UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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La poesia è una marchetta (da Atelier 47)
 
Uno (povero illuso!) pensa che in Italia ci siano, che so, almeno quattro o cinque individui che si occupino, per professione, di poesia: gente pagata, insomma, per monitorare il panorama, per seguire in tempo reale le quotazioni letterarie, per tentare qualche proficuo investimento sulla base di una visione personale del frangente storico; qualcuno, se non altro nelle tre o quattro maggiori case editrici, che legga tutti i libri di versi usciti nell’anno nelle collezioni rivali (pochini, in fondo), che segua le riviste, i premi, i readings, che metta su una squadra fidata di lettori di manoscritti per filtrare quelle due o tre opere inedite di cui farsi mallevadore; qualcuno, insomma, almeno uno, che faccia da garante per tutto questo andirivieni di generazioni, di mode, di poeti del secolo, di libri dell’anno, di campioni del giorno.
Invece no! In quelle poche, stitiche collane che dovrebbero elargire perle, la maggior parte delle scelte sono compiute da persone sbadate e in tutt’altre faccende affaccendate, e basta seguire i cataloghi per capire che le pubblicazioni di poesia sono spesso servizietti, contentini dovuti a poeti editi da chissà quanto e chissà perché, a narratori che non hanno dimenticato il loro primo amore o che cercano nuovi piaceri per stuzzicare la vena, a baronetti da tenersi buoni e confratelli vari di tali schiatte.
E il bello di tutto questo sapete qual è? Che, a ben pensarci, è giusto così, perché l’idea di qualcuno che si occupi per mestiere di poesia ci pare disumana, perché mica è detto che siano davvero belle le poesie che piacciono a noi, perché il verso del romanziere per anni depositato nel fondo del cassetto è spesso sorprendente e vivo, magari nella sua imperfezione, perché l’impudicizia con cui si svela, finalmente, il Grande Poeta Promosso in Paradiso raddoppia l’ira suscitata dai suoi versi scialbi, che lungo l’interminabile sua gavetta si sono miserevolmente essiccati.
Credetemi, peggio di un responsabile di poesia non del tutto competente e persino un po’ infastidito (per sacrosanto imbarazzo? per autoconsapevolezza? Per legittima difesa?) dall’incombenza cui dovrà pur, alla fine, ottemperare (sceglierà, infine, di fronte alla macchinetta del caffè, col sottofondo mieloso del pretendente di turno, mentre scoprirà dalla finestra il cielo concedersi un piacevole, imprevisto residuo d’estate), ci sono soltanto altri due tipi di individui: il poeta e il critico.
Dio salvi gli editori, e noi lettori di poesia, da tali maniaci contabili dell’assoluto.
 
Marco Merlin
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Written by matteofantuzzi

27 ottobre 2007 a 09:01

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37 Risposte

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  1. io sono alle prese con febbre e influenza. domani spero di stare meglio, metto solo il post e segnalo che questa sera a milano al mondadori multicenter ci sarà la presentazione dell’agenda lietocolle 2008 nella quale sono inserito anche io. dato che ho febbre e naso come colabrodo non riuscirò ad esserci… saluto tutti.

    matteofantuzzi

    27 ottobre 2007 at 09:04

  2. Ma che vuol dire? Mi pare la solita lagna. Senza offesa, mi pare che non vada a parare da nessuna parte.

    ansuini

    27 ottobre 2007 at 09:47

  3. Be’, se in quel precedente editoriale (canto delle formichine) riuscivo a definire una mia posizione, in questo secondo non so proprio come condire la pietanza … Mi pare uno sviluppo (o un’evoluzione) – in termini più scettici e disincantati – di un mio scritto nel blog che risale al settembre del 2005 http://supermargiotta.blogspot.com/search?q=baldracca , intitolato “La poesia è una baldracca …” ecc. ecc. che era proprio una risposta a lui e ad Atelier e che si collegava ad altri scritti consimili di quel periodo nel blog, che erano un po’ delle frustate in giro, date da uno (da me) che semplicemente amava la poesia e la riteneva importante e ancor viva e non cosa morta o da museo …
    Ho un po’ studiato il sistema editoriale degli USA … Le cose che mi piacciono di più, sono quelle più apparentemente cattive, dove magari l’editor di turno confessa, senza tante menate o ipocrisie, che il compito principale di un editore è quello di vendere libri e poi si lancia in cifre, esempi, in strategie di promozione ecc. ecc.
    Ora però – nel caso di un libro di prosa – non c’è strategia migliore del passaparola tra i lettori: un tizio si fida più dell’amico o della fidanzata che gli dice “ho letto tale libro: è bellissimo” piuttosto che del critico che annuncia l’ennesimo caso letterario …
    Il passaparola vale per i libri di fiction prosa o per i films: cioè per tutte quelle opere che trattano di un bisogno, non so se primario ma di certo fondamentale dell’uomo, che è quello di avere delle storie da apprendere o ascoltare: il bisogno di storie, con cui si apre uno dei più famosi manuali di sceneggiatura americani … Il bisogno di storie è antico come il mondo …
    La poesia è qualcosa di diverso dalle storie raccontate: ed ha più prossimità con la cugina canzone o con la musica in genere …
    Nonostante la crisi del mercato discografico – dovuto anche alla pirateria e a questioni varie di natura economica – la canzone ha ancora un suo richiamo fortissimo …
    Il bisogno che porta un uomo ad ascoltare una canzone è simile a quello che spinge un altro a leggersi le poesie di Sylvia Plath o di Whitman … I classici della poesia non credo che vadano poi così male in termini editoriali, almeno visto che spesso si ristampano …
    E allora dov’è il problema spinoso? Il problema spinoso è in quegli autori di poesie (tantissimi) che ancora non sono diventati dei classici …
    E allora le domande da farsi sarebbero le seguenti:
    1) gli italiani amano la poesia? (non dico come i russi o i paesi di lingua spagnola, ma almeno come altri paesi del mondo) …
    2) gli italiani sono stati educati alla poesia (nella scuola o in altri ambiti)
    3) gli italiani ne capiscono di poesia? (collegata alla 2)
    4) l’editoria italiana ama la poesia nuova italiana?
    5) si può trovare un metodo di azione strategica che crei interesse attorno alla poesia e nello stesso tempo non faccia perdere troppi soldi all’editoria? (perché il fatturato è fondamentale almeno nelle grandi aziende) : si sono fatte le crociate Anti-fumo che hanno creato una nuova mentalità, non si potrebbe fare qualche crociatina anche per la poesia?
    6) è giusto mettere in conto qualche guadagno in meno in favore di una maggiore qualità dei prodotti? (e questo vale anche per altre realtà editoriali come le Tv, radio o giornali)
    7) qualcuno, senza arrivare agli estremi di un “santo” o signore dell’editoria, come furono i vari Valentino Bompiani o Vanni Sheiwiller, può rinunciare a qualche bene materiale in più per un prodotto così diverso da altri prodotti come le patate o il vino – che pure pagano un generale abbassamento della qualità, relativo alla produzione in serie e su larga scala – come il Libro che tuttora resta il mezzo con il quale l’ingegno umano si esprime e si offre agli altri?
    8) Perché uno come Vittorio Sereni, che era un pezzo grosso in Mondadori, già vari anni fa cominciò a non essere più tanto in sintonia con un certo andazzo editoriale? Aveva torto? Aveva ragione? E, nei tempi in cui c’era maggiore apertura editoriale da parte delle grandi anche per la poesia, l’editoria era andata in fallimento? (non mi pare …)
    9) Com’è la situazione in altri paesi europei o del mondo? Perché le grandi aziende editrici non fanno qualche ricerca o studio, di quelli che in genere si commissionano per la politica o per l’economia?
    9) La dolce e intelligentissima Elisabetta Sgarbi della Bompiani è una che ama molto la poesia (così come il noto suo fratello): Bompiani però non mi pare che abbia più una collana di poesia … C’era stato l’esperimento di InVersi – qualche anno fa – un tentativo di rendere più accattivante il “prodotto” poetico allegando Cd e pensando a una veste grafica leggera e moderna: l’esperimento andò maluccio e la collana fu chiusa … Ma è giusto chiudere la collana senza chiedersi cosa non abbia funzionato nell’operazione? È giusto dire semplicemente la poesia non vende dunque si chiude la collana?
    Non si può magari anche ipotizzare che i poeti pubblicati non fossero troppo graditi al pubblico?
    Io non finirò mai di ringraziare il mio caro amico Rondoni che mi ha permesso di avere l’antologia di poesie di Susan Stewart in un ottimo libro uscito in una delle collane che lui dirige …
    O di ringraziare Filippo Davoli per il regalo delle poesie di Goffette tradotte in italiano …

    Io credo che ci sia ancora molto lavoro da fare in questo senso – a prescindere dai propri interessi particolari … Vedo nelle generazioni più giovani un certo entusiasmo ed energie e forze fresche che non si dovrebbero tradire con le disillusioni dei più anziani …
    Questo editoriale di Merlin ha comunque il merito di non essere ipocrita e di essere abbastanza realista anche se in termini un po’ generici benché possa io capire il sottile intento di provocazione …
    Per fortuna – anche nella grande editoria – non si fanno solo marchette e c’è ancora qualcuno che ha una sua competenza pur non essendo – ovviamente – infallibile …
    Ed è inutile fare i nomi perché le cose buone si vedono quando escono …
    Come al solito anche nel campo della poesia – e questo vale per noi poeti, per i critici o per gli editori – la ricetta buona è sempre la stessa: più amore, più vita e meno cinismo e disincanto e morte 😉

    Statemi bene

    Andrea Margiotta

    rondons

    27 ottobre 2007 at 20:06

  4. Ti ringrazio, Andrea. Devo confessarti che l’antologia dei versi di Goffette è stata apprezzata proprio da tutti, Guy Goffette in testa. A mia volta, dunque, ringrazio gli amici Danni Antonello (che Guy chiama “il mio traduttore italiano”) e Andrea Ponso, che l’hanno curata.

    FilippoDavoli

    27 ottobre 2007 at 22:50

  5. esiste sempre quel dato: due milioni di scrittori contro duemila lettori e con questo si fa i conti, tutti. Formazione della critica vorrebbe dire possibilità di esprimere controversie, esaltarsi e avvilirsi avere il,coraggio degli slanci e delle stroncature, poeti che leggono poeti questo serve, questo solo apre spazi di ascolto
    un caro saluto

    alessandro62

    28 ottobre 2007 at 09:41

  6. questo è l’andrea che preferisco 🙂
    il libro di goffette è un libro meraviglioso, il libro che ha visto la luce grazie a filippo, danni e andrea ottimo e invito caldamente tutti alla lettura.

    per quello che scrivi, il punto alessandro è che questo editoriale viene da una rivista nel bene o nel male molto guardata anche dal gotha, non è più “solo” lo scazzo di qualche internauta poeta fallito (…è autoironia…) come qualcuno vuole dire delegittimando la forza che si porta dietro un new media (oramai vecchio) come il blog, la rivista on-line, il portale ecc. qua l’analisi viene da una rivista che alcuni numeri fa s’è tirata fuori da internet per tornare a ragionare in maniera “old style” e la critica mossa è “old style” anche se nuova per il mezzo usato: l’analisi poi espansa da andrea con una serie di domande cruciali è proprio il senso di molto di quello che abbiamo fatto qui in questi ultimi 2 anni, e di quello che ho cercato di fare con UP. qui il problema non è più di tipo sociale, non c’è più un microcircolo che dirige e pochi che entrano ma stiamo assistendo a decisioni editoriali manageriali pazzesche. quando mi scaglio contro i libri di questo o quel cantante o di questo o quel narratore famoso non è perchè io bocci il prodotto a priori, ma perchè mancano quei passaggi fondamentali che chiunque voglia fare poesia sa di dovere fare: passare attraverso le maglie (necessariamente strette) della critica, quelle ancora più strette delle riviste e dei comitati di redazione. il poeta deve (dovrebbe) sudare per arrivare alla grande pubblicazione, distribuita e voluta dal grande editore illuminato come traguardo di una carriera in cui lo sventurato s’è fatto il culo per arrivare a quelle 5 poesie che consegnerà ai posteri. dopo un certo periodo (oltre ai cd c’era anche la pubblicità in 3a di copertina nei sopra citati libri) s’è deciso che la poesia era un prodotto come un altro. e se il libro non vendeva non interessava. ma siamo sicuri che non vende ? io vorrei andare a spulciare i risultati di molti romanzi, di molte ottime case editrici di narrativa e le cifre non sono così diverse dalla poesia. molti specchi mondadori fanno venduti migliori di molti libri di narrativa delle major, qua siamo al pre-concetto. ribadisco che sarei disposto alla pagina tranquillamente a ripetere la 3a di copertina con la pubblicità solo per dimostrare che decentemente distribuito e promozionato il libro di poesia non ha nulla di meno di quello di narrativa. i 2000 citati sono i 2000 sfigati che sanno tutto di tutta la poesia. sono i lettori forti. è sui lettori occasionali che bisogna agire, se non si va tra la gente, nelle biblioteche, nelle scuole, tra chi potenzialmente si può interessare, se si rimane nei multicenter, nei mediastore, nei gotha del potere, nei centri storici, beh della promozione della poesia in italia sinceramente non s’è capito un cazzo.

    anonimo

    28 ottobre 2007 at 15:00

  7. io sono e rimango per l’idea che la vendita migliore è quella attuata per mezzo del “supermercato”. Tutte balle che la buona letteratura viene venduta dal piccolo libraio. E’ l’epoca del centro commerciale e vacaboia, adeguiamoci alle nuove possibilità di vendita.

    Tornato dall’Umbria ieri, mi sono fermato in 3 autogrill. I libri sono di fianco alle casse. Belli o brutti che siano (di norma brutti o best seller) VENDONO.
    Qualcuno si è mai chiesto quanto incide il fatturato autogrill sulla vendita dei libri?
    Io teorizzo un buon 15%.
    Un buon 20% arriva poi dalle vendita al supermercato, quello dove prendiamo carne, pesce e verdura. Il restante è per canali diversi tra cui ci sono ANCHE le librerie.

    La poesia al supermercato fa rabbrividire?
    Non più dell’avere Montale allegato al Corriere della Sera in una edizione che fra 5 anni si sgretola illeso e non letto su una qualunque libreria d’appartamento.

    La gente non entra piu in libreria. Chi ci entra di norma è un lettore occasionale. Solo una minoranza è lettore forte e infatti il gruppo Feltrinelli oltre che libri vende CD, megliette, carabattole e via citando.
    La gente comune non cerca piu il libro dal libraio sussurrone e bene informato.
    La gente ora si ritrova nei centri commerciali e se c’è una possibilità, è li.
    Blasfemo quanto volete. Ma è la realtà.
    Fosse altrimenti, la domenica la gente andrebbe in camporella oppure al lago invece di spendere la giornata all’Ikea.

    fabiano alborghetti

    anonimo

    28 ottobre 2007 at 19:27

  8. L’appello alla critica “militante” era quasi per giustificarne l’ assenza, infatti la critica che riconduce alla corrente, che ritira le fila, che s’infiamma per un giudizio, non ha ,per svariate ragioni motivo d’esisitenza in questo panorama. Per il resto le considerazione tue Matteo e quelle di Fabiano sono pienamente condivisibili, anche se comunque in scaffale all’iper escono sempre barzellette di Totti, veline e riviste di auto…Il senso del valore della figura poetica forse allora va più testimoiato delle parole,l’incontro col poeta che fa emergere caratteristiche umane attraverso le parole. Vogliamo il non luogo..troviamo il modo di fare una presentazione da Ikea o all’ Auchan, raduniamoci all’ autogrill di Verona est…sul “luogo” andiamoci quindi anche noi, perchè altrimenti non sono convinto che Alessandro Assiri all’Upim avrebbe venduto qualcosa in più. Esporsi, andare tra la gente giustissimo, io ho fatto presentazioni nelle biblioteche la validità è il seguito che il responsabile ci mette dopo, nelle scuole sto cercando di organizzare alcune serie di incontri coi poeti, se ne vogliamo parlare facciamolo, sempre…
    un caro saluto

    alessandro62

    29 ottobre 2007 at 05:48

  9. io le ho fatte anche all’ipercoop, tra l’indifferenza generale. e c’erano con me anche pezzi storici del ‘900.

    nella valutazione di fabiano e alessandro (entrambe valide) aggiungo il parametro del “motore di ricerca”. nel senso: quando vado a fare la spesa alla coop vado con la mia bella lista. poi magari ogni tanto capita che qualcosa mi attira (ma sempre di quel reparto, nel mio caso pesce sott’olio) e magari vado a casa con qualcosa che non ho nella lista, ma che ho cercato in quel reparto che mi piace tanto, perchè in quello che vende le batterie per auto io non ci sono mai andato.

    allora anche all’ipercoop-supermercato il reparto libri ha le ragnatele: perchè i vari amministratori delegati pensano solo ai biscotti ? sicuramente si sbattono di più. ma quando l’ipercoop vicino a casa mia mise i libri in vendita un euro al chilo in un grande cestone in mezzo al supermercato con tanto di collana garzanti degli anni ’80 va là che lì la gente comprava.

    quindi sì. bisogna andare in autogrill, all’auchan e pure alla mediaworld e all’ikea.

    e nelle scuole. e nei borghi. e nei paesini.

    dobbiamo spacciare più poesia possibile. solo così non produrremo solo consumatori occasionali. diventare pusher, nelle scuole, fuori dalle scuole e ovunque. poi sul come effettivo se ne può discutere. e qui su UP molto volentieri.

    matteofantuzzi

    29 ottobre 2007 at 22:13

  10. a mio avviso Рcriticabile Р̬ sbagliato il modo in cui viene proposta la poesia quando si ̬ davanti al pubblico.

    Non è più pensabile di procedere col classico reading. E’ – nostro malgrado – l’era della tv.
    Non è adeguamento, intendiamoci, ma la capacità di comprendere e sfruttare il nuovo modo di recepire maturato dal pubblico.
    Pasolini se ne dannava: l’Italia unita dalla tv. Un orrore, certo, ma che è possibile sfruttare.

    La poesia letta all’aria serve a poco. La lettura all’ipercoop di Matteo e le decine che abiamo fatto, ognuno di noi singolarmente, ne sono la prova. Tranne qualche raro esempio, le letture vanno deserte o quasi.

    Cosa si può fare per cambiare?
    Cavalcare un’onda nuova.
    Sfruttare l’antipoetico per arrivare al centro della poesia.

    Una nota a margine: nel medioevo, le immagini NUOVE offerte agli occhi della gente, del popolo, non superavano le 10 l’anno. Quel qualcosa che divenisse memoria e fatto da ripercorrere ancora con meraviglia dopo anni e anni.

    Nel 2007, grazie ai canali di comunicazione tutti, le immagini sono circa 1500 AL GIORNO.

    E’ ovvio dedurre che l’incapacità di reagire derivi anche dall’accesso di imput. Troppo e tutto assieme. Salta all’occhio e rimane a posteriori solo ciò che davvero smuove qualcosa. La curiosità sollecita e se l’evento è ben condotto, ecco che qualcosa rimane successivamente.
    In caso contrario, tutto ̬ parte di un magma silente e Рperdonatemi Рnoioso.

    Nessuno – quasi – guarda più le mummie egizie al museo.
    Una certa curiosità viene invece sollevata quando si parla delle preparazioni anatomiche di Paolo Gorini del 700.
    Perchè?
    Sono cadaveri entrambi….Dovrebbero sollecitare un senso di curiosità, morbosità…qualsivoglia sentimento derivante dalla scoperta di qualcosa di inconsueto.
    Bene.
    Le seconde offrono qualcosa di mai visto prima. Non solo nel 700, ma a tutt’oggi.

    Un secondo caso (perdonate se quasi simile a quello sopra):
    nessuno quasi presta occhio ai modellini anatomici in plastica dei corpi umani, sezionati per fare vedere l’interno.

    I corpi VERI conservati tramite la plastinazione di Gunther von Hagens, sono – a tutt’oggi – la mostra più seguita mai avuta al mondo (si parla di oltre 20 milioni di visitatori).
    Perchè?
    Tra il primo e il secondo caso quasi non c’è differenza. Se non ci venisse detto che i secondi sono corpi veri, non potremmo capire la differenza con un modellino qualunque creato in plastica o gesso….

    Ecco.
    A mio avviso si tratta anche di questo.
    Resuscitare la poesia dal girochiuso ed immoto in cui vive per rimetterla in moto (scusate il gioco).

    La poesia in sé rimarrà ciò che è, col carico di significati e fatiche e studi.
    Ma sapremo diffonderla meglio, adeguando TEMPORANEAMENTE la presentazione perchè l’attenzione sia sollecitata. E non viene chiesto di andare in giro coperti di guano e piume come fece Dali. Né alcun altro artificio da mentecatto.

    Si tratta solo di capire come sia mutato il linguaggio dell’attenzione.

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    30 ottobre 2007 at 09:29

  11. Premesso che non avrei nessuna remora a parlare di poesia in un supermercato, per me questo volantinaggio, questo sogno di contagio poetico, è illusorio. Un fuoco fatuo. Al più può innescare una moda passeggera o un caso. Guardo certo con rispetto a chiunque si presterà mai fisicamente per l’impresa (e ce sono già stati), ma gli intenti mi sembrano equivoci. La poesia è marginale, e non si può pensare di promuoverla. Forse nemmeno a livelli diversi, politici. Perché la poesia è giustamente marginale (soprattutto nel caso di poeti che vendono diecimila copie, e ce ne sono): è una ferita, un luogo di autenticità in un mondo falsificante. E allora il problema non è salvare la poesia. E basta con la retorica che il bello salverà il mondo, che la poesia cambierà il mondo. Quindi, il problema è come cambiare il mondo, magari poeticamente, ma lasciando stare la poesia.
    La poesia non va promossa, va difesa. Non va pubblicizzata, va suggerita con tremore. La poesia non è una chiamata, è una risposta. Lavoriamo sulle possibilità della domanda.
    Non dico “la mia poesia non cambierà il mondo”, perché non è questo il punto. Non è, questa, una dismissione di impegno, un atto di sfiducia, è l’opposto: è la precisa scoperta che la poesia non agisce sul mondo (su entità astratta, che non esiste) ma su di me, entità concreta, e interagente con il mondo. E chi è contagiato dalla poesia non porta con sé l’entusiasmo contagioso del neofita, ma la solitudine, il dramma, il silenzio, la solidarietà, la maledizione… Proprio perché so qual è la potenza terribile della poesia, sono lieto che molti ne stiano alla larga.
    O voi per poesia intendente solo quel bell’esercizio di fantasia e arte parolaia che presta a tanti bei giochini in scuole, corsi e lezioncine sporadiche? Veramente volete inoculare Lucrezio, Shakespeare o Montale ai ragazzi attratti dai CD nei supermercati? Veramente vi assumereste la responsabilità di questo, se mai fosse possibile?
    Io sento di poterlo fare, e in dosi omeopatiche, solo a scuola, quando posso controllare dosi, tempi, e bilanciare il tutto con tanto stereotipato buon senso che faccia da anticorpo, finché, se sarà destino, il contagio avvenga, a tempo debito, a corpo pronto.
    Marco Merlin

    anonimo

    30 ottobre 2007 at 09:32

  12. Dunque poesia per i poeti e per i critici, e altri pochi eletti?
    Non sono d’accordo.
    Mi sembra di sentire l’odiosa signora della celebre poesia di Eliot:
    “Cos’ intimo, questo Chopin, che penso la sua anima
    Dovrebbe farsi risorgere solo fra amici
    Non più di due o tre, che non tocchino il fiore
    Già sgualcito e discusso nella sale da concerto”.

    e il mio sorriso cade pesantemente fra il bric-à-brac.

    ansuini

    30 ottobre 2007 at 12:05

  13. Sensibilizzazione del lettore e difesa della poesia, ma siamo sicuro che ci sia questo abisso. L’estremizzazione di legger da Ikea va modulata con la necessita d’incontro. Certo lavoriamo sul “vivere” le domande, ma facciamolo non sottraendoci, non arroccandoci. Nessuno farà mai leggere Montale a chi vuole giocare con la playstation, ma quel debbo scrivere Rilkiano oggi è anche debbo espormi, per poter comunicare, il linguaggio che non si testimonia che non va in cerca di un tu è lettera morta. Riconquistare, che è parola forte, gli spazi dove rendere possibile l’ascolto, questo credo sia il punto, qualunque essi siano, qualunque ci sapremo inventare
    un caro saluto
    alessandro assiri

    alessandro62

    30 ottobre 2007 at 16:09

  14. Credo che l’esame di coscienza da farsi debba necessariamente partire dagli “addetti ai lavori”, nel senso più lato del termine; e questo perché credo che gran parte del disinteresse attorno alla poesia, o delle difficoltà nel “comunicarla” vengano proprio “dall’alto”.
    I tempi sono cambiati, e già da un pezzo, per cui è giocoforza adattarsi e trovare nuove strategie per arrivare ad un pubblico un po’ più ampio di quello che c’è, che secondo me deve essere l’obiettivo di chiunque scriva poesia o se ne occupi in qualche maniera.
    Non c’è nulla, oggi, che una persona (anzi, consumatore, come è stato ormai ribattezzato l’uomo occidentale) vada a cercarsi autonomamente, ogni cosa viene a cercarti. Perché non potrebbe farlo la poesia?
    Ho visto numerose manifestazioni o reading che non hanno attrattiva sul pubblico, e un errore comune che ho sempre notato è quello di “sottovalutarsi”: credendo che tanto non vi sarà interesse di nuovo pubblico sulla cosa, diventano letture a invito, 10 persone contatto e 10 persone stimo di avere effettivamente, magari saranno 9 perché uno da forfait. Siamo sicuri che pur facendo una buona pubblicità all’iniziativa e rendendola davvero aperta non si possano cogliere risultati? A mia volta organizzo incontri di poesia e sulla poesia, e davvero c’è la soddisfazione, spesso, di riuscire a riempire una sala, e magari con visi che non avresti mai detto di poter incontrare lì…
    C’è poi il discorso economico: io non credo sia osceno pensare a qualcuno che possa guadagnare occupandosi di poesia, né che la poesia possa avere un valore anche monetario. Del resto è “un bene che si produce” (anche se so che può suonare malissimo), e come tale deve avere anche un valore in soldini; sennò, se la si dona e riceve sempre con troppa gratuità, non vale più niente agli occhi di un pubblico più generalista, o comunque non avvezzo. E allora diventa molto interessante anche quello che diceva Fabiano degli autogrill e degli ipercoop… O comunque, sono aspetti da non rifiutare a priori. Perché credo che la disponibilità a sporcarsi le scarpe con tutte le strade percorribili porti sempre qualche frutto, forse non sempre polposo, ma di sicuro non si torna a mani proprio vuote.
    Non si parla naturalmente di guadagnare numeri grandiosi, e mai se ne parlerà, però credo che quei duemila famosi lettori potrebbero crescere parecchio se si lavora con energia e “grinta”.

    Scusate per questa lunga litania all’ora del tè!

    Marco Bini

    anonimo

    30 ottobre 2007 at 16:29

  15. E fuori dubbio che tutti noi siamo chiamati a diffondere la poesia e la cultura in genere, però occorre studiare formule opportune. Leggere nei supermercati sinceramente mi pare una perdita di tempo. Credo che sia meglio spendere le proprie energie nelle sedi opportune, ma dobbiamo anche avere il coraggio di ammettere che la poesia è per sua natura un genere di élite e non si può avere la pretesa di coinvolgere le masse: leggere poesia presuppone una preparazione culturale di livello medio-alto. Per quanto riguarda la diffusione in libreria è importante anche l’iniziativa degli autori. In un mio precedente commento accennavo alla pubblicità con i segnalibri. Stampare segnalibri con una poesia e con un’accattivante veste grafica è un bel modo per avvicinare il pubblico alla letteratura poetica. Se si ha la fortuna di conoscere qualche libraio che espone libri di poesia si possono avere risultati incoraggianti: un libro con la copertina in bella vista ha buone probabilità di essere venduto. Matteo Fantuzzi ha proposto una cooperativa di distribuzione degli editori di poesia: è un’idea interessante e può dare buoni risultati, un’iniziativa nella quale vale la pena di impegnarsi piuttosto che leggere nei supermercati…
    E naturalmente teniamo sempre presente la grande risorsa di internet: siti, blog, riviste online…
    Conoscete il bookcrossing ? Partecipare al bookcrossing è una possibilità in più di essere visibili. Insomma le risorse per far conoscere la poesia ci sono, basta saperle sfruttare senza disperdere le forze in iniziative di improbabile riuscita.

    Un cordiale saluto a tutti.

    michelefabbri

    30 ottobre 2007 at 17:10

  16. @ Marco Merlin
    hai perfettamente ragione sul come presentare la poesia agli studenti e questo è un ennesimo canale su cui e per mezzo del quale riparare le mancanze.
    Al Liceo Lugano 1 di Lugano, Fabio Pusterla organizza da 2 anni, questo in corso è il terzo, incontri con poeti contemporanei. Una lettura/discussione/forum per gli studenti la mattina e medesima cosa la sera per addetti ai lavori e pubblico vario che convoglia grazie alle notizie date sui giornali, etc.
    Gli studenti stupiscono ancora nell’apprendere la poesia contemporanea. Non tutto ferma a Montale quindi.
    Qualcuno (pochi) prosegue poi nella scoperta, per la maggioranza è solo un eseperienza scolastica da archiviare a termine della stagione studi.
    Fatica sprecata?
    Chi lo sa. Credo di no, credo ne sia valsa comunque la pena.
    E’ anche questo – comunque – un canale, un tentativo.

    Ma se da un lato ci inerpichiamo sul sentiero de “poesia forma privata da scoprire” mentre dall’altra è il quesito “la gente non segue la poesia”, qualcosa non va. Se è privata è per pochi.
    Se invece si tende all’apertura verso il pubblico, non è piu una forma privata, non nella forma di presentazione, almeno.

    Happening, eventi, flash improvvisi non sono certo il canale fidelizzante il lettore. Ma sono il canale che sollecita l’attenzione del lettore.
    Da quel punto in poi sarà la sensibilità del lettore che guiderà verso nuove scoperte o verso il rifiuto.
    Leggerà poesia (anche poco) o non lo farà del tutto.
    Ma non è che sia un idea balzana, quella di portare la poesia in luoghi deputati ad altro. Lo fece Pasolini portando poesia nelle fabbriche. In QUEL caso è lecito?
    O le contemporanee frabbriche sono mutate divenendo centri commerciali et altro?

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    31 ottobre 2007 at 07:40

  17. @ Michele Fabbri

    anche le mostre d’arte sono state per decenni appannaggio d’elite.

    Dal 1960 in poi, ricordiamocelo, l’arte ha smesso la propria dogmaticità prima di tutto rappresentando altro, quindi dismettendo la propria sacralità. Poi è USCITA dai musei popolando strade e spazi sino ad allora inconcepibili dal parco al capannone industriale, dal caffè dell’angolo alla casa patrizia in centro città.
    Il risultato è che la gente ha smesso di TEMERE l’arte. Magari non l’ha compresa, ma se non altro è andata a vedere. In taluni casi l’estremizzazione del messaggio arte ha portato alla pure visita voyeuristica (vedi le installazioni di Cattellan o Hirst) ma comunque c’è stato un avvicinamento, una tale normalizzazione dell’arte che ora è normale ed addirittura promosso il turismo atto a visitare la mostra nella città X o Y.

    Lingue diverse, arte e poesia?

    La buchmesse e Mantova dice il contrario.
    Un semplice carnevale? Oppure è cambiato il modo in cui la parola scritta si è posta agli occhi del pubblico?

    Le sedi opportune DIVENTANO le sedi opportune. Non nascono come tali e come tali non vengono riconosciute. Non subito almeno. Ci vuole un lavoro – serio – di promozione e diffusione.

    Ripeto e ripeto: si tratta solo di capire come sia mutato il linguaggio dell’attenzione. Se questo non viene compreso, le speculazioni rimangono “pointless speculations”, meglio tradotto come aria fritta.

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    31 ottobre 2007 at 07:55

  18. Questa poesia
    fa parte di un libro
    di cui si tireranno
    500 copie.

    Di quelle 500 copie
    se ne regaleranno 50,

    delle quali
    se ne leggeranno 5,

    delle quali
    solo UNA
    sarà compresa.

    Vale la pena.

    da “Riflessioni machiavelliche”,
    Pedro Shimose, Eizioni Sinopia, Venezia, 2004

    Complimenti per l’interessante impegno e molti cordiali saluti,
    Caterina Camporesi

    anonimo

    31 ottobre 2007 at 08:37

  19. Fabiano: chiedersi come sia mutato il linguaggio dell’attenzione mi sembra il vero cardine della problematica di cui stiamo discutendo. Ritengo comunque necessario una sorta di “disambientamento” della poesia unica via per non farla catturare da quel timore sempre in agguato. Abbiamo, credo, bisogno di reinterpretarci anche noi, nel nostro fare e nel nostro proporci
    un caro saluto

    alessandro62

    31 ottobre 2007 at 11:23

  20. @ Davoli. Ti stavo leggendo con un occhio solo, e socchiuso, as usual. Poi la parentetica m’ha fatto sollevare la palpebra, e stavolta, va, ti ci spreco anche due righe. Per ricordarti che la prima a tradurre e far pubblicare una raccolta completa di Goffette in Italia (cui ne seguirà a breve un’altra) e a fargli avere la copertina di “Poesia” sono stata io. E’ da queste annose tue piccinerie che – a prescindere da tante complesse analisi sociostoriche, e criptico-esegetiche – si vede il perché la poesia sprofonda sempre pù nel suo orticello, anzi, nei suoi orticelli contigui e non comunicanti, in una guerra fra poveri per rubarsi il secchiello e la paletta.

    Complimenti a Marco Merlin per il pezzo, e la grande capacità di sintesi con cui riesce a tratteggiare un panorama tristemente vero, e senza lamentele.

    Chiara De Luca

    anonimo

    31 ottobre 2007 at 12:09

  21. Anch’io mi ero meravigliato non fosse stato menzionato il lavoro di Chiara.
    Mi permetto di lasciare due link dove si parla rispettivamente della traduzione di Danni Antonello e si offre una miniantologia della Vita promessa a cura di Chiara De Luca.
    Buon festa di Ognissanti e buon ponte (per chi lo può fare 😉
    Alex

    PS Molto pertinente la poesia citata da Caterina Camporesi, e assolutamente condivisibile il pensiero di Marco Merlin e suggestivi i suggerimenti di Fabiano e di Matteo anche se mi paiono non sempre di facile attuazione. Come dice Alessandro Assiri: “abbiamo bisogno di reinterpretarci anche noi, nel nostro fare e nel nostro proporci ”.

    anonimo

    31 ottobre 2007 at 14:21

  22. @ Alessandro

    disambiantamento è la parola (ed il concetto) esatta.

    Siamo davanti ad un errore che si procrastina: sia per i luoghi di rappresentazione senva volerne considerare altri, che per le modalità con le quali la poesia è trattata.
    Vedi in questo specifico caso quanto occorso con Goffette: se venisse riconosciuto a Chiara che è stata la prima a tradurre e proporre l’autore in Italia, chi ne gioverebbe?
    Solo Chiara?
    Oppure Danni che ha curato la NUOVA opera di Goffette la precedente opera curata da Chiara, l’autore medesimo e infine i due editori?
    Dove c’è maggiore margine e maggiore pubblico????

    Finchè non si sradicherà l’orto di cui sopra menzione, non avremo coltivazioni a vendere, ma un ricavato che basta appena alla sussistenza della famigliola.
    E’ come avere un campo di 1000 pertiche e coltivarne 1 acro scarso.

    E qui mi riallaccio al discosro d’apertura fatto da Merlin.

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    31 ottobre 2007 at 16:28

  23. @ Alessandro: grazie

    @ Fabiano: non è questione di chi è stato il primo, chi il secondo. Ti fo un esempio: quando di recente è uscito “The Instruments of Art”, nella traduzione italiana di Roberto Cogo per Atelier, pur avendo anch’io pubblicato di recente la traduzione di un’opera di Deane (poeta che Roberto è stato il primo a portare in Italia), non ho passato sotto silenzio il suo lavoro, né fatto uscite provocatorie. L’ho apprezzato e promosso per il poco che posso. Chi se ne giova ? Il poeta che amiamo. Perché se lo amiamo vogliamo condividerlo, e vogliamo che la sua poesia giri il più possibile. E la poesia, soprattutto. Non è una gara. Se noi per primi insabbiamo i libri e il lavoro altrui, che si discute a fare…

    ciao
    Chiara

    anonimo

    31 ottobre 2007 at 16:54

  24. @ Chiara
    dici “Non è una gara. Se noi per primi insabbiamo i libri e il lavoro altrui, che si discute a fare… ”
    Appunto.
    Esattamente ciò che dico anche io.
    Non è fare una gara, ma concorrere tutti assieme per il medesimo risultato.
    E non è questione di primo o secondo a fare o proporre, ma PROPORRE! E agire perchè quanto sia in essere abbia vita, più vita possibile (circolazione, pubblicità, pubblico).

    E’ proprio la graduatoria che manda tutto in mona e in tutti i campi, fisici o morali che siano.

    Fabiano Alborghetti

    anonimo

    31 ottobre 2007 at 17:12

  25. saluti cari a tutti gli amici intervenuti.
    credo anche io che la poesia non sia qualcosa di estremamente semplice da proporre. al tempo uno dei miei cavalli di battaglia rimane “un terzafila del pubblico di maria de filippi è molto più conosciuto e stimato dalla gente rispetto al maggiore poeta italiano contemporaneo”

    detto questo: credo che noi siamo qui e ci scanniamo quotidiniamente per la poesia e sulla poesia perchè un giorno qualcuno ce l’ha fatta conoscere: che sia stato a scuola piuttosto che in biblioteca, che sia stato montale piuttosto che cielo d’alcamo o gianni d’elia… qualcuno quel percorso a noi sicuramente già portati all’innamoramento della poesia, qualcuno quel passaggio l’ha fatto. qualcuno ci ha consegnato un libro, ha letto qualcosa, ci ha fatto vedere una chiave che ci ha colpiti dritti al cuore.

    cercare il modo di raggiungere quante più persone possibile nel “comunicare” la poesia non va a questo punto secondo me visto nell’idea di fare diventare la poesia un fenomeno di massa. non è creando fenomeni letterari che si porta la poesia nelle case e tra la gente. ma andando tra la gente sì (l’auchan e l’ikea sono più questioni sociologiche dato che la gente va lì, ma considerate il bar o il pub -ho fatto letture nei bar e nei pub molto partecipate, questa è nel mio caso esperienza riuscita e so di non essere il solo-)
    esistono vari livelli, vari luoghi e vari approcci, ognuno di noi è umanamente portato ad affrontarne uno, dobbiamo creare un sistema (come detto sopra) che crei e supporti e non distrugga il lavoro altrui. solo così potremo realmente radicare la proposta poetica.
    il prodotto è di nicchia, non piace a tutti i palati, ma è buono, e va data la possibilità di conoscerlo. è un poco come l’umido di rane, a me piace un sacco, se un ristorante lo fa lo ordino. altri probabilmente al solo pensiero avranno la nausea, ma io una volta assaggiato l’umido di rane non l’ho più lasciato.

    e per le questioni di supporto all’editoria, comincio ad anticipare che al festival farò ed ospiterò, ma tra la gente, non solo in un’ottica di addetti ai lavori (con tutto il rispetto)

    matteofantuzzi

    31 ottobre 2007 at 23:08

  26. OT: polemica su “The Independent” a proposito delle recensioni incrociate fra autori anche famosi e tre regole d’oro per maggiore trasparenza (regole che vanno diritte nella pagina “non a pagamento” che sto preparando):

    – non recensire un libro se si e’ pubblicati dalla stessa casa editrice;

    – non recensire un libro se si e’ amici o colleghi dell’autore;

    – non recensire un libro dal cui autore si e’ stati precedentemente recensiti.

    Inoltre, mi pare d’aver capito che il premio Giorgi, appena vinto da Antonella Pizzo, dia pubblicazione a gratis al primo classificato. Anche questo nella pagina! 😀

    Saluti mancuniani. —GiusCo—

    anonimo

    31 ottobre 2007 at 23:30

  27. direi che le tre regole vadano incise nel marmo. devo ricordarmi di chiamare una raccolta “umido di rane”. è bellissimo, eheh.

    A

    anonimo

    1 novembre 2007 at 05:15

  28. Reinterpretarci nel nostro fare vuol dire, oggi, allontanarsi da questa assuefazione di marginalità, imparare a convivere con il mercato, non allontanarsene quando se ne sente l’odore e in seconda battuta rimettersi in discussione nel nostro modo di proporsi. Interrogarsi sulla figura del poeta, sul perchè non siamo stati in grado di accedere pur abitando nella cultura dell’accesso.
    un caro saluto
    e un appoggio pieno all’umido di rane per il quale si potrebbe organizzare una degustazione collettiva..:)

    alessandro62

    1 novembre 2007 at 06:20

  29. Lucrezio scrisse il De rerum natura per addolcire l’amara dottrina epicurea col miele della poesia. Oggi a quanto pare giochiamo a parti rovesciate: il pubblico è più interessato alla saggistica che alla poesia. Una buona strategia comunicativa è quella di parlare di poesia in un contesto di cultura generale. Se un sito o una rivista sono dedicati soltanto alla poesia attireranno principalmente gli addetti ai lavori. Un più ampio spettro di interessi culturali può permettere al “virus” poesia di contagiare un pubblico più ampio. Il mio blog ad esempio affronta vari argomenti: dalla letteratura alla storia all’attualità…Forse ha un aspetto un pò eterogeneo, però può essere funzionale allo scopo di cui parliamo.

    SURSUM CORDA

    michelefabbri

    1 novembre 2007 at 07:55

  30. ti confermo giuseppe da membro interno del premio giorgi da un sacco di tempo… il libro è a gratis e ne sono usciti anche di bellini, tipo giovenale e fedeli solo per citarne un paio. lo si può mettere in lista.

    la domanda alessandro che ti faccio però è: tu vedresti dei poeti a fare i moccia o i baricco della situazione nell’espansione della tecnica propositiva e di marketing del libro ? io ho fatica… mi pare di rivedere il robertetti che faceva guzzanti “ora dico una ppoesia” (ps. ma era la presa in giro di valerio magrelli ? son tanti anni che me lo chiedo).

    insomma divulgazione ben volentieri, creare un omogeneo prodotto ad uso e consumo degli amministratori delegati… boh… io credo se ne possa fare a meno. mi tengo il sughetto di rane 🙂

    michele, il tuo discorso funziona, anche se per assurdo è vero il contrario UP è bulgaro nel parlare di poesia e fa numeri importanti da anni, ricevo mail d’affetto da anni, ho lettori silenziosi da anni… l’importante è che si cerchi poesia: poi ognuno mette la propria strada, il proprio modo e il proprio sentire.

    e a quel punto ci si può chiedere come fare “opera comune” (marco sarà contento della citazione)

    anonimo

    1 novembre 2007 at 08:58

  31. Intervento propositivo: ma ragazzi, siamo d’accordo che la poesia, oggi, nel 2007, non sono parole vergate su carta che il poeta sommessamente legge con mano tremante? Capiamoci sulle cose semplici.
    Voglio dire, si può spostare la discussione su quello che “sta accadendo” o continuiamo a fare i profeti in esilio?
    La poesia oggi ha molteplici canali per “mostrarsi”, senza addentrarci troppo in termini tecnici direi che semplicemente la varietà di supporti è tale da doverci mettere in imbarazzo, nella scelta. Dal video, alla fotografia, alla pittura, fino alla musica e al cinema la poesia – questo è quello che noto io – si sta di volta in volta accoppiando, dando vita a nuove forme che fino a vent’anni fa erano impensabili. Poi c’è la discussione attorno alla distribuzione ed edizione, in fase cataclismatica anch’essa. Ma già concentrandoci sulle nuove forme, che prendono tutte vita sempre dalla pagina stampata (ma non solo) potremmo accorgerci di avere una nuova piattaforma che può inserirsi in contesti prima proibiti.
    ragionare su ciò che c’è, non piagnucolare sui bei tempi andati.
    Siamo ancora alla mucca recapitata in casa, chi l’ammazza? Abbiamo tutti fame.

    A

    anonimo

    1 novembre 2007 at 14:18

  32. Io scrivo poesia per un solo motivo: perché sono un poeta … Non me ne frega nulla di supermercati, ikee e promozioni varie … e non lo farei mai … Sarebbe troppo deprimente 😉
    Una volta la mia ex fidanzata mi portò nell’immenso centro commerciale fuori Lisbona e ancora ride quando ricorda come fossi depressissimo (io che stavo così bene nei bar con le vestigia di Pessoa o per le strade)…
    Giuseppe Genna fece una presentazione in un ipermercato milanese anni fa (ma lui è uno scrittore d romanzi) …
    Però ho fatto una trasmissione televisiva e non è escluso che ne faccia ancora (dipende sempre se il gioco vale la candela…) …
    Mi faccio un esame di coscienza e mi dico: qual è il motivo che mi porta a un interesse verso la poesia? Semplice: poiché sono un poeta mi interessa anche il dibattito o discorso intorno alla poesia e il lavoro di altri poeti che mi piacciono (come apertura mia, come stimoli, come passione e anche come nutrimento) …
    Mi interessa anche il lavoro dei poeti che non mi piacciono così – come il grande Bukowski – quando ho qualche stallo creativo leggo gli schifosi e riparto dicendomi: è un peccato, no? …
    Tornando al discorso promozione, se per un fatto caratteriale io sono un po’ schifiltoso e aristocratico, il che non vuol dire che non possa accettare qualsiasi buona idea in favore della poesia o dell’arte in genere stando ben attenti (e ormai ho una certa esperienza, diciamo pure che sono smaliziato) che il tipo di promozione non serva a qualcosa d’altro (esempio: i politici che usano l’arte solo per il consenso, privilegiando quindi le forme di maggior richiamo e visibilità come il cinema 😉
    Se un festival diventa un business non mi fa problema: l’importante è sempre la priorità artistica su tutto …
    Se altri amici hanno voluto promuovere la poesia attraverso gli interessanti progetti Enel – associando poeticamente luce e poesia – o coinvolgendo nomi famosi in altri campi che leggevano pochi versi spedibili in formato audio, http://magazine.enel.it/inpoesia/
    dico che han fatto bene e lavorato bene (con quella vitalità amorosa di cui dicevo, con passione) …
    Sono parecchio d’accordo con il post #11 del Merlo soprattutto nelle frasi
    “La poesia non va promossa, va difesa. Non va pubblicizzata, va suggerita con tremore. La poesia non è una chiamata, è una risposta” …
    Quello che dice il Merlo qui aiuta a capire anche perché io non consideri lo scrivere poesia come un qualcosa di più nobile rispetto all’aggiustare macchine del meccanico, o al pescare pesci o al rassettare o preparar da mangiare della mamma per i piccoli (come dicevo in un commento al post precedente) …
    Il Merlo si sta raffinando …
    Condivisibile anche quel che dice Michele Fabbri nel suo discorso sulla cultura d’elite …
    Però Caravaggio può piacere anche a un fruttarolo romano, no? o a un criminale … Questo come possibilità …
    E dunque anche certe poesie … Non sottovalutiamo le virtù universali dell’arte …
    Quando sia arte e non cani lasciati morire di fame che vengono proposti come performance artistica (come purtroppo è accaduto o come certe schifezzine di Cattelan che pure è stato qui nominato) …
    Meglio allora il gesto artistico del colorista rouge della Fontana di Trevi, le cui foto sui giornali, piuttosto inquietanti, hanno fatto il giro e avuto il loro quarto d’ora di celebrità …
    Tuttavia, se l’arte può provocare sensazioni o emozioni in tutti ricordiamo però pur sempre che essa non è democratica … Soprattutto per gli artisti che la fanno …
    E questo dovrebbe richiamare a maggior responsabilità …
    Così come non sono democratiche l’intelligenza, la cultura, la sensibilità, il gusto ecc. ecc.
    Dunque credo che, in generale, la poesia resta e resterà sempre un fatto di nicchia – con qualche poeta che – per qualità personali proprie di personaggio o per il tipo di poesia che scrive – possa avere qualche risonanza in più …
    Ungaretti, ai suoi tempi, era comunque meno conosciuto di Tony Dallara ;-))
    Il che non vuol dire che non ci sia un lavoro da fare per migliorare tante cose che una certa pigrizia mentale dei più lascia in fase stagnante … sarebbe come ristrutturare una casa lasciata un po’ marcire …

    Forse io parteciperò a uno dei più importanti festival internazionali di poesia del mondo, roba forte:
    ma non pensate a strani inciuci (almeno nel mio caso): è solo perché un bravo e importante artista di quel Paese ma che parla benissimo italiano pensa che io sia un poeta notevole (e come dargli torto? ;-)))
    Laggiù accade che un largo pubblico interessatissimo ascolti questi poeti venuti da tutto il mondo con traduzione simultanea …
    Bene … Non so come siano i festival italiani (Mantova, che comunque ha rari poeti o Genova … o altre realtà) … Di queste cose forse ne potrebbe parlare meglio di me Matteo o altri …

    A proposito di traduzioni, io avevo bene in mente il lavoro di Chiara De Luca su Goffette nell’attimo esatto in cui stavo citando l’antologia di Danni e Ponso che Davoli mi regalò …
    Più che le questioni di primogenitura o investitura, a me interessano i risultati in una traduzione …
    E non credo che il dire che l’antologia di Danni – Ponso sia bella significhi misconoscere o sminuire il lavoro di Chiara, no?
    Almeno, io la vedo così, poi Chiara ha fatto benissimo a ricordare (per quelli che se ne fossero dimenticati, dunque non per me) il suo merito di più antica “scopritrice” …
    Ciascuno poi è libero di preferire le versioni dell’una o dell’altro …
    Bien …
    Per il resto, vivo e tento di portare la mia barca sull’altra riva …

    Statemi bene

    Andrea Margiotta

    rondons

    1 novembre 2007 at 18:28

  33. PS
    I saluti mancuniani di Giuseppe Cornacchia mi fanno capire che è a Manchester … ;-))
    Fino a quando sarai lì?

    Andrea Margiotta

    rondons

    1 novembre 2007 at 19:27

  34. Andrea, sono in UK per lavoro e ci rimarro’ ancora un bel pezzo. 😉

    Aggiorneremo “nabanassar” domenica sera e la pagina “non a pagamento” sara’ anch’essa on line… in versione davvero spartana, ma gli inizi sono tutti cosi’, lo sapete… —GiusCo—

    anonimo

    2 novembre 2007 at 08:56

  35. innanzitutto c’è un passaggio che mi preme. ovvero: è giusto pensare alla “promozione” della poesia o quello che forse più umanamente ci viene chiesto è la divulgazione, l’alfabetizzazione della poesia ? è chiaro che facendo divulgazione si finisce in maniera indiretta per fare promozione (non sono così cretino) ma questa dovrebbe io credo rimanere prima di tutto una cosa secondaria, lontano dal fine primario della divulgazione, credo ci debba essere una sorta di (passatemelo) ascetismo in questo senso, un codice, un’autoregolamentazione

    andrea… quando dico che tu e marco… 🙂 in fondo secondo me vi volete un bene dell’anima voi due 😀

    però anche tu andrea riallacciandomi al mio precedente discorso dici che hai fatto un programma televisivo, perchè ne hai avuto occasione ecc. ma anche (aggiungo) perchè quello è il tuo mezzo, è lo strumento che governi, anche tu in questo senso hai fatto divulgazione utilizzando il linguaggio comunicativo a te più consono, cosa che tutti devono fare perchè dici bene alessandro, oggi esistono un mucchio di possibilità e di mezzi da esplorare, ma sappiamo bene che mancano le forze, è chiaro che potenzialmente si sarebbe in grado di fare (che ne so) il famoso canale (o radio) all poetry, ma le forze sono talmente poche che la cosa esplode in una bolla di sapone, con buona pace delle lobbies che se la ridono di tutta questa effervescenza che al massimo porta a un poco di flatulenza: perchè di gente capace di tirarsi su le maniche ce n’è poca, e difficilmente fa sistema, e normalmente si sparpaglia qua e là per lo stivale.
    chi vuole dare una mano a me per la cronaca è sempre stra-gradito, perchè cose da fare ce ne sono sempre un quintale, e molte ribadisco non si fanno proprio perchè non c’è la possibilità fisica per farle…

    anonimo

    2 novembre 2007 at 09:52

  36. http://www.properpetuapoesia.splinder.com/

    Nuovo foglio letterario dal Movimento Divulgatori Cose Belle, dal nome Il Fibonacci, che ho trovato in una pizzeria d’asporto, da parte di un gruppo bolognese.

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    2 novembre 2007 at 21:53

  37. a proposito, ripropongo l’idea esposta al commento n.ro 43 del 14 ottobre, che sta sollevando altrove molti consensi…
    la firma?”poetanonimo”, come tutti dovremmo essere, per il bene della poesia.

    anonimo

    2 dicembre 2007 at 16:21


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