UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

with 66 comments

POESIA, PROSA, OPPOSIZIONE di Gianni D’Elia

Bisogna studiare certi libri. Bisogna scriverne di nuovi. La polemica con la postavanguardia va fatta con le opere. La prima notizia di Petrolio come “progetto di romanzo” è una lunga criptocitazione di Pasolini, che troviamo nel famoso articolo degli Scritti corsari: “Io so” (Il romanzo delle stragi, già uscito col titolo Che cos’è questo golpe?, sul “Corriere della sera” del 14 novembre 1974). Chiarezza contro l’occulto. Quello che sta facendo è così intrecciato che lo scrittore non riesce a separare il discorso giornalistico dal discorso romanzesco; anzi, Pasolini pratica la contaminazione dei due discorsi, diretto e indiretto, comunicativo e inventivo, ed è questo il messaggio di poetica che ci lascia: l’ipertestualità di realtà e finzione, di articolo e di capitolo, di prosa applicata e di prosa narrativa.
Si tratta di un messaggio che la giovane poesia dovrebbe meditare a fondo, perché da troppo tempo la poesia italiana non riflette sulla prosa, che è come non riflettere sui limiti di libertà, di particolari e di sarcasmo (come risulta da una magnifica definizione di Baudelaire) della poesia rispetto alla prosasticità praticabile.
Non bastava la poesia per rispondere all’Italia delle stragi; ci volle la prosa d’intervento, corsara, e, dietro quella, l’ipotesi di un poema socratico (e presocratico, orfico, filosofico) da affiancare alla poesia dei versi e del cinema: “una specie di summa”.
La notizia di Petrolio, dunque, non è quella data a Carlotta Tagliarini su “Il mondo” del 26 dicembre 1974, prima delle “confidenze” rilasciate a Luisella Re e Lorenzo Mondo su “Stampa Sera” e su “La Stampa” del 10 gennaio 1975. La prima notizia è metanarrativa, e rientra nel famoso atto d’accusa contro il potere stragista: “Tutto ciò fa parte del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile.”. Pasolini fece i nomi, e fu ucciso.
Se i giornalisti e i politici tacciono, come ieri, ecco che il “progetto di romanzo” di Pasolini ci riguarda, perché si lega all’Italia di oggi, un paese senza verità. La confusione dei linguaggi e le offese dell’avanguardia postuma dovrebbero rispondere a questo nodo, altro che sproloquiare dai palchetti.
Il “saltarello della lingua” (Roversi) non fu la strada di “Officina” né di Pasolini, ma di Sanguineti ed epigoni.
Confrontare Capriccio italiano o Il nome della rosa con Petrolio: dov’è l’avanguardia? Generi o capolavoro?
Al contrario di quanto sentenzia Lello Voce, insultando Davide Nota e i giovani poeti della “Gru”, la cui “violenza” critica meriterebbe di non scadere a livello di disprezzo personale, è tutta aperta la questione di cosa sia lo sperimentalismo. A qualcuno piace caldo!
Il fallimento della sovversione in quanto codificazione di una norma contraria alla norma, già chiarito dal Pasolini dell’ultima “Officina”, pretende ancora un privilegio di posizione giusta in partenza?
Ma lo sperimentalismo (la volontà di linguaggio) non è nulla infatti senza “l’identificazione dello sperimentare con l’inventare: con l’annessa opposizione critica e ideologica agli istituti precedenti” (La libertà stilistica, 1957, ora in Passione e ideologia).
Insomma, non c’è nessuna posizione di partenza che dica meglio delle altre, se non in una “lotta continua contro la latente tendenziosità: facendo adattare senza pace il periscopio all’orizzonte e non viceversa”.
È questo imperio che la faziosità stalinista dell’avanguardia postuma italiana continua a praticare, senza dare un’opera di valore che le corrisponda: novità note, intenzioni, proclami, anche nei versi, sordi e sforzati.
Adattando sempre l’orizzonte al loro periscopio, che esclude l’ispirazione per principio, ci ripropongono una poetica della volontà di linguaggio che è solo stereofonia di festival e di facoltà, equivoco ritmico (dato che il ritmo è inconscio, se è poetico), mancando sia praticamente che teoricamente l’oggetto della questione: il poema nuovo, il romanzo nuovo, la presenza vera di una parola e di un pensiero che parli chiaro.
La “violenza” deve essere teorica: invece di “stronzi” bisogna chiamarli “burocrati”: un potere d’ufficio che non vuole neppure dialogare con i nuovi poeti , e che per furbizia o scorciatoia nega l’evidenza di una piccola storia della generazione precedente: “Officina” ha a che fare con “Lengua”, per filiazione e amicizia biografica e sentimentale: c’è il nostro Fortini, c’è Roversi, Romanò, Scalia, nella memoria ideologica di Pasolini. È vero, non c’è molto Leonetti, che infatti seguirà la neoavanguardia e fornirà di Officina la sua versione, che resta minoritaria.
Quando non si vuole discutere si urla. Ebbene, contro l’urlo dell’imperio che risponde all’urlo della giovane sinistra poetica, noi ci siamo. Perché quest’urlo di potere e d’insulto è ben diverso dall’urlo della giovane poesia contro la doppia scuola istituita (conformisti e avanguardisti) che blocca la via presente.
È un urlo di aiuto, di ansia fattiva, di democrazia, che chiama a una nuova teoria e prassi poetica.
Da questo urlo che non vogliono sentire, bisogna partire per costruire l’eresia.
Ripartendo da “Officina”, da Pasolini e compagni. Infatti, questa eresia ha dei fondamenti, a cui ancora nessuno ha risposto o ribattuto con altrettanta forza, anche se l’ignoranza (e la negazione, la presupponenza e il culto dell’artefatto e della ripetizione delle formule avanguardistiche) ha creduto di demolirla. Ma le risposte che ci servono sono, appunto, nei libri, iscritte con una chiarezza che, con questi presupposti poetici, basterebbe già per lo slancio vero del fare, ignorando le inevitabili incomprensioni che una simile avventura della tradizione e della rivoluzione ha implicato e implica, allo snodo di un secolo, in cui torna il realismo semantico di un’opposizione, non più schiacciata sul mito della negazione della forma e del nichilismo di facciata: “Lo sperimentalismo stilistico, dunque, che non può non caratterizzarci, non ha nulla a che fare con lo sperimentalismo novecentesco – inane e aprioristica ricerca di novità collaudate – ma, persistendo in esso quel tanto di filologico, di scientifico o comunque cosciente, che la parallela ricerca “non poetica” non può non apportare, esso presuppone una lotta innovatrice non nello stile ma nella cultura, nello spirito. La libertà di ricerca che esso richiede consiste soprattutto nella coscienza che lo stile, in quanto istituto e oggetto di vocazione, non è un privilegio di classe: e che dunque, come ogni libertà, è senza fine dolorosa, incerta, senza garanzie, angosciante. Ci difendiamo da ogni misticismo, e quindi anche da quello del coraggio in sé, del pensare stoico: ma sappiamo che, alla fine, la serie delle esperimentazioni risulterà una strada d’amore – amore fisico e sentimentale per i fenomeni del mondo, e amore intellettuale per il loro spirito, la storia: che ci farà sempre essere “col sentimento, al punto in cui il mondo si rinnova”. (La liberta stilistica, cit.).

