UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Mus,cio e roe (Muschio e spine) di Fabio Franzin, Le Voci della Luna, Sasso Marconi 2006 pp.151.
 
Ogni libro di poesia è un luogo in cui si è invitati a entrare, dove c’è un percorso da compiere, dove ci si può perdere o ci si può ritrovare, si può seguire la traccia lascia dall’autore o riconoscere la propria, vedere come si intersecano, o come forse le orme coincidono. Mus.cio e roe di Fabio Franzin spalanca le porte di un mondo di cui forse troppo poco spesso ci si ricorda: quello degli affetti familiari, dei legami più autentici che ci stringono gli uni agli altri, quello di un tempo che si dipana più lentamente, lascia più spazio a mani che si intrecciano, sguardi che si incrociano in un dolore comune, una sofferenza, o una gioia condivisa. Questo libro dice di un territorio dove l’umanità più autentica sembra ancora possibile, per quanto necessariamente minacciata. E il dialetto stesso, a sua volta minacciato, se ne fa specchio, la incarna, le restituisce voce, preservando la propria. Il dialetto è ciò che custodisce, contiene, tramanda: “vàrdene, e scólteme: no’è pì posto, qua, pa’ i presepi, / no’è pì posto pa’ i pastori, pa’e paròe, pa’ i paesi / e ‘l paesàjio, paa pase… però, ‘scólteme, Mare: / ‘ndarò in zherca del tó mus.cio anca l’àano prossimo, / te o’ prométe, continuarò a ‘ndar in zherca de paròe / vèce, òni dì, pa’a mé poesia, pa’l presepio / e pa’ i nevodhéti che mé rivarà, anca a mì, un dì…” (guardaci, e ascoltami: non c’è più posto, qui, per i presepi, / non c’è più posto per i pastori,, per le parole, per i paesi / e per il paesaggio, per la pace… però, ascoltami, mamma: / andrò a raccogliere il tuo muschio anche il prossimo anno, / te lo prometto, continuerò a raccogliere parole / vecchie, ogni giorno, per la mia poesia, per il presepe / e per i nipotini che arriveranno anche a me, un giorno…”). In questo territorio minacciato, la poesia è “un cantonét del tempo” “ un riposo, squasi, dopo ‘a fadìga / dea fabbrica, pa’ a ciòpa de pan” (“un angolino del tempo”, “un riposo, quasi, dopo la fatica / della fabbrica, per la michetta”).
Ogni libro di poesia richiede un impegno a mettersi da parte, a farsi docili, ad ascoltare. Mus.cio ci chiama a un duplice ascolto, a un duplice sforzo.
Duplice ascolto perché, al pari di un libro in lingua con testo a fronte, per essere davvero compreso necessita di una duplice lettura, perché duplice è la poesia di Franzin. Testo italiano e testo in dialetto sono indipendenti, a sé stanti, eppure complementari. Ma è il dialetto la lingua di partenza. Anche quando, come nel mio caso, non lo si conosca bene, se ne avverte la musicalità, la naturalezza, l’autenticità, la capacità di dare un nome pregno alle cose, un diminutivo, un vezzeggiativo come, almeno così mi pare, la “traduzione” italiana non riesce a fare con altrettanta efficacia, con altrettanta naturalezza, capacità di sintesi e completezza al tempo stesso, costringendo a volte a calchi, forzature, anche. Quasi che ciò che appartiene al mondo in cui questa poesia nasce e si radica profondamente non potesse essere chiamato altrimenti che in dialetto. Il dialetto è dunque ciò che mantiene in vita, che preserva la tradizione, la storia, che alimenta la memoria. Non è lingua morta, bensì humus in cui la tradizione attecchisce, si rigenera, dà frutti per il futuro, i più consistenti.
Duplice sforzo perché in chi sia stordito dal via vai delle città, dal turbinare del traffico, da un tempo sempre veloce e impietoso, entrare in questo libro provoca all’inizio un senso di déplacement, e al contempo di nostalgia, di privazione per ciò che qui dentro ancora è intatto, per quanto ferito, e un senso di dolorosa rinuncia per ciò che si sa di avere perso e tutti i giorni si perde. In Mus.ciio irrompono il silenzio dei vecchi, grida di bambini, e poi lettere ritrovate, scritte a mano, custodite in un cassetto per anni. Qui hanno piena dignità le espressioni del parlato, senza essere trasfigurate né strumentalizzate letterariamente. E ci sono voci, occhi, mani del passato fatti rivivere nel presente. Pagina dopo pagina si delineano ritratti, si ripercorrono storie, vite, ricordi. Così “’Na vècia // (vera? Forse, o magari imajinàdha / qua, co’ mì, te ‘sta Panchina / o incontràdha drio i àrdheni del ricordo / e par questo, in questo, ‘ncora pì vera) (“Una vecchia? // (vera? Forse, o magari soltanto immaginata / qui con me, in questa panchina, / o incontrata lungo gli argini della memoria / e perciò, ancor più reale).
Qui la memoria è ricchezza, nulla deve andar perduto, tutto è tenuto con cura e difeso, mentre si ripercorre a ritroso la propria storia per accorgersi che in realtà si sta proseguendo, si sta avanzando, proprio perché si sta preservando il passato quale parte integrante dell’esperienza individuale, filo, che ne interseca altri, tessendo l’ordito della Storia. Allo stesso modo, in Pare (Helvetia 2006), Franzin ripercorreva la vita di suo padre, per individuarne la continuità nella propria esperienza di genitore e in quella di chiunque decida di prendere sulle sue spalle tutto il peso e negli occhi tutta la gioia e lo stupore di dare e difendere la vita quando ciò derivi da una consapevolezza anche dolente e non da mero egoismo. Non è un mondo impossibile quello che Franzin descrive, non è un passato lontano, né un luogo circoscritto. E il dialetto è tanto più vivo, mobile, pronto a inventare altri nomi, a ri-costruire sull’esistente, piuttosto che smantellare per innalzare nuove strutture, tanto sofisticate quanto fragili. Il dialetto, come la poesia, è luogo, ovunque presente in potenza, è sede di quanto è più prezioso all’umano, l’autenticità dei rapporti. Quello incarnato dal verso di Franzin non è un tempo fuori dal tempo, è il tempo dell’anima.
.
Chiara De Luca
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Written by matteofantuzzi

12 gennaio 2008 a 10:08

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9 Risposte

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  1. ringrazio chiara. come sapete fabio franzin è un autore di cui ho stima enorme, e il ruolo della poesia dialettale rimane per me fondamentale, sotto ogni punto di vista.

    matteofantuzzi

    12 gennaio 2008 at 10:32

  2. Notevole raccolta che apprezzai molto.
    Centrata la recensione di Chiara!
    Bravi.

    Un caro saluto

    Luca Ariano

    anonimo

    12 gennaio 2008 at 11:41

  3. segnalo questa iniziativa molto particolare, sulla poesia dedicata ai non udenti:

    http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php&cmd=v&id=4768

    *

    giovedì 17.01 alle ore 21.00 sarò a modena al café livre per presentare “la linea del sillaro” e “corale, 22 voci poetiche per il decennale di voci della luna”

    *

    sono diventato in questi giorni collaboratore de “la voce di romagna”, lo spazio è dedicato alla poesia romagnola e (in maniera minore) di case editrici romagnole. se fate parte di una e/o l’altra mandate. occhio di riguardo come sempre sul dialetto.

    matteofantuzzi

    14 gennaio 2008 at 20:21

  4. grazie della segnalazione matteo, sia quellapersonale che che quella sulla poesia.

    E per la seconda, segnalerei io l’ottima Azzurra D’Agostino, con testi in dialetto di “casa vostra” davvero pregiati.

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    14 gennaio 2008 at 21:53

  5. Chiedo scusa al padrone di casa e ai suoi ospiti se mi permetto di invitare tutti gli amici alla sollecitazione a firma di Guido Garufi (scrittore, critico letterario, poeta) in “LA. Letture Ascolti” – http://www.filippodavoli.splinder.com
    ——————————–
    A buon rendere, Matteo.

    FilippoDavoli

    14 gennaio 2008 at 23:59

  6. Ottimo Matteo! Come sai apprezzo molto la poesia romagnola in lingua ed in dialetto. Mi manderesti un link o più informazioni? Vorrei approfondire la cosa…
    Grazie e un caro saluto

    Luca Ariano

    anonimo

    15 gennaio 2008 at 07:50

  7. hai fatto bene filippo, concordo con guido.

    luca, “la voce di romagna” però “non ha link” nel senso che è un quotidiano cartaceo, che esce a imola, ravenna, forì, cesena, rimini: insomma, in romagna (oh, e io non sono romagnolo… sono di castel san pietro terme). la pagina della cultura (contrariamente a quelle della cronaca) è sempre la medesima. io ci sarò al lunedì.

    e sai caro fabiano che nemmeno azzurra è romagnola, bensì emiliana, delle colline sopra bologna, quasi al confine con pistoia 🙂

    che casino…

    matteofantuzzi

    17 gennaio 2008 at 11:57

  8. socmel!
    non lo sapevo….La geografia è nota dolente. Ora poi che elvetico divenni….
    😉

    fabiano

    anonimo

    17 gennaio 2008 at 22:33

  9. noi sei solo elvetico ! sei extracomunitario 😀

    matteofantuzzi

    20 gennaio 2008 at 14:37


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