UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Tanto, comunque, saremo morti. (2)

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Su PARADIGNA di Alfredo De Palchi, è appena uscito un mio saggio sul numero 17 della rivista LA MOSCA di Milano. Leggendo l’antologia, quest’estate, ho avuto la netta impressione che trattasi di un grande autore sconosciuto ed evidentemente messo da parte. E’ responsabilità questa, quindi, delle case editrici e di tutti i lettori che non leggono o non vogliono leggere. Ci sono lettori che non leggono, certo, e questi sono scusabili; ci sono lettori che non vogliono leggere, e questi non sono scusabili. Se si partisse semplicemente da qui: se si rinunciasse a frequentare solo i salotti bene perché lì, comunque, avviene sempre qualcosa – non si sa mai – E se si incominciasse a rinunciare, almeno per i prossimi vent’anni, a elencare quattro cinque poeti che ci assomigliano e che, siccome ci assomigliano, riteniamo bravissimi. Ho trovato deleterio, e gliel’ho scritto, in polemica amicale, spero, gli ultimi interventi di Massimo Sannelli su LA POESIA E LO SPIRITO. Che vanno nella direzione di un’ossessione personale, per cui, al di là di un maledettismo (Pasolini, Rosselli e minori) non si può andare. Oggi la poesia è fatta da gente che deve arrotondare lo stipendio, che va tutti i giorni a lavorare e che mette da parte i soldi per pagarsi un libro. Questo è il vero maledettismo del contemporaneo. Il maledettismo è mettere il piede, tutte le mattine, fuori dal letto, e non sapere che terra abitare. E scriverlo con le parole basse, perché questo ci rimane da fare in un mondo che dell’urlo stesso, una volta considerato blasfemo perché realmente riusciva a cambiare le cose, ne ha fatto bisness. Parliamo di umiltà? Pratichiamola. Diamo voce, leggiamo, ascoltiamo, recensiamo, uscendo dal nostro punto di vista personale e sforzandoci di entrare nel punto di vista del libro. Che non è esprimere un giudizio sul libro. Questo è servizio e ascolto. Certo, se lo dico io, non vale niente perché non esercito nessun potere. Se lo dice qualcun altro si prende in seria considerazione perché – non si sa mai -. In quanto all’editoria nobile: è poco, caro Matteo, poter nominare solo quattro o cinque titoli belli. Ne dovremmo nominare cinquanta di libri belli. Ma questo non avviene. Da qui se ne deduce l’assoluta necessità dell’editoria minore, e solo qui è possibile trovare la vera poesia. E si paga, anche qui, anche nelle situazioni più serie. Si paga perché è piccola editoria. Questo non è uno scandalo. Trovo scandaloso la solitudine nella quale spesso vengono lasciati i libri da parte dei lettori, e per lettori intendo NOI, sì, noi poeti, perché neanche mio fratello che fa il cuoco legge i miei libri. Lui ha altro da fare, vive la vita e sicuramente è più saggio di me. Ma NOI, i poeti, grandi e piccoli, noi sì. Grandi e piccoli, perché in una Comunità, se è tale, ci stanno i grandi e i piccoli. E’ eticamente scandaloso quando un libro viene lasciato in solitudine. Si è parlato, a volte, nella MOSCA, di risurre il numero delle recensioni. Non non se ne è fatto mai nulla perché si è capito che è importante recensire, è un servizio, e non si tratta di fare classifiche; si tratta di dare voce, di fare luce. Più di venti pagine di recensioni nell’ultimo numero. La Rete dovrebbe avere questa funzione di estendere ciò che il cartaceo non può estendere per evidenti limiti, non di reiterare i meccanismi di selezione della carta stampata. Di estendere, voglio dire, il dibattito e il confronto. Questo non mi sembra accada sempre. Mi sembra che, quando scoppiano le polemiche, è il solito lamento del poeta che non riesce a pubblicare e si sente escluso. E questo è, giungo a una conclusione, mezzo o non mezzo tecnologico o telematico, si tratta ancora di lotta di potere, come sempre, come sempre sarà. Se non riusciamo a sfondare le porte del reale e abitare quelle dell’utopia. Che era ciò che immaginava Rimbaud. Ma lui l’ha fatto veramente, sbattendonsene altamente della sua stessa altissima opera.

