UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

with 28 comments

Sui poeti contemporaneissimi. Appunti per una lettura.

di Salvatore Ritrovato

Perché oggi la critica della letteratura contemporanea, in Italia si fa così… quando, badiamo, si sia veramente letto il libro di cui si vuol parlare. Ché, spesso, non si legge neppure. Il libro arriva alla redazione d’un giornale o d’una rivista; il primo redattore o collaboratore che vi capiti se lo prende e, prima ancora che cominci a leggerlo, sa se dovrà dirne bene o male. Qualche giornale che vada per la maggiore, qualche critico che pontifichi danno la parola d’ordine: e se l’autore è ben veduto da quel giornale ed è nelle grazie di quel criti-co, è lodato ad occhi chiusi; biasimato se mal veduto da quel giornale o se scomunicato da quel critico. Si racimolano allora qua e là a casaccio, nel volume quattro versi che non suonino bene, e si conclude: – Vedete? Tutto il libro è fatto così. Non val proprio la pena di parlarne. (Luigi Pirandello, rec. a A. Graf, Le rime della selva, «Nuova Antologia», 16 novembre 1906)

Di poeti “contemporaneissimi” parlava Giovanna Frene, qualche anno fa, in un intervento, “Prospezioni sui contemporaneissimi”, uscito sull’«Almanacco del ramo d’oro» (a. II, nn. 5/6, pp. 185-208), quasi a sottolineare il rischio di una lettura ferma alla superfi ciale piattaforma anagrafica. La formula, tuttavia, sul piano delle prospettive teoriche, non enuncia programmi di sorta, né vara progetti ambiziosi; testimonia piuttosto un desiderio di restare in sintonia con il proprio tempo e con chi intende evitare il purgatorio dei mausolei antologici, in cui giocano purtroppo un ruolo importante certi automatismi critici (e acritici). Se la contemporaneità rappresenta la dimensione storica di una poesia nel suo farsi, un canone dei contemporanei tenta invece l’accesso a una visione complessiva, a posteriori, che trasforma il giudizio parziale e relativo in un colossale nécessaire per i posteri. “Contemporaneissimi”, dunque, per non cedere alla seduzione del canone (cui comunque ognuno potrà dedicarsi pro domo sua), e soprattutto per non perdersi nel mondo delle “scommesse”. Già, scommettere sui poeti. O non è meglio scommettere su un’esperienza della poesia? Al contrario di chi pretende che il critico contemporaneo (cioè, dei contemporanei) anatomizzi e giudichi, io credo, con Steiner e altri (prima e dopo di lui), che sia importante «mediare» fra l’opera e il lettore. La critica contemporanea non nasce dalla strenua rivendicazione di un’atavica eccellenza della poesia-in-sé, ma dalla speranza che una ‘vera’ poesia consenta di resistere a ogni estremismo e sterminio ideologico della forma e, va da sé, alla vanità delle cronache. Non è che un alibi il contenzioso irrisolto della poesia del Novecento: la nostalgia del canone. Ogni mappa intorno alla poesia, ogni riflessione sulle sue risorse espressive, ormai affondano negli abissi di una marea rimontante e inarginabile di testi, dati, informazioni, chiacchiere, che stravolge la tradizione del canone: non più in forma di piramide, e forse neanche di “rizoma” nel quale è possibile osservare il geometrico dipanarsi dei singoli percorsi, bensì di cespuglio che ramifica liberamente in diverse direzioni, spingendo qua e là, a seconda delle circostanze. Tanto basti a rappresentare un “paesaggio orizzontale”. Un giorno resteranno pochi bei libri di poesia, cui altri si aggiungeranno, negli anni, dimenticati. Vale la pena, dunque, scommettere? Prima di scommettere occorre leggere. Leggere mettendo tra parentesi nome e cognome dell’autore, e aspettando che un buon verso si salvi dal diluvio, o sgorghi, nella stagione secca, ancora dalla fonte Bandusia come da un’opera comune (recitava un’antologia generazionale di qualche anno fa) che sovrasta l’individuo. Leggere, con la curiosità di apprendere quel che la poesia dei propri coetanei, anche la più diversa, può insegnare, e continua però a nascondere. Leggere, infine, soffermandosi su ogni verso, ed è la cosa più facile difficile del mondo, dal momento che non esiste più, da tempo, una poetica né una retorica della qualità-del-verso; semmai esiste un metodo capace di rintracciare empiricamente, con indizi minimi, talvolta provvisori, il brusio di un motore nuovo nella lingua. Un lusso che la poesia, in quanto è un genere esente da profitto – ed è una differenza sostanziale rispetto alla cugina canzone d’autore – può ancora permettersi di sognare. Non so, e non mi preoccupa di sapere, se la poesia come genere sia davvero avviato, per pauperismo o vagabondaggio, all’estinzione. Non vedo però come possa essere altrimenti. Tutto si estingue. Ci volesse anche qualche milione di anni. In attesa, possiamo fare delle osservazioni:

