UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Poesia e Pubblico: un rapporto difficile di Matteo Veronesi

"Che mutazione politico-antropologica / c’è stata? che cosa è cambiato / in questi anni / non dico nell’editoria, nei giornali, / ma nei lobi cerebrali / nei cazzi, nelle anime / perché la poesia diventasse / questa cosa povera e inascoltata?"
Chiunque getti una rapida occhiata sul panorama della poesia d’oggi non potrà che condividere l’angoscioso interrogativo avanzato da Giuseppe Conte, uno dei maggiori poeti italiani viventi, in questi brutali ed infuocati versi, di recente pubblicazione (1).
Molti grandi editori – ad esempio Rizzoli, Vallecchi o la stessa Mondadori -, a cui sono legate, per tanta parte, le vicende editoriali della poesia del Novecento, si sono visti costretti, in questi ultmi anni, a limitare, quando non ad eliminare del tutto, la pubblicazione di opere di poeti viventi – i "classici", al contrario, si stampano e si vendono ancora abbastanza. Si è nel contempo assistito ad un clamoroso paradosso: all’irrefrenabile proliferazione di minuscoli premi letterari, di sparute rivistine e di case editrici a pagamento del tutto emarginate dai grandi circuiti della distribuzione libraria fanno da contraltare il calo o addirittura la totale assenza di vendite dei volumi di poesia. Infatti, come scrive Giuliano Ladolfi, "chi pubblica una silloge o alcuni lavori su riviste specializzate, si compiace di leggere se stesso, ma non allarga gli orizzonti ad altri autori. In questo modo il grande pubblico e gli stessi cultori di questa nobile arte rimangono estranei al processo di distribuzione" (2).
L’elenco delle piaghe che affliggono la poesia d’oggi potrebbe continuare; ma piuttosto che trasformare questo mio breve intervento in una diagnosi medica – o magari in un raggelante reperto autoptico – preferisco cercare di individuare, in sintesi, le cause del problema, ben lungi dal voler compiere l’azzardato tentativo di proporne una soluzione. La responsabilità di tale situazione, a mio parere, va equamente spartita tra poeti, critici e lettori.
Esiste, nella poesia moderna, una linea – che non sarebbe nemmeno lontanamente pensabile, in questa sede, ripercorrere in modo analitico – che dal Simbolismo francese e belga di fine Ottocento arriva, attraverso l’Ermetismo, alla cosiddetta "poesia pura", ancor oggi largamente teorizzata e praticata. Il punto che accomuna tutte le correnti che la compongono consiste nella convinzione che la parola poetica possa assolvere alla proprie funzioni estetiche ed intellettuali attraverso la vaga allusione, il sottinteso impalpabile, il richiamo analogico, e non debba contenere un significato preciso e determinato – "non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe", ammoniva Montale – o un riferimento diretto alla realtà concreta – "nommer un objet", a parere di Mallarmé, "c’est supprimer les trois quarts de la jouissance du poème". L’estremizzazione e l’esasperazione di queste posizioni – che, beninteso, appaiono pienamente giustificate e di straordinaria importanza se rapportate al contesto storico-culturale in cui si originarono – hanno introdotto nella poesia contemporanea un’inclinazione spesso irritante all’oscurità voluta ed ostinata, al compiacimento intellettualistico e alla complicazione cervellotica, a cui si è aggiunto l’influsso, tutt’altro che benefico, della Neoavanguardia, che ha prospettato e realizzato l’annullamento delle convenzioni poetiche, dei moduli espressivi e dei registri lirici codificati dalla tradizione – di quella che i linguisti della Scuola di Praga chiamavano langue poetica (3), e che costituisce il tramite, il mezzo, il codice necessari perché la comunicazione in versi, come qualunque altro tipo di comunicazione linguistica, possa aver luogo – senza riuscire a proporre valide e concrete