UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Puro e folle di Marco Merlin

Come ben sappiamo, le grandi case editrici hanno congelato la poesia: non pubblicano più poeti giovani, mentre qualche decennio fa era persino possibile esordire in una collana a diffusione nazionale. Siamo fermi alla “generazione del sessantotto”, quella che, magari in contrasto con l’Accademia, ha occupato gli spazi mediatici al tempo del “boom” della poesia. La generazione dei quarantenni è rimasta in una zona limbica, sospesa qualche volta per effettiva mancanza di “voce”, talvolta sacrificata dalla “stretta editoriale” di cui parla Giovanardi nell’introduzione ai Poeti italiani del secondo Novecento, dove, non a caso, non si prendono nemmeno in considerazione i poeti che non hanno pubblicato presso un editore di livello nazionale. Ovvero: in tempi di omertà della critica, quando non si ha la forza e il coraggio di indagare in territori impervi, di frontiera, la classifica delle vendite o la ragion di mercato s’impongono sul campo come effettivo criterio di valore.
Si sono fatte molte considerazioni in merito: la poesia non vende, la poesia è morta, nemmeno i poeti leggono i poeti… e così via. Ma queste sono stupidaggini da provinciali, che nascondono un’imperdonabile ignoranza oppure una precisa volontà politica (sia pure di politica culturale). Da quanto tempo il mercato si è specializzato nel creare richieste? Da decenni siamo piegati dal bombardamento mediatico a soddisfare bisogni indotti, a farci consumatori di prodotti che non hanno alcun valore intrinseco. La narrativa italiana è un colossale esempio in cui non mi addentro.
All’ombra di questo movimento globale, le resistenze locali (le tradizioni) non hanno saputo opporre valide alternative, non hanno saputo smontare il sistema. Per cui non c’è angolo del paese da cui non si alza la voce di protesta di una parrocchia di poeti trascurati da questa mafia colossale e invisibile. Le riviste sono il campo privilegiato di questo coro di proteste: spesso anche nelle pagine più intelligenti si annida il vizio della contrapposizione, l’acredine di chi invidia il proprio nemico ed è frustrato perché non riesce a ottenere un potere alternativo.
I più spietati hanno colto l’occasione per il grande business: fare soldi con la poesia. Chiedere a chi vuole pubblicare i danari per la stampa del libro e per un lavoro, inesistente, di editing, di critica, di promozione. Speculando sulle illusioni e sulle ingenuità altrui democraticamente equiparando, magari con minimi aggiustamenti economici, operai, casalinghe, notai ed avvocati. Vanity Press.
La poesia si appiattisce sui propri surrogati, gli scrittori più sensibili si irretiscono e snobbano il sistema negli atteggiamenti e nello stile, restando beatamente insediati al suo interno, mentre il malessere generale che cerca sfogo nella scrittura poetica (in quanto intimamente terapeutica) viene alimentato dagli sciacalli, dai ruffiani, dai gestori di case (editrici) chiuse, cioè apertissime a tutti.
E il circolo vizioso si serra: ecco che ci si lamenta che troppi scrivono e che nessuno legge, che l’Italia è un paese di dilettanti, e così via. Intanto qualcuno tira su una villa coi soldi dei suoi amici poeti, che magari sono gli stessi lettori dei suoi libri; qualcun altro si autoimbalsama nelle antologie che si impongono al mercato per inerzia, compiendo consapevolmente un atto di ingiustizia nel confronti della cultura reale del paese, del lavoro semisommerso e profondo che la poesia continua a tessere, qualche poeta ex-frustrato fa l’occhietto ai cantanti e si esibisce in piazza; qualche critico sale alla ribalta dicendo che la poesia è morta, oppure firmando centinaia di prefazioni all’anno cavalcando l’onda e girando anche lui l’Italia, parrocchia per parrocchia, pagato e riverito. I critici che capiscono, stanno zitti, perché il lavoro da fare sarebbe eccessivo, e forse ormai gli strumenti adatti non ci sono più.
Ma, finalmente, ecco che sale alla ribalta una generazione di giovani che va costruendo spazi alternativi, che rovescia l’esilio (editoriale e sociale) dei fratelli maggiori in una sana e irriverente libertà, magari sfruttando l’ansia di invecchiamento dei padri che si accorgono che per essere grandi poeti bisogna aver appestato il futuro coi propri figli. Furbi come colombe, passeggiano nelle scuole di poesia che prendono piede sui giornali, tornano a dialogare e a inquietare le accademie, si sforzano di fare poesia sull’equilibrio delicatissimo tra la lingua del proprio tempo (il palcoscenico dei canzonettari) e la lingua di sempre (la tradizione che insegna a tradire, che ha nei propri geni la tensione al futuro), occhieggiano su diverse e assai differenti (per impostazioni e “spirito”) antologie.
Il lavoro di questa generazione, in verità, è cominciato da molti anni. Chi scrive, per esempio, ha dato vita alla rivista «Atelier» nell’indifferenza generale, mettendo per anni pagina su pagina, edificando articolo dopo articolo un discorso sulla poesia che parte dalla sovraesposta presa di coscienza della situazione attuale.
Ora, lo sbocco naturale (fisiologico) che si cerca di promuovere è semplice e devastante: pubblicare, gratuitamente, poeti ritenuti davvero meritevoli, sulla base di un pensiero critico ampio e non improvvisato. Poeti giovani o meno giovani, non importa, ma possibilmente e preferibilmente inediti e sconosciuti (o rimossi) dalla critica. Squalificando verso su verso il lavoro degli editori avvoltoi, scommettendo sul valore alla pari con le grandi case editrici, senza complessi di inferiorità. Così oggi qualcuno può dire: “No, io non pago per pubblicare”. Oppure: “Vedremo, tra venti o quarant’anni, che cosa si leggerà ancora”. Ed altri: “Non scrivo per l’Editore, scrivo con la schiena dritta, consapevole della responsabilità di quello che faccio, e basta”.
Quanti poeti viziati nella loro opera fin dall’origine da un’ansia di riconoscimento, da un desiderio di carriera o da una frustrazione insensata, devono sentirsi affascinati da questa terribile e ingenua leggerezza che incombe? Quanti direttori di Grandi Collane si sentiranno chiamati a rendere conto delle loro scelte, dei loro piani, di fronte al potere sovversivo della semplicità, dell’autonomia, della libertà, e forse persino della debolezza della poesia che riprende a ossigenarsi in questi nuovi spazi del poetico?
Come nella barzelletta: tutte le formiche, scrollate dall’elefante che calpesta il loro formicaio, gridano all’unica che è rimasta in groppa alla bestia: “Strozzalo!”.
Ma le dighe crollano, se filtra anche una sola goccia d’acqua.
Parsifal è il nome di colui che penetra la valle, che feconda la terra sterile, ‘puro e folle’. Colui, si badi di bene, che non pretende affatto di essere il più bravo; anzi, egli è fiero della propria ignoranza. Ma è proprio la sua semplicità a renderlo degno di un destino di purezza assassina.
La sfida che si lancia è questa: fate, vi prego, molto meglio di noi. Se ci riuscirete, ci consolerà il merito di avervi insegnato la strada.
Noi che siamo pronti, se affascinati, a dare tutto per nulla, come solo i pazzi fanno. Mandateci il manoscritto giusto, e ve lo dimostreremo.

da Hebenon, VII, 9-10 . 2a serie ora in Marco Merlin, Nodi di Hartmann, edizioni Atelier – 2006

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Written by matteofantuzzi

3 febbraio 2007 a 13:38

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49 Risposte

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  1. grazie a marco, l’articolo è estatto appunto da Nodi di Hartmann che apre la nuova collana di critica letteraria “900 e oltre” curata da Giuliano Ladolfi. L’articolo è del 2002, ma le cose (noterete) dopo un lustro sono sostanzialmente identiche. è una delle questioni della poesia dove i tempi sono quasi eterni…

    matteofantuzzi

    3 febbraio 2007 at 13:42

  2. Antonio Prete con “Della poesia per frammenti” è il vincitore del Premio Speciale della Giuria “Opere Scelte – Regione Veneto”. Premio Lorenzo Montano, ventesima edizione.

    Centro Culturale San Carlo
    sala verde ( 1° piano)
    – corso Matteotti, 14 MILANO – MM1 San Babila
    Mercoledì 7 febbraio- ore 18.oo
    presentazione dell’antologia
    curata da Alina Rizzi

    Donne di parola

    trentadue poetesse contemporanee
    Traven books editore, Bolzano 2005 Introducono Luigi Cannillo e Alina Rizzi. Tra le autrici pubblicate leggeranno loro testi le poetesse: Antonietta Dell’Arte, Gabriela Fantato, Annalisa Manstretta, Alina Rizzi, Maria Pia Quintavalla .

    matteofantuzzi

    3 febbraio 2007 at 13:47

  3. Marco, oltre ciò che uno può nutrire nei confronti dei tuoi editoriali, oltre le linee ancora semoventi in volontà di storicizzazioni di Atelier (alle volte con fini nobili, riguardo Bacchini, ma non amo proprio la via dello sbandierare canonizzazioni), la strada dello spazio che hai contribuito a creare, non è stata per me e per molti altri poeti di insegnamento, se vuoi perché impegnati a costruirne altre. Nessuno nega che il lavoro di Atelier sia stato buono, riguardo le pubblicazioni, o contribuendo alla comunicazione di tanti poeti, però non si capisce il perché rivendicare una paternità su un movimento, i cui confini sono tra l’altro ancora da delineare dal punto di vista sociologico, antropologico e formativo nelle scritture, e non solo facendo riferimento in modo così vago all’ambito editoriale. Cordialmente,
    Christian Sinicco

    anonimo

    3 febbraio 2007 at 18:40

  4. Recensirò, anch’io, l’ultimo di Merlin in “La poesia e lo spirito”. Volume che gentilmente, nonostante i nostri antichi ‘scazzi’, mi ha fatto pervenire. E questa è educazione e segno, per chi uomo di codice.
    In effetti, seppure le nostre passate divergenze, devo riconoscere che questo, di Marco, ̬ un bel libro, che ho letto a valanga, chiaro, coerente, indicante una linea (una sua linea, alla quale ̬ stato per anni fedele Рe ancora lo ̬, ad essa fedele, visto che ha deciso di testimoniarla, ora, su carta Рuna linea che parte dal 1995 e corre fino al 2004).
    Riguardo Merlin si potranno avere, ovviamente di mio, ancora perplessità per quel che concerne l’aspetto poetico-creativo (ma ciò rientra nell’aspetto critico più alto), così come si potrà confutarlo per le ormai passate teorizzazioni sul ‘generazionale’ (che mai condivisi), oppure per come ha ceduto a certe lusinghe editoriale, senza prima riflettere su quello che gli avrebbero portato (essendo stato, lui, uomo comunque ‘guida’ per molti, al contrario dei più, che neppure sono stati o sono accompagnatori di sé stessi), ma per ciò che racchiude qualità come: impegno, militanza, disposizione nei confronti dei poeti della sua età e più giovani (e non solo), così per come ha tenuto l’urto dei ‘potentati’ nella prima fase di Atelier (quando aveva quasi tutti i ‘pesci grossi’ contro, e lui duellava solo)… non posso che fargli tanto di cappello; perché lottatore lo è stato, come ancora lo vorrei… e da questo libro, anche tale aspetto, affiora più che evidente.
    Del resto, nel 1998, quando smisi di dirigere “Origini”, seppure io non suo referente o ‘maestro’, ma solo amico per stima, un sorta di testimone, simbolicamente e anche pubblicamente, glielo avevo consegnato… e non a caso, visto che poi, nel panorama italiano, per un buon numero di anni, la poesia lineare di qualità è passata dalle sue mani (e da quelle di Ladolfi) e da esse è stata custodita e innalzata meritoriamente.
    E che infine si riconosca là dove il valore, e non solo si detragga.
    Nei confronti di Marco, sciamato il rancore dovuto a delusioni più che altro di stampo umano-comportamentale, nulla ho più di mio, così da essere pronto, ancora, ad eventuali avventure vissute assieme, se ci saranno le occasioni.
    Questa è la mia posizione, e, assieme a me, di altri amici.
    Così come in parte aizzaia, nei suoi confronti, la lapidazione, nel blog di Atelier, adesso sono il primo a domandargli scusa e a tendergli la mano, qualora vorrà ristringermela.
    E “Nodi di Hartmann” è stato stimolo perché giungessi a questo…
    E da un libro, oggi, che altro si potrebbe domandare?

    GianRuggeroManzoni

    4 febbraio 2007 at 05:00

  5. “Mandateci il manoscritto giusto, e ve lo dimostreremo.”
    Vuol dire anche “Mandateci il libro giusto” e vi faremo la recensione?
    Non capisco
    Sebastiano Aglieco

    anonimo

    4 febbraio 2007 at 11:28

  6. C’è quel bellissimo film di Scott (che piacque molto a Rossellini ) i Duellanti: con Merlin ho duellato e riconosco una sua qualità nel combattimento, che poi è anche una qualità dei piemontesi, tra i miei preferiti delle tante italiche anime … Anche se io credo che lui abbia delle contraddizioni e lacerazioni interiori molto accese (tutti ne abbiamo, ma lui è realmente un po’ scisso…) …
    Secondo me, ha anche una tendenza sadomaso: lui si “innamora” di quelli che lo trattano male, dunque anche di me 🙂 e spesso tratta male…
    Questo suo scritto del 2002, se confrontato con l’approdo nella grande editoria di oggi, non fa che rimarcare questa ambivalenza…
    E, più che su una furbizia o opportunismo dell’autore (che per me ha fatto benissimo a pubb. da Einaudi e pochi non lo avrebbero fatto), mette invece il dito nella piaga di una debolezza teorico-propositiva, della serie: “noi sì che vogliamo fare un lavoro onesto e serio sulla poesia, noi siamo Parsifal. i puri e coerenti e folli: mica la grande editoria, dove poi però il “capopopolo”, il delegato sindacale va a finire, senza tanta follia ma con parecchia lucidità e lungimiranza…
    Con questo, non sminuisco il lavoro un po’ unidirezionale svolto da Atelier e molti poeti che mi piacciono come Italiano, Baldi, Gabriel DelSarto e Cera Rosco, oltre alla mia favorita Calandrone, hanno pubblicato lì…
    Ed anche lo stesso Fantuzzi…

    Ricordo pure un’altra bella rivista che preferivo ad Atelier: clanDestino…
    Ha svolto (e svolge) un buon lavoro…
    Se questo suo libro mi capiterà per le mani – potrebbe essere l’occasione per ri-considerarlo come critico… So che parla anche di DeAndrade, poeta brasiliano che a me piace…
    Un critico che ho sempre considerato intelligente anche se idealmente lontano da me e dai miei gusti è Cortellessa: per ora, valorizzo quel che ha detto del nuovo libro di Aldo Nove e spero mi sorprenda ancora…
    Quel che dice Sebastiano (che, per quel che ho letto di entrambi, sento e riconosco più poeta di Merlin) ha un suo fondo di verità…

    andrea margiotta

    rondons

    4 febbraio 2007 at 15:45

  7. In effetti questo passo è interessante e condivisibile. Non ho letto il saggio ma mi riserbo di farlo presto, così come lessi il saggio passato su Interlinea (che ammetto alla lunga mi parve un po’ stucchevole) e così come la raccolta Einaudiana di cui ho avuto modo di scrivere sui blog mettendo in risalto cosa mi convinceva e cosa no. Non da critico ma come puro parere personale! Chi mi conosce sa che ho sempre scritto e detto quello che pensavo nel bene e nel male, nel mio piccolo, così, come per esempio, nel post precedente. Così come ho condiviso l’esperienza di Oltre il tempo che trovo ancora oggi, a distanza di tre anni, attuale.Lo spirito battagliero di questo testo ripeto è condivisibile, il tempo poi, come sempre, sarà galantuomo e ci dirà come andrà a finire…Chi vivrà vedrà! Buon lavoro ad entrambi
    Luca Ariano

    anonimo

    4 febbraio 2007 at 15:48

  8. Avverto la necessità di intervenire per fare una considerazione di fondo: se da un lato è condivisibile il ragionamento di Merlin sulla inattendibilità di una selezione di autori attraverso il solo filtro dell’editore nazionale (con tutta la ricchezza e i corollari del suo discorso critico) dall’altro si dovrebbe però coerentemente ammettere che non si possono proporre setacci alternativi in grado di dare garanzie significative. E ciò per la semplice ragione che scoprire e valorizzare poeti meritevoli (che magari s’esprimono con l’idioma locale) avverrà sempre con opinabili criteri, spesso in base a non troppo scientifici passaparola o a fortuite coincidenze. Insomma, potremo sempre scoprire, anche dopo avere ridisegnato il panorama nazionale come più giusto ci sembrava (per le nostre informazioni e il nostro spirito critico), che c’erano cento poeti altrettanto o più meritevoli dell’improbabile Gotha nostrano. Più che il Tempo forse, galantuomo sarà il Caso…
    Antonio Fiori

    diamine

    5 febbraio 2007 at 11:41

  9. Qualcosina al volo, da scuola, durante una ricreazione. 1) Grazie Matteo dell’ospitalità 2) A distanza di anni, riscriverei tutto con qualche correzione di concetti per sciogliere certe ambiguità, abbassando il tono a tratti troppo muscoloso 3) Sarebbe ora di finirla con la mitologia: non c’è mai stato un prima e un dopo Einaudi, per il sottoscritto; anzi, ora sono più solo che prima, e sempre ho parlato di confronto a tutto campo, fuori da contrapposizioni semplicistiche (che magari riducono a male la grande editoria esattamente come esaltano a bene la piccola) 3) La mano si rifiuta solo ai serprenti, solo alla cattiveria gratuita, solo alla malizia, solo alla precisa volontà di fare del male – tutte cose di cui ho fatto, per carità nel mio nulla e nella miserevole regione della vita che è la “società letteraria” (altro della tutt’altro che miserevole esperienza personale della scrittura) 4) i “nemici” (ma già pensare alla loro esistenza è darsi un tono), per quel che mi riguarda, non li ripago né con l’odio né con l’amore, ma con l’indifferenza 5) sono uomo terra-terra e il contenuto del pezzo riportato è semplice: il “merito” che si vuole esibire non è quello di cambiare canoni o pubblicare capolavori, ma di lavorare in modo credibile pubblicando gratuitamente cose in cui si crede. “pubblicare – gratis – cose in cui si crede”: questa è la goccia che può far crollare la diga. L’invito a fare è meglio non è reale: basterebbero 4-5 collane di poesia “credibili” per cambiare le cose. E, come dico nell’articolo, queste collane non sarebbero “contro” altre collane (magari le maggiori), ma accanto, in una logica appunto virtuosa e non contrappositiva, fiduciosa nel fatto che i valori possano emergere, per serva il nostro sacrificio. Sono io il primo a pretendere che un libro della bianca einaudi “pesi” a priori quanto uno delle edizioni vattelapesca.
    E’ suonata la campanella, ragazzi.

    ilcielodimarte

    5 febbraio 2007 at 13:17

  10. “tutte cose di cui ho fatto ESPERIENZA”, mi ero perso nel mezzo

    ilcielodimarte

    5 febbraio 2007 at 13:18

  11. Vedi Marco, il problema, secondo me, è che ai grandi editori poco interessa ormai delle collane di poesie. Feltrinelli e Garzanti praticamente l’hanno chiusa. Mondadori ed Einaudi (che sono la stessa proprietà) sappiamo come vanno, così come gli Oscar del Novecento. Hai ragione, sarebbe bello che ci fossero 4-5 collane “gratis” che si tornasse ad investire sulla poesia. Putroppo coi venti che tirano nell’editoria penso sia molto difficile. I piccoli “gratis” o a pagamento hanno grossa difficoltà nella distribuzione, spesso non solo non si trovano tra gli scaffali ma non sono nemmeno segnati sul database delle librerie, bisogna ordinarle direttamente all’editore! Chi lo fa? Quelli davvero interessati, che poi sono una nicchia…Mi risulta che anche i grandi editori poi facciano comprare delle copie se uno ne vuole in più delle 10 che danno in omaggio: è vero? O un falso mito? Tu che hai pubblicato per Einaudi lo sai sicuramente.
    Un caro saluto
    Luca Ariano

    anonimo

    5 febbraio 2007 at 13:49

  12. Anche se forse non è stato evidente, il tono, al n.8, voleva essere malinconico, razionalmente rassegnato ad avere comunque una panoramica mai esaustiva. Apprezzo ora quel che ‘ridice’ con semplicità Marco Merilin qui sopra e annoto: pubblicare gratis gli autori in cui si crede (e in cui si invita a credere) aprirebbe immediatamente il problema delle selezioni (non ingenue, altrimenti il quadro potrebbe addirittura peggiorare) e della riorganizzazione aziendale del piccolo editore
    Antonio

    diamine

    5 febbraio 2007 at 13:51

  13. Merlin scusate

    diamine

    5 febbraio 2007 at 13:52

  14. Caro Luca, certo c’è il problema della distribuzione, ma non siamo sociologi, editori o altro, siamo poeti, e dobbiamo credere che anche quel libercolo uscito dalla tipografia sotto casa possa avere un senso dirompente. Se lo ha davvero, fuori dal nostro orizzonte solipsistico. La soglia minima è rappresentata suppergiù da 50 copie e, credimi, io ho un buon database di indirizzi. Puoi stamparti il tuo manoscritto (non è il futuro prossimissimo?) e inviarlo a 50 persone, forse persino puoi evitare la stampa e dare vita all’opera attraverso l’invio per email, attraverso insomma l’innesco della lettura. Ecco, il senso dirompente di quel puro e folle voleva essere solo questo: credere che qualcuno che legge davvero, là fuori, ci sia; che se qualcuno legge davvero, se la mia opera, al di là delle mie aspettative, ha in sé un valore, un riscontro prima o poi lo troverà. Ecco, questo è il senso primario che ci deve dare serenità. Lo abbiamo da tempo perso nella nevrosi della “società dei poeti”, fatta di troppe attenzioni ai commerci e di poca attenzione all’opera. Che è quieta, e dovrebbe darci quiete. Intendimi, sono vicino a “diamine” quando cavilla giustamente ricordandoci che il tempo non è galantuomo e che i “critici”, quei lettori che fanno il canone, non hanno spesso strumenti ecc. e che insomma il potere e il suo sistema ci sono, per cui bisogna certo lottare e “operare” (in ciò la mancanza che ho sempre visto nella “generazione precedente”), però, ecco, siamo troppo preoccupati dalla possibilità di pubblicare il nostro capolavoro piuttosto che di scriverlo. Con ciò, per completare, nessuno dice: pubblica con Atelier e rinuncia a Mondadori. Atelier voleva offrire la garanzia minima dell’ascolto, la certificazione di esistenza, o meglio di “resistenza”, se si vuole: non ci interessa certo “competere” con la logica dei grandi editori, proprio perché non ne accettiamo la logica di potere. So che questo può sembrare un discorso comodo per chi ha comunque pubblicato da Einaudi, ma non vedo altro spiraglio che non sia deformante. Con Einaudi hai molte più possibilità di raggiungere quei lettori giusti, ma ciò non deve farci dimenticare che li puoi raggiungere ugualmente con altri mezzi. IN SOLDONI, proprio perché sono sempre stato terra a terra, il mio ragionamento è: basta lamentarsi per le cose che non cambiano, e mettiamoci a cambiarle. Non siamo dio, non dirigiamo lo specchio (e non è detto che se noi fossimo stati al posto di dio e di Cucchi il mondo sarebbe migliore…), bene, nel nostro piccolo orizzonte, che cosa possiamo fare? Atelier e annesse pubblicazioni nasce da questo stimolo primario. Quindi, ribadiamo: basterebbero 4-5 collane di poesie stile Parsifal (ovviamente con il loro orientamento poetico differente!) per far circuitare ossigeno nei polmoni marci della nostra “società letteraria”. Pensa: un Margiotta che invece di lagnarsi e offrirsi agli editori, un Margiotta che mette in piedi una rivista e una collezione di poesia e riuscisse a conquistarsi la propria “credibilità ” (l’autorevolezza guadagnata sul campo, dentro la storia dei fatti, non il proprio teatrino mentale): non sarebbe una rivoluzione?
    MM
    P.S. Per quel che riguarda Einaudi, io mi sono limitato a prendere le mie dieci copie, tant’è vero che non ne avevo neppure da dare agli amici.
    Però, il paragone tra le copie spedite dall’Ufficio Stampa Einaudi e le 250 che davo agli autori con un elenco ragionato di volta in volta di critici ecc., non è affatto un paragone tra un gigante e un topo. Anzi. La riprova è che hanno ricevuto più recensioni e riconoscimenti tanti Parsifal del mio stesso “Cielo di Marte”. Evviva! I giochi non sono ancora fatti…

    anonimo

    5 febbraio 2007 at 16:36

  15. Caro Marco teoricamente hai ragione, però putroppo ci si deve scontrare con la realtà attuale, dove tutto troppo spesso diviene usa e getta, anche la poesia e i poeti. Quanto davvero rimane e rimarrà della poesia contemporanea? E’ forse vero che libri di Atelier hanno avuto più recensioni del libro della Bianca: ma dove? Su riviste specialistiche. Putroppo ai giornali e a molti critici, alle biblioteche che acquistano importa la visibilità e la visibilità la dà, putroppo un grande editore. Con ciò non voglio certo strizzare l’occhi alla grande editoria. Da anni (chi mi conosce lo sa!) sostengo che i migliori poeti del presente e i potenziali del futuro si trovano presso i piccoli editori se si eccettua qualche eccezione come Bacchini o De Angelis (i primi che mi vengono in mente). E’ vero, se le poesie valgono davvero girano anche via email, tam tam, però perchè tutti si adoperano per pubblicare ancora su carta (anche sborsando molto)? Non sarà che siamo poco sicuri del mezzo on-line, cioè così forse effimero? La mia non è una critica ad internet che ha enormi potenzialità e penso in questi anni abbia dato la possibilità a molti di farsi conoscere e pubblicare, cosa che molte riviste cartacee non avrebbero fatto;così come molti dibattiti. Ma siamo sicuri sia la giusta strada? Cosa pensare di lulu.com? La mia non è una critica, diciamo mi dà da riflettere….C’è una congestione, una saturazione in tutto a tal punto che non so se un Montale oggi riuscirebbe ad emergere? Naturalmente io mi auguro l’opposto, sennò non starei nemmeno qui a discutere nè porterei avanti certe mie idee o “cavalli di battaglia”; me lo auguro soprattutto da grande lettore di poesia che però sento sempre più ridotto ai margini? Ci parliamo e ci scriviamo tra noi come se fosse il centro dell’Universo, ma oggi -almeno qui in Occidente, in Italia – a quanti “frega” della poesia? Buon lavoro!
    Un caro saluto
    Luca Ariano

    anonimo

    5 febbraio 2007 at 17:21

  16. azz. quanta carne al fuoco: allora, in ordine sparso anche io. se marco pubblica (come andrea temporelli) un libro per la bianca einaudi e da inizio millennio (correggetemi se sbaglio) 3-4 under40 e intanto le altre major stringono i rubinetti o riempono gli scaffali di libri “furbetti” (2500 poesie d’amore, 7234 poesie alla mamma ecc.) secondo me il problema c’è. e se anche lo tira fuori un poeta che è riuscito a pubblicare per la bianca (che come ha scritto non vuol dire molto, non ti riconoscono per strada, non ti citofonano a casa per chiederti l’autografo) non è tanto perchè tutti non si finisce nella bianca, ma perchè sono pochi i progetti culturali seri che pubblicano in coscienza, magari mandando avanti una linea piuttosto che un’altra, ma c’è poco “rischio d’impresa” e troppo forte presenza di editoria a “grande pagamento e poca pubblicazione”.
    qualcuno si chiede perchè tanti giovani magari stimati dalle antologie non escono (non escono in generale, non solo “non escono per bompiani o garzanti”), pensate che non scrivano, che non abbiano libri pronti ? e quante riviste sono pronte oggi a rischiare? come dice giustamente andrea (margiotta) clanDestino ha rischiato, posso non condividere al 1000×1000 quello che propone, ma propone. GRM può stare sulle balle a molti, ma propone (e mette il dito nella piaga). e avanti così… a questo punto anche chi nelle grandi major prova a fare qualcosa è assolutamente da applaudire più che da criticare (se ne può criticare la proposta, non che proponga) perchè non ce ne sono mica tanti.
    e in questa bolla va bene tutto e il contrario di tutto: se passa il concetto che non è la capacità ma la casta a fare la differenza (pubblico perchè ti posso dare qualcosa in cambio) abbiamo fallito, se determinate riviste cartacee e determinati media possono fare qualcosa, quel qualcosa va fatto, ognuno portando la propria idea. che sia giusta o sbagliata sarà il tempo a dirlo.
    eviterei anche il giochino di chi “ce l’ha più lungo” (lo sguardo critico e poetico): ognuno ragioni su chi vuole ragionare, e faccia emergere chi crede debba emergere. ricordo in tal senso che lo stesso bacchini non ha sempre pubblicato per le major, e allora se a un certo punto ci si è accorti della sua importanza per fortuna lo si è iniziato a dire. se no si vive in un clima di omertà dove nessuno può dire nulla per paura di bruciare una carriera. a quel punto meglio un poco di “coglioni” da tirare fuori, per poi magari col tempo dire: “scusate, lì mi sono sbagliato”, ha ragione caio. ma la qualità del lavoro non si calcola con la misura del consenso 🙂

    matteofantuzzi

    5 febbraio 2007 at 20:20

  17. è uscito per l’editore zona “il non potere” libro di poesie di davide nota.

    *

    venerdì 09.02 per il progetto “abitare gli spazi” alberto bertoni presenta “ho visto perdere varenne” ed. manni, sala delle stagioni, via emilia 25, imola (bo) ore 20.30

    matteofantuzzi

    5 febbraio 2007 at 20:28

  18. L’apparente contraddizione enorme della poesia, così come di ogni forma d’arte, sta nel fatto che la poesia è contemporaneamente sia ascolto che traduzione. Ora, molto più degli editori il compito grava a chi scrive, perché chi scrive deve rendersi conto che nel momento in cui ascolta ottiene già una forma di traduzione. Questo fatto è fondamentale, perché troppi poeti scrivono senza sapere cosa hanno ascoltato. Il poeta deve “non essere”. Se il poeta “è”, e scrive su questa base, allora il lettore vedrà il poeta. Il poeta quindi parlerà, e il lettore dovrà tacere. Nessuno di noi vuole tacere, perché ognuno di noi vuole dire la propria opinione. Quindi il poeta, per aggirare l’ostacolo, non deve essere, ma deve “non essere”. La poesia, sosteneva Holderlin, esiste nel momento in cui il poeta prende la misura delle cose, il che significa che il poeta deve assolvere al compito di comunicare una realtà che non appartiene solo a lui, ma che appartiene a tutti. Se il poeta si comporta così, il che significa che vive così, allora la realtà che descrive sarà contemporaneamente sia la sua realtà personale che la realtà di altri, fosse anche per una questione di desiderio altrui. Questo fatto consente alla poesia di assolvere al dovere che ogni forma d’arte ha, ovvero la comunicazione. L’Accademia generalmente non la pensa in questo modo, ma se siamo arrivati a una forma di elite chiusa è proprio in virtù di questo fatto. Nessuno vuole più comunicare nulla, perché moltissimi artisti, e molti scrittori anche, vogliono ottenere il massimo senza pagare il prezzo. Questo non è possibile. Non lo è mai stato e non lo sarà mai. L’arte ha un prezzo elevatissimo. O siamo disposti a pagarlo, e intendo dire in termini di ore, di giorni, di viaggi in solitaria, di sopportazione di silenzi profondi, oppure se non siamo disposti a tutto questo non potremo mai passare la soglia del primo livello di comunicazione, ovvero la soglia del dolore. La poesia sta su due livelli: il dolore è il primo, e la gioia è il secondo. L’arte, la grande arte, ha lo scopo di comunicare su un piano di gioia. Per comunicare sul piano della gioia però dobbiamo conoscerla, e per conoscere la grande gioia della vita, dobbiamo essere disposti a metterci in cammino. Lunga è la strada, ma solo per chi ha fretta. Un saluto agli amanti della poesia, e ai gestori di questo blog. Molto ben fatto. Complimenti.

    ByronCorner

    5 febbraio 2007 at 21:24

  19. Bene, Byron, ma serve un passetto più avanti: la poesia non esiste, esiste la singola esperienza di ciascuno, sempre nuova e inclassificabile, che non deve dovere un bel niente.
    Dunque: siamo saturi di poesia, nessuno ne vieta la scrittura, giacché scrivere poesia è anche un gesto salutare o quasi innocuo, però l’offerta è maggiore della richiesta. Chi, anche in questa piccola cerchia di espertissimi adepti, si è comprato (e dico comprato, non ricevuto o ottenuto per scriverne) negli ultimi anni un libro di Quintavalla, di Priano, di Alborghetti, di Munaro, di Meschia ecc.? (Sì, forse tre-quattro acquisti, tutti insieme, potremmo esibirli…). Siamo noi i poeti e insieme i lettori, e siamo noi che non ci abboniamo alle riviste che pur troviamo interessanti (non dico la mia, che pur se invece di 300 avessi 500 abbonati, avrei semplicemente pubblicato il doppio di Parsifal), che non compriamo i libri che non siano Mondadori o suppergiù. Siamo noi i protagonisti e i colpevoli. Siamo noi i poeti ingenerosi ed egolalici. Fossimo almeno in grado di autoimporci una serietà di valutazione estrema. Io, che non sono affatto un modello ma che propongo un’esperienza, ho pubblicato un libro per Einaudi con 30 poesie, e altre 30 e spiccioli sono quelle che ritengo pubblicate in qualche altra sede e ancora “accettabili”: in oltre tre lustri di scrittura poetica, credo di essere stato “abbastanza severo” con me stesso, considerate le migliaia di cose bruciate o gettate nel cestino o semplicemente tenute in quaderni buoni per me. Tutti fremono, davvero, per pubblicare, QUANDO ANCORA NON HANNO SCRITTO, quando ancora non hanno raggiunto la propria autodisciplina e una coscienza drammaticamente lucida del mondo che ci circonda. Tutti scrivono adolescenzialmente legati al testo, incapaci di prendere in considerazione l’ipotesi che ciò che ha scritto ha senso, e sta benissimo, in quaderno personale, vergato a mano. Scrivete la vostra Divina Commedia in esilio, con umiltà riconoscete il vostro valore (ma accanto al talento ci sia lo studio, la lettura accanita degli altri, la competenza e l’autorevolezza guadagnate sul campo, anche da chi la vede diversamente da voi), poi preoccupati di trovarne la giusta collocazione, e magari preoccupati di farla leggere alle persone giuste. Ma non pretendete, ad ogni grappolo di poesia, che il mondo si fermi per osannarvi.
    Sia chiario che gli imperativi valgono anzitutto per me stesso.
    Marco Merlin

    anonimo

    6 febbraio 2007 at 09:07

  20. Grattando il fondo (poi taccio): il mondo è ingiusto, nessuno capisce le cose come dovrebbero essere? Datevi da fare. Diventate voi i critici che fanno il canone, gli editori che pubblicano le cose di valore, gli opinionisti accreditati. Usate il vostro talento e la vostra intelligenza in modo persuasivo: se scrivete vuol dire che credete nella parola, e allora credeteci fino in fondo.
    Tra le varie cattiverie che mi hanno detto è che io avrei fatto il critico solo per acquisire crediti: la cattiveria sta tutta nell’intenzione, perché l’affermazione è quasi giusta. C’erano tante cose che non mi piacevano, e ho cercato di agire, nella storia, con i miei limiti, non certo nell’iperuranio dei miei sogni (come il presupposto di chi mi criticava: “potrei farlo anch’io, ma ho più classe e sono un poeta vero, quindi non mi sbatto e aspetto che mi si riconosca per quel che valgo” – come se non stesse già accadendo).
    Invece di mugugnare, uscite dalla bolla ed entrare nella storia. Chiedetene la verifica e sottoponetevi al suo stesso giudizio. Fatevi giustizia da soli. Con la parola.

    anonimo

    6 febbraio 2007 at 09:31

  21. Marco, hai pienamente ragione, però quello che tu non accetti, in quanto esperienza da te distante, è il fatto che esistono per lo meno due modi di operare e scrivere, uno scultoreo, a levare, rininire e perfezionare, ed uno pittorico, ad aggiungere materia. Scusa la bassa metafora ma io davvero e molto più di te son terra-terra. Se esiste Sereni, che non ha sbagliato un verso, esiste anche Roversi, che aveva urgenza di sbagliare, magari in un volantino poetico ciclostilato. C’è chi lavora minuziosamente sul proprio canzoniere, una minuzia per la quale ogni singola sillaba assume un significato imprescindibile, e chi sperimenta il getto musicale, in cui il concetto stesso di errore acquista valore estetico. C’è chi sperimenta l’opera in fieri, per stesure e ristesure. Quel che conta, se ci alziamo un attimo da uno sguardo contestuale, è il canzoniere che resterà domani. So che non sei d’accordo perchè non ti appartiene come atteggiamento ma io credo che sia così. E la poesia sembra tanta sempre da un punto di vista contestuale, ma domani di ogni autore che pur abbia pubblicato decine di plaquette resterà soltanto un libro, rivisto e corretto. Così come di chi ha deciso di lavorare in esilio.
    Voglio dire che non conta l’atteggiamento, anche tutti questi commenti svaniranno in un picccolo blackout e quel che resterà saranno solo e soltanto i nostri libri-figli unici.
    Ciao, a presto. Davide

    davidenota

    6 febbraio 2007 at 09:47

  22. p.s.
    Per il resto del discorso son d’accordissimo, scusate l’intrusione.

    davidenota

    6 febbraio 2007 at 09:50

  23. Se devo dire la mia penso che Marco Merlin abbia molti meriti (anche se chi non sbaglia ?), tra cui quello di essersi accorto che alcune voci della poesia italiana, se non intere generazioni, non hanno trovato nè spazio adeguato (editoriale, intendo) nè storicizzazione. Inutile fare nomi, quelli del “limbo” sono già stati fatti.
    Ma mi viene da pensare che alla storia i “nonni” (Parola Innamorata, Linea Lombarda ecc.) sono già stati consegnati, e spazio – sia pure poco e malandato – c’è per i nipoti.
    Ma i figli – quelli nati intorno al 1950 – in molti casi sono stati cancellati, o si è cercato di farlo; con esiti a volte tragici, quando le voci “silenziate” non hanno retto.
    Alcune antologie (Cucchi/Giovanardi e Majorino “revisited”, tanto per non fare nomi) sono, in tal senso eloquenti. Per questo ho apprezzato il lavoro di Marco Merlin e quello, ad esempio, di Alberto Bertoni in “Trent’anni di Novecento”. In attesa di qualcuno che riesca, chissà come dato il titanismo dell’impresa, a fare un minimo di “ordine”.

    bertop

    6 febbraio 2007 at 10:01

  24. Ho letto Atelier solo per qualche anno, ma apprezzo moltissimo l’operazione Parsifal. Condivido dunque l’appello di Marco all’autodisciplina (30 poesie + una plaquette in dieci anni anche per me), all’evitare la vanity press e la ciarla quotidiana. Se riusciro’ a guadagnare qualche soldino, una parte la dedichero’ ad una collana di poesia gratuita, uno-due titoli l’anno, partendo dal 2008. Mi piacerebbe una nuova fase per blog, siti, multiblog: parlare del prodotto finito, cioe’ dei libri; selezionarne fra i non usciti a pagamento e discuterne seriamente. S’e’ fatto su internet a livello minimo per Parola Plurale, s’e’ fatto a livello di gossip per l’antologia online di Lello Voce e Aldo Nove. Molte recensioni stanno solo sulle riviste cartacee, dunque non circolano: mettetele online… Marco, perche’ non rendi disponibili i .pdf atelieriani delle recensioni? Non condivido lo “stay always tuned” di Davide Nota e altri coetanei (e non) movimentisti: per quanti hanno voglia di lavorare intellettualmente, le miniere sono aperte, il resto appare chiacchiera & distintivo, oltre che ricerca di un’ “aura” che per fortuna non esiste piu’. —GiusCo—

    anonimo

    6 febbraio 2007 at 11:29

  25. Guarda, GiusCo, ti do ragione, sullo “stay always tuned” movimentista… ma non si nasce imparati, e sono stufo anch’io, del pantano di polemicucce in cui mi sono andato in questi anni a ficcare o in cui ho stupidamente sguazzato.
    Questa è un’autocritica.

    Per quanto riguarda le pubblicazioni di poesia credo che ognuno abbia le proprie esigenze, finalizzate all’opera e a nient’altro. C’è chi si nutre del confronto con l’auditore e con il lettore. C’è chi si nutre del silenzio.
    C’è chi si nutre del confronto così come del raccoglimento. Non generalizziamo le nostre (tra l’altro attuali e momentanee) esigenze, ognuno scaverà un suo proprio percorso, chi sbagliandone altri, chi ragionando con pazienza. Ma quello che conta è la meta, il libro che si lascerà e nient’altro.
    Ciao, Davide

    davidenota

    6 febbraio 2007 at 11:51

  26. Per Giusco
    Io lo faccio già, basta andare a leggere. Ma si sa che si legge solo quello che conviene
    Sebastiano Aglieco

    anonimo

    6 febbraio 2007 at 12:30

  27. per Bertop
    Ma in quel libro Melin ha fatto anche lui una selezione secondo criteri politici. C’è un’altra strage anche dietro quel libro
    Sebastiano Aglieco

    anonimo

    6 febbraio 2007 at 12:31

  28. Concordo su quanto dice Marco che si legge poco anche se penso non sia il caso di quelli che dibattono qui. Parlo per me: leggo una o due raccolte di poesia a settimana (comprate naturalmente) e quanto allo scambio di libri me ne arriveranno dagli amici uno o due l’anno!Non mi lamento. Mi piace leggere i libri di poesia e me li compro. Non faccio recensioni su riviste nè le dirigo (non è una critica sia chiaro, una constatazione) e non mi giungono libri a casa. Immagino che a te Marco ne spediscano tanti sia editori che poeti? Di quelli che hai nominato li ho comprati, così come spesso compro anche i libri degli amici, proprio perchè capisco la situazione economica e poi sono sempre un po’ in imbarazzo a chiederne in omaggio (qualche volta capita, mi piace il baratto!). Mi è capitato spesso di parlare con poeti sia coetanei sia più anziani che magari hanno pubblicato 3-4 raccolte e non solo non conosco i contemporanei (ci mancherebbe, a tutti sfugge qualcosa, mica siamo dei computer?) ma ignorano classici del Novecento o del passato! Allora cosa si fa? Gli si impedisce di pubblicare? Penso stia al buon senso di ognuno autolimitarsi, scremare, in questo concordo con te. Il problema dei piccoli libri di poesia lo vedo tutti i giorni quando cerco di farli comprare in biblioteca. Un po’ ci sono riuscito ma poi: 1) Anche per comprare i libri dalle librerie si fanno gare d’appalto e si tende a comprare poi i libri che si trovano sugli scaffali 2) i libri di poesia davvero non li prende nessuno in prestito. Un esempio: ho fatto comprare Pagliarani che in due anni(!) non è andato una sola volta in prestito…Ergo poi a bilancio queste cose influiscono, putroppo diventano soldi mal spesi. Ho portato questo esempio solo per far capire che aria tira ma penso molti lo sappiano meglio di me. Lo stesso discorso vale per le riviste che se nessuno legge dopo un po’ gli abbonamenti cessano. Per fortuna riesco ancora a leggerne di riviste in biblioteca: ma fino a quando? Ha ragione Davide: di tutto questo dibattere cosa resterà? Davvero diventa poi tutto troppo di nicchia e vola via…Di nuovo buon lavoro a tutti e un caro saluto
    Luca Ariano

    anonimo

    6 febbraio 2007 at 12:59

  29. Nessuno ha la verità in tasca, però se il mio libro (“Poeti nel limbo”) ha qualche pregio è quello di essere ampio negli autori studiati e nel presentare maniere lontane dai miei gusti. Magari certi autori li critico, ma non tolgo loro diritto di cittadinanza. E come spiego nell’introduzione, l’intento era di occuparmi non di 60, ma almeno di 120 autori. Non ne avevo le forze economiche (già, comprarsi i libri…) né morali né gli spazi editoriali per farlo.
    Per DAVIDE: io non contrappongo la concentrazione e la selettività alla generosità della scrittura. Scriviamo tanto, tantissimo, quanto serve, e riempiamo plaquette, blog, ciclostilati ecc., ma non pensiamo-pretendiamo di essere al centro della scena per ogni singola mossettina. Io ho quasi terminato un poemetto di più di 200 versi, ho appunti per un altro, ben più ampio poema dialogico, ho visioni e qualche spunto musicale per qualcosa di più vasto ancora; e poi ho tre quaderni di idee per romanzi, ho il file aperto di tre romanzi cominciati e bozze di racconti sparsi; potrei pubblicare 5-6 libri di critica raccogliendo il lavoro fatto in questi anni… E non credo di essere più vulcanico di tanti altri. Ciò significa: scriviamo con passione estrema, prendendo però sul serio l’opera, e un po’ meno sul serio noi stessi, le nostre beghe e la nostra vitaccia. E invece di lagnarci, lavoriamo per migliorare la situazione, a partire dalle piccole cose a nostra portata.
    Per GiusCo: in bocca al lupo per le iniziative che ti proponi.

    ilcielodimarte

    6 febbraio 2007 at 13:07

  30. Sebastiano, il tuo e’ sicuramente un esempio utile; nel merito delle letture, sono comunque lontano sia per toni che per nomi. Chiamala “convenienza”, io userei “identita’”. Ciao e buon lavoro. —GiusCo—

    anonimo

    6 febbraio 2007 at 13:47

  31. Io continuo a pensare che Marco Merlin, pur con tutti i limiti che qualsiasi ipotesi di criterio selettivo comporta (e mi chiedo in che modo i suoi siano “politici”) abbia avuto il pregio di rendere esplicito che il supposto “canone” vigente – che presuppone appunto l’esclusione di chi in questo “canone” non è stato e/o non sarà inserito – ha di fatto escluso, con rarissime eccezioni, tutta una generazione che è stata “saltata”, come se non fosse esistita o non avesse titolo di merito alcuno per essere presa in considerazione seriamente (anche sotto il profilo editoriale). Questo è, secondo me, il merito di “Poeti nel limbo”, poi è chiaro che, chi ne fosse in grado, può fare di più e di meglio.

    bertop

    6 febbraio 2007 at 13:53

  32. leggiamo poco, vero. compriamo pochissimo, vero (io confesso che dato che non si riesce a stare dietro a tutto faccio prendere diverse pubblicazioni alla biblioteca del mio paese, che magari così non si riduce ad avere 28 copie di ogni blockbuster) però faccio anche opera di diulgazione di quelle opere di pubblica proprietà (“leggi quello, leggi quell’altro”) compro comunque e faccio comperare agli altri. a Natale solo libri e al 99% è poesia… rompo le balle.

    per le pubblicazioni, la mia esperienza personale è stata un utilizzo della rete e delle riviste cartacee per compiere il lavoro indicato da nota. salvo variazioni che non credo (ma nella vita non si sa mai) la mia opera prima saranno 39 poesie. tempo di produzione 10 anni. sono tempi ragionevoli anche secondo me per la poesia. chi spara fuori 80 poesie/anno per metterle in cartaceo non compie anche secondo me un’analisi adeguata della propria produzione. bisogna anche fare cose folli (nel mio piccolo escludere parte della silloge uscita per Nuovi Argomenti, e una discreta parte di quelle uscite per Atelier in parte poi riscritte, per non parlare delle altre pubblicazioni ecc.)
    è chiaro che il mercato deve essere pronto, ma anche la merce non dev’essere dozzinale. la quantità non sostituisce la qualità. andiamo sul classico: quante poesie si ricordano di foscolo, facciamo 3 o 4 ? miriamo a quelle, miriamo all’opera, non al minestrone !

    aggiungo anche che quella generazione “nel limbo” ha fortemente influenzato chi è venuto dopo. quindi sarebbe stata una follia fare vedere una generazione e omettere il resto. e anche questo è più che altro un lavoro di serietà.

    sebastiano fa in rete col suo spazio un ottimo lavoro, e almeno io non smetterò mai di sottolinearlo.

    matteofantuzzi

    6 febbraio 2007 at 17:40

  33. Anch’io ringrazio Matteo per avere ospitato l’articolo di Marco, che non mi sembra ritrattarlo affatto, semmai distenderlo nel presente.
    Il merito di “Poeti nel limbo” è stato infatti di mostrare come (non tanto quanto) una serie di poeti sia stata sbarrata dopo i canoni ogi da rivedere!di fine anni settanta, e prima dell’ondata selvaggia del marketing giovanilistico, di false illusioni per chi iniza o ha già iniziato: offrendo l’agguerrita competizione di persone in lotta per esistere al posto di confronto o scontro di idee, in un dibattito etc.
    E’ vero, un’ intera generazione di poeti, e poiché mi sono occupata con “Donne in Poesia” di fare mappe e ricognizioni, moltissimo anche di poetesse italiane, volevo aggiungere che ad esempio di quelli nate prima e dopo gli anni cinquanta. Esempi?
    Illustri nomi, già storicizzate dai quaderni einaudiani, come Anna Cascella, Cristina Annino, scoperte da Fortini e Giudici non hanno proseguito perché è letteralmente morta, o scomparsa la generazione di critici ancora militanti che avevano iniziato a sostenerle-
    E quel clima è quanto di più lontano si possa raffrontare alle idee d’oggi, che gravitano, non per caso, spesso, sulla pura sopravvivenza, (sic), perché è cosa vera.
    Forse dalla generazione beata e non battuta dell Parola innamorata, non è sempre nata una generatività, una maieutica di sostegno ai più giovani, gli attuali quaratenni? O forse dove è avvenuto è stato spostato dai media o dai grossi editori subito nel glamour di nuovi padri, troppo giovani per portarne la vera responsabilità‘Non saprei , e inoltre, di alcuni va detto che la bravura successivamente ha dato buone conferme.
    Sul passaggio generazionale, e i suoi testimoni, però è saltato qualcosa di molto prezioso: la memoria, pane della scrittura da sempre. Maria Pia Quintavalla

    anonimo

    6 febbraio 2007 at 18:40

  34. per giusco:
    l’idea di Radici delle isole, è quella di una koiné, che è l’unico modo, credo, per uscire dall’impasse di un doloroso continuare a ragionare intorno alla generazione sommersa. Quindi io non ho stili, né preferenze. Leggo, con la massima ingenuità e disponibilità. Libri diversissimi, se guardi bene. Non quelli che mi assomigliano. Leggo con l’attenzione necessaria. Tutto il resto è “idea di poetica”. Poeti del limbo è operazione incompleta – non dico del suo autore – che ha fatto operazione generosa, ma di una critica che, per pigrizia, ha lasciato l’opera in stato di abbozzo. Perché è tale il lavoro da fare su questo argomento che è molto più facile decidere di non farlo. Come i morti chiedono sepoltura, seppelliamola una volta per tutte, questa generazione. E facciamola finita.
    Sebastiano Aglieco

    anonimo

    6 febbraio 2007 at 21:17

  35. Brevemente per Sebastiano :veramente, mentre scrivevo prima, mi era venuto a a mente il discorso de “Una generazione che ha dissipato i suoi poeti”, fatto da sulla sordità russa ai propri poeti da Jakobson. E la differenza cruciale, oggi poco dibattuta, tra l’essere attuali ed essere contemporanei, cosa più sostanziosa, essere insomma “orecchio del (proprio)tempo”:proprio quanto ai “dissipati” del caso capitò..
    Cioé non sono stati i critici ad averne sofferto, di amnesia,(peraltro erano poeti-critici), ma, nella “non consegna” eseguita di mandato ad altri: i poeti in oggetto.
    Ho il dubbio non si capisse, ora..
    O forse è esperienza che occorre avere fatto. Passo e chiudo.
    Maria Pia Q.

    anonimo

    6 febbraio 2007 at 22:03

  36. Sebastiano, vado per i 34, sono stato giovane in un periodo nel quale la dimensione locale o di memoria tramandata generazionalmente, come dice MPQuintavalla al #33, perdeva forza rispetto a quella globale, in virtù della politica europeista e del boom tecnologico-comunicativo-mediatico. In questo calderone mi sono formato e ora mi sta dando il pane, questo sono. Credo che Merlin (per biografia, per forma e toni del libro einaudiano, per l’attività critica decennale) e Nota/Ariano (per quello che iniziano a scrivere e per le istanze di recupero della tradizione local), fra gli intervenuti in questi commenti, siano interlocutori più naturali: moltissimo di quello che scrivi è per me lingua e intonazione lontani, prima che non pervenuti agli atti canonici. —GiusCo—

    anonimo

    6 febbraio 2007 at 22:44

  37. Approfitto per fare una pausa: mentre sto leggendo/studiando un libro “rivoluzionario” di due esperti di sceneggiatura americana…
    Più tardi guarderò una chicca snob: Les Amants di L.Malle (sono nel partito degli estimatori di questo regista aristocratico)…
    Be’, Marcolin, per la verità il grande editore mi ha già trovato e senza bisogno di riviste o di avanguardie o di Brancaleoni alle crociate…
    Dunque, doppio merito solo ai testi…
    Restano solo i tempi d’attesa che non so se possano…
    E resta soprattutto il desiderio di quelle cose importanti, di quel “giusto della vita”…
    Davvero la poesia è per me una piccola appendice della vita che è il vero problema… La poesia per me non è una aureola intellettuale o una coccarda: è un’ attività artigianale, come far l’ebanista…
    Così continuo a seguire il lavoro di chi mi appassiona davvero…

    andrea margiotta

    rondons

    7 febbraio 2007 at 00:01

  38. Senti Matteo, sinceramente la regola delle trenta poesie ogni dieci anni mi sembra una sciocchezza. Flavio Santi ha pubblicato sette libri in dieci anni, per un totale di un migliaio di pagine. Massimo Sannelli dieci plaquette. Ne aveva bisogno la loro opera, aveva bisogno di sbagliare pubblicamente e ufficialmente. Domani alcune loro poesie saranno da loro stessi cestinate? Sicuramente, come è successo anche a Milo De Angelis o a Gianni D’Elia per le loro prime opere Somiglianze e Non per chi va, pubblicate e poi ricostruite.
    E non dimentichiamo MAI l’iter di quel che oggi ci pare la perfezione cristallina del Canzoniere di Petrarca che invece pasticciò tutta la vita di edizione in edizione, cambiando continuamente testi, versi, struttura.
    Questa onta, questa vergogna sociale dell’errore, non la comprendo, non la accetto.

    Due esempi diversi. Enrico Piergallini ha pubblicato solo dieci testi, fatta eccezione di una primissima plaquette giovanile che non vuol considerare nell’opera.
    Marco Merlin ha pubblicato il suo primo libro a trent’anni, senza sbafature, dopo un’omonima plaquette giovanile, che già si caratterizzava per autocontrollo. Così farai tu, mi par di capire. Embè?
    Va bene.
    Tra un battito di ciglia rimarrà un solo canzoniere a testa, comunque.
    Uno per Marco, uno per Flavio, uno per Enrico, uno per Massimo.
    Questi discorsi non sono importanti.

    davidenota

    7 febbraio 2007 at 08:39

  39. In “La poesia e lo spirito” ho inserito due schede riguardanti i libri di Merlin e di Fantuzzi. Così, tanto per comunicarvelo.

    Riguardo il dare alle stampe molto o poco, beh, condivido con Nota che possa essere un bisogno che hanno certuini quello di ‘allontanarsi’ dal proprio tramite carta, per poi, magari, a distanza di anni, appunto pentirsi. Io sono stato fra questi, ho editato molto, in libri e plaquette, poi, a 48-49 anni, ho cercato di mettere un po’ di ordine con l’uscita di una sorta di summa che Fantuzzi conosce perché ce l’ha, e che spedirò anche ad altri amici prossimamente. Reputo che il voler dare alle stampe sempre e comunque rientri in una sorta di “stoltezza giovanile” (pur candida) figlia del ‘bisogno’ di esserci (identitariamente, e non solo poeticamente), di porsi-proporsi, ma anche solo di dire. Cmq se del buono c’è, vien fuori, a distanza di anni, altrimenti l’oblio. Non me ne preoccuperei, quindi. Che ognuno si misuri con il ‘libro’ come meglio crede. Del resto a me interessa anche lo ‘sbavato’, sia in letteratura che in pittura, dovuto a certe frenesie passionali o sanguigne. C’è invece chi, quando consegna alle stampe, desidera la massima pulizia o che la poesia sia (almeno per lui) eneccepibilmente strutturata, ma a volte, quale rovescio della medaglia (perché un rovescio c’è sempre) si può anche rischiare la ‘freddezza’ dovuta ad un ‘calcolo’ estremo formale… ma posso anche sbagliarmi. E’, cmq, un fattore legato a come uno sente il testo, lo vive e lo vuole far vivere al lettore. E, soprattutto, al come uno si sente, o al come intende l’atto creativo, a quali significati gli attribuisce.

    GianRuggeroManzoni

    7 febbraio 2007 at 09:35

  40. Per DAVIDE & C. sulla questione del scrivere fluviale o contenuto (che è questione veramente oziosa, in sé): c’è da sottolineare solo l’errore di pretendere (di soffrire patologicamente, ben al di sopra dei furori giovanili) per il primo libro attenzione massima dall’editoria ecc. quando tutti riconoscono che c’è bisogno di tempo, che ne ha bisogno persino l’autore per capirsi ecc. In questo è un esempio Mario Benedetti, che ha portato da un grande editore solo quell’unico (per ora) libro che è l’apice di un lavoro di decenni. L’ansia di raggiungere il grande editore è patologica – diversa è la sana volontà di proporre ciò che si è fatto e si reputa valido, specie se lo si fa con eleganza, evitando di dire: “tu pensi questo di me? Allora non vali niente” (atteggiamento A), dicendo piuttosto: “tu pensi questo di me? Però forse potresti vedere le cose da questo punto di vista, non ti pare?” (atteggiamento B). Il secondo atteggiamento nasce da un distacco dalla propria opera, da una fiducia nel dialogo, da una considerazione positiva dell’altro, che vale quanto me. E il distacco e la fiducia e la considerazione dell’altro sono amore, fondamento di civiltà.
    Per MARGIOTTA: evviva per la tua poesia e per il tuo successo. Dalla serenità che saprà darti, ripensa ai tuoi atteggiamenti e ai tuoi scritti per classificarti nelle ipotesi A o B di cui sopra.

    ilcielodimarte

    7 febbraio 2007 at 11:15

  41. Sì Marco, capisco che vuoi dire. Sotto forma di consiglio è prezioso. Sotto forma di regola era invece un po’ fastidioso.
    Un saluto e buon lavoro a tutti.
    Davide

    davidenota

    7 febbraio 2007 at 12:16

  42. Non volevo sembrare presuntuoso. Ho detto la mia opinione per il semplice fatto che mi è capitato di veder pubblicata della poesia veramente pessima, e senza che l’autore abbia dovuto pagare. Certo la responsabilità in questo senso è dell’editore. Comunque non mi addentro in problemi che non ritengo miei. Mi piacerebbe semplicemente poter leggere il libro di Marco Merlin, e sapere qualcosa della sua rivista. Un saluto.

    ByronCorner

    7 febbraio 2007 at 18:05

  43. ma sì davide, pure io parlavo della mia esperienza. non voglio generalizzare, anche perchè mi si permetta se il work in progress come ho fatto io è cartaceo su rivista, non c’è mica poi tanta differenza dai poeti che optano per le plaquette. la produzione di GRM è però talmente variegata e complessa che l’opera omnia (anche di quella grandezza) ha più che senso… insomma leggetevela, vedrete che non si condensa. però riunita si comprendono molte cose come ho già accennato, anche pubblicamente sull’opera di GRM. l’unico di cui siamo all’oscuro è andrea (margiotta) ! 🙂
    il consiglio di pubblicare “poco” deriva dalla stessa paura di marco di farsi risucchiare dalla vanity press e soffrire di “ansia di prestazione”. santi ha pubblicato 7 libri ok (ma non è tutta poesia, vero ?) ma ci sono state plaquette per piccole edizioni friulane ecc. insomma è una ricerca che passa dalla carta, è una cosa permettimi un poco diversa lo sai che i miei “nemici” sono determinate operazioni di disgraziati che fanno spendere moooolte migliaia di euro a persone che si fidano, e fanno male a fidarsi. sai che è a quelli là che penso, quelli che le copie manco le stampano o se lo fanno le lasciano marcire nei sottoscala.

    maria pia (che ringrazio) credo che si debba lavorare proprio per fare in modo che se qualche pecca c’è stata, qualche ombra si è avuta ingiustamente, quella mancanza si possa colmare. e anche i blog condotti seriamente possono fare in tal senso (ma in primis, come sempre, le riviste cartacee e i critici)

    matteofantuzzi

    7 febbraio 2007 at 21:02

  44. 9 febbraio: Frascati (Roma), Scuderie Aldobrandini, piazza Marconi, 6, ore 21, Romapoesia Festival, DoOCtor CLIP, proiezione di una selezione video intervallata da letture/performance di Rosaria Lo Russo, Marco Palladini, Sara Ventroni, Lello Voce, Sparaiurji, Enzo Minarelli.

    *

    è uscito per lietocolle “orchestra – poeti all’opera” curato da maurizio cucchi e che riunisce lavori di poeti già seguiti da cucchi per l’editore lombrado (fabrizio bernini, silvia caratti, massimo dagnino, lorenzo caschetta, amos mattio, francesca moccia, francesco osti, alberto pellegatta, mary b. tolusso e matteo zattoni)

    matteofantuzzi

    7 febbraio 2007 at 21:13

  45. Gesù mio che lagna, con sta saga di “Arrivano i nostri”!…

    FilippoDavoli

    13 febbraio 2007 at 14:22

  46. Chiedo venia: leggo solo ora, nei commenti, che l’articolo è del 2002. Temevo angosciato che Marco Merlin fosse tornato a dire che un bel giorno era apparsa la sua generazione a modificare il mondo della poesia (o almeno a provarci). Ci fosse riuscita, almeno!… Ma rimane un problema del cuore: e il cuore di molti figli somiglia sin troppo a quello delle “madri” (pasoliniane?). Anche per questo – non solo per questo – non ho rimpianti.

    FilippoDavoli

    13 febbraio 2007 at 14:34

  47. Ma Marco Merlin “è” l’evento generazionale, su di esso ha costruito tutto, come poterglielo rinfacciare e/o contestare? Certo, molti di noi, specie quelli “anagraficamente” chiamati in causa non avranno gradito, ma uscito dal proprio narcisistico piccolo spazio transennato, il quarantenne si accorgerà tutto sommato che marco aveva ragione, che il vittimismo non paga, che occorreva sleccuzzare un po’ meno i “sessantottini” e anzi, talvolta tirar loro qualche bello sgaracchio(sputo per i non toscani) in faccia… Marco è un combattente, come dice Gian Ruggero, altro gran combattente, e a loro io non posso che pensare con gratitudine, per aver combattuto le battaglie che non ho combattuto, per aver tenuto duro quando io mollavo… Grazie Marco, dunque.

    FabioCiofi

    13 febbraio 2007 at 16:35

  48. Caro Ciofi,
    non dovrei essere io a ricordarti che l’essere sempre e comunque contro di Montanelli corrispondeva ad un essere mani e piedi dentro i giochi. E poi c’è chi molla per vittimismo e chi invece si ritira con grande allegria. Chi parla per necessità e non per strategia. Insomma, rimane un fatto del cuore. Su questo converrai, mi auguro. Ad maiora.

    FilippoDavoli

    21 febbraio 2007 at 04:41

  49. “Il tempo cambia molte cose nella vita” attacca una bella canzone di Battiato dal titolo, mi pare, “Segnali di vita”… ecco, al momento, io, non saprei andare oltre tale considerazione…
    Ciao Filippo

    anonimo

    23 febbraio 2007 at 21:37


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