a) Dall’ideologia al dialogo.

A una poesia che legge il mondo in una prospettiva ideologica oggi è preferibile quella che si pone in prospettiva dialogica, ospitale, complessa, senza alcuna pretesa di comprendere e interpretare tutto. Sono cadute le grandi ideologie unificanti e totalizzanti, indeboliti i sistemi morali di ordine religioso, si affermano nuovi valori di riferimento universale: la diversità, la convivenza degli opposti, la contiguità degli incompatibili. Valori che sollevano conflitti, e pongono l’attenzione sulla necessità di decentrare il pensiero, non di privarlo di un centro. In che termini allora si può pensare di costruire una antologia-senza-canone? Può darsi che l’ideologia non sia più l’inferno grigio e plumbeo di qualche anno fa, ma un purgatorio di mediazioni responsabili fra pensieri e parole, parole e realtà. Molti poeti, soprattutto fra i più giovani, lo sanno e si mostrano come poliglotti in grado di scrivere poesie in diversi ‘stili’, non per un vezzo manierista, bensì per una attitudine a cogliere nell’Altro, lévinasianamente, frammenti di una polifonia sconnessa ma ancora necessaria. Di qui il rifi uto, a volte evidente nelle nuove generazioni, di prendere posizione, aderire a una “scuola”, scendere in trincea, considerando l’Altro come nemico, oggetto di interminabili spy stories. Di qui l’implosione del canone, espressione ilare di una burocrazia accademica, e l’esplosione, fra errori e presagi, epifanie e simulacri, del genere antologia, atlante immaginario di un prisma esistenziale mai vissuto.

b) Il “meridiano” della poesia.

Sono d’accordo con chi ritiene priva di senso

una valutazione generazionale della nuova poesia italiana in termini strettamente biologico-biografi ci (anno di nascita dell’autore, provenienza geografica, influssi delle varie scuole letterarie, ecc.) […] la teologia del progresso […] impone un tale sommovimento temporale e spaziale […] che una distanza cronologica di pochi anni può essere segnata da un clima culturale e sociale totalmente diverso da ogni antecedente lontano o viciniore

(C. Dentali e S. Salvi, in Il presente della poesia italiana, LietoColle, Faloppio 2006, p. 7).

