile fondativo di Di Giacomo della parlata napoletana, creando un infralinguismo dalle sortite enigmatiche quasi di natura sibillina e atemporale. Un altro poeta nostro contemporaneo Milo De Angelis lavora attivamente sulla struttura classica del verso traducendo, fra gli altri, Virgilio e Lucrezio. Ha una necessità come fisiologica di ancorare i propri versi che tendono a frantumarsi nel dolore del presente inquieto. La ‘saggezza’ di un autore che riteniamo classico (o che intravediamo in nuce, e ogni poeta che si rispetti ha una quantità più o meno alta di questo limo creativo che si livella nelle fondamenta della sua poesia) è la verità di una storia personale trasmutata in coscienza collettiva, o meglio: l’impulso di verità di una storia collettiva verificata in una coscienza personale.
Il Novecento è stato un secolo dove la riflessione spesso controversa sulla poesia ha generato una continua rifrazione di pensiero su cosa è la poesia. Alcuni di questi poeti hanno parlato acutamente della propria tradizione e sul proprio presente storico-letterario fra i quali proprio Eliot. Hanno fatto svoltare la poesia da una parte (dove forse dovrebbe sempre essere) come magnetico-creativa. Eliot rilegge i Metafisici inglesi, Pound i Provenzali e Dante, e assegna alla poesia un quadrangolo maggiore che da una prospettiva primo novecentesca includendo come cosmo poetico una geografia letteraria altra proprio come tradizione come può essere quella cinese. Montale con Pascoli ha un rapporto di odio e amore, più sul primo che sul secondo sentimento. Pascoli risulta agli occhi di Montale tanto assimilabile quanto poco criticamente codificabile. O meglio: renderlo codificabile poteva rappresentare una cartina inequivocabile di tornasole per la propria poesia. Pascoli è un poeta dal lessico e dall’immaginario violento e poco smaterializzabile. Se Montale avesse dovuto rendere in pieno le risultanze di debito pascoliane all’interno della propria poesia (come di fatto non fu) sarebbero state ricche e certe. «Tra cielo e mare (un rigo di carmino/ recide intorno l’acque marezzate) /parlano. E’ l’alba cerula d’estate: / non una randa in tutto quel turchino». Dice l’inizio di un sonetto di Pascoli delle Mirycae. Montale con Pascoli (ma il discorso si potrebbe allargare, non è un caso che l’eccellenza in Montale come lettore critico stia nella misura breve e spigolosa dell’elzeviro, con qualche eccezione: il saggio giovanile del 1926 su Saba) ha un approccio di lettura critica mai globale, ma costruito per scarti e dettagli, da guizzi nervosi e vistose assenze. D’altro canto Montale attraversa d’Annunzio con maggiore capacità interpretativa e come con più calma. Lo razionalizza, mette in ordine un universo di poesia, ed è una lotta che sostiene, fino in fondo. E’ il poeta che gli permette di variare sul proprio spartito poetico e di riconoscere gli altri poeti suoi coetanei assegnando loro giudizi di valore e di saccheggiarli, è il caso di Rebora come di Sbarbaro. Soffia da Sbarbaro una affilata inquietudine metafisica scritta sottovoce e con fermezza. Con Leopardi Montale ha un rapporto tecnicamente ossessivo: di come il pensiero possa divenire sintesi lirica e come il soggetto lirico possa muoversi da una prospettiva apparentemente idilliaca verso il pensiero, di come la natura si sfregi dopo l’idillio, di come Leopardi agganci una idea classica della poesia pescando in fondo al passato senza delegettimarsi ai suoi contemporanei. E di come Leopardi inserisca nel carattere classico della sua poesia un tipo di esecuzione stilistica mobile, fatta di cadenze variabili e complessivamente mutevoli.
