UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Nel marzo del 2005 si è svolto a Firenze un convegno fra i rappresentanti delle maggiori riviste di poesia attive in Italia. Ognuno di essi ha letto la propria relazione, risul­tando via via penetrante, onesto, bene informato, velleita­rio, fazioso o ecumenico. Fra interventi rilevanti, dignitosi o francamente folkloristici, si è presto materializzato il fantasma della "grande editoria", ovvero di quel Moloch che mostra di ignorare completamente 1’attività di propo­sta, approfondimento e selezione propria delle riviste. Mai come in questo momento, si è detto, fra editoria di grandi capitali e militanza critico-poetica c’è stato un solco così profondo di reciproca diffidenza: i grandi editori non "pe­scano" nelle riviste, e queste ultime non hanno la forza di imporre alcunché. Si è allora diffuso un comprensibile de­siderio di revanche: coordinare gli sforzi, trovare un mi­nimo comune denominatore, giungere a un accordo sui nomi da sostenere comunque. Forse anche passare dalle recensioni "a pioggia" a una più ampia e mirata attività sag­gistica, capace di individuare davvero, e non solo di regi­strare con indulgenza. Diminuire le pagine e precisarle. Dialogare di più. In realtà, tre elementi mi sono apparsi degni di nota. La sterilità della contrapposizione con la grande editoria. Il fatto che ormai parlare di poesia in un contesto di ampia partecipazione significa parlare ognuno di oggetti con­creti molto diversi fra loro. L’innegabile crisi mediatica sofferta dalla rivista cartacea di poesia, stretta fra 1’auto­sufficienza (in diversi casi a sua volta sterile) della gran­de distribuzione libraria e il processo grazie al quale l’im­menso formicolio della poesia e della critica in rete si va precisando in alcuni spazi strutturati di crescente appeti­bilità. Così che «Il Verri», «La Clessidra» o «La Mosca di Milano» sembrano schiacciate fra Mondadori, Einaudi e il sito web Nazione Indiana. Fra questi tre elementi, che mi sembrano innegabili, il secondo mi pare il più rilevante: chiamiamo poesia (da leg­gere, pubblicare, criticare, proporre) una serie di testi scrit­ti difficilmente riconoscibili come tali dalla gran parte de­gli altri operatori culturali del settore. In breve, siamo disa­bituati a riconoscere la poesia, scambiamo la sua pratica diffusa e recriminante per mi sconosciuta vivacità. Siamo stati avvelenati dall’ esplosione post-moderna, rappresen­tata vuoi dal Gruppo ’63 vuoi dal movimento dei poeti anni Settanta. Abbiamo perso il tatto, l’udito, il gusto. Non pole­mizziamo sulle poetiche o sulle opportunità stilistiche, ma leggiamo un po’ attoniti i poeti che gli "altri" ritengono di pubblicare e sostenere. Divisi,per scuole o aree geografi­che, non distinguiamo epigoni o autori locali dalle espe­rienze più complesse e autonome. Abbiamo un’idea gene­rosa della "comunità" allargata, quando invece la poesia ottima e quella buona rimangono un bene scarso. Nell’ epo­ca delle scuole di scrittura creativa, ci si deve per parados­so alfabetizzare nuovamente alla poesia. Ci si deve sbaraz­zare di questa verginità satura, stampando il poco e il ne­cessario, e soprattutto incontrandosi per leggere insieme i testi, per tornare a parlare insieme quella lingua che poi potrà dividerci nuovamente sulle prospettive e sui valori. O altrimenti, comprendere con chi non ce la sentiamo più di dialogare. Quanto poi alla contrapposizione con la grande edito­ria, credo sia un falso problema. Innanzitutto, perché fra militanza e grandi istituzioni culturali lo iato è sempre stato percepibile. E soprattutto perché oggi gli unici due grandi editori che pubblicano poesia contemporanea con continuità, Mondadori ed Einaudi, appaiono caratteriz­zati piuttosto in senso militante che istituzionale. È acca­duto, infatti, che siano giunti alle più importanti direzio­ni di collana i fautori di due "linee", o tradizioni, i quali sembrano personalmente interessati ad assolutizzarle come crisma di qualità, con le ricadute di visibilità che ognuno immagina. (È il verbo esatto: immagina. Infatti la visibilità occorre darla per scontata nel minor numero possibile di casi). Tuttavia, neanche una volta accertato tutto ciò, la lotta di Davide contro Golia è a mio parere appassionante, o di sufficiente livello. Il problema reale mi sembra essere come adire i criteri di selezione migliori, ed averne pub­blico riconoscimento. In questo senso, la media e piccola editoria hanno forse – proprio grazie alla marginalità finanziaria della poesia nel sistema editoriale – una fun­zione centrale. Scegliere attentamente il "proprio" edito­re di riferimento, prima ancora di esserne scelti, è la via maestra di coloro che non credono strettamente necessa­rio sottoporsi alle faticose trattative con i grandi produt­tori di titoli, e che nel contempo sanno aspettare. In ogni caso, la produzione pletorica – del tutto o in parte a spese dell’autore – di alcuni piccoli editori è, se va bene, un rumore di fondo, se va male un vero e proprio inquina­mento. Invece di leggere dattiloscritti, (non) leggiamo centinaia di libri. Cosicché, se oggi aprire un libro Mon­dadori, Einaudi, Garzanti o Guanda non può rassicurare in sé, tantomeno deve apparire vivace o vitale la poesia che riempie le decine di libretti stampati in continuazio­ne. Viceversa, puntare sulla superstite editoria di qualità (le vecchie e nuove Scheiwiller) e non avere ansie è segno di forza, e anche, credo ormai, di educazione estetica. Un buon rapporto col tempo e l’attitudine a lasciarsi selezio­nare: ecco le note di base di un narcisismo ben lontano dalle piccinerie egoiche, e anzi proiettato a un’afferma­zione di sé più profonda, revocabile e riconquistabile, in cui si viva senza il timore delle scadenze e addirittura ossessionati, invece, da quello degli scadimenti. È già venuto troppe volte, infatti, il tempo urlante di «Lacerba» e delle sue scapigliature. TI "Documento" di que­sto numero dell’Annuario è una selezione della fitta rasse­gna stampa suscitata dall’ormai celebre Festival Interna­zionale dei Poeti di Castelporziano, organizzato da Simo­ne Carella e Franco Cordelli: un jeu au massacre della crea­tività diffusa ai danni di una creazione autodenunciatasi nel punto stesso della sua incipiente evaporazione. Un blog in spiaggia, effettuale: un bagno non sociale, ma sociologi­co. Oggi è la rete elettronica il luogo in cui il rumore può accumularsi e sedimentarsi. È possibile che nelle sue ma­glie !’impeto non inerziale, ma appassionato, non si perda. Tutt’altro.