Tutto può cambiare nel giro di pochi anni, e questo ci invita da un lato a rifl ettere sulla correlazione fra lingua e tempo, cioè sulla “contemporaneità” della poesia, dall’altro a rifuggire da dimensioni araldiche e decorative. Non conta la data di nascita, ma quella d’esordio; non conta quanto e dove uno ha scritto, ma che cosa ha scritto; non conta l’origine geografica territoriale della poesia (aggiungiamo con Celan), ma la forza di orientamento del suo meridiano, quella linea invisibile ma verissima che indica la direzione attraverso differenti territori. D’altronde, il tempo della poesia non è una linea retta, in progress, né un cerchio di eterni ritorni; insomma, non progredisce come una scienza sulla via del sapere (e quale sarebbe il suo sapere? forse “fi ngere di sapere tutto”, “saper fingere tutto”, come lo Ione di Platone?); ha un passo diverso, «molto più lento e più lungo – sostengono sempre Dentali e Salvi – che non coincide affatto con il ritmo veloce secondo il quale si evolvono il gusto, le mode, le tentazioni dell’ideologia letteraria». Il tempo della poesia somiglia a una spirale aperta, a un frattale complesso, a un groviglio di linee ora tangenti ora parallele ora sovrapposte, a una trama che si svolge e si riavvolge attorno alla storia, e di cui si tenta invano di intravedere il disegno finale. Nella poesia avviene, come in pochi altri linguaggi, la paradossale compresenza dei tempi, il loro vitale e spesso anacronistico sincronismo.

c) Lirica, elegia, nostalgia, canzoniere ecc.

Non è terminologia scimmiottante di un classicismo di ritorno, né plusvalenza lessicale di polemiche recenti. La letteratura è un linguaggio capace di resistere e di rinnovarsi nei gangli culturalmente più vitali della società, e la sua lingua ha da sempre a che fare con qualcosa di perduto (che apparirà solo pregiudizialmente ‘morto’) e insieme di vivo (che non significa banale conformismo al parlato quotidiano, quel parlato oggi malamente deflesso negli show televisivi che simulano struggenti congestioni sentimentali), con questioni variabili in rapporto alla disponibilità che, su fronti diversi, dimostrano i singoli scrittori, e in particolare i più giovani. Non si tratta di cedere alla seduzione di un ideale difensivo di bellezza, ma di non distogliere lo sguardo – fra pause, stacchi, silenzi, o nel pieno inferno della vita quotidiana – da un sogno residuale di bellezza che nel mondo sopravvive, oltre le dighe del nichilismo, e quindi di far tesoro del suo “disincan-to”.

d) La poesia dopo.

Una volta si diceva la poesia del secondo dopoguerra, la letteratura post-unitaria, la letteratura post-tridentina, e così via; vigeva l’abitudine a inquadrare la poesia “dopo” un evento storico. Oggi, evidentemente orfani di eventi storici di pari portata vissuti in prima persona, non resta che parlare dopo la poesia. Non è un “dopo” (ci ha avvertito un saggio di Roberto Galaverni) intransitivo, bensì rifl essivo. Vi si avverte l’esigenza di individuare un discrimine, anche se la storia non aiuta a localizzarlo, e di verifi care la data di pubblicazione dei libri più importanti per risalire ai sommovimenti più profondi della storia, sapendo che poi, sulla lunga distanza, le ragioni di continuità prevalgono sui fattori di discontinuità, a tal punto da cancellare la percezione stessa della frattura, se non sotto forma di ansiosa e ostinata dialettica. Eppure la poesia partecipa sempre alla storia, persino da quel suo margine di osservazione inessenziale e anacronistico (rispetto alla “canzone d’autore”), da quella lontananza siderale, da quella estraneità agli obiettivi immediati della prassi politica. Riesce la poesia a dirsi dopo il crollo del muro di Berlino o l’attentato alle Twin Towers? E dopo Auschwitz? Che cosa è cambiato dopo questi eventi, rimandati da una inesausta eco mediatica, anzi quotidianamente partecipati (come avrebbe detto Mac Luhan), fra uno spot e una gag, dal più ‘freddo’ dei media a nostra disposizione? Il dopo appare ancora più incerto, dal momento che rifl ette nel suo farsi “futuro” un passato incompiuto.

e) La moltitudine

Fare, a questo punto, dei nomi, degli esempi […] ci porterebbe lontano, in un campo di difficili distinzioni. È chiaro che ciascuno di noi ha in mente una sua essenziale antologia, in nome della quale, in fondo, sente di parlare e avanza le sue ipotesi, tira le sue conclusioni, ecc. Ma lasciamola riposare questa antologia; lasciamola crescere: stiamo a vedere se le strutture e il titolo che le daremmo adesso saranno confermati col tempo… (G. Raboni) Ed ecco ci troviamo davanti a una generazione nata dalle antologie! Dove l’antologia, voglio dire, ha fatto da inizio non da fi ne… E le generazioni precedenti? Chiedono giustizia. Occorre dire che il panorama della poesia italiana è più ricco di quel che tutte le antologie messe insieme riescono a rappresentare. Non sono pochi i nomi di cui proporrei una lettura più approfondita, e che appena riuscirò a sfiorare o a lambire, giungendo un giorno alla fine di un lungo periplo con le reti mezze vuote (o mezze piene), fra goffi transatlantici squadernati e scrittoi affollati da agili bragozzi. Quasi due secoli fa, nel 1845, Carlo Tenca, figura non comune di critico acuto e indipendente, si lamentava come fosse difficile discernere, «in mezzo al mare d’inezie e di futilità» del «commercio librario d’Italia», libri di qualità; e si chiedeva dove fossero i grandi scrittori [sic], concludendo: «Adesso non è più il tempo in cui un ingegno straordinario possa creare da solo una letteratura: questadeve uscire dal concetto comune della moltitudine». Intendeva, egli, una “moltitudine” di autori nuovi, giovani (e va da sé, non sapeva di Leopardi), che sapessero misurarsi con un pubblico vario di lettori e scendere nel vivo delle cose. Oggi che la moltitudine è diventata una folla (e non è escluso che esista almeno un altro Leopardi), comprendiamo quanto sia inevitabile affidarsi ad antologie, quaderni e crestomazie d’ogni tipo, e, nello stesso tempo, diffidare della esaustività del loro canone.

f) Perché.

 
Passare al vaglio una drammatica ma fiduciosa ansia di rivelazione e di comprensione della storia richiede uno stile asciutto, in cui il “vivo” è sentito come punto di arrivo e non di partenza, e la poesia non si esercita al cieco ossequio verso la Lingua, ma concepisce un rapporto eminentemente critico dell’atto linguistico. La restituzione del vero richiede, insomma, strumenti di volta in volta diversi e aperti a un generoso ma coerente sincretismo tecnico. Ciò non significa elusione di una poetica forte, utopica; anzi implica, da un lato, uno sguardo problematico, autocritico, pragmatico nei confronti di qualsivoglia conformismo poetico, e dall’altro un netto rifiuto verso o-gni “posa” vaticinante della sua deplorata estinzione. La quale ovviamente non avverrà, almeno in tempi brevi; voglio dire più brevi di quelli pronosticati alla sopravvivenza del nostro pianeta. In che modo la poesia riuscirà ancora a restituire della terra di cui si nutre l’immagine drammaticamente riflessa, attraversata, rovesciata? Quel che la vita consente di misurare e di accertare in termini di verità è la nostra natura umana, fatta senz’altro di parole, non la Parola. Senz’altro una parola può salvare pezzi o brandelli di natura, ma solo la natura riesce a salvare nuove, altre parole, evitando sia la sterile maniera di qualche modello tradizionalista, sia la vana oltranza delle utopie sperimentaliste. In ogni caso, occorre uscire dal vizioso circolo del gesto autoreferenziale, e, di fronte alla domanda di legittimità sociale e culturale della poesia, riportare l’attenzione sul costo inevitabile – nonostante la ‘moltitudine’ – del suo fattore elitario. Si può pensare, in tal senso, a una moralità del poeta, che, rifiutando di abdicare al proprio giudizio su di sé e sul mondo, introietta nell’esercizio del suo mestiere (o non-mestiere?), in un rinnovato rapporto di dialogo e confronto con la tradizione e con le ragioni della storia. Fra quei “perché” che molte poetiche eminentemente tecniche, fino al feticismo della forma, hanno rimosso; senza vagheggiamenti e vanità di questa vita, e purtroppo di altre.