Tuttavia sappiamo quanto la poesia sia imprevedibile. Quanto il passato incida sulla storia presente, quando classico è ciò che sopravvive alla esperienza dei secoli. L’eredità classica muta col mutare dei poeti presenti. A volte sembra che il compito profondo e forse più autentico dei poeti sia quello di avere capacità rabdomantiche e di tracciare linee, di indicare percorsi sconosciuti ma sensibilissimi per le problemi della poesia e per la loro poetica. Se si scorre la storia della nostra poesia europea si può notare che i maggiori poeti del secolo scorso hanno come spostato il fiume di una storia con reale forza immaginativa rinvigorendo la struttura percettiva della loro poesia. In fondo tutta la questione ha a che fare con delle componenti di sopravvivenza poetica e di riformazione di uno stile non epigono da chi li ha preceduti. Si, può darsi che esista davvero l’angoscia dell’influenza. Ma ha una carattere di fondamento poetico. Di come leggiamo poeti venuti prima e che la nostra tradizione li ha eletti come classici. Se i poeti che vengono dopo hanno forza e conoscenza di fondare una tradizione. Perché una tradizione non è mai data una volta e per sempre. Si ramifica. Si riavvolge come un nastro trasmettendo suoni talvolta dissonanti, fruscianti, come inaspettati e curiosi. C’è chi può cogliere dentro alla integrazione tematica e sonora di un classico una incrinatura una sistema diverso che corrisponde a suoni e temi diversi. Come accade a quei poeti che (ingiustamente) riteniamo minori: sono proprio quei poeti che hanno accolto nei versi una grazia e come una certezza di quello che è stato, seppure in poche o pochissime gemme preziose, come di suoni all’occasione perfetti e, come dire, classici. Ma Montale si spinge oltre ai contemporanei. Con l’autore a lui contemporaneo o a lui classico, o che ritiene tale, ha un tipo di rapporto diretto ma pure profondamente indiretto. Montale è moderno perché non s’innamora dei propri classici. E’ forte di suo come fisiologicamente (una delle qualità, oltre alla saggezza, primarie di un autore che può inserirsi nella categoria di classico). Prende oggetti poetici dall’immenso magazzino della tradizione italiana rendendoli per sempre suoi. Il poeta classico trasforma dal basso e con continuità materiali poetici. Montale ricuce dentro alla propria condizione lirica. Può muoversi con una certa costante libertà da Gozzano a Zanella citando Lucio Piccolo come Petrarca. Montale non è stato epigono di una tradizione ma è stato un epigono attivo, ha cioè disciolto cose che potevano restare ferme e inscalfibili. Similmente a Eliot c’è una volontà di essere poeta e come di farsi criticamente attraversare da questo alveare di poeti a lui prossimi. Un poeta è innanzitutto un epigono attivo di una sua peculiare tradizione, è il principio attivo di una coscienza critica.
Possiamo considerare in Montale come in Eliot due prospettive. Una che attrae il tempo presente, l’altra che produce creatività e storia e che può sprofondare per secoli nella ricerca di una cosa che il poeta ritiene utile per il fare dei propri versi. Se la prima prospettiva produce delle rifrazioni ravvicinante e delle stilizzazioni critiche, la seconda richiede una qualità di coscienza storica non comune. A quel punto possiamo determinare una veridicità classica di quel preciso poeta, cioè nella sintesi della sua poesia come indice di un pensiero reagente nella sua definizione compositiva. Estremo risultato di questa sequenza potrebbe essere la poesia di Emily Dickinson. Di come un poeta praticamente inedito e davvero incompleto per almeno settanta anni sia riletto alle soglie degli anni trenta dai poeti americani Willams Carlos Williams, Marianne Moore, fino a Elizabeth Bishop. Tutti quegli animali spavaldamente inclusi nelle poesie della Bishop e Moore sono veri e da dove provengono? E gli animali della Dickinson, lei dove li ha visti? E quei paesi lontani? lei così musa reclusa nel bozzolo della poesia. Il tessuto metrico a singhiozzo epico di Williams non avrebbe avuto certe risultanze sperimentali (il fraseggio di stile da concentrato ad epico). Seguendo la conferenza di Eliot è ingenuo paragonare Virgilio a Montale. Equiparando il discorso di Eliot in una problematica odierna, Montale non ha la perfezione della lingua dell’impero, e neppure è il