di Paolo Febbraro, da Annuario di Poesia 2006 ed. Castelvecchi.

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Written by matteofantuzzi

28 ottobre 2006 a 20:17

Pubblicato su Uncategorized

36 Risposte

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  1. Biblioteca Comunale di Castel San Pietro Terme
    Via Marconi 29 – Castel San Pietro Terme (Bo)
    Venerdì 3 Novembre 2006, ore 21.00

    Gian Ruggero Manzoni presenta “Scritture scelte 1977-2003” (ed. del Bradipo, Lugo 2006)

    L’esperienza del poeta. Vite ai margini, vite estreme

    Progetto Abitare gli Spazi 2006 Castel San Pietro Terme Città di Poesia coord. di Matteo Fantuzzi
    col sostegno di Pro Loco e Ass. alla Cultura, comune di Castel San Pietro Terme.

    *
    Gian Ruggero Manzoni, nativo di San Lorenzo di Lugo nel 1957, vive tra l’Italia e la Germania. Discendente di Alessandro e nipote di Piero, è forse l’emblema dell’artista “totale”: poeta, narratore e saggista, ha alle spalle già giovanissimo prestigiose pubblicazioni per case editrici come Feltrinelli e Scheiwiller, all’attività di scrittore affianca quella d’artista (ha esposto ad esempio alla biennale di Venezia negli anni ’80) e curatore. È forse il migliore esempio di come la vita e l’arte possano intrecciarsi e scandire l’esistenza quotidiana, ne esce una scrittura dura e senza compromessi che sorprende al tempo stesso per
    l’umanità che trasmette. Ha insegnato Storia dell’Arte, del Costume e dello Stile presso l’ Accademia di Belle Arti di Urbino, ha fatto parte dell’esercito italiano a Sarajevo durante la guerra in Bosnia.

    *
    Come arrivare:

    Prendere l’A14 (Bo-An) e uscire al casello di Castel San Pietro Terme, a quel punto girare a sinistra in
    direzione del paese per circa 3 km. Dopo il ponte della ferrovia vi troverete a un grande incrocio semaforico, lo oltrepassate proseguendo lungo il viale
    alberato (Viale Roma). Quando la strada si dirama andate a destra (Via Marconi) e parcheggiate nel
    parcheggio subito alla vostra sinistra. La biblioteca si trova subito lì, dall’altra parte della strada, all’altezza del semaforo.

    anonimo

    29 ottobre 2006 at 19:59

  2. Mediate, gente, meditate sull’analisi di Paolo Febbraro. Mi sento di condividerne premesse e conclusioni (sull’editore di riferimento, sulla pazienza, sulle potenzialità della rete…). E sul ritorno al testo, all’ascolto e al confronto sulla poesia scritta e letta. Coniugare entusiamso e disincanto, ospitalità verso chiunque e serietà/libertà di giudizio critico…
    Antonio Fiori

    diamine

    30 ottobre 2006 at 07:18

  3. L’analisi di Febbraro è condivisibile, tuttavia nel corso del tempo emergeranno naturalmente i valori (penso al lavoro in rete di mappatura, generalmente non entusiasmante, ma se uno lo segue, e non ci vuole molto basta un’occhiata, prima o poi qualcosa di interessante compare, e uno si segna l’autore).
    C’è, almeno io penso da parte di molti operatori, il desiderio di creare una dimensione sociale della poesia, un obiettivo importante; poi certo, si potrebbe “stroncare”, essere più critici, ma il tempo è il miglior critico. In ogni caso, la realtà resta la mancanza di metodi per estrarre dei “valori”, sarebbe bene discutere anche di questo, perchè ci si affida a un fare poi alla fine dei conti lobbystico vedi questo articolo di Luigi Nacci su Fucine Mute http://www.fucine.com/archivio/fm87/nacci-saggio.htm.
    Allora, da una parte c’è una dimensione sociale vasta e per alcuni magmatica, dall’altra un fare lobbystico che non rappresenta “valori”, ma i propri “esclusivi valori”. La base, quella che genera i valori non esclusivi, è il lavoro individuale, la scrittura, le esecuzioni, l’analisi e l’elaborazione utile alla creazione,… Non credo che qualcosa stia stritolando la poesia, credo piuttosto che una diffusione così ampia non sia mai stata raggiunta, e di conseguenza bisogna adoperarsi affinché vi siano buoni motori, puliti, sinceri, “onesti” e calibrati su una dimensione di fruizione molto più vasta che in passato, dove perarltro anche le piccole case editrici possono inserirsi con tutta la loro dignità.
    Christian Sinicco.

    anonimo

    30 ottobre 2006 at 08:49

  4. ho problemi di connessione, ci vediamo nei prossimi giorni risolta la cosa e rispondo anche a quanto sopra. intanto segnalo MARTEDì 31 OTTOBRE 2006 dalle ore 21 alle ore 23 all’Aula di Istologia (via Belmeloro 8, Bologna) Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna presentazione del numero di Argo dedicato al “matto” (me presente)

    matteo fantuzzi.

    anonimo

    30 ottobre 2006 at 19:50

  5. ancora immerso nei problemi di connessione provo una piccola risposta: credo che il lavoro di mappatura sia necessario tanto quanto il lavoro di critica pura e militante, sono due ambiti che non possono essere esclusi a vantaggio dell’altro. quando uscì anche il lavoro di nacci sulla poesia triestina dissi proprio che quel lavoro (meglio: quella metodologia di lavoro) era fondamentale proprio per includere nell’analisi e nella discussione tutti i possibili attori, senza creare omissioni (voluti e non, al di là della questione lobbystica) nella poesia triestina.
    a questo punto il tempo è galantuomo ma pure un poco stronzo, se pensiamo che stiamo già perdendo tanto secondo novecento… pagnanelli… calzavara… la gente manco sa più chi sia salvia, o bellezza…
    e allora che la diffusione sia ampia il più possibile, e che la meritrocrazia trionfi, e non la politica. appunto: non la lobby

    ps. christian, accenni anche qui un poco al progetto che partirà nei prossimi giorni a venezia ?

    matteofantuzzi

    1 novembre 2006 at 18:53

  6. preferirirei si parlasse ricostruzione di un ambito sociale diffuso (più che mappatura)/critica.

    Da internet poi la feccenda cambia, ovvero il lavoro sul web deve poter servire come laboratorio -e lo sottolineo- per la realtà, una realtà sul territorio che è comunque ricca di eventi la cui qualità è oggi più che mai discutibile. I motivi sono diversi: è chiaro che il passaggio tra la scrittura pura e semplice, un post su internet, e la sua realizzazione in un contesto è una via dura e impegnativa.
    Dall’altra parte, uno che legge, esegue il suo testo, bene o male che sia, balbettando la sua intimità o la sua ricerca o la sua autoreferenziale genialità (a uso e consumo del suo dire e pensare), costa praticamente niente tanta è la fame di un palcoscenico – da cui il discorso di internet_vetrina, ma pure di realtà vetrina. Dall’altra parte, un evento pur piccolo ma ben curato, ha dei costi, che riassumendo per una decina di autori, prendendo qualcuno pure del territorio, spesando viaggio vitto e alloggio e non un euro di più, se fai il calcolo siamo sui 1000 euro, considerando poi telefonate, e pubblicità. Cosa dunque è più facile fare? Poi è chiaro che se devi spendere dei soldi, cerchi qualcosa che ha a che fare con un’espressività capace di entrare in diversi contesti, perché ne va della qualità dell’evento che presenti. Bene, se ci pensi, questo aspetto è assolutamente nemmeno considerato dalla critica. Ritorniamo dunque allo stesso punto del cosa è più facile fare. E’ chiaro poi che in un contesto simile, si creano dei circuiti, se vuoi delle lobby, negative perché lavorano dal “facilmente”, positive perché osservano e analizzano dove il laboratorio è complesso e dove si vede che c’è un gran lavoro alle spalle.
    I problemi per critica e operatività sul territorio, sono gli stessi, anche perché poi giustamente se non vedi non credi, e la nostra critica è abituata a sedersi sullo scagno, e aspettare la morte del corpo del poeta o il suo invecchiamento se va bene. Ma lo sai che, questa è una cosa assurda, mi contattano per avere testi, informazioni, più critici che stanno all’estero che italiani…poi magari i testi gli fan pena, e poco importa, ma in sostanza la passività, e poca non solo ricettività ma attività, volontà di sondare, del nostro sistema, è una cosa da medioevo.

    Caro Matteo, quali saranno le soluzioni, per te che, come ognuno di noi, non sei perfetto e che, per una pubblicazione su rivista, venderesti l’ultima figurina panini del mondiale 82 che ti è rimasta?
    🙂
    Christian

    anonimo

    2 novembre 2006 at 09:51

  7. la prima cosa che mi sembra importante credo sia portare la critica in periferia, che non significa fuori dalle città (perchè milano e roma fanno con la poesia gli stessi numerini di qualsiasi altro borghetto italiano), ma fuori dalla logica prettamente universitaria e centralista che tu stesso christian sottolinei, benedicendo e spingendo dalla stessa periferia le esperienze che anche partendo dall’università ragionando non con una modalità conservativa. bisogna evitare che dalle università i cosiddetti futuri operatori del settore escano senza conoscere le riviste italiane (anche poesia e NA), senza conoscere la poesia del secondo ‘900 e di questi anni, passando le giornate a studiare autori dei quali esistono migliaia di studi che spesso si ripetono fino alla noia, lasciando per strada tanta buona poesia.
    bisogna evitare che in un clima di poca voglia di conoscere qualcuno si leghi a qualcun’altro che gli dica “la nuova poesia sono solo a, b e c” omettendo così per i 1000 motivi di cui sopra d, e, f … ecc.

    matteofantuzzi

    2 novembre 2006 at 15:14

  8. ps. 31 anni fa ci salutava pier paolo pasolini. una cosa che mi chiedevo stamattina è quanti abbiano (anche tra gli studenti di lettere) letto mai un libro di pasolini. e ho tanta paura della risposta…

    matteofantuzzi

    2 novembre 2006 at 15:19

  9. d’altrocanto
    poesia contemporanea
    III edizione – ottobre|novembre 2006
    Sala Morellini Teatro Bonci Cesena
    sabato 4 novembre ore 17:30
    conversazione con Stefano Simoncelli
    e presentazione del libro La rissa degli angeli, Pequod 2006

    matteofantuzzi

    2 novembre 2006 at 15:20

  10. Temo anch’io che Pasolini sia davvero poco letto oggi. Anche perchè poco proposto nelle scuole; già, la scuola, cenerentola ormai, anzichè regina, delle istituzioni culturali ! Condivido con Christian la funzione di laboratorio per quanto riguarda internet…
    Antonio Fiori

    diamine

    2 novembre 2006 at 15:55

  11. Matteo, l’università non è “manovrabile”, quindi anche se quello che dici è vero, non c’è alcuna prospettiva praticabile. Io credo che l’unica possibilità siano le organizzazioni, che danno vita a piccoli eventi o festival, e se lavorano bene poi questi festival crescono, e se crescono il territorio e i suoi attori si fa presente, e osserva gli altri e condivide idee, e l’unica cosa che puoi fare è vivere bene questa socialità, perché tutto il resto è truffa, tramacco, tiritera solita e scontata. La critica italiana è inadeguata, i critici e i critichini hanno i propri giri, che gli bastano. Non vanno dove c’è il vivo, pensano di vivere, e sono ampiamente sotto il livello dell’acqua, quando nella realtà, all’asciutto, ci sono le metropoli. In pratica la critica non lavora, e si parla di pluralità, ma che pluralità, la plurilità del passaparola? E tu pensi che questi poi inseriscano un Doplicher in un’antologia, ovvero uno tra i più importanti intellettuali e poeti italiani, triestino che viveva a Roma, morto poco tempo fa? I critici vanno, per passaparola, dove c’è il potere e qualche soldo che se no schiattano, studiano cose per i crediti formativi e dunque studiano quelle cose che te li fanno prendere…E tu cosa puoi, vuoi cambiare questo stato di cose? La tua è un’illusione, parola vana.

    Le organizzazioni sul territorio cosa devono fare dunque? Semplicemente vedere come si comporta la gente. L’esempio è presto fatto: se il caro critico x invitato da y nella città z per una manifestazione, spara un sacco di cose inutili, gli si mettono le 4 lettere di un bel “ciao” nello zaino e lo si rispedisce a casa, e questo vale per i poeti, etc…
    Solo così si seleziona la qualità. Ora, ognuno dovrebbe avere la propria lista di “ciao” che aumenta nel tempo, perchè dall’altra parte ci sono i saluti e gli abbracci veri, e la qualità. Hai tu “ciao” senza se e senza ma…Se ti dico che tu sei semplicemente uno che cerca di “incriccarsi” in qualche lobby, mi dai un bel “ciao” risentito ma vero?
    Tutti hanno una grandissima paura a dire come la pensano Matteo, non si fanno nomi e cognomi e non ci si dice che poi alla fine non ci si stima, al contrario sul dibattito in rete si parla di massacri (un articolo di Sannelli tempo fa)…ma quali massacri? Ma questi sono massacri? Se non ci sono contrasti (un vocabolo migliore), se non si dibatte, significa semplicemente che non si ha voglia di vivere, che il tutto è senza importanza, e allora sai cosa si fa? Letteratura già morta, a cui lascio volentieri la sua presunta immortalità.
    Christian

    anonimo

    2 novembre 2006 at 20:02

  12. Ciao a tutti, intanto, dato che credo sia la prima volta che scrivo un commento su questo blog – e una delle prime che commento blog di poesia. Tutto quello che dice Christian è condivisibile, soprattutto per quanto riguarda il “ciao vero”, la cui mancanza spesso equivale a “non mi piace né m’interessa quello che scrivi, ma poiché la poesia è un piccolo mondo d’invisibilità, mi attacco a tutto perché si scorga almeno l’unghia del mio mignolo destro”. Il che è comprensibile: si scrive per essere visti – il poeta, molto più del romanziere, è la figura con cui ci si identifica, proprio perché siamo sempre convinti di vederlo nei suoi versi. Tanto che si amano libri, intesi come romanzi, ma – i cultori veri – non amano poesie: amano i poeti. Dirò sicuramente cose banali e già sentite o affermate, ma la differenza nella poesia, che sia su internet, su carta o sui muri, la fa la chiarezza con cui ammettiamo perché la si vive. Il capire se la volontà di essere parte di qualcosa che appare (una lobby qualsiasi) prende il sopravvento sui motivi per cui si scrive. La dimensione sociale della poesia che tutti prima o poi si sperimenta, il sentirsi parte di un gruppo che condivide la poesia ha sicuramente dei vantaggi: primo tra tutti il sentirsi motivati, spinti da altri attorno a noi, l’entusiasmo da dividere e L’AMICIZIA che ne può derivare, che spesso va oltre l’apprezzamento del lavoro altrui. Sarò sciocca e sentimentale, ma continuo a credere che i sentimenti che ci legano agli altri, in tutti i campi, abbiano un peso maggiore in termini di soddisfazione, che non i sentimenti che ci legano a noi stessi. E qui si arriva agli svantaggi dello scrivere poesia o per lo meno dell’amarla e del provarci. La poesia è un atto solitario. Necessario, anche, talvolta – non ne puoi fare a meno, non puoi fare a meno di sentirti risucchiato da un verso altrui che ti colpisce e desiderare ardentemente “rubarlo”, trasformarlo in qualcosa di tuo. La poesia, quella vera, ti porta via da tutto il resto è cattiva, è egoista. Se si risponde a questa poesia, per volontà o costrizione, a seconda di come ognuno la sente, tutto il resto è secondario. Ci si può rammaricare di non essere conosciuti, di non essere assidui nei gruppi e sotto-gruppi, ma siamo anche portati a riconoscere quello che è nostro, a ridimensionare senza troppi giudizi, ciò che magari ci fa umana simpatia, ma non ci appartiene. Tutto sta nel sentire se si vuole essere definiti “poeti” e appartenere ad una categoria o se si vuole la poesia – con tutto quello che comporta. Per concludere la mia logorrea – la cosa più bella che credo possa derivare dall’esporre i propri versi, non è nessuna forma irrisoria di fama, ma qualcuno ad un certo momento che ti dice di riconoscersi in loro. Di riconoscere la vita, che va oltre le – pur giustissime – lamentele per l’autore fondamentale del giorno di cui non si parla sui quotidiani, a scuola e negli autobus, le correnti e ristagni letterari a cui appartenere o meno, la moda delle calze a righe invece che del completo gessato.

    (Per inciso: io sono per le calze a righe – e mi lamento SEMPRE).

    Spero di non essere andata fuori tema.

    Francesca Matteoni

    anonimo

    2 novembre 2006 at 22:44

  13. “Tutto sta nel sentire se si vuole essere definiti “poeti” e appartenere ad una categoria o se si vuole la poesia – con tutto quello che comporta. Per concludere la mia logorrea – la cosa più bella che credo possa derivare dall’esporre i propri versi, non è nessuna forma irrisoria di fama, ma qualcuno ad un certo momento che ti dice di riconoscersi in loro.”

    Santissime parole. Dovrebbe funzionare così! peccato che la poesia stia diventando “un cartello” di tristi politici. Marco Saya

    anonimo

    3 novembre 2006 at 10:21

  14. Io farei molta fatica a vivere in uno scenario dove fosse “irrimediabilmente” impossibile modificare le cose, anche se questo coincidesse con una sorta di utopia quantomeno cercherei di fare notare il problema e cercherei di fare quanto in mia possibilità per uniformare il mio pensiero al mio operato. Anche secondo me Doplicher è un nome necessario, come lo è Calzavara, come lo sono tanti altri. Devo dire rileggendo anche i lavori come quello di Febbraro sull’Annuario che molte pubblicazioni antologiche in realtà inseriscono nuova linfa al dialogo, penso a Frasca, Sannelli ecc. in Parola Plurale, piuttosto che Ceni nell’antologia di Piccini ecc. Sono lavori “in fieri”, manca la “grande antologia”, quella che più volte ho sentito auspicarsi Filippo Davoli, quella che abbia come nel passato il ruolo del lavoro di Raboni sul secondo ‘900 che si concludeva indicando la generazione di Magrelli, De Angelis e Cucchi e che oggi dovrebbe analizzare credo gli attuali 40enni (e importanti omissioni tra chi anagraficamente è nato prima del 1960)… comunque: ogni anno tanti giovani si laureano in lettere moderne e si spera almeno qualcuno interessato alla poesia. Si spronino in primis loro: non è tutto terribile, penso a un gruppo tra Modena e Reggio Emilia con cui ogni spesso parlo che hanno piena coscienza delle questioni contemporanee, penso ai ragazzi e ai dottorandi e agli assistenti dell’Univ. di Bologna incontrati in questi giorni… i ragazzi de La Gru… insomma se aspetti che le cose evolvano spontaneamente la causa è persa, se puoi fare qualcosa, se puoi incoraggiare qualcuno in questo effetto di propagazione e di comunicazione della cosa poetica… fallo, facciamolo (e anche tu già lo fai), ognuno con il proprio modo. Non voglio a priori mai pensare che l’unico modo per buttare giù un regime sia con un altro regime. Non voglio pensare che l’università sia in toto marcia e polverosa, non lo era nemmeno nel ’63.

    Sui poeti e la poesia… mi permetto come sempre di evidenziare la differenza: cercare con l’essere poeti una sorta di gloria è causa persa, almeno secondo me. Lavorare sulla poesia, fino a scomparire come poeti mi si è sempre parso qualcosa di più importante: chi mi cita a memoria una poesia della Merini ? Chi conosce l’intera bibliografia ? Se la Merini facesse altro sarebbe la stessa cosa ? Forse sì… in realtà esiste un’importante opera poetica anche per la Merini, fagocitata oramai dall’alone creato attorno al suo essere poetessa, e anche questa sclerotizzazione non sarà facile da togliere, per tornare ad apprezzare la poesia della Merini. E anche sui “ciao” penso lo stesso: se uno scrive bella poesia anche se è un poco stronzo o non sa parlare in pubblico fa lo stesso… si cercherà di tornare sulla carta e fare apprezzare la poesia lì dove ha origine… se uno ci sa fare ma la sua poesia no, beh: allora “ciao”.

    matteo fantuzzi (di nuovo con problemi di internet… sob…)

    anonimo

    3 novembre 2006 at 14:09

  15. porto l’esempio di Schio: da 5 anni facciamo una stagione di poesia: portiamo 6 autori (da febbraio a maggio) con un baget di 2500 euro. Tirano la cinghia agli autori e a noi, mentre il Comune ingrassa; pubblico medio 50 persone. Che fare: rinunciare solo perché la cifra è irrisoria?

    gugl

    anonimo

    3 novembre 2006 at 15:06

  16. se vuoi ti cito a memoria Montale, la Merini no, mi dispiace! Marco Saya

    anonimo

    3 novembre 2006 at 23:15

  17. anche io ieri sera non ho avuto (complice il clima e le influenze quanto ti pare… ma…) una serata con grande affluenze, il progetto nello specifico è quasi a budget zero. sono anche un poco demoralizzato, nonostante di solito (e soprattutto DL) ci siano state qui sempre belle cifre. che fare ? mah: adesso vedrò, ne discuterò… rimane il fatto che forse anche chi organizza dovrebbe cercare di capire l’evoluzione della proposta. se qualcuno ha idee da mettere in campo, ben felice (i soldi alla fine sono l’ultimo tassello…)

    matteofantuzzi

    4 novembre 2006 at 08:42

  18. Ieri l’altro, alle cene d’autore, alla presentazione di Giacometti e Molesini c’erano 23 persone, e ti dirò che ero anche soddisfatto. Purtroppo i numeri in privincia, per la poesia, son questi. Soprattutto se non puoi contare su un bombardamento pubblicitario. Che fare? Non perdersi d’animo, innanzittutto. E quindi collaborare, continuare, perseverare. Come hai sempre fatto.

    A

    ansuini

    4 novembre 2006 at 12:16

  19. eh…vi capisco. Tempi duri per organizzare certi eventi. Io, dalle mie parti, mi sono messo un po’ da parte…Ero stanco di vedere sempre quattro gatti e di andare in rosso (non io personalmente). Ergo bandiera bianca! E non parlo solo di poesia: anche cineforum, musica, ecc…Cercate di tenere duro!
    Un caro saluto
    Liuk

    anonimo

    4 novembre 2006 at 12:38

  20. tra parentesi tu luca vieni da studi specifici sulla comunicazione. adesso presto di interpellerò proprio qua su UP, con altri del settore, perchè ho alcune problematiche che mi frullano in testa.

    alessandro sì, alla fine forse tutto l’evento di “abitare gli spazi” non arriverà nel complesso alle cifre di un DL, ma mollare è dura: riadattare più praticabile. certo pensare di creare dei centri e non tante realtà in rete se proprio non è 1 sconfitta certo non è 1 gran vittoria.

    matteofantuzzi

    4 novembre 2006 at 15:46

  21. La questione non non credo sia provincia o centro. Quale il centro, quale la periferia? Asbolutepoetryfestival ha avuto l’anno scorso più di 400 spettatori (paganti) a sera, e articoli su una marea di quotidiani nazionali. Eppure la città che lo ospita è MONFALCONE, 30.000 anime in provincia di Gorizia, perdonate l’espressione ma direi che si tratta di un posto “in culo ai lupi” (lo dico con affetto perchè Monfalcone mi piace).
    È una questione di comunicazione. Mi ricordo folle oceaniche anche a Siena, alle letture dei classici, la sera, qualche estate fa. Penso a Medana, festival organizzato da giovani poeti sloveni, che alle spalle credo una decina d’anni già: un intero paesino vicino al confine completamente invaso dal pubblico. Penso a Topolò, idem. LA PROVINCIA NON C’ENTRA! Ci vogliono belle idee e gente capace (non per forza i poeti devono organizzare i festival o le rassegne di poesia, se non sono capaci, no?) che sappia realizzarle, coinvolgendo il territorio da una parte e evitando il provincialismo. Così si attirano gli sponsor dei privati. E dei pubblici. Che non si tratta mica di guadagnare sulla pellaccia della poesia, ma per far funzionare una macchina complessa i soldini ci vogliono, o no? Pordenonelegge, Mantovaletteratura, etc. etc.

    La cosa che poi mi preoccupa e mi fa riflettere è sempre la stessa, piuttosto: la difficoltà di mantenere il timone dritto, far sì che l’organizzazione non stritoli la poesia, che il budget non diventi il primo problema, che lo spettacolo non si trasformi in spettacolarizzazione. Insomma… le solite cose!

    Luigi (Nacci)

    anonimo

    4 novembre 2006 at 17:11

  22. luigi, complettamente in accordo !
    per fare un esempio DL me lo pippo tutto io come organizzazione, “abitare gli spazi” ha 3 persone che lo fanno e coinvolge 3 comuni. questo limite rischia di ritorcerti contro alla prima influenza / gelata che non fa uscire la gente motivata da casa. per parlare di organizzazione topolò che conosco bene insegna (monfalcone non è così in culo al mondo, povera monfalcone, che amo anche io)

    ma il problema nel problema è: uffici stampa, fondi, rapporti con istituzioni o media non devono essere il problema: il problema dovrebbe essere il proporre poesia.

    ma se la poesia c’è e nessuno ne viene a conoscenza… (o troppo pochi, o i soliti noti, o chi non ne sarà mai interessato)

    matteofantuzzi

    4 novembre 2006 at 18:19

  23. Luigi alla fine chiudi il cerchio da solo. Non mi puoi parlare di monfalcone o del festival di mantova. Lì ci sono soldi dietro, pubblicità. Qui si parla di una situazione che prevede praticamente un budget il più delle volte vicino allo zero. Quindi si può continuare a organizzare cose anche di qualità, ma se non c’è un investimento dietro alla fine si rimane sempre in quattro gatti. E l’investimento, o il finanziamento, sai meglio di me che è più facile, per chi può, trovarlo in città piuttosto che in provincia. Che poi, questo festival di monfalcone chi l’organizza, chi lo propone? Ti faccio un esempio: quando ho organizzato l’AFA festival il comune ha preteso che mettessi la tassa pubblicitaria sui manifesti che, per inciso, mi attaccavo da solo. Senza polemica, ho notato che poesiafestival ’06, organizzato da ben altra struttura, non solo non aveva la tassa pubblicitaria, ma alla stazione del mio paese, dove a me hanno chiesto la pubblicità, era attaccato DENTRO la bacheca degli orari! A me che interessano le operazioni logistiche, sorge spontanea la domanda: perchè a me non forniscono un omino che apra semplicemente la bacheca?

    A

    anonimo

    4 novembre 2006 at 18:53

  24. Caro Alessandro, te ne posso parlare eccome! Ho giustappunto detto tra le righe che lamentarsi non serve a nulla, che i festival o le rassegne non piovono giù dagli alberi, ma che ci vuole gente preparata e competente per metterle su, GENTE COMPETENTE: cioè non solo chi sa metter su un bel cartellone (direttore artistico), ma anche chi sa fare found raising, chi sa stendere progetti da presentare a soggetti provati e pubblici, chi sa muoversi nei bandi comunali, provinciali, regionali e europei, chi sa fare comunicazione, uffici stampa, etc. etc. – perché senza tutte queste competenze, il direttore artistico me lo dite che caspita di rassegna o fesival tira su? E non denigro le piccole cose, che gozzaniamente anch’io faccio, e con sforzi immani di tempo e soldi, ma allo stesso tempo studio e progetto cose più grandi, come ad esempio… il DISTRETTO CULTURALE – sapete di che si tratta?

    Luigi

    anonimo

    4 novembre 2006 at 23:05

  25. sul proporre la poesia, come dice bene Matteo, secondo me bisogna essere un po’ più sottili… intendo bisogna vedere che tipo di poesia. Perché c’è una poesia che richiama ancora grande pubblico – non solo di addetti ai lavori presunti o tali – ed è quella su cui investono i comuni, le province, gli enti organizzativi, etc. etc.(quelli che giustamente menziona Luigi) . Due esempi: nella città da cui vengo Pistoia ogni anno ormai da un bel po’ viene organizzato un festival di poesia all’inizio dell’estate, Il cammino delle comete in collaborazione con La casa della poesia. Non entro nel merito dei miei gusti personali e dei poeti che vorrei a questo festival, ma per lo meno mi piace ricordare che è lì che ho conosciuto l’opera dello scomparso Izet Sarajlic e del poeta sloveno Tomaz Salamun. Tuttavia è anche vero che indipendentemente dalla qualità proposta è il nome, il glamour, la provenienza del poeta a richiamare gente e non quello che veramente egli ha dire. E poi c’è un discorso di attenzione. Una tiritera di Amiri Baraka a ritmo jazz, indubbiamente arriva prima, arriva di più al “grande” pubblico di, che ne so, la lettura di Bocksten di Pusterla che nel mio immaginario pazzo starebbe benissimo con un sottofondo di rumori e strumenti primitivi (…). Come dire c’è una poesia immediata ed una che non lo è. Ci sono tempi di attenzione rischiosi per chi organizza certi eventi. Per non parlare di tempi di lettura inesistenti – cioè che la poesia non la si legge. Per contro a volte succedono dei piccoli miracoli: anni fa a Firenze furono organizzate due serate di poesia di emeriti ignoti (giovani poeti più o meno fiorentini) raccolti nell’antologia del Nodo Sottile. Gli spazi erano magnifici (l’ex carcere delle Murate – quello di Metello!; e l’ex ospedale psichiatrico di San Salvi), le serate a tema (carcere e disagio mentale; ci mancava il cimitero e la triade era completa). Mi ricordo una grande affluenza di pubblico e non credo che fossero tutti parenti dei performer. Come dire – forse – non è vero che tutto il possibile pubblico è cieco, sordo e svogliato, ma bisogna riuscire a toccare le corde giuste. Mi sembra significativo il caso della Merini: è forse vero che tutto quello che aveva da dire sta ne La terra santa, ne La pazza della porta accanto e in poche altre poesie o prose.. e non nella valanga di “Alda” con cui ci sommergono Frassinelli e simili. Ma è anche vero che l’Alda è un simbolo. Un simbolo di una certa umanità che va oltre la sua bella o brutta poesia, oltre il relativo fenomeno mediatico di cui è oggetto. Pere questo l’Alda Merini fa bene al cuore dei poeti. Fa credere che la poesia possa ancora raccontare una storia, senza voler o dover suscitare scalpore, e con quella storia toccare chi la scrive e chi l’ascolta/legge.

    Degli eventi poetici, dalla mia reclusione all’estero ho nostalgia – ma più per i poeti che posso incontrare o ri-incontrare che non per la speranza in un pubblico (che comunque come in tutti c’è, serpeggia e s’impunta).

    Francesca M.

    anonimo

    5 novembre 2006 at 02:03

  26. caro luigi. il found raising serve a trovare soldi, chi sa moversi nei bandi lo fa per trovare soldi, quelli bravi che sanno fare comunicazione invece che stampare 4ooo pieghevoli passano per radio, televisione, giornali e ne stampano almeno 150000, e per questo ci vogliono soldi. la piccola cosa che ho organizzato io quest’estate ha richiesto l’impegno di almeno 25/30 persone, ognuno con un ruolo preciso. dall’esperienza che ho avuto, la cosa che ci è mancata di più sono stati 3.000 euro da investire in pubblicità, e, come vedi, il discorso ritorna sempre ai soldi. ora sono molto curioso di sapere cos’è distretto culturale e se mi dici per favore chi ha ideato, organizza e promuove monfalcone festival?

    anonimo

    5 novembre 2006 at 10:03

  27. chiedo scusa, il post sopra era mio.

    A

    anonimo

    5 novembre 2006 at 10:03

  28. guarda alessandro, luigi ha ragione. i fondi esulano dal discorso, la struttura è molto più importane. degustare locale mi ha sempre fatto ogni anno numeri paragonabili a monfalcone perchè ci lavoro un anno per l’altro, certo è un festival, e sappiamo bene che il festival e anche il pubblico non basta, perchè se andiamo a casa e questi non si sono interessati alla poesia non dico che non abbiamo fatto nulla di buono ma… dobbiamo creare eventi, interessare, parlare, discutere. ci vuole tempo per farlo, ci vogliono strutture, ci vogliono gruppi di lavoro, che non significa congreghe chiuse, ma organizzazioni, associazioni, che lavorino all’unisono per un unico obiettivo, se ciò non accade sono cazzi amari (e anche per questo mi spingo ad un appello: se qualcuno vuole dare una mano alle cose che faccio su castel san pietro terme – bologna io ne sono ben felice , mi contatti via mail matteofantuzzi@yahoo.it)
    salamun francesca è un magnifico poeta sloveno che però per assurdo conoscono in pochissimi. anzi qualcuno sa (oltre che su un vecchio numero di voci della luna) dove trovare suoi testi tradotti ? anche io vengo da una serata su poesia e follia il 31 ottobre sera con un centinaio di ragazzi presenti, a volte dispiace che proporre la poesia “nuda e cruda” non spinga la gente fuori di casa quanto meta-proposte come poesia e cibo (…), poesia e salute mentale ecc. discorso che si inserisce bene nel filone ogni altra arte viene presentata come “poesia” e comincio a sentire recensioni a libri di poesia in cui si dice che c’è della “musica” (e non della musicalità, discorso che tranquillamente ci può stare). ma bocksten ti piace ? io lo stra-consiglio, almeno in lettura, e quello per fortuna con marcos y marcos ancora si trova.

    matteofantuzzi

    5 novembre 2006 at 10:05

  29. però 25 persone non sono poche, infatti era ben organizzato AFA, te l’ho già detto. ora devi trovare un paio di persone che facciano solo ricerca fondi (sob…)

    anche io sono interessato al distretto culturale luigi ! spiega !!!

    matteofantuzzi

    5 novembre 2006 at 10:09

  30. Matteo, quando tu dici struttura immagino che intendi la necessità che hai di avere persone che ti aiutino materialmente nell’organizzazione, e lo espliciti bene lasciando la tua mail. ora, io non mi sono lamentato dell’AFA festival, (che credo tu abbia confuso con le cene d’autore) quest’estate nell’arco dei quattro incontri posso dire che il successo di pubblico c’è stato (che se la mia parola non conta, il comune si è detto molto soddisfatto e, incrociamo le dita, pare si rifarà l’anno prossimo) prendevamo atto che nell’organizzazione di eventi “per forza sola”, in provincia d’inverno i risultati sono abbastanza deprimenti. il problema centrale secondo me rimane l’investmento pubblicitario, anche per queste piccole cose. il fatto è che spesso se chiedi soldi ti chiedono grandi numeri, e noi ci occupiamo di poesia. come vedi è un cane che si morde la coda.

    A

    anonimo

    5 novembre 2006 at 10:33

  31. Volentieri Matteo. Per qualsiasi cosa sono qui. A presto!
    Un caro saluto
    Liuk

    anonimo

    5 novembre 2006 at 10:40

  32. no, no. ho capito la divisione: ma mi chiedo (e sono convinto che a monfalcone l’abbiano fatto): bazzano ha un addetto comunicazione, uno (due) responsabili per la ricerca fondi ? ecc. castel san pietro terme no, e questo è 1 mio limite… che se ci metti 1 anno a preparare un progetto quasi non si vede. ma se ne fai a ripetizione… premesso che quando c’è DL i giorni precedenti ho anche io le 10-15 persone che mi aiutano. ma tutta l’organizzazione me la pippo io. quest’anno la parte amministrativa, permessi ecc. sono riuscito a passarla, e già è stata tanto…

    matteofantuzzi

    5 novembre 2006 at 10:41

  33. luca, ho bisogno dell’esperto in comunicazione al nuovo post appena uscito ! (poi se hai voglia anche a castel san pietro, tu però sei all’interno dell’organizzazione del festival di parma, giusto ?)

    matteofantuzzi

    5 novembre 2006 at 10:43

  34. per l’AFA festival si matteo, per le cene d’autore no. proprio perchè sono eventi di caratura differente.

    A

    anonimo

    5 novembre 2006 at 10:49

  35. prima di tutto SALAMUN in italiano:

    – Fuoco verde, fiore verde, traduzione in italiano Jolka Milic – Koper, 2000 (ce l’ho)

    -Acquedotto. Poesie scelte, a cura di Giuliano Donati, Novara, Interlinea, 2001 (mi manca)

    – Quattro domande alla malinconia, traduz. di Edoardo Albinari e altri, Spinea, Ediz. del Leone, 2005

    per cui fortunatamente in italiano c’è!!!

    Luigi

    anonimo

    5 novembre 2006 at 11:15

  36. Matteo non sono all’interno dell’organizzazione del Festival di Parma. Ne ho fatto parte prima come stagista e il secondo anno come collaboratore esterno occupandomi del catalogo e altre cose tecniche che qui non è il caso di spiegare. Non ho deciso io il programma, i poeti, ecc..Gli organizzatori sono Giuseppe Marchetti, Daniela Rossi e Nicola Crocetti, più tutta una serie di associazioni, fondazioni, ecc…
    A parlare a Castel Sam Pietro di cosa? Della mia esperienza al Festival? Scrivimi caso mai un email che ne parliamo meglio…
    Un caro saluto
    Liuk

    anonimo

    8 novembre 2006 at 20:30


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