Annunci

Written by matteofantuzzi

28 marzo 2006 a 21:02

Pubblicato su Uncategorized

66 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. questo inedito di Gianni d’Elia (che ringrazio) sarà sul prossimo numero de La Gru, ma viene anticipato qui continuando la discussione su cui ci si è qui scannati qualche tempo fa. dato che scannarsi non serve a nulla (e per questioni personali c’è il telefono, posso privatamente offrire quello di tutti, vi insultate cordialmente inter vos e il mondo vi sorride) credo sarebbe moooolto più importante soprattutto considerando l’alto numero di giovini neofiti che seguono ‘sto blog (e che non hanno bisogno di vedere gente adulta anagraficamente vicina ai loro genitori che si insulta, ma capire cosa c’è stato dopo Montale) cercare di fare capire a loro (e a me) come da tempo chiedo soprattutto le questioni dell’avanguardia e degli anni ’70, nonché le questioni e le riviste e le posizioni degli anni ’90, che ovviamente non ho/abbiamo potuto vivere ma solo le possiamo sentire come “fonti” da voi. e questo è quello che viene chiamato “senso della storia” ma anche “importanza della storia” se no alla fine ha ragione chi mette qualche annata in ombra e qualche altra in luce.
    detto questo ricordo che lavoro (strasob) e sono via da casa tutto il giorno e che toglierò eventuali commenti patetici (ma perché dovreste farlo ? siete adulti e vaccinati…) appena mi sarà possibile, e al max. come al solito 48h dopo il mio ultimo commento. speriamo bene.

    matteofantuzzi

    28 marzo 2006 at 21:10

  2. Ho l’impressione, ma vorrei venga tradita, che questo bel pezzo di D’Elia resti non corredato di commenti ma “solo”: ma ripeto, spero di sbagliarmi.

    anonimo

    30 marzo 2006 at 08:53

  3. x Anonimo 2

    Con il condizionale va il congiuntivo imperfetto “ma vorrei venisse tradita” – Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
    fossimo presi per incantamento…
    …Almeno in italiano…Poi penserò anche a un commento a D’Elia…

    x Matteo
    Libro delle recensioni simile elenco tel. cuneo e provincia? No, più simile a quello di castel san pietro o di roccacannuccia de sotto…Scrivo poco… E senza kefia alla Lellone Voce, benché ex “militante” in gioventù del partito di Mario Capanna…E come altri, poi “folgorati” sulla via di Damasco…
    Si scherza…
    ;-)))

    andrea margiotta

    anonimo

    30 marzo 2006 at 10:39

  4. Il pezzo di D’Elia è interessante per almeno due motivi: una nozione allargata dell’ “impoetico” e la postura etica dell’ “eresia”. Sul primo motivo dico che con grande chiarezza il poeta descrive alcune possibili integrazioni che il termine può indicare: integrazioni non solo anti-poetiche e quindi “critiche”, di critica però attiva già implicita nei confronti del “poetico” come sintomo di museificazione e allo stesso tempo di mercificazione “alta” dellla lingua della poesia, nelle scelte e nell’atto del fare; ma anche integrazioni extra-poetiche: culturali, basse, alte, giornalistiche e gergali, nell’ottica di una ri-formulazione dell’idea di poema come “cosmologia” e “deriva” di un mondo. Poi per quanto riguarda la postura etica dell’eresia… è un intendimento teorico di D’Elia, dimostrato sempre con molta forza e chiarezza: una formula che intende esplicitare in maniera anche lirica la relazione di “tradimento” profondo e sincero con la tradizione letteraria, riscrivendola. Tra processo e formula, lo scrittore si deve proporre di formulare un suo “salto” nelle motivazioni all’atto della poesia: passare dal soggettivo all’epoca, addossarsi di scrivere a posto di una popolazione a venire che manca (questo è più o meno Deleuze su Artaud e il suo motto, “scrivere per gli analfabeti”). Il corpo della sua opera è tutt’uno con un delirio che rende la coscienza di poter scrivere davvero “per tutti i nomi della storia”: corpo-capro espiatorio di tutte le malattie e di tutti i sintomi della natura e della cultura.
    Bisognerebbe poter pensare con i nervi qualche volta, abituarsi… non essere investiti di nessun titolo: dottore in niente sarebbe anche la più alta onorificenza… ciò che conta è “fare critica”: esiste davvero “la critica” – le critiche di Kant, quelle di Satrte… e anche ora, il pezzo di Gianni D’Elia: contrari per ideologia o no, lo dimostra. Invece è puerile e non vero, poiché non inventivo,essere un critico. Quello della critica è un esercizio di creazione, che appartiene a chi fa: è il termine che implicitamente coabita con l’atto di creazione. L’espressione di un processo è “fare critica”: concettuale o affettivo sempre quello è. La formula invece più propria di questo processo è sempre invece affermazione prima: è “poesia”.

    anonimo

    30 marzo 2006 at 12:57

  5. Gianluca Pulsoni

    Ho dimenticato la firma all’intervento precedente. Saluti a tutti.

    anonimo

    30 marzo 2006 at 12:58

  6. Altro refuso del mio pezzo “passare dal soggettivo all’epocale”. Saluti, G. P.

    anonimo

    30 marzo 2006 at 13:22

  7. Viene allo scoperto la fonte di ispirazione del piccolo nota. Era il vecchio D’Elia, incazzato perchè non gli pubblicano i pezzi sull’unita da quando non la dirige più il suo amico furio. Siete serviti ora, gruisti e clerico-pasolinisti, buon viaggio.

    anonimo

    30 marzo 2006 at 20:28

  8. E smettetela di svolazzare come avvoltoi sul cadavere di pasolini, non lo merita. Cercate qualcos’altro per continuare ad esistere

    Fernando

    anonimo

    30 marzo 2006 at 20:30

  9. ma sì che si scherza andrea, non so mica perchè sia venuto fuori cuneo… vai a capire i percorsi della mente. la tesi su d’elia-colombo ecc. non m’è nuova, già sentita in ‘sti giorni. comunque credo abbastanza normale che 1 articolo denso come quello proposto non possa essere “sdoganato” come altri, rimane il fatto che questo contributo (come poi quello di lello dopo precisa richiesta) vadano in quell’ottica di maggiore comprensione di certe realtà poetiche che secondo me è alla fine la migliore cosa da considerare.

    matteo

    anonimo

    30 marzo 2006 at 23:48

  10. “vada”, non vadano.

    anonimo

    30 marzo 2006 at 23:50

  11. Perdono, solito OT: oggi sul Venerdì di Repubblica c’è un insolitamente lungo servizio su Pierluigi Cappello. Al solito, l’interesse del giornalista è un po’ più sul poeta che sulla poesia, ma mi pare che Pierluigi abbia avuto modo di esprimersi da poeta, nell’intervista.

