UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Su Fabio Franzin di Edoardo Zuccato.


In estrema sintesi, si potrebbe dire che nella tradizione letteraria veneta esistono due filoni principali, rappresentati dai due autori più originali e influenti di quella regione: Bembo e Goldoni. Al primo corrisponde un’idea di letteratura aristocratica e raffinata, chiusa nel gioco intellettuale di una lingua programmaticamente separata dal mondo circostante, al secondo una letteratura aperta al vissuto, sensibile alle realtà sociale, attenta al parlato. Da un lato una scrittura di testa, dall’altro una scrittura di bocca e di cuore. È cosa nota e indicativa che l’esempio di Bembo sia stato molto più seguito di quello Goldoni nella storia letteraria italiana, ben oltre il Settecento se intendiamo Bembo come semplice emblema del modo di concepire la poesia sopra enunciato. La figura più influente del Novecento veneto, cioè Andrea Zanzotto, è infatti portatore di una concezione intellettualistica della poesia, tanto raffinata quanto remota dal parlato e rivolta ad un circolo di adepti. Il fascino dello sperimentalismo e il modello di Zanzotto sono stati così forti da farsi sentire anche nella poesia in dialetto (ad esempio in autori come Calzavara e Cecchinel), cioè in un campo per sua natura refrattario all’intellettualismo e alla separazione dal vissuto comune.
Pur con la riservatezza che la lirica, come genere letterario, porta sempre con sé, si può collocare la poesia di Fabio Franzin nel filone “goldoniano”, minoritario nel Novecento veneto, piuttosto che in quello “bembesco”. Un buon esempio per illustrare il carattere della poesia di Franzin è offerto da Presèpio. Diaèto (Presepio. Dialetto), che già nel titolo è una dichiarazione di poetica. Il testo, come il titolo, è giocato su due piani che vengono continuamente accostati, pur in presenza di un punto fermo che ne sancisce la distanza. La lirica è infatti una lunga similitudine fra due passioni, quella del poeta per il dialetto e quella di sua madre per il presepe. È significativo che il dialetto e la sua poesia vengano paragonati al presepe, espressione di un’arte minore e antica, benché ormai assorbita dall’economia globalizzata (le statuette made in China “de l’Ipercòp”). Il poeta, dunque, si presenta come artigiano piuttosto che come artista, qui come in altri testi, ad esempio Destìn ambueànte, in cui il paragone è con il lavoro di venditore ambulante del padre. Ma l’autore è consapevole dell’elemento patetico e quasi ridicolo che, rispetto ai valori dominanti del mondo contemporaneo, sembra insito nella cura tanto del presepe che del dialetto: “Vàrdene, Mare: sen qua, mì e tì, tì co’e tó / statuéte, el mus.cio, mì co’e mé pòre paròe, / el diaèto; vàrdene: sen qua a provàr a tègner / fermo un mondo che scanpa via senpre pì / de prèssa, infagotàndoeo de sintimenti, / popoeàndoeo de erba e pastori, de storie / che ’e sa da fen, da mufa” (“Guardaci, mamma: siamo qui, io e te, tu con le tue / statuine, il muschio, io con le mie povere parole, / con il dialetto; guardaci: cerchiamo, strenuamente, di trattenere / a noi un mondo che si allontana a una velocità / impressionante, avvolgendolo di valori, di sentimenti, / popolandolo di erba e pastori, di storie / che odorano di fieno, di muffa”). Eppure la decisione di non cedere è ferma su entrambi i fronti: “Mare: ’ndarò in zherca / del tó mus.cio anca l’àno prossimo, te ’o prométe // continuarò a ’ndar in zherca de paròe / vèce, òni dì, pa’a mé poesia, ’l presèpio / e pa’ i nevodhéti che mé rivarà, anca a mì…” (“mamma: andrò a raccogliere / il tuo muschio anche il prossimo anno, te lo prometto // continuerò a raccogliere parole / vecchie, ogni giorno, per la mia poesia, per il presepe / e per i nipotini che arriveranno anche a me…”). Il pensiero è per i non nati, i discendenti a cui si vuole trasmettere l’oggetto di questa pietas, cioè presepe, dialetto e poesia.
Questo discorso, già in sé abbastanza complesso, si complica ulteriormente leggendo gli altri testi della sezione a cui appartiene Presèpio. Diaèto, cioè Dai paesi al presepio. Qui il tema del presepio viene applicato ad altri oggetti e situazioni, generando una moltiplicazione dei piani metaforici in cui storia personale, familiare e collettiva si intrecciano senza soluzione di continuità. Presepi sono per il poeta i vecchi paesi fatti di case scrostate che lui ama, quei borghi un tempo luoghi di miseria e oggi divenuti quasi estranei a causa dello sviluppo abnorme e disordinato degli ultimi decenni, paesi in cui si sentono poche voci oltre il ringhiare dei cani “grossi come orsi” dietro le cancellate chiuse delle villette, paesi insomma “senza pì vose e senza / siénzi, senza pase e senza poesia” (“senza più voce e senza / silenzi, senza pace e senza poesia” ― Paesi nostri e Me piase i paesi che i é riussìdhi).