alternative – agendo, insomma, un po’ come chi, poniamo, volesse distruggere un ingranaggio per dimostrare che non funziona. Certi poeti si sono dunque indebitamente sentiti autorizzati ad abbandonare sulla pagina bianca, quasi con noncuranza, segni linguistici svuotati di significato, di pregnanza semantica e di potenzialità comunicativa, ridotti, di fatto, a puri e semplici simboli grafici privi di valore, e hanno per giunta trovato conforto in certa critica, che è arrivata ad affermare – come è stato fatto recentemente, in un volume di larga diffusione e per il resto pregevole (4) – che "il linguaggio della poesia è diverso per ciascuno di noi" e che "la poesia permette a ciascuno di usare il suo linguaggio" – presupposti, questi, che, com’è evidente, priverebbero di determinatezza e di univocità, e dunque di funzionalità, qualunque forma di comunicazione linguistica, poetica o meno. (5) Il pubblico, in conclusione, si rifiuta giustamente di sborsare quattrini per trovarsi tra le mani pagine gremite di caratteri tipografici assolutamente vuoti di significato, su cui certa critica parolaia fonda le sue fiorite e indisponenti elucubrazioni.
I critici, giust’appunto, non hanno certo favorito la conoscenza e la diffusione della poesia contemporanea. "L’illustrazione di un’opera", scrive ancora Ladolfi, "invece di mirare alla chiarezza, alla perspicuità, alla linearità, diventa spesso un esercizio di critichese, in cui sono motivi di vanto il fatto di non essere compresi, l’adozione di espressioni rare e raffinate e soprattutto un lessico individualistico" – quello stesso che, come abbiamo visto, rende incomprensibile anche certa poesia – "che impedisce una immediata comprensione"(6). Credo di non avere nulla da obiettare o da aggiungere.
La poesia non è poi andata immune da un male che affligge, indistintamente, tutti i generi letterari: quello delle recensioni "pilotate" da interessi editoriali, da amicizie altolocate e da scambi di favori, a causa del quale opere in sé pregevoli, pubblicate però da autori sconosciuti sotto sigle editoriali deboli e desuete, restano spesso prive di valutazione critica e dunque di lettori. "Se ci interroghiamo sul peccato più grave per un critico," scrive il noto poeta Gianni D’Elia, "non possiamo non indicare l’omissione, che resta mortale per la letteratura a venire; perché lascia soli, nell’ombra del puro rifiuto preventivo, isolati, senza confronto ulteriore" (7). Qualcuno dovrebbe correre a confessarsi.
Da ultimo una parte di responsabilità è da imputare al pubblico, che peraltro potrebbe avanzare come scusanti i limiti e l’arretratezza di un’istruzione scolastica che, presentando spesso la poesia come un inerte oggetto di analisi nozionistica e pedantesca, non invoglia certo a coltivarne la lettura dopo la fine degli studi. A volte, comunque, la palese indifferenza del pubblico nei riguardi delle opere in versi è chiaro sintomo di una pigrizia intellettuale e di xun’aridità interiore del tutto prive di giustificazione.
In questi ultimi tempi varie iniziative editoriali e culturali – come lo stesso allestimento, nell’àmbito dell’attività di Università Aperta, di corsi dedicati alla poesia – sembrano aver creato i presupposti per la diffusione e la "divulgazione" di questa forma d’arte presso un pubblico più vasto. L’importante è che questa "divulgazione" non si trasformi in banalizzazione, e che non si cerchi di privare forzatamente e artificiosamente la poesia di quella profondità e di quella complessità che – se contenute entro i limiti della comunicabilità e della "leggibilità" – ne costituiscono le caratteristiche fondamentali. Bisogna, in altre parole, portare, con disponibilità, competenza e soprattutto, alla luce di quanto si è detto, chiarezza, il pubblico verso la poesia, non "ridurre" la poesia per portarla verso il pubblico.

