UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Antonio Riccardi, Gli impianti del dovere e della guerra, Garzanti.

Gli impianti del dovere e della guerra raccontano la seconda parte del romanzo famigliare in versi che Antonio Riccardi (1962) ha inaugurato nove anni fa con Il profitto domestico. Rispetto all’opera di esordio sono cambiati i protagonisti, l’epoca e i luoghi: nel primo l’autore rievocava la storia dei propri antenati maschili vissuti fra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento, ambientando molte poesie a Cattabiano, il paese dell’Appennino parmense dove i Riccardi posseggono delle terre; negli Impianti del dovere e della guerra si parla invece della città dove i genitori di Riccardi sono vissuti, Sesto San Giovanni. Gli impianti cui il titolo allude sono gli stabilimenti della Breda e della Falk. A unire le due opere, oltre a un’evidente continuità di temi e di forme, è la presenza di alcune storie che vengono raccontate di nuovo.
Negli ultimi vent’anni la letteratura italiana ha conosciuto molti tentativi di resuscitare il poema narrativo in versi (Bertolucci, Spaziani, Albinati, Ripa di Meana, Ottieni) ma l’opera di Riccardi non assomiglia agli esperimenti che la precedono, primo fra tutti La camera da letto di Bertolucci, che pure racconta un romanzo borghese di famiglia avvicinabile, almeno estrernamente, alla storia raccontata nel Profitto domestico. Se il lettore di una poesia che si annuncia come narrativa si aspetta di trovare una trama continua, una sintassi movimentata, una pronuncia poetica aperta alla contingenza dell’accadere, Riccardi contraddice sistematicamente queste attese. Il mattone di cui sono fatti i suoi edifici è infatti il frammento breve dall’andamento ellittico, costruito su una sintassi statica e su verbi all’indicativo presente o all’imperfetto: una tessera elementare che comunica azioni iterative, stati di cose, formule emblematiche, allegorie o sentenze, mentre di solito il lettore di un racconto in versi si aspetta di trovare azioni individuate, fatti puntuali, aneddoti. La riduzione delle frange accidentali ed emotive tocca ogni elemento dello stile, a cominciare dal lessico, povero di aggettivi e ricco di sostantivi appartenenti a due sfere semantiche opposte ma ugualmente prive di sfumature: da un lato, il campo dei termini tecnici (<<forni fusori elettrici altoforni / per colate di staffa, / macchine di formatura e altri forni / per la ricottura dei getti di fusione / preparano carlinghe e convogli / per il fronte di guerra>>); dall’altro il dominio dei grandi universali: <<dovere>>, <<sacrificio>>, <<verità>>, <<destino>>, <<onore>>, <<specie>>, <<natura>>. È come se la realtà venisse descritta senza aloni e riportata alla propria essenza.
I precedenti immediati di questo stile vanno cercati nella poesia di Giampiero Neri e nelle opere di Maurizio Cucchi fra Glenn e L’ultimo viaggio di Glenn, cioè in quegli autori che, negli ultimi trent’anni, hanno cercato di inventare una scrittura in versi priva di pathos lirico, di retorica psicologico-sentimentale e di figuralità espressivistica. Anche il modo di costruire il libro (sezioni di componimenti brevi articolate a formare una sorta di poemetto e disposte in modo da generare un andamento narrativo interno) avvicina Riccardi a questi poeti. Ma la pronuncia del nostro autore è ancora più asciutta: gli effetti ritmico-metrici risultano molto meno appariscenti; la dizione, priva di ironia, prende un tono severo. A una materia incandescente e carica di conflitti Riccardi sembra voler opporre una forma sorvegliatissima. Anche l’architettura del libro comunica il desiderio di controllare il caos delle vicende. Le sezioni seguono un ordine rigidamente chiastico: la prima corrisponde alla settima, la seconda alla sesta, la terza alla quinta. In quella centrale, dove si raccontano le vicende belliche del nonno dell’autore, troviamo anche l’io lirico e il padre, il primo come voce e il secondo come personaggio, quasi a sottolineare che siamo giunti al centro del libro, al punto in cui i primogeniti maschi, protagonisti delle poesie, idealmente si ritrovano.
Le numerose allusioni teologiche e sapienziali che costellano il libro suggeriscono che l’autore abbia previsto due livelli di lettura, uno superficiale e uno iniziatico. Restando attaccati al primo, potremmo tentare una prima interpretazione essoterica dell’opera partendo dal suo titolo, dove torna un termine che nel Profitto domestico ricorreva costantemente <<dovere>>. Nel primo libro, il <<dovere>>, insieme al <<profitto>> e all’<<utile>>, definitiva quell’ethos borghese della famiglia che era paesaggio morale e argomento della storia raccontata; nel secondo indica invece l’ethos della modernità industriale e, più estesamente, un ordine superegotico cui tutti gli uomini sembrano soggetti. Il campo semantico del dovere include infatti l’obbedienza delle élites borghesi alla legge del profitto, della continuità famigliare e, all’occorrenza, della guerra, ma anche la sottomissione delle masse operaie al lavoro durissimo che fabbricò le macchine della modernità e le armi di due guerre mondiali. Per quanto si deduce dal procede ellittico e allusivo dei frammenti che compongono il libro, il <<sacrificio>> (p. 12) degli operai non viene interpretato come una violenza patita da una classe subalterna (sebbene non manchino nella quinta sezione i riferimenti ai lavoratori <<comunisti per senso di giustizia>>, o allo sciopero del marzo 1943), ma come l’accettazione volontaria di una disciplina, magari legittimata da quella fiducia nel progresso che il sottotitolo della prima sezione evoca. L’etica del sacrificio accomuna dunque gli operai al nonno soldato, che in nome del dovere carica a cavallo le trincee nemiche, e al padre medico, che in nome del dovere si separa ogni domenica dalla famiglia e da Cattabiano per tornare al proprio lavoro di radiologo degli operai nella Stalingrado d’Italia. La morale di cui il libro parla in ogni sua pagina discende insomma da un imperativo senza connotazioni sociali e senza tempo, alla volontà di un Dio-padre che esige obbedienza, come si legge nella poesia che occupa il centro esatto del libro, In grazia di un luogo conosco.
Il profitto domestico
e Gli impianti del dovere e della guerra compongono un poema ambizioso che forse proseguirà ancora. Riccardi ha provato a far uscire la scrittura in versi dal recinto della lirica scrivendo un’opera che intreccia storia famigliare e storia collettiva, e scommettendo su un disegno rischioso e originale.

Guido Mazzoni, da Almanacco dello Specchio 2005. Ed. Mondadori.

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Written by matteofantuzzi

1 maggio 2006 a 14:28

Pubblicato su Uncategorized

20 Risposte

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  1. ringrazio guido mazzoni e faccio notare il passaggio sul poema narrativo in versi che ovviamente considerando quello di cui spesso qui si parla mi sta particolarmente a cuore. buon 1o maggio.

    matteofantuzzi

    1 maggio 2006 at 14:30

  2. per chi avesse il dubbio gusto di leggere un poco di mie cose è uscito questo lavorino che raggruppa un poco di cose, è un progetto [feaci poesia] a cura di giovanni monasteri & simona niccolai.

    in buona sostanza sto cominciando a lavorare all’opera prima: il file si trova qui in formato pdf

    matteofantuzzi

    1 maggio 2006 at 14:44

  3. Bravo Matteo! Ho dato un prima vorace lettura al tuo work in progress. Mi pare proprio che anche tua sia in terapia con “quotidiane dosi” di poesia. :-))

    Antonio Fiori

    anonimo

    1 maggio 2006 at 18:48

  4. lo so che in apertura c’è un’articolo che andrebbe letto, ma mi sono perso dietro la tua opera prima.

    La metti on-line prima che sia edita e finita?

    Già pensavo che fossi in gamba, ma adesso mi spiazzi. Da in gamba diventi un figo a tutto tondo. ( esternazione poco poetica, lo so, ma signur se è vero.)

    Ora torno a leggere di casa mia nell’articolo iniziale (sesto san giovanni, caput mundi)

    fabiano

    anonimo

    1 maggio 2006 at 23:23

  5. bel pezzo, in effetti. a me Riccardi ha fatto pensare anche alla Camera di Ruffilli, altro tentativo (secondo me riuscito) di distendere una narrazione in versi, spiazzando però le attese “narrative” con una forma ellittica, un racconto che in fondo procede per piccole zone illuminate.

