UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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L.Cannillo, G. Fantato (a cura di), La Biblioteca delle voci. Interviste a 25 poeti italiani, prefazione di M. Ferrari, Edizioni Joker 2006 € 19,00

Come sottolineano i curatori, in questo libro – che vede il contributo di A. Manstretta, S. Aman e R. Taioli e che contiene interviste fatte nel quinquennio 2000-2005 (alcune già edite ne “La Mosca di Milano”) – sono evidenti i diversi orientamenti ideologico-progettuali che attraversano la poesia italiana oggi: 1) la parola governata dalla “tensione tragica che segna la vita”; 2) l’abbandono “al dato reale, fisico e concreto”, accompagnata, non di rado, “da disincanto e ironia”; 3) l’“adesione alla forze arcaiche che animano la natura” e l’interrogazione sui modi in cui il mito abbia ancora forza generativa; 4) lo sperimentalismo linguistico di natura etico, che sottende una critica alla civiltà della tecnica e dei consumi.  Accanto a questo, e inevitabilmente vista la provenienza di molti dei poeti intervistati, emerge un ritratto multiforme di Milano; ecco allora il piacere di Cucchi di camminare nelle sue aree più trafficate, e quello di Oldani, che sceglie la Milano invernale, della nebbia e del freddo, o il racconto di De Angelis, amante dei quartieri industriali dismessi: “Milano appartiene alla razza delle città distrutte… E’ una città di naufragi e di naufraghi”. Per Majorino, traffico e corpi in movimento sono la sostanza della sua poesia, mentre Roboni rilevò, prima di lasciarci, la radice illuministica della città, pur nel declino odierno, evidente anche sotto il profilo editoriale: si è passati, affermò, dal “vecchio patriarca” Mondatori alla gestione manageriale e senza passione di oggi. Rossi ha invece nostalgia per la Milano di un tempo e forse anche la Spaziani, che la visse, fra gli anni cinquanta e sessanta, come un’“oasi, una sorta di gioia piena di scoperte”, fra Sinisgalli, Quasimodo e, naturalmente, Montale. Leggendo le interviste si ricavano scorci esistenziali e di poetica degni di attenzione, ne sottolineo qualcuno: Antonella Anedda, alla domanda: quale lingua usare oggi?, risponde citando E. Bishop, là dove la poetessa americana racconta una realtà di sofferenza e di miseria, mantenendo “un equilibrio perfetto tra emozione e sguardo”. Inoltre ribadisce la natura terrestre del suo scrivere, geograficamente connotato (“vengo da una società molto patriarcale: sardo-corsa”) e perciò proteso alla ricerca dell’altrove. Interessanti le sue osservazioni sulla scrittura saggistica, mossa tra Mandel’stam e Maria Zambrano. Franco Buffoni dichiara di voler difendere l’espressività di una lingua, non la purezza, la ricchezza lessicale, non l’asetticità, e approfondisce l’importanza della percezione in una poesia, come la sua, che cerca la trama, il racconto in versi. Citando Anceschi, ribadisce che la poetica non è mero esercizio formale, bensì la somma di “norme operative, sistemi tecnici, moralità e ideali”. Giuseppe Conte premette: “io non sono un esteta, sono uno che ha riflettuto sulla tragicità dell’essere”; per questo, egli rileva l’obbligo di coerenza fra vita e scrittura, che ha da rispondere agli uomini. Ma la poesia, dice, è qualcosa di più che l’effetto di un progetto: essa è profezia. Sorprendentemente, esce un Conte più affezionato a Sbarbaro e Montale che a D’Annunzio, un Conte che rivendica l’appartenenza alla linea ligure (ma non cita Caproni). Maurizio Cucchi sottolinea il proprio interesse per una “poesia delle situazioni lirico-narrative” che traduca l’esperienza, dando con ciò grande peso al realismo della narrazione, alla “parola del parlato”, alla “prosa anche frammentata e franta”. Si leggano poi le considerazioni sul “dissipare”. Milo De Angelis infonde un grande lirismo all’intervista, ma non si esime da affermazioni perentorie sulla poetica: “È proprio nella frattura, nello spaccare il conosciuto che sta il fare poetico”; poesia è cercare un “telos di esattezza, di potente chiarezza”; “La poesia vive del tragico” ossia nella necessità della scelta improrogabile; “Scrivere è essere orientati verso qualcosa che ti chiama” e alla quale “devi dire ‘eccomi!”. Particolarmente interessanti le parti relative a Biografia sommaria e a Tema dell’addio. Luciano Erba approfondisce il rapporto fra chiarezza e oscurità, con la convinzione –d’origine simbolista – che “la non trasparenza, l’opacità, sia portatrice di senso”. Racconta poi il proprio debito con Sereni. Umberto Fiori centra la propria esperienza poetica nell’“imparare a stare di fronte alle cose”, per poi trovare una parola che parli a tutti, che diventi lingua qualunque (secondo un modello che egli non cita – ideologico, non linguistico – che fu di Gertrude Stein in The Making of Americans). Jolanda Insana sottolinea l’importanza di essere nati sullo Stretto, tra Scilla e Cariddi, luogo di scontro, di correnti in lotta fra loro, come la sua lingua poetica. Nell’intervista emerge tutta la selvatichezza meravigliosamente tenera della Insana. Franco Loi approfondisce la relazione fra poesia, suono e la forza vitalizzante di quest’ultimo nella coscienza. Valerio Magrelli fa subito emergere la propria passione per la filosofia, vissuta nel singolare connubio Heidegger e Wittgenstein. Da qui, egli sviluppa una riflessione che tocca il rapporto fra poetica e singolo testo, evidenziando l’importanza che hanno avuto gli oggetti nel suo percorso poetico: elementi della percezione, in principio, per poi diventare, sempre più, oggetti storici: da Ponge a Brecht, sintetizza. Chiude una nota sulla specificità della forma, in poesia: “A me interessa sapere in cosa si declina ‘l’esser-ci’: in settenari o in novenari?” Giancarlo Majorino ricorda la suggestione che la forma–poema esercita sui poeti della sua generazione (Pagliarani e Roversi, per esempio), per parlarci, poi, di un suo antico e ambizioso progetto, lontano dall’idea poundiana di poema quale sommatoria di frammenti, che sarà ”composto da nove libri, in versi, ma con qualche inserto prosastico” (Prossimamente, Mondatori 2004, ne è prologo e anticipazione). L’intervista si conclude con commenti entusiastici su “la Casa della Poesia” milanese e sui progetti ad essa legati. Roberto Mussapi, come Majorino, sottolinea l’importanza di recuperare il poema, la cui struttura complessa dà spazio al poeta-testimone, nel quale cronaca e visione s’incontrano, come in Coleridge e, sotto certi aspetti, in Dante. Particolarmente curiosi sono i retroscena che hanno permesso la composizione di Antartide, poema, appunto, visionario e, insieme, cronachistico. Giampiero Neri ci fa partecipi degli anni della sua formazione, ricca di incontri decisivi. Guido Oldani mette subito in luce la sua particolare miscela poetica, rispettosa della neoavanguardia, ma anche debitrice nei confronti di Rebora e di Pavese, che rinforzano la sua voglia di leggibilità e di comunicazione. Elio Pagliarani ragiona sull’io lirico e sul suo superamento ne La ragazza Carla e ne La Ballata di Rudi. Le differenze fra i due poemetti, dice, sono legate alla perdita degli entusiasmi postbellici e ad una maggiore sfiducia nel futuro. Da leggere anche le sue osservazioni sulla genealogia merciologica di Lezioni di Fisica e Fecaloro. Elio Pecora ripercorre gli anni settanta a Roma, tra la Morante e Bellezza, Moravia e la Rosselli. Amico di Penna, egli non può non sottolineare quanto sia importante accettare la vita nel suo darsi. Una vita aspra, che vuole la “sprezzatura” quale soluzione inquieta del verso. Giancarlo Pontiggia evidenzia un’impostazione heideggeriana (data dall’uso di termini come “celare”, “custodire”, “ascoltare”, “rammemorare”), anche se la ricerca di una parola che tendi “all’assoluto”, mi pare metta in crisi l’assunto. Ad ogni modo, nell’intervista si chiarisce la necessità del mito nella poetica dell’autore: come la forma, in poesia, delimita la spazio sacro del canto, così il mito diventa metafora di ciò che non è “semplice presenza”, e quindi dell’essere stesso nel suo es gibt. Fabio Posterla, dopo una premessa sulla relatività del punto di vista conseguente alla crisi del concetto identitario, mette in luce l’importanza di Bonnefoy e Jacottet per la propria poesia. A proposito dello stile, Posterla prende a modello l’artigiano, che sa modulare scabrosità e levigatezza. La stessa cosa, dice, deve fare il poeta con la materia linguistica. Maria Pia Quintavalla ci spiega la radice femminile del proprio versificare, definendo il “pensiero della nascita” quale forma originaria del pensiero al femminile (cita, fra le altre, H. Arendt, L. Irigaray, e S. Weil). Un importante tema attraversa l’intervista: la necessità di un dialogo fra generazioni. Giovanni Raboni ci racconta la difficile giovinezza e la funzione della preghiera in lui, cattolico non praticante, e approfondisce le ragioni della sua scelta, temporanea, del verso chiuso quale forma particolare di “travestimento”. Torna spesso, nell’intervista, il motivo del travestimento, della messa in scena; confessa il poeta: l’obiettivo, per tutta la mia vita artistica, è stato proprio tentare di togliere questo filtro (questione che torna, sia pure in modi differenti, anche nella Valduga). Tiziano Rossi ci chiarisce il nodo centrale della sua poetica: “lavorare sul banale senza distruggerlo”, e confessa la sua passione per i fumetti. Giovanna Sicari, intervistata quando già la malattia l’aveva invasa, ci parla dell’ estasi, di quello stare gioioso fuori da sé, sia esso preghiera o erotismo; ci racconta di un “abbraccio cosmico”, che è “una dimensione pre-cristiana”, un “originario amore” già da sempre perduto e che ci tiene in esilio, ma che la poesia avvicina, tra sacralità e seduzione. Maria Luisa Spaziani si sofferma sulla poesia d’amore e su alcune dimenticate figure femminili della poesia italiana; fra tutte, la più sorprendente è Nella Nobili, operaia a Bologna, poetessa di un unico libro, poi barbona a Parigi e suicida. Patrizia Valduga ci racconta i propri autori preferiti (Pascoli, Manzoni, Rebora, ma, più di tutti, Gioachino Belli) e si sofferma a considerare la “citazione” come nascondimento di sé, in particolare in Medicamenta. Cesare Viviani, osservando come sia cambiata la sua scrittura negli anni, riconosce, specie nelle poesie degli anni settanta, l’uso della lingua come mascheramento, atto pudico che mette in scena il movimento in seguito alla paura dell’immobilità. Da leggere le note autobiografiche e la doppia visione di Dio (entrambe presenti ne L’opera lasciata sola): da fratello e consigliere ad entità “indicibile e inavvicinabile”, sino al Dio-flusso, che crea e distrugge, de La forma della vita. Naturalmente ogni intervista è molto più ricca di spunti. L’unico rilievo negativo che mi sento di fare a questo volume sta nella non perfetta cura editoriale delle bozze, che non ha filtrato almeno undici refusi facilmente individuabili.

Stefano Guglielmin

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Written by matteofantuzzi

15 ottobre 2006 a 10:27

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23 Risposte

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  1. ringrazio stefano per l’articolo e sottolineo come con questo libro siano manifestate le progettualità di buona parte delle ossature della nostra poesia, persone molto diverse: da raboni a pagliarani, per intenderci. tendo a sottolineare anche che alcune di loro purtroppo intanto se ne sono andate, e forse è anche un bel modo per salutarle. (ma ce lo dovremmo chiedere tutti, “dalla poesia, che cosa vogliamo ?” e “con la poesia, cosa vogliamo dire ?”

    matteofantuzzi

    15 ottobre 2006 at 10:30

  2. ci sono anche un sacco di cose da dire: è iniziata RomaPoesia http://www.romapoesia.it ;
    a cesena dal 28 ottobre parte la rassegna al teatro bonci “d’altrocanto” http://www.calligraphie.it
    è uscito il nuovo numero di FuoriCasaPoesia, Bologna, martedì 17 ottobre 2006, ore 17.30 Emeroteca del Mulino Vicolo Posterla, 1 presentazione del volume “la poesia, come si legge e come si scrive” di Alberto Bertoni.
    il 21 ottobre c’è la premiazione dell’Orta San Giulio: hanno vinto Tiziano Rossi con Cronaca Perduta (Mondadori) e Annalisa Manstretta con La dolce manodopera (Moretti & Vitali), che vi consiglio.
    dal 20 al 22 ottobre a Trieste Sidaja 2006, incontri internazionali di poesia http://www.sidaja.eu
    e per ora siamo a posto, OT sempre graditi.

    matteofantuzzi

    15 ottobre 2006 at 10:44

  3. e allora mi permmetto anche io una segnalazione:

    Giovedì 19 ottobre 2006 ore 18.00
    Presso l’Aula Magna del Liceo Cantonale di Lugano
    (via Carlo Cattaneo, 4 – CH 6900 Lugano)

    LE PATRIE NEGATE: LA SPOON RIVER DEI MIGRANTI
    Incontro con Fabiano Alborghetti
    e Fabio Pusterla (che è moderatore della serata)

    incontro parte della manifestazione traSguardi
    Lugano, Bellinzona (Ch)
    12 – 22 Ottobre 2006
    http://www.trasguardi.ch

    anonimo

    15 ottobre 2006 at 11:58

  4. grazie Matteo per l’ospitalità. spero che il libro trovi lettori perchè lo merita.

    gugl

    anonimo

    15 ottobre 2006 at 16:10

  5. Matteo ha fatto benissimo ad accogliere il tuo esaustivo e perfetto rendiconto su questo libro, di cui sento la mancanza nella mia libreria. Caro Stefano, sei stato un meraviglioso chimico: hai cioè dosato ogni passaggio, ogni intervento, con una pennellata da critico di razza. Pur nella brevità forzata di ogni falsh, hai saputo dare una sintesi ammirevole. E, soprattutto, hai fatto venire a me una gran voglia di impossessarmi di questa bella fatica editoriale, di cui Gabriela Fantato è diretta responsabile.
    Un abbraccio.
    Gianfry

    nestore22

    15 ottobre 2006 at 21:32

  6. Sì Matteo, “dalla poesia che cosa vogliamo?”. Giusta domanda. Ma ricordo a tutti una famosa risposta, di un poeta famoso: la poesia non serve a niente. E allora, che cosa possiamo chiedere ad una cosa che non serve a niente? Ma si trattava solo di una provocazione, in fondo. Dobbiamo invece sempre continuare a porci la domanda. E la risposta è ovviamente multipla, diversa secondo gli approcci del singolo autore. Uno dei modi di porsi di fronte alla poesia, al proprio fare poesia, che più mi intriga e più incute rispetto è quello di Umberto Fiori, “quell’impare a stare di fronte alle cose per poi trovare una parola che parli a tutti”. Ecco, questa è una lezione forte, anche se in apparenza minimalista. Altro non dico, se non la dichiarazione di assenza d’ogni mia parentela con l’autore (:-))
    Antonio Fiori

    diamine

    16 ottobre 2006 at 07:36

  7. grazie Gianfranco.

    piace anche a me la frase di Fiori, però forse noi siamo dentro le cose, attraverso il lavoro, la memoria eccetera. forse Fiori quando dice davanti intende anche “dentro”.

    gugl

    anonimo

    16 ottobre 2006 at 10:20

  8. Infatti. Dicevo che l’affermazione è solo in apparenza ‘semplice’ e minimale. Dice appunto di più di quanto può farle dire una lettura affrettata. Anche “dentro” le cose, anche “tramite” le cose, alla ricerca di motivi e parole per la ‘restituzione’ di intuizioni e brandelli di verità o, almeno, di speranza. Senza però mai rinunciare alla componente razionale della ricerca poetica (è questo il connotato di ‘serietà‘ per me più evidente, anche se forse l’aggettivo non è quello giusto). Ricordo un verso di Fiori in cui l’ambizione era di riuscire a parlare “al muro”.
    Antonio F

    diamine

    16 ottobre 2006 at 10:49

  9. parlare al muro significa attraversarlo a partire dalla consapevolezza che è dentro di noi.

    gugl

    anonimo

    16 ottobre 2006 at 11:55

  10. SI

    Antonio F

    diamine

    16 ottobre 2006 at 13:30

  11. mi hai fatto venire la voglia di andare a comprare il libro stefano. Grazie!
    Luca Paci

    anonimo

    16 ottobre 2006 at 16:47

  12. c’è anche nel libro tutta quella volontà di comprendere cosa muova la poesia, e di come lo stesso strumento usato in maniera diversa riesca a creare (o almeno ci provi) la volonta che con la poesia ci si prefigge. insomma, non è incredibile che nello stesso termine si possano unire poeti così differenti e ancora tanti altri ?

    matteofantuzzi

    16 ottobre 2006 at 17:35

  13. quelle che dici adesso Matteo, mi fa venire in mente quanti altri poeti potrebbero essere intervistati e lasciare commenti interessanti. in fondo, ogni poeta consapevole ha le sue cose interessanti da dire. semmai la differenza la fanno i testi: non sempre un poeta consapevole scrive bei testi. per questo, forse, sono stati intervistati questi poeti.

    gugl

    anonimo

    16 ottobre 2006 at 20:09

  14. hai convinto anche me stefano, ora.
    ciao
    R.

    redmaltese

    16 ottobre 2006 at 23:41

  15. già stefano, ci sono casi di poetiche talmente forti, talmente mirate, talmente “bulgare” da risultare innanzitutto fredde, poi in un certo senso inefficaci, sterili, tali da non riuscire a germogliare né tantomeno dare frutto. e questa è ovviamente ‘na gran fregatura…

    matteofantuzzi

    17 ottobre 2006 at 17:58

  16. poi, tra il dire e il fare c’è di mezzo il creare:-)

    gugl

    anonimo

    17 ottobre 2006 at 20:33

  17. Ricordo che è anche uscito “Un gorgo di fedeltà“, interviste a 20 poeti, di Maurizio Casagrande, ed. Il Ponte del Sale.
    L’introduzione di Luigi Bressan è leggibile sul blog di Sebastiano Aglieco, qui.
    Vincenzo

    anonimo

    18 ottobre 2006 at 10:49

  18. Grazie Vincenzo. In realtà, oltre all’introduzione di Bressan, stanno uscendo i pensieri di alcuni poeti presenti nel libro. Ora è in linea il pensiero di Marco Munaro. E poi, per gentile concessione di Arcangelo Piai, anche alcune foto.
    Sebastiano

    anonimo

    18 ottobre 2006 at 17:45

  19. grazie vincenzo e grazie sebastiano, segnalo anche l’uscita del nuovo libro dell’autore di questo post (tutte le notizie sul suo blog)

    *

    inoltre tra gli appuntamenti segnalo:

    venerdì 20.10 ore 18.00 presso lo spazio, via dell’ospizio – Pistoia : Giacomo Trinci (altro autore che vi consiglio con tutto il cuore) presentato da Marco Marchi

    sabato 28.10 ore 15.30, appunto stefano guglielmini presenta il libro di flavio ermini “il moto apparente del sole” (ed. moretti & vitali) alla sala di cristallo, via altinate 114/a padova

    matteofantuzzi

    19 ottobre 2006 at 20:17

  20. matteo: guglielmin 🙂

    ciao e grazie per l’OT

    gugl

    anonimo

    20 ottobre 2006 at 09:56

  21. ma dai… ho scritto “guglielmini” siamo a posto… scusa ! m.

    anonimo

    21 ottobre 2006 at 07:00

  22. però non hai scritto flavio ermin 🙂

    ciao
    gugl

    anonimo

    21 ottobre 2006 at 07:38

  23. sono proprio rincoglionito. nulla da fare… m.

    anonimo

    21 ottobre 2006 at 09:34


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