Note

(1) G: CONTE, Sullo stato della poesia, "Poesia", VII (1994), n. 72, pp. 72-73
(2) G. LADOLFI, Presentazione di Incontro di poesia 1994, Borgomanero, Centro culturale "Don Bernini", 1994, p. 4
(3) GIULIO C. LEPSCHY, La linguistica strutturale, Torino, Einaudi, 1966, p.57
(4) D. BISUTTI, La poesia salva la vita, Milano, Mondadori, 1992, pp. 26-27
(5) Chi fosse interessato ad un’analisi più ampia del problema, condotta secondo la prospettiva qui delineata, potrebbe dare un’occhiata al mio scritto Il segno e l’anima: la poesia tra significante e significato, "Il lettore di provincia", XXV (1994), fascicolo 89, pp. 59-67
(6) G. LADOLFI, Presentazione, cit., p.5
(7) G. D’ELIA, Poeti senza critici?, "Poesia", cit., pp. 71-72

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Written by matteofantuzzi

22 luglio 2006 a 07:35

Pubblicato su Uncategorized

25 Risposte

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  1. da “università aperta”, IV, 1994, 9, p.3

    (ma incredibilmente attuale)

    matteofantuzzi

    22 luglio 2006 at 07:36

  2. Concordo…Matteo Veronesi è uno dei giovani critici che più stimo…Tra l’altro, mi colpisce come i suoi giri sintattici siano molto vicini ai miei; la sua prosa è molto vicina alla mia (che è più nervosa e jazzistica dove la sua è più classicamente scolpita)…Mi piacerebbe se Veronesi leggesse il mio ultimo post nel mio blog, che tratta argomenti consimili…
    un saluto

    andrea margiotta

    rondons

    22 luglio 2006 at 17:14

  3. il messaggio è girato (potere del blog). chiedamoci perchè a distanza di 12 anni un articolo è ancora attuale (peggio di quello sugli slam, riproposto 1 anno per l’altro). in mezzo c’è stato tanto, tante antologie, tante cose. l’effetto è alla fine quello gattopardo: si cambia tutto per non cambiare nulla. non mi piace l’idea di “omertà“, credo piuttosto che diverse case editrici e diverse realtà non abbiano “osato” rifugiandosi nelle certezze di un’editoria che avrebbe bisogno di scosse reali, e di un movimento poetico che si muove in maniera browniana.

    matteofantuzzi

    22 luglio 2006 at 18:21

  4. su poetiche (link a sn) curato da massimo orgiazzi e scaturisce dal discorso fatto su liberinversi appare l’introduzione alle mie poesie apparse su tabard 3/4. è un primo punto sul mio pensiero poetico. probabilmente nei prossimi tempi come già anticipato a massimo inserirò 1 upgrade dove andrò 1 poco più a fondo.

    matteofantuzzi

    22 luglio 2006 at 19:15

  5. sottoscrivo…e faccio numero.
    [ se può essere importante ]

    si lib.in.ver. si discuteva prorio della stessa cosa…
    se gli esperimenti in genere sui testi avvicinano alla poesia e siano poesia…
    oppure puri ed unici tentativi di poesia …
    …e tali rimangono

    sempre nel mio piccolo …saluto

    tonino

    vaan60

    22 luglio 2006 at 20:49

  6. Sempre uno scritto importante.

    GianRuggeroManzoni

    23 luglio 2006 at 01:27

  7. Pur condividendo in linea di principio, mi chiederei quando mai un editore ha guadagnato con un libro di poesia di autore vivente che ora reputiamo grande. Non è una domanda retorica (o non solo).
    V.

    anonimo

    23 luglio 2006 at 09:21

  8. ha guadagnato quando ha chiesto tasse di pubblicazione maggiori di quelle che erano le spese per l’uscita del libro. e questo è un problema dell’editoria poetica italiana che ben conosciamo. non uscirebbero oltre 1000 libri di poesia all’anno (fonte tirature, sono 3 libri di poesia al giorno: una follia) se almeno in qualche caso non ci fosse da parte di chi stampa un ritorno. detto questo ci sono anche i “santi” che spesso ci perdono o per lo meno non ci guadagnano e pareggiano con libri d’altro tipo sicuramente più vendibili (almeno in teoria). ma la grande editoria non ha di questi problemi: stiamo parlando di case editrici che stanno benissimo finanziariamente parlando, ma dato che producono cultura forse ogni tanto qualche sforzo potrebbero farlo, o qualche compromesso, garzanti mise la pubblicità dell’intimo calvin klein, non mi spaventa: in altre nazioni è quasi prassi. il problema è che le grandi casi editrici non investono in poesia tranne alcune. perchè ? bella domanda: bob geldof ha rinunciato al concerto di milano perchè c’erano solo 50 paganti. credo che una serata di poesia andata male e sotto la pioggia ne faccia di più. mondadori ha “scommesso” su un ottimo libro come quello di de angelis e le vendite non sono certo state peggiori di “polenta di castagne” di iva zanicchi ed edito sempre da mondadori. poi se parliamo di grandi guadagni quelli non si fanno più ca. dagli anni ’70, con nomi come pasolini che vendevano come i grandi narratori. poi chissà cos’è accaduto negli anni ’80/’90 perchè ci si infilasse in questo. e oggi per assurdo siamo in risalita. l’importante è che non ci si infili in 1 baratro.

    matteofantuzzi

    23 luglio 2006 at 14:30

  9. Equilibrio tra linguaggio imposto in modo assoluto al pubblico e linguaggio ammiccante che va ad ogni costo verso il pubblico. Tra questi due estremi negativi c’è posto per una miriade di posizioni, di cifre stilistiche (e poetiche tout court) coerenti col proprio sentire (ed eventualmete coi propri progetti e speranze sulla poesia). Sul problema dell’editare poesia dice bene Matteo, che ci da essenziali le coordinate del discorso. Io posso solo dire, per esperienza diretta, che il contributo chiesto per stampare dagli editori seri è compensato, anche economicamente, dalla diffusione tra i critici e dal possibile ritorno in caso di ‘fortuna’ del libro (con premi e presentazioni anche l’autore può ripareggiare i conti o guadagrarci, come alcuni bravi poeti che conosco bene). Anche se poi son cose risapute, è meglio ripetersele ogni tanto, anche per stare in guardia da certi spregiudicati editori che nulla selezionano (non ne sarebbero in grado, a dire il vero) nulla assicurano, tutto (a lauto prezzo) pubblicano. No, così no, così è truffa da codice penale.
    Antonio Fiori

    anonimo

    23 luglio 2006 at 16:29

  10. concordo con quanto detto.

    e sottolineo l’importanza di una buona sensibilizzazione scolastica, cosa che, salvo in rari casi, latita.

    oltrenauta

    24 luglio 2006 at 10:21

  11. Non intendevo editori a pagamento, chiaramente.
    Il discorso era un altro, che metto in un altro modo ancora: se plotti su un grafico cartesiano il numero di copie tirate o vendute da un libro versus l’importanza del libro stesso, per un tot di libri, ottieni una retta? Secondo me no. Cumulando su cento anni, forse il discorso può cambiare.
    V.

    anonimo

    24 luglio 2006 at 12:31

  12. Verissimo V, nessuna garanzia di rette, anzi. Ma poi il discorso si articola: c’è il ‘mercato’ (non stimabile) del prestito amicale del libro, c’è il ‘mercato’ (in crescita) del prestito bibliotecario, c’è il ‘mercato’ dell’autoproduzione, c’è anche la circolazione di buoni testi destinata a rimanere esclusivamente nella rete (senza alcun copyright peraltro). Ma le eventuali ‘fortune’ in mercati così atipici lasceranno traccia storica? Per quanto possa sembrare irrazionale, la poesia di ciascun autore ha un destino imprevedibile e ben poco si potrà incidervi nè in positivo (la sovrastima di un nome è già una condanna in fieri) nè in negativo (per quanto ci si organizzi per gettare discredito o silenzio su un autore, il tempo, quasi sempre, è galantuomo). Mi fermo qui e
    scusate se sono andato fuori tema.
    A.Fiori

    diamine

    24 luglio 2006 at 13:49

  13. SEGNALAZIONE:

    Vincenzo Della Mea ha creato PoEcast, spazio aggregatore sperimentale di blog sulla poesia. Utizzando la tecnologia dei feed RSS, PoEcast permette di consultare per data tutti gli aggiornamenti operati dai blog che si occupano di poesia, letteratura e scrittura. Uno strumento comodo per tenere sotto controllo novità e aggiornamenti senza fare tutto il giro della rete. Vi invito a dare un’occhiata.

    Massimo73

    24 luglio 2006 at 13:51

  14. Antonio: d’accordo sul problema del durare, quei cento anni. Al momento su Internet non c’è garanzia (anche se il più delle volte la memoria c’è).
    Il discorso era comunque un altro, e mi riferivo in particolare alla mutazione antropologica-politica o quel che è.
    Secondo me la poesia non è (quasi) mai stata qualcosa su cui rischiare: semplicemente un tempo l’editore si toglieva degli sfizi da appassionato (o da ricco), ed ora no (perché il più delle volte non è più nemmeno persona fisica).
    Matteo cita la la polenta della Zanicchi: quello rientra nel rischio imprenditoriale, perché il libro di una che frequenta la tv tendenzialmente qualcosa vende (dove il poco è al massimo il massimo che vende un libro di poesia sulla corto-media distanza).
    Però i libri degli autori che a distanza leggiamo chi li ha pubblicati?
    Ossi di seppia, editore Gobetti, 1000 copie.
    Il porto sepolto, editore Ettore Serra (udine, by the way), 80 copie.
    Pagliarani: Cronache ed altre poesie, Schwarz, 500 copie.
    Non parliamo di Campana.
    Reale che cita Baldacci che parla dell’800 (letterario in generale): Eppure, l’Ottocento che più vale è ‘clandestino’, a tiratura privata, fuori
    commercio, a circuito chiuso, tutto da scoprire. S’impone viceversa una
    produzione letteraria di largo consumo, -che si preoccupava in primo luogo di
    assecondare i gusti dei […] lettori-
    .
    Secondo me non dobbiamo piangere più dei nostri nonni.
    V.

    anonimo

    24 luglio 2006 at 16:11

  15. E’ vero, non dobbiamo drammatizzare, piangere più dei nostri nonni. Io facevo più o meno considerazioni collaterali. D’altra parte, sempre fra cent’anni, si sedimenterà qualcosa di definitivo (Umberto Piersanti riferì una volta di una ricerca di sociologia della letteratura che avrebbe dimostrato che chi non è ‘ripescato’ dalla critica entro i primi 50 anni dalla morte è destinato a non esserlo più).
    Antonio F.

    diamine

    24 luglio 2006 at 17:16

  16. giusto:
    1) internet non ha la minima garanzia, è come scrivere a due passi dal mare, con le onde che ciclicamente cancellano tutto. questo vasto oceano orizzontale dove tutto e il contrario di tutto pare essere splendido e splendente crea purtroppo solo un margine difficile da superare, crea un microcosmo che si aggiunge ai microcosmi che vuole superare: crea un precedente di mezzo potenzialmente importante ma troppo spesso svilito.