Il confronto fra passato e presente riappare anche nei testi successivi, in cui l’autore, spostando l’attenzione sul vissuto personale, ricorda la preparazione del presepio nella sua infanzia. Allora pareva possibile fare miracoli, come recita un titolo tristemente ironico (Far miràcoi). Ad un bambino tutto sembrava facile: riparare una statuina zoppa mettendoci sotto dei sassi non era più difficile che regalare il braccio rotto di un bambolotto a un mutilato di guerra nella certezza che si sarebbe attaccato e sarebbe ricresciuto, o anche “’iutarlo parfìn a star in pie / ’sto mondo, ’justarlo ’ndo / che ’l se spachea; far miràcoi” (“aiutarlo perfino a sostenersi, / il mondo, aggiustarlo, / se si rompeva; compiere miracoli.”) L’ultima e inattesa svolta di questa girandola è Mus.cio. Fògo, in cui il presepe, da oleografico che potrebbe sembrare, si ribalta in una realtà drammatica e inquietante. Il poeta ricorda infatti che, molti anni prima, sua madre rimase gravemente ustionata per un incidente proprio mentre preparava il presepe, per il quale lui aveva raccolto il muschio. Nella sua memoria il muschio, che rimase lì a seccare per mesi, resta quindi associato all’atroce immagine della madre in fiamme che corre per casa come una sorta di “casèra”, un falò rituale della notte dell’Epifania, e all’immagine del presepe “mèdho fat su, e desmentegà, par mesi / sora ’a cardenzha; ’na assenza / che ’ncora ’a dura, che da ’lora / me ’à fat deventàr chea statuéta / (che ’a par squasi un soevatór de pesi), / quea co’ i brazhi alti, ’l pal, ’e sece // colme de ‘na aqua de plastica, ferma, dura” (“appena abbozzato, e dimenticato, per mesi / sopra la credenza; un’assenza / che ancora perdura, che, da allora, / mi ha fatto prendere le sembianze di quella statuina, / (quella che pare quasi un sollevatore di pesi), / con le braccia alte a sostenere il bastone, gli orci ai lati // colmi di un’acqua immobile, di plastica, dura.”) Se riproiettiamo tutto questo sul dialetto, la poesia, i paesi come scenario della vita collettiva, senza dimenticare il muschio del titolo del libro, credo ce ne sia d’avanzo per cogliere l’inquietante complessità di questa scrittura, che di primo acchito sembra così piana e poco problematica.
A questo riguardo è il caso di far rilevare l’ampiezza dello spettro della scrittura di Franzin, che si intuisce anche solo osservando con attenzione il susseguirsi delle sezioni di cui si compone il libro. Il movimento generale, infatti, è un allargamento progressivo della prospettiva, da fatti personali ad eventi collettivi, dalla poesia lirica amorosa a quella narrativa, dall’autoanalisi alle storie familiari e ai ritratti di personaggi. È curioso che proprio in dialetto si trovi questa varietà in un singolo autore con più frequenza di quanto non accada in italiano, in cui i poeti tendono quasi senza eccezione a “specializzarsi” in un genere, un modo, uno stile solo. Si vede che l’italiano non è ancora diventato del tutto una lingua viva, o non abbastanza, in ogni caso, per muoversi con più agilità sulla pagina.
Seguendo il progredire del libro, si diceva che la sezione di apertura è dedicata all’esperienza amorosa, vissuta sotto il segno dell’assenza secondo in canoni più consolidati della tradizione, dai provenzali a Petrarca ai simbolisti. La poesia è qui elaborazione del trauma di una perdita, che le parole, da quella perdita generate, cercano di colmare: “El to siénzhio / el fiorisse tee mé paròe” (“Il tuo silenzio / fiorisce nelle mie parole”, “El poema dee fòjie”). Il desiderio di annullare la distanza per recuperare un equilibrio perduto, che sfocia in un senso di nostalgia, riappare anche nelle sezioni successive del libro, in cui è applicato non più ad una donna, ma ai luoghi e al dialetto, entrambi trasformati e sfigurati dallo sviluppo economico degli ultimi decenni (non dimentichiamoci che siamo nel Nord-Est).
Che l’atteggiamento di fondo del poeta sia il medesimo in tutte le sezioni è dimostrato dall’analogia fra esseri umani e case che appare esplicitamente in testi come “L’é ’na caséta dae mé bande”, “A volte”, Rovinàzhi e soprattutto “Co ’na nùvoea ’a se para”: “Parché anca noàntri sen case, / ’bitàdhe da pensieri, amór, / maree de umór, ’bitùdhini, / e anca ’e case e ’à un cuòr, / e tii só cantóni, te chel fià / de mufa, o de ombrìa scumìnzhia / a crésser ’a crose de un doeór” (“Perché anche noi siamo case, / abitate da pensieri, amore, / maree di umore, abitudini, / e anche le case hanno un cuore, / e nei loro angoli, in quel po’ di muffa, o di ombra incomincia / ad affiorare la croce di un dolore.”) In questi testi, e in quelli dedicati al paesaggio, emerge la vena di poeta civile di Franzin, anche se il suo temperamento è elegiaco e sentimentale più che satirico (si veda ad esempio “Strisse de caivo”). Il senso del paesaggio è vivo in Franzin anche indipendentemente da considerazioni politiche: esiste per lui un “conforto del paseàjo”, un valore morale ed estetico del guardare fuori di sé con attenzione, lasciandosi catturare dalle cose per tornare poi a sé arricchiti da quanto il mondo ci ha donato: “mì, pièn de afèto, quasi / me tire in banda, co’ te ’scolte / discórer co ’na rama, co’ un ciuff / de erba, ’na fòjia, te ’asse ’ndar / pa’ un fià drento ’l secrèto ’vèrt / dee ròbe e po’ te ciame, / sotvose / parché te entre tea bròsa del prà / che colte soto ’e coste” (“io, pieno d’affetto, quasi mi tiro in disparte, quando ti ascolto / discorrere con un ramo, con un ciuffo / d’erba, una foglia quando ti lascio volare / per un po’ dentro il segreto aperto / delle cose e poi ti richiamo, sottovoce / affinché rientri nella brina del prato / che coltivo sotto il costato.” “El conforto del paseàjo”). Tuttavia, neppure il paesaggio può consolare il senso di perdita; anzi, il dissesto interiore fa sembrare il mondo esterno “sol deserto / al me vardàr” (“solo deserto / al mio sguardo”). L’ultimo testo di questa sezione prelude a quella successiva, introducendo la figura del padre rispetto al cui mondo il poeta avverte una frattura incolmabile per la differenza delle condizioni economiche; eppure si sente solidale, si sente vecchio anche lui perché affezionato a quel mondo per il tramite del dialetto. L’augurio è quindi quello di fuggire insieme “pì lontàn del doman / che né core drio, / via, via, scavàzhacanpi, / te l’erba alta, fin che ’l sol / el se indorménza, / fin che ’e paròe ’e sta svejie” (“più in là del domani / che ci è ormai alle calcagna, via, via, traverso i campi, / nell’erba alta, fino a quando il sole / si addormenta, / fino a quando la parole rimarranno sveglie.”)
In Storie e quaréti (de pianura), cioè Storie e ritratti (di pianura), il poeta accantona in parte l’io lirico e racconta di altre persone. Pur in presenza di bei testi lirici (come ad esempio El luzh. I braghi e Áe), il dettato diventa più disteso e l’andamento si fa narrativo. Come accade di frequente nella poesia dialettale, sono storie di gente di paese, fatte di solitudine, di emigrazione, di guerra e di reduci, la cui eco attraversa varie generazioni. Un ottimo esempio ne è “Me pòro nòno Carlo”, che descrive la fuga del nonno dell’autore dagli austriaci durante la Prima Guerra mondiale, poi quella del padre dai tedeschi durante la Seconda, per finire con il poeta, che si sente “niancóra bon, / dal poc lontàn che ’a porta / sta pòca vòja, a scanpàrghe / e tornàrmene casa, da mì” (“non ancora capace / (anche se non mi sembra di essermi perso poi così lontano) / a fuggire da questa mia zona scura / e tornarmi a casa, rientrare in me.”)
Nella lingua sono inscritte anche le vicende di emigrazione, come Franzin racconta in Letera da l’Ontario, risposta a una lettera “sgrammaticata” inviata da uno zio lontano. Quegli errori non sono errori, sono solo i segni della lingua che realmente quelle persone parlavano, cioè il veneto, in cui si rispecchia anche l’autore, “emigrato interno” di una nazione che ai dialetti non ha mai voluto riconoscere uno statuto. Ecco il motivo, in chiusura di volume, delle “àneme ambueànti” (“anime ambulanti”) in cui il poeta ritrova i suoi antenati, a partire dal padre e dalla madre, nei cui mestieri rinviene metaforicamente il suo modo di fare poesia, sia esso il lavoro del padre, per un periodo venditore ambulante, una “tradizhión” (“tradizione”) che il poeta vuole portare avanti, o le pulizie della madre, nel cui dialetto “puisìe” (poesie) e “puissìe” (pulizie) sono omofoni (“Còssa gh’in ciaparèto po’ a far puisìe?”, “Cosa ci guadagnerai, poi, a scrivere poesie?”). Far poesia “te ’sta nostra lengua da zhiigòti”, “in questa nostra lingua da passeri”, sembra quasi simile al lavoro in cui lei ha passato gran parte del suo tempo, a metter in ordine le case dei “siori” a Milano quarant’anni prima, oppure in casa propria o raccogliendo erbe nei prati; e chissà che una volta non le venga l’idea si sedersi su uno spigolo di una sedia a riposarsi, come per il poeta la poesia è un angolo di tempo per il riposo “squasi, dopo ’a fadiga / dea fabbrica, pa’a ciopa de pan” (“quasi, dopo la fatica / della fabbrica, per la michetta”). Oppure vale il paragone con i “contastorie” della poesia omonima, poeti girovaghi armati solo della “só ciàcoea” (“loro chiacchiera”), i quali, con un’espressione molto forte, sono “Forestièri dea storia” (“Stranieri della storia”), riassumendo nel proprio destino quello dei personaggi umili che popolano queste pagine, cioè di tutti quelli che la storia non la fanno ma la subiscono.