    LaGiardiniera

    2 maggio 2006 at 12:49

  6. è vero, c’è in ruffilli (v. la gioia e il lutto, marsilio) di narrare, meglio, giusto: di “distendere” la narrazione in versi. forse bisognerebbe unire questa recensione a quella che lo stesso guido mazzoni ha fatto de il profitto domestico e che mi ricordo essere apparsa sull’ex-blog di giuseppe genna (cioè, i miserabili). mi soffermo tracciando la linea tra i due testi al passaggio di mazzoni sulla “riproposizione della storia” con ottiche, modalità, accenti diversi: ma è sempre “quella” storia, “quella” narrazione, “quel” lavoro (quotidiano) che sa tanto ti artigianato, di intaglio.

    matteofantuzzi

    2 maggio 2006 at 21:03

  7. in realtà sto cominciando a “scremare” per quanto riguarda i miei testi, e sono partito dal facile, scremando da alcune pubblicazioni su cui ho lavorato e stra-lavorato. adesso usciranno le cose più recenti prossimamente e credo verso l’estate comincerò ad avere un’idea. intanto quello che posso propongo (sono gradite le stroncature e/o i suggerimenti): in fondo è tutto WorKingPro (scritto come la panca per addominali di cui si fa pubblicità in tv, nel prossimo numero lo chef toni ci parlerà di poesia assieme ai suoi coltelli miracle blade… o come cacchio si dice)

    detto questo torniamo a riccardi 😉

    matteofantuzzi

    2 maggio 2006 at 21:07

  8. infine: sarà presentato il 28 maggio presso il fondo verri di lecce il numero 7 di “vertigine”. tra gli scritti l’unico pirla che potendo decidere ha scritto 1 articolo invece che una recensione sono io. di questi primi 7 numeri di vertigine, luca pensa editore ne ha fatto (meglio, ne sta facendo) 1 tomo da 244 pagine in vendita a 10 euri. per sapere chi c’è vedere il blog di rossano astremo, linkato a sn. che spiega tutto meglio di me.

    matteofantuzzi

    2 maggio 2006 at 21:20

  9. e bbravo il markettaro

    anonimo

    3 maggio 2006 at 18:47

  10. Qui il vero markettaro è Mazzoni non Fantuzzi. Ora si spiegano tante lodi al suo saggio sulla poesia

    anonimo

    3 maggio 2006 at 19:56

  11. Francamente, sono sempre fastidiosi gli anonimi che non hanno il coraggio di firmare…Mazzoni è uno studioso preparato, serio; quanto a Riccardi, conoscendolo un po’, penso che non abbia certo bisogno di pubblicità sul blog di Matteo…Dunque la polemica fatela quando serve (io almeno cerco di farla quando mi pare giusto combattere per delle verità importanti, come penso ormai i più intelligenti abbiano compreso…)…Piuttosto, vorrei dire qualcosa sui testi di Matteo letti in codesta occasione (alcuni mi erano già noti)… A una prima lettura, a una lettura superficiale e frettolosa dovrei esprimermi abbastanza negativamente: in pratica, c’è tutto quello che detesto in poesia, una quotidianità un po’ depauperizzata e svilita, un pensiero minimal e politically correct, una totale mancanza di canto, un ritmo che non riesco proprio a sentire (pur avendo un orecchio abbastanza musicale), una assenza di forza simbolica e mitopoietica, un ammiccamento ai poveri e agli emarginati che pare più sociologico che realmente condiviso e partecipe (come invece mi sembra accada nei testi di Davide Nota)…Insomma, una volta compreso il facile meccanismo, queste poesie parrebbero abbastanza prevedibili…Ma la cosa per me più problematica – e in questo mutuo una movenza critica del mio amico Galaverni, la quale potrebbe valere incondizionatamente anche per altri autori che per ora non nomino – è che in quei testi le ragioni dell’arte, che sono universali, parrebbero subordinate a quelle della Storia che in questo caso diventa cronaca spicciola…Orbene, dopo questa pars destruens e nonostante essa, devo ammettere perché io salvo e apprezzo i testi di Matteo: perché c’è una strana forza dietro, c’è uno sguardo che vuole interrogarsi sulla realtà e sul mondo in una maniera seria, lucida e appassionata, senza orpelli o decorazioni in belletto, e, soprattutto, originalissima (è uno degli autori meno letterari e più originali che mi sia capitato di leggere)…Non so se Matteo abbia letto i nuovissimi poeti americani o l’english Armitage o certe poesie di Carver: sento una prossimità con talune composizioni anglosassoni che usano molto il pedale dell’ironia…E poi, ovviamente, avverto la lezione dell’ultimo Montale e della sua tragicommedia, oltre che un certo Pagliarani…Sicuramente Matteo non ama molto né Luzi né i simbolisti francesi, o almeno così pare… Il mio umilissimo consiglio è quello di leggere cose strane come le poesie della Bishop o di immergersi nella visionarietà di un Blake o di un Dylan Thomas o di uno Yeats (l’ultimo)…Forse la sua poesia potrebbe estendere i propri orizzonti e aumentare in forza simbolica e in potenza semantica…Un saluto a tutti e soprattutto ad agnus Matteo…

