UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Leonetti ricorda l’esperienza di "Officina" di Giampiero Marano
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Queste parole di Francesco Leonetti tratte da un’intervista a cura di Maria Grazia Torri uscita su "Kult" (n. 5) nel 2001 mi confortano nella convinzione che "espressionismo" e, perché no, "avanguardia" e "impegno", rappresentino temi cruciali su cui c’è ancora molto da riflettere, ovviamente nei termini più adeguati al contesto attuale. Dice Leonetti: – "Officina" è stata la prima, tra le riviste letterarie, a rompere con l’ermetismo, corrente della poesia del periodo fascista, connessa all’uso di simboli astratti ed ermetici, mentre, come sappiamo, in Europa e anche da noi c’erano già stati i movimenti delle grandi Avanguardie, tra gli anni dieci e gli anni trenta: futurismo, dadaismo, surrealismo, eccetera. E allora, si è trattato di rompere decisamente con questo tradizionalismo italiano, aulico e chiuso in se stesso. Poi, nell’immediato dopoguerra, nella letteratura e anche nel cinema, è sorto il movimento Neorealista, che veniva dalla grande "fame di realtà" di allora e che, perciò, immetteva, nel fiume in secca della produzione letteraria, problemi connessi con la vita, con l’attualità della guerra, del conflitto e della resistenza. Sappiamo che il Neorealismo è stato veramente importante nel cinema, con registi come Rossellini, De Sica, Visconti. Ma, in letteratura, non ha dato risultati altrettanto soddisfacenti, anche se abbiamo avuto scrittori come Fenoglio e Cassola. L’idea decisiva, allora, è stata di Pier Paolo Pasolini: bisognava rompere con l’ermetismo e rinnovare l’espressionismo della "Voce", rivista del primo Novecento. L‘espressionismo è un grande movimento anticlassico, comincia addirittura in Dante, lo ritroviamo nei grandi dialettali (Porta e Belli), negli Scapigliati e quindi nei Vociani: è in contrapposizione al purismo petrarchesco e noi, con "Officina", lo abbiamo ripreso, ne abbiamo dato un esito nuovo caricando la lingua colta di gerghi, termini tecnici, dialetti, asimmetrie… Noi abbiamo voluto approfondire questa situazione cambiandola, riesaminando i punti chiave della cultura tra Otto e Novecento in Italia. Per esempio, Pasolini ha cominciato con l’innovazione in Pascoli, perché anche Pascoli adopera delle parole da lui inventate, onomatopeiche, che sono i suoni degli uccelli e altri, e in più rompe la grammatica (ma c’era già stato, su questo, il famoso Manifesto di Marinetti, che proponeva di usare le "parole in libertà" e di sopprimere la punteggiatura, ecc…). Questa, così come te la dico, è l’idea di fondo. Alla fine, però, ha prevalso il punto di vista di Contini, grande storico e critico, e amico del maggiore critico d’arte italiano, Roberto Longhi. Gianfranco Contini scopriva, nel ’53, l’espressionismo, come già i tedeschi avevano fatto, nei secoli precedenti e lo riferiva a Dante in contrapposizione con Petrarca. Questa è stata la forza dell’inizio, che riuniva i critici e poeti più vivi, dopo il ’50. Ci si riuniva in varie città, e convegni, dal Nord finanche in Sicilia, con Sciascia e lì si faceva riferimento alla sua rivista, "Galleria". La rivista "Officina" usciva in pochi numeri, pagati dal critico e scrittore Roversi, che aveva una libreria antiquaria. La grande editoria, allora, non si faceva carico delle riviste. Le riviste d’avanguardia, come "Officina", operavano scelte rischiose, allora, scelte comuniste. Tuttavia, nel ’56, dopo che i sovietici hanno commesso atrocità inammissibili a Praga, non si poteva rimanere comunisti e acritici. Cominciava con "Officina" la critica verso il PCI istituzionale, contro l’elemento stalinista presente nel partito. Noi eravamo contro Togliatti, che era stato in polemica terribile con l’arte d’avanguardia e con Vittorini, famoso scrittore antifascista degli anni Cinquanta. Da parte nostra c’era una grande attenzione a Gramsci, al Gramsci delle Lettere dal Carcere, apparse nel 1947, che avevano suscitato un’intensa emozione ed erano state definite da Benedetto Croce "un libro degli italiani che appartiene anche a chi è di opposto partito politico". Così, commentavamo i suoi Quaderni dal carcere via via che uscivano. Sceglievamo un certo gramscismo, che ha orientato, in prima fase, il cambiamento socio-culturale dei nostri anni sessanta. Era una contraddizione, la nostra, insita nel PCI, e portata avanti da Secchia, unico dirigente operaio che sosteneva con noi intellettuali quelle ardue posizioni. Ci chiedevamo sempre e anche con una certa ironia: «riuscirà Secchia a far fuori Togliatti?» No, non ci riuscì mai. –
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da Dissidenze
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Written by matteofantuzzi

18 novembre 2006 a 16:45

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26 Risposte

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  1. con molto piacere riporto questo articolo di Giampiero Marano da uno dei luoghi della rete che con più piacere leggo e con più piacere consiglio a tutti di leggere.

    matteofantuzzi

    18 novembre 2006 at 16:49

  2. Intervento, questo di Leonetti, molto bello soprattutto per il riferimento, che ha fatto molto bene Marano a sottolineare, all’espressionismo. Peccato per quell’ultimo riferimento a Secchia che è stata figura davvero molto ambigua nella storia del PCI soprattutto in riferimento alle relazioni con l’URSS, altro che Togliatti.

    davidenota

    18 novembre 2006 at 17:18

  3. Scusate…non c’entra niente, ma nelle traiettorie imprevedibili del blog, leggendo Delfini, mi ritornavano alla memoria quelle discussioni sulla presunta centralità delle citta sovra-letterarie d’Italia che abbiamo fatto talvolta con Fantuzzi e con altri, e confesso che anch’io a volte me ne sono invaghito e sono andato a cercare altrove la differenza, e forse taluni di noi (Milano o altri). “Il complesso di inferiorità si chiamava (e si chiama tutt’ora ) provincia. Si badi però a quanto dico. Il loro complesso non stava nell’essere dei provinciali (che non esistono e non sono mai esistiti) ma nel parlare, nel giudicare, di una provincia, del provincialismo, nel contagiare di un timore della provincia, e nell’isolarsi in una torre, o in una valle segreta, o nel centro di una grande città, o nel salotto di una signora dentro una villa, fuori dalla provincia. ”

    Guido Mattia Gallerani

    anonimo

    20 novembre 2006 at 18:19

  4. saluto davide e guido, in effetti è un post dove c’è poco da commentare e molto da leggere, da assaporare il momento di uscita dall’ermetismo che è stato appunto officina.

    matteofantuzzi

    20 novembre 2006 at 23:08

  5. marketta per dire che su Enne (link a sn) potete scaricare in mp3 la mia poesia “Perchè volendo pure Modena è lontana” letta da me medesimo (con tutti i difetti di pronuncia…).

    inoltre ringrazio Vincenzo della Mea che mi ha segnalato su Vibrisse nella mappatura dei blog letterari.

    matteofantuzzi

    20 novembre 2006 at 23:10

  6. ciao matteo . ho visto la mail . forse non ce la faccio a esserci . ti scrivo qui perché ho la posta bloccata . da qualche minuto . mentre cercavo di scriverti . mi si è paralizzata . è un po’ che mi crei casini mattè … stamattina – pensa te – ho immaginato che uscivi per lo ‘specchio’ . magari eh ? . eheh . stai bene e a presto . s

    anonimo

    21 novembre 2006 at 12:19

  7. (In risposta e continuazione del post precedente)…

    Già, Matteo, proprio lui… con Vanni Pierini, poeta e fondatore del Premio Recanati (un premio noto a chi, come me, ha iniziato scrivendo canzoni, premio fighetto e prestigioso per la canzone d’autore)
    L’antologia è del 2004, s’intitola Poesie d’amore ed è stata pubb. da Mondadori in 2 o 3 volumi, non ricordo, allegati a Donna Moderna… Una tiratura eccezionale per la poesia e presentazione con collegamento Rai da quella medesima terrazza romana e letture di Zeichen, Piersanti e altri… A me hanno regalato il volume n1… Un’operazione dignitosa, tutto sommato; in fondo le poesie sono di autori stranoti e classici più qualche novità e il volumetto è agile e simpatico : ovviamente, se avessi conosciuto il cucuzza e il pierini qualche mese prima della loro fatica, forse avrebbero messo anche me, visto che sono – e mi fa piacere quando sempre più gente lo nota – uno dei migliori poeti italiani giovani nelle poesie di argomento amoroso… “Aiutato” anche dall’essere tra i pochi (tra quelli più stilisticamente consapevoli, ovvio…) che parlano d’amore in poesia (Gibellini scrisse una cosa memorabile su questa mia “scienza d’amore” in un vecchio numero di clanDestino)… Il rischio è sempre di cadere nel banale o nel già detto o nel generico… è veramente un argomento difficile se uno non voglia usare lo schermo dell’allegoria o dell’ironia… Un altro che ne parla bene in poesia è Davide Rondoni – addirittura due suoi libri s’intitolano Avrebbe amato chiunque e Non sei morto amore…
    Però Rondoni mi pare meno sensualmente erotico, rispetto a me… La cosa che ci accomuna è che, affrontando l’amore come un problema della realtà anzi come IL problema, ci piace farlo direttamente a viso aperto, guardandolo negli occhi e bruciandosi… Altri per dire che la ragazza l’ha lasciato (il caso di Aldo Nove) usano parlare di yogurt e frigoriferi vuoti… E forse ci girano troppo attorno senza centrare il bersaglio…

    rondons

    21 novembre 2006 at 12:53

  8. Riguardo invece a Leonetti, due parole: 1) si dice “Tuttavia, nel ’56, dopo che i sovietici hanno commesso atrocità inammissibili a Praga, non si poteva rimanere comunisti e acritici”. Praga?Ovviamente, nel ’56, si riferisce all’Ungheria e non alla Primavera di Praga che è del ’68… Be’, c’è ancora chi si dice comunista (spesso acritico) anche dopo molto altro, dopo i libri neri sul comunismo, dopo certi fatti orientali, dopo l’esempio cubano che non è stato proprio un sole dell’avvenire, mi pare, con tutta la mia simpatia per il Che, in primis…
    Il comunismo mi ha sempre dato l’idea di una cosa che parte bene e con grandi speranze e che poi si perde per strada (o assurge a Monstrum se diventa Potere) … Anch’io sarei stato un castrista, agli inizi … Però poi, dopo, c’è qualcosa che non funziona e che probabilmente risiede all’origine dell’ideologia e nel profondo del cuore umano : cioè l’analisi non è completa, fa fuori qualcosa di essenziale, mancando alcuni pezzi di un puzzle che si pensava bell’ e fatto… Il neorealismo è stata un’ invenzione dei comunisti che piaceva pure agli americani che volevano vedere i films dell’Italia poverella… Molti critici non potevano parlar male di Visconti (che pure ha fatto qualche capolavoro e che pure era in contraddizione tra il suo comunismo e la sua origine aristocratica, la sua sensibilità e cultura decadente), insomma oggi è un po’ difficile capire il clima ideologico dei tempi… Amare la realtà è tutt’altro dal neorealismo… I neorealisti cercavano qualcosa che assomigliasse alla realtà come un fondo decorativo… Borges, in una intervista televisiva, in due parole ha demolito il Verbo neorealista che ha oppresso per anni e anni l’arte italiana (dal cinema alla letteratura: si pensi a quanto soffriva uno come Pavese, considerato neorealista ma che amava profondamente e non troppo segretamente il Mito)… Con risultati modesti… Perché oggi son cose datatissime mentre il mio amato Landolfi, che neorealista non era punto, si legge ancora benissimo… Pasolini è un caso a sé, diverso dagli altri e con maggiore talento: soprattutto, in lui c’era una divaricazione profonda tra un mondo suo profondissimo e sommerso, l’inconscio e le pulsioni corporali o viscerali e la sua lucida facoltà raziocinante o la sua ideologia… In Pasolini io ho sempre più amato la Passione che l’Ideologia, più l’Eretico che l’Empirista… Sul realismo, si vedano gli scambi tra Luzi e Pasolini (in Tutto in questione) …
    Quanto all’ermetismo, un po’ di cazzate le dice, Leonetti… 1) Fa quasi intendere che l’ermetismo sia stato fiancheggiatore del fascismo quando in realtà la letteratura ermetica nasceva proprio come fuga da quel fascismo odiato; e, invece, bisognerebbe approfondire certi legami e connivenze, ambiguità, autocritiche e altro, nel periodo fascista, di alcuni intellettuali nel dopoguerra saltati sul carro dei rossi: a questo proposito esiste un libro interessante di Ruth Ben-Ghiat, La cultura fascista, pubb. dal Mulino nel 2000
    2) Leonetti non tiene conto che proprio dal surrealismo (cioè da un’avanguardia di sinistra o anarchica e se volete anche espressionistica) i Luzi e gli altri ermetici pescavano e non solo dal simbolismo o dalla tradizione lirica italica… E, ad ogni modo, la cultura degli ermetici era molto europea, molto aperta agli esempi migliori: forse Leonetti confondeva Ermetismo con Rondismo… La Ronda, quella di Cardarelli, sì che era un movimento tradizionalista, nazionalista e petrarchesco-leopardiano…
    Ad ogni modo, la solita contrapposizione tra espressionismo contro poesia di derivazione petrarchesca, dovrebbe evolversi in senso più moderno… Senza gabbie… Riguardo all’ermetismo, Luzi se l’è cavata, un po’ perché era un grande, un po’ perché ha saputo evolversi in maniera sorprendente nel tempo (venendo un po’ a patti e a compromesso anche con certo verbo neorealista – se si pensi a Nel magma e, prima, alle opere degli anni ’50 – ma filtrato attraverso il grande esempio di Eliot); però un poeta come Bigongiari che è rimasto a lungo fedele all’ermetismo e poi, in tarda età, si è aperto ad una poematicità di tipo biblico, un poeta davvero misterioso e pieno di ricchezze e tesori ancora da scoprire o ri-scoprire, ha pagato di brutto il suo tempo interno di evoluzione più lenta rispetto all’atletico e coetaneo amico… Io penso che Bigongiari sia stato il poeta italiano del ‘900 più misconosciuto… In una catena di fraintendimenti e di parole d’ordine che arriva fino all’antologia Mondadoriana di Cucchi-Giovanardi, che include De Angelis e Mussapi ed esclude invece un loro maestro, appunto lo “zio” Piero…
    Per concludere, a me ha sempre più interessato una realtà non piattamente intesa neorealisticamente: dunque amo un certo realismo cristiano, imparo la grande lezione di uno come Testori che parte neorealista ma che diventa davvero uno innamorato della realtà, nella fisica dei corpi, uno che non si nasconde, uno che non ha paura del corpo a corpo e che non ha bisogno di una realtà più decorativamente realistica di quella che ciascun si vive…
    Però amo anche gli squarci del sogno, come in certi film di Bunuel, le incursioni nel fantastico borgesiano, nell’incubo landolfiano o di certi russi, il realismo magico, il gotico onirico di Poe… Non esiste solo Pasolini, o peggio, la vulgata dei discepoli che dimentica quelle intime contraddizioni e lacerazioni che erano, invece, la vera forza di Pier Paolo…

    andrea margiotta

    rondons

    21 novembre 2006 at 15:56

  9. confermo che non devo pubblicare per lo Specchio (anche perchè c’è più fila per farlo che per uscire in autostrada sull’A14 a riccione il 15 d’agosto, e mi fermo qui…), 1 abbraccio stefano.

    per andrea invece: sicuramente l’ermetismo non era “fascista” (ma non è così nemmeno nelle parole di leontetti) almeno lo stesso luzi ha parlato spesso di questo, addirittura devo avere qualche scritto da parte uscito per l’unità (ognuno ha i suoi difetti).
    è vero che bigongiari (poeta che sta rischiando l’oblio, ed è una vergognaa) potrebbe essere inserito come colonna del contesto che include poi de angelis ecc. come dall’altra parte ribadisco che non includere pagliarani od ottieri sarebbe un suicidio.
    per quanto riguarda l’amore io segnalerei a questo punto anche un autore come giacomo trinci, pistoiese che è uscito per marsilio e per aragno. davvero una gran bella lettura.

    matteofantuzzi

    21 novembre 2006 at 17:02

  10. ps. vi cosiglio di leggere la querelle sulla sperimentazione nelle nuove generazioni che si sta sviluppando tra nazione indiana ed absolute poetry (nel senso che stanno discutendo) che va avanti già da qualche giorno.
    N.I. ha tra parentesi anche inserito uno scritto di GRM e le poesie di Fabiano Alborghetti già apparse su LiberInVersi, su LiberInVersi le poesie di Stefano Lorefice il quale assieme a Martino Baldi è stato ospite su Poesia di Chiara De Luca

    matteofantuzzi

    21 novembre 2006 at 17:26

  11. una segnalazione:

    Trieste
    Venerdì 24 novembre ore 18
    bar-libreria KNULP
    (via Madonna del mare 7/a)

    Rosaria Lo Russo

    CROLLI

    (Battello stampatore,
    collana “i libretti verdi”)

    alla presenza dell’autrice
    presentano
    Roberto Dedenaro & Luigi Nacci

    ***

    CROLLI di Lo Russo (5 euro), come tutti gli altri “libretti verdi”, può essere ordinato all’editore:

    BATTELLO STAMPATORE
    Trieste – Via Rismondo, 14
    tel. 040761954 – fax 0403474448
    tipografia@adriatica.191.it

    anonimo

    21 novembre 2006 at 20:44

  12. Sì, Nazione Indiana mi piace perché spesso ci sono delle cose molto belle; tra le ultime cose, un racconto di Forlani sulla mia città natale, Lecce, alcune belle poesie di Centofanti e Manzoni che fa discorsi sempre di grande cuore e di grande desiderio e di vasti orizzonti…
    Tuttavia, il mio messaggio alla querelle (e capirai che querelle!) o a quelli che si incontreranno a Milano: Brrrrr, che freddo!… Meglio il caldino di Roma… La poesia di ricerca? Un falso problema: ogni poesia vera ricerca qualcosa…
    Diciamo che quelli che parlano troppo di ricerca in poesia, aprioristicamente, son proprio quelli che non sanno che cazzo cercare…
    E, soprattutto, che la Poesia non cerca…

    andrea margiotta

    rondons

    22 novembre 2006 at 00:06

  13. “Diciamo che quelli che parlano troppo di ricerca in poesia, aprioristicamente, son proprio quelli che non sanno che cazzo cercare…
    E, soprattutto, che la Poesia non cerca…”

    Non posso che sottoscrivere, Andrea. Al massimo la poesia fa il punto, seppur in evanescenza, del “dove sei cercando”. Un po’ alla “Stalker”, per intenderci, e Andrej Tarkowskij ha sempre saputo il fatto suo, così come anche lui era in linea con quello che sopra hai dichiarato… non a caso i ‘grandi’, quelli veri, i Maestri, ben poco hanno da parlare sul loro fare e sul ricercare, visto che il ricercare, quello alto, quello solito, quello che sancisce ogni attimo della nostra esistenza e l’interroga (tanto per capirci, anche con chi finge di non capire), si oggettivizza ed è dell’intera umanità… quindi perché stare a dire e ridire su ciò che già tutti sappiamo (o, meglio, sentiamo)?… e questo dall’aborigeno australiano ad Hawking. Giusto resta da cercare un ristorante dove si cucina bene alla cambogiana… ne conosci uno a Roma, visto che presto dovrò venirci?

    GianRuggeroManzoni

    22 novembre 2006 at 11:42

  14. Be’, Matheus, (vino che a me piace molto, tra l’altro, come il Porto…) Leonetti non è forse così esplicito qui nei riguardi dell’ermetismo ma sappiamo benissimo che, Pasolini in testa e tutti gli altri di Officina, consideravano gli ermetici come una masnada di clerico-fascisti, senza tanti distinguo… Sono molto illuminanti certe recensioni di Pasolini, in un libro singolare e minore, che ho visto ri-edito… A me francamente tutta quest’importanza innovatrice data ad Officina non mi persuade troppo, (nonostante da piccolo mi piacesse l’odore delle officine meccaniche quando si andava a riparare la macchina, specie quelle del sud dove trovavi personaggi invero molto “pasoliniani”): in fondo noi avevamo già Dante, Folengo, Belli, insomma c’era già tanto alle spalle; c’era una linea maccheronica che aveva perduto contro i Petrarca-Poliziano… Ma c’era e aspettava semmai solo d’esser ripresa… Ed è stato proprio il grandissimo Roberto Longhi (maestro di Pasolini) a inventare la ricognizione geografica e a rivalutare certo espressionismo lombardo nell’arte… Longhi però oscillava a seconda di dove stava, anche per questioni più prosaiche, e quando attraccò a Firenze divenne molto fiorentino-centrico (almeno, secondo quanto diceva Zeri, altro grande, ma da prendere sempre con le molle nei suo giudizi su Longhi…); poi arrivarono gli studi dei Contini e Dionisotti e Mengaldo…
    L’espressionismo puro è una cosa, (e Gadda e Manganelli sono un esempio oltre a Dante, ovviamente); l’espressionismo ricorretto in chiave ideologico-comunista che si trascina i detriti e le ipostasi e le parole d’ordine del neorealismo è un’altra… Tra l’altro, non credo che il miglior Pascoli sia quello “sponsorizzato” da Pasolini ma quello più magico-decadente-simbolista e quasi sospeso e argenteo, lunare direi quasi felliniano…
    La ripresa dell’espressionismo in chiave ideologica, o per lo meno polemica, rivive oggi nei poeti del gruppo Baldus…
    Diciamoci la verità: quando un gruppo nasce, per farsi sentire deve demolire quello che trova: così Officina con gli Ermetici, il gruppo ’63 con Officina e gli Ermetici… ecc. ecc. C’è ancora un modo di pensare sociologico dal quale dovremmo credo uscire per considerare l’individualità irripetibile di ciascun artista singolo, il suo valore, il suo rapporto col mondo e non sempre gruppi, movimenti, parole d’ordine… Io, romanticamente, sono per un ritorno alle grandi singolarità esemplari e a quella categoria critica romantica rimossa di mondo poetico di un singolo…
    Devo dire, senza scomodare i grandi esempi di DeSanctis e Croce, che pure hanno detto cose non sempre condivisibili, che un critico americano dei giorni nostri come H.Bloom riprende questo primato dell’estetico e delle grandi individualità contro le solite e noiose categorie storico-sociologiche che si perpetuano come gabbie e griglie sistematizzanti…
    Sì, Trinci è una mia vecchia conoscenza e ha pubblicato anche per la mia “scuderia” de l’Obliquo “Voci dal sottosuolo”, non so se ancora buy nel sito della casa editrice…
    A proposto di libri rari o fuori catalogo, segnalo un sito molto utile che mi ha fatto scoprire la sorella di Sgarbi, la nota e potente direttore editoriale Bompiani,
    http://www.maremagnum.com/ hanno pure il mio libro – benché, mi pare, solo le copie con l’acquaforte di Frangi (il nipote di Testori, uno dei più interessanti artisti italiani) che costa molto di più rispetto al prezzo normale del libro senza … Quindi è un sito utile per le “rarità” e per gli amanti dei libri non da supermarket…

    Ma quando parli, e mi fai ridere con la tua solita ironia, della fila dello Specchio intendi la collana o l’Almanacco? Immagino che la fila ci sia per entrambi, una cosa tristissima… Hanno un bel da fare Riccardi e Cucchi…
    Per quanto riguarda la mia esperienza, ricordo una telefonata di Riccardi, molti anni fa, che mi disse: “non ti ho chiamato perché ti voglio pubb. nella collana dello Specchio, ma perché ho letto le tue nuove cose, ho trovato molte poesie notevoli e se rifaccio l’Almanacco dello Specchio sicuramente ti metto tra i giovani… ” Poi passarono gli anni, ci fu l’ondata dei nati nei ’70, di pochissimi anni più giovani, e ci si convinse veramente a ripristinare l’Almanacco… Riccardi l’ho conosciuto di persona al Parcopoesia diversi anni dopo, presentatomi da Galaverni, e si ricordava ancora della telefonata (ma eravamo suggestionati da una serata deliziata dalle nostre rispettive accompagnatrici femminili)… Anche Cucchi aveva apprezzato il mio libro visto che ne parlò nella sua rubrica… Chi lo sa, in fondo il problema è sempre la moltitudine che scrive, la jungla che tutto annulla… E spesso le cose nascono un po’ così, quasi per caso, per circostanze… Ed è difficile scorgere i vari profili, le stature: in fondo, se si vuole fare una bella antologia, bastano un po’ di nomi buoni e c’è talmente tanta offerta che sono tutti interscambiabili… Per usare una metafora calcistica, sarebbe come se i vari antologisti avessero la panchina lunghissima…
    è il problema della orizzontalità democratica, a cui si è ridotta la poesia, che non convince il Daniele Piccini che lo scrive su ilprimoamore…
    E, quanto a me, sono il solito orso bruno che non coltiva i rapporti spesso promettenti, che spedisce le proprie cose con una certa fatica e senza calcolo, che non fa le file, snob, orgoglioso, superbo, impaziente, viveur e decadente, e attratto da cose molto effimere… Il mio poeta, il poeta che traduce la mia anima (che non vuol dire quello che io reputo più grande, perché il top del 900 d’occidente per me è Eliot) è il greco Ghiannis Ritsos, ironia della sorte pure comunista, che Crocetti conosce bene… Per questo, sinceramente, quando oggi penso allo Specchio, mi viene in mente prima di tutto il film di Tarkovskij che amo… Che ci volete fare, in mezzo a tante piovre e a tante cozze (soprattutto di sesso femminile) è bene che ci sia anche qualche orso bruno, mite ma che non si tira indietro se c’è da combattere… Forse qualche angelo femminile mi può salvare… Spesso ne incontro…
    Amo la poesia, l’arte, la vita emozionante: detesto, mi annoiano le manovrine di avvicinamento per un posto al semi-sole che in realtà non esiste… In realtà esiste sempre lo stesso sole che ci sveglia al mattino e ci chiede: “E allora”?…

    andrea margiotta

    rondons

    23 novembre 2006 at 01:30

  15. Ciao GianRuggero,
    la cucina cambogiana dovrebbe essere una via di mezzo tra la thailandese e la cinese, o sbaglio? Sono stato in diversi buoni cinesi qui a Roma, un thailandese e un vietnamita… Però proprio il puro cambogiano no, e non ti so dire neppure se ce ne siano…
    Hai provato su Internet? Chiederò a un amico che lavorava all’ambasciata birmana – e non c’entra molto – se non fosse che è anche una buona forchetta e un analista politico internazionale del settore sud-orientale… Ma dubito che anche lui lo sappia…
    Ora mi hai messo la curiosità del cambogiano… Se raccogli qualche informazione in più, illuminami…

    Delle extra-europee, la mia preferita resta comunque la cucina Persiana; sarà che ho avuto una fidanzata fiorentino-iraniana per tanti anni…
    😉
    a.m

    rondons

    23 novembre 2006 at 01:33

  16. Il grande merito di Officina sta nell’aver capito 1) il problema dell’iper-letterarietà della produzione poetica italiana 2) come questo problema coinvolgesse non tanto solo l’ermetismo – e le istanze dichiaratamente anti-realistiche – quanto anche e soprattutto ogni reazione programmatica (l’altra faccia della medaglia), da cui la contestazione prima del neo-realismo (per questa si distingue Officina, Andrea, non per altre contestazioni!!!), poi del gruppo ’63 etc. 3) come la dialettica tra mondo privato e mondo storico (ognuno a suo modo, per carità, chi – come Pasolini – con le sue insanabili contraddizioni, chi in maniera più lieve) fosse la scintilla della migliore tradizione poetica, cosa chiara in altri paesi, leggi Baudelaire, Mandelstam etc, dove la realtà non è vista come qualcosa di sporco di cui vergognarsi 4) l’importanza della tradizione de La Voce e di quella linea di poeti del primo ‘900 (Saba, Penna) non allineati con le due facce della medaglia avanguardia-evasione.

    davidenota

    23 novembre 2006 at 09:27

  17. Grazie dell’intervento molto asciutto e preciso, Davide… Non replico sennò facciamo notte… Forse io e te siamo come i vasi comunicanti, pur non comunicando troppo benché io abbia alcune tue lettere e una lunghissima mia lettera, di quelle che si usavano una volta tra scrittori, che non ti ho mai spedito… Poli dialetticamente tensivi… è la stessa sensazione che ho avuto cenando gomito a gomito una sera con D’Elia a Bologna, parecchi anni fa… Era abbastanza alticcio e avrebbe dovuto prendere il treno per tornare nella Marca… Gli lasciai il mio 1 libro (che avevo appena pubb. dunque doveva essere il 2000), ma non ho mai saputo se l’abbia letto, alticcio sulla locomotiva… Vabbè, lassamo perde… intanto facciamo entrambi il tifo perché la cenerentola poesia incontri il principe azzurro!…
    Ho visto che hai messo dei post interessanti nel tuo blog; dai, non aggiornare troppo in fretta così mi dai il tempo di leggerli, visto che Cronos è il mio nemico principale… Mi piacerebbe conoscere F.Santi che avrei voluto invitare in rai all’epoca del mio programma anche se è andata benissimo pure con la Cera Rosco… è un autore che mi interessa molto anche se non lo sopporto quando legge (perché pare sempre che stia sulla tazza del cesso…) – ma è una questione di orecchio mio…
    ciao
    😉 andrea

    rondons

    23 novembre 2006 at 13:34

  18. Però, Davide, dal tuo intervento mi sorgono alcuni pensieri: brevissimo…
    1) Se contestava l’iper-letterarietà perché Pasolini scelse una forma iperletteraria come la terzina dantesca e un lessico che inglobava sì l’impuro, il degradato, il basso ma anche termini preziosissimi e letterarissimi? Tanto che poi, andando avanti nel suo percorso poetico, sente l’esigenza di approdare all’informale ma forse anche alla distruzione, allo sfregio della sua stessa poesia? Non ti pare che, in questo bisogno di oltranzismo, di superamento dei limiti della parola e della lettera, Giovanni Testori (spesso accostato e accostabile a P.P.P, ma i due si detestavano…) sia stato più magistralmente teso?
    2) Officina contestava il neo-realismo solo in parte… (e ritorna il motivo cui accennavo sopra, che spesso un gruppo per imporsi deve far terra bruciata dell’esistente; e per questo non mi piacciono i gruppi che si richiamano più a ‘un idea rivoluzionaria, un po’ astratta, che a un bisogno interiore e privatissimo di verità com’è stato invece per gli ermetici, che nascono da un comune sentire e dal ritrovarsi fisicamente e concretamente in un luogo preciso, tra Piazza S.Marco a Firenze e poi le Giubbe rosse; in questo senso c’è chi come Fausto Curi – uno che aveva il poster di Lenin nel suo studio a Bologna…ma anche una bellissima assistente, per bilanciare – ha intelligentemente distinto un ermetismo meridionale da un ermetismo fiorentino, anche se lo ha fatto per salvare il primo e affondare il secondo…); Officina però proseguiva il discorso dei Gramsci, dei Lucasz, insomma non tagliava del tutto i legami con quel realismo socialista che io non accetto come ipotesi critica intelligente, libera e ragionevole,,,
    3) Baudelaire è stato l’iniziatore della poesia moderna ma anche il padre nobile dei simbolisti da cui discendono e gli ermetici e i surrealisti: tutte cose che mi piacciono… Baudelaire adorava e discendeva da Poe… Poe e tutta la letteratura fantastica o esoterica o magica erano i nemici giurati del Realismo (socialista, sovietico e italico)
    Mandelstam è morto in un gulag sovietico, e, ancora adesso, pensa te, in una casa editrice come Il Saggiatore, può capitare che qualcuno chieda a Piersanti – che spara non certo pallettini in una sua introduzione ad un’antologia poetica – se può non insistere tanto sulla morte di quel poeta in un gulag sovietico… Chissà, forse si potrebbe inventare una morte per raffreddore…

    4) Saba e Penna sono stati certo valorizzati da Pasolini ma ancor più da DeBenedetti/Montale, e oggi da Lavagetto il primo – e da Cesare Garboli il secondo…

    andrea margiotta

    rondons

    23 novembre 2006 at 18:37

  19. Ciao Andrea,
    ci sono, credo, i soliti equivoci. Guarda, davvero, cerchiamo di intenderci senza polemica, anche perché credo che al di là delle guerre di ruolo non si è mai così davvero distanti, quindi mi libero della terminologia specifica e mi esprimo un po’ più liberamente.
    Letteratura e forma (o se preferisci accademia e tradizione) sono due concetti non coincidenti. Non si definisce un testo iper-letterario o meno se scritto in terzine o in verso libero (Continuando con i nostri esempi, come brucia e ferisce una quartina di Mandel’stam, e quanta noia cartacea in Marinetti…). Per intenderci: il primo Pasolini, e tutta una tradizione prima e dopo di lui, usava la forma per non naufragare nell’infinità dell’ambiguo assoluto, come spiega molto bene Nietzsche nella nascita della tragedia. È l’apollineo che rende possibile la manifestazione del dionisiaco, cioè all’interno di una forma “contenuta”, affrontabile, si incarna la violenza di un’esistenza in prima persona. La terzina, l’endecasillabo, è il secchiello con cui si porta l’oceano. Così come la parola è campanello di pablov che risvegli nel lettore la voglia di… vivere, amare, offendersi, reagire, alzarsi in piedi dalla propria zona d’ombra. Ecco, è proprio qui il punto: una parola mi “sveglia”, è un campanello di allarme, se mi riporta in “vita” qualcosa, che si pensava morto e invece…
    Ecco come si può essere poeti eversivi, davvero unabomber (il bombardamento di libri di cui scrive Martino Baldi): una rima può esploderti tra le mani dentro il tuo letto se capace di risvegliarti, e sì, come diceva Fortini anche una poesia d’amore, anche un cielo turchino (per comprendere i tuoi esempi), se capace di darti quella “nostalgia di qualcosa che non è mai esistita” che ti fa alzare in piedi e trasformare davvero lacrime in pietre, il giorno seguente.
    Ecco come da un pianto può nascere una casa, e da quella casa un paese.
    Tornando al dunque: iperletterario è il testo morto, che non riporta in vita, che non sveglia nessuna identità sommersa, nessuna corrispondenza. Non si deve neanche bandire il termine letterario tout court, l’importante è che la tua parola (che sia merda, che sia cielo turchino), che il tuo verso, procuri un’urgenza, una necessità.
    Voglio dire, tu leggi un naufragio di Lello Voce con lo stesso pathos che si ha leggendo al bagno le avvertenze per l’uso del disgorgante. Invece davanti a Masaccio si cade in ginocchio. A bocca aperta.
    Cosa c’è dietro questa parola? Una noiosissima scelta culturale? O un fantasma che riaffiora?
    Nel primo caso si imita l’arte, tu credi di bere acqua e invece il bicchiere è pieno di sabbia.

    davidenota

    23 novembre 2006 at 20:04

  20. solo per dire che mi riferivo allo specchio-mondadori, ma allo stesso modo a scheiwiller e anche altre cose editrici come ad esempio bompiani: si sta investendo sempre meno sulla poesia, stanno uscendo sempre meno opere e non faccio la minima fatica a credere che tanti autori che hanno dimostrato con le prime opere di essere poeti maturi stiano attendendo che tante major italiane ricomincino a lavorare sulla poesia. e se la speranza delle major dilata i tempi dall’altra parte si rischia che un giorno vada alle stampe poesia “vecchia”, superata da nuove prove e nuove esperienze.
    dell’almanacco non so nulla tranne qualche autore che dovrebbe essere nel numero 1 e che non dovrebbe ancora essere uscito. è uscito proprio in questi giorni il numero 36 di nuovi argomenti, il primo senza enzo siciliano.
    la ricerca (per accennare brevemente all’altro discorso) è fatta dal lavoro non tanto dagli esiti. credo sia scontato pensare a poesia più classicistica di grande ricerca e poesia più effervescente stancamente inserita dentro a canoni stranoti, che galleggia. basterebbe solo guardare bene a questo, secondo me, e cercare l’indipendenza della scrittura.
    senza sminuire gli altrui percorsi: la solita storiella del “tutto fa schifo tranne me” che non può però farci diminuire l’interesse come per tre colonne del ‘900 italiano, ermetismo, “officina” e avanguardia. piaccia o no, si rifiutino o no queste teorie la nostra poesia italiana tutta (anche dei più bimbi) è figlia con percentuali diverse di questo terzetto…

    matteofantuzzi

    23 novembre 2006 at 21:35

  21. Non sono d’accordo con le tue concolusioni Matteo (il terzetto da rispettare laicamente), e questo non perchè reputi un Leonetti poeta più grande di Porta o di Pagliarani, anzi, ma proprio perchè occorre riconoscere chi ha fatto poesia di genere (sia pur inserito in un gruppo numeroso e rumoroso) e chi invece ha fatto altro: poesia, oltre.
    Cambiamo esempi visto che i presenti preoccupano per via delle possibili offese: Arthur Rimbaud non ha stessa validità di Catulle Mendès e X. de Ricard, mi sembra chiaro che non sono diverse tendenze presenti dunque ugualmente accettabili, c’è differenza tra chi fa poesia e chi fa letteratura, o tutt’al più cultura.
    Stesso discorso per Campana a confronto con i futuristi, potete dirmi tutto quello che volete su Soffici, anche per me sicuramente è il più interessante, ma tra “morire in versi” e “scrivere versi” non c’è proprio possibilità di confronto…

    davidenota

    24 novembre 2006 at 06:32

  22. Lontanissima da me, Davide, la volontà di sostenere un ruolo, o una parte o un’idea in maniera preconcetta… Cerco solo di usare la ragione come apertura alla realtà nella totalità dei suoi fattori… E nel momento in cui vedo qualche fattore censurato o messo a parte, mi scuoto e ne chiedo il perché…
    Non vorrei neppur sembrare un difensore spadaccino dell’ermetismo: anche perché, il nuovo e secondo libro che ho scritto e in cerca lenta e tranquilla di editore, è la cosa più lontana che ci sia dal cifrario dei simboli e dei preziosismi, ma anzi ha un surplus di vita e verità, come mi han detto i pochi che lo hanno letto e si può inserire perfettamente nel corpus centrale del discorso che hai fatto tu qui, sulla capacità di risvegliare una realtà viva, della poesia… E non è una cosa nuova per me, apprendere che la poesia c’è, accade, quando c’è un lettore che la fa accadere…
    Ma tornando a Pasolini, non mi hai risposto… Non ti ho detto che Accademia e Tradizione o Letteratura e Forma sian due cose uguali: ti avevo chiesto un’altra cosa…
    Se fosse come dici tu, Pasolini avrebbe potuto scrivere in terzine fino alla fine dei suoi giorni; oppure avrebbe potuto ingabbiarsi nella severa disciplina del sonetto come Manfred Streubel (bravi quelli di Nazione indiana a ricordare questo poeta così appartato e resistente…) o sperimentare la sestina, perché no, la forma più difficile a far da controspinta ai suoi moti dionisiaci…
    Invece, a un certo punto, con Le Poesie in forma di rosa e con il Transumanar e organizzar arriva all’informale… Dunque sente il bisogno di liberarsi di una cosa che sentiva come gabbia: la forma… E perché doveva liberarsi della forma, se essa è come dici tu? L’unica cosa che mi viene in mente è che la sentisse ancora come un diaframma letterario… E allora perché usava l’iper-letteraria terzina e le parole auliche, nelle sue prime opere, (lo stesso suo friulano è letterariamente rielaborato visto che era il dialetto della madre e una lingua della nostalgia, forse del sogno più che della sua realtà presente)… Anche i romanzi sono molto letterariamente lavorati e oggi non so quanto tengano rispetto, ad esempio, alla felice e veramente popolare opera di Rabelais…
    Cioè: Pasolini arriva ad accusare di iper-letteratura gli ermetici negli stessi anni in cui fa l’iper-letterato al cubo, in una forma diversa (cioè semplicemente utilizzando materiali letterari diversi);
    molti passaggi delle poesie del Pasolini in quel periodo sono oratoria ottocentesca, retorici…
    Paradossalmente, mi pare che Pier Paolo sia stato, in realtà, coerente con le tesi di Officina soltanto nell’ultima sua poesia in un bisogno di oltranzismo della parola, oltre sia la Forma che la Letteratura: che però è anche una non-poesia o una fine della possibilità della poesia…
    Egli arriva a sfregiare le sue poesie giovanili, nella riedizione, e approda a una situazione di vera disperazione (documentata dal film Salò e le 120 giornate di Sodoma) … Arriva ad una poesia che non nega più solo la letterarietà o la forma ma nega proprio la possibilità della poesia stessa e il ruolo del poeta (il suo genio aveva presentito quello che tutti oggi sappiamo e sentiamo…)…
    Pasolini era un quaresimalista con forti moti dionisiaci (e una forte componente narcisistica)…
    Uno che ti mette Bach nei films e riprende Franco Citti dal basso, in Accattone, come se stesse raccontando la vita di un santo…
    A proposito: ti posso chiedere perché oggi conosciamo in Italia i Roversi, Risi, Raboni, Ceserano, Rossi, Majorino, Cucchi e via dicendo più i nipotini e non ci vengono in mente poeti italiani che guardino a W.Blake? In Europa, nel Mondo non è così… Come se ci fosse stato un filtro dal dopoguerra in avanti, come se ci fossero state attente sentinelle…
    Ecco, questo mi pare poco ragionevole e poco liberante…
    (a proposito, cosa pensi di Blake?)

    andrea margiotta

    rondons

    24 novembre 2006 at 15:54

  23. Per il Pasolini de Le ceneri di Gramsci e di Officina il problema principale che va posto è quello del materiale e QUINDI della lingua (Contini docet), da cui tutti gli studi sulla poesia popolare, dialettale (da lui utilizzata, da giovanissimo, in maniera magico-ermetica: è vero). Poi arriva il suo interesse per Pascoli, che rivaluta (rivalutazione ancora incompresa) e in cui trova un primo modello, ma soprattutto per un certo modo (quasi per la postura psicologica) con cui vengono accolti termini extra-letterari (e quindi contenuti) all’interno della tradizione, con una naturalezza incapace di scandalo.
    La tradizione (terzine ed endecasillabi) sono per il primo Pasolini la naturalezza con cui si affronta il mondo.
    A differenza di tutta una linea aulica per cui “poesia s’ha da occupa’ di bello, e in modo bello”, e a differenza dei contro-aulici, per cui “poesia s’ha da occupa’ di brutto, e in modo brutto”, Pasolini con una tradizione Dante-Pascoli, e poi con i suoi modelli più vicini Saba-Penna, afferma (ed è la sua fase propositiva, ottimista ed amorosa: marxista e cristiana) che la poesia parla della vita, e che la vita è cielo e fango, bello e brutto, poetico ed impoetico, nuvole e catapecchie, tramonti ed invettive politiche, insomma, tornando alla lingua: plurilinguistica.
    Il discorso è semplice: una lingua mono-tonale e linguisticamente letteraria parla di concetti astratti ed irreali, Pasolini vuole parlare di vita, quindi vuole parlare la vita con le sue parole vive.
    Ora non facciamo l’errore di considerare plurilinguismo solo quello che Flavio Santi chiama il “ventriloquismo”, cioè il pluri-linguismo da avanguardia, violento, per cui si prendono tre lingue non comunicanti (latino, un qualunque dialetto e una terminologia medica) e ci si tesse un testo illeggibile: per Pasolini, che riprende Pascoli, plurilinguismo significa inserire senza intenzione di scandalo, con la più naturale dolcezza materna cioè con naturalezza popolare, terminologia extraletteraria nel letterario: mescolare cristianamente l’alto e il basso, la sua è una poesia “naturlamente inclusiva ed onnivora”.
    Mantenersi nella tradizione della terzina e dell’endecasillabo è per Pasolini appunto la prova di questa fiducia ancora intatta (nonostante già popolata di contraddizioni ed ombre) nel mondo e nell’umanità.
    Vedi, la polemica con il neo-realismo è una prima contestazione dell’avanguardia: del neorealismo egli contesta il moralismo controletterario (illetteratura da letterati), l’utilizzo forzato di una lingua appositamente popolare e bassa, dunque di un nuovo contro monolinguismo, con tutto il suo armamentario di nuovi materiali ideologicamente fissati e di tabù.
    Uscendo dall’ermetismo giovanile friulano e non abboccando al facile amo del neo-realismo, Pasolini compone i poemetti delle ceneri di Gramsci, libro davvero foscoliano. Foscoliano, non foscolista (tradizionale, non tradizionalista, perché come abbiamo detto la tradizione in lui rivive e parla della vita con la vita): è la stessa differenza che c’è tra un Baudelaire ed un qualunque eclettico-storicista francese dell’epoca.
    Poi abbandona la terzina, e in un poemetto come La ricchezza, del ’59 (in La religione del mio tempo) inaugura una forma, che secondo me è la propria pasoliniana, dell’ endecasillabo sporco, del tendente endecasillabo, assonanzato internamente e non più rimato in coda. Questa forma si accompagna ad uno dei migliori poemetti narrativi del secondo novecento: La ricchezza è un vero capolavoro.
    Anche nei diari di Poesie in forma di rosa, nonostante Pasolini inizi ad essere già profondamente stanco della vita, questa forma resiste: come resiste Pasolini in vita.
    Inizia a sfaldarsi con Una disperata vitalità, e poi con tutta l’ultima produzione, putrefatta, ma contraddetta da un bisogno frustrato di parlare, dire: esserci (sensualmente e razionalmente).
    Bisogno di vita e bisogno di morte: da cui la ripresa dei canti giovanili friulani, disperatamente sfrezzati.
    Pasolini non rinnega la forma, è la forma che gli si sfalda, mantenendo cmq sempre i tratti originari (la differenza è sostanziale).

    davidenota

    25 novembre 2006 at 10:27

  24. E poi c’è tutta la crisi del poeta e dell’intellettuale, ma non solo, dell’umanità, presentita (siamo tutti in pericolo), la consapevolezza che quella libertà conquistata (con tanto di diritti civili e di tolleranza nei confronti delle minoranze omosessuali) fosse stata niente meno che una trappola.
    Pasolini si sente con le spalle al muro schiacciato da una Storia disumana e nemica dell’uomo che chiama neo-capitalista e che ora sappiamo fosse invece l’inizio di quel movimento inglobatore globalista che viviamo oggi senza più radici nè cultura nazionale: Pasolini presente tutto, denuncia politicamente tutto quel che sa, quel che ha capito e che è possibile capire (da pochi cenni affiorati: il caso Mattei, la prima strategia della tensione); contemporaneamente da poeta muore, senza auditorio, senza umanità nè civiltà di riferimento che non siano immaginari posteri.
    L’abbandono della poesia per la prosa e lo sfaldarsi formale della prima si inquadra in questo decennio ’65-’75 di vera e propria, giustificata, paura e solitudine.

    *

    William Blake l’ho molto amato, me ne sono nutrito nell’adolescenza.
    Resta un bellissimo cristallino ricordo, come di tutte le letture giovanili, di cui non si potrà mai parlare male.
    Io nella mia prima educazione ho molto amato la poesia romantica, magico-simbolista, ed ermetica.
    Ho iniziato a scrivere di cieli turchini, cascate d’argento e foreste smeraldo.
    Vedi Andrea, questa parte dell’essere umani è fondamentale. La parte panica, molto forte anche in Pasolini, Penna. Io capisco quello che dici, lo so, lo vivo sulla mia pelle, il senso di soffocamento nei confronti di qualunque moralismo neo-realistico italiano.
    Ma bisogna fondere la medaglia, non ribaltarla continuamente (Neo-realismo vs Ermetismo): leggi i miei interventi, la parola d’ordine è: APRITE, SPALANCATE LE PORTE DELLA SCRITTURA ALLA VITA (che è ermetica, realistica, magica, morale, civile, razionale, passionale…)
    I poeti russi lo fanno da sempre.
    Gli italiani si vivisezionano in scuole, con tanto di tabù e codici di scrittura.
    Pasolini, secondo me, è stato un GRANDE proprio perchè si è licenziato da ogni scuola, è stato POETA senza aggettivi.

    davidenota

    25 novembre 2006 at 11:04

  25. Be’, grazie degli interventi Davide… Sì, quello dei russi non in linea con il realismo sovietico, mi pare un grande esempio…
    In relazione a quanto dici, (APRITE, SPALANCATE LE PORTE DELLA SCRITTURA ALLA VITA che è ermetica, realistica, magica, morale, civile, razionale, passionale…), posso dire che il nuovo mio libro (in cerca prima di verifiche intelligenti e poi di editore…) va proprio in codesta direzione… A un certo punto mi sono trovato proiettato in una vita del tutto diversa: Roma, il cinema, alcune nuove storie d’amore importanti… Dalle nebbie di Forlì e Bologna – frammentate da lunghi periodi di soggiorno in Firenze – mi sono imbattuto nella solarità romana: così ho trovato la grande scena delle rovine classiche che contrappuntavano il mio sogno e il desiderio di pienezza, prima, per poi scoprire, dopo, che quel sogno lasciava il posto al senso della finitudine delle cose… E ritornavano dunque le rovine…
    Una parte del libro si è praticamente scritta da sola, dunque, in un surplus di vitalità e con una mia certa sorpresa: per l’altra parte, invece, ho ripreso cose ancor più antiche dei testi confluiti poi nel Diario tra due estati, rielaborandole per quanto fosse possibile… Le ho volute riprendere perché erano state scritte in un periodo di vita molto selvaggia, tra Bukowski e Rimbaud…
    Così è nato un libro molto strano che però sento molto mio…
    Uno strano tipo di realismo…

    a presto

    andrea margiotta

    rondons

    25 novembre 2006 at 15:28

  26. sono convinto davide, lo sono sempre stato, che ci siano fili che ci legano alle esperienze che veniamo a conoscere. per questo anche esperienze come (che ne so) il dadaismo finiscono per influenzarci: c’è chi ci influenza proprio e chi quasi solo ci sfiora… ma nessuno ci riesce a lasciare indifferenti.

    la poesia italiana è una poesia a sé stante, per questo (esempio) un giovane poeta come stefano lorefice, che si può leggere nell’ultimo numero di Poesia e che spesso ci viene a trovare, va sicuramente visto con interesse proprio perchè esce dai canoni nostri e va in un respiro europeo, quello che tu andrea indichi, per questo rompo sempre le balle con la poesia slovena… perchè la nuova poesia slovena non guarda solo la propria poesia ma anche le esperienze delle altre nazioni, cosa che per noi è quasi impossibile. con una conoscenza totale della nostra poesia dovremmo iniziare per il bene della nostra poesia a guardarci attorno, leggere polacchi, greci, tedeschi, francesi, estoni, svedesi ecc. nostri coetanei dei quali spesso non sappiamo un fico. sono graditi consigli da parte di tutti.
    io vi consiglio esad babačić e peter semolič, barbara korun e taja kramberger. sono tutti sloveni. attendo i vostri consigli.

    matteofantuzzi

    26 novembre 2006 at 15:49


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