UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Pagliarani: l’unità e la deriva dei linguaggi di Daniele Piccini

Nell’ occasione della sua ristampa in­tegrale, l’opera di Elio Pagliarani­ – complessa, interamente mossa fino al limite della contraddizione – può servi­re, forse, anche da rilevatore e sismo­grafo. Dico da strumento di accertamen­to, e naturalmente di attraversamento, di una difficoltà oggettivamente incomben­te sui poeti attivi da una certa data alme­no del Novecento. Pagliarani nasce nel 1927, che è quanto a dire una generazio­ne dopo quella dei grandi maestri nati nei primi anni Dieci (quella dei Bertolucci, Caproni, Sereni, Luzi). È la generazione, quella del poeta romagnolo e presto mila­nese d’adozione, che si trova dentro una frattura senza precedenti; generazione che la abita e che contribuisce, sentendo­la in profondità, a determinarne la dina­mica, alla ricerca di una via “altra”. Dirò subito che si ha l’impressione, ri­leggendo tutto Pagliarani, di una sorta di deriva, di esplosione di frammenti o schegge, che a una certa altezza cronolo­gica, quasi per miracolo, riescono a rifor­mare un organismo unitario, attraversato da spinte contrastanti eppure legato da interna coesione; frammenti, zolle, faglie in movimento che poi, a un volgere di si­tuazioni e di tempi, tornano a obbedire a una logica di s_parazione, di distacco, di nuova deriva. E inutile dire che si sta par­lando di quel microcosmo drammatico-­narrativo che è La ragazza Carla, il coagu­lo di forme, modi, linguaggi che sta al cen­tro dell’opera di Pagliarani e che obbliga il resto, il lavoro circostante dell’ autore, a una sorta di paragone. Non si tratta solo o tanto di rilevare lo spicco di questo poe­metto (uscito sul "Menabò" nel ’60 e in volume nel ’62, ma elaborato nel corso degli anni Cinquanta), quanto di leggere attraverso di esso, nella sua luce, il tentati­va febbrile e a tratti concitato di risolvere problemi di dizione, di stile, di "genere" (come Pagliarani invitava a fare in un fon­damentale saggio del ’57) che l’autore ha intrapreso in tutta la sua parabola. Se La ragazza Carla è un mirabile uni­cum insieme lirico, narrativo, testimonia­le, e insomma un organismo problemati­co (il curatore Andrea Cortellessa, autore di un ricco e documentato saggio intro­duttivo al volume garzantiano, ricorda Bachtin e la teoria del romanzo come con­tenitore polifonico di idee contrastanti sul mondo), è d’altronde il punto di arrivo (e poi di ri-partenza) di un assillo che ave­va contrassegnato da subito l’operare del poeta. il quale già in Cronache e altre poe­sie del 1954 aveva mostrato in atto, attra­verso una scrittura inclusiva, affamata di modi irriducibili alla lirica, la sua aspira­zione di accogliere in poesia una serie di linguaggi non centrati sull’ "io" del poeta e capaci di rendere conto di una realtà più ampia, stratificata, corale di quanto non permettesse una certa tradizione. L’assillo c’era, e forte: certi testi del li­bretto d’esordio (celebri "I due temi svol­ti" o ancora "I goliardi delle serali in que­sta nebbia") già registravano in presa qua­si diretta lingue, stili, modi di riporto dal­la realtà sociale-linguistica’ esterna’ alla poesia. Ma, bisogna dire, in Pagliarani (già avanzatissimo in questo suo primo operare, eppure ancora all’incrocio tra più opzioni) non c’era soltanto questo. Basterebbe a dimostrarlo un libretto che appare, nella ‘marcia gloriosa’ che condu­ce alla Ragazza Carla, quasi un ostacolo, un inciampo, una contraddizione. Sì, per­ché lnventario privato, del 1959, riporta al centro della scena, con forza, con rabbia, con urgenza, l’"io" e la sua sanguinante problematica esistenziale-amorosa e, con essa, la possibilità di rifare, variandola, una poesia di tono personale, di confes­sione e di conoscenza sotto specie indivi­duale-universale (che è quanto dire lirica). Si tratta, invero, di una prova non se­condaria di bravura artigianale, in cui una grazia tradizionale trova forme e oggetti nuovi (basterà ripensare ai sapierti e stra­nianti accostamenti verbali di "E difficile amare in primavere"), erompendo fresca e riuscendo a evitare la ripetizione di una maniera usurata. È indubbio, tuttavia, che dal punto di vista dell’ operazione poetica messa in cantiere da Pagliarani, si tratti di un rigurgito individualistico; eppure il suo tono contribuirà all’impasto, alla miscela della Ragazza Carla, con la correzione fondamentale che quei sussul­ti vitali, esistenziali, quei tremori vissuti all’ombra della Storia (una Storia magari ripugnante) saranno nel poemetto tra­sposti e vissuti grammaticalmente in terza persona. Ecco l’importanza del genere, cui Pa­gliarani fa riferimento nel suo saggio del ’57 (Ragione e funzione dei generi), dicen­do tra l’altro che un lessico poetico nuovo porta inevitabilmente con sé altre struttu­re anche sintattiche (come già si percepiva nei testi più avanzati delle Cronache), in­somma, altri generi. La forza del poemet­to è proprio quella di far coagulare spinte e controspinte, convogliando in un impa­sto dalle molte escursioni – ma anche dal­la riuscita saldezza di fondo-lirica, lingua colta e voce d’autore gnomicamente atteggiata (ho detto altrove che certe parti lirico-moralistiche della Ragazza assomi­gliano per funzione ai cori delle tragedie manzoniane); di tenere insieme la trascri­zione potenzialmente centrifuga dei lin­guaggi (i brani dal manuale di dattilo­grafia per esempio) e il loro accorto mon­taggio, prima e sopra tutto di natura ritmi­ca e tonale. Perché la riuscita della Ragaz­za e il suo miracoloso tinnire all’ orecchio tra suono e disarmonia, tra canto e sua smorzatura o negazione interna, è di natu­ra anche e propriamente tecnica. Se è vero che le inserzioni manualisti­che, insomma di prosa funzionale ver­sificata, si prendono il loro spazio, è al­trettanto certo che nell’insieme c’è un or­ganismo pulsante ritmicamente a fare da sfondo, da contenitore. Non solo, come sarebbe più ovvio, nelle poche zone che l’autore ritaglia per la propria voce, ma nel corpo della narrazione, là dove il lin­guaggio si stira per seguire sintassi, modi e sprezzature del parlato. Qualche esem­pio? Da I, 5: "(Alla ditta hanno detto alla signora / fa bene in officina, ma non è / af­fabile, e chi lo sa come la pensa?) Sì, e prende / ventiseimila con la contingenza" (dove si mescolano varie misure regolari e una quasi-rima); o ancora, da II, 2: "Sono momenti belli: c’è silenzio / e il ritmo d’un polmone, se guardi dai cristalli / quella gente che marcia al suo lavoro / di­ritta interessata necessaria / che ha tanto fiato caldo nella bocca / quando dice" buongiorno / è questa che decide / e son dei loro / non c’è altro da dire". Pagliara­ni, davvero, non solo organizza una lin­gua corale, una scrittura a più voci, ma forgia e modella una struttura stilistica (prosodica, tonale, lessicale, sintattica) confacente al racconto in versi: un rac­conto che, se ha qualcosa dei drammi brechtiani, è più vicino a certo Pasolini che non al coevo Sanguineti (Cortellessa infatti accenna alla trafila che dal Pascoli dei poemetti porta al Pasolini narrativo in metrica). Questo è il Pagliarani della Ragazza Carla e dintorni, quello che approda nel ’61 alla celebre antologia dei Novissimi, a cura di Alfredo Giuliani: un autore alla ri­cerca, più che di una rottura, di una in­clusività, di una tendenziale integrità so­vra-personale e sovra-lirica della scrittura poetica. li punto è che il sovrano e sotti­lissimo equilibrio della Ragazza apparirà via via non solo irriproducibile in sé e per sé, come è ovvio, ma anche non più pro­seguibile quanto a direzione di ricerca. Al suo posto, a partire dalla Lezione di fisica del 1964 (poi compresa nella più ampia Lezione di fisica e Pecaloro, 1968), si in­stallerà una nuova divaricazione dei lin­guaggi, una diaspora delle lingue: una più che altro oggettiva rappresentazione, in forma di montaggio sì ma non nel senso precedente, della materialità dell’ oriz­zonte verbale-sociale. La fame di una lingua non poetica si esprime anche qui, non solo in testi pro­priamente epistolari-testimoniali, molto ragionativi (come "Oggetti e argomenti per una disperazione", diretto a Giuliani), ma anche in altri, in cui è il linguaggio del­la fisica o dell’economia a imporsi all’at­tenzione del poeta: solo che il ritaglio e l’aggiustamento millimetrico del poemet­to si trasforma in un collage senza altret­tanti antidoti e anticorpi; e il linguaggio alieno, ‘altro’ dalla poesia, si stende a ma­ni di colore dense e compatte. L’autore, di pari passo, va sempre più facendo da or­ganizzatore di materiali, strada che por­terà infine alle raccolte citatorie (brani della tra:dizione decontestualizzati e resi autonomi, con un nuovo significato) degli Esercizi platonici (1985) e degli Epigram­mi ferraresi, questi ultimi tratti da predi­che di Savonarola (usciti nel 1987 e con aggiunte nel 2001). Anche in questo caso, non si tratta in prima istanza di stabilire , gerarchie di valore (ché l’operazione lin­guistica e assemblatoria della Lezione è di notevole interesse), quanto di rilevare l’oggettiva rottura di un equilibrio; e, se si vuole, l’abbandono di un’idea di poesia come integrità-integralità di rappresenta­zione, testimonianza e conoscenza, ricrea­zione e reinvenzione in uno stampo onni­comprensivo e unitario. Se la linea che dalla Lezione porta per restrizione dell’ orizzonte versale – ma permanendo l’assemblaggio di materiali ‘altri’ – agli Epigrammi contraddice an­che a livello di genere La ragazza Carla, in­vece La ballata di Rudi, che esce nel 1995 dopo una trentennale elaborazione, per­mette di verificare all’interno dello stesso genere di riferimento – quello del poe­metto -la portata dello scarto, la rottura e semmai i nuovi equilibri cercati. li ten­tativo è analogo e insieme differente: nel­la Ragazza un tempo definito, il ’48, e un punto di vista sociale (quello di Carla) ben operante seppure non esclusivo; nel­la Ballata una ridda di personaggi attra­verso un più lungo arco di tempo e so­prattutto, a poco a poco, il desiderio di una diversa onnicomprensività – relativa all’intero quadro storico-sociale – che prende il sopravvento sulla forma del ‘poemetto di formazione’, prima usato come perno. Il dato impressionante, al di là del resto, è l’opacatura del tratto, con i versi lun­ghissimi e destrutturati che ricordano quelli della Lezione (pur non mancando qua e là guizzi e scarti argentini), senza più una misura-base. L’incupirsi dell’orizzon­te storico, la complessità di una dinamica sociale ben più ardua da rappresentare, l’ambizione stessa di tenere insieme, per emblemi, il racconto di una temperie complessiva, determinano lo sformarsi di ogni campitura. Credo, come già suggeri­va Stefano Crespi citato a sua volta dal­l’autore, che questo racconto per flussi di coscienza, per ininterrotte colate verbali abbia qualche cosa di epocale, nel suo stesso grigiore. E che di nuovo sia in qual­che misura pasoliniano: di un Pasolini che non essendo morto non può che fronteg­giare con orrore, se così si può dire, il pa­norama che osserva, attitudine che gli strumenti stilistici registrano (certo però in Pagliarani c’è un elemento ideologico più costituito e specifico rispetto al profe­tico Pasolini ultimo). Ho osservato altro­ve che i brani più pregnanti sono ancora quelli in cui un microcosmo sociale-antro­pologico è rappresentato verbalmente dall’interno (i capitoli iniziali sulla riviera adriatica del dopoguerra; quelli milanesi in cui a parlare è il tassista abusivo Ar­mando) e che i tagli e le incursioni più do­cumentarie sulla società neo-capitalistica (come l’avrebbe definita Pasolini) sono inevitabilmente di minor efficacia prima di tutto linguistica, in quanto sfuggono a una presa inclusiva unificante, per diveni­re in buona misura corpo estraneo. Fa in qualche modo impressione legge­re tra i testi dispersi aggregati nel volume complessivo di Garzanti (che datano a partire dal 1946) una poesia addolorata e commossa scritta da Pagliarani nel 1995 proprio su Pasolini (IL’ angoscia della tua voce incrinata spezzata da un vento geli­do di morte"), così come la nota che ri­connette il lavoro degli Epigrammi ferra­resi e dintorni a un dialogo con il poeta delle Ceneri e della Religione del mio tem­po. Mi pare ci sia il segno di una ricompo­sizione di fratture ideologiche, rabbiose, a volte anche ingenerose. E un riconosci­mento. Forse anche un’indicazione di lettura, per comprendere un’ opera, quel­la di Pagliarani; che si aggrega e si disper­de intorno all’ assillo di dar voce all’ altro da sé, al tormento dell’ epoca, alla Storia, senza rimuovere il tremore interno, la fioritura e insieme il gelo che la incrina e la spezza.

Da Poesia n. 204

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Written by matteofantuzzi

25 settembre 2006 a 18:26

Pubblicato su Uncategorized

17 Risposte

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  1. ringrazio l’autore e vi consiglio caldamente la lettura di questo articolo, parla di quello che credo essere davvero una delle colonne del ‘900 e lo faccio sgridando roma, perchè m’è stato riferito che una serata a lui dedicata non è stata seguita dal giusto pubblico. peccato perchè tutti noi a lui dobbiamo tanto.

    matteofantuzzi

    25 settembre 2006 at 18:28

  2. concordo. importante.

    oltrenauta

    25 settembre 2006 at 19:57

  3. Pagliarani, Roversi, Pasolini. Stesso tentativo, struggente, di dar voce all’altro, ai senza voce della Storia. Con ricadute nel linguaggio poetico che non riusciamo del tutto ancora a cogliere.
    Antonio F

    anonimo

    25 settembre 2006 at 23:27

  4. e mi sa ci torno presto su quegli autori antonio…

    *

    devo dire che in questi giorni non mi sta per nulla piacendo mi permetto il modo in cui si sta affrontando sui quotidiani e alla radio la questione “festival” paragonati (col vizio italico del “tutto uguale”) sempre e solo ad aperitivi con l’autore che parla e che fa sempre trendy mentre i libri non si vendono.

    se escludiamo i grandi appuntamenti alla mantova credo che molti piccoli “festival” e molte piccole “feste” stiano facendo molto bene alla poesia (ne ho parlato anche in un articolo uscito su “vertigine”) a volte mi pare come già mi era parso sulla questione “poesia e blog” che ci sia un modo di tentare di indirizzare le opinioni verso una non evoluzione delle dinamiche in letteratura e in primis in poesia, e la cosa laddove si riscontrano fermenti mi pare una pirlata…

    matteofantuzzi

    27 settembre 2006 at 16:24

  5. Concordo con Matteo. In Sardegna abbiamo avuto anche quest’anno appuntamenti importanti a Seneghe (Loi, Gualtieri e altri), a Sassari (Marcoaldi sulla poesia d’amore) ad Asuni, dove si è spaziato verso il teatro e la musica (Alberto Masala,la compagna di Sepulveda Carmen Yanez, il cubano Pablo Armando Fernandez). Sempre molta spontaneità e serietà: nessun ammicamento o narcisimo, direi anzi il contrario, voglia di confondersi tra il pubblico.
    Antonio Fiori

    diamine

    27 settembre 2006 at 17:06

  6. e mi chiedo antonio, il pubblico come ha reagito, è rimasto sazio del confronto ? o è andato a parlare col testo dopo avere parlato con l’autore ?

    matteo

    anonimo

    28 settembre 2006 at 16:02

  7. A Sassari e Ghilarza ero presente, degli altri eventi mi hanno riferito positivamente gli amici. Il pubblico era motivato, attento e silenzioso, aspetteva l’evento per l’ascolto. In prevalenza mi è sembrato che la maggioranza conoscesse già i testi, ma come sai, si impara sempre dal sentirli ‘restituiti’ dall’autore (o anche solo da altri lettori). A me personalmente ha saziato molto l’ascolto di Loi: sia quando parlava del rapporto di Dante con Beatrice, sia quando leggeva (con straordinaria partecipazione emotiva, sembrava lo facesse la prima volta!) le sue poesie in milanese…
    Antonio

    anonimo

    28 settembre 2006 at 18:04

  8. grazie antonio. matteo

    anonimo

    30 settembre 2006 at 09:30

  9. ma loi parla sempre di dante?? :-))

    anonimo

    30 settembre 2006 at 14:18

  10. Io l’ho sentito per la prima volta su Dante e Bea. D’altra parte alcune centinaia di intellettuali, in Italia e nel mondo, ne hanno parlato e scritto per la vita intera.

    anonimo

    30 settembre 2006 at 23:46

  11. ma sapete che io ho sempre sentito (me presente) il loi-poeta e mai il loi che parla di dante ?

    comunque mi sa che siano ben più di centinaia quelli che si occupano di dante: andrebbe poi capito quante delle cose dette non siano terribili panzane 🙂

    matteofantuzzi

    1 ottobre 2006 at 07:43

  12. Comune di Firenze – Assessorato alla Cultura

    Archivio Giovani Artisti
    la Feltrinelli librerie Firenze

    NODO SOTTILE 5

    L’officina della poesia

    a cura di Vittorio Biagini e Andrea Sirotti

    COS’E’

    Un percorso di confronto, lavoro e formazione articolato nelle seguenti fasi:

    selezione di un gruppo di giovani poeti per la partecipazione al laboratorio residenziale di scrittura (maggio 2007)
    realizzazione del laboratorio residenziale con il gruppo degli autori selezionati coordinati da due poeti affermati ed esperti in questo tipo di attività formativa (settembre 2007)
    individuazione, tra i partecipanti al laboratorio, del giovane autore ritenuto più promettente ai fini della pubblicazione di una sua opera inedita (settembre 2007)
    pubblicazione di un quaderno con i materiali prodotti durante il laboratorio (novembre 2007)
    pubblicazione dell’opera inedita dell’ autore selezionato presso un editore di rilievo nazionale (settembre 2008)
    presentazione e promozione dell’opera pubblicata in occasioni e contesti di particolare rilevanza cittadina e nazionale (2008)

    COME SI SVOLGE

    Il laboratorio sarà realizzato nell’arco di tre giorni consecutivi (per un totale di cinque sessioni di lavoro), in un’adeguata sede residenziale dell’area fiorentina.

    Per il laboratorio, dieci giovani saranno selezionati su scala nazionale dai curatori, in collaborazione con i due poeti docenti, tra tutti coloro che avranno inviato i loro lavori entro il termine stabilito all’Archivio Giovani Artisti del Comune di Firenze.

    Durante le giornate di lavoro i dieci selezionati si confronteranno con i due poeti formatori e tra di loro in un laboratorio di scrittura, approfittando del rapporto intenso e continuativo e anche degli aspetti conviviali che una situazione residenziale presenta.

    I materiali selezionati nel concorso di ammissione e quelli prodotti nel laboratorio verranno raccolti in un Quaderno di Nodo Sottile.

    I poeti docenti, d’intesa coi curatori, sceglieranno, sulla base dell’esperienza del laboratorio, quello che riterranno il migliore tra i dieci giovani partecipanti, al quale verrà assicurata la pubblicazione di un volume inedito di versi a cura di una Casa Editrice di rilevanza nazionale.

    COME PARTECIPARE

    Possono partecipare tutti i giovani di età compresa tra i 18 e i 30 anni residenti, domiciliati, studenti o lavoratori nel territorio nazionale.

    Essi dovranno presentare un numero complessivo di versi compreso tra 250 e 400, in cinque copie dattiloscritte (redatte in Times New Roman, corpo 12), delle quali una firmata e quattro anonime, unitamente ad una copia delle stesse con indicazione del nome, su supporto elettronico (floppy disk o CD), formato Word o compatibile.

    Il dattiloscritto firmato, nonché la versione elettronica, dovranno essere accompagnati da un curriculum dell’autore, corredato da dati anagrafici, recapito postale e telefonico, indirizzo e-mail, e dall’autorizzazione per il trattamento dei dati personali (legge 675/96, sulla privacy).

    I lavori dovranno pervenire entro le 13 del 31 Maggio 2007, alla sede dell’Archivio dei Giovani Artisti dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Firenze, via Ghibellina 30, 50122 riportando sulla busta la dicitura “per Nodo Sottile n. 5”
    Il bando può essere scaricato da
    http://www.portalegiovani.comune.fi.it

    Info
    d.ciullini@comune.fi.it

    matteofantuzzi

    1 ottobre 2006 at 07:45

  13. 8 ottobre 2006 ore 21.oo

    Spazio La Tenda
    (gestito dall’Assessorato alle Pubbliche Relazioni Giovanili)
    Viale Molza – Stazione delle Autocorriere – Modena

    letture di Fabiano Alborghetti, Massimiliano Aravecchia, Matteo Fantuzzi,
    Fabrizio Bernini, Valentino Ronchi, Matteo Zattoni

    Manifestazione curata e condotta da Guido Mattia Gallerani

    ed inserita all’interno del palinsesto PoesiaFestival Terre di Castelli click here http://www.poesiafestival.it/pages/index.htm

    col patrocinio del Comune di Modena

    anonimo

    1 ottobre 2006 at 08:59

  14. Beh, si Matteo, forse mi sono mantenuto troppo basso. E o poi dimenticavo di considerare tutti coloro che lo videro e incontrarono (l’Alighieri) durante quel suo viaggetto, credo che da allora se lo raccontino l’un l’altro e lo stiano sempre cercando (negli inferi, nel Purgatorio e persino nel Paradiso). Da qualche parte dovrà pur essere finito, ti pare?
    A.F.

    anonimo

    1 ottobre 2006 at 15:21

  15. sarei curioso di sapere chi frequenta oggi, e in quali gironi lo frequenti antonio, anche per quello che riguarda la poesia 🙂

    siete tutti invitati a modena domenica sera.

    matteofantuzzi

    1 ottobre 2006 at 17:48

  16. Elio riceve finalmente la consacrazione dopo sessant’anni dedicati al lavoro poetico. Meglio tardi che mai… Ciao Matteo

    lucapaci

    1 ottobre 2006 at 19:44

  17. Tutti invitati anche qui:

    Inaugurazione delle Cene D’autore all’Albergo Alla Rocca, Via Mtteotti, 76, Bazzano, Bo. Cominciamo così:

    Venerdì 6/10 /06

    Massimiliano Martines presenta

    “Ho scritto ti amo sullo specchio” Edizioni Pendragon

    Moderatore: Alessandro Ansuini

    ore 21. Ingresso gratuito. Si puùu’ cenare a dieci a euro. gradita la prenotazione qui al 051 83 12 17

    anonimo

    2 ottobre 2006 at 15:49


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