    andrea margiotta

    anonimo

    4 maggio 2006 at 00:25

  12. partiamo dall’anonimato: io credo che (se uno vuole) non sia difficile criticare il lavoro di riccardi, c’è chi lo apprezza e chi assolutamente no: e questo accade per altri, che ne so, sissa, rondoni… ci sono convinti sostenitori di questi autori, e convinti detrattori. l’importante è uscire dall’anonimato e motivare. perchè se si procede per percorsi omertosi ribadisco: andiamo tutti a casa… facciamo altro… non ha senso andare avanti se l’ottica è questa. (tra parentesi i gentili anonimi sono sempre quei 3 o 4…)
    e quindi, se avete piacere, confutate mazzoni, se concordate spiegate perchè concordate. qua gentilmente evitate altro.

    andrea ti ringrazio, ringrazio tutti: tutto questo lavorìo serve al libro, è lì che spero di fare uscire quello che ancora pare nebuloso, oltre a qualche mia convinzione che già ha fatto variare molte cose rispetto a qualche anno fa. sicuramente sono i pagliarani (e anche il montale che dici tu) quelli da cui parto (poi leggo anche i simbolisti, ci mancherebbe !!!) però diciamo essendo io fatto come sono fatto mentirei con me stesso se diventassi neo-simbolista 😉
    certo per assurdo neanche a me interessa “l’episodio specifico”, magari sono rimasto troppo affascinato da spoon river… comunque grazie per i consigli diciamo che quasi tutto (e tutto armitage) è stato colmato, ovviamente col non piccolo particolare che scrivo in italiano e quindi ancora una volta devo guardare mooolto a pagliarani. cerco di leggere anche molto racconto breve americano dove oggi sinceramente questi hanno una spanna in più rispetto a noi e leggo/rileggo molto brautigan. e forse qualcosa traspare…

    matteofantuzzi

    4 maggio 2006 at 06:51

  13. Io a Matteo avevo personalmente scritto le mie impressioni dopo l’uscita su Nuovi Argomenti: le poesie più interessanti sono quelle dove c’è meno episodio, meno racconto netto. In WorkingPro penso alla 14, 15 e 17, per esempio, dove ci sono degli sfasamenti di senso, degli scarti, che registrano un’inquietudine più difficile da ritrovare nell’ode al lexotan (e simili).
    Vincenzo

    anonimo

    4 maggio 2006 at 10:41

  14. Non credo sia una questione di episodio preciso o di narratività spinta…Si possono scrivere bellissime poesie che descrivono puntualmente situazioni o episodi anche narrativamente e penso a certe poesie di narratori come Carver o Houellebecq…Il problema è che l’arte, in questo caso l’arte poetica, chiede uno scatto in più da quello che potrebbe fare un trafiletto di giornale messo in versi…Quello scatto in più è provocato da tanti elementi spesso anche misteriosi ma spesso anche di “mestiere”…Altrimenti, c’è il solito rischio del bozzettismo fine a sé, rischio che corriamo tutti ma più i “cronachisti” o i “quotidianisti”…L’ironia è un buona prassi retorica che può salvare (ma non sempre e non sola, il testo…)…Pagliarani ha sputato sangue prima di arrivare alla forma convincente della Ragazza Carla che è, a mio avviso, più riuscita e amalgamata e affascinante della Ballata di Rudi…

    andrea margiotta

    anonimo

    4 maggio 2006 at 14:35

  15. Incontri sulla Scrittura Civile

    E’ utile riproporre riflessioni e confronti sul tema? E’ diventato superfluo, rimosso, o è diventato per questo necessario ripensarlo e ridefinirlo rispetto alla situazione attuale, interna ed esterna alla scritture?

    Queste le domande che hanno spinto i curatori, Guido Oldani e Adam Vaccaro, ad avviare una serie di incontri con poeti, saggisti, direttori di riviste.

    Il primo di tali incontri (vedi Comunicato allegato) sarà il prossimo 17 maggio presso la Libreria Archivi del ‘900, Via Montevideo 9, Milano, con interventi di Flavio Ermini, Dante Maffìa, Giampiero Neri, Tiziano Rossi e Lelio Scanavini.

    Altri incontri sono in corso di definizione e coinvolgeranno nei prossimi mesi protagonisti e operatori ugualmente qualificati e interessati, invitati perciò sin d’ora a partecipare, al fine di sviluppare meglio un percorso di ricerca che sia quanto più ricco, aperto e adeguato alla complessità che stiamo vivendo.

    A. C. Milanocosa
    T. 02 4459577 – 347 7104584 – presidenza@milanocosa.it

    anonimo

    4 maggio 2006 at 23:36

  16. cerchiamo di uscire dal caso specifico: in effetti a una rapida analisi forse è facile dire che la poesia “è” quotidiana. certo non è la “singola” poesia a cui dobbiamo puntare. anche per questo diffido dall’uso della pubblicazione dei testi su riviste, se non come strumento di passaggio per approdare verso il libro, verso l’opera, che è quello che alla fine si deve individuare come scopo. aggiungo anche sapendo di addentrarmi in linee e teorie: non è forse la realtà la più “spietata” (termine che spesso mi si attribuisce) delle situazioni di descrizione possibile ? almeno a me pare: io ho sempre molta difficoltà a raccontare in maniera netta il mio pensiero, perchè penso che valga come quello degli altri. anche se poi lo so… a parlare di cronaca alla fine non si è freddi, si è tutt’altro che spietati. si è personali, si è singoli.

    anche per me la ragazza carla è 1 palmo sopra il resto della produzione di pagliarani, però l’opera omnia uscita è un documento complessivo molto affascinante, da leggere tutto: appunto, come opera nel suo complesso.

    matteofantuzzi

    4 maggio 2006 at 23:43

  17. Andrea: in generale d’accordo, mi riferisco a certe poesie di Matteo nello specifico (a me quelle inquietantemente indeterminate, sue, sembrano molto più riuscite).
    Matteo: poi però proponi un tema diverso: opera completa vs. singola poesia. Io sarei più propenso a immaginare l’opera omnia di X come un qualcosa di non completamente determinato (in generale) dal punto di vista intellettuale. Interessante da osservare, ma diverso dal senso di completezza che “un” libro o “una” plaquette possono dare nella loro consistenza interna. Per inciso, ogni tanto diffido anche di questa completezza, se va a scapito della solidità dei singoli testi.
    Vincenzo

    anonimo

    5 maggio 2006 at 11:50

  18. no vincenzo, libro completo vs. singola poesia. concordo con te che il singolo libro deve avere al proprio interno voci (testi) tutte convincenti. però rimane secondo me che il libro si debba muovere come un corpo solo e non come un’intruppata di testi. ribadisco: secondo me ci vuole una progettualità che non si esaurisce con la “buona singola poesia” ma qualcosa che duri negli anni, un progetto quinquennale, decennale… ma che crei un coro e dia un’idea di situazione “corale”

    matteofantuzzi

    6 maggio 2006 at 08:19

  19. Matteo: ci ho anche pensato a lungo, ma non riesco a pensare altro che “non so”. Di certi libri sì, apprezzo il progetto, ma che dire per esempio della Szymborska?
    Vincenzo

    anonimo

    8 maggio 2006 at 10:34

  20. che mi piace tanto, ma che la mia ottica è probabilmente diversa… e poi … e poi… bisognerebbe discutere a 4 occhi (inter nos, poi se si vuole unire anche la szymborska…)

    matteofantuzzi

    8 maggio 2006 at 20:55


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