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Written by matteofantuzzi

5 maggio 2007 a 15:11

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5 Risposte

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  1. questa è la prefazione all’ultimo libro (appena uscito) di fabio franzin poeta che a ogni sua lettura mi colpisce sempre molto, poeta dialettale, veneto, che vi consiglio caldamente. molto bella anche la prefazione di zuccato che ringrazio per la cortesia. il libro si chiama “Mus.cio e roe – Muschio e spine” ed è uscito per le edizioni Le Voci della Luna

    matteofantuzzi

    5 maggio 2007 at 15:16

  2. tra parentesi informo (dato che ne abbiamo parlato parecchio in questi giorni) che è uscita la ristampa di garzanti alle poesie di amelia roselli, è ufficialmente disponibile in libreria e ne ho già visto una copia. so che in parecchi la aspettavano quindi ora potete richiederla perchè finalmente è stata partorita 🙂

    matteofantuzzi

    5 maggio 2007 at 15:18

  3. Per che editore è uscito Matteo? Grazie!
    Un caro saluto
    Luca Ariano

    anonimo

    8 maggio 2007 at 08:27

  4. sono le edizioni della rivista “le voci della luna”, luca

    *

    domani sera (9 maggio) alle 21 sono presso la linea, p.zza re enzo 1/h bologna assieme al giornalista paolo barnard e un poco di altri poeti

    Sono aperte le iscrizioni al workshop di traduzione
    di Babel, festival di letteratura e traduzione, info su http://www.babelfestival.com

    matteofantuzzi

    8 maggio 2007 at 23:06

  5. ho un poco di problemi a pubblicare correttamente il post che avevo preparato. lo farò al ritorno da questo week end.

    brevemente: alle 12.00 di sabato 12 cioè domani sono al litcamp a torino a parlare della questione poesia e nuovi media, il litcamp dura tutto il giorno in via bogino 3 (e io sono alla sala 3)
    domenica 13 sono alla biblioteca comunale di pero in provincia di milano a presentare “la linea del sillaro”: 11.00 della mattina

    inoltre “autori sommersi” sabato 12 a riccione dalle 15 a villa mussolini, dalla camporesi a sannelli, da tuzet a cangiano, a franca mancinelli, luca ariano, loris ferri e stefano sanchini

    sempre la sera del 12 maggio antonella anedda è alla casa della poesia a milano

    matteofantuzzi

    11 maggio 2007 at 20:42


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