poeta di un’epoca universale, ma il poeta perspicuo di un’epoca, la sintesi affilata di una momento storico. La domanda, che può apparire retorica, ma non più di tanto, è chiedersi se sia possibile di nuovo un poeta con tali caratteristiche universali. Dietro alle frasi di Eliot si poteva celare un umanesimo frantumato, una situazione stravolta dagli eventi bellici, un ideale a cui guardare, ricomposizione di un atto poetico assoluto, ora le stesse parole nel volere una poesia universale significherebbero una inquietudine non dovuta ai tempi che viviamo. La proposizione stessa di poesia andrebbe a cadere dentro un ambito assoluto che prenderebbe le fosche tinte sotto mentite spoglie luminescenti di un reazionarismo pericoloso. Il tessuto della conferenza del poeta inglese è costruito di distinguo: tra poeta classico universale e poeta classico relativo. Dante non è un classico assoluto ma un poeta classico del medio evo, dunque di’un’epoca sola, dove la sua lingua ha esplorato luoghi fino allora impensabili. Virgilio è la pietra di paragone, la misura per ogni poeta venuto dopo di lui. E’ una grandezza che può declinare la misura di tutte le cose, di tutta la poesia, ma altresì, per dirla con Brodskij, una idea della poesia che paralizza la lingua. Non si mette in discussione l’entità della forza poetica virgiliana. Saremmo sospinti via come insetti. Ma ci chiediamo se sia ancora possibile ragionare in questi termini così assoluti. Montale ha sperimentato la forza di una lingua, ha ricoperto ampie zone dell’immaginario collettivo, ma non ha di certo come Virgilio rastremato tutto, portando la lingua ad una perfezione poetica. Come Eliot Montale ha riconosciuto nella sua parola un’epoca di crisi, ha reso universalmente questa crisi, ha portato la lingua a ricoprire situazioni estreme proiettando stili nell’immaginario della poesia non disgiungendosi da una realtà epocale e sociale. La parola classico per un poeta ha infinite variabili che solo un lettore creativo può contemplare e inserire in una sua dimensione altrettanto creativa propria di lettore. Se così non fosse non ci sarebbero riscoperte e conseguenti dimensioni cuulturali, humus che qualifica il terreno della poesia. La poesia vivrebbe di assembramenti, di contingenze, che da lì a poco inevitabilmete scomparirebbero. Perché verrebbe a mancare non solo l’intenzionalità ma anche il portato storico della scoperta e del suo racconto critico. Per classico si è portati a riconoscere una poesia e la figura di un poeta immutabile nel tempo e agli eventi della storia, in lieve accezione ironica e negativa. La parola classico si struttura lentamente e tenacemente nell’ossatura del tempo, anzi nel tempo dei tempi, col durare degli anni questa parola diventa una cosa come se ci fosse sempre stata fin dagli albori della scrittura. Persiste qualcosa di icastico e di eterno (Eliot che parla di Virgilio) ha una sua oggettiva delimitazione negli scaffali delle librerie, come luogo da esplorare immutabile. Un condizionamento può preesistere nella parola classico associato ad un autore. Condizionamento che ha qualcosa d’immateriale, di poco visibile come se una coltre di parole bituminose ne rendesse difficile l’accesso, la trasparenza, una lettura passionale.
Ha scritto Italo Calvino in Perché leggere i classici: «il tuo classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui». La miscela che si viene a creare nel tempo presente, per chi si avvicina alla letteratura, fra una certa perdita della temporalità delle cose scritte e l’impressionante accelerazione del vedere filtrato, porta ad un confronto sempre più mediato col testo scritto, ad una riflessione inevitabilmente frammentata, dove quella indifferenza diviene fatto acquisito dalla nostra società. Definendo la parola classico intendiamo l’idea del libro e del testo poetico che attraverso i secoli ha resistito ed è giunto fin qui ma, e più empiricamente, del modo di porsi di un poeta contemporaneo nei confronti