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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Fuori dal tempo: purgatorio e inferno nella poesia di Eugenio Montale e Giorgio Caproni

Quando si pensa ai rapporti che sono intercorsi tra i grandi poeti del novecento, certo non si pensa a quelli che possono esserci tra due tra le figure maggiormente rappresentative di tale secolo. Stiamo parlando di Eugenio Montale e Giorgio Caproni. Effettivamente, lasciando da parte possibili scambi epistolari che con buone probabilità sono avvenuti, Montale non ha mai, in nessuno suo scritto critico, in nessun suo articolo, in nessuna pubblicazione, parlato di Caproni, mai lo ha nominato. Una testimonianza indiretta esiste però e sono le parole di Annalisa Cima, la donna che si prese cura del poeta ligure negli ultimi anni della sua vita, in occasione della presentazione di sei poesie inedite dell’autore, ormai defunto, a Lugano. La donna infatti dice che Montale, nell’ambito letterario e intellettuale italiano, salvava poche persone tra cui Caproni (insieme a Zanzotto, Solmi, Luzi, Svevo e Segre). Caproni, al contrario, parla fin dall’inizio della sua carriera del poeta ligure come di un autore che gli ha cambiato il modo di vedere il mondo, che è divenuto fin da subito fondamentale nel suo modo di affrontare la vita, a partire già dagli Ossi di seppia.
Seguendo quindi i saggi consigli di Luigi Surdich, ci si può avventurare in un’analisi comparata, mai facendo la spola tra i testi dei due poeti, ricercando riprese di stilemi o di versi, ma esaminandoli in sezioni separate. Molte conclusioni, prese di coscienza e visioni della vita risultano in comune, o meglio si può dire che Caproni le mutui da Montale. Si sta parlando delle riflessioni su Dio, dell’immagine del muro, dell’idea del gioco ossimorico degli opposti da cui sarebbe composto il reale. Quello che risulta molto interessante è l’utilizzo che entrambi fanno di dimensioni purgatoriali o infernali, da sostituire alla realtà, per determinati scopi. Allora per Montale si veda La casa dei doganieri ne Le occasioni, dove alla realtà si sostituisce un purgatorio vero e proprio, dove non vigono più nemmeno le regole fisiche (la bussola non segna il nord, la banderuola non segue un vento ma gira senza direzione). Questo è il luogo in cui la memoria fallisce profondamente nella sua stessa dimensione biologica, dove si comprende che un’esperienza non può essere comune, ma ognuno la vive nella sua solitudine. Il luogo da dove Montale scorge un varco che possa finalmente congiungerlo con Annetta e visto che la ragazza non è più, il poeta sta guardando un passaggio verso il regno degli inferi. Ma il varco si chiude e in questo purgatorio l’autore arriva all’ignoranza più estrema: egli non sa più neanche chi più è in vita e chi è scomparso.
Lungo la produzione montaliana interessanti sono, riguardo all’utilizzo di tale dimensione, poesie come Cigola la carrucola nel pozzo, alcuni mottetti, Voce giunta con le folaghe, Primavera hitleriana e alcuni xenia.
Per Caproni un componimento chiarificatore rimane Ad portam inferi, nella sezione Versi livornesi de Il seme del piangere. Qui la protagonista è Anna Picchi, madre dell’autore, già defunta da qualche anno. La donna è descritta in una stazione, mentre aspetta un treno che la porterà all’«ultima destinazione». Anche qui l’orologio fermo segnala una situazione fuori dal tempo e va a aggiungersi alla confusione della protagonista, che non riesce più a trovare segnali che la ricolleghino alla sua esistenza e alla sua quotidianità da viva. È qui che si accorge di essere morta, che ne prende coscienza, che capisce di trovarsi in una dimensione purgatoriale, di passaggio verso il regno dei defunti. Anche per Caproni gli esempi lungo la sua produzione sono molteplici, come le Stanze della funicolare, Congedo del viaggiatore cerimonioso, Il fischio, Il vetrone e altre.
Tra i vari utilizzi di queste immagini che i due poeti fanno, una in particolare spicca in comune, ovvero la modalità di creare dimensioni parallele a quella reale, nel momento in cui tentano di entrare a contatto con i loro cari scomparsi, assenti. Questo secondo due percorsi poetici e di vita diametralmente opposti. Montale, nella sua carriera, parte da un’impossibilità di contatto e comunicazione della donna assente, portatrice di salvezza, e arriva poi ad una identificazione della realtà con una sorta di limbo, nella cui quotidianità esiste, al di fuori di ogni livello di eccezionalità, il dialogo con i morti (parliamo in particolare di Mosca, ma anche dell’Annetta che torna spesso nell’ultima produzione montaliana). Al contrario Caproni dedica moltissime poesie ad Olga, la sua fidanzata morta giovane, ricostruisce la vita della sua madre scomparsa, per poi muovere pian piano verso un discorso sincopato, fino alla piena coscienza della totale solitudine dei vivi e dei morti, dell’isolamento e del silenzio in cui ognuno di loro si trova. Questo legato alla ricezione diversa che i due autori hanno riguardo alla loro condizione sulla terra. Montale assume infatti sempre più i caratteri del “sopravvissuto” alla vita e a tutta la sua asfissia e insensatezza; Caproni invece mette in atto un processo che porta i suoi luoghi e se stesso ad estraniarsi, a perdere identità, in parallelo a sempre più numerose dichiarazioni testamentarie, tanto da assumere nettamente la figura di “postumo”.
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Salvatore Della Capa
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Written by matteofantuzzi