Annunci

Written by matteofantuzzi

14 aprile 2007 a 10:31

Pubblicato su Uncategorized

28 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. è uscito per l’ed. fara “mosse per la guerra dei talenti” di marco merlin che analizza le opere prime di alcune decine di nuovi poeti italiani.

    le postfazioni sono affidate a me (per senso dell’umorismo) a massimo morasso e salvatore ritrovato e tutti e 3 analizziamo la questione “generazione” ecc.

    vi posto quella di salvatore, ci sono le solite pippe di splinder per l’impaginazione perchè è estratto da pdf. ma la lettura merita. enjoy. state bene.

    matteofantuzzi

    14 aprile 2007 at 10:36

  2. L’ Associazione Culturale Casa della Poesia propone un incontro lunedì 16 aprile alle ore 20,45 che avrà per oggetto un omaggio al poeta Giampiero Neri. L’incontro si svolgerà presso il Teatrino del Parco Trotter, via Giacosa 46, Milano.

    Il Laboratorio di Poesia, via Fosse 14 a Modena organizza le manifestazioni “Guanda, Delfini e la Cultura Modenese” dal 18 al 20 Aprile. Tutte le info via mail a: labpoesiamo@libero.it

    sabato 21 aprile alla mediateca di san lazzaro di savena (bo), via caselle 22 alle ore 17 presentazione de “la linea del sillaro” assieme a me e a maurizio brusa, gianfranco fabbri, salvatore ritrovato e matteo zattoni (e spero di non essermi dimenticato nessuno, che son rincoglionito)

    matteofantuzzi

    14 aprile 2007 at 14:23

  3. un articolo ben condivisibile, ma temo che il vero problema di fondo sia che non si legge più poesia… oggi sono andato in una nota libreria di una notissima casa editrice a Torino, per approfittare della offerta 30% sconto… 3 piano di libreria e mezzo scaffale di poesia! niente zanzotto, niente merini, niente luzi! solo ungaretti, montale e grandi nomi del passato, in quantità ridotta… non so cosa avessero in magazzino, ma il fatto che fosse mezzo scaffale… in compenso romanzi ovunque… mi fa rabbia che quasi tutti gli lettori italiano di media cultura affermerebbero che la nostra letteratura sia la migliore del mondo… ma poi leggono solo romanzi… fino a manzoni la nostra bella letteratura era solo poesia!
    scusa, sono andato fuori tema, ma avevo da sfogarmi!
    ciao,
    alessandro
    ps anch’io leggo romanzi, non li discrimino, ma leggo anche il resto

    alessandroghia

    15 aprile 2007 at 00:11

  4. Grazie Matteo per aver postato la postfazione di Salvatore che assimeme alla tua e a quella si Massimo Morasso offrono un interessante sguardo di insieme sulla poesia dei contemporaneissimi.
    Un saluto anche al mio omonimo: putroppo credo che si leggano poco anche i romanzi, se non quelli nei primi dieci posti della classifica, forse la poesia va offerta creando situazioni che ne facilitino la fruizione (e ormai questo le librerie lo fanno raramente).
    A presto e buona domenica a tutti!
    Alex

    anonimo

    15 aprile 2007 at 07:56

  5. della questione librerie alessandro ho parlato proprio un paio di settimane fa con un pezzo simile qua su UP. e ribadisco invece che la poesia sta parecchio bene: anche ieri ero a una lettura a bologna e c’era una sala piena e pochi metri più in là in un’altra libreria c’era un’altra presentazione e ho saputo che pure quella è andata bene. la maggior parte dei festival fanno numeri eccezionali pensando a soli pochi anni fa. se la grande distribuzione prende altre decisioni, perdonami: chissenefrega. i canali sono cambiati, le modalità stanno cambiando. alessandro (ramberti) ti dirà che i numeri della poesia, anche della sua casa editrice sono in evoluzione, ma lui è uno di quelli che il lettore se lo va a cercare. come il fruitore di poesia va cercato, e va cercato nel dialogo e non con l’imposizione dall’alto del tipo “io son poeta e te non capisci un cazzo”: ma di tutto questo si parlerà a bazzano il 28 aprile al workshop, anche della questione editoria (e mi faccio un bel markettone eheheh: venite numerosi mi raccomando, e già siamo un gran bel numero !!!)