della sua stessa tradizione culturale. Non più il libro dalla prospettiva eterna ad abbagliarci come illimitato fatto ideale, mettendoci inevitabilmente sulla difesa, ma siamo noi con le nostre forze che cerchiamo di stabilire proprio sull’adesso una costellazione su cui contare. Osservando che la lettura di un poeta è sempre parziale e mai totale. I libri di poesia attraversano (e sono pochissimi a resistere) l’arco della nostra vita e spesso non si comprendono mai pienamente. Fin da subito attraggono, spesso negli anni della giovinezza, ma non si sa il perché. C’è una attrazione irresistibile d’istinto per alcuni versi e per il carattere specifico e originale di una poesia come può essere il suono del verso costruito su di una determinata situazione poetica, ma il vero significato lo si scopre dopo, negli anni, pure se quell’esplosione iniziale diventa da subito freccia, direzione di un tracciato, il nostro sicuro Nord. Qualcuno potrebbe definire la poesia come la ricerca con lo sguardo della nostra Stella polare, sapendo che nel tempo immemore della poesia diventò sulla Via Lattea una Stella variabile, una luce passeggera e malcerta.
Proprio la generazione di Vittorio Sereni, nata intorno agli anni dieci del Novecento, fu la prima, pure per ragioni strettamente anagrafiche, a porsi il problema della poesia di Montale. Sereni, Luzi, Bertolucci, Caproni, Fortini fino ai più giovani Giudici, Rosselli, Raboni e Bandini (ma potremmo aggiungere Sanguineti) sono i poeti che hanno dato struttura attraverso la realizzazione pratica dei loro versi di cosa sia stato per loro la poesia di Eugenio Montale. Mi sembra storicamente necessario leggendo la loro poesia percorrere rapidamente i loro percorsi poetici alla luce o all’ombra della poesia di Montale. In particolare si parlerà di Zanzotto e Sereni e di come Montale abbia oltrepassato D’Annunzio dopo aver guadato non senza qualche incertezza la poesia di Pascoli. Zanzotto capta il tessuto stilistico montaliano, certo, ma anche il frangersi limaccioso e psichico che sta sotto a quei versi che parlano di riviere, di ciottoli arsi dal sole, di barchette di carta che transitano a riva e di una natura tanto perfetta quanto indifferente. In Zanzotto l’attivazione psicanalitica da un certo punto in poi, rilevabile intorno alle IX Ecloghe, è servita al poeta come chiave di straniamento stilistico, una liberazione alla fissità di scuole e schemi metrici. Non estraniamento, andare via, ma straniamento, cambiamento, tenendo presente una tradizione accurata e compiuta, scissione e incisione a fuoco dello stile. Ognuno di questi poeti ha avuto con Montale un confronto tutt’altro che passivo ma coerentemente agonistico, quasi un duello sui confini della poesia. E’ stato Sereni, con Giudici, ad avere una dialettica serrata (a suo modo implacabile) con la poesia di Montale e fin da subito. Dalla sua tesi di laurea su Guido Gozzano con ultime pagine dedicate ai poeti nuovi (e siamo alla fine degli anni trenta) tra i quali spicca Montale.
Sereni affronta il poeta ligure da più punti di vista. C’è Gozzano per quella atmosfera di suoni a più voci che intessono l’ironico dramma del parlato, c’è Campana che, come scrisse proprio Sereni, ha come liberato il verso poetico, ha reso più dinamico l’accesso immaginativo della poesia come spettro e sogno, e, soprattutto, ci sono Saba e Ungaretti che fanno sì che Sereni possa come distribuire la propria attenzione non solo su un oggetto, la poesia di Montale. Riesce nello stesso procedimento che Montale in fondo adopera nella lettura di un classico del suo tempo che è d’Annunzio. Stana d’Annunzio in alcuni luoghi che paiono inespugnabili. Luoghi come esclusivi e come troppo fastosi: una accelerazione memoriale dei sensi, una luce alcyonica quasi impensabile da come è prepotente, un Tirreno estremo ma detto da d’Annunzio sufficientemente codificabile. Da questo classico del suo tempo, esistono classici transitori, Montale ruba il fuoco dell’espressione poetica. Lavora per suggestiva antitesi, in contrappunto, ma tuttavia lavora su quella eloquenza dannunziana incantatoria. Montale trova in d’Annunzio la sensualità ritmica del verso. La poesia di Sereni agisce attraverso la poesia di Montale. Cosa porta via e rielabora? Due cose fondanti: una determinazione del tempo, l’occasione riesaminata e la suggestione (come da eterno ragazzo che si rivede sempre nella stessa immagine) come d’atmosfera dei luoghi: le sponde del lago intraviste da un tempo inquieto, la città, Milano, le periferie, il luogo di lavoro. Sereni manda a memoria un’altra realtà oggettiva da Montale. Impara a non essere essere epigono di una tradizione. Ma di esserne come affrancato dove la poesia sappia sentire visceralmente una idea non tranquilla di prosa, di una lirica che si possa concedere alla prosa rimanendo intimamente lirica. La tenacia di Sereni verso un ricordo, nel trattenerlo, nel sondarlo, nel sentirlo dopo tanti anni ancora vivo, come una prova di resistenza ai dei fatti come per sempre riconosciuti e inevitabili. Nel comporre per sintesi ed essenze, per verticalità memorabili. Tenacia nel rileggere una tradizione ravvicinatissima come quella di Montale. Nel trovare una voce concettualmente propria dentro a una parola flessibile. Di cogliere nel pensiero tutta la forza degli oggetti sensibili e le loro implicite vibrazioni (la storia, i sentimenti, l’amicizia, l’amore).
Oramai possiamo dire che la poesia di Montale oppone al cospetto della storia un rilevante grado di resistenza. Ha come una sua durata interna (è lì dentro che nasce in principio quello che sarà chiamato in futuro un carattere classico), che qualifica sempre più nel nostro tempo una poesia come uno strano pianeta nero e celeste fatto di artificio e di natura, un satellite pazzoide, o pazzoide bestia, che compie strambe e spericolate orbite attorno alla terra. A seconda dei periodi storici si avvicina o si allontana da noi. La parola classico diviene, proprio come indicava Calvino, quella cosa che «ti serve per definire te stesso», un maggiore grado di consapevolezza, ed attraverso di te, del tempo in cui stai vivendo. La natura dell’arte poetica di Montale è tuttora sorprendente: per la sua sicura determinazione delle cose, come dalle cose agiscano motivi, fibrillazioni e precisissime indeterminazioni. Eliot spiega che il ‘classico universale’ è colui che esauirisce la forma e la lingua del suo tempo. Eliot parla di «fortuna» e di «fato» di un «destino eccezionale» quello capitato a Virgilio, parlerei, invece, di lunghi cicli storici e che un tempo futuro possa essere propizio per un poeta di tale fattura e levatura. Ma, in fondo, immagino non sia più possibile: che l’idea di ‘classico’ di Eliot si sia nel frattempo trasformata divenendo un concetto relativo. Montale non è un poeta totale, sull’esempio dettato dalle caratteristiche definite dai precetti eliottiani. Eliot stesso influisce su alcuni luoghi dell’immaginario ma non li esaurisce mai del tutto, li contamina.
La poesia classica è dunque ciò che ci coinvolge senza limiti temporali. La massima estensione di riflessione poetica la possiamo ritrovare quando un canone privato diviene canone collettivo, quando l’esercizio tecnico di un poeta diventa esecuzione inclusiva per una intera comunità. Può diventare per un giovane lettore una contagiosa similitudine dove ognuno scoprendo può crearsi una propria tradizione argomentata di poesia e dell’arte poetica. Perché uno dei pericoli veri di chi si occupa di poesia è l’immaterialità, la non oggettualità dell’argomento in atto. Spostando intenzionalmente il discorso Eliot possiamo dire che ‘classico’ è ciò che è utile oggi nell’espressione fisiologica di una eredità letteraria, di un passato lontano o lontanissimo che ritorna come nel caso della poesia di Virgilio. Ma noi ereditamo oggi per uso di una nostra dinamica conoscenza e non come di uno statuto percettivo storicamente privilegiato. Classico può essere, infine, uscendo