    2) poecast è 1 figata. provatelo. comodissimo !

    matteofantuzzi

    24 luglio 2006 at 22:03

  17. 3) la curva della poesia è un ramo di iperbole equilatera che tende a una y = k (scusate !!!).
    cioè più in là di tanto non si va (eccezione: montale proposto a 1 euro come lancio del corriere della sera, 1 milione di copie): ma è sempre montale, autore ormai non più di questo mondo. pochi poeti hanno goduto di fama in vita, molte vecchie antologie anche quelle notissime storiche e stracitate tra fine anni ’70 e inizio anni ’80 mostrano clamorosi carneadi e mostruosi autogol in mezzo alle colonne dell’attuale letteratura: ergo ? ancora una volta stiamo ragionando in maniera parziale, incompleta ecc.

    ma almeno ci dobbiamo provare, e ci deve provare la grande editoria. se no c’è poco da fare

    *

    chiosa: mica per prendermela sempre con adelphi, casa editrice ottima e meritevole, ma porca vacca avete visto quanto costa il libro della bishop ? ma chi se lo può permettere mannaggia mannaggia ??? un appello, se potete fatelo prendere dalle vostre biblioteche comunali e leggetelo così perchè merita ha 1 prezzaccio ma merita

    ps. idem per la szymborska, ma lì già sapete che rompo…

    matteofantuzzi

    24 luglio 2006 at 22:09

  18. Matteo in riferimento al commento n.8 “Tema dell’addio” non è assolutamente il primo libro che De Angelis firma con la Mondadori. Il loro sodalizio inizia con il bellissimo “Terra del viso” dell’85 se non sbaglio. Ovviamente fuori catalogo da parecchio. Un saluto

    Emiliano

    anonimo

    25 luglio 2006 at 09:09

  19. Una buona antologia della Bishop è uscita anni fa per Salvatore Sciascia Editore a 16 euro circa. Credo si trovi ancora. A ordinarla.
    Ciao
    Simone

    poetO

    26 luglio 2006 at 16:56

  20. esatto emiliano, se mi ero fatto intendere così me ne scuso.

    a proposito di libri con prezzi troppo alti c’è l’opera omnia di silvio ramat (volume di oltre 1400 pagine) uscita per interlinea a 50 euri.

    e lasciatemelo dire: oh, so’ 100 sacchi. (life is now). beh vale quanto detto per la bishop (grazie della segnalazione dell’edizione che non conoscevo, da chi è curata e tradotta ?): se non siete figli di nababbi fatele prendere alle vostre biblioteche, se no che servizio pubblico è ?

    matteofantuzzi

    27 luglio 2006 at 10:55

  21. E’ curato da Bianca Tarozzi, docente all’università di Verona (almeno alla data della pubblicazione). Qui, con un sensibile sovrapprezzo te lo possono recuperare: http://www.unilibro.it/find_buy/product.asp?sku=854483&idaff=0

    Ma credo a ‘sto punto sia meglio sborsare i 27 € per l’edizione Adelphi (su IBS inoltre è in atto uno sconto del 15%)

    Ciao
    Simone

    poetO

    27 luglio 2006 at 14:19

  22. azz… però la bianca tarozzi è un’anglista coi contro… (insomma bravissima), e non perchè è dentro a vdl, nessuno faccia battute !

    allora: andate in 1 biblioteca e chiedete prendano uno, andate in un’altra biblioteca e chiedete prendano l’altro. e poi godeteveli.

    (grazie simone)

    matteofantuzzi

    27 luglio 2006 at 16:16

  23. Confermo sulla qualità del lavoro della Tarozzi; c’è una postfazione critica ed esegetica molto ben fatta. Io ringrazio Andrea Molesini, mio docente di lett. comparate per aver “obbligato” gli studenti del suo corso a tale meraviglioso acquisto 🙂
    Ciao

    poetO

    27 luglio 2006 at 16:32

  24. a me obbligavano a comprare lavori russi sulla cinetica chimica… direi che proprio ti è andata meglio.

    matteofantuzzi

    28 luglio 2006 at 09:08

  25. Poche volte ho letto ragionamenti così sottili e così acuti rispetto al tema che amo di più ovvero la poesia. Avendo letto poesia per vent’anni mentre scrivevo credo di poter dire, a ragion veduta, che le Sue affermazioni sono assolutamente condivisibili. Mi trova perfettamente d’accordo. Saluti.

    ByronCorner

    31 gennaio 2007 at 01:19


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