    Vincenzo

    anonimo

    31 marzo 2006 at 13:32

  12. Il piccolo Nota ha scritto l’intervento “La posa del ribelle” da Perugia, dove non ha alcun contatto telefonico con anima viva.
    Tra l’altro il piccolo Nota si firma sempre, a differenza del grande anonimo al #7

    Saluti,
    d.n.

    anonimo

    31 marzo 2006 at 15:41

  13. bene che vi sia un’attenzione sulla poesia e su pierluigi che come spesso dico è persona che merita poeticamente attenzione, speriamo che i giornalisti si comportino sempre il meno possibile da sensazionalisti (altro esempio: la merini, parliamo della sua vita o delle sue opere ?) e avanti così.

    matteofantuzzi

    1 aprile 2006 at 09:40

  14. miei OT: è ufficialmente uscito il numero 27/28 di gradiva, con un mio testo (la rivista è linkata a sn) di poesia inedito.

    giovedì 6 aprile terrò una lezione a imola alla sala delle stagioni in via emilia per un corso sulla poesia contemporanea dal titolo “manager e poesia” (dato che non sono l’unico ad avere senso dell’umorismo… siete liberi di fare tutte le battutacce che volete sul titolo). il titolo non l’ho deciso io, of course: la lezione è aperta a tutti. il corso è molto bellino, c’è stato di mezzo anche gianfranco fabbri che sulla didattica (e la critica) notoriamente è molto bravo. ringrazio anche gemma gaetani che mi ha passato per la lezione del materiale sulla poesia performativa. ma ovviamente non parlerò solo di quella.

    matteofantuzzi

    1 aprile 2006 at 09:45

  15. re OT:

    ho visto ora, è uscito pure Atelier numero 41 con una mia lettura del saggio curato da andrea cortellessa su Giovanni Raboni, La poesia che si fa Cronaca e storia del Novecento poetico italiano 1959 – 2004. (e per me qualcuno mi frigge per quello che ho scritto)

    il numero presenta tra le altre: uno studio su pier luigi bacchini (con tutta la mia simpatia, ovviamente), il convegno di febbraio 2005 a firenze sulle generazioni a confronto e parlando di nomi qua noti inediti di davide nota con nota (scusate !!!) critica di massimo gezzi + recensione al libro ultimo di isabella leardini a cura di giuliano ladolfi. comunque sul sito di atelier c’è tutto.

    matteofantuzzi

    1 aprile 2006 at 10:08

  16. tra l’altro mi è stato detto oggi che ieri era uscita anche un’intervista a Pierluigi sul Giornale… è>qua.

    anonimo

    1 aprile 2006 at 14:55

  17. perso il link: qua.
    Vincenzo

    anonimo

    1 aprile 2006 at 14:56

  18. sinceramente è il modo in cui si dovrebbe fare un articolo su di un quotidiano in una pagina culturale: analisi, basta. nessun retroscena, niente di niente. (e mi toccherà ricredere su certi quotidiani… eh eh eh, no in realtà è lo stesso discorso che si può fare per nicola vacca, se un articolo è ben fatto, allora in che giornale sia poco conta)

    matteofantuzzi

    1 aprile 2006 at 17:56

  19. Sinceramente non credo che esistano giovani poeti, non l’ho mai creduto. Ovvero un poeta è perché fa, indipendentemente dall’età, e sa quello che vuole e sa motivare. Non ha magari i riferimenti di una persona che ha più anni, che ha potuto confrontarsi, studiare di più. Per questo lo scritto di D’Elia manca di una nota, dura, nei confronti di Nota: ovvero non è un giovane poeta, da trattare come se fosse un bambino con il talco e con le coccole, è un poeta, che se non si misura nelle motivazioni dei suoi gesti (pensando, almeno questo è il mio auspicio, ad un dibattito di “non solo” addetti ai lavori, come è questo dell’ambientino), non porta nulla tra scrittura e realtà.
    Sul fatto ci sia ancora l’avanguardia, direi che l’abbiamo già ampiamente decomposta,osservata, metabolizzata e digerita, e sulla postavanguardia, direi che si è decomposta da sola, si è voluta decomporre – se parliamo del gruppo 93, che è nato nel ’89 e ha deciso di terminare la sua attività nel ’93, per motivi che meglio di me può spiegare Voce. Su festival e affini, inoltre, per me, è un momento in cui rischio la poesia e la sua tenuta nel dialogo vivo, con le persone, pronte a sentire o meno, ciò che affermo – e non solo addetti ai lavori. Quindi la poesia diventa di nuovo pubblica, e non privata, e credo questo non vada contro la realtà, ma la attraversi, e lo faccia concretamente. Se poi si vuole battagliare contro i mulini a vento, uno può anche divertirsi a farlo – magari ne esce un testo decoroso. Sul fatto che la poesia italiana non abbia attraversato la realtà, responsabilità è anche dei vari critici/poeti militanti, di essersene strafregati ad un certo punto di tutti i gruppi, che ad esempio negli anni ’70 editavano riviste, e parlavano dei problemi del paese attraverso la poesia, ed erano operai, e non zotici senza strumenti linguistici e intellettuali, semplicemente da supportare nella richiesta dei diritti, come pensavano ancora i nostri intellettuali. E di quel periodo, di protesta e di poesia, nessuno parla, perché è un torto ignominioso dell’ambientino, troppo ritratto verso se stesso, e non aperto verso le persone – solo intellettuali pronti a cavalcare le promesse del partito nella promessa del compromesso e di due lire per pubblicare,farsi vedere, e nell’abbandono dell’umanità degli uomini sofferenti. Se questa è stata l’avanguardia, anche Pasolini se ne è accorto, quando ha iniziato a criticare il pc – vedi uccellacci e uccellini – dopo aver invitato per tanti anni ad iscriversi al partito.
    Oggi c’è tanto da fare, collegare le persone, farle dialogare, scambiarsi le opere, dialogare. Offrire alla società, non il dibattito dell’ambientino, a cui tu, Gianni, ricorri ancora, ma la realtà e l’uomo. Pasolini lo lascerei lì anch’io, perché se non altro lui si sporcava con la realtà, e c’è chi non ha coraggio di farlo, preferendo l’iperuranio delle lettere.