dal seminato descritto da Eliot e potenziando (detonando, finalmente) il problema, l’amico che scrive come la musica che ascoltiamo, adesso. Lo scrittore sudafricano Coetzee ci racconta parlando a proposito della conferenza di Eliot sull’idea di classico, che classico può essere una musica che ritorna, una sonata di Bach che ascoliamo uscire dalla finestra di una casa, una essenza improvvisa e durevole che s’inserisce nella prospettiva temporale di un giorno ordinario e lo sconvolge. Utilità della poesia: di una cosa pur non avendo un valore di scambio economico possa essere un qualcosa di esatto e come di estremamente e liberamente indefinito. Ma c’è un altro fatto che sposta i termini eliottiani al vissuto contemporaneo. L’ho ritrovo in una frase di Borges quando così parla in un articolo intitolato La postulazione della realtà: «il classico non diffida del linguaggio, crede nella virtù sufficiente dei suoi segni». Il reale cambiamento avvenuto nel corso del tempo sulla lingua è avvenuto all’interno della lingua stessa. E’ intervenuta una vacillante conoscibilità della realtà e di come la lingua possa riconoscere la realtà. Auden rappresenta questa risoluzione provvisoria della poesia verso le cose come il Montale di Satura. Il sistema riconosciuto da Eliot di una lingua effettivamente non in crisi che si poteva dare allora non si esplicita sull’adesso, nel senso che è sopravvenuta una mutazione dove nel Novecento possiamo definire ‘classico’ chi ha responsabilizzato una lingua in un’epoca di crisi. E’ un motivo, ma non il solo, per affermare che un poeta come Montale già ora possa dirsi ‘classico’. In lui si raggomilitano filamenti necessari di crisi come di una perdurante appartenenza ad uno specifico classico come può essere una indeterminata forza all’interno della sua poesia. Mi ha affascinato nella poesia di Montale la capacità di ricordare attraverso la necessità della poesia i momenti importanti e come obbligatori di una situazione. Il ricordo come presenza ossessiva, non come sottrazione della vitalità del principio lirico. Cioè la trasformazione della realtà. Le cose che disegnano il suo itinerario poetico sono avvertite da Montale in tutta la loro necessità espressiva. La dominazione dell’io si trasfonde in un continuo fluire fra il poeta che dice e la loro sostanza immobile. Le cose si accendono. Tutto è solo ricordo? Oppure Montale estranea come uno spazio assoluto, ritaglia un luogo e lo riporta intatto fino a noi? Qui è il dono della poesia di Montale: una certa atemporalità in origine della sua poesia e di tutta la grande poesia. Forse la parola classico in fondo ha a che fare con la parola atemporalità. Ecco la strana magia della poesia. Nell’occasione di Montale sentiamo come un che di irriducibile, di fuoco solare inspegnibile dove perdura una sostanza fisica li sì inattaccabile e perseverante. La musicalità di Montale non assorbe completamente gli oggetti, segue l’esecuzione stilistica, crea quell’atmosfera imprescindibile dal momento poetico, è una forza di suggestione e di completamento della riuscita formale del tessuto poetico. La sua poesia ci appare tanto allusiva, ma mai oscura, perchè gli oggetti rimangono tali nel loro essere ma caricati come d’energia sensibile. E’ una poesia che tocca i luoghi dell’invisibile e sa come renderli realmente visibili.
C’è una poesia perfetta diremmo ora classica per il suo valore intonativo, per come descrive la realtà di un paesaggio trasfigurandolo, rendendolo ancora più vero del vero. La poesia è Barche sulla Marna dalla raccolta Le Occasioni. Sono due i momenti di maggiore riuscita e proporzione formale: uno descrittivo, l’altro più propriamente musicale. Ma il proprio fulcro dominante lo si sente nella compresenza creativa dei due elementi: la «Felicità del sughero abbandonato/ alla corrente» crea l’attimo dell’attesa e nello stesso tempo, il sughero lasciato dalla corrente, apre al paesaggio del fiume che attraversa la Francia. Il paesaggio sta come in trepida ipnotica sospensione e se volessimo conferirgli un valore figurativo, la prima immagine ci riporta alla Grande Jatte di Seraut, ad una giornata domenicale con le famiglie in riva al fiume «nel vespero che cola/ tra le chiome dei noci», qui Montale disegna all’interno della poesia, un suo spazio meditativo non distante da movenze leopardiane, in cui le lente e pausate cadenze della giornata prendono quasi la casta visibilità di un sogno fatto ad occhi aperti
[[ Felicità del sùghero abbandonato / alla corrente / che stempra attorno i ponti rovesciati / e il plenilunio pallido del sole: / barche sul fiume, agili nell’estate / e un murmure stagnante di città. / Segui coi remi il prato se il caccciatore / di farfalle vi giunge con la sua rete, / l’alberaia sul muro dove il sangue / del drago si ripete nel cinabro. // Voci sul fiume, scoppi dalle rive, / o ritmico scandire di piroghe / nel vespero che cola / tra le chiome dei noci, ma dov’è / la lenta processione di stagioni / che fu un’alba infinita e senza strade, / dov’è la lunga attesa e qual è il nome / del vuoto che c’invade. // Il sogno è questo: un vasto / interminato giorno che rifonde / tra gli argini, quasi immobile, il suo bagliore / e ad ogni svolta il buon lavoro dell’uomo, / il domani velato che non fa orrore. // E altro ancora era il sogno, ma il suo riflesso / fermo sull’acqua in fuga, sotto il nido / del pendolino, aereo e inacessibile, / era silenzio altissimo nel grido / concorde del meriggio ed un mattino / più lungo era la sera, il gran fermento / era grande riposo. // Qui… il colore / che resiste è del topo che ha saltato / tra i giunchi o col suo spruzzo di metallo / velenoso, lo storno che rapisce / tra i fumi della riva. / Un altro giorno, / ripeti – o che ripeti? E dove porta / questa bocca che brùlica in un getto / solo? / La sera è questa. Ora possiamo / scendere fino che s’accenda l’Orsa. // (Barche sulla marna, domenicali, in corsa / nel dì della tua festa).
Mi interessa lo stacco progressivo dei toni dove la voce si fa ancora più intima, sussurrata, come per non interrompere quell’incanto appena intravisto. Montale riesce a creare nella poesia una sonorità che penetra la realtà, aggiunge come ipersensibilità alla realtà descritta, la rende udibile, riesce a dare alla poesia quella che Eliot chiama «auditory imagination», «l’immaginazione auditiva». E’ qualcosa di appuntito, scava nel ritmo delle parole, tocca un livello profondo della nostra partecipazione inconscia. Poesia tecnicamente insidiosa per l’alternanza degli elementi: il tono, la descrittività del paesaggio, un calcolato uso delle immagini che incendiano le sorprese e le rifrazioni discorsive contenute nella poesia. La variabilità musicale mi sembra un valore interessante. Nel nostro poeta si può ammirare, e non solo nello specifico di Barche sulla Marna, una consapevolezza dell’ascolto della voce che in un primo momento ha dato il via all’esecuzione, la consapevolezza tecnica di abbandonare la frase al canto, come la coscienza di trattenere il canto e di modularlo in altre tonalità: il tutto con il fine di accrescere d’intensità il valore oggettuale delle cose, delle cose introdotte in una particolare atmosfera, che non è solo di paesaggio, ma di forti essenze interiori. Non solo una poesia esistenziale ma una poesia angosciante dell’esistente scritta in un giorno di luce estiva.
Vorrei che la poesia fosse un coltello affilato, tagliente, sottile e velocissimo, fatto di resina flessibile con un interno impermeabile ai turbamenti del tempo ma fuori permeabile come una spugna a tutto. Una lama ossimorica. Quella parte di non detto, fondante in ogni testo poetico è un mondo in un altro mondo che in Montale si svela oserei dire compiutamente ma come gradualmente. La poesia di Montale si può dire classica perché il suo grado di resistenza interiore tuttora sprigiona materia creativa come di una lingua in costante movimento dalle cose verso l’immaginazione
.

