UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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La geometria dolente nei versi di Beppe Salvia di Rossano Astremo

C’è un solco profondo che separa l’esistenza irrequieta di Beppe Salvia dalla metodica e maniacale dedizione nella produzione di versi. È propria da questa antitesi netta che nasce l’opera di uno dei poeti più singolari del Novecento italiano, nato a Potenza nel 1954 e morta a Roma, giovanissimo, il 6 aprile del 1985. Oggi è possibile leggere tutti i suoi testi grazie alla pubblicazione di “Un solitario amore”, libro edito da Fandango, curato da Flavia Giacomazzi ed Emanuele Trevi, autore anche dell’introduzione al testo. Salvia è uno dei principali animatori della scena culturale romana degli anni Settanta e Ottanta, i suoi versi appaiono su riviste storiche di quegli anni, “Braci”, “Prato Pagano” e “Nuovi Argomenti”, i suoi tre libri di poesia, “Estate”, pubblicato con lo pseudonimo di Elisa Sansovino (Quaderni di Prato Pagano, Il Melograno-Abete Edizioni 1985), “Cuore (cieli celesti)” (Rotundo, 1988), “Elemosine Eleusine” (Edizioni della cometa, 1989), sono pubblicati tutti postumi. Da un lato, quindi, i suoi studi saltuari e rapidamente abbandonati, la mancanza di un lavoro stabile, i cambi di indirizzo e un’inquietudine spinta ai limiti del nomadismo, dall’altra, contrappunto ad una vita spiantata, la necessità di studiare e riportare alla luce le forme della tradizione lirica, attraverso una messa in scena non pedissequa, ma traslata, sottoposta a frammentazioni e torsioni manieristiche. Salvia non è un poeta di facile lettura. Scrive Trevi al riguardo: “è un tipo di enunciazione molto complesso, non arretra di fronte a nessuna arditezza sintattica, e fondamentalmente si basa su un conflitto tra le unità metriche (i versi) e le unità del pensiero (le frasi attraverso cui procede il discorso”. Da Petrarca a Leopardi (passando per Tasso), questa è la via maestra della lirica italiana di tono elevato”. O, ancora, lo stesso Salvia sul suo rapporta con la scrittura: “Io scrivo di notte, mi suggerisco che scrivere. Io vivo in quei fogli davanti. Mi piacciono bianchi, mi piacciono scritti. Mi piace se canta Lydia Lunch o Vittoria Spivey. Non sono ordinato. Le mie righe lo sono. Distinte le une dall’altre. Perché è peccato sciupare una notte per non dire il vero. Il mio mestiere l’ho appreso soltanto da me. Io distinguo due cose nel buio. Io penso, e posso, ordinatamente contraffare tutto ciò che mi circonda”. Ordine delle righe e dei versi, endecasillabi tortuosi, ricerca di armonie, di rime, assonanze, consonanze, enjambement, scontro frontale con la tradizione lirica italiana. Tutto questo è la poesia di Beppe Salvia. Accanto a questo armamentario formale, però, si accostano squarci di pensiero di assoluta profondità, versi epifanici dai quali traspare l’essenza contenutistica della sua poesia, l’indagine continua e conflittuale della sua presenza nel “mondo”. “Io soffro il dolore di vivere / una vita già sognata”, o “io dormo in un presepe / di fango e di lucerne, a quest’alba / nel gelo una lista d’ombra mi schiara / per mezzo e in me dimora”, o “non è che sogno nudo silenzioso, / io m’avvedo alla morte, è là la morte”, o ancora “io non so più mentire, / tra le mie morte cose vivere, / seguitar me m’abbandono, canto / e di mai veri ricordi l’impazzire / del mondo e le sue rime serrate, io, / sono quasi cieco attorno a me la notte, / vivo già morto e affanno a cose cieche che una cieca pencolante illumina, / la luce dal lucernaio azzurra, / il letto bianco”. I versi di Salvia sono pura geometria dolente, costruzioni architettoniche neoclassiche dalle fondamenta di zucchero filato: un minimo soffio ne determina il crollo. Fuor di metafora, ciò che rimane è la fragilità del poeta, la sua paura di non saper vivere, il suo ricorrente dialogare con la morte, il vortice opprimente che s’agita nello stomaco al pensiero della fine di tutto. Ciò che rimane è un pugno di versi, antidoto eterno alla sopraggiunta fina.

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Written by matteofantuzzi

21 ottobre 2006 a 09:36

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7 Risposte

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  1. da Vertigine. ringrazio l’autore per la gentile concessione. buona lettura !

    matteofantuzzi

    21 ottobre 2006 at 09:39

  2. Manca un dato bibliografico molto importante: “I begli occhi del ladro”, Il Ponte del Sale 2004, a cura di Pasquale Di Palmo. Non sono tutti i testi, ma è una selezione molto significativa, che ha permesso a molti di conoscere Salvia.

    Vincenzo

    anonimo

    21 ottobre 2006 at 10:18

  3. Conosco benino la Fandango avendoci lavorato quasi due anni e mezzo (anche se nel settore cinema e non nei libri)…Ottima davvero la scelta di pubb. tutto Salvia…Con una grafica accattivante, come sempre…

    andrea margiotta

    anonimo

    21 ottobre 2006 at 17:51

  4. tutto giusto, vincenzo ha ragione, il lavoro di pasquale di palmo è molto ben curato ed ha aiutato molti a conoscere l’autore, fandango tratta poco la poesia, ma quando lo fa lo fa bene, come quando pubblicò le poesie di dorothy parker, andrea: spronala a lavorare in tal senso. comunque due case editrici serie e da preservare come i panda.

    matteofantuzzi

    22 ottobre 2006 at 16:52

  5. ricordo domani a bologna alle 18 in via san vitale (praticamente più in centro del centro) alla libreria librincontro la presentazione del numero 3 di tabard, me compreso.

    matteo fantuzzi

    anonimo

    24 ottobre 2006 at 17:58

  6. Sabato 28 ottobre 2006, ore 17.30 presso “Casa Pasolini” in via Tagliere, Roma, quartiere Rebibbia, Massimo Sannelli presenta Philologia Pauli. Il corpo e le ceneri di Pasolini (Fara Editore). L’incontro è a cura di Claudio Orlandi.

    anonimo

    25 ottobre 2006 at 22:34

  7. Di Beppe Salvia ho avuto tra le mani “I begli occhi del ladro”, mi è rimasta l’eco di un dolore tenue, di una poesia fatta di spigoli e intensità. Ricordo una casa fatiscente completamente trasfigurata dai versi e l’ombra lunghissima della morte incombente.
    Antonio Fiori

    diamine

    26 ottobre 2006 at 15:58


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