 
Sebastiano Aglieco

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Written by matteofantuzzi

15 dicembre 2007 a 10:08

Pubblicato su Uncategorized

26 Risposte

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  1. ho arbitrariamente deciso (ogni tanto me lo posso permettere, credo…) di fare diventare il commento #33 di sebastiano aglieco il nuovo post settimanale. un poco perchè sviluppa il senso di quello che ho scritto nel precedente (che ribadisco, non è piangina…) un poco perchè pone il nodo fondamentale che chi vuole fare poesia deve leggere e conoscere la poesia, deve metterci la faccia dentro la poesia. quando arrivano le persone che mi dicono “io la poesia non la leggo perchè nessuno fa cose innovative come me” a me viene l’orchite, vado in extrasistole e mi si gonfiano le gonadi 🙂
    l’importanza sempre maggiore della piccola-media editoria di livello si vede anche in questo: oggi è lei a farci conoscere tante voci importanti per il panorama poetico odierno, a supportare voci rimaste per mille motivi silenziose (pagnanelli, ma anche claudia ruggeri che sto leggendo proprio in questi giorni e che è uscita postuma da poco per pequod). questi discorsi una volta li facevano le major, oggi hanno diminuito il loro apporto ? li farà qualcuno di diverso ? i canali di distribuzione normali sono saturi ? se ne cercheranno di diversi ? l’importante ribadisco è lavorare, non svilirsi, non imputtanirsi, ognuno di noi sarà sempre responsabile (ribadisco, in scienza e coscienza) delle proprie azioni. le pagherà o se ne potrà beare.

    matteofantuzzi

    15 dicembre 2007 at 10:17

  2. Non ho seguito la discussione con Sannelli, ma certo posso dire che queste parole di Seastiano Aglieco sono di una linearietà ed una chiarezza difficilmente contestabili. Dare voce, ‘voler’ leggere, provare ogni tanto a capire il punto di vista dell’altro…E viversi anche, assieme alle fatiche quotidiane, l’avventura della scoperta possibile di ‘un libro bellissimo’ (come per Livia Candiani, tanto per aggiungere un nome). Grazie a Sebastiano Aglieco e a Matteo
    Antonio Fiori

    anonimo

    15 dicembre 2007 at 12:26

  3. E’ sul nostro “farsi lettori” che dovremmo interrogarci, con quel ritorno all’emotivo di cui in molti siamo diventati incapaci. L’umiltà non esclude il giudizio, ma il paragone. Accostandoci al testo non affrontandolo.
    un caro saluto
    alessandro assiri

    alessandro62

    15 dicembre 2007 at 18:07

  4. ed è chiaro che tanto maggiore è il rispetto col quale ci accostiamo a un testo tanto più siamo in grado di ascoltarlo, di prendere da lui. queste che dovrebbero essere le regole basilari della poesia sono state schiacciate dall’arrivismo. io credo come spesso dico che l’umiltà della poesia debba essere andare tra la gente (che ha i suoi cazzi il resto dell’anno) a parlare di poesia. e si prendono pesci in faccia solo se la poesia fa cagare. se no la poesia sa parlare. a tutti.

    matteofantuzzi

    16 dicembre 2007 at 09:41

  5. Per esempio: un lavoro che è assolutamente necessario è coltivare l’amore della poesia a scuola. Non lo fa quasi nessuno in modo serio e sistematico. In genere le maestre fanno leggere qualcosa, fanno scrivere in rima e tutto si ferma lì. Qualcosa vuol dire una volta all’anno, per le festività, o solo perché il programma, il maledettissimo obiettivo lo prevede. E l’obietrtivo poi si esaurisce, e quindi si passa ad altro. Tutte le volte che mi tocca prendere una classe intermedia, mi tocca fare un lavoro titanico. Leggere; far commentare, liberamente – e vi assicuro che vengono fuori delle cose inimmaginabili – e poi la similitudine e la metafora. Poi si passa alla scrittura. Quello che ho imparato da questa esperienza è questo: che prima dell’astrazione viene la concretezza delle cose: ciò che fanno i bambini leggendo e scrivendo. Per loro un albero è proprio un albero. Ci si arrampica, si può toccare, ci si può sbattere contro, fa l’ombra. Già partendo da questo si può fare poesia. Ma forse i poeti sono troppo presi da altro per pensare alla poesia.
    Sebastiano

    anonimo

    16 dicembre 2007 at 10:41

  6. Poesia a scuola in Italia?
    mmmmmm. E’ più una casistica offerta dai singoli che un programma vero e proprio, è più una casualità e spesso (o sempre) non c’è nemmeno il sostegno dell’Istituzione.

    Per quanto mi riguarda (vivendoci) è cosa ben diversa nella Svizzera di lingua Italiana (anche se ottimi esempi ci sono in “tutte e 4 le svizzere – italiana, romancia, romanda e tedesca”

    Un esempio: Lodrino, sperduto paese dopo Bellinzona. Scuola media.
    Col sostegno dello Stato, che paga chi è inviatato (altra cosa impensabile in Italia) si cerca di avvicinare gli studenti al libro, in tutte le sue forme.
    Il 20 dicembre 2007
    la scuola media di Lodrino organizza la giornata del libro, della lettura e della scrittura.

    Incontreranno gli studenti persone diverse per formazione e competenze, in modo da presentare ai ragazzi il libro – autentico protagonista della giornata! – da differenti e complementari punti di vista.

    Presenti saranno quindi dei “racconta storie”, poeti, romanzieri, un’illustratrice di racconti, un restauratore di libri, un calligrafo, un ricercatore fra archivi tradizionali e internet, ecc

    Ogni classe avrà l’opportunità di sentire, vedere e vivere l’esperienza libro.

    Incontreranno gli studenti:

    Manuele Bertoli
    Presidente Partito Socialista e coordinatore della Commissione permanente PS “Giustizia e diritti”.

    Cristina Schneider
    Autrice di racconti per ragazzi

    Alberto Nessi
    Poeta e Scrittore

    Fabiano Alborghetti
    Poeta e drammaturgo teatrale

    Fredy Conrad
    Musicista

    Gadji Mbake
    Giornalista e scrittore

    Giulia Clerici-Cariboni
    Animatrice di teatro per ragazzi

    Nicola Pfund
    Scrittore e Ricercatore (archivi tradizionali ed internet)

    Santuzza Oberholzer
    Regista e Drammaturga teatrale

    Markus Zohner
    della Compagnia Teatrale Markus Zohner

    Carlo Pelloni
    Restauratore di libri – Calligrafo

    Mirella Guglielmoni
    Attrice “raccontastorie”

    Sergio Simona
    Pittore ed Illustratore (anche di libri per ragazzi)

    Claudio Origoni
    Giornalista Corriere del Ticino

    Quanti al termine dell’esperienza (che non è exploit, ma una cosa perseguita durante tutto l’arco dell’anno) rimarranno indifferenti al libro? Moltissimi, certo, tanto quanto ci sarà un numero altissimo di ragazzi che il libro smetteranno di sentirlo come nemico.
    E4 quindi matureranno lettori.
    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    16 dicembre 2007 at 11:57

  7. altro punto che non è poi cosi scontato, della manifestazione di cui sopra: il libro non è trattato solo da poeti, bensì da più angolazioni. C’è ANCHE il poeta/narratore. Ma c’è il teatro che dal libro può nascere o il testo che diventa libro (vedi le edizioni Ubulibri). C’è la favola. C’è il libro visivo (illustrato) e non.
    C’è come interpretare le voci del libro.
    C’è la composizione (manoscritto e a stampa). Insomma, gli elementi – quasi tutti – che “formano” l’universo libro.

    sempre Fabiano Alborghetti

    anonimo

    16 dicembre 2007 at 12:31

  8. bisognerebbe anche capire perchè tutta questa bellezza e interesse nei confronti della lingua e anche della poesia (perchè ai ragazzi piace, spesso, soprattutto nel contatto umano, nell’incontro) se ne vada poi in vacca man mano che la persona cresce. come si “educano” le persone all’ascolto della poesia, mi viene da chiedere. solo chi sta in condizioni particolari di “silenzio” (penso ad esempio ai piccoli comuni sperduti, arroccati, dove di solito si fanno reading meravigliosi) e in grado di fare parlare la poesia ?
    (e soprattutto: che cacchio s’accomuna questo con tutta la caciara che ogni giorno facciamo per un piccolo pezzettino di terra poetica ?)

