UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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su Andrea Gibellini di Marco Bini

Nato nel 1965 a Sassuolo (MO), Andrea Gibellini esordisce “editorialmente” nel 1993 con un breve libretto, dal titolo di Le ossa di Bering (Nuova Compagnia Editrice, Forlì). In queste prove poetiche, la voce di Gibellini si muove già riconoscibile, a tratti come frenando, a tratti più sicura, nella direzione tracciata dalle letture di due grandi maestri di poesia, che egli stesso annovera fra i propri ispiratori, Montale e Bertolucci, ma anche Sereni. Il percorso che si snoda attraverso le liriche di questo primo libretto nasce sotto il segno dell’inverno e dei suoi rigori; un paesaggio ed un’atmosfera che ritraggono da vicino l’autore e il suo sentire. Un io poetico come ibernato, legato ad un battito cardiaco flebile, ma in vero mai del tutto assente. Così, le impressioni paesaggistiche che dominano il libro escono in forma impersonale, quasi come oggettivazioni di un pensiero ancora troppo timido per scoprirsi e dispiegarsi (dirsi) pienamente. Nell’atmosfera generale delle Ossa si avverte una sorta di desiderio di scomparsa di sé all’interno degli ambienti e fra i versi dei componimenti. “Ghiaccio e non altro se ghiaccio disteso, / il biancore della marea e il vento, sua meraviglia feroce. / – Che tutto, ora, si annienti, apertamente”. La fatica del dare una misura all’esperienza che suscita il sentire poetico sfocia in aperto spaesamento di fronte al muro della realtà, nel quale l’io-lirico cerca un pertugio, una fessura attraverso la quale spiare gli oggetti della propria osservazione.
Certamente, Gibellini compie in questo senso l’onesta operazione, di chi salpa alla ricerca della propria voce aggrappandosi alle spalle dei propri maestri, controllando la tendenza narrativo-prosastica che irrompe direttamente da dentro il testo ad allargarne i confini di respiro in uno slancio emotivo comunque contenuto sotto l’egida della stagione invernale. In questo senso, mi sembra pertinente affermare che le
Ossa siano una sorta di diario di formazione poetica, la cronaca della ricerca di una lingua personale. È giungendo alla fine del libro, con l’ultimo testo dal significativo titolo di “Canto” che nelle cose, finalmente, viene riconosciuta una certa vita, una ragione primaria del proprio canto, una subitanea «gioia che fiorisce dal sangue». È dunque ora di mettere da parte «l’impassibilità, la vera sofferenza» in favore di una certa felicità del calarsi nel mondo e del dirne senza schermi dietro i quali ripararsi. Così, addirittura, il poeta giunge a chiamarsi per nome, come invocandosi per intraprendere un cammino rinnovato («E chi sei tu, Andrea, gatto nascosto / fra l’erba alta»). Una poesia, quella di Gibellini, che sembra proiettarsi da questo momento verso una vita del presente, del qui e adesso.
Nel libro successivo,
La felicità improvvisa (Jaca Book, Milano, 2001) la poesia di Gibellini si muove alla ricerca di risposte alle domande che si pone sin dal libro precedente. E lo fa percorrendo ambienti fatti di urbanità disordinata e desolata, nella confusione di un’osservazione fatta di scorci e impressioni di paesaggio pregne di ricerca esistenziale. Nella fine della stagione dei rigori, nasce un atteggiamento poetico diverso, che muta i propri orizzonti discorsivi, in una ricerca di sé e della propria voce che si fa in questo libro motivo urgente della scrittura e del modo di porsi: “non riconosco la stagione / ma non è, credimi, / inverno – / l’anima di una disfatta stagione / sembra un calmo mattino estivo -”. Se nelle Ossa la prevalenza era di un atteggiamento lirico impersonale (quasi un paradosso!) «come scontando e insieme rispettando l’impedimento dell’inverno»15, nella Felicità il canto è intonato da subito in prima persona, in un quadro in cui la presenza umana è ridotta al lumicino. Non che nelle liriche di Gibellini non si avvicendino personaggi di diverso tipo, ma sono perlopiù elementi di un paesaggio da osservare nel suo complesso, dunque nulla che esca davvero come figura compiuta e protagonista. Dunque, più Gainsborough che Delacroix, più appartenenza ad un contesto naturale ed urbano in quanto elemento della composizione, che ritratto in primo piano. Ed è nella compenetrazione degli elementi (paesaggio urbano e natura, città-cemento ed elemento umano) che l’io lirico mostra i segni del proprio spaesamento; è come se nelle cose ci fossero degli sgretolamenti interni, che vengono avvertiti come da un sensibilissimo sismografo, che fatica a darne misura e definizione. Non a caso, nelle poesie della Felicità ricorrono spesso formule che alludono ad una incapacità di dire, di definire o di osservare compiutamente le cose, nella loro globalità: «che io non vedo», «che non ho visto», «che non so» e altre in questi termini. Il merito della pronuncia di Gibellini, in questi frangenti, è di rimanere attaccata a sé stessa, elevata ed elegante, sempre intellegibile, senza concedere nulla alla tentazione della frammentarietà e dell’afasia, sempre procedendo per successive prese di coscienza. In questo, si vede una voce che sta maturando nella propria sicurezza, una voglia di “dire” con la propria pronuncia le cose del mondo, una «gioia della propria voce», come suggerito da Galaverni, che riscatta in qualche modo le comprensibili difficoltà di focalizzare una propria identità di poeta, ben sintetizzate in uno dei pezzi più interessanti della raccolta, In treno: «Per loro potrei essere chiunque. / […] / Ma io non sono nessuno e nulla di tutto ciò. / A volte non sono neanche me stesso. / Sono solo uno che viaggia / da un luogo ad altro luogo». Tuttavia, nulla è dato, in nessun momento, per scontato. Alla fine del libro, cambiano sia la stagione che, assieme a quella atmosferica, la temperatura della sua scrittura. In sei strofe di sfogo e vocazione al rinnovamento della propria poesia, si succedono immagini autunnali cariche di colori come mai prima. L’io si trova davanti ad un bivio espressivo, ad una nuova svolta, ad un nuovo sussulto della sua percezione. Ma su quell’albero su quella casa non sei mai salito / vorresti ripararti e fuggire alzandoti dalle cose / […] / E non scappare / raccogli le tue cose dal giardino-asilo desolato / […] / raccogli le tue cose e non scappare”. Bringing it all back home, ‘riportarsi tutto a casa’, come recitava il titolo di un famoso disco di Bob Dylan, ed è questo l’imperativo morale che pare imporsi Gibellini; fare tesoro del proprio percorso di acquisizione di una voce propria, personale e capire che la propria poesia necessita di stare hic et nunc per continuare ad essere canto sincero e ottimista verso sé stesso e la propria identità. E forse, qui si è delineato un possibile percorso per la poesia di Gibellini, una poesia che brucia al fuoco delle proprie domande e dei problemi che si pone, senza consumarsi mai nella stanca ripetizione di sé stessa, che sente di dover percorrere, perché «ogni cosa al presente non implode», ma può implodere o anche esplodere nello sperimentarsi voce sempre possibile, evitando gli adagi su posizioni già acquisite.

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Written by matteofantuzzi

23 febbraio 2007 a 21:06

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20 Risposte

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  1. e concludiamo con questo short su andrea gibellini il lavoro di marco bini “estrapolato dalla sua tesi” grazie a marco, e buona lettura.

    matteofantuzzi

    23 febbraio 2007 at 21:10

  2. SABATO 24 FEBBRAIO 2007 – alle h. 18.00 incontro con VINCENZO DELLA MEA presso
    ‘EQUILIBRI’ libreria
    via seminario 8 – 34170 gorizia
    tel./fax: 0481 532128

    Il circolo Arci Equinozio organizza 4 incontri di letture e convivialità a Pero (Milano) in via Turati 21 (metropolitana Molino Dorino) dalle ore 21 del sabato: sabato 24 febbraio: Lorenzo Mari, Patrizia Rigoni e Massimo Sannelli

    Incontro con Giuseppe Conte
    Reading e Intervista al poeta di Francesco Napoli
    Sabato 24 febbraio 2007, ore 20,30
    Casa della poesiaAstrolabio Biblioteca–MediatecaConvento francescano della SS. Trinità, Baronissi (Salerno)

    lunedì 26 febbraio, ore 21.00 al Teatro Binario 7 di Monza GABRIELE FRASCA proporrà il reading Merrie melodiesPOESIAPRESENTE, stagione poetica di incontri e studi 2006/2007
    Per un anno la poesia nel cuore di Monza
    Secondo ciclo: LA POESIA NELLA VOCE Dodici reading d’autore pongono al centro dell’attuale ricerca poetica oralità e performance Teatro BINARIO 7
    Via Turati 8 (piazza Castello, stazione FS) MONZA
    INGRESSO LIBERO

    matteofantuzzi

    23 febbraio 2007 at 21:29

  3. Approfitto di quest’opportunità per salutare il mio coetaneo e caro amico Andrea Gibellini che, soprattutto per colpa mia, non sento da un po’ troppo tempo. Oltretutto Sassuolo è a due passi dalla “mia” Carpi…

    FilippoDavoli

    24 febbraio 2007 at 01:04

  4. ciao Andrea anche da parte mia: ricordi ci siamo conosciuti all’università di Oxford alla Taylorian Library in occasione id quella vostra lettura collettiva? c’era anche il traduttore di Jamie, Luca Guerneri di cui ho perso traccia. poi andammo tutti a bere all’Eagle and Child con Martin e Peter e gli altri del dipartimento di Itaiano?! scattai diverse foto che ho, dove ci sei anche tu, e un ‘gruppo in posa’, addirittura….se ricordi. un caro saluto , erminia passannanti

    supernatural

    24 febbraio 2007 at 07:22

  5. Gibbo! che le felicità improvvise ci travolgano!

    Christian

    anonimo

    24 febbraio 2007 at 21:06

  6. Ritengo che Andrea Gibellini sia uno dei poeti più autentici che mi sia capitato di incontrare e non solo perché devo a lui una pubblicazione di mie cose su clanDestino accompagnate da un suo pertinente e acuto commento… Gibellini è un poeta vero ed è fuori discussione…
    Se volete rimandi critici più puntuali, vi consiglio il bravo Galaverni…
    Mi piace anche che sia così riservato, pudico ed aristocraticamente appartato…
    Ciao Gibo, spero di rivederti presto…

    andrea margiotta

    anonimo

    25 febbraio 2007 at 02:04

  7. saluto tutti caramente, felice che questa proposta vi piaccia, sottolineo che il lavoro è di marco bini (proprio sotto lo sguardo di bertoni e galaverni sotto i quali era durante il lavoro di tesi di cui questi sono estratti) quindi anche per la riservatezza di cui parla andrea margiotta non so se andrea gibellini avrà modo di partecipare a questo piccolo ragionamento sulla sua poesia. rimanga appunto il lavoro di marco, anche perchè non è che la poesia di qualità viva solo tra le persone più esposte, spesso quella “appartata” ha molto, molto più da insegnarci.

    matteofantuzzi

    25 febbraio 2007 at 09:24

  8. figli di enne enne riapre i battenti (www.figlidienneenne.it), con un sito vero e proprio, suddiviso in diverse rubriche e con un archivio.
    per ora i file audio sono solo ascoltabili in streaming ma al più presto contiamo di renderli anche scaricabili.
    il progetto riprende con dei piccoli cambiamenti. quello più evidente è che gli aggiornamenti non avranno una cadenza precisa quanto piuttosto saranno un vero work in progress.

    matteofantuzzi

    26 febbraio 2007 at 20:49

  9. comunicazione dell’ultimo minuto: questa notte dopo le 02.30 è previsto 1 speciale di rai educational su rai1 su andrea zanzotto.

    sperando baudo non strafori col festival e lo cancellino, io me lo registro e poi si vedrà. comunque piuttosto che certi filmacci che la rai presenta in prima e seconda serata… almeno la seconda serata di rai 2… ma anche la terza di rai 3… se la poteva permettere.

    sinceramente. perchè sanremo è sanremo… ma zanzotto è zanzotto…

    matteofantuzzi

    27 febbraio 2007 at 21:26

  10. domani sera 2 marzo alle ore 21 luigi nacci all’hotel della rocca di bazzano (bologna)

    anonimo

    1 marzo 2007 at 17:08

  11. comunicazioni di servizio:

    in questo momento splinder non mi permette di postare il nuovo pezzo. lo farò appena possibile, spero che le problematiche si risolvano in tempi decenti (splinder maledetto)

    questo pomeriggio alle 18 presento “la linea del sillaro” alla libreria coop del centro commerciale leonardo di imola (bo) con me salvatore della capa e i poeti maurizio brusa, gianfranco fabbri, fabrizio lombardo e stefano massari.

    questa sera alle 21 lettura al “caffeina” di via appia sempre a imola. assieme a me della capa, fabbri e massari.

    in questi giorni su “oboe sommerso” di roberto ceccarini sono letto da anila resuli. è una selezione della parte di “kobarid” già apparsa su nazione indiana.

    matteofantuzzi

    3 marzo 2007 at 10:27

  12. C’è da esser lieti (e utilmente aggiornati) quando si leggono post e commenti come questi.
    Antonio F

    diamine

    3 marzo 2007 at 23:54

  13. Paludo all’intervento di Marco perché a differenza dei compendi di Niva Lorenzini, che pur hanno trattato argomenti affini, mi suscita un problema di lettura. Io conosco poco Gibellini, ma non credi Marco che ci possa stare dietro Caproni all’auto-estraniarsi nel testo per poi rincorrersi sul bavero della veste. Un voler e non voler raggiungersi…Sono contento quando citi Sereni e Montale e inquadri al discorso di presenza, per molti critici datati perché attempati si tratta di interpretare la poesia dalla tradizione per dire qlc sul presente. Studiare la poesia in quanto presente, che dice innanzittutto qualcosa sul presente e di rimando sulla tradizione no? Mi sembra che il tuo lavoro parta dal presupposto di tre esempi storici di poeti nati negli anni ’60, e come tale tenti una mappatura di quella generazione a partire dai poeti più riusciti, ma non per questo si ferma ad incollare le esperienze alle catene per ciechi della storiografia letteraria. Chi vuol vedere, veda…

    Guido mattia Gallerani

    anonimo

    8 marzo 2007 at 19:36

  14. Mi scuso per il ritardo in cui pubblico il commento, che forse è fuori tempo massimo. è faticoso tenersi aggiornati nei tempi azzerati del blog letterario…saluti

    GMGallerani

    anonimo

    8 marzo 2007 at 19:38

  15. Eccomi a rispondere con i miei soliti tempi da bradipo…
    Mi fa molto piacere quello che hai scritto, Guido, mi rincuora sul fatto di essere riuscito a comunicare ciò che mi ha colpito in Gibellini.
    Mi sembra interessante anche il suggerimento che dài sulla vicinanza a Caproni, io non ci avevo neanche pensato, forse perchè l’ho avvertito poco (o comunque meno dei citati Montale e Sereni) e dunque la lucetta non si è accesa…
    Una cosa che posso dire è questa: il lavoro non parte tanto dagli esempi per tentare una mappatura (nella tesi completa ho più volte detto che non volevo suggerire un canone in nessun modo); piuttosto sono partito da considerazioni storiche e socio-letterarie sul presente e i percorsi di una generazione che fatica ad emergere con le proprie peculiarità e le proprie personalità, al contrario dei loro predecessori di poco più “anziani” (la generazione di Magrelli, Valduga, De Angelis e coetanei, per citarne qualcuno), per le ragioni più diverse, ma con un unico risultato: sembra che, giunta a loro, la linea si blocchi, che improvvisamente diventi impossibile seguirne il corso (e qui le responsabilità, lo sappiamo, sono molteplici e di tanti).
    Ho poi scelto quattro autori (oltre a Riccardi e Gibellini, anche Febbraro e Dal Bianco) non come “piccola antologia”, ma per esemplificare la varietà di scritture dei “quarantenni” con alcuni degli esempi che ho più amato, o che mi hanno in qualche modo colpito (ad esempio, Dal Bianco l’ho usato in funzione antitetica al concetto di “fiducia” sul quale ho fatto girare tutto il mio lavoro, perchè diversi passaggi del “Ritorno a Planaval” esprimono un certo scoramento lirico e nei confronti della lingua). La scelta di questi quattro è stata dunque funzionale a ciò che avevo detto più in generale nella prima parte – e per una ristretta scelta come questa, a tanti altri è toccato di non essere analizzati -.

    Spero di aver risposto con completezza, e spero di vedere presto un tuo post su UP, magari su Giampiero Neri, del quale (e me ne vergogno) non so praticamente nulla.

    Marco Bini

    anonimo

    10 marzo 2007 at 09:57

  16. i tempi sono “stretti” (ma molto meno che altri blog) ma non è che i discorsi si accantonino.

    attendo anche io il lavoro su giampiero neri 🙂
    per quello che mi riguarda hai carta bianca.

    matteofantuzzi

    10 marzo 2007 at 18:51

  17. Non puoi non leggere Giampiero Neri. Tutti i giovani poeti quando bazzicano a Milano vanno da Cucchi. Io da Neri. Leggilo e si capisce facilmente il perché. Non che Cucchi non sia valido, anzi, poi è molto attento ai giovani in poesia, molto inserito nell’ambiente. Ma Neri, fratello di Pontiggia, viene da una storia familiare tra le più innovative del secondo novecento…Cucchi se vuoi dirige da amministratore i suoi circoli poetici, come forse dev’essere per chi come lui occupa un posta nella più grande casa editrice italiana. Con Neri invece, per tutti quelli che ci hanno avuto a che fare, il rapporto è all’insegna del personale e credo che per chi, giovane, voglia imparare qualcosa su come usare linguisticamente e poeticamente la sua sensibilità vi troverà sempre l’affabilità che si addice spesso ai grandi, la capacità di una distanza e di una vicinanza al contempo sulla poesia, un dosaggio attento sui limiti tra moda ed esigenza, tra commercio poetico e reale bisogno di trovare in una scrittura da farsi propria le domande che possono colpire chi si affaccia per la prima volta alla poesia…

    PS: il mio lavoro su Neri è una tesi soprattutto di teoria della letteratura, abbastanza accademica, sul problema di una conoscenza oggettiva in letteratura. Non so quanto possa inserirsi in una sociologia poetica come quella che stiamo affrontando. Magari dovrei lavorare su un estratto più mirato…grazie della disponibilità!

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    11 marzo 2007 at 13:13

  18. manda guido… manda… 🙂
    a onore di cronaca diversi giovani e non giovani poeti mi hanno parlato di cucchi in maniera umana e fraterna, non ho mai avuto occasione di conoscerlo personalmente, anche se ha parlato di me sullo specchio, ma non credo che sia solo lo spietato amministratore a volte indicato…

    comunque concentriamoci su neri che oltre a guido ha parecchi parecchi estimatori, e poi le domande che ti poni guido sono domande che ci poniamo tutti, e allora ben vengano le tue risposte ai nostri interrogativi comuni

    matteofantuzzi

    11 marzo 2007 at 15:09

  19. Il rapporto tra Cucchi e Neri è lo stesso che intercorre tra un manager di calcio e un allenatore…Cucchi va bene per chi, anche tra i giovani, ha già una sua poetica ben definita. è colui che decide la formazione da mettere in campo per la divulgazione poetico-letteraria, per le normativizzazioni di canone tra i giovani poeti italiani. Neri, per me, e così è personalmente, è quel tipo di allenatore che non ti fa solo lavorare sodo con 10 giri di campo, ma ti aiuta a formare le tue potenzialità e a sfruttare in bene le tue debolezze. A livello pedagogico, questa credo sia l’importanza e il messagio della sua poesia.

    GMG

    anonimo

    13 marzo 2007 at 19:45

  20. (POESIA DI LUIGI DI RUSCIO TRADOTTA IN PROSA)
    chiudere un porco vero nel reparto non un porco normale un porco insomma un maiale insomma chiuderlo nel reparto per otto ore vediamo come reagisce l’associazione protezione animali vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà un maiale schianta strozza impazzisce si indemonia vediamo se è ancora commestibile vediamo se il sistema nervoso non gli si e spezzato vediamo se è diventato impotente con il sesso aguzzato e torto come un cavatappi se è sopravvissuto allo schianto liberiamo il maiale portiamolo nelle tante terre abbandonate e che pascoli e scovi radici e preziosissimi tartufi sopravvissuto ad uno schianto atroce ora godi sgambetta liberato respira arie pure saziati pero la proposta dimostrativa non può essere accettata il maiale e stato selezionato perché ingrassi tenere bistecche di maiale sottilissime fette di prosciutto e ingrassi un grassissimo cervello per la schifosa coppa di maiale saziati ingrassa riposa ti aspetta un lungo coltello chi lavora in un reparto è stato selezionato per tutta una cosa diversa resisti allo schianto per tutta una stagione sei un animale diverso farti a pezzi non serve a niente devi resistere intero sarai selezionato sempre meglio sino a che non scoppi metti un uomo nel reparto chiudili dentro per otto ore consecutive vedi come reagisce prendi un uomo dell’umanesimo staccalo dai quadri affreschi dei grandi umanisti prendi questo uomo umanizzatissimo vedi come reagisce fare moltissime prove vediamo cosa succede vedi se diventa pericoloso (può diventare pericoloso chi lavora in una fabbrica per infinite ore consecutive può diventare molto pericoloso controllate tutti i telefoni apri il suo cervello vedi cosa medita misura la sua rabbia aspettati che scoppi)

    anonimo

    23 gennaio 2008 at 09:43


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