18 novembre 2007 a 15:12

Pubblicato su Uncategorized

14 Risposte

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  1. ringrazio salvatore che propone qui un riassunto della sua tesi di laurea di qualche mese fa. università di bologna, sotto niva lorenzini e co-relatore alberto bertoni, come sempre invito tutti i neolaureati con tesi sulla poesia italiana contemporanea a mandare qua i loro lavori. grazie a salvatore.

    matteofantuzzi

    18 novembre 2007 at 15:17

  2. Grazie a te matteo
    la tesi l’ho discussa esattamente un mese fa, il 18 ottobre, per laurea specilistica.
    Aspetto il commento dei visitatori.
    salvatore

    anonimo

    18 novembre 2007 at 15:18

  3. giovedì sera 22.11 in mia assenza (perchè sono a roma per lavoro) “la linea del sillaro” sarà presentata a voltana di lugo nel ravennate, condurrà la serata gianfranco fabbri che ringrazio di cuore per avermi tolto dalla problematica della “spinosa assenza”, con lui giuseppe bellosi, maurizio brusa, gianfranco lauretano e giovanni nadiani. ore 21, biblioteca di voltana (presso il centro sociale)

    matteofantuzzi

    18 novembre 2007 at 15:19

  4. saluto l’amico salvatore e lo ringrazio anch’io per questo interessante contributo.
    g.cerrai

    anonimo

    18 novembre 2007 at 17:03

  5. ciao giacomo
    spero tu sia piaciuto il riassuntino
    in realtà tutto il testo approfondisce maggiormente il tema
    un caro saluto
    salvatore

    anonimo

    18 novembre 2007 at 17:52

  6. Me ne avevi parlato a voce della tua tesi Salvatore a Pozzolo: ricordi? Mi piace questa sintesi che vorrei approfondire: è in uscita in forma di saggio? Complimenti e mi trovo d’accordo con la tua analisi.

    Un caro saluto

    Luca Ariano

    anonimo

    19 novembre 2007 at 18:06

  7. Caro Luca
    si mi ricordo di avertene parlato
    la tesi non è attualmente in uscita perché non avrei soldini per pubblicarla!
    in ogni caso posso inviartela via mail se vuoi
    e sono contento che concordi
    salvatore

    anonimo

    19 novembre 2007 at 23:54

  8. Volentieri Salvatore!Dai scrivimi via email che ne parliamo… Grazie!

    Un saluto caro

    Luca Ariano

    anonimo

    21 novembre 2007 at 07:29

  9. Un bel lavoro, Salvatore. Un lavoro che tu avrai (dal momento che è stato scritto per la tesi) ampliato e ulteriormente analizzato. In effetti queste due porte , spalancate sull’ “Oltre”, hanno non pochi punti in comune. Mi piace “dirmi” che codesto senso della morte (e anche il modo con cui i morti, ancora inconsapevoli, la vivono) è, secondo mie suggestioni, un modo “tirrenico” di sentire la temperie del grande passo. Ci sarebbe molto da parlare, in proposito. Lo faremo di persona.
    Intanto, complimenti a te.
    Tuo Gianfranco

    nestore22

    21 novembre 2007 at 07:30

  10. grazie gianfranco
    senz’altro l’appartenenza allo stesso “mare” dei due poeti non è indifferente nella loro produzione poetica. credo che ci sia anche proprio una comunanza di modalità di approccio alle porte sull’ “oltre”. Comunque ne parleremo a voce.
    Un abbraccio
    salvatore

    anonimo

    21 novembre 2007 at 11:51

  11. ciao a tutti da roma, sono molto contento di questo dialogo in mia assenza, ricordo ancora della serata di domani nel lughese resa possibilie proprio dalla cortesia di gianfranco. tornando sulla questione tirrenica, secondo quindi è possibile creare una chiave tirrenica in qualche modo avvicinabile alla già (da altri) considerata linea adriatica o pensate che siano concetti diciamo… “stressati” ?

    matteo, in trasferta nella capitale

    anonimo

    21 novembre 2007 at 18:49

  12. ma sai matteo, quando si parla delle grandissime menti del novecento, delle più grandi, sono restio a vederli etichettati o incanalati in una qualche corrente. Mi piace trovare le matrici comuni in loro, proprio a partire dalle loro differenti individualità. Personalmente non parlerei di chiave tirrenica, almeno per quanto riguarda questi due autori, ma, come Gianfranco ha detto, di modo tirrenico per quanto riguarda il modo di avvicinarsi ad alcuni temi. Per la chiave adriatica, onestamente non mi sento di pronunciarmi.
    cosa ne pensate voi?
    salvatore

    anonimo

    21 novembre 2007 at 19:10

  13. LA CASA DELLA POESIA (MILANO)

    Martedì 27 novembre ore 18

    TRE

    Dopo tre anni tre nuovi libri de LA COLLANA a cura di Maurizio Cucchi

    Umberto Fiori presenta: “I nuovi climi” di Bianca Maria Frabotta, “Presente continuo” di Massimo Dagnino, “Antologia d’acqua” di Giorgio Prestinoni. Saranno presenti gli autori ed il curatore. Interverranno e leggeranno loro testi anche gran parte dei poeti che, dal 1999 al 2004, hanno pubblicato per LA COLLANA: Giancarlo Majorino, Mario Benedetti, Giovanni Gardella, Gabriella Garofalo, Michele Miniello, Andrea Ponso, Mario Santagostini, Gregorio Scalise, Carlo Valtorta, Nicola Vitale, Michelangelo Zizzi

    anonimo

    24 novembre 2007 at 13:25

  14. penso d’essere sulla tua stessa linea, caro salvatore, anche per me ribadisco la linea adriatica non è così “concreta”, anche se su chi lavora anche su la natura è chiaro che un territorio simile produce modi e schemi simili.

    *

    ricordiamo che la collana di cui si parla al #13 è quella di poesia della casa editrice “stampa” di varese.

    matteofantuzzi

    24 novembre 2007 at 15:19


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