    matteofantuzzi

    17 dicembre 2007 at 20:58

  9. Però, vedi, Matteo, se nessuno interviene, vuol dire che la cosa non interessa a nessuno.
    Sebastiano

    anonimo

    18 dicembre 2007 at 08:43

  10. Non è così scontato, Sebastiano. A volte non si interviene non per disinteresse, ma per altri motivi. Detto questo, e conscia di poter apparire un’ingenua, vorrei dire: stiamo parlando di poesia, non di brioche e cappuccino! Quanti la scrivono (pensano di scriverla) ? Moltissimi. Quanti la capiscono? Pochi, troppo pochi. E non credo ci sia una possibilità di avvicinare la gente alla poesia, così come stanno le cose. Perchè, a mio avviso, è questo il motivo per il quale non si pubblica la buona poesia di autori sconosciuti presso le “grandi” case editrici. Perchè dovrebbero farlo, quando anche i poeti conosciuti (si fa per dire, perchè la gente non conosce i poeti, è un dato di fatto, a meno che abbiano avuto passaggi
    alla tv..ed è triste) vendono poco.
    Siamo così ingenui di pensare che vi siano persone disposte a investire soldi che non frutteranno nulla?
    Nel nostro tempo?

    Vi sono piccole case editrici però che investono sulla poesia, non dimentichiamolo e,rispetto al passato, buone occasioni quali la rete per conoscere e far conoscere autori validi. Smettiamo di lamentarci, l’alternativa è tenere le poesie nel cassetto e scrivere per la necessità di scrivere e basta.
    liliana zinetti

    zinetti

    18 dicembre 2007 at 10:31

  11. Ma vedi, questo vuol dire proprio che la poesia va diffusa, a tutti i livelli. Se io sono un insegnante, la diffondo. Se io sono un poeta, la diffondo. etc… Ognuno fa quel che può. Ma questo non riguarda la propria poesia, lo scriverla. Riguarda il porsi fuori da sé. Guardare oltre. Non mi sembra che tutti siano interessati a questo. L’interesse scatta quando l’argomento ritorna sul sé. Vedi, tanti accavallamenti sul post precedente, qui pochi. Ma è sempre così. Non solo qui. Questo è un segnale del compito che c’è da fare, che non riguarda più le grandi case editrici. Lì, ormai, è come parlare di Dio. Non lo raggiungi. Puoi solo pregarlo e supplicarlo e non sai neanche se ti risponde. Il compito riguarda avere occhi e bocca anche, e soprattutto, per aprole diverse dalle nostre.
    Ciao
    Sebastiano

    anonimo

    18 dicembre 2007 at 17:48

  12. esatto, perchè vogliamo fare tutti gli imprenditori, gli amministratori delegati della nostra azienda poetica ? credo che sia il confronto con gli altri a facci capire se e quando sia ora di fare uscire le nostre poesie dal cassetto, ma intanto vale la pena parlare delle altrui poesie dal cassetto uscite e che è valso la pena siano uscite. questo nodo è fondamentale. fare conoscere (e poi scusa liliana, tu non è quello che fai da anni, fare conoscere la poesia -e anche la grande poesia- ?)