    matteofantuzzi

    15 aprile 2007 at 10:25

  6. io ci vengo a Bazzano. Però mi raccomando: siamo tutti poeti contemporaneissimi, anzi qualcuno è già nel futuro .-)

    gugl

    anonimo

    15 aprile 2007 at 17:46

  7. se mi dici che le cose vanno meglio, ti credo e mi fa piacere, spero che anche le librerie inizino a mutare… si spera!
    ciao

    alessandroghia

    15 aprile 2007 at 18:29

  8. eheheh… stefano già, siamo in fase discendente… 🙂

    alessandro, se le librerie non se ne accorgono… non fa niente, il sistema permette oramai (con qualche aggiustamento) di bypassare la questione libraria e la questione distributiva. pare poco ?

    (a me no)

    matteofantuzzi

    15 aprile 2007 at 22:01

  9. quale sistema? io non ho neanche il bancomat, sono tecnologicamente arretrato!!! è tanto che riesca ad usare word… non so come comprare libri da internet… forse dovrei evolvermi, ma temo sia una battaglia persa in partenza!
    ciao,
    alessandro

    alessandroghia

    15 aprile 2007 at 23:07

  10. Adesso lo leggo con calmissima.

    molesini

    16 aprile 2007 at 01:30

  11. assolutamente no, è i librai (quelli veri) possono diventare i tuoi migliori amici: chiedi a loro di procurarti i libri via internet, qualcuno magari ti dirà di no, ma ne trovai di certo qualcuno disponibilissimo a scandagliare tutto il sommerso poetico 🙂

    matteofantuzzi

    16 aprile 2007 at 21:32

  12. nella colonna di sinistra vedete il link al blog del workshop di bazzano del 28 aprile, sarà il catino dove riverseremo tutti i materiali (cartacei ecc.) che verranno prodotti. mi raccomando chi avesse già scritto gli interventi per la parte di “dibattito” del pomeriggio ci mandi i materiali a poesiainternet@yahoo.it che pubblichiamo gli atti ! (e non solo su blog, eheheh…)

    matteofantuzzi

    16 aprile 2007 at 21:35

  13. Peccato non poter essere a Bazzano, si prospettano discussioni,dati e notizie di sicuro interesse. Cmq vedo che saremo adeguatamente informati. Mi interessano in particolare le modalità con cui l’editore va a cercare (o anche ‘creare’, perchè no?) il lettore di poesia. A presto dunque, Matteo.
    Antonio

    diamine

    17 aprile 2007 at 07:58

  14. speriamo nelle discussioni caro antonio, i dati lasciamoli alle aziende 🙂

    caramente.

    matteofantuzzi

    17 aprile 2007 at 20:34

  15. alessandro chi se ne frega delle libreria, su internet trovo e compro tutti i libri che voglio, senza aver bisogno della carta di credito, si paga in contrassegno, arriva il pacco e paghi, chi se ne frega della distribuzione, ora c’è internet, ormai si compra tutto su internet. direi di non comprare più in libreria così imparano a non avere i libri di poesia. antonella

    poetienon

    18 aprile 2007 at 14:37

  16. Sul Ponte di Bazzano là ci darem la mano, noi ci darem la mano… ah no, quello era bassano 🙂

    poetienon

    18 aprile 2007 at 14:38

  17. sono appena riuscito ad ordinare un libro in contrassegno!
    per quanto riguarda i poveri librai, derisi dalle edicole, non esageriamo, anche se a volte non si attirano la simpatia del cliente… ad esempio quando hanno commessi che è tanto se leggono topolino e strabuzzano gli occhi se dici: “Roland Barthes”!
    ciao a tutti!