Annunci

Written by matteofantuzzi

13 aprile 2008 a 07:50

Pubblicato su Uncategorized

10 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. questo bel saggio – e mi permetto, anche più corposo rispetto a quelli che di solito escono su UP – è il primo di una piccola serie che ospiterà il lavoro di sguardi sul Novecento di Andrea Gibellini che ringrazio davvero di cuore.

    e credo sia importante farlo dopo una giornata assurdamente bella come quella di ieri dove il workshop di bologna ci ha dato oltre che l’idea che si possa lavorare per lo sviluppo della poesia italiana contemporanea, anche tanto calore, tanta attenzione e la convinzione di non essere assolutamente soli ma che tanti territori e tante identità possono fare assolutamente bene per parlare di quello che ci sta più a cuore. la Poesia.

    matteofantuzzi

    13 aprile 2008 at 07:56

  2. Roma, giovedì 17 aprile 2008, ore 18:00

    Papyrus cafè
    via dei Lucchesi 28 (Fontana di Trevi)

    Marco Giovenale legge da

    La casa esposta
    (Le Lettere, 2007 – collana fuoriformato)

    e

    Criterio dei vetri
    (Oèdipus, 2007 – collana i megamicri)

    Intervengono

    Damiano Abeni, Antonella Anedda, Cecilia Bello Minciacchi

    §

    Papyrus caf̬ РVia dei Lucchesi 28 Р00187 Roma РTel. 06.6990949
    Aperto tutti i giorni dalle ore 8.30 alle 23.00
    http://www.papyruscafe.com/

    matteofantuzzi

    13 aprile 2008 at 17:14

  3. grazie

    RaffaelaR

    13 aprile 2008 at 23:04

  4. Interessante un’idea di continuità e discontinuità della tradizione a partire, finalmente e per una volta qualcuno lo dice, dalla letteratura latina. Anche ricordando le opportune incidenze sui più prossimi contemporanei.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    14 aprile 2008 at 12:15

  5. sinceramente trovo anche solo difficile considerare il fatto che ci siano critici e poeti nati tra l’inizio e la metà degli anni ’60 così poco conosciuti, così schiacciati da generazioni considerati “forti”: se non siamo in grado di fare emergere il merito a mio parere avremo sbagliato. e altrettanto come sottolinei guido l’aderenza ad un percorso che non nasce dal nulla ma che è una strada precisa che si muove nella storia della letteratura.

    matteofantuzzi

    15 aprile 2008 at 21:29

  6. Montale, per il nostro Novecento, svolge davvero la funzione che fu di un Virgilio per la latinità, o di uno Shakespeare per l’Inghilterra elisabettiana (e non solo). E’ il poeta che davvero fonda una certa sensibilità contemporanea e dà nuova forza e vita all’italiano come lingua di poesia, contribuendo fortemente a farlo uscire da una situazione quasi-museale nella quale si era andato a impantanare.
    Un discorso sulla poesia di oggi, da qualsiasi parte lo si voglia iniziare e per qualsiasi strada si voglia passare, lo incrocia inevitabilmente. E questo – lo sottolinea giustamente Andrea – anche in relazione al fatto che tutta la Terza generazione, in un modo o nell’altro, prende le mosse da Montale, e con Montale ingaggia un necessario corpo a corpo; un esercizio duro, ma alla fine vivificante, tonificante.
    Ed è pure fondamentale l’idea di colloquio con la tradizione (o con le tradizioni), intesa come tesoro ricchissimo, territorio da esplorare alla ricerca di risonanze e dissonanze con il nostro spirito e con quello del nostro tempo. In fondo la poesia è fatta da uomini, e non c’è una poesia che sia davvero, totalmente, inutilizzabile o inattuale – a parte la cattiva poesia o quella troppo fiera di esibirsi come tale, che è parte di ogni tempo ed ogni luogo. Terenzio scrisse queste parole: Homo sum, humani nihil a me alienum puto (Sono un uomo, e niente di ciò che è umano stimo come estraneo). Una massima che vale anche per la poesia. La buona poesia, quella che dice e che si sprigiona dalle domande vere non ci è mai indifferente.
    Questo, senza rinunciare ad essere poeti – ma prima ancora persone – del nostro tempo, con tutto il bagaglio dei nostri limiti, del nostro gusto, delle nostre urgenze.

    anonimo

    17 aprile 2008 at 21:41

  7. Pardon, la firma…

    Marco Bini

    anonimo

    17 aprile 2008 at 21:42

  8. non possiamo fare a meno di montale se vogliamo vedere quella che è oggi la poesia caro marco, la funzione di montale è innanzitutto questa: montale va letto per comprendere innanzitutto cosa facciamo noi.

    matteofantuzzi

    19 aprile 2008 at 10:03

  9. …non dimentichiamo la nostra storia …

    Ciao
    🙂

    1sorriso

    27 aprile 2008 at 00:09

  10. Davvero un bel saggio.

    I miei complimenti

    Fabrizio

    Achilleion

    30 aprile 2008 at 16:24


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: