UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Gianni D’Elia: «Aiutiamo la politica con il fiore “inutile” della poesia» di Flavio Santi.

Gianni D’Elia incarna quel sogno umanistico, sempre più raro, del poeta che è anche, innanzitutto, una persona appassionata e leale. Lo raggiungo al telefono una dolce sera di metà agosto. Quella che segue è la riduzione, per ovvie ragioni redazionali, di una lunga chiacchierata che ci ha portati a varcare le soglie della mezzanotte.
Il mondo sembra non avere bisogno della poesia. La recente guerra in Libano lo conferma tragicamente…

Il mondo sembra aver bisogno di prosa in senso hegeliano, cioè dei realia, gli interessi, l’economia, il petrolio. Il giorno dell’inizio dei bombardamenti ho tradotto un frammento delle Georgiche di Virgilio, I 500-14, cercando di attualizzarlo, di attraversarlo, di farlo risuonare in una drammatica compresenza di tempi. Questo può fare un poeta in simili circostanze: non dimenticare. “Vorrete impedire almeno ai giovani / di soccorrere il secolo sconvolto, / voi che pensate solo ai trionfi vostri, / ovunque rovesciando sacro ed empio? / Perché per voi è sacro il sacrilegio / della guerra, e sacrilega la pace, / quante sono le guerre per il mondo, / quante sono le facce svergognate! / Così, slanciati al mondo i carri armati / si danno al nuovo spazio in un crescendo / coi carristi rapiti dai motori, / e non ascolta nessun freno il vento…”
A proposito di capacità d’intervento, per il trentennale della morte di Pasolini lei è stato tra i pochi a fare qualcosa di realmente efficace, pubblicando due libri sul poeta, L’eresia di Pasolini, sulla sua poetica, e Il petrolio delle stragi, ricostruzione documentata e persuasiva della sua morte…

Pasolini è la sineddoche, parlando di Pasolini parlo della storia mancata della sinistra, quel “possibile” della sinistra non realizzato. Fra le tante cose su cui Pasolini ci fa riflettere ce n’è una particolarmente attuale: la differenza tra sviluppo e progresso, che riprendeva dal Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani di Leopardi. Il progresso è quella condizione di passato-presente, anche in senso proustiano, che fa crescere una nazione. Ebbene noi siamo molto indietro: c’è sviluppo senza progresso. Io ho cercato di scrostare Pasolini un po’ dal mitema che l’ha incrostato e di far vedere che Petrolio è una lucidissima critica dell’economia politica, che così va letto e che per questo Pasolini è stato ucciso. Dietro le stragi c’è l’economia. Adesso i tempi sono maturi per chiedere a viva voce di togliere il segreto di Stato.
Mi pare che lei è tra i pochi ad avere conciliato l’apparentemente inconciliabile (o comunque difficilmente conciliabile): Fortini con Pasolini…

Questo me lo disse già il compianto Bernard Simeone nel ’95: in Francia Fortini e Pasolini sono visti convergenti, solo qua da noi appaiono così inconciliabili. Si tratta di una contraddizione vitale: Fortini è il Padre, incarna il senso del dovere, Pasolini è il Figlio, l’attitudine filiale e ribelle. Nelle Ceneri di Gramsci Pasolini parla di “mio paterno stato traditore”, dove traditore fa rima con calore… C’è bisogno di entrambi, virgilianamente il puer e l’adulto.
Ha vissuto in prima persona gli anni ’70, un periodo che non sembra ancora essere stato compreso e risolto in pieno e che continua a suscitare spaccature. Come giudica quegli anni?

Ero in Lotta Continua dal ’72. A Pesaro abbiamo fondato Radio Pesaro Centrale con un centinaio di persone: eravamo in contatto con Radio Alice ma la nostra era un’esperienza diciamo meno majakovskiana. Oggi bisogna avere il coraggio di dire che aveva ragione Pasolini, non sono d’accordo con Franco Berardi Bifo quando sul vostro giornale scrive “Avevamo ragione entrambi”. E no, noi avevamo torto! Eravamo chiusi in una sottocultura, in una specie di rigatteria del tardo, che non badava al sodo ma al pop. Il ’77 è teoricamente debole, non bastavano la Beat Generation e Majakovskij. Adesso che ci avviciniamo al trentennale ci vuole il coraggio dell’autocoscienza, abbiamo bisogno di capire. E Pasolini e Fortini ci saranno di grande aiuto.
Lei è tra i pochi disposti a “sporcarsi” pasolinianamente, a confrontarsi con il pubblico: un esempio è la sua collaborazione con il cantautore Claudio Lolli. Ce ne parli (e così ci dice anche la sua opinione sull’annosa questione canzone vs poesia)? 

La collaborazione risale al periodo della Pantera, fu Alberto Bertoni a invitarci a una serata a Modena. Da allora abbiamo fatto parecchi concerti, abbiamo realizzato un cd per l’Unità, “La via del mare”. La separazione tra musica e poesia era considerata funesta da Leopardi, e non dimentichiamo che inizialmente i Canti leopardiani erano intitolati Canzoni! A fare la differenza è la qualità dei testi. Claudio è un vero poeta, sa unire il popolare al colto, con giri sintattici e citazioni leopardiane, con grande sapienza metrica, l’uso ad esempio del settenario. Questa problematica mi interessa molto: il mio nuovo libro, in uscita a gennaio, si intitola Trovatori e sviluppa proprio l’idea di una poesia vicina all’orecchio. Dal poema narrativo sono passato a quello dialogico: è una sorta di convivio con persone che parlano, c’è molta storia d’Italia, si parla dei “partecipanti” a quel sogno comune di civiltà che non vogliamo finito. La poesia trobadorica è molto importante, andrebbe rivisitata e ripensata. La vera sfida è unire canto e racconto.

Lei è la dimostrazione che per fare poesia bisogna confrontarsi con la prosa (penso alla trilogia Gli anni giovani). Ci parla di questa esperienza?

Per me la poesia è il sentire prima del linguaggio, che poi ti porta al linguaggio: una scarica, il “melos”. L’intonazione è fondamentale, e poi il legame con lo spunto, sabianamente. La prosa è l’eversione; come scrisse Luzi: “la prosa per un poeta è la fiducia in un dono di violenza”. Dal ’94 ho iniziato a tenere una specie di libro segreto, uno “zibaldino” se vuole, L’ozio della Riviera, un faldone di oltre mille pagine, una perlustrazione delle mie ossessioni più indicibili, legate soprattutto all’eros e alla morte. È un libro che non ho intenzione di pubblicare, è volutamente impubblicabile, un’opera aperta, così mi sento libero, è un grido contro ogni possibile editing, una vera e propria purga secondo me. Il narratore vi riflette spesso, concludendo che i romanzi che escono oggi non possono che essere degli aborti, un insieme di tagli perpetrati dall’industria editoriale. Un “romanzo di poesia”, sulla strada aperta da Petrolio. Un lavoro postumo, lento e molto segreto.
D’Elia, lei è un poeta che si guarda intorno, si interroga su quello che ci accade. Come giudica il nostro Paese? 

C’è grande indignazione: […] Il trasformismo è il vizio dell’Italia: gente dal passato sospetto con nuove verginità, uomini di sinistra che passano a destra, uomini di destra che vanno a sinistra, solo per le proprie convenienze… da ragazzo avevo un sogno rivoluzionario, ma non bastava, adesso ho capito che per fare la rivoluzione ci vogliono la cultura e la poesia – nel ’77 non lo capimmo. Ho un grande amore per questo paese: l’Italia è bellissima, ha dei paesaggi da Paradiso terrestre, pensa a quella che io chiamo la “dorsale umanistica”, l’Appennino toscoemiliano, il versante adriatico. Adesso a questo Ulivo serve la Ginestra: al fiore “utile” della politica serve quello “inutile” della poesia, dell’arte. Solo così potremo rinascere.  

Liberazione, 7 settembre 2006

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Written by matteofantuzzi

13 maggio 2007 a 17:20

Pubblicato su Uncategorized

15 Risposte

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  1. mi scuso per i soliti problemi di splinder, nei prossimi giorni cerco di rimediare, voi portate pazienza

    ci sono un sacco di appuntamenti anche in questi giorni, quindi brevemente:

    14 maggio a bologna le celebrazioni su carducci, alle 18 a casa carducci maurizio cucchi e giampiero neri; a monza invece c’è giancarlo majorino introdotto da luigi canillo
    16 maggio a salerno ci saranno lawrence ferlinghetti e jack hirschmann; a verbania gilberto issella e adam vaccaro presentano Sotto il vulcano, studi su Leopardi e altro di Tiziano Salari
    18 maggio daniele de angelis a castel di lama (ap)

    matteofantuzzi

    13 maggio 2007 at 17:30

  2. , ah sì, uno dei pochi, D’Elia? Mah. A volte mi chiedo se viviamo tutti nello stesso paese!

    Luigi Nacci

    ps: questa è realmente la “sbobinatura” di una telefonata?

    anonimo

    15 maggio 2007 at 10:38

  3. RIPROVO, prima è saltato un pezzo:

    Lei è tra i pochi disposti a “sporcarsi” pasolinianamente, a confrontarsi con il pubblico

    – ah sì, uno dei pochi, D’Elia? Mah. A volte mi chiedo se viviamo tutti nello stesso paese!

    Luigi Nacci

    ps: questa è realmente la “sbobinatura” di una telefonata?

    pps:
    Mi pare che lei è tra i pochi ad avere conciliato l’apparentemente inconciliabile

    – ma D’Elia è sempre “uno dei pochi”?

    anonimo

    15 maggio 2007 at 10:40

  4. io non vedo sinceramente in italia una corsa a “sporcarsi” pasolinianamente parlando. tu chi hai in mente luigi quando pensi a questo concetto (magari qualche nome mi sfugge, e può essere anche interessante parlare della cosa)
    credo che un’esperienza come quella di gianni d’elia, sia importante, anche per quel modo personale di interpretare sociale e civile. io un autore come d’elia lo consiglio sempre e con molto piacere ovunque vado.
    non so io quando faccio le interviste le sbobinature le faccio, è molto comodo. a volte purtroppo per ragioni di spazio devo tagliare qualcosa… beh, ci sarà stata anche una parte meno formale, come sta ? come stai ? tutto bene ? su che lavori ? robe così… come è normale.

    matteofantuzzi

    15 maggio 2007 at 20:29

  5. …”sporcarsi pasolinianamente” = “confrontarsi con il pubblico” ? se fosse così – e se lo fosse, sarebbe un’equazione limitativa – la lista di nomi che si sporcano con il pubblico sarebbe corposa. Ma quale pubblico? Non voglio fare il puntiglioso, Matteo, ma affermazioni di questo tipo devono essere calibrate meglio, a maggior ragione su un quotidiano nazionale. Mi sembra che Santi in questo caso non l’abbia fatto. Più che un’intervista ha l’aspetto di una misurata incensazione. Se invece ci mettiamo d’accordo su “sporcarsi pasolinianamente”, “confrontarsi con il pubblico”, “il pubblico è”, allora forse ne veniamo fuori con altri nomi.
    Luigi

    anonimo

    16 maggio 2007 at 09:28

  6. Scusate ma esiste oggi nel 2007 un pubblico della poesia? Secondo me no…Vedo solo addetti ai lavori e parenti ai reading, presentazioni,Festival, ecc…Questo al di la di D’Elia o non D’Elia? Solito discorso: quanti libri di poesia si vendono?Lettori di poesia non poeti e critici?
    Un caro saluto
    Luca Ariano

    O.T. Per chi fosse interessato recensione all’ultimo libro di D’Elia di Davide nota su La poesia e lo spirito:
    http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/05/14/orfismo-incivile-su-trovatori-di-gianni-delia/#comments

    anonimo

    16 maggio 2007 at 10:40

  7. Luca, vuoi qualche cifra? vai qui: http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article916

    non sono d’accordo, negli ultimi anni il pubblico è aumentato, nei festival e nelle rassegne. per la poesia posso parlare di absolutepoetry, perchè lo conosco: più di 1800 biglietti strappati in 4 sere, a teatro, ti sembrano tutti parenti? di chi, poi? la maggior parte dei partecipanti ad absolute sono stranieri. oppure: ero allo slam di bolzano lo scorso ottobre, c’erano centinaia di giovani. oppure manifestazioni ibride di narrativa&poesia: pordenonelegge. senza citare mantova. etc.etc… un pubblico c’è, in potenza può crescere. la fiera del libro di torino è in crescendo: la gente legge di più negli ultimi anni. domandiamoci piuttosto: perché su 400 persone che vanno a teatro a vedere un reading di poesia, poi soltanto 12 al massimo (dati ISTAT: 3%:teatro+poesia) comprano i libri dei poeti che hanno ascoltato?
    Luigi

    anonimo

    16 maggio 2007 at 11:04

  8. Trovo giusto l’approccio di Luigi (Nacci?). Io non credo alla poesia come qualcosa di intrinsecamente “difficile”. Molte persone sono avvezze alla parola poetica, e di questo dobbiamo ringraziare alcuni poeti (pochi) e diversi cantautori.
    Pochi libri comprati rispetto all’affluenza ai reading? Non lo trovo strano, neanch’io che di poesia mi “interesso” sono ammaliato dai big odierni.

    Raimondo

    RaimondoIemma

    16 maggio 2007 at 14:36

  9. Caro Luigi anche al Festival di Parma l’anno scorso c’erano si sono stati 15.000 spettatori. Ma poi cosa è rimasto? Quanti di questi hanno comprato libri di poesia? Durante l’anno alle presentazioni di libri di poeti (presenti al Festival) pochissima gente, così come a reading, ecc. Allora? Non sarà che molti ci vanno perchè incuriositi dal battage pubblicitario perchè magari è l’evento del periodo ma poi della poesia poco importa? Se la poesia ti interessa davvero penso che la segui anche durante l’anno e la compri, giusto? Ho letto anche io quei dati Istat, ho presente però che siamo anche uno dei paesi che legge di meno in Europa, ergo non c’è da stupirsi se non si vendono libri di poesia.
    Un caro saluto
    Luca Ariano

    anonimo

    16 maggio 2007 at 19:43

  10. d’elia: per me è il solito discorso, pasolini, come d’elia, non si guarda addosso come fa troppa parte della poesia italiana anche nelle nuove generazioni, il “pensiero dominante” vira da quella parte, su quelle tematiche e quel modo di affrontare le tematiche. pasolini si rivolgeva all’interlocutore, fisico, ce l’aveva davanti, ci parlava faccia a faccia, non partiva per la tangente, a costo appunto di “sporcarsi”, e anche di “scendere dal pero”. a me ribadisco non pare che ci sia la fila per questo tipo di percorsi…

    matteofantuzzi

    16 maggio 2007 at 23:17

  11. il “pubblico della poesia”, poche domande e la solita fortissima allergia ai numeri che mi sanno tanto di cifre di bonaiuti 🙂
    – ma si misura dalle copie vendute un dialogo coi possibili fruitori della poesia ? siamo diventati amministratori delegati di case editrici ?
    – non abbiamo sempre detto che è importante conoscere la poesia al di là del comperarla. se uno va in biblioteca e/o su internet a cercare un poeta dopo un reading, quello è un fallimento ???
    siamo sicuri che c’azzecchi qualcosa la poesia e la musica d’autore (se fossero la stessa cosa, non avrebbero lo stesso nome ? sapete che su questa tesi non sono mai stato tenero, mischiare le cose mi sembra mischiare le pere con le mele…)
    – a me sorprende che ci sia un problema delle “vendite” e spero anche prossimamente di abbattere ulteriormente il problema, se no è il solito problema, chissenefrega della qualità, conta solo il potere contrattuale. se riesco a vendere 10.000 copie di un libro di poesia sono forse a priori un grande poeta ? ricordo che da più parti è emerso che ci sono diverse esperienze di poesia clandestina che vendono più della bianca einaudi… sono poeti migliori di d’elia, ferrari, temporelli, zanichelli, ecc. ecc. solo perchè hanno prestazioni migliori. o ancora una volta l’analisi va fermata al “crudo testo” ?

    matteofantuzzi

    16 maggio 2007 at 23:26

  12. Più che al crudo testo, alle “crude opere”. Le quali oggi, per la gran parte, sono ancora in volume. Ed è sempre più frequente che si citino nomi di poeti disaccoppiati dai titoli delle loro opere. Che forse nessuno conosce. Ed è sovente un’ignoranza del tutto giustificabile.

    I “nomi” di oggi: sono un po’ loro i “burocrati” della poesia, con il loro puntuale presenzialismo. Peccato, io amo gli autori che si isolano e parlano con le opere.

    Rimane emblematico l’episodio (a cui purtroppo non assistetti personalmente ma che mi riferirono con certa dovizia) dello sfogo di una certa Natasha la quale, dopo aver assistito ad un reading/dibattito di poeti “quotati”, prese la parola per dichiarare pubblicamente di non averci capito nulla. Viva Natasha, abbasso la noia, viva la poesia.

    RaimondoIemma

    16 maggio 2007 at 23:57

  13. Concordo con il #11 di Matteo. La qualità non la fanno certo le vendite. Il problema è che si legge poca poesia di alto o basso livello che sia. W Natasha!!!!
    Un caro saluto
    Luca Ariano

    anonimo

    17 maggio 2007 at 15:16

  14. sempre forza natasha. è chiaro che aumentare la “demcraticità” della fruizione poetica, cioè non nomi imposti dalle oligarchie (per mille motivi) ma il poeta che “si sporca” e va in strada a parlare alla gente, e si rivolge alla gente, come faceva pasolini, come oggi fa gianni d’elia stesso che cerca costantemente un dialogo, cerca costantemente un interlocutore, dicevo tutto questo fa in modo che sempre meno natashe si chiedano quello che s’è chiesto natasha. ed è la poesia alla fine ad uscirne “vincitrice” perchè maggiormente fruita.

    matteofantuzzi

    19 maggio 2007 at 09:34

  15. Mettendo da parte le statistiche e andando al “fisso”, vi segnalo una discussione in corso su De Angelis, qui:

    http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article941

    un saluto,

    Luigi Nacci

    anonimo

    20 maggio 2007 at 13:26


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