    matteofantuzzi

    18 dicembre 2007 at 20:20

  13. “farci”

    matteofantuzzi

    18 dicembre 2007 at 20:20

  14. Nel mio caso, sfondate una porta aperta :). Assolutamente d’accordo sia con Sebastiano che con Matteo;
    convinta che la poesia debba essere diffusa, ma anche molto scettica sulla possibilità di poterlo fare in modo significativo. Certo, basterebbe che ogni persona che scrive poesia (bene o male, tanti) acquistasse cinque libri l’anno e magari li desse da leggere anche solo a un potenziale futuro lettore…la poesia comincerebbe a circolare. E dico cinque, che è un numero irrisorio.
    Lo vedo anch’io, nel mio piccolo mondo di provincia, questo affannarsi a rincorrere il poeta famoso, a spendere tempo per allacciare legami che nulla hanno a che fare con l’amore per la poesia, ma solo al proprio tornaconto personale, mentre si dovrebbe “lavorare” e lavorare sul serio per la poesia.
    La poesia a scuola? E’ lasciata alla buona volontà di qualche insegnante che, all’affanno di completare il programma deve aggiungere questa strana “cosa” che è la poesia e di cui i ragazzi non sanno assolutamente nulla.
    Un noto critico e poeta mi raccontò che un giorno chiese a studenti dell’Università qualche nome di poeta contemporaneo. Due o tre fecero il nome di un poeta noto per i suoi passaggi televisivi e per i suoi trascorsi, e basta. Nessun altro.
    Questa è la situazione.

    Poi Don Chisciotte esiste ancora :), ma questa è un’altra storia, Matteo.

    anonimo

    18 dicembre 2007 at 22:38

  15. la firma… liliana

    anonimo

    18 dicembre 2007 at 22:40

  16. e allora proviamo a mettere insieme qualche poeta che sia disposto a sbattersi e andare in qualche istituto a chiedere se il preside ci presta qualche ora, al di fuori del progranna scolastico, per parlare di poesia, altrimenti come sempre siamo lettera morta.Le cose si possono fare, la prima domanda alla quale dobbiamo risponderci è quanto siamo NOI disposti a sbatterci. Se si confeziona un progetto proponendo a qualche insegnante di italiano, in qualche realtà sensibile, di organizzare qualche incontro con la poesia e i suoi autori, non si ottengono solo dei no, se vogliamo provare parliamone
    alessandro assiri

    alessandro62

    19 dicembre 2007 at 06:33

  17. A Milano, nella scuola dove insegno, se tutto va bene, organizzeremo una festa della poesia per la fine dell’anno. Che dovrebbe venire, però dal lavoro vivo delle maestre nelle classi con i loro alunni. Poi verranno poeti a recitare e a tenere momenti di laboratorio con i bambini etc… Ma questo è un evento. Credo sia molto più importante il lavoro capillare da svolgere. Nel mio caso, essendo un insegnante, chi mi conosce sa bene che cosa faccio con i bambini. La poesia si ama sulla propria pelle, bisogna fargliela sentire ai bambini, come fosse zucchero, le schifezze che loro amano. Poi vedi cosa sono capaci di fare e dire. Qundi concordo, caro Alessandro. Unire le forze vuol dire mettersi a lavorare a testa bassa. Magari rinunciare a molta prosopopea personale e a qualche medaglietta. Ma vedi, ribadisco, sono persona libera e lo posso dire che ancora mi chiedo un po’ sconsolato: perché al post di Sannelli su LA POESIA E LO SPIRITO, tanta ressa? Tanta esibizione di sapere, citazioni, tenzoni? Per parlare della poesia? O per parlare delle stigmate sulla propria carne narcisistica?
    Sebastiano

    anonimo

    19 dicembre 2007 at 21:22

  18. il poeta è bertoni, vero liliana ? (ahimé ogni tanto uso quell’esempio anche io… perchè parliamo di futuri laureati in lettere, non in astrofisica, che magari sanno come funziona una galassia… ma non sono tenuti a saperne di poesia)

    alessandro e sebastiano, io sono affascinato dall’umiltà dei piccoli luoghi, dove ancora si parla “intimamente” alle persone, credo che ognuno di noi dovrebbe promuovere la poesia partendo dalle piccole cittadine, dalle piccole frazioni, lì di solito sono gli incontri umani più belli. la pompa magna… insomma… si vive anche senza secondo me. non sono 100 commenti a fare un buon post. a volte si è fieri di un post con 2 commenti, ma magari tanti feedback in mail. anche il blog c’è modo e modo di affrontarlo. se si parla solo di noi stessi… la poesia è fatta di ascolto, anche se troppo spesso sembra che ognuno di noi voglia per forza solo “dire”.