    alessandroghia

    18 aprile 2007 at 16:05

  18. beh, la mano ce la si può dare anche alla rocca di bazzano 🙂

    visto alessandro ? oramai sei lanciato ! poveri librai… mi associo.

    matteofantuzzi

    18 aprile 2007 at 23:55

  19. ma sì, poveri librai, ora più che mai 🙂 a.

    anonimo

    19 aprile 2007 at 06:52

  20. Io rilevo questo: la quantità di posizioni e articoli, molti interessanti e ben posti come questo di Ritrovato, volti all’inquadramento della voce poetica contemporanea.
    Credo che una delle motivazioni principali di questo dato di fatto rientri nel bisogno di “fare ordine” in un mondo letterario mai così parcellizzato e caotico.
    Se diamo credito a questo vediamo come la ricerca del “perché” sia soprattutto una necessità dell’inquadratore/trice e non una mancanza, diciamo così, ontologica del lavoro del singolo poeta contemporaneo, che magari di perché se ne sta ponendo un fracasso, considerando anche che l’implosione di “un” canone obbliga a farsi molte domande.
    Mancano, certo, buona parte delle risposte. E quale vera poesia ha mai dato risposte?

    molesini

    20 aprile 2007 at 14:31

  21. nessuna ha mai dato grandi risposte, anzi forse ha creato nuove domande 🙂
    certo bisogna sempre vedere da che parte si guarda la cosa, se l’analisi è prettamente critica o squisitamente poetica, anche se si sguarda lo stesso oggetto forse la lente dell’occhio ha forma diversa.

    matteofantuzzi

    20 aprile 2007 at 20:05

  22. in questo caso, mi pare, squisitamente critica

    molesini

    20 aprile 2007 at 22:08

  23. C’è un libro che per il suo titolo(non per il contenuto) mi rimbalza continuamente in testa: “La poesia salva la vita”, di Donatella Bisutti, Mondadori, 1992. Questo titolo mi ha dato una spinta formidabile nel cercare, negli anni, di dimostrare, nei suoi confronti, quella che Popper definiva “teoria della falsificazione”, perché in realtà la poesia “uccide” per vari motivi: ti costringe a guardarti dentro quando la vita è troppo breve per potersi permettere tale lusso; ti porta sempre e cmun

    FabioCiofi

    22 aprile 2007 at 18:16

  24. Errore di digitazione che ha interrotto il commento – pardon
    dicevo che la poesia ti costringe sempre e comunque a spostare l’attenzione, a decentrare il tuo Io quando invece un sano Io arrogante ed egoista è tutto quel che ci resta… la sto mettendo sul provocatorio unicamente per dire che ormai, dopo quindici anni che lo analizzo, quel titolo andrebbe riformulato in ” Salvatevi la vita dalla poesia!”, o non ne uscirete più. Qui ce ne sono di giovanissimi intervenuti, scappate, finché siete in tempo! Oppure restate, a godervi lo spettacolo generato dalle vostre materie. Amen
    Ciao Matteo

    FabioCiofi

    22 aprile 2007 at 18:20

  25. …macerie naturalmente, non materie.

    FabioCiofi

    22 aprile 2007 at 18:21

  26. ah ah ah, e perchè mai fabio perdersi tutto questo casino ? 🙂
    ma no… la poesia te la salva la vita, il problema è che te la incasina anche un pochetto, ecco: questo sì.

    matteofantuzzi

    22 aprile 2007 at 20:09

  27. Sei giovane Matteo, fai ancora in tempo, hai tanti interessi, scappa!…:)))

    FabioCiofi

    23 aprile 2007 at 17:31

  28. Omaha h/l arrivando a premio un.[..] Omaha h/l arrivando a premio un. [..]

    anonimo

    8 gennaio 2008 at 09:05


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: