UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Fra senso e sensi Suggerimenti teorico-pratici per la lettura di poesia ad alta voce di Rosaria Lo Russo.
L’unico modo onesto che io conosca per tenere un corso di scrittura creativa che abbia per oggetto la poesia consiste nel far leggere i testi ai partecipanti al laboratorio, testi propri o altrui non fa alcuna differenza, e lasciare invece che il momento della scrittura rimanga slegato – anche se non indipendente – dal contesto laboratoriale, comunque leopardianamente solitario. Soltanto i grandissimi poeti e/o gli abilissimi versificatori sono in grado di scrivere poesia all’impronta o su commissione o anche solo lì per lì, ma spesso è un gioco, che implicherà ripensamenti e labor limae. In effetti improvvisare un sonetto è facile: in un paio d’ore chiunque si iscriva ad un seminario di poesia si suppone possa farlo (ma c’è poco da illudersi: troppi pensano ancora che fare un seminario di poesia sia la stessa cosa che fare terapia di gruppo. Ma tant’é: e in questi casi l’onesto pedagogo deve scoraggiare l’aspirante poeta e indirizzarlo ad un bravo psicoterapeuta, anche se i confini sono labili, fra poesia e psicopatologia, e vedremo come fronteggiare anche questa catastrofe d’origine romantica). Allora, dobbiamo evitare l’insegnamento passivo della metrica: per imparare questa va benissimo qualche raro corsetto universitario, o un buon manuale. Oltretutto l’insegnamento della metrica come punto di partenza non è accettato psicologicamente dai molti che si ostinano a credere che la poesia abbia a che fare essenzialmente con lo stato d’animo dello scrivente: anzi con due stati d’animo: la gioia o la disperazione. Tutto il resto, specialmente se possiede una forma (la terrorizzante metrica), come cantava quello, tutto il resto è noia.
Ciò premesso affermo che la ragione etico-estetica per cui tengo laboratori di poesia è la speranza di svuotare nella psiche di taluni il comune senso del poetico, sostituendo nella mente potenzialmente poetante dei miei allievi – che dopo i primi cinque minuti non mi abbiano già preso a uggia – il comune senso del poetico con il senso del poetico, operazione maieutica che non ha a che fare con il giudizio estetico ma con la prassi artigianale. Antropologicamente la vocazione e l’ispirazione poetica esistono, ma non sono fenomeni celesti, ineffabili ed imperscrutabili, sono modalità analizzabili in quanto pertengono alla mente umana, e la mente è fatta di carne. Il fatto poetico (poièin in greco significa "fare", cioè per noi ‘un fare con le parole, un fare di parole’) è un accadimento, se grandioso possiamo pure dire un evento, che coinvolge l’insieme corpo-mente dell’autore. Poesia significa fare attraverso le parole. Pensiero, sensi, memoria, attualità e storia: chi scrive una poesia fa con il linguaggio, opera con lo strumento più primordiale dell’uomo, se il linguaggio, nella sua quintessenza è voce: ma la voce che ci distingue in quanto esseri umani. La voce articolata in canto. Ma senza la musica. Una voce che è già di per sé musica, non perché ce lo dice lo spirito, ma perché lo sente l’orecchio. Il senso ultimo di ogni atto poetico è il suo ritmo.
La voce può anche essere interiore, come quella dei mistici, ma è pur sempre voce, non pensiero. Parole in libertà? Non esiste libertà in poesia. I versi non sono mai liberi. Libero e soddisfatto del suo fare sarà il poeta che comprende che nel suo "legato" sta la sua libertà: di pienamente esprimersi, ed universalemente, mediante la riconoscibilità universale del ritmo fonico.
E adesso, con i miei dieci lettori superstiti, vediamo come si può fare ad intendersela con la poesia (che deve cessare di essere per pochi eletti, eufemismo che sta per ‘incomprensibile’: la poesia, se è incomprensibile, vuol dire che non vuol dire nulla, la qual cosa può anche avere senso, ma solo se il sedicente poeta ha coscienza di non aver voluto dire nulla, non di essere un poeta ‘ermetico’: ché l’Ermetismo, parola-definizione, nemmeno troppo felice, di un noto critico per una ristretta cerchia di poeti italiani che furono operativi dagli anni Quaranta circa del secondo Novecento, in Italia è tenacemente assurto a categoria dello spirito). (…)
Da AA.VV., Leggere e scrivere in tutti i sensi, a cura di Sandra Landi, Firenze, Morgana Edizioni, 2003.
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Written by matteofantuzzi

9 dicembre 2006 a 17:07

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60 Risposte

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  1. ringrazio rosaria lo russo per la cortesia: mi è venuto in mente di proporre questo saggio dopo la serata di bazzano con gianfranco fabbri e alessandro ansuini. buona lettura.

    matteofantuzzi

    9 dicembre 2006 at 17:08

  2. Onestamente diffido da chi tiene corsi di poesia, laboratori di poesia, e quant’altro tenda a voler insegnare la poesia. Diffido nel senso che secondo me la poesia non si insegna, ma quando dico questo conosco esattamente i limiti della mia affermazione – nel senso che un buon maestro, con la scusa del laboratorio di poesia – può far veramente appassionare gli estranei alla poesia ai versi, ma ecco, rientra nelle sue capacità umane secondo me – quindi il laboratorio o il corso sono solo uno strumento per far sì che il soggetto in questione, che immagino esistere, possa esprimere le proprie capacità. E’ un po’ come il discorso di internet, non si può dar la colpa al mezzo, ma bisogna poi valutare come è usato.
    Non sono d’accordo nemmeno con la frase “non esiste libertà in poesia”, che però immagino sia rivolto alla lettura orale del testo, che è cosa ben diversa dallo scriverlo, come giustamente sottolineato nel saggio.
    Per tornare alla discussione che si sviluppò quella sera, nata da una domanda di un presente – se la poesia avesse bisogno della voce per essere – la questione è sempre la stessa: dipende.
    Ci può essere un oratore che ti fa innamorare delle poesie lette ad alta voce, devi solo incontrarlo. I massimalismi non c’azzeccano con questo discorso, dove tutto è soggettivo, sfumato, e la poesia può essere letta leopardianamente nel silenzio della stanza – o declamata alla majakovski con una spada di legno in mano, in un teatro o in una fabbrica.
    L’unica cosa certa è che esistono queste due forme in cui la poesia trasmigra da poeta a fruitore – il silenzio della pagina, comodo e adeguato – o la gabbia priva di libertà della lettura, che a volte diventa un sacramento, tale è la sua bellezza.
    Nessun vincitore e nessun vinto, solo banchi di prova, solo farsi strumento affinché la poesia possa “essere”.
    Quando qualcuno legge la una poesia e un altro ne resta emozionato, turbato o inqueto, da questo incontro nasce la poesia. In quel momento la poesia si fa.
    Come quando, a sedici anni, resti folgorato da una poesia mentre sei seduto sul water prima di andare a scuola.

    A

    ansuini

    10 dicembre 2006 at 14:56

  3. Condivido tutta la prima parte dell’intervento di Ansuini, ma condivido, anche, la posizione della Lo Russo e di altri, cioè che la poesia abbia bisogno, oggi, di essere anche detta-recitata, non solo letta. Momento fondamentale per emozionare, coinvolgere, ritualizzare assieme.

    GianRuggeroManzoni

    11 dicembre 2006 at 04:54

  4. Cari tutti, sono alle prese con un problema a livello gastro da sabato, ci vediamo nei prossimi giorni quando riuscirò ad essere più presente (cioè mi rimetterò e smetterò di rimettere…). Voi intanto fate i bravi. Abbraccio tutti. Matteo

    matteofantuzzi

    11 dicembre 2006 at 13:01

  5. Bell’intervento quello di rosaria. Sui corsi di creative writing in generale ( non solo corsi di poesia quindi) ho notato una grande frattura tra gli angloamenricani e noi europei continentali. Sara’ che siamo (ancora) vichiano-crociani in estetica ( la poesia e’ intuizione dunque non la si puo’ insegnare perche’ insegnare introduce un elemento estraneo alla ‘fantasia’) oppure semplicemente piu’ scettici rispetto alla canonizzazione di certe forme d’espressione, fatto sta che questa incrinatura resta. Ciao Matteo!

    lucapaci

    11 dicembre 2006 at 14:29

  6. Qualche riflessione sulle letture ‘performative’ della poesia. Riconosco pienamente la grande forza divulgativa ed il valore aggiunto di una libera interpretazione del testo poetico, di una pubblica lettura, di una forte contestualizzazione scenica. Ma tutto questo presuppone una platea di ascoltatori già maturi e consapevoli come lettori. D’altra parte, se ogni lettore è anche – in una certa personalissima maniera – coautore della poesia che legge, ogni operazione performativa è insieme totalmente legittima e totalmente arbitraria…
    Antonio Fiori

    diamine

    11 dicembre 2006 at 15:51

  7. si può insegnare una tecnica, non a diventare violino un sandalo (par parafrasare rimbaud).

    la poesia recitata mette in scena la voce (e la personalità) di chi agisce; ma che cos’è la poesia senza il lettore (che magari la legge in silenzio)? conclusione: non si dà mai la poesia nuda e cruda, bensì sempre in una relazione, a volte sonora altre volte muta. Fare un esempio di quanto sto dicendo sarebbe già mettere in piedi un “laboratorio” e ciò, in fondo, non sarebbe né impossibile né male.
    (cosa che la rete, complicherebbe assai. che bello il vis-a-vis!)

    gugl

    anonimo

    11 dicembre 2006 at 15:53

  8. L’idea di un laboratorio potrebbe essere in effeti una delle possibilità di concretizzare questa nostra ormai fin troppo continua presenza ‘bloggaria’ in rete, al fine di confrontarci in-su un progetto d’insieme (senza preclusioni, prevenzioni quindi senza steccati di alcun genere). Ad ognuno, perciò, il portare avanti le sue posizioni e il sostenerle a ‘viso’, come dice Gugl.

    PS. Per Gugl: l’altra sera ero con Ponso ed altri amici a Noventa e si è parlato, anche, del tuo ultimo libro con grande trasporto e l’unanime parere che sia opera di grande spessore. Ci tenevo a dirtelo.

    GianRuggeroManzoni

    12 dicembre 2006 at 00:43

  9. A proposito di voce, volevo solo segnalare, per chi non lo conoscesse, il lavoro che sta facendo Ceccarini su Oboesommerso, con il suo Progetto lettura, poeti che leggono sè stessi o sono letti. In questo momento è presente Massimo Orgiazzi (testi e voce)
    Un saluto
    G.Cerrai

    anonimo

    12 dicembre 2006 at 07:42

  10. Invito chi ancora non l’avesse fatto a leggere (possibilmente a voce alta):

    Walter J. Ong

    ORALITA’ E SCRITTURA. LE TECNOLOGIE DELLA PAROLA.

    Un classico imprescindibile degli anni Ottanta senza il quale parlare di oralità risulta molto difficile.

    Colgo anche l’occasione a invitare tutti a Trieste dopodomani: presenteremo i nuovi libri di Guglielmin e Fratus, e venerdì pomeriggio all’Università discuteremo proprio di oralità.

    Luigi

    anonimo

    12 dicembre 2006 at 08:39

  11. ciao Gian Ruggero, averlo saputo che stavate da Andrea, facevo un n salto. Grazie per il P.S., sempre gradito.

    a Luigi: allora ci vediamo giovedì a Trieste, alla libreria Knulp, ore 17,30?

    un caro saluto a tutti.

    gugl

    anonimo

    12 dicembre 2006 at 14:07

  12. Quello che penso è che la poesia possa essere proposta in modi diversissimi. La lettura non è la recitazione. Il teatro si avvinghia al testo e lo trascina con sé, a modo suo ha ragione Rossetti quando dice che tutto può essere “recitato” (se l’attore ha in sé il fuoco della sua arte, questo lo aggiungo io). La lettura è un sobrio trasmettere la scrittura, o magari non sobrissimo, penso ad Ungaretti, ma comunque bada al verso e alla parola “come se” queste avessero la stessa importanza dei sentimenti, della comunicazione, della “scena” che viene trasmessa. Io penso che la lettura possa essere asciutta e scabra e semplice, priva di altisonanze e di seduttività, e rendere al meglio un testo, che è testo e che parla da testo. Il teatro, che pure va tentato, magari da chi sa farlo, è un’altra cosa. Quindi, per quel che mi riguarda, abbasso i Gassman etc.

    molesini

    12 dicembre 2006 at 18:20

  13. Caro Stefano,

    ahimé vi raggiungerò soltanto a cena… purtroppo alle 18 ho un impegno di lavoro che mi è piombato tra capo e collo e non posso spostarlo. Ma ci saranno Matteo e Christian e poi mi racconterete.
    A presto, dunque, sono contento di poterti conoscere in carne e ossa,

    Luigi

    giuseppenacci

    12 dicembre 2006 at 18:48

  14. ciao Luigi, ossa e ciccia, come dice da questa parti Matteo Fantuzzi.

    io leggo come dice Silvia: sobriamente

    gugl

    anonimo

    12 dicembre 2006 at 20:11

  15. sul sito http://www.figlidienneenne.tk è stato inserita una nuova poesia, in formato mp3, di matteo fantuzzi.
    buon ascolto

    daniele

    anonimo

    13 dicembre 2006 at 17:00

  16. Ultimo mio pronunciamento su Marco Merlin… Dopo ci potrà essere o una stretta di mano (se ammetterà le sue colpe e i torti nei miei confronti e farà pubblica professione di pentimento) o una reciproca indifferenza…
    Nel post del mio blog…

    rondons

    13 dicembre 2006 at 19:08

  17. Marco Merlin è quasi Mago Merlin? In tal caso, bisogna starci attenti.
    (Chissà quante volte gli hanno fatto questa battuta…)
    e.

    supernatural

    13 dicembre 2006 at 22:19

  18. Caro Andrea non vedo il perché tu debba perdere ancora tempo dietro ad un autotrombatosi come Merlin. Dilettaci, invece, con i tuoi racconti che ci colgono sempre e hanno quell’atmosfera un po’ retrò da Rimini in inverno.

    GianRuggeroManzoni

    14 dicembre 2006 at 01:51

  19. (innanzitutto ciao a tutti, riemergo ora dalla stanza da bagno) io qualche lezione sulla poesia la tengo, bisogna sempre vedere che cosa si dice in questi corsi, bisogna fare un’alfabetizzazione, non dare la ricetta pronta. è vero come dice rosaria che la poesia ha tante regole, qualcuna si può sviare, qualcuna no. così l’effettuazione. anche per un grande “difensore del foglio” come il sottoscritto. altrettanto credo sia importante e possibile una sinergia di fruizione sia per quanto riguarda il fare conoscere la poesia, vedi gli mp3 di oboesommerso e dei figlidienneenne dove ultimamente trovate cosine mie, vedi nelle teorie molto più strutturate e studiate di rosaria che lavora col mezzo vocale già da molti anni, senza precludere i testi poetici, vedi ad esempio quello suo uscito per bompiani.

    matteofantuzzi

    14 dicembre 2006 at 18:55

  20. la love story (perchè per me è una love story) tra marco e andrea. io credo andrea tu abbia in mano un’arma molto importante verso chiunque abbia mosso perplessità sulla tua poesia, ed è la tua opera seconda. se varrà, come spero, tutte le altre questioni diventeranno un lontano ricordo. sono più o meno le parole che usai quando doveva uscire marco per einaudi: vediamo i testi. come sapete non mi sono unito alle critiche che da alcune parti sono apparse, considero tutt’ora “il cielo di marte” opera interessante, degnissima di lettura e di lettura attenta. ho le mie preferenze come la bambina che “visitata” da uno sconosciuto perde l’innocenza, ma ribadisco è un libro di cui ho sempre consigliato la lettura. stessa cosa per un’altra poetessa su cui sono piovute critiche cioù l’elisa biagini. mentre non ho apprezzato sempre in bianca einaudi l’ultimo di franco marcoaldi.

    c’è un passaggio andrea in cui invece secondo me cogli un punto importante, il rischio d’omologazione, c’è stata (giustamente) una generazione indicata non solo da atelier, ma anche da clandestino, da versodove, da cucchi, da manzoni, ecc. con tanti talenti. talenti che spesso hanno avuto più spazio nelle cronache rispetto a poeti capaci di qualche anno più grandi (merlin però nel suo saggio riprende molto lavoro di atelier, non è materiale tirato fuori “ex novo”) ma certamente più maturi, dove le maglie del setaccio già avevano compiuto un lavorìo di anni, e che infatti tutt’ora noi (nel senso, i bimbi come me) guardiamo come una generazione di certezze. alcuni di quella generazione mirabolante indicata da atelier, clandestino ecc. stanno semplicemente lavorando alacremente per fare bene, altri come succede in qualsiasi vivaio calcistico si sono persi, o vivacchiano a un livello da c/2 facendo sempre gli stessi movimenti con la palla. i fuoriclasse anche di quella generazione mirabolante saranno pochi e chi saranno lo sapremo tra 30 anni. intanto godiamoci le loro poesie.

    matteofantuzzi

    14 dicembre 2006 at 19:07

  21. ciao Matteo e ciao tutti, bel post finalmente riesco a trovare il tempo per commentarlo.

    Insegnare la poesia serve eccome. Questo purtroppo è secondo me uno degli altri grandi limiti del nostro paese, dove il poeta e la poesia sono avvolti di un tale alone di misticismo e purezza da essere quasi intoccabili. E infatti si toccano tra loro! (scusate, era per sdrammatizzare). Invece la poesia come molte altre cose è materia, sta nel fare e questo fare, anche se non necessariamente produrrà una stirpe di poeti, si può insegnare. Esattamente come la geometria – non tutti quelli che l’apprendono diventeranno ingegneri o architetti, ma per lo meno la differenza basilare tra un cubo ed un quadrato la sapranno. Un corso di poesia prima di tutto ha il grandissimo merito di aprirsi alla gente, secondo quello di sfatare molti miti. Come ad esempio che per scrivere basta sentire… Insomma se non a scriverla insegna per lo meno a riconoscerla, la poesia. Riprendo quello che dice Ansuini al primo post – sono d’accordo un corso aiuta a capire le proprie capacità (non le inculca), ma aiuta anche a leggere la poesia e di questo ce n’è bisogno. Ce n’è bisogno se la poesia ha davvero un messaggio per cui si consegna agli altri, per cui folgora, sul water, sul tram o in una sala da tè.
    Sono pienamente d’accordo con il discorso sulla libertà che fa Rosaria – non esiste. Ovvero perché un testo sia libero, svincolato dal suo autore (è questo che fa la scrittura per essere “uccide” il suo autore, vive senza di lui, fa fuori il corpo), occorre ingabbiarsi. Altrimenti si possono mettere insieme un bel numero di parole in libertà come in un tema, ma non è la stessa cosa…
    E su questo la poesia recitata, non solo sul foglio, anzi la poesia letta ad alta voce, aiuta in modo incredibile. Tanti anni fa ho frequentato una lezione proprio della Rosaria Lo Russo. Che semplicemente ci fece leggere i nostri testi. Dalla lettura emergono tutti i difetti di ritmo e anche la ricerca di un metro proprio che non necessariamente debba coincidere con l’endecasillabo o il settenario. Anche il cosiddetto verso libero non è libero affatto. Risponde ad un dettato, ad un rigore. Si scandisce come uno spazio chiuso tra la libertà di esprimere e la libertà anche più grande di trovare nell’ascolto o nella lettura.

    Io mi auguro che scuole o corsi di poesia prolifichino, ma nel modo giusto. In America proprio da un corso universitario di creative writing è uscito fuori Safran Foer… ce ne fossero di narratori italiani come lui!

    Nota einaudiana: Merlin non l’ho letto e non mi esprimo. E’ una delle mie tante mancanze, purtroppo per me la poesia è una lettura – amata – come le altre e non sempre viene prima. Sulla Biagini sinceramente, di certo per mia ignoranza e poca attenzione, mi sono persa tutte le critiche negative. Io trovo meraviglioso che qualcuno scriva come Elisa Biagini e che lo faccia in Italia. Quando lessi Morgue tanti anni fa, fu una folgorazione – unita all’entusiamo per qualcuno che apertamente usava un altro mezzo cioè la fotografia. Ognuno comunque ha i suoi poeti.

    Francesca M. (ce l’ho fatta con splinder!).

    higgiugiuk

    14 dicembre 2006 at 21:45

  22. E secondo te questa classifica dei “fuoriclasse” viene fuori veramente dai goal che fanno?
    Magari ci fosse un tipo di riscontro così agonisticamente semplice ed evidente!
    Lo vorrei tanto… Causa ed effetto…
    La faccenda forse è un po’ più complessa, no?… E i veri intenditori di calcio non sono sempre tutti quelli che ne parlano nei bar…
    Usando un po’ corrivamente i seguenti termini filosofici, da molto tempo si è assistito al passaggio dal QUALITATIVO al QUANTITATIVO… Materia per gli storici della cultura…
    Si accenna a questo cambio di mentalità, in un’ interessante pubblicazione del professor Maurizio Malaguti che insegna Filosofia teoretica a Bologna – La metafisica del volto. Una lettura di Dante, Fuori-Thema , Bologna 1996 – che dovetti studiare per l’esame di Ermeneutica filosofica…
    Senza un lavoro serio, massiccio, responsabile e robusto della critica militante, senza un dibattito appassionato tra poeti, nella terra di nessuno e senza pubblico, il “fuoriclasse” potrebbe risultare il più prepotente e ammanicato o il più movimentista-presenzialista, quello che ha fatto più numeri poetici in giro, o il più lecca lecca dolce dolce, e non necessariamente il più bravo; cioè, alla pura e semplice qualità del testo si sovrappongono troppi altri plus-valori o pennellate che alterano pesantemente il quadro…E non di poco…
    Chi decide codesti fuoriclasse? Prova a farmi dei nomi tra i nati nei ’60… (naturalmente escluso me, non solo perché penso tu non abbia avuto modo di “approfondirmi”, ma anche perché io mi sento più vicino a quelli del ’70, per età e anche per la lentezza della mia produzione che, quantitativamente, è come quella di un “bimbo” come Davide Nota…nonostante che l’esperienza possa avere un corso privato, anche esistenziale e senza pubblicazioni…)
    Comunque il tuo intervento richiede una risposta più precisa che forse ti darò più avanti o nel mio blog o in altre sedi, preferibilmente in rete… – pur avendola già scritta 🙂 ) –
    Anche perché la mia questione è un’altra…

    ciao Matteo

    rondons

    15 dicembre 2006 at 02:24

  23. Ho letto. Molto brava questa Francesca M., decisa e articolata, ma garbata, nel sostenere quello in cui crede. Su certi passaggi si potrebbe discutere, ma accetto la posizione… perché è una posizione, e non una buttata.

    Riguardo alla Biagini: rimasi impressionato dalle tematiche svolte (ebraismo, conoscenza arcana, “umanesimo naturalistico”, come lo definiva Sereni…) poi mi domandai se non era solo ‘posa’ (visto come il tutto filava fin troppo bene – senza sbavature), quindi se non era solo ‘costruzione’ ad hoc… resta il fatto che riesce a costruire bene, e questo bisogna riconoscerlo – da ciò a definirla ‘poeta’… mah! – anche se poi nell’oggi non è ben chiaro chi sia il poeta: se un critico prestato all’arte, se un intellettuale che riesce a cucire insieme ciò che di altri ha letto (…oppure la lista della spesa, se ‘sperimental-alternativo’ o finto tale), se un figlio della scuola dell’obbligo, se un curatore-promoter di ‘canone’, se un epigono di un epigono di un epigono, se un organizzatore che si auto-organizza, se un ‘orecchiatore’, se un furbo… oppure tutto questo insieme.

    Concordo con Matteo che Merlin-Temporelli sia un ‘caso’ da studiare… ma solo un ‘caso’, badate bene, anche se posso comprendere che ‘certe arie’ che tirano nel suo ultimo libro ti possano suonare congeniali (Matteo)… ma tu hai una marcia in più di lui; riesci ad essere anche ‘caricatura’, cioè tieni nella dimensione del grottesco (soprattutto nel recitato), e ciò implica un’ironia di fondo e, soprattutto, un’autoironia teatralizzata-teatralizzante che a Merlin manca, perché protervo e non uomo da palcoscenico, più da tavolinetto finto accademico da cui poter dire senza essere interrotto… e chi vuol dire senza essere interrotto certo non è propenso ad accettare la critica (o la bacchettata) … è cieco, o, meglio, sordo nel suo ascoltarsi senza riconoscersi il/un limite.
    C’è differenza, Matteo, tra chi calca la scena da Capitan Fracassa, poi scende, appoggia lo spadone di cartapesta, si toglie la maschera, si asciuga il sudore e aspetta che gli servano i maccheroni quale ricompensa alla sparata, e chi, invece, vuol essere spadaccino di fino, cavaliere col fazzoletto, eterno amoroso, e mai scende, resta lì, continua a menar di punta e di fioretto, seppure il teatro già vuoto e già tutti a tagliare il salame.
    Si rischia di ‘recitare’ solo per sé stessi, oppure che il pubblico t’intenda, unicamente, come un siparietto fra uno scoppio e un lazzo, sbadigliando nell’attesa che un qualcosa di piacevole (o tragico) di nuovo avvenga.
    Tu, Matteo, hai di tuo (e questo è degli ultimi anni) la capacità di entrata e di uscita, il Merlin è a tal punto inchiodato al suo tavolinetto da ex Comitato di Salute Pubblica che neppure si è accorto che hanno già smontato la ghigliottina che gli ha reciso il capo… e continua a dire, a dire, a dire… ma cosa sta dicendo? Boh. Farfuglia fra sé. Una testa mozzata che farfuglia, ancora, sulla rivoluzione, sulla generazione, sull’etica, sulla poesia giovane, sul futuro di speranza, sulla presa della Bastiglia, quando il Re si è reinsediato al Louvre e i Cardinali hanno tutti ripreso a dire Messa… dopo avergli fatto credere di essere il Saint-Just di turno.
    Questo il ‘suo’ dramma… ma non il vero dramma… il ‘melo-dramma’ (e differenza ce n’è, e tanta)… ma già glielo dissi, ma non intese, lo invitai, anche, a fare in fretta, perché i maccheroni si stavano raffreddando, ma lui no… e allora che arda nella “sua giovanil fiamma, che di portar rispetto / il mondo non ne può più”.

    Misura e professinalità, ragazzi miei, e stile, anche se maschere della Commedia dell’Arte.
    Oppure carne e sangue… ma quelli veri, quelli versati, e lì si sente chi poeta è.
    Oppure commozione e palpito, seppure diafano, seppure liricamente attenuato, e anche lì si sente chi poeta è.
    O frustata al sociale, e anche a sé stessi, e anche lì si vede chi poeta è.

    Anche per questa notte mi son cantato la ninnananna… ciao a tutti, a domani… spero (sempre se riuscirò a digerire ‘sti maccheroni all’arrabbiata). 🙂

    GianRuggeroManzoni

    15 dicembre 2006 at 02:38

  24. GianRuggero, l’hai trovato poi il cambogiano qui a Roma?
    (potrebbe essere utile, metti dovesse capitare una cena con la sosia di Gong Li … vabbé è cinese, ma al cinese ci vado sempre…) 🙂

    rondons

    15 dicembre 2006 at 02:43

  25. Ho commentato con Andrea. Anche tu hai problemi di digestione? Siamo gente della notte… su questo non ci piove.

    E quale sarebbe l’altra tua questione… ché m’interessa?

    GianRuggeroManzoni

    15 dicembre 2006 at 02:46

  26. No Roma no cambogiano no party… rimandata venuta. Sto chiedendo a Tommaso Cascella che s’informi, ma temo che dovrò accontentarmi di un somalo o di un eritreo in zona Termini, così, tanto per fare del coloniale (ex) :-)… ovviamente di un ristorante somalo-eritreo… 🙂

    GianRuggeroManzoni

    15 dicembre 2006 at 02:49

  27. No, io con la digestione sono ok… Però mi piace la notte…
    dammi la tua email che ti giro due cose…

    rondons

    15 dicembre 2006 at 02:53

  28. Perchè sprecare tanta acredine?Credetemi: si muore da un giorno al’alro, …come poveri miserabili…

    supernatural

    15 dicembre 2006 at 15:38

  29. FINE DEI DUBBI

    L’Io, pezzetto di legno
    conficcato tra le mammelle, duole.
    Duole!
    Oh, malvagia, atroce punizione,
    vero persecutore. Dio,
    l’essere o il non essere
    un Io, maschile o femminile,
    che schifo!

    Morire, l’ostacolo?
    Sia solo il trapassare nostro assillo, nulla più,
    a mani disgiunte. Oh, respinto mortale
    gravato di immane fardello imprecando e sudando
    sotto il peso di questa vita fiacca.

    Se non fosse il timore di questo stracco Io, persistente
    dopo la morte, a intimorire la fermezza e
    a suggerirci di sostenere ancora i nostri mali,
    questo corpo di stracci
    tornerebbe ad essere quel ch’è.

    Così ci fa vigliacchi la coscienza.
    Così l’essere un Io – oh sublime,
    insussistente e disgustosa impresa,
    cui a vuoto è attribuita rilevanza e fasto –
    è distratta dal suo originario svolgimento:
    e perde finanche il senso dell’esistere.

    [Libera versione dal monologo di W. Shakespeare, “Essere o non essere”]

    supernatural

    15 dicembre 2006 at 15:40

  30. Francesca è una di quelle lettrici pubblicamente silenziose che sprono a intervenire e dialogare perchè sono competenti e hanno tanto da dire.

    qualche nome ce l’ho, ma le certezze mie e personali sono soprattutto riposte a partire da chi ha un paio di libri alle spalle ovviamente, insomma un poco di lavoro l’ha già messo insieme, senza volere strabordare ad esempio mi vengono in mente i poeti inseriti ne “La linea del Sillaro” nati proprio negli anni ’60, da Sissa a Riccardi, da Massari alla Vezzali, questi per me sono punti fermi di lavoro ben fatto. So che Francesca Serragnoli sta facendo con le nuove cose un lavoro straordinario, ma aspetto la sua opera 2a, e avanti così per molti altri. Fabiano Alborghetti col suo ultimo libro mi ha molto colpito, e aspetto il prossimo. ecc.
    Le critiche di GRM a Marco (come la stima reciproca tra lui e Atelier, anche questo è un pasaggio da rimarcare) sono materia anche qui ampiamente discussa Erminia.
    Sono fermamente convinto che ognuno sia il solo responsabile dei propri percorsi, ognuno decide la propria sorte. Anche in questo senso il tempo sarà galantuomo nel fare vedere quanto i lavori di Marco, ma anche di Ladolfi e di Atelier tutta, siano stati importanti (se lo sono stati, mica per forza lo devono essere stati, parlo sia di critica che di poesia). Adesso dovrebbe uscire un nuovo libro di critica da Atelier, di cui so quasi nulla, credo aggiungerà nuova carne al grande fuoco anche di queste analisi.
    Mi si passi solo: chi ha più o meno la mia età non può non avere avuto come punto fermo nella propria formazione “L’opera comune”, può non averla condivisa, preferito Ielmini, o Ponso, o Del Sarto, o Gezzi, o Italiano, ma non può averla ignorata.

    matteofantuzzi

    15 dicembre 2006 at 17:56

  31. Le sfide a singolar tenzone sono legittime, e vanno condotte con un certo stile, ma no, Massimo, non pensavo a quello, riflettevo sull’abilità di relazionarsi agli altri sul piano umano, a farsi benvolere, a contribuire alla dignità della nazione, ad onorare anche i propri avversari,…non ad altro…

    mi ha colpito una volta il commento del figlio di un uomo non proprio popolare presso la gente, il quale, all’indomani della morte del proprio padre, ammise di avere dovuto a momenti pagare la gente per convincerla ad intervenire alla cerimonia funebre del borioso genitore, stratagemma necessario a racimolare un “decoroso” numero di persone tale da simulare che il morto fosse effettivamente il compianto della situazione, e non quel “tale di troppo”, di cui tanti avevano desiderato la morte.

    Si dovrebbe vivere in questa prospettiva e invece di farsi dei nemici, preoccuparsi di evitare ai propri figli l’imbarazzo sociale e psicologico di un funerale disertato dai più…

    (erminia)

    supernatural

    15 dicembre 2006 at 19:28

  32. Erminia ma con chi stai parlando da giorni? Massimo? Guarda che siamo nel blog di Matteo… Non dirmi che sei stata dal parrucchiere… Ho un po’ la fissa che, quando le donne tornano dal parrucchiere, siano più nervose e distratte…
    è legato al ricordo di una professoressa del ginnasio che – quando la vedevo apparire in classe con la chioma new o con un taglio più trendy, stava come una pazza! E puntualmente interrogava… Era di Salerno e una volta – con i capelli normali – mi ha messo 10 sui Sepolcri del Foscolo (tanto per stare in clima con il tuo commento…)… Ma mi fece una pallosissima predica che dovevo uscire di più con gli amici, mentre io ero pieno di ragazzette e giocavo già bene a poker… Nella sua ventennale esperienza di insegnamento, quel mio dieci era il secondo che metteva (il primo lo aveva dato ad un personaggio, a sua detta, famoso che era stato suo alunno e del quale non volle rivelare il nome)…
    Tuttavia, un infausto giorno che aveva la luna, mi interrogò ancora, un po’ a sorpresa, come sempre facendoci leggere i temi scritti e con qualche domandina orale… Per la formulazione dei voti – tipo corte americana – chiedeva agli altri alunni presenti di stilare una graduatoria, argomentando le motivazioni, per poi decidere lei, alla fine… E siccome avevo fatto un po’ di polemica, perché concedeva anche la possibilità del dissenso, quella volta mi diede 8, che comunque era pur sempre un signor voto… Però voleva punire la mia supponenza e mi fece un’altra predicozza pedagogica, questa volta più acida…
    Naturalmente, era fresca di parrucchiere… :-))-

    andrea margiotta

    rondons

    15 dicembre 2006 at 21:32

  33. Sarà. A me i post della Passannanti sembrano piuttosto chiari.

    molesini

    15 dicembre 2006 at 22:15

  34. Eh eh eh eh !!! Sbalorditivo. Sempre più sbalorditivo. Che razza di racconti. Tra Andrea ed Erminia ci si diverte. Dovreste smettere di scrivere poesie e darvi alla narrativa, oppure alla televisione in prima serata. Andrea, poi, ne ha infiniti di fatti da raccontare. Adesso anche la prof non soddisfatta dal parrucchiere! 🙂 Mirabolante. Sei geniale! Come la mail che mi hai inviato ‘sta notte. Non sapevo di certe robe. Meglio, in effetti, che andare dal parrucchiere. E sempre più se ne sanno. Peccato non poterle rendere pubbliche, ci saremmo fatti altre due risate in compagnia. Grazie, comunque. Anche la mia di risposta reputo ti sia piaciuta.

    Riguardo a riti funebri, per restare in ambito letterario: ai funerali di Wilde c’erano 3 persone, idem a quelli di Pound, oltre a 5 suoi familiari. A quelli di Genet solo i 2 paraninfi che fino al giorno prima si carezzava + 2 beduini. A quelli di Celine la moglie (o compagna… non so neppure se l’avesse sposata) e 4 intellettuali che non avevano il timore di venire scomunicati dal monopolio editoriale e culturale della sinistra francese. A quelli di Borges la giovin ultima compagna-segretaria e la famiglia del medico che l’aveva curato negli ultimi mesi di vita in Svizzera. Dante morì tra 2 frati e venne sepolto di notte, poi riesumato, e risepolto sempre di notte. Esenin fu sepolto a spese del municipio di San Pietroburgo (non ancora Leningrado) perché non si trovò chi gli pagasse il funerale (ora, sulla sua tomba, hanno eretto una statua di marmo). Allan Poe fu tumulato prima in una fossa comune nel cimitero di Baltimora poi riesumato dopo una settimana perché il suo ultimo editore gli volle dare degna sepoltura… e potrei continuare fino a domattina. E reputo non fossero gli ultimi arrivati… così come alcuni di loro non fossero, certo, dei ‘cattivi’ d’animo, seppure un po’ bizzarri.

    Riguardo ai figli… beh, bisogna curarseli in vita, perché a volte può succedere che neppure loro vengano al tuo funerale (se ne sei il genitore). Bisogna sempre vedere se te ne sei curato in vita a dovere… cioè se non hai perduto tempo a seguire chimere o personali ‘realizzazioni’, o se non li hai battuti o violentati, o fatti ‘patire-penare’ in altri mille modi. Poi, a volte, vengono alle esequie, ma anche loro non piangono. Ma è stupenda anche ‘sta storia 🙂 Ma che razza di storie tirate fuori?! Eh eh eh eh!!! Bellissimo. Anche se uno spirito un po’ deprimente infine aleggia (…ma perché è venuta fuori ‘sta faccenda di una banalità sconcertante – se non detta da un meritevole trappista – come quella che prima o poi dobbiamo tutti morire? Si sa! E’ chi vive male colui che muore male… e anche questo si sa, come si sa che chi tira fuori spesso la morte è un evocante la suddetta, ma per sé, non per gli altri – ecco perché l’ho definito: uno spirito un po’ deprimente quello che aleggia in certe uscite… funerali, morte, pianti, struggimento o meno in chi resta. Io che credo nella vita eterna, sono tranquillissimo in tal senso, così come evito di fare bilanci qui, visto che li farò di là con chi di dovere… perché non certo fra uomini bisogna farli… è sempre quella ‘broda’ che gira… broda di tutti).

    Per continuare sul funerario: al contrario i funerali del criminale Stalin bloccarono per tre mesi un’intera nazione + tutte quelle gestite dall’URSS + tutti i PC dell’occidente e dell’oriente (ci fu gente che si suicidò), meno quelli di Togliatti (seppur grande spettacolo); così come riuscirono i funerali di un garrottizzatore come Franco (che bloccarono una Spagna quasi tutta in lacrime). Anche ai funerali di Cuccia c’era gente che piangeva con trasporto (ovviamente quella a cui lui aveva fatto fare dei buoni affari… o, meglio, delle buone speculazioni, soprattutto ai danni di altri, tra cui anche un tal morto suicida di Ravenna), e sono convinto che anche ai funerali di Gelli oppure di Andreotti ci saranno persone che innonderanno i fazzoletti (e con sincerità). Ah, dimenticavo, ai recenti funerali di Pinochet ha pianto mezzo Cile, l’altra metà ha fatto festa… ma pur metà ha pianto. Chi nel giusto e chi nello sbagliato? Mah. Come dice Matteo: ai posteri. Del resto, quando si è uomini o donne pubblici, non si può accontentare tutti. Io, ad esempio, quando è morta Diana d’Inghilterra ho pensato fra me: in gamba i Servizi Segreti di Sua Maestà Britannica (o chi per loro)… due piccioni con una fava e mi sono bevuto una birra, mentre mezzo mondo era in lacrime e ancora c’è la fila davanti alla sua tomba… sempre meno, però, da quel che mi risulta (forse Erminia è più al corrente di me, visto che fa la spola tra qui e là e sa di ‘ste robe mortuarie, come di spy story – forse hai un futuro nel noir, Ermy).

    Riguardo a pensieri come: “…riflettevo sull’abilità di relazionarsi agli altri sul piano umano, a farsi benvolere, a contribuire alla dignità della nazione, ad onorare anche i propri avversari…”, beh, Erminia, mi fa piacere che tu cominci a credere in codici e in valori che propugno da sempre, in particolare a quello dell’onore delle armi rivolto al nemico. Però, Erminia, dimentichi un piccolo particolare (ma forse perché sei donna e non hai fatto il servizio militare, come non ti sei mai trovata in zona di guerra – all’infuori che tu non abbia combattutto nelle Falkland come mercenaria al soldo della Corona)… l’onore delle armi lo si rende a quel nemico che se n’è reso degno, cioè che ha combattuto a petto, fino all’ultima cartuccia e col cuore in mano, con dedizione, con onestà ideale, non a chi spara dall’ombra, cecchina a tradimento, semina discordia alle spalle, spara a casaccio in base a se è più o meno lucido o fatto di grappa o di che altro… così, tanto per non cacarsi sotto e abbandonare la posizione. E questo non è un particolare da poco. Non è un particolare da poco…

    Sulla dignità della nazione meglio stendere un velo pietoso. Se questa, che molte volte qui vedo in web, e lo ripeto, è l’ ‘intellighentia’ di detta nazione, detta nazione si merita codesta ‘intellighentia’ e tutto il resto. Ma poi, Erminia, non eri contraria a tali cose… come dire: un po’ troppo fascie… un po’ troppo maschie?

    Stai a vedere che inizi a prendere coscienza che l’Italia è una nazione!

    Andrea, invece, non prenderà mai coscienza… è un simpatico farfallone, ma va bene così. Geniale ‘sta storia della permanente della prof. e del 10. Eh eh eh eh !!!

    Altro che poesia letta o recitata; su queste robe la Lo Russo dovrebbe tenere dei corsi… di corsa… come tutti quelli che campano sul raccontare ad altri che, pagando, possono diventare poeti, ceramisti, giardinieri, pittori, professori. Anche Baricco dovrebbe aprire un corso su ‘ste questioni presso la sua Holden, visto che è stato il primo, seguito da Mozzi, a camparci sopra, poi sono venuti i Lucarelli e via via mille altri, fino ad arrivare all’ultimo folle (scemo) del villaggio, seguito da folli (scemi) più folli di lui. Ma si sa… è di moda essere cultural-creativi… e pare sia un buon esorcismo nei confronti della morte (tanto per restare in argomento). Ah, ecco forse un altro perché di così tanti poeti, narratori, pittori in Italia: si deve pur ingannare il tempo che ci separa dalla fossa. Ma ci sono anche i corsi di uncinetto, di ricamo, di tombolo, di origami, di hikebana, di taglio e cuci, di torte… perché scrivere e pubblicare (e per il 90% a spese proprie)? Mah! Altro quesito su cui questa nazione dovrebbe interrogarsi.

    E scusatemi quest’altra ninnananna. Cmq vi ringrazio. Siete sempre spassosissimi. Buonanotte. Grazie, ovviamente e doverosamente, al padrone di casa che riesce, sempre, a intrattenerci… in attesa della morte? 🙂

    Vedi che il tuo blog è utile, Matteo, e tu che t’interrogavi in proposito. Ognuno ne trae la giusta ispirazione, e ciò è più che positivo. Qui ognuno narra, dice, si mostra, si nasconde, punge, ribatte, in attesa che un qualcuno pianga al suo funerale.

    E indubbiamente meglio le Francesche ancora sane, più che gli zombie che non si decidono, ancora, a farsi sotterrare… o a sotterarsi (che ben più dignitoso sarebbe… visto che di dignità infine si è anche parlato).

    GianRuggeroManzoni

    16 dicembre 2006 at 03:30

  35. Non credo convenga malignare sugli avversari per il semplice motivo che se il nostro avversario è ignobile allora lo siamo anche noi che ci entriamo in reazione. Inoltre si contribuisce a renderlo popolare, poiché malignandone contro si sollecita in chi ascolta il naturale sentimento di simpatia verso la vittima. Ad esempio, per mia mancanza, chiaro… non conosco Marco Merlin, ma dopo questa lettura mi è venuta la curiosità di leggerlo e conoscerlo.

    Bisogna poter credere nella dignità del nemico, altrimenti sarebbe semplicemente un antagonista ignorato, una mosca o una zanzara fastidiosa.
    Ma se da letterati o statisti o avvocati ci si intrattiene, si scende in campo per affrontare il proprio l’antagonista allora si dia a questi tutto il merito del livello della disputa in cui si entra volontariamente o per accidente.

    Gianruggero, mi è piaciuto l’excursus sui funerali dei grandi farabutti di cui tanto apprezziamo l’opera.

    L’Italia è una nazione ed un popolo con una tradizione nobile e stupenda, ed è per questo che il suo periodico degrado tanto ci fa soffrire. Il fatto che da emigranti non si viva in Italia non significa che non ci si senta culturalmente italiani.

    Non ho nulla contro la mascolinità. Rispetto ad un certo tipo di uomo italiano, mi dispiace che sia tanto autocompiaciuto, felicemente infantile, mascalzoncello e burlotto. Mi piacerebbe che avesse l’uomo italiano maggiore eticità della famiglia e del lavoro, serietà e rigore nei rapporti sociali, come certi uomini nordici. Poi cadono le foglie e i giorni che restano si accorciano e non si può recuperare più la faccia dissolta dietro il mascherone.
    erminia

    supernatural

    16 dicembre 2006 at 10:12

  36. Comunque, Gianriggero, no worries, non so Andrea, ma io mi sono già data alla narrativa: Il Torsolo del Ventre ed altre Fandonie non è opera in versi, ma in prosa.

    La prof. che si aggira sul web, se ho capito bene di chi si tratta, sa tenere molto bene le forbici in mano e può fare a meno del parucchiere.

    Se che offre gratuitamente la sua opera anche come barbier(a), sapendo usare benissimo il rasoio.

    È stata addestrata a questo ed altro….nel campo dell’estetica.

    supernatural

    16 dicembre 2006 at 10:19

  37. La questione tra Manzoni e Merlin è molto vecchia e parte dalla metà degli anni ’90 quando entrambi erano direttori di una rivista. Il primo di Origini l’altro di Atelier. Manzoni stava chiudendo la sua, oppure la direzione era passata a Crovi perché Manzoni aveva problemi di salute, penso sia buona la seconda, anzi vale, perché adesso che ricordo fu un vero golpe. Cioè l’editore prendendo spunto dal momento di debolezza di Manzoni causato dal suo stato di salute sfruttò l’occasione e consegnò in mano a Crovi l’intero pacchetto soprattutto perché Manzoni aveva cominciato a menare le mani talmente duro da quelle pagine che, secondo l’editore, un DC come Crovi avrebbe rimesso le cose a posto, ma poi la rivista chiuse definitivamente perché Crovi non riuscì a reggere il compito e soprattutto non aveva la forza di aggregazione di Manzoni, mentre, nel contempo, la testata di Merlin stava crescendo e stava diventando un punto di riferimento di molti fra noi giovani poeti italiani under 25. E’ stata una specie di passaggio di testimone fra Manzoni e Merlin, infatti nei primi numeri di Atelier spesso Merlin citava Origini come una rivista fuori dal coro e Manzoni uno dei pochi in Italia a dire pane al pane e vino al vino anche se i metodi di approccio critico e le scelte poetiche erano diverse. Quindi c’era una stima reciproca, proprio perché entrambi erano due autori e promotori di letteratura fuori dal coro. Cioè liberi. Poi Merlin con Ladolfi, l’altro responsabile di Atelier, hanno lavorato benissimo per anni e Manzoni l’ha sempre reso manifesto pubblicamente. Quindi Merlin ha gradatamente preso altre vie e ha scelto di editare con Einaudi sebbene fino a quel giorno avesse messo in discussione le scelte della grossa editoria riguardo la poesia e soprattutto chi faceva quelle scelte. Allora Manzoni come molti di noi hanno preso distanza da Merlin e da quella che ci è parsa come una scelta di grave tradimento, perché di un tradimento si è trattato. Questo non toglie, come ha scritto Matteo Fantuzzi, che Atelier e Merlin non abbiano scegnato in positivo un periodo. Per le capacità critiche e poetiche di Merlin, che si fa chiamare Temporelli in poesia, anch’io sono d’accordo a ripensarci magari fra una ventina d’anni. E perdonate questa ricostruzione dei fatti ma vedo che qui in tanti non sanno e per molti di noi la delusione di vedere Merlin poi farsi comprare con un libro, dopo anni di battaglie, è stata molto dilaniante. Al contrario Manzoni, che era già addentro alla grossa editoria, ne è uscito e ha fondato Diabasis, casa editrice indipendente, e per me, come per altri, tra cui Andrea Ponso, Davide Brullo, Fabiano Alborghetti, Giancarlo Sissa, Massari, per restare tra chi Matteo ha citato, questo è stato un gesto di grande coraggio e un forte segnale. Almeno così la pensiamo e di sicuro se Manzoni dovesse morire domani, e facciamo le corna, saremmo tra gli addolorati, perché quando ha potuto ha sempre dato senza chiedere nulla in cambio. Ha dato perché ha creduto in noi e nella cultura e così continua a fare. Questo mio intervento non vuole essere di sostegno a Manzoni che so che non ama il sostegno di nessuno e so che se la sa cavare benissimo da solo, come da solo ha sempre lottato in tutti questi anni contro il marcio che conosciamo, ma vuole essere una ricostruzione dei fatti per chi non al corrente. Penso che anche Matteo Fantuzzi sappia a riguardo di ciò di cui sto parlando perché ha i miei stessi anni se non sbaglio ed è sempre stato attento a queste faccende come poi anche adesso.
    Per venire all’argomento in questione concordo con chi sostiene che la poesia abbia bisogno di venire divulgata e fatta amare anche tramiti eventi performativi e teatrali. So che a certi poeti questo fa storcere il naso, ma bisogno anche dire che molti poeti non sanno leggersi, per tanti motivi non hanno capacità comunicativa orale, anche se bravi nel comporre. Questi ultimi dovrebbero affidarsi ad attori oppure delegare altri poeti a leggerli pubblicamente e tale piacevole delega sta iniziando ad avvenire. Poi mi pare molto significativo che fra amici poeti ci si legga, cioè ci si dia una mano, si viva questa fiducia reciproca all’atto di affrontare una platea.
    Concordo con la signora Passannanti della quale seguo sempre con interesse il blog che il malignare fra noi non porta certo nutrimento alla nostra causa. Anche se nemici mi pare un parola grossa, credo che siamo tutti impegnati nel tentare di riportare la cultura italiani al livello che le compete, ma spesso certe incomprensioni fra noi facilitano il contrario e questo è male, in particolare per noi che siamo all’estero. Io, ad esempio, per motivi di studio, passerò i prossimi sei mesi in Francia e mi farebbe piacere sentire parlare con rispetto della nostra tradizione e del nostro contemporaneo, ma spesso questo non avviene.
    Danni Antonello

    anonimo

    16 dicembre 2006 at 11:27

  38. ringrazio per quanto raccontato, di varie vicende sulla questione atelier & origini s’era detto, è chiaro che esistono pareri differenti sia sulla questione crovi che sull’impatto che ha avuto (e che avrà nel futuro) l’uscita di temporelli per einaudi, ha fatto questo da passaggio a una serie di questioni e aperto la strada a nuove collaborazioni e dismissioni di precedenti collaborazioni che credo interessino gli “addetti ai lavori” ma poco i più di UP, che credo invece abbiano gradito la “storia dei funerali” che anche a livello di significato racconta molto oltre ai fatti in sé.

    matteofantuzzi

    16 dicembre 2006 at 13:00

  39. Non bisognerebbe passare facili disprezzi e sottovalutazioni delle arti manuali, soprattutto se ci si dichiara populisti, ovvero se si crede nelle arti passate da padre in figlio, “mastro” e apprendista dalla tradizione…: essere abile ad uncinetto, ricamo, tombolo, origami, hikebana, e taglio e cucito è infinitamente più difficile che scrivere poesiole e farsele pubblicare.

    Se uno è una mente abile, si cimenta in uncinetto, ricamo, tombolo, origami, hikebana, e taglio e cucito. Sono forme di arte geometrica che appunto richiedono maggiore costanza, impegno e encefalo che comporre poesie.

    Grazie caro Danni Antonello per la utile spiegazione. Scherzavo quando dicevo di non conoscere gli scritti di Marco Merlin, infatti, sono anni ed anni, almeno 7 che Atelier mi arriva gratuitamente a Oxford, e che io, dopo averlo letto, lo dono alla biblioteca del mio college. Di questo ringrazio si Merlin che Landolfi.

    supernatural

    16 dicembre 2006 at 13:18

  40. Caro andrea, credo che fosse non tanto una questione di parrucchiere e nuovo look, quanto di salernitudine…interrogherei il caro amico di Salerno, poeta e critico, Ennio Abate (appunto autore di un libro che trae da questa condizione il suo titolo). Pare che il soggiornarvi anche per un breve periodo a chi non sia di Salerno spinga al suicidio. Troppa altezza, troppi strapiombi, troppe rocce (Hubert Crackanthorpe ne è testimone).

    conosco personalmente la prof. di cui parli perché ha lasciato delle memorie in cui ti nomina (per nome e cognome…)

    come spiegavo, ella era una brava barbiera, rinomata in città. almeno negli anni Novanta, prima del mio trasferimento in UK. era molto famosa per i tagli alla garibaldina e alla zuava, dimenticavo di aggiungere.

    che ci vuoi fare:a Salerno sono tutti strani: Voc (Luigi Metropoli) è di Salerno, Francesco Marotta (di Salerno pure), Giampiero Marano (anche lui), e, ancora più insospettatamente, parte del sangue di Stefano Guglielmin è di origine salernitana. Ma tu non te la fai mai da quelle parti dati i tuoi interessi? Circolano donne alquanto belle.

    e.

    supernatural

    16 dicembre 2006 at 17:35

  41. sì, ma io sono normale :-))))

    gugl

    anonimo

    16 dicembre 2006 at 17:46

  42. Grande Gugl. !!! Bella battuta. 🙂

    Grazie a Danni Antonello per la ricostruzione dei fatti Manzoni-Merlin-Origini-Atelier… (ma si sa, Danni è uomo di parte). Condivido la seconda trance del suo intervento. Semplice, ma infine riassuntiva di molto. Buona l’idea di questa sorta di mutuo soccorso fra poeti in funzione delle letture pubbliche. In effetti tanti sono i poeti che non si sanno leggere davanti ad una platea, sminuendo, così, i loro lavori, o che, se si leggono, fanno scappare il pubblico o lo fanno addormentare (e ciò si può ricollegare all’intervento iniziale di Fiori – se non si condisce un po’ la faccenda si rischia, a mio avviso, che le letture si riducano, sempre più, ai soliti che leggono ai soliti – giusto che la poesia debba mantenere anche la dimensione ‘scrittorea’, ma il più delle volte tale dimensione interessa, solo, agli addetti ai lavori, non certo al pubblico minuto).
    Riguardo al mio funerale, Danni, temo che per il cordoglio ti sia sbagliato su un paio di nomi… non credo che i 2 che ho in mente vengano a piangere dietro alla mia bara… urna, visto che mi farò cremare… magari dietro a quella di Crovi sì. Cmq grazie se sarai fra i piangenti sinceri e non a pagamento o perché forzati, magari, da una pistola alla nuca 🙂 ma ancora non ho ben capito il perché bisogna essere a tutti i costi ben voluti in vita così come non intendo ‘sta storia dell’evitare ai propri figli l’imbarazzo sociale e psicologico di un funerale disertato dai più… (siamo nella Sicilia borbonica, nell’Inghilterra vittoriana o nel 2006? – perché bisogna mettersi d’accordo, una buona volta, con quale metro vogliamo ragionare. Io ci sto ad un metro di 300 anni fa, essendo un passatista, ma mi mette in crisi chi un giorno ragiona con un metro che vuole essere attuale o futuribile, poi, in base a come gli gira, il giorno dopo fa discorsi che neppure le vecchie del mio paese fanno più… cioè contare chi stava dietro a questo o quel funerale, chi piangeva o chi se la rideva).

    Per Matteo: certo che ognuno dice la sua riguardo questo o quel fatto; logico che se si parla con Crovi o con un qualcuno della redazione che il democristianone mise su a quel tempo (ad esempio uno a caso: Bertoni, che già era fra i suoi… come lo è tuttora, visto chi pubblica Aragno, cioè Crovi…) la sparerà alla sua maniera, così come se parliamo con un qualcuno dei dimissionari dalla redazione di Atelier (non so… diciamo un Ponso?, che giusto un paio di settimane fa ha restituito le chiavi) la dirà alla sua maniera – ciò rientra nella vita di tutti i giorni. Un Bertoni, ad esempio, quando dirigevo io Origini, non l’ho e non lo avrei mai interpellato – visto che Bertoni è bravo come critico, ma saggi e recensioni Origini non li ospitava, così come è un medio poeta, quando Origini, invece, accoglieva solo buoni testi… o, almeno, buoni per me -, così come un Ponso, che ora viaggia per altri lidi, può aver cavalcato una situazione fino ad un certo punto, poi ciao e saluti a mamma. E’ la vita, Matteo. Ognuno sostiene le robe che, in quel momento, gli danno un qualcosa… oppure facciamo tutti le vergini? Poi proprio oggi che il dibattito culturale si risolve in quello che tutti noi sappiamo? Cioè nel nulla o nel solito giro giroso di un blablabla all’aria, quando poi il mondo va come va? Ora ci sei tu in Atelier, quindi dici bene sia della rivista sia di Merlin… domani, quando ti stancherai, oppure avrai occasioni più appetitose o più consone alla tua visione del momento, forse ne dirai male… o troverai quei difetti che ora non vedi o non vuoi vedere. Tutto qui. E c’è da scandalizzarsi per questo? Quando partecipavo ai lavori de Il Semplice mi pareva cosa buona. Ora, a distanza di un 8-9 anni, riconosco tutti i limiti di quell’impresa e in parte ho recuperato le posizioni di Fofi che ci sparò addosso fin dal primo numero. Giocavano l’entusiasmo, l’editore (che era Feltrinelli), la stima nei confronti di Celati (che era stato mio prof. al Dams), le architetture astruse di Cavazzoni, il metodo collegiale che si usava, inizialmente, per scegliere i materiali da editare? Indubbiamente sì… poi ti accorgi che al posto di 180 pagine di storie uguali fra loro, potevano bastarne solo 60, oppure che ciò che era cominciato quale avventura antiaccademica, si era trasformata in una ‘maniera’ forse peggio della più becera accademia… e via così. Restano il progetto, il lavoro d’insieme, 7 numeri editati, qualche pagina di grande letteratura, l’aver riportato alla luce un grande filosofo come lo è stato Enzo Melandri, o l’aver sentito Nori recitare le sue robe in anteprima… ma poi Nori è da allora sempre quello, su Melandri si stanno finalmenta facendo convegni, il lavoro d’insieme faceva gioco ad alcuni, ma non a tutti, il progetto era pur esile e, infine, chi non ha mai scritto tre pagine buone?
    Così sono i tentativi e di tali tentativi è costellata la storia della letteratura.
    Io, inizialmente, ero in buonafede, poi vidi che certe facilitazioni ruotavano solo attorno a qualcuno, poi non riuscii a leggere tutto il numero 3, poi certe riunioni a Modena cominciarono ad annoiarmi, poi, giunti al numero 6, dalla prima parola all’ultima l’almanacco sembrava tutto scritto da un unico autore, quando in indice, invece, ne risultavano 30 – o non so quanti – sì, era monotonico, sembrava, dall’inizio alla fine, un libro di Cavazzoni… allora intesi che un qualcosa non andava più. Logico che tale avventura non la rinnego così come la menziono nel mio curriculum o in certe quarte di copertina, o in bandella, ma poi cosa resta? Forse la consapevolezza di quel che ho fatto… cioè quel che ora vi ho detto (e non è poco). Molto più significativo quello che facemmo per il quotidiano Il Manifesto con Celati (I narratori delle riserve)… ogni domenica (o sabato?) un autore diverso, e ogni autore era ben riconoscibile… ben netto… e quella fu nel vero una bella esperienza.

    Bene. Qui vi saluto definitivamente. Mi sono giunte molte mail in cui mi si rende noto che Martino Baldi vuol tornare a commentare nei blog, ma, come già ha strombazzato ai quattro venti, fin quando scorrazzerò io lui se ne tira fuori – o lui o io! ed è stato perentorio; non sopporta la prevaricazione e la prepotenza, in particolare quando si mettono in discussioni le sue scelte – quindi lascio a lui tutta la scena, così che si possano fare discorsi costruttivi, coerenti e chiari. Capitan Fracassa scende a mangiarsi i maccheroni pattuiti. Giusto andrò dall’Orgiazzi perché risulto ancora fra i redattori, e non mi pare educato lasciarlo solo coi poeti scelti (e vedremo quanto durerà). Ciao. Un bacio ad Erminia, che ormai amo profondamente, e un grazie a te, Matteo, per avermi dato spazio e, soprattutto, per avermi sopportato. Mentre scrivevo ho riflettutto… e infine ho deciso che punterò tutto sui miei funerali. Di questo devo ringraziare Erminia (e perciò l’amore) e i capelli della prof. di Andrea Margiotta. Buone feste a tutti e un buon 2007… anno 0, come da somma numerica. Anno decisivo.

    GianRuggeroManzoni

    17 dicembre 2006 at 01:37

  43. Ci credo: i grandi amori iniziano sempre cin la frase al primo inconro “Ma chi è quella stronza!” (non mi ricordo chi l’abbia detto…)
    Comunque, essere benvoluti è unvalore uiversale. Bisogna farsi odiare solo quando davvero ne vale la pena: farsi odiare dal potere che si combatte? ma non dai compagni che insieme a noi cadono sul campo di battaglia, per usare il tuo linguaggio, soldati o mecenati di l’una o l’altra parte. Odiare e farsi odiare dallo schiavo in catene, servo del tuo o dell’altro padrone, è un errore irrimediabile.

    Gianruggero, non ho fatto in senso stertto il militare, ma come farti capire che in qualche ALTRO senso, l’ho fatto?!

    Al funerale di Giovanni Aquilecchia, a Londra, la cattedrale traboccava di amici, studenti, amanti ed ex amanti. — e perfino di passati falsi nemici.

    supernatural

    17 dicembre 2006 at 09:21

  44. io non credo che ci sia solo interesse, per quanto riguarda ponso sinceramente non so (ma non credo), non ne ho mai parlato con nessuna delle persone in causa, ma ribalto tutto sulla mia esperienza personale: ho condiviso fermamente il progetto di voci della luna sulla poesia femminile estera (sono stato anche in redazione nella rivista per qualche numero), credo ad esempio che il lavoro fatto sulla poesia venezuelana e quella slovena sia stato (e sai/sapete che trovo sempre il pelo nell’uovo) egregio, anche noi a quel tempo avevamo l’appoggio di feltrinelli che per un 20enne pare sempre una gran cosa (cioè feltrinelli mi pare tutt’ora una gran cosa, ma un’idea dei limiti dell’editoria comincio ad averla…) poi una serie di problematiche anche strutturali mi hanno un pochino allontanato da sasso marconi, fermo restando che sono felice che stefano guglielmin sia riuscito a pubblicare l’importante libro che ha pubblicato.
    le altre 2 collaborazioni effettive che ho sono ora con atelier (redazione) e l’annuario castelvecchi (collaborazione) sono nel mio “stile” e decise da me nelle modalità, ovvero sono recensioni (non pilotate, dico quello che penso e anche nel modo che mi pare), concordo con le “direzioni” (ma li decido io) quali libri proporre e mando i pezzi. devo dire che per carattere io nelle riunioni di redazione ci sto come i cavoli a merenda… oggi sono contento così, cioè in coscienza ho deciso di collaborare in questo modo. se più avanti crederò di potere fare altro (magari con altri) in cartaceo lo proporrò, oggi devo dire che (compreso UP e questioni varie in rete) ho il mio equilibrio e mi va bene così. anche perchè sinceramente ho molto più piacere vada avanti la mia poesia, il resto sono cose accessorie.
    non ho velleità di beatificazione e sulla mia pelle anche in questo luogo ho vissuto tornaconti, persone che ti si avvicinano solo per interesse personale, non perchè condividano un dialogo. e qualche volta ci sono pure cascato. tutto fa esperienza.
    gli auguri li faccio nel post sopra, ribadisco solo che qualsiasi persona abbia voglia, tempo e piacere di venire qui a dialogare nell’altrui rispetto è ben accetto. e spero in tal senso di essere il migliore padrone di casa possibile (e questa è una critica a me che ogni tanto dovrei stoppare prima le cose)

    matteofantuzzi

    17 dicembre 2006 at 09:26

  45. soldati o “mercenari” (mi correggo: era un typo dovuto alla mia disgraziata blefarite che, insorta stamattina per il fumo del camino intasato al party a casa del pianista, ieri notte, mi intossicherà il party di stasera…, o era semplicemente un lapsus… )

    erminia

    supernatural

    17 dicembre 2006 at 09:27

  46. Gianruggero scrive: “ma ancora non ho ben capito il perché bisogna essere a tutti i costi ben voluti in vita così come non intendo ‘sta storia dell’evitare ai propri figli l’imbarazzo sociale e psicologico di un funerale disertato dai più… (siamo nella Sicilia borbonica, nell’Inghilterra vittoriana o nel 2006? – perché bisogna mettersi d’accordo, una buona volta, con quale metro vogliamo ragionare. Io ci sto ad un metro di 300 anni fa, essendo un passatista, ma mi mette in crisi chi un giorno ragiona con un metro che vuole essere attuale o futuribile, poi, in base a come gli gira, ….). ”

    Non ti è venuto in mente che tra la sicilia borbonica e l’ Inghilterra vittoriana a cui pensi come mie forse coordinate geografiche culturali….(ehmm, ma sorry, Gianruggero, forse ti stai confondendo,….Salerno non è…. Palermo….- e malgrado l’irrilevanza per te della lettera iniziale, a Salerno non ci sono stati i Borboni, ehmm ma…ehmm… i Normanni….?! ) .

    Pensiamoci insieme: c’è forse un referente del tutto diverso per questo mio monito alla pace sociale e al farsi benvolere che non i Borboni e i Vittoriani? e alla non offesa dei figli e del prossimo? Jesus Christ!!!! (ma in questo contesto, scusa, vinto che non ci arrivi, è anche una mezza imprecazione)…

    Sarebbe come dire che tutto quello che tu dici è spagnolo-austro-ungarico?

    supernatural

    17 dicembre 2006 at 10:17

  47. Carissimi, e poi chiudo definitivamente, nella tua buonafede, Matteo, ho sempre creduto, quindi siamo più che tranquilli, altrimenti non avrei fatto cose assieme a te.

    Erminia, Sicilia era modo di dire (so che sei di Salerno) così come Inghilterra era per sottolineare un certo conformismo in quello che mi pareva tu avessi sostenuto – reputo ,visto che ti leggo, elementi a te estranei (o non vorrei sbagliami), infatti mi è parso strano che tu sia ricorsa a categorie come: imbarazzo in chi resta a seguito di comportamenti di un eventuale genitore…; infine se chi resta non ha inteso chi fossero madre e padre, allora ciao anche ai figli, oppure ciao a quei genitori che non si sono fatti intendere dai figli. Tutto qui. Mi è parso discorso (cmq già tirato fuori da te, quello dei figli, con tanto di colpe dei padri su di loro, e di dover stare attenti, quando se ne hanno, a ciò che si dice, perché poi potrebbero andarci di mezzo etc. – leggi i nostri vecchi botta e risposta acuminati) dicevo.. . mi è parso discorso quel tanto fuori luogo e quel tanto ‘piccolo borghese’ (e intendi bene quel che sto dicendo – il discorso è piccolo borghese, non tu sei piccola borghese) che fra noi, visto i campi di battaglia che ti riconosco, altrimenti non sarei stato qui a perder tempo a leggerti… quindi a ‘filarti’… infine c’entra come i cavoli a merenda, perché reputo ci si possa misurare su ben altre tematiche, in cui figli, funerali, chiese straboccanti al massimo possono divenire piacevoli argomenti di conversazione, ma non di paragone culturale. Tutto qui. Ma sono il primo io ad avere, certe volte, scivolate di tono, come di stile (visto il casermaggio in cui mi sono allevato), perciò prendi anche questo come una sorta di interrogativo retorico per sancire ben altro… cioè quella ‘diversità‘ che penso noi si abbia dal restante – che ben conosciamo e contro cui lottiamo, ognuno alla sua maniera. E questo ‘ben altro’ spero possa, un giorno, venir fuori nel migliore dei modi e con la giusta caratura intellettuale.

    Buon lavoro a tutti e, di nuovo, buone feste. Grazie per i momenti piacevoli e anche per le zuffe, che, poi, ti fanno sentire vivo e mettono alla prova quello in cui credi, o pensi di credere.

    GianRuggeroManzoni

    17 dicembre 2006 at 13:24

  48. Per favore Massimo elimina post precedente partito prima ch epotessi correggere:

    Nooo, Gianruggero, è qui che ti sbagli, questi valori non sono piccolo borghesi, ma sono profondamente borghesi, pensaci, profondamente borghesi…..

    [cmq, essendo figlia di contessa e proprietaria terriera di una certa ricchiezza, la categia non si applica…nemmeno lontanamente sul piano brutalmente economico, alla Marx. ]

    Devo dirti questo: fatti compiangere dai tuoi figli. Ai bambini basta poco per volere bene ai propri genitori…basta che non causino loro offesa, imbarazzo sociale. Che siano adulti e genitori a modo. Persone onorevoli…Si può essere pezzenti e avere queste doti, come genitori…]

    Scusate, problemi agli occhi….abbastanza gravi specialmente oggi…

    Cmp, mica intendo farti la maternale, nemmeno ci penso: solo sollecitare la parte affettiva dell’essere insieme.

    supernatural

    17 dicembre 2006 at 15:48

  49. dio mio, quando nella bara c’è Gianni Aquilecchia, che ha scoperto importantissimi testi di Giordano Bruno, allora la cattedrale gremita e il suo funerale di piangenti e battienti è molto rilevante: ERA DAL 600 CHE QUESTI TESTI di Bruno GIACEVANO ignorati NEGLI ARCHIVI DELLA univesità britannica.

    Quando nella bara c’è uno come Gianni Aquilecchia, amico umile e immensamente degno, che non è mai stato avvelenato dai servizi segreti, ma tenuto sul palmo della mano a Londra, UCL, che dire…centra anche il rimando culturale.

    supernatural

    17 dicembre 2006 at 16:06

  50. erminia, ho cancellato, ma comincio ad avere problemi di sdoppiamento di personalità, tra un poco mi tocca ingaggiare un redattore di nome massimo dato che mi continui a chiamare così…

    by matteo “massimo” fantuzzi 🙂

    matteofantuzzi

    17 dicembre 2006 at 18:22

  51. Matteo Massimo, ormai sei diventato come il Gladiatore di R.Scott…
    è quello che le ho detto anch’io nel post 33 ma la contessina non ascolta o forse sta suonando il piano del suo pianista snob…
    Ad, ogni modo, madame Erminia, la storia della prof.ssa non era un’invenzione ironica: è successo davvero…
    La professoressa era di Salerno ma la città del mio ginnasio era un’altra…
    A me piacciono molto “Surriento” e Amalfi… Ad Amalfi ricordo una notte estiva in cui io, il Fritto (uno di Sarno che ora lavora in teatro con Branciaroli) e la Paparella (di Salerno) ci addormentammo sulle sdraio davanti alla splendida vista dell’insenatura e del mare illuminato…
    A Salerno ci ho dormito solo la notte dopo, con la porta chiusa perché c’era un gatto troppo affettuoso…(forse comunista pure lui?)
    A Sorrento invece ricordo una bellissima due giorni in occasione dei premi del Biglietto d’oro che ci diedero a noi sceneggiatori, al regista e agli attori per il film migliore incasso italiano dell’anno, cioè Natale sul Nilo… C’era tutto il gruppo di Aurelio DeLaurentiis compreso Silvio Muccino per un altro film… Un’esperienza divertente…
    Se non sbaglio anche Michele Santoro è salernitano no? Ma che mangiate? Barbabietole ultrarosse?
    O forse vi buttano una pozione o mistura nell’acquedotto?
    Ma Marano che tipo è? lo leggo spesso… Mi sembra di sinistra ma cita spesso autori di destra (d’accordo, alcuni politologi dicono che destra e sinistra siano categorie ormai superate, ma…)
    Dopo Poesia del Dissenso (in par condicio) potresti pensare a un’antologia di autori dal forte senso religioso, no? Con l’appoggio di Marano :-))-
    Invece farai il Dissenso 3… Giusto? Ok, noblesse oblige… Tu contessina… io pronipote di duchessa, figlio di ex capo di gioventù monarchica, ma io sostanzialmente di sentimenti vicini al popolo…
    E proprio per questo credo più nella magnanimità del sovrano che nelle lusinghe della democrazia che anzi considero quasi una contraddizione in termini… (be’ pure il mio amato Eliot era monarchico, no?) …
    Quando mai il demos, cioè il popolo ha avuto Kratos su qualcosa? Potere al popolo, ma va là…
    E anche la caratterizzazione di Lincoln “government of the people, by the people, for the people” (1863) mi lascia un po’ scettico…Perché, a livello pratico, negli USA sarebbe in realtà “ government of the Lobby, by the Lobby, for the Lobby”…
    “In God WE TRUST” devono averla presa per una sineddoche: e vedendola comparire sulla moneta, si son messi ad adorare quella! Non per niente Theodore Roosevelt era contrario a mettere il nome di Dio su una cosa dozzinale come la moneta…
    La democrazia deve esser prima una modalità del pensiero e, dunque, prima occorre la necessaria educazione… In Italia tutto è avvenuto un po’ troppo “velocemente”…
    Meglio la corona, come da te… O il Principato come a Monaco… Almeno uno si può intortare le principesse… Ma come fai a intortarti uno come Prodi?

    PS Data la presenza di Guglielmin, forse racconterò la storia delle due ragazze di Valdagno (una delle quali è nella foto del mio ultimo post, al mare, chissà se la conosce)…

    andrea m.

    rondons

    18 dicembre 2006 at 05:47

  52. Sì, Andrea , Michele Santoro è salernitano doc. Tipicamente salernitani i suoi modi.

    Matteo,scusami, il fatto è che mi piace troppo il tuo nome, davvero…nella lista dei nomi maschili, Matteo per me è il primo in bellezza.
    Scusami ancora. e.

    supernatural

    18 dicembre 2006 at 11:18

  53. caro Andrea, la ragazza che dici mi pare sia stata mia amante alla fine degli anni settanta, se non erro :-)))

    gugl

    anonimo

    18 dicembre 2006 at 16:07

  54. E allora com’è che era ancora vergine? :-))

    andrea m.

    rondons

    19 dicembre 2006 at 04:58

  55. sai che io sono zen: conservo il vuoto per il benessere dell’universo 🙂

    gugl

    anonimo

    19 dicembre 2006 at 10:32

  56. scusate, l’affetto che nutro per voi non deve impedirmi di commentare queste ultime infelici battute a spese della ragazza in questione, per fortuna rimasta in parte anonima.

    si tratta di commenti atrocemente imbarazzanti, rispetto alla political correctness dovuta alle questioni legate al genere; commenti maschilisti e datati di almeno 50 anni.

    grave: 1. parlare di persona assente. 2. oggettivarla. 2. patronizzarla tramite il gossip sessuale ed il ridicolo.

    …soprattutto se si chiama in causa una filosofia come quella Zen, dominio del pensiero astratto, che predica il distacco, e dunque rende ogni cosa indice oggettuale, e conseguentemente lascia l’oggetto del desiderio distante ed intatto.

    ma una donna non può in nessun caso essere ridotta ad entità oggettuale, e dunque portata ad esempio dell’abilità del praticante zen al mantenimento del vuoto nella distanza tra desiderante e desiderato.

    Inutile ribadirlo, la donna è persona parte della dinamica relazionare senza cui il desiderio sessuale si chiamerebbe semplicemente appetito.

    supernatural

    19 dicembre 2006 at 12:17

  57. erminia. l’ironia zen è un caposaldo del pensiero dell’impermanenza…

    poi il maschilismo, spesso, s’intana fin dentro il gompa, credimi 🙂

    gugl

    anonimo

    19 dicembre 2006 at 14:48

  58. sono stati cancellati 28 post. nei quali oramai non si parlava più di poesia neanche lontamente, e quindi la cosa non interessava né me, né le persone che da UP si aspettano delle analisi sulla poesia.

    matteofantuzzi

    22 dicembre 2006 at 13:44

  59. Segnalo anche se già non lo conoscete come potenziale libro di testo per i seminari di poesia l’ottimo libro di Nicola Gardini:
    http://www.amazon.it/fatta-poesia-Introduzione-scrittura-mestiere/dp/885180088X

    pietro1968

    6 agosto 2012 at 14:46


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