UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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VENATURE a cura di Andrea Ponso

Parlare di Aldo Vianello costringe ad un errore, un errore vivificante e terribile: non disgiungere la biografia dall’opera. La sua vicenda di poeta “povero in canna”, con la seconda elementare, ci porta fuori dalle strette misurazioni e quadrature testuali. Anche il luogo comune del poeta illetterato e maledetto ci spinge a sbagliare, a non essere criticamente corretti. Ma è una boccata d’aria che fa girare la testa per chi è stretto nelle maglie calde e forzate dell’analisi rigorosa. Ai suoi testi si possono perdonare persino alcune ingenuità (ma teniamo anche conto delle date in cui sono apparsi), ma non per questo mito, casomai per il suo contrario: per una grazia che sgorga con timidezza e forza, che non urla e non recrimina una condizione che certamente lo permetterebbe. Un candore scandaloso che esplode sotto gli occhi incartapecoriti, sotto mani abituate ai più caldi comforts da salotto, un’asprezza (proprio della dolcezza) che punge la gola e la lingua. E una pietà del tutto sincera per chi alla poesia non può che guardare rimanendo seduto.

Insomma, uscendo da questo errore ci si sente un po’ più vivi.

Conversazione con Aldo Vianello, di Danni Antonello (a cura di Valentina Aleo)

D: Si ritorna all’osteria della rivetta, dal caro Franco che ci offre del buon vino; ti ho conosciuto qui sei sette anni fa. Era il mio primo anno a Venezia, assieme a Mario Stefani dovevamo uscire con un po’ di barche a leggere lungo i canali. Poi ha piovuto e siamo rimasti dentro. La lettura si è fatta lo stesso, ricordo l’emozione, io bambino con i due grandi poeti di Venezia. Mario ci ha lasciato ormai da tre anni, dimmi cosa ricordi di lui, e dei vostri inizi in questa città. Avevate pubblicato il primo libro nei primi anni sessanta, editore Bino Rebellato di Cittadella, scopritore di talenti e amico di tutti i grandi veneti del secolo passato. Lo sai che è morto anche lui, pochi mesi fa, a più di novanta anni. Aldo, qualche ricordo, un aneddoto…

A: Rebellato era l’unico editore veneto che pubblicasse un poeta agli inizi. Alle “prime armi” di solito si inizia con testi brevi. Mi preoccupai di quanto mi avrebbe chiesto per pubblicare. Portai un quaderno con delle poesie, che al tempo, forse per modestia, definivo poesiole. Era il ’64. Lui arrivò in bici con un grosso berretto, “intabarà” come si dice da noi. Quindici giorni dopo mi diede la risposta tanto attesa, allora come oggi vivevo di illusioni. Lessi la sua lettera come fosse pane di lusso. Mi incoraggiava, diceva che dovevo essere essenziale, poco ermetico, che dovevo tagliare. Come un chirurgo io iniziai a tagliare i pezzi più pesanti. Lui rimase stupito della velocità con cui avevo ripulito il quaderno e decise di pubblicare: Timide passioni. Mi diede quattrocento copie, una volta vendute avrei dovuto dargli una certa cifra. Semplicemente questo.

A proposito di Stefani…la sua poesia era grande quanto il suo cuore. Un lirismo di derivazione illuministica, di contenuto. Gli piacevano i giovani, li amava. L’amicizia è così speciale e particolare che spesso è difficile nasca tra persone che fanno lo stesso mestiere o la stessa arte. Tra “colleghi”, spesso non prevale il lato degno di quanto scrivono. Ciò nonostante Mario ed io sembravamo amici per la pelle, forse invece lo eravamo solo quando il bicchiere era colmo.

D: Quando qualcuno mi dice “maledetto” mi viene sempre da maledirgli la sorella. Questa fama tu te la porti dietro da sempre, e credo te la porterai in tomba…

A: Essere definito maledetto…hanno fatto bene. Effettivamente, per scrivere poesia bisogna esserlo, bisogna essere pieni di spirito non santo, per toccare il fondo di ogni acredine. Il titolo di maledetto credo sia pertinente. E non mi dispiace, anzi. Per essere poeta bisogna essere maledetto. Perché ciò allontana dai linguaggi “all’acqua di rose”, i maledetti vanno subito al sodo.

D: Hai avuto mentori illustri, Diego Valeri, Palazzeschi, persino Ezra Pound ti ha dedicato uno scritto. Sin da subito sei stato definito “un caso letterario”.

A: A creare il cosiddetto “caso letterario” fu il Gazzettino. Dopo la pubblicazione di Timide passioni, Giuseppe Longo, romanziere e al tempo direttore del Gazzettino, in seguito all’interesse di Palazzeschi e Valeri aprì sul suo giornale una campagna rivolta a tutti gli artisti per aiutarmi ad uscire dallo stato di assoluta povertà in cui mi trovavo, e in cui ancora mi trovo. I pittori più noti mi regalarono i loro quadri, con i quali si fece poi una mostra alla galleria Santo Stefano da Uccia Zamberlan. All’inaugurazione c’erano tutte le autorità, e ovviamente gli artisti, Virgilio Guidi, Felice Carena, Neno Mori…Il ricavato fu notevole e mi permise di continuare a pubblicare.

D: Dopo Rebellato, l’editore Pan di Milano. Che esperienza fu uscire da Venezia, per te così indissolubilmente legato a quest’unico territorio?

A: Giuseppe Longo era direttore anche di una rivista e pubblicava libri a Milano. La Pan editrice, appunto. Mi sembrava di andare in un altro mondo…da una zona depressa come Pellestrina, trovarmi in Svizzera…mi sentivo come un privilegiato, come uno dei ricchi che abitano lassù.

D: Sei nato a Pellestrina, in una famiglia di pescatori, in quel lembo di terra in mezzo alla laguna da cui tutti cercano di fuggire. La tua vera fuga è stata la poesia, tuo solo passaporto… come nacque la volontà di esser poeta in quegli anni lontani della tua infanzia?

A: Tex Willer è stato il mio primo maestro. Sono passato da lì alle grinfie teologiche di un Agostino che tuttora amo. Pur non avendo studiato apprezzo la scuola dell’obbligo che allora non c’era. Non ricordo di essere mai stato promosso in seconda elementare, ho dovuto subito aiutare il papà, facendo il cosiddetto “cane da burchio”, quella imbarcazione tipica che trasportava materiale edile lungo la riviera del Brenta fino a Chioggia.

D: Il vino, Aldo, miglior compagno, ed inguaribile traditore…

A: Il mio grande amico e nemico “mi” fu il vino. Vinsi la solitudine grazie all’affetto e alla fedeltà del Dio Bacco, allora, da fanciullo, nonostante fossi cristiano la mia fede nel vino era superiore a quella nel catechismo. Ora bevo acqua, da venti giorni ormai, perché le crisi epatiche mi sono state finalmente di lezione. Mi sono accorto di essere un saggio smettendo di abbandonarmi al vizio. Ah ah…Vino, sempre rosso, dai dodici anni in poi.

D: L’amore?

A: Ho avuto una donna che ha avuto un figlio dal maledetto in questione. Una figlia che è stata poi adottata, per fortuna in tenerissima età, così non si è accorta di avere dei matti per genitori, io e quella donna, che penso sia morta perché non mi scrive da due anni, mentre prima mi scriveva sempre, magari mezze cartoline incomprensibili.

D: Ogni tre quattro anni tu esci con un libricino di testi. Prose, ma soprattutto poesie. Per le edizioni Supernova è in stampa l’ultimo figliastro. Di cosa si tratta?

A: Sono stato consigliato da una psichiatra di buttar fuori tutta la parte negativa. In un linguaggio più o meno freddo, calcolato, magari da poetastro quale io penso umilmente di essere. Sarete delusi, perché me la prendo con tutti: la società, la religione, il loro buonismo che rammollisce il lato maschile e anche quello femminile dell’uomo.

D: “Il mare alle ginocchia”, uno dei tuoi libri più belli, scritto in prosa. Quando lo lessi la prima volta mi ripromisi di volerlo vedere ristampato quel libricino di poche pagine. Com’eri e cosa pensavi della poesia nel periodo in cui lo scrissi?

A: Fu il mio primo tentativo in prosa. Non avendo la capacità di esprimermi alla maniera dei classici, che hanno un numero di vocaboli molto ampio, ecco che non ho potuto far altro che esprimermi come un analfabeta, uno che gioca d’azzardo con le parole più semplici. Mi meravigliai d’esser riuscito a scrivere delle frasi accettabili, prive di fronzoli. Non potevo pretendere di scrivere come un professionista. Ho scritto poesie e prose soprattutto per vincere il difetto di pronuncia, ciò che non riuscivo a dire a voce cercavo di metterlo nel foglio. Da questo tentativo di scrivere in prosa mi venne voglia di dire tutto quello che l’animo mi dettava dal silenzio più profondo. Infatti ho continuato a scrivere in forma autobiografica, per quel difetto che mi ha sempre assillato: la balbuzie. La scrittura mi è stata utile per giocare con le parole, visto che non giocavo con i cosiddetti amici d’infanzia, che rifuggivano un bambino che doveva sbattere il tacco destro e stringere il pugno sinistro per dire ciao.

D: Venezia negli anni sessanta e settanta era una calamita per tutti i grandi pittori e poeti, oggi la stanno trasformando in un brutto museo per i turisti della domenica. Parlami della tua città, di allora, e di come la vedi adesso.

A: Quand’ero in barca col papà mi sembrava che la città di Venezia fosse la città di neve, come in una favola, avevo tredici, quattordici anni. Col tempo mi sono reso conto che la vita è ben diversa. Al tempio di Gerusalemme Cristo “prese a frustate” i mercanti, ecco, Venezia è in preda alle bocche d’oro dei commercianti.

D: “Io perseguo umilmente il mio semplice pane, e nonostante tutto, sono libero, non scendo a compromessi e non m’importa di pagare lo scotto di questa mia libertà morale e materiale”. Questa frase è tratta dal tuo secondo volume in prosa, “Le mani piene di vento”, racconto autobiografico uscito a Milano nel ’73. Allora il tuo pensiero era questo; ed oggi, dove vai, “dove può andare uno che ha le mani piene di vento?”

A: Non essere schiavizzato dalle convenzioni…ho un ripensamento: la libertà mi ha fatto pensare di uscire dall’ambito familiare, dal rispetto dovuto ai sacri lari della famiglia, mi ha reso una sorta di figliol prodigo che si è nutrito di peccati e pensieri che mi hanno portato a diventare pesante come un budda ben lontano dall’illuminazione.

D: Ultimo desiderio del condannato a morte?

A: C’è qualcosa, magari lo stato di ricoverato, che mi accomuna con Dino Campana. Mi piacerebbe, come lui, aver scritto un libro solo.

Fu già tempo di cantare Per il fanciullo “sempre in volo”, / che seguì l’ombra di una ruota / più dura della pietra, / fu già tempo di cantare / la fatica, / il senso degli umani silenzi. // Nelle notti di ghiaccio / Caddero cieli / Sul remo del padre.

Sono tornato Mare, filare di scogli in rovina, terra solitaria, / piccole case gremite in fila, lungo lo specchio / della splendida laguna. / Verde dei piccoli campi, reti, alghe asciutte e vele / Nei lontani canti, uomini gai / Che da superbi marinai v’innamorate d’ogni luna, / donne che a guizzi ricamate con fili di seta / intrecciati nei legni ben lavorati nel pallone di paglia, / sono tornato a un sorriso del ricordo del primo verde incanto.

Richiamo Nelle chiese c’è poca gente, / mentre il vino corre nei cervelli /a far cupa la voce. / Fermati canto, / fa del tuo cuore una preghiera soltanto.

Mi sento perduto Sono fra urli bestemmie / E sputi del padre e figli. / Dopo la sua voce squillante / D’amore la madre si torce e dispera. / Qui mi sono circondato di versi. /

Da oggi non avrò mai / I secondi sogni ad occhi aperti: / non è più forte l’ardita età / da illudersi dalle prose amanti / ad altro destino, quando / il dolore ha colmato l’incanto. / Mi sento nella grigia / Solitudine della madre lontana / Sciupata come la morte.

(da Timide passioni, Rebellato, 1964)
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Written by matteofantuzzi

9 giugno 2007 a 18:39

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4 Risposte

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  1. questo testo è apparso in ciminiera, me lo ha mandato andrea ponso che ringrazio ed è un modo per conoscere aldo vianello di cui s’era parlato nel precedente post. anche questo è un modo “onesto” e utile per sfruttare questo media. l’analisi di ciminiera presentava un’antologia maggiore con una panoramica delle varie pubblicazioni di vianello. io ho optato per una versione più asciutta con i testi estratti dall’opera prima uscita oramai parecchi anni fa per rebellato

    matteofantuzzi

    9 giugno 2007 at 18:42

  2. domani mattina (10 giugno) presentazione de “la linea del sillaro” alla libreria feltrinelli di parma. assieme a me pierluigi bacchini, maria pia quintavalla, gianfranco lauretano e caterina camporesi.

    *

    martedì 12 giugno invece a casa della poesia a milano, largo marinai d’italia 1. ore 18

    La realtà della rete
    Il finito e l’infinito virtuale

    La parte di realtà che designa il virtuale è la metafora perfetta della complessiva realtà metropolitana: senza centro e limiti apparenti, immagine infinita del finito. Può l’infinito virtuale diventare finito reale, cioè luogo di segni del nuovo capace di ampliare misure e termini umani? E la poesia come agisce, cosa mostra in tale spazio, replica solo giochi solitari, deliri e distanze o riesce anche a offrire nuove possibilità di sé e di conoscenza, di relazioni e di vita?
    Analisi e contributi di studiosi e poeti che hanno dato vita a riviste, siti e blog nell’attuale realtà virtuale. Con Sebastiano Aglieco, Fabiano Alborghetti, Valter Binaghi, Biagio Cepollaro, Vincenzo Della Mea, Matteo Fantuzzi, Massimiliano Martines, Franco Romanò, Ottavio Rossani, Antonio Spagnuolo, Marco Saya, Italo Testa.

    matteofantuzzi

    9 giugno 2007 at 18:46

  3. infine: lunedì 11 per amobologna poesia festival al chiostro di s. cristina, via fondazza bologna alle 18.00 c’è derek walcott

    Il 15 giugno, presso l’ “Associazione Ipotesi”, Roma prima serata di Audio Enne, evento live del progetto figli di enne enne. Ore 21.00 con Maria Grazia Calandrone, Daniele Comberiati, Daniele De Angelis, Loris Ferri, Davide Nota, Chiara Pavoni, Stefano Sanchini, Andrea Tosti

    matteofantuzzi

    9 giugno 2007 at 18:51

  4. Altro evento:
    RESIDENZE ESTIVE 2007
    Incontri residenziali di poesia e scrittura a Trieste e nella Regione Friuli Venezia Giulia
    a cura dell’Associazione&Rivista Almanacco del Ramo d’Oro
    in collaborazione con Il Ramo d’Oro Editore e Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico
    VIII Edizione
    13-17giugno 2007

    anonimo

    10 giugno 2007 at 09:58


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