    matteofantuzzi

    20 dicembre 2007 at 00:41

  19. Non ti posso dire che dove abbiamo tentato di portare la poesia all’interno dell’istituto scolastico abbiamo ottenuto entusiasmo, ma nemmeno rifiuti , creando con delle biblioteche d’appoggio degli spazi e alcune date siamo riusciti a svolgere incontri con una discreta affluenza. Credo che ogni “piccolol uogo” vada costruito pazientemente. L’esperiemza che ho sottolineato non è un format, ma solo un esempio che possiamo tranquillamente ripetere con chi vuole e con chi è disposto a provarci ovunque. Cosa ne penso sulle sinergie..se qualcuno ha voglia di leggerlo sul blog di lieto colle..un caro saluto e un augurio di buone feste
    alessandro assiri

    alessandro62

    20 dicembre 2007 at 05:56

  20. sì, Matteo, proprio Bertoni e i suoi ragazzi (futuri laureati in lettere, speriamo non il futuro della letteratura:) .. sorriso al posto delle lacrime.
    Un’esperienza positiva che ripeteremo quest’anno con altro poeta, è stato l’incontro tra De Angelis e ragazzi delle scuole superiori locali. Che c’è di meglio di un auditorium affollato di ragazzi e un poeta che parla della sua poesia, ascolta, risponde…?
    E’ una fatica organizzare, è vero, ma ne vale la pena. Ci vuole però una grande passione, sacrificare tempo prezioso, (soprattutto quando “curva minore…” :), ma per quanto mi riguarda, ritengo sia una responsabilità di chi ama la poesia.
    Ciao liliana

    zinetti

    20 dicembre 2007 at 11:47

  21. Ciò che si dice dei laureati in lettere è spesso vero, ma come altrettanto spesso succede la qualità scadente deriva da un problema d’insegnamento, di trasmissione tra generazioni (a partire da tutta la scuola di Bologna). Quindi andrebbe diviso il giudizio su Bertoni, che non è mai stato e mai sarà un incompetente. Gli si può imputare molto, ma la sua conoscenza della poesia è indubbia, e non è il colpevole di un eventuale decadimento dei suoi allievi e del pubblico generale della poesia. Anche per il fatto che ciò non può venire da un solo uomo, nemmeno lo si può portare a mo’ di esempio, perché non corrisponderebbe ai fatti della sua produzione critica.

    PS: non parlo per difesa, non sono un suo allievo

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    20 dicembre 2007 at 13:55

  22. Infatti nulla è imputato a Bertoni, forse non mi sono spiegata bene…
    e assolutamente lontana da me l’idea che possa avere una responsabilità sulla conoscenza dei suoi ragazzi riguardo i poeti contemporanei. Era solo per rimarcare l’assoluta ignoranza del panorama poetico attuale da parte di chi, pure, si occupa e studia letteratura.
    liliana

    anonimo

    20 dicembre 2007 at 14:47

  23. mica è colpa di bertoni se gli arrivano al corso di poesia italiana contemporanea della facoltà di lettere moderne dell’alma mater studiorum dell’università di bologna quando arrivano il primo giorno di lezione non conoscono un poeta vivente ! è come se uno ha la cattedra di analisi matematica I a ingegneria e il primo giorno di lezione gli studenti non conoscono la tabellina del 9: è inquietante ! infatti fa bene bertoni a utilizzare questo aneddoto a titolo esemplificativo sulla situazione della poesia contemporanea italiana in italia. è forse il migliore che conosca.

    (…ma mica è colpa di bertoni…)

    – grande passione
    – grande pazienza

    alessandro e liliana, queste sono le chiavi come giustamente dite.

    matteofantuzzi

    20 dicembre 2007 at 18:54

  24. E se la colpa fosse dei poeti, che scrivono cose poco coinvolgenti ?

    michelefabbri

    20 dicembre 2007 at 20:05

  25. E se la colpa fosse dei lettori che non leggono i poeti? Vedi che così non se ne esce.
    Sebastiano

    anonimo

    21 dicembre 2007 at 14:07

  26. magari la colpa è solo mia.
    😀

    matteo

    anonimo

    22 dicembre 2007 at 15:40


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