UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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<<La cultura di massa è cultura inconsapevole. Poggia su premesse ferree ma prende corpo solo attraverso le loro conseguenze, i loro effetti, senza che quelle premesse entrino mai nel quadro e possano divenire oggetto di discussione. Ciò permette alla cultura di massa di evitare la forma più consueta di espressione ideologica – il "discorso sul mondo" quale che ne sia la natura- per diffonderne una di gran lunga più efficace: la costruzione di un mondo.  Il quale appare "vero" non più sullo sfondo e nel confronto con il mondo esterno, ma sulla base della sua coerenza con quelle leggi interne che esso stesso si è dato>>

Franco Moretti.

Non si tratta tanto di successo o di insuccesso, di intenti mortificati dai fatti, di entusiasmi da cercare con il lumicino, ma piuttosto, di una mancata coincidenza di personalità e di intenti. Dietro le parole di quelli che hanno collaborato a questo dibattito, e tante cose sono state dette, forse anche più significative, in altre sedi, al di fuori di questi schermi. Personalmente potrei trovarmi d’accordo con tutti e con nessuno, perché capisco le esigenze personali, ma non le condivido. Questo mi porta a pensare che non troveremo mai un punto d’accordo perché le posizioni di partenza sono troppo divergenti, la stessa idea che abbiamo dell’arte, della poesia o quello che si vuole non è la stessa. Spesso, quando assisto ad alcune delle letture dei poeti che abbiamo avuto la fortuna di ospitare sul nostro sito (penso a Davide, ma anche a Stefano, Loris, ed altri) mi sembra di trovarmi di fronte a tanti piccoli messia. Quest’idea è diventata talmente forte da suggerirmi che questa definizione potrebbe essere il titolo perfetto di un romanzo, uno di quei libri che davvero sono capaci di raccontare una generazione (ma tenendo come referente Tondelli, e non Moccia). Di fronte ad una sempre più generalizzata indifferenza, nei confronti dell’arte, della politica, della partecipazione attiva, capisco il bisogno, forse anche egocentrico spesso, di cercare di fare con quello che si ama – la poesia in questo caso, ma anche la propria persona – qualcosa di "utile", buttandosi anima e corpo (badiamo bene, non metto in discussione la sincerità) in quella che da passione si trasforma in una sorta di missione, non dico salvifica, ma sicuramente privilegiata, da messia appunto. Ne parlavo giusto pochi giorni fa con Daniele. Come diceva Davide, con il quale sicuramente non riuscirei a condividere un’idea d’arte che ci possa accomunare, per lui il piacere della lettura non sta tanto in queste serate artefatte, piene di gente che legge, senza un progetto, un’idea, ma nel concedersi anima e corpo, per un tempo utile, ad una platea che possa prendere da lui tutto quello che deve dare, in uno scambio (presupposto unilaterale) che, me lo permetta, assomiglia però più a quello di un maestro con una platea che a quello di un uomo fra suoi pari. Al di là di questo lui ha perfettamente ragione, quasi su tutto ciò che dice. Perché non si tratta di portare avanti un’ipotesi progettuale piuttosto che un’altra, ma un’idea diversa di amore. Parlando del progetto, al riguardo della serata da noi organizzata a Roma, è probabile che per supponenza o inesperienza, abbiamo sbagliato. Abbiamo sbagliato nel pensare che il confronto si potesse programmare a tavolino, abbiamo sbagliato nel pensare che persone che condividono passioni presupposte simili avessero necessariamente qualcosa da dirsi (e per fortuna qui non ci sbagliavamo poi di molto); però non abbiamo sbagliato nel pensare che serate di questo tipo siano necessarie, non fosse altro che per noi stessi. Non amo sentir parlare di giusto e sbagliato; non l’ho apprezzato da Stefano quando ha detto che la sua esternazione estemporanea era la strada giusta da seguire, e neanche quando Davide ha proposto il suo confronto "uno contro tutti", come la vera via da seguire. Nel primo caso perché anche quel gesto, secondo me poco utile, per tornare al discorso precedentemente interrotto ed ad una categoria che mi interessa poco, rischia di sapere di sapere di conformismo come la lettura incasellata che abbiamo organizzato noi; e nel secondo perché non credo che la poesia, così come la letteratura, che mi riguarda più da vicino per passione e tentativi, non debba essere una cosa utile. Anzi, non debba esserlo necessariamente. Qui il discorso è vecchio come il cucco, per carità, e non credo che aggiungerò niente di nuovo. Però, questa vecchia diatriba, è il caso di rievocarla ancora una volta, visto che sembra dividerci. Al di là di risultati e casi singoli, tra i poeti italiani contemporanei che mi è capitato di leggere (più con l’aiuto di Daniele che per mia propria sponte) ho rilevato una omogeneità di intenti (deduzione che di sicuro mi verrà contestata) che mi rattrista un po’; e questo è talmente poco il mio campo che non credo di avere neanche le parole giuste per esprimere questa mia preoccupazione. Spero che Daniele, con il quale mi scontro ma che condivide con me tante opinioni (e che di poesia legge più di me, e con maggiore attenzione), mi venga in soccorso. Proprio in questi giorni sto leggendo un romanzo di Potocky, "Il manoscritto trovato a Saragozza", che si sviluppa sull’intrecciarsi di storie, su di una struttura simile a quella del Decamerone, ma complicata da influenze cabalistiche, e da un gusto per l’intreccio e per il piacere del racconto che costituisce la vera ragion d’essere del libro, al di là del suo intento, volutamente secondario, di romanzo di formazione. Come posso esprimere la mia gioia nel leggere queste pagine, così come quella che provo con tanti altri autori, come Borges, Calvino, Dick, Bradbury, Sterne, Fielding, che mi affascinano senza moralismi (non vorrei dire senza morale), anche se, a cercarla bene, un’idea centrale, una dichiarazione d’intenti c’è. Di sicuro non è di stampo messianico o predicatorio. Il piacere della parola, e del simbolismo, non come strumento criptico, ma come attrezzo capace di far sedimentare concetti ed idee al di là della singola occasione. E’ il vecchio dibattito fra i sostenitori della prosa di Calvino e quella di Pasolini. Io amo entrambi, ma al primo va la mia preferenza, il mio amore e al secondo (escluso il suo lavoro come regista) la mia ammirazione cerebrale. Pasolini mi sconvolge, Calvino matura dentro di me, come i dilemmi morali provocati dalle canzoni di De’ Andrè, che ti entrano nella testa come canzoni, e negli anni diventano idee. Lo so che per molti il mondo dovrebbe cambiare da un momento all’altro (e molti degli autori che cito e che amo si impegnavano politicamente per far si che questo avvenisse), ma l’arte deve affascinarti a lungo, deve sedimentare. Non credo nei messia, non credo nei risvegli, e non credo, scusami Davide, nelle illuminazioni che avvengono alle letture di poesia. Il mondo non si cambia a proclami. Non ho organizzato la serata di Roma pensando a questo, ma ad un più ingenuo momento di scambio. So che potrebbe sembrare eversivo, ma io credo che ogni cosa abbia i suoi tempi. Mi colpiscono più le invettive e i proclami di un pensatore meraviglioso (ma spesso limitato) come Pasolini, o le meravigliose architetture delle città invisibili, delle biblioteche di Borges, dello spazio ridotto ad un punto bifocale da Potocki; un manifesto, scarno ed efficace nella sua immediatezza, o le infinite divagazioni di Sterne, le descrizioni minuziose di Fielding, le canzonette? Certo, si ha bisogno di più tempo, ma queste circonvoluzioni, che si appoggiano sul meraviglioso, o che si mascherano dietro altre stanze, all’infinito, portano forse agli stessi obiettivi. I tempi però sono quelli più lunghi, quelli della maturazione. Quest’idea dell’arte come gioco, come stupore, come anche inutilità io credo che ci divida. Sono d’accordo con chi diceva che sono tutte sciocchezze, che i momenti che ricerchiamo noi non si programmano, che a incontrarci nei boschi o sotto i lampioni non si conclude niente. D’accordo…e allora? Anche alle manifestazioni di poesia, nelle arene, con il poeta vate che sparge le sue verità sulla folla, credete si raggiungano risultati diversi? Chi è fra noi che diceva che fare è giusto proprio per il concetto di fare, fare il più possibile? Sono d’accordo. Questa economia dell’arte come qualcosa di utile a tutti i costi, che deve scuotere le coscienze, cambiare il mondo, sobillare rivoluzioni, non mi appartiene se non nel lungo periodo. Capisco naturalmente che, vista la situazione attuale di indifferenza, si senta il bisogno di agire, e non condanno questo vostro modo di porvi di fronte agli altri e all’oggetto del vostro lavoro: solo non credete necessariamente che sia la strada giusta. Non perché dovete agire per mancanza di convinzione, e neanche per una generale accettazione (inutile quanto buonista) delle posizioni degli altri, ma proprio perché in tanti modi si può arrivare allo stesso obiettivo. I libri, che io mi ricordi, non hanno mai cambiato molto, così come l’arte. Non si può cambiare la testa della gente (non in maniera significativa almeno), ma questo non per una deficienza di pittori, scrittori poeti e quant’altro. E anche se fosse così, non mi fiderei mai di chi, dopo aver letto un libro (o molti), pensi di aver capito qualcosa o molto di più. Le parole, romanzi o poesie che siano, devono abituarci a pensare, non insegnarci a farlo. E questo si raggiunge abituando la mente a seguire percorsi inusuali, estranei, non per forza ideologici. Come diceva Costa Gavras, regista di film politicamente schierati come il bellissimo Z-L’orgia del potere: "Chi dice di poter cambiare il mondo con un film o è clinicamente ingenuo o è un mistificatore". Mi accorgo ora di aver portato avanti concetti piuttosto confusi, ma spero che le mie opinioni siano riuscite a trasparire.

Andrea Tosti

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Written by matteofantuzzi

14 luglio 2007 a 09:29

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17 Risposte

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  1. in questi giorni nella redazione di Enne si sta discutendo molto attorno alla poesia, al fare poesia e al proporre poesia. questa lettera di andrea tosti, uno dei pilastri di Enne, è secondo me molto interessante anche come sguardo esterno dato che tosti è un narratore e forse riesce a vedere le cose da fuori, cosa che spesso noi non sappiamo fare.

    matteofantuzzi

    14 luglio 2007 at 09:35

  2. Io non ho mai detto che scrivo per cambiare il mondo
    ma per piangere nel fondo
    di questa miseria me lo permetterete
    brutti figli di puttana?

    Davide Nota, da Il non potere

    1)
    Rifiuto i presupposti del confronto perché c’è una distanza siderale che non ci fa intendere sui termini.
    Quando il pittore dipinge la sua tela decide di morire (cioè di partorirsi) nel tentativo di calibrare colori e vuoti fino alla coincidenza con quel che Baudelaire chiama il demone. Se il vocabolario baudelairiano fastidia sia inteso come metafora di un’esigenza.
    Ma non posso immaginare che fastidi.
    Le imperfezioni e le sbafature così come le aperture all’auto-impressione del reale fanno anch’esse parte della missione della coincidenza o dell’adiacenza. Vale a dire che ogni imperfezione è perfettamente calibrata.
    Se c’è Missione in arte è questa.

    2)
    Io è trio: la sfera in cui ci si muove è individuale e trinitaria, vi è da gestire l’esercizio della tridimensionalità dell’io (individuale, storico ed archetipico): il pubblico è io e il tu suo fratello immaginario. Io ha bisogno di una continua epifania. Tutto questo già in Giovanni Scoto Eriugena e in Mandel’stam.

    3)
    La missione è dunque tre missioni.
    Individuale: tentare di salvare il bambino che sono stato dal deserto che divento. La missione prima è l’esistenza. Storica: ululare perchè i campanelli di Pavlov della parola poetica dimostrino pur anche in una eco che mio fratello non è solo: «vola, canzoncina, e cedi / la profumosa mano / a chi nell’ombrosa soglia si china / al macigno del dubbio, e rovinosa / la sua segreta guerra rendi più vicina…». La missione seconda è la comunione.
    Archetipica: essere musica (l’onda che scioglie la conchiglia che trasporta). La missione terza è la (autocensura).

    4)
    Credere in una missione non vuol dire essere un Messia.
    Il tono sicuro di questa temibile approssimazione è forse il punto del tuo intervento che più mi allontana. Considero da post-marxista l’ironia il metodo attraverso cui la borghesia colonizza un sentimento che le è estraneo. Se oggi la borghesia è tutti, e i sentimenti ridicoli, io da borghese che s’odia amo il ridicolo e lo trovo commovente, perché solo nel ridicolo mi riconosco e sorrido.
    Nel mio “non potere” più essere sinceramente grazioso. Nel mio essere sgraziatamente sincero.
    Nel non rinunciare all’innocenza per quella puttana della bellezza.
    Kierkegaard: credere vuol dire stare sull’orlo dell’abisso oscuro e udire una voce che grida: gettati! ti prenderò fra le mie braccia!
    Autore anonimo: Non vergognarti di servire gli altri e di apparire povero.

    5)
    Io non obbligo nessuno a fare niente. Non mi aspetto che qualcuno mi segua. Figuriamoci. Dove? Sono il primo che attende un’ala. Un fratello maggiore che non c’è mai stato.
    Un padre.
    Sono orfano e l’ho sempre detto.

    Io dico solo quel che faccio, e il confronto con gli altri avviene in questo confessarmi.
    I miei imperativi sono validi per me. Non ho mai chiesto che Andrea Tosti pianga sulla storia di un eroinomane che in discoteca vede la madonna.
    Ma il dialogo avviene tra imperativi, percorsi, individui.
    Il dialogo non significa annacquarsi il sangue per assecondare gli altri.
    La socievolezza è la più grave mancanza di rispetto.

    Davide Nota

    anonimo

    14 luglio 2007 at 12:04

  3. P.s.

    Chiarisco: il “figli di puttana” non era una dedica all’autore dell’articolo, si tratta di un testo scritto e dedicato ad altri ambienti, più in generale dedicato alla semplificazione “parodistica” che si fa della poesia incivile.

    Voglio solo aggiungere, ad Andrea, di cui cmq apprezzo la sincerità, la passione e la buona volontà con cui ci si è rivolto: invece che dire costantemente quello che ti fastidia di altri atteggiamenti, invece che parlare della mancanza di possibilità di parlare, parla. Parlaci di te.
    Parlaci della tua scrittura.
    Parlaci dei tuoi racconti, della loro genesi. Degli orizzonti della tua arte.
    Oppure dei non-orizzonti: dell’imprinting sentimentale, o della prima scintilla che ha mosso la loro stesura.
    Smettila con l’organizzare momenti in cui parlare e parla.
    Ogni momento è il momento.

    Ciao,
    un abbraccio (siderale)
    Davide

    anonimo

    14 luglio 2007 at 12:41

  4. Ho partecipato a questa discussione, in mail, e in pubblico mi sento di rispondere con un invito qui: http://www.zeroola.splinder.com

    trovare la locandina e le info per la serata del 27 luglio alla quale ovviamente tutti sono invitati, anche a leggere. Ci sarà un open mic, quindi non siate timidi. I salottini per una sera li lasciamo da parte e ficchiamo i piedi nella sabbia. 🙂

    della serie: fare.

    ansuini

    14 luglio 2007 at 19:26

  5. ma a chi si parla davide ? a un muro ? a un gatto ? al proprio ombelico ? alla sabbia del mare ?
    a chi si parla davide ? al vuoto ?

    parlare solo non serve. serve il dialogo, che può uscire dalle tensioni, dalle differenze, dal dire “io non la penso così”. il fatto che all’interno del ragionamento ci sia una voce esterna alla poesia, ma vicina al sentimento che ci muove tutti, secondo me non è un passaggio da poco. da post-post-quel che ti pare credo che la poesia attuale sia stata molto minata da un atteggiamento (sto esemplificando in generale, beninteso) nel quale si è fatto passare il concetto che un messaggio malposto sia stato in realtà proposto a un pubblicato inabile a riceverlo. è una minchiata. ma negli anni ’80 e anche nei ’90 sono stati compiuti molti danni in questo senso.
    ieri sera ero anche io ospite a santarcangelo di romagna, che come dicevo loro è terra fortunata, da preservare, piena di poeti, un territorio che ha fatto un percorso e dove la gente, nelle piazze, si ferma e ascolta, a centinaia. pare poco ?
    fare alessandro, va bene, ma tu fai nei territori, parli un linguaggio che può essere compreso, non perchè adatti il contenuto, ma perchè modifichi la forma senza (ribadisco) modificare il contenuto.
    fare solo non basta. parlare solo non basta. e la gente (per fortuna) ogni tanto ce lo ricorda.

    matteofantuzzi

    15 luglio 2007 at 10:38

  6. Matteo, mettiamola così: secondo me la dimensione “orfica” e la dimensione “civile” avvengono contemporaneamente. Nell’individuo e dunque nella poesia.

    Ma non si stava parlando di questo, Tosti si lamentava come spesso si è lamentato della mancanza di un “confronto”. La colpa di questa mancanza di confronto risiede, secondo lui, nelle convinzioni troppo nette di alcuni poeti, che non lasciano spazio allo scambio. Il confronto di cui parla è il dialogo tra gli autori, non tra poeta e mondo, che infatti è concetto “civile” su cui ironizza.

    Io non ironizzo minimamente sul dialogo tra poeta e mondo, foss’anche concentrato nell’archetipo dell’amico immaginario (vedi il pippone di prima) e questo dialogo archetipico non si traduce in poesia dell’assoluto ma in un amico-mondo al bancone del bar con cui parlo di tutto con le parole e con lo stile della conversazione.

    Sul confronto tra autori, sull’io non la penso così, ben venga ma basata sulle opere e sui percorsi. Io vado là, tu invece vai su. Perchè? In questo modo provocherai una frana. No, no, io voglio arrivare alla cima e vedere il paesaggio dall’alto. Io invece voglio scendere in paese, conoscere la lingua, gli odori della zuppa di funghi.
    Se si svolgesse così, magari… sarebbe bellissimo.
    Io per questo dico: Andrea se vuole un confronto con gli altri autori smetta di chiacchierare e inizi a dire che cosa sta facendo.
    Ci spieghi il suo percorso.
    Io sono convinto che ogni vero incontro debba soddisfare queste due domande: dove stai andando? perchè?

    Se invece dobbiamo sempre e soltanto esprimere i nostri fastidi, ironizzare sulle parole e convinzioni degli altri, beh, sicuramente su queste cose non c’è tempo da perdere visto che non danno nulla, non c’è nulla da scambiare.

    Ciao, Davide
    (penso di essere stato molto confusionario, vero? e vabbè…)

    anonimo

    15 luglio 2007 at 11:53

  7. ah, guarda…su questo, caro Davide
    ti do perfettamente ragione.
    Avrei voluto partire dal mio lavoro.
    E tante volte ho mandato miei racconti a te come ad altri per farlo, ma forse perchè apparteniamo ad ambiti completamente diversi, oppure perché partiamo da posizioni opposte, non ho ricevuto risposta.
    Però, essendomi stancato un po’ di questo mio ruolo di critico, approfitto di questo spazio per chiedere a matteo la possibilità di pubblicare dei miei testi.
    A presto

    anonimo

    15 luglio 2007 at 13:13

  8. ah,scusate…ero andrea
    volevo aggiungere che naturalmente potrei continuare la discussione, continuando a non trovarmi d’accordo su davide a proposito di molti argomenti, ma anche io sono convinto che un confronto sulle opere sia più fruttifero, anche se credo che questo non escluda un ulteriore confronto su come queste opere vengono diffuse, presentate, concepite ecc…
    Però devo dire che, per esempio, con chi ha avuto la pazienza di consigliarmi, di coltivare uno scambio, ho potuto già attivare questo diagolo; e per questo ringrazio Daniele la cui moderazione ma sincerità mi hanno sempre aiutato a superare certe mie posizioni un po’ rigide.

    anonimo

    15 luglio 2007 at 13:19

  9. ricordo che su UP (vale per andrea ma anche alle tante persone che mi raggiungono via mail) si parla solo di poesia e non si pubblicano i testi di poesia, ma si discute “esclusivamente” attorno alla cosa poetica, questo non è un grande problema nel senso che ci sono ottimi siti e blog che invece l’analisi la fanno sul testo.

    capisco perfettamente cosa vuoi dire davide, credo che ci siano davvero poeti troppo netti non tanto nelle proprie convinzioni, quanto di non volere affrontare, ascoltare, conoscere quelle altrui, la situazione degli anni ’80 – ’90 andava proprio in quel senso, sono retaggi che qua e là abbiamo ancora, che appartengono anche ad alcuni degli appartenenti alle nuove generazioni, e che secondo me dobbiamo by-passare.

    matteofantuzzi

    15 luglio 2007 at 16:00

  10. Andrea,
    puoi provare a inviare i tuoi racconti a http://www.liberinversi.splinder.com
    http://www.lapoesiaelospirito.wordpress.com
    (di cui non sono più redattore altrimenti ti avrei messo on line io)

    oppure vai su http://www.poecast.it e trovi sulla sinistra la lista dei blog letterari a cui puoi inviare il tuo materiale.

    L’incontro avviene tra manufatti e le discussioni nascono attorno agli oggetti-libro, altrimenti sono fumo, anche i miei discorsi se ad esempio non riferiti a Il non potere sarebbero fumo, astrazioni di un chiacchierone dell’assoluto che ripete un po’ a pappagallo Nietzsche innestandolo ad altre confuse letture cristiane e ad alcune convinzioni anarcoidi.
    Il fumo invece deve essere solo la strada per arrivare all’arrosto: il testo.
    Se parlo di io-mondo o di tripla dimensione dell’io-poetico è per tentare di esprimere delle esperienze concrete di scrittura, e di lettura.

    Secondo me questo è il confronto. Come dice Alessandro, innanzitutto: fare.
    Poi, semmai, parlare/riflettere il fatto.

    E la critica sia sempre funzionale alla proposta, altrimenti si rimane nel fumo, e quando la critica non propone io penso che sia mossa solo da fastidio, e il fastidio altrui è un sentimento o razzistico (aulico) o perbenista (medio) con cui non mi interessa confrontarmi perchè non ha nulla da darmi se non il solito imbarazzo moralistico.

    Quindi attendo di conoscere la tua proposta. La tua esperienza.
    Consapevole che le proposte sono infinite, nella polifonia. Che l’una non nega mai l’altra. Che il contrappunto è spesso funzionale al risultato armonico.

    Ciao,
    Dav.

    anonimo

    16 luglio 2007 at 10:52

  11. Io ho un po’ seguito lo scambio di mail tra i redattori di Enne Enne, e pure provato a dir qualcosa, dopo la serata romana che tanto ha scosso.

    Non credo che riflettere prima di fare abbia grandi controindicazioni e ammiro quella che mi sembra essere una recente generazione (penso anche ad altre realtà conosciute via web) che si ri-problematizza e si ri-ideologizza.

    Ecco, ma non si rischi la paralisi. C’è da sbagliare e da divertirsi sulla propria pelle, da vedere quanto grande sia il salto all’uscita dalla scatola, e in questo caso dal “virtualecanale”, e pure dal contesto “tutto è programmato, accomodatevi lì” di certe, per carità magnifiche, organizzazioni .

    Quindi, e finirò per tediare, mi ricomplimento con l’iniziativa di Andrea e Daniele e li invito a proseguire così, anche fuori.

    molesini

    17 luglio 2007 at 02:22

  12. fare aiuta ad accorgersi dei difetti e migliorare 🙂

    matteo.

    anonimo

    18 luglio 2007 at 20:37

  13. bene, direi che la serata non è stata poi così infruttifera, nel bene e nel male. Davide, sono molto interessato al progetto di poesia-techno, se vuoi spiegarmi cos’è, mandarmi qualche file, mi piacerebbe venissi all’Afa dell’anno prossimo a Bazzano.
    (a proposito, tu e tutta enneenne siete invitati a marina di romea, spero di non ripetermi troppo, e portate dal leggere!)

    Buonanotte

    ansuini

    19 luglio 2007 at 01:47

  14. alessandro… prima che ti menino i ravennati… la località si chiama “marina romea” senza il “di”.
    tra parentesi, è molto fashion. lei e marina di ravenna stanno soppiantando mete dello svelinamento come cervia e milano marittima… come cacchio hai fatto a tirare fuori dal cilindro una di quelle robe folli che fai tu ? (e che mi piacciono tanto…)

    matteofantuzzi

    19 luglio 2007 at 21:04

  15. come sempre matteo. si parla con tutti senza tirarsela. questo viene da un blog di scrittura dove posto, capita che una ragazza, i cui genitori hanno uno stabilimento, esca con un libro, e vorrebbe fare un evento particolare ma non sa esattamente cosa fare. quindi mi chiede se ho voglia di aiutarla organizzare. vista la stranezza della cosa come potevo non accettare?
    L’altra sera al costarena di azzo giardino (organizzazione via de poeti) c’erano bertoni e scalise, si parlava di associazioni, festival e finanziamenti. erano entrambi, bertoni meno, scalise in maniera drammatica, molto preoccupati per la situazione. il problema, pare, è che i poeti proprio non ce la facciano a organizzarsi. le cose ci sono, ma sono tante, e frammentarie. Io sono interventuto con tre concetti, tirarsela poco, voglia di fare e sensibilità associativa. e sono convinto di questo, proprio come te.
    (a proposito, a ottobre mi incontro con quelli di spilamberto e di vignola per coordinare i tre festival, se vuoi venire diventiamo 4)

    chiedo scusa ai ravennati ma postando di notte c’è da considerare che soffro di allucinazioni.

    ansuini

    20 luglio 2007 at 12:56

  16. io e castel san pietro terme ci siamo, tra parentesi ho già imbastito il progetto per “cibo 2008” perchè comunque le cose stanno andando molto bene e c’è tutta la volontà d’andare avanti. e legare le esperienze fa solo bene anche ai festival.

    matteofantuzzi

    22 luglio 2007 at 14:25

  17. ti tengo aggiornato matt. ci vediamo venerdì.

    ansuini

    23 luglio 2007 at 21:45


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