    Christian (sinicco@ammutinati.com)

    PS: ieri parlando al telefono con Gianluca Pulsoni, mi son reso conto che ancora molti pensano che Absolute sia il blog di Lello Voce. Absolute è il blog della manifestazione di Monfalcone e Lello Voce è il direttore artistico, e sono stati invitati da lui, diverse persone, che nemmeno conosceva, ma che operano in Friuli Venezia Giulia da tempo, come me e Nacci, ad esempio, e che erano stati segnalati per il lavoro sul territorio – e se devo essere grato a Lello, è perché, proprio lui, sui “giovani”, non ha alcuna pregiudiziale. La manifestazione (e il blog) è una cosa pubblica, nel senso che sono soldi pubblici, e non cosa privata e, vista l’affluenza e l’interesse del pubblico (non del privato ambientino), non mi pare sia da buttare.

    anonimo

    2 aprile 2006 at 11:19

  20. mi sembra christian che su quel giovani ti sia arrampicato molto. probabilmente l’equivoco di absolute dipende dal suo indirizzo internet, cioè lellovoce.altervista.org, anche se giustamente qua hai più volte parlato di chi effettivamente si occupi del sito. la necessità “pubblica” di poesia passa secondo me da un punto fondamentale, il dovere parlare a tutti, agli operai come ai loro padroni, a casalinghe, imprenditori, politici ecc. ecc. ecc. questa è necessità “pubblica” secondo me. se una manifestazione “pubblica” con soldi “pubblici” (l’esempio non è su monfalcone, ma proprio un esempio teorico, non conclamato) parlasse di “privato”, cioè dei poeti, con una poesia che “si guarda i piedi” e non fa null’altro, ecco lì secondo me sarebbe il dolo. ottieri non era un operaio, di certo non lo era calzavara che sappiamo bene chi a un certo punto ne ha parlato con forza evitando cadesse nell’oblio. e ne va dato atto (se ne è parlato con adriano l’altro giorno) !
    evitiamo la caccia alle streghe, e così di mostrare sclerotizzazioni che fino a prova contraria ognuno di noi sta cercando a proprio modo e col proprio pensiero di togliere dalle patrie lettere. c’è molta gente, lo vedo in continuazione, che vuole conoscere l’ultima e ultimissima poesia ed è ferma a pascoli (sottolineo, pascoli) partiamo da lì. e andiamo avanti. ognuno a suo modo, ognuno nel suo territorio, mandando avanti le sue idee. e senza fare la gara a chi che l’ha più lungo (il festival, intendo)

    😉

    matteofantuzzi

    2 aprile 2006 at 15:52

  21. Credo che Fantuzzi abbia ragione con questo ultimo intervento. Poi, per quanto riguarda l’articolo di D’Elia, io credo che non dimostri l’infinito intrattentimento con l’ambientino letterario, ma mostri – con una descrizione molto densa – alcune contaminazioni e congiunzioni fondamentali del suo “fare”, in maniera molto onesta e molto precisa, costruendo una sua “critica” inventiva: faccio un esempio. Se dice che giustamente che un Lello Voce non si deve chiamare “stronzo” ma “burocrate”, ciò implicitamente vuole dire quello che D’Elia rimprovera all’etica della scrittura di Voce. Dal suo punto di vista, s’intende: ma in maniera non oscura, profonda e chirurgicamente precisa, più o meno condivisibile, ma onesta e chiara e personalmente anche creativa. Non credo Christian che D’Elia ricorra ancora all’ambientino: conoscendolo in parte, ma davvero poco in maniera poco confidenziale – e dicendovi poi che lui non avendo internet e altro non può rispondere – penso che sia davvero una persona che del rancore e delle mafie editoriali e dei quotidiani non sa che farsene. E quindi davvero il commento anonimo n. 7 è un commento effettivamente “stupido”: lo dico a chi l’abbia scritto senza davvero intenzioni di sberleffe. E lo chieda poi allo stesso D’Elia come funzionavano i rapporti quando c’era lui con la sua rubrica alla redazione dell’Unità, con lo stesso Colombo direttore. Poiché non è per difesa a D’Elia che lo dico, perché non ha bisogno di difese, ma perché per sapere di un fatto la minima verità, o approssimazione almeno, occorre conoscere la verità da ambo i poli per tutte le motivazioni: poi, tirare le somme.

    Un saluto a Christian che ringrazio dell’intervento

    Gianluca Pulsoni

    anonimo

    2 aprile 2006 at 20:36

  22. Cari amici, mi permetto di segnalarvi questo evento nel quale sono coinvolto. Il posto è veramente straordinario:

    “Delle Mura”, di Rinaldo Turati
    pitture Rinaldo Turati
    Musica originale Paolo Ugoletti
    Poesie Sebastiano Aglieco
    Il comune di Pizzighettone è lieto di invitare la s.v. alla cerimonia di inaugurazione della mostra “delle mura” di Rinaldo Turati che avrà luogo sabato 8 aprile 2006 alle ore 17.30 all’interno della cinta muraria di Pizzighettone.
    PROGRAMMA:
    17.30 benvenuto ai partecipanti esecuzione in prima assoluta della partitura originale “invenzioni delle mura” di Paolo Ugoletti per organico da camera e voce soprano
    18.30 Willy Montini presenta la mostra “delle mura” di Rinaldo Turati, intervento del professore Antonio D’Avossa critico d’arte e docente di storia dell’arte contemporanea dell’accademia di Brera. Segue visita alla mostra e rinfresco.
    Giorni di apertura:
    8 aprile – 7 maggio 2006
    Orario:
    lunedì, giovedì, venerdi 16.30 – 19.30
    sabato e prefestivi 10 -12.30, 15 – 22
    domenica e festivi 10 – 12.30, 15 – 20
    chiuso martedì e mercoledì non festivi
    ingresso libero per informazioni tel 039 0372 743347
    Sebastiano

    anonimo

    2 aprile 2006 at 21:24

  23. Matteo, non capisco a cosa ti riferisci quando mi dici che mi sto arrampicando sugli specchi. Gianluca, un poeta/intellettuale (Nota) o che tale si definisce poiché desidera assumere questo ruolo, scrive un’articolo senza fare, come al solito, nomi e cognomi, dando stronzi a sinistra e a manca, tirando di mezzo le avanguardie, non conoscendole. Provocazione?
    Io provoco guardando in faccia. Siccome un articolo di D’Elia è finito in internet, che lui abbia il computer o meno, ha accettato di essere qui, ovvero su un blog. Per rispondere – visto che qualcuno può stampare e portare il mio commento a D’Elia, con un processo inverso da come il suo è stato pubblicato qui – ti dico che bisogna finirla di essere buoni con i giovani o con i vecchi “maestri”. Il patetismo non mi interessa, non mi è mai interessato, mi sono sempre confrontato duramente, e i miei più cari amici poeti sono quelli che le cose da dire, in faccia, non me le hanno risparmiate e non erano cose buone e comprensive. Il solo fatto che nelle scuole sia io a portare i poeti, per tenere lezioni sulla poesia, colmando il vuoto da Pascoli in poi, mi esclude dal tuo commento. Io già mi occupo di questo, e lo faccio professionalmente, e non porto solo Voce, ma voglio portare Magrelli, Anedda, Kemeny, Neri,… Persone che con la neoavanguardia o la postavanguardia hanno a che fare relativamente. Perché? Perché chi mi vuole propinare il piatto unico della nostra ricerca, è uno che desidera fornire una linea, spingere una linea, e far diventare l’arte, arte di propaganda.
    Nello scrivere questo pezzo, D’Elia si mette sopra le parti, fa il giudice come se il periodo dell’avanguardia esistesse ancora, come se la post-avanguardia esistesse ancora, ma quel periodo è passato. Dicendo “giovani”, D’Elia non fa assumere la responsabilità a Nota. Io non difendo né Lello, per lo sbotto che ha avuto, ma non difendo Nota che, invece di fatti, di nomi, di andare su un singolo frammento, stare lì a ragionare, fa di tutto un gran falò. Nota, come ti ho detto al telefono, scrive l’editoriale de La Grù. Io, essendo dir. resp. di un giornale, so cosa significa responsabilità, quando critico la giunta comunale, perché si è dimenticata di finanziare i lavori sullo stadio per il decreto pisanu (e poi fa la spavalda sui fondi dati allo sport, e la triestina non potrà giocare nello stadio il prossimo anno), e questo passa sotto silenzio, ma non per me – e questa critica la faccio su un fatto specifico. Nota, in quell’articolo, è come se dicesse, tutta la giunta comunale è stronza (?!) perché ha piantato i papaveri verdi.
    E poi arriva D’Elia, a parlarmi di Fortini – vai a chiedere a Brugnaro, di come si sono comportati i signori intellettuali, quelli che pubblicano con la grandi case editrici, e che possono anche permettersi di strafregarsene una volta che il partito gli dice di non continuare a protestare. Dimmi, tutti i morti di Marghera, dov’erano gli intellettuali quando hanno prosciolto gli imputati?
    Dov’erano i ciritici, quando bisognava trattare la poesia degli anni ’70, come poesia, e non come riviste fatte da operai dove c’erano anche delle poesie, quando bisognava valutare. Vogliamo ricostruire ciò che è accaduto negli anni ’70, partiamo da ciò che è accaduto in basso, dai bisogni traditi, dalla volontà e dalla speranza di quelle esperienze (Carlo Marcello Conti, di Campanotto, possiede un archivio enorme di pubblicazioni, e una delle cose che gli proporremo, per Absolute, sarà quella di metterle in mostra durante il festival). Concretamente, pubblico significa rendere pubblico, realtà significa attraversare la realtà, mi serve leggere pasolini, come mi serve leggere morin come mi serve leggere, come la mia pratica deve diventare civile… Se la ricerca, è la grande opera della poesia italiani, si deve fermare alla sola esperienza di pasolini, o di officina, a me vengono i brividi. Il mondo, e le possibilità, sono molte di più, anche quelle della neoavanguardia o postavanguardia, anche quelle che non si posizionano in nessuna di queste, come quelle straniere. Se D’Elia vuole fare il retroavanguardista, perché pensa di fare maieutica ai giovani, mi fa ridere. I giovani non sono giovani, sono poeti, e come tali devono essere giudicati, come tali, praticando un ruolo nella società, devono comportarsi. Sempre se, concretamente, vogliamo che il mondo si rinnovi. Christian

    anonimo

    3 aprile 2006 at 09:45

  24. Come ho avuto più volte modo di ripetere non mi penso come un intellettuale, né come uno studioso, né come un critico.
    Non possiedo alcun vocabolario terminologico adeguato al dibattito colto (no, il dibattito no… cit.): porto sempre in tasca una raffigurazione popolare di san Paolo, che mi aiuta a coltivare questa mia incapacità.
    Mi penso come un poeta con tutti i doveri (singolari) che questo comporta (meno impegnativi di quelli di un critico? ma non credo proprio: sfiorire la propria giovinezza per dar da mangiare a dei vermi (nel senso politico e nel senso shakespeariano dell’espressione) è una forma di sadomasochismo che pochi saprebbero accettare).

    Al di là della provocazione, è semplicemente vero che la cultura italiana di sinistra è piena di stronzi.
    Non capisco quale sia lo scandalo. Non capisco perché dovrei aggiustare il tiro: è la verità pura e semplice. Non c’è niente da aggiustare nella semplicità.
    Cambiare vocabolario come suggerisce Gianni è una ipotesi che non mi interessa: mi sembra molto calzante la mia terminologia bassa e limitata.
    Con tre chiodi si fa una croce; con mille niente.
    O come dire: mi serve un sasso bello grezzo da lanciare nello stagno, non una piana di sabbia che mi scivoli tra le dita.

    So che in questo non ci intendiamo, perché oltre la boutade è una dichiarazione estetica, che differenzia un certo neo-espressionismo in cui trasversalmente mi riconosco, dal cosiddetto linguaggismo, che in qualche modo è un’esperienza che riporta le postavanguardie nel loro habitat naturale, che è sempre stato, da Sanguineti a Zanzotto, quello del post-ermetismo e del pre-rem (non guardiamo i manifesti ma la realtà, non le intenzioni ma la sostanza).
    Da questo punto di vista Pagliarani non è nemmeno un po’ nella neo-avanguardia ma nella sperimentazione molto più vicina ad Officina che al ’63.

    Ma parliamone, certo: le diversità devono essere una ricchezza. Non ho mai negato esperienze diverse dalla mia: mai. Mi scaglio e anche duramente contro l’uomo di potere Sanguineti, contro il professor Sanguineti, non nego il poeta (come fa Cortellessa con Sissa, ad esempio: vergognosamente). Contro certe prepotenze bisogna cacciare i coglioni (vedi? ho subito aderito alla tua richiesta di una terminologia più precisa eheh).
    Ma i miei/nostri anatemi sono rivolti alla dirigenza e all’arbitro, non alla squadra “avversaria”. E’ chiaro questo?
    DEVE essere chiaro.
    Proprio qualche giorno fa ho iniziato a leggere Sannelli, con molto interesse.
    Ora ho appena ricevuto una e-mail e vado subito a stampare l’inedito di Luigi Nacci su Liberinversi.
    Ma le chiacchiere non sono interessanti, davvero: perchè sprecare tempo per acquisire una terminologia adatta alla chiacchiera?
    Ha ragione Gianni: confrontiamoci con le opere.
    Io scrivo poesie, non sono un critico (sono una donna, non sono una santa): se qualcuno vuole leggermi (criticarmi, insultarmi) sono sul sito di Atelier.

    Ciao a tutti,
    buone giornate di primavera
    Davide

    anonimo

    3 aprile 2006 at 12:13

  25. Rispondo all’intervento di Christian. Certo che hai ragione che non esistono giovani poeti e che non si può parlare in termini paternalistici, come quando ci si può rifugiare nel “giovani”: bisogna assumersi le proprie responsabilità e come già detto, ciascuno della Gru le assume a pieno: e anche Davide, col suo intervento sopra, lo dice. A pieno e anche personalmente. Noi della Gru, e chi di noi è stretto collaboratore per affinità intellettuale – pensa alla parola intellettuale come ad una affinità di spirito e umore – non vogliamo chiudere il nostro cerchio o orizzonte alle sole esperienze che sbandieriamo come necessarie: chi di noi ha detto che esistono solo OFFICINA o l’opera di Pasolini? Il punto è che a NOI interessa per ragioni non formali ma CULTURALI quell’esperienza lì, e ci vogliamo ricollegare ad alcune loro intuizioni… e non vogliamo imporre questo discorso a nessuno. Ma, Christian, prova anche a vedere quanti nel panorama contemporaneo provano a ricollegarsi non in maniera illustrativa o commemorativa, ma cercando sempre l’inventiva e il dialogo, a quelle esperienze di Roversi e Pasolini, e prima ancora di Officina… io credo che molti considerino, per ragioni le più ovvie e le più personali, quele esperienze concluse, finite. Noi no. E sarebbe interessante vedere perché altri non parlino di queste esperienze. Noi vogliamo diomstrare che il lavoro da fare è a livello critico sulla cultura, per parlare di letteratura. Nessuno dice che esistano solo Officina e Politecnico: a noi, e prima di noi gli interessati alla rivista di D’Elia, LENGUA, il lavoro di Vittorini e soci e Pasolini e soci appare determinante per la costruzione di alcune dinamiche tra letteratura e cultura. Poi si è diomstrata come aperta, la redazione della Gru, non chiusa. Se uno vuole dialogare in maniera oppositiva con noi, non ha mica veti censori, per quanto riguarda l’argomento – cfr. Michelini, che anche se per interessi distante dai nostri è stato pubblicato; cfr. intervento di Gezzi sul primo numero e altro ancora. Non cerchiamo una ricerca che produca qualcosa, e non ci fermiamo per snobbismo ai soliti argomenti. Li utilizziamo perché ci interessano delle tematiche che a partire da quegli argomenti possiamo studiare con più chiarezza, rispetto che magari leggerci le opere di Balestrini o Sanguineti o Voce. L’oggettività è una chimera: e quindi, vien meno anche dialetticamente il suo opposto, la soggettività, il relativismo. Perché se tu dici che ti vengono i brividi a pensare riassunta la grande opera della poesia italiana con Pasolini e Officina son d’accordo: ma la nostra è una “ripresa” per cercare di ragionare su temi necessari alla cultura, col tramite la letteratura. Per noi non c’è opposizione forma/contentuto ma integrazione forma/cultura. E “riprendiamo” dalla miniera che ci sembra più aurifera. Perchè poi ti potrei rovesciare il tuo assunto: a me verrebbero i brividi se la poesia italiana “dimenticasse” tra le sue esperienze fondamentali OFFICINA e PASOLINI… e dimmi: c’è qualcuno di giovane che in internet, nelle riviste, o nei dibattiti culturali se ne occupa concretamente? Io sono il primo che ama spaziare a livello letterario: Bene, Gould, Artaud ecc. Quindi davvero ragiono, o mi sforzo di ragionare in una direzione multivocale e plurale – non è contraddittorio amare Bellezza, o Penna, e Villa allo stesso tempo, ma è “essenziale”, fondamenale, necessario per fondare basi “diverse” e “altre educazioni” nella propria ricerca.
    Per quanto riguarda l’articolo di Gianni D’Elia… pontifica? E perché? Io ripeto: per me è una descrizione molto densa su alcuni temi che dovrebbero interessare. Poi lui ha risposto con questo pezzo proprio perché tirato in causa dagli errori di alcuni commenti di Lello Voce all’articolo provocatorio di Nota, non per difendere Nota stesso, che si difende da solo: quando diceva che Lengua con Officina non aveva nulla da spartire. Gianni ha detto e dimostrato – ci sono lettere su lettere inedite di Fortini a D’Elia, l’amicizia di Roversi e gli aiuti e gli scritti dello stesso a D’Elia, i consigli e il lavoro di Scalia per lo stesso D’Elia – che Lello Voce ha sbagliato a dire che non c’era filiazione, perché c’era, eccome. A livello proprio “intellettuale”, fisiologico.

    Gianluca Pulsoni

    anonimo

    3 aprile 2006 at 13:24

  26. P.S.
    sulla seconda parte del tuo intervento, christian: completamente daccordo.
    infatti diciamo officina, non solo pasolini. officina significa, come diceva anche lello voce, una vera pluralità di voci e di sperimenti. questo ci interessa, questo prima della specializzazione in generi.

    unica rettifica: d’elia può permettersi e come di citare fortini e caproni, perchè se solo volesse rendere pubblica la sua ventennale corrispondenza privata con questi poeti ne uscirebbe un massacro per tutti coloro che oggi si affrettano a vantarsi di qualche frasuccia regalata.

    d.

    anonimo

    3 aprile 2006 at 13:30

  27. ok, ho scritto questo post scriptum prima che apparisse pulsoni, altrimenti non sarebbe stato necessario.
    d.

    anonimo

    3 aprile 2006 at 13:32

  28. … e dove sono le grandi opere dei poeti -chiamiamoli- realisti.
    a.

    anonimo

    3 aprile 2006 at 14:59

  29. Se non sei un critico, perché non ti dedichi alla scrittura della sola poesia, Davide? Solo questa nota, chiaro che puoi fare ciò che vuoi, ma prendersi responsabilità significa assumere un ruolo, anche. Per quanto riguarda il mondo, quello sì, c’ha molti stronzi. Sulla sinistra, è connaturato al fatto del mondo, è un fatto statistico. Non serve nemmeno parlarne. E comunque chi non è mai stato stronzo lanci la prima pietra:-)
    Christian

    anonimo

    3 aprile 2006 at 16:55

  30. Scusate se irrompo e, cortesemente, permettetemi un off topic per un paio di segnalazioni.

    1) Giovedì 6 aprile alla libreria Martelli di Firenze, alle 17,30 si presenta il mio “Capitoli della commedia” (Atelier, 2005). Partecipano, oltre al sottoscritto, Piero Buscioni (della rivista “Il fuoco”) e Massimo Baldi (della rivista “Paletot”). Conduce Maria Grazia Carraroli. Siamo ospiti della Associazione Novecentopoesia, appassionatamente diretta da Franco Maniscalchi.

    2) Se qualcuno fosse interessato all’acquisto del libro a prezzo vantaggioso e volesse anche fare una buona azione, ne ho messa a disposizione una copia per un’amica che vende libri su ebay e destina i ricavati all’acuisto di cibo, medicinali e cure veterinarie per cani e gatti randagi di Milano. Ancora per qualche giorno quindi potrete trovare i “Capitoli”, insieme ad altri titoli “no profit”, a questo indirizzo: http://search.ebay.it/_W0QQsassZtrujilla1
    Se qualcuno inoltre volesse contribuire con altri libri (propri o altrui, nuovi o usati) e altre forme di promozione, può contattare la venditrice direttamenta da ebay.

    Grazie. Martino Baldi

    Marziller

    3 aprile 2006 at 20:22

  31. Manca un Q ad acQuisto!!! La demenza senile è già pienamente in azione.

    M.

    Marziller

    3 aprile 2006 at 20:26

  32. Credo che tu Christian ti sia troppo affezionato alla parola “giovani” nella tua analisi. Il problema, non è se Davide, o io, o te, o Lello, o Gianni si sia troppo giovani o troppo vecchi, troppo barbuti o poco, ecc. ecc. E altrettanto, se ne discuteva (anche se non dell’argomento specifico, ci si chiedeva se i buoni poeti potessero essere antipatici) settimane fa nel blog di Gianfranco: non è un problema se la cultura italiana sia o meno piena di stronzi, di brave persone o quant’altro. La poesia italiana deve essere piena di bravi poeti, e così la poesia civile deve essere piena di quella civiltà che mette km. indietro il poeta rispetto ai fatti. Un paio di mesi fa uscì un’intervista a Zeichen su La Stampa dove Zeichen diceva: “C’è stato un periodo dove non si poteva non fare poesia civile in Italia” ma quell’esperienza fu schiacciata (e qualcuno che ha vissuto quegli anni mi corregga se sbaglio) soprattutto dal fatto che invece di parlare davvero dell’Ansaldo o di quant’altro autori parlavano troppo spesso (con le dovutissime eccezioni) di loro stessi e al max. con il finto interesse civile, si ponevano al centro del testo e ingombravano pateticamente la scena. Allora ben venga la capacità di un editore coraggiosissimo e fondamentale per gli ultimi decenni come Carlo Marcello Conti, ma che nessuno (ipoteticamente ! non vi sono fini specifici nell’analisi) sfrutti quei temi per poterne vivacchiare compiacendosene. Allora, ancora una volta, torno a chiedermi non tanto quanti stronzi vi siano a sinistra (1, 100, 1 miliardo: chissenefrega), ma piuttosto quanto delle idee cardine e care al modo di intendere e di sentire le cose a sinistra sia poi realmente interpretato da autori che fanno dello sforzo e della volontà civile l’anello del proprio lavoro. Perché se quell’anello è debole, se quell’anello “non tiene” ecco che tutto (a destra e a sinistra) si sgretola, e a perdere è unicamente la poesia, a perdere è la gente, a vincere ancora una volta la sclerotizzazione. E il/i quartierino/i (quello/i vero/i). I furbetti.

    matteofantuzzi

    3 aprile 2006 at 21:02

  33. Ma certo Matteo, quello “stronzi” non era mica gratuito e personale (chissene frega, giustamente).
    Era implicita la denuncia ad una certa “settarietà” che rovina la qualità, poichè da una parte incanala le giovani voci alla ripetizione seriale di un clichè estetico, dall’altra, fiera di una sorta di etnocentrismo culturale-estetico, censura preventivamente le voci differenti o isolate.
    Ma questo era chiaro, no? Non è che ci mettiamo a chicchierare sull’educazione degli autori.

    Ora però bisogna cercare di abbattere questi muri ereditati dal passato e costruire il vero pluralismo, la vera parola plurale. Le intenzioni di Cortellessa e compagni erano ottime, però sono state contraddette dai fatti.
    Dico di più: l’antologia Parola plurale è buona, ma troppo incompleta. Troppo di parte. Bisogna completarla di tutti gli autori mancanti (due tra i tanti, inguistificabilmente assenti: Giancarlo Sissa e Alba Donati).
    Tanto per iniziare prendiamo “Poeti nel limbo” di Merlin, che è un lavoro molto più serio, e iniziamo a completare l’opera.
    E ne mancherebbero ancora altri: Filippo Davoli, Giovanni Falsetti, che non possono non avere un loro spazio.
    Sui giovani poi, Cortellessa è stato terribile, praticamente inserendo soltanto i “suoi”.
    Io i suoi non li voglio togliere, mi sta benissimo che da Voce a Sannelli sia rappresentato un albero genealogico con tutte le sue diramazioni.
    Però c’è da aggiungere, aggiungere e aggiungere ancora: così si fa la Parola plurale. Altrimenti è preferibile un’onesta antologia militante.

    davide

    anonimo

    4 aprile 2006 at 01:49

  34. Visto che si è aperta l’annosa questione delle antologie, vi invito a fare un salto sul blog di Absolute, dove si dibatte dell’ultima antologia di Lietocolle, “Il presente della poesia italiana”. Del senso dello strumento antologia, dei criteri di selezione, dello studio del territorio and so on.

    Una precisazione sulle ultime parole di Nota: io l’albero genealogico che va da Voce a Sannelli non lo vedo. Non capisco perchè fare di tutta l’erba un fascio, o meglio, un tronco. Io Sannelli o Giovenale no limetterei sull’albero di Voce. Lo dico perchè, andando avanti così – per sommisommessi capi – si finisce per mettere le etichette del tipo “figlioccio di”, “cugino di”, fino alla inquietante “seguace di”. E così facendo, si confondono le acque…

    Luigi Nacci

    anonimo

    4 aprile 2006 at 10:21

  35. Ho letto il post e gli interventi a commento; il discorso Nota-D’Elia-Pulsoni/Nota-Sinicco mi appare interessante quando cita il partire dai testi, che resta poi quasi sempre una pia intenzione alla quale si preferisce il polemos. Tutte queste argomentazioni, condivisibili e meno, dove stanno nei testi poetici effettivamente prodotti? Portate ad esempio le vostre poesie, nelle quali prenderete la posizione che auspicate, cosicché ci si possa confrontare da poeta a poeta, da poeta a lettore, con gli strumenti propri di questo dire (e con le sue peculiarità). Testo, insomma, non solo/sempre contesto, giacché di ombre (Pasolini, avanguardie, giovani, ecc.) ne abbiamo a sufficienza e spesso citate con rigore storico non inattaccabile. Polemos, appunto. Ho peraltro i miei dubbi che dei “giovani” possano aver consapevolezza di una raccolta organica, che cioè siano disposti a licenziare e riconoscere una raccolta coerente e strutturata alla quale fare riferimento per i confronti esterni, magari i-esse-bi-enniz-zata come dice Martino (sarebbe anche importante, per un discorso corretto e non inquinato, che lo fosse non a pagamento o che non lo fosse affatto). Insomma, che avete scritto? Come l’avete scritto? E cosa siete disposti a riconoscere come oggetto finito, nella vostra produzione, che possa costituire una base di discussione e confronto poetico? Al momento, accanto a molti dei vostri nomi, ci sono delle caselline vuote: chi siete, dunque. Cosa siete. Questo è il principale obiettivo, il resto viene da sé, se deve venire. —(GiusCo)—

    anonimo

    4 aprile 2006 at 10:46

  36. [Postilla a completare l’intervento “Poesia, prosa e opposizione”,
    Gianni D’Elia]

    È tutta qua la questione teorica che ci divide, come divise allora Pasolini dalla neoavanguardia: “un realismo ideologico, di pensiero… l’unico realismo possibile” (La reazione stilistica, “Ulisse”, n.38, settembre 1960).
    Purtroppo, la spaccatura della sinistra letteraria dura da allora e continua imperterrita, tra incomprensioni e sordità, maldicenze e esclusioni, piccole malefatte e postazioni di piccolo potere, magari sugli stessi giornali della sinistra e altrove.
    Sono stato costretto a lasciare la rubrica di poesia, prima sul “manifesto” e poi sull’”Unità“, diciamo per ragioni extraletterarie di parte avversa, ma ho continuato a collaborare con “l’ Unità” per il commento politico e le poesie d’occasione, che vedo ora anche Lello Voce pratica, con esiti migliori di quando è a briglia sciolta (perché la comunicazione e la concentrazione del tema migliorano a volte i versi). Questo modello tanto deprecato in teoria, è dunque seguito in pratica anche dai nostri avversari poetici, così settari e smentiti.
    Da parte mia, dico ora nei libri (i due volumetti su Pasolini) quello che non posso più dire attraverso le recensioni. Nessun problema, abbiamo già dato.
    Io scommetto sullo “sperimentalismo” della giovane “Gru”, che con coraggio cerca la realtà di oggi e la cultura di ieri della sinistra, guardando al “Politecnico”, a “Officina”, a “Lengua”, con la stessa passione e senza nessuna ansia di potere se non espressivo.
    Questa passione merita rispetto, anche se a volte sbaglia le parole, come si è già detto. Non sbaglia però la critica: il sovversivismo politico e letterario ha prodotto una situazione d’ordine, autoritaria, chiusa, spaventosa. La distruzione linguistica del mondo e del soggetto non ha portato a nulla. Il nuovo ormai è noto.
    Se noi non diamo buone opere, non pare che l’eccesso sperimentalistico brilli per capolavori.
    E’ un peccato che i rivoluzionari siano così divisi.
    E i giovani così soli.

    anonimo

    4 aprile 2006 at 12:01

  37. Avevo deciso di non intervenire perchè ritengo questa polemica impostata in un modo davvero indegno, mediante quelle logiche conventuali che non mi sorprende trovare in un poeta anziano pubblicato dalla bianca einaudi(questo chiamasi “potere” e “burocrazia” a casa mia), ma che mi dispiace davvero ritrovare nelle parole di poeti appena ventenni, impegnati a difendere a spada tratta i propri sodali e qualche nome importante (chiamasi paraculata, sempre a casa mia).

    Se si volesse davvero parlare di sperimentalismo, avanguardia e poesia civile io sarei feliocissimo di farlo, e ne ho molte di cose da dire, perchè ho letto molto (ad es. io ho letto tutti inumeri del politecnico in ed. einaudi e di officina in ristampa anastatica pendragon, con tuttta la polemica sanguineti-pasolini e ho letto tanti testi, ma così non se ne può parlare si vede bene che l’intento è solo quello di far valere le proprie ragioni di chiesa, storie da furbetti del quartierino (o del quartierone, quando vieni pubblicato da einaudi ad ogni pie’ sospinto).

    Qualche altra puntualizzazione:

    Absolute è stato ideato da lello voce, lo gestisco io, cioè adriano padua, insieme a lello, ma vi garantisco che ho molto più tempo io, dunque del sito me ne occupo quasi esclusivamente. Dunque ora come ora è il sito mio, se volete per forza credere che sia un sito personale, altrimenti la verità è che il sito ha 60 redattori di diversissima natura, dei quali una trentina attivi. Ci sono sinicco e nacci, c’è giovenale, c’è marano, da poco martino baldi, e tanti altri. L’indirizzo, se il nome lellovoce vi da l’allergia :-), può benissimo essere http://www.absolutepoetry.org che è l’indirizzo principale.

    Matteo avrei preferito che tu avessi impostato in modo neutrale questa discussione, sarebbe stata molto più fruttuosa, te lo assicuro.

    Saluti a tutti

    Adriano Padua

    anonimo

    4 aprile 2006 at 12:12

  38. Parola plurale è un’antologia militante, va bene, ma ha un’approccio molto più onesto e comprensivo della diversità rispetto alla cucchi-giovanardi, alla loi-rondoni, alla testa di einaudi. Perchè non rilevate mai questo dato, signori della gru? anzichè piagnucolare perchè cortellessa ha inserito solo i “suoi” giovani (tra l’altro la locuzione “i giovani di cortellessa (suoi) non vuol proprio dire un cazzo).

    anonimo

    4 aprile 2006 at 12:31

  39. Ero sempre padua al #38

    anonimo

    4 aprile 2006 at 12:31

  40. ho scritto un’approccio, vado a ripassare la grammatica, ho letto troppo pasolini e poco il manuale di grammatica, scusate:-)

    anonimo

    4 aprile 2006 at 13:39

  41. Gentile Adriano Padua,
    nessuno qui ha mai accusato Absolute Poetry di essere il sito di Lello Voce, davvero, non credo possa trovare nei nostri interventi nessuna insinuazione del genere.

    Christian Sinicco ha giustamente ritenuto opportuno chiarirlo, e Matteo ha semplicemente ipotizzato la causa di tale diffuso equivoco, cioè il link (uno dei link) del sito.

    La validità, la cultura, l’intelligenza di Cortellessa, è fuori di discussione.
    Se leggerà meglio i miei interventi, vedrà che semplicemente ho contestato l’incongruenza tra le intenzioni plurali e la realizzazione pratica:
    voglio dire che Cortellessa ha strumentalizzato la propria intelligenza per una operazione di parte. Peccato, perchè altrimenti sarebbe stata un’opera epocale.

    Allora, il mio invito: completiamo lo studio, andiamo oltre i limiti personali di Cortellessa, colmiamo le lacune. Senza rabbia, con vera volontà plurale.
    E’ giusto che sia presentata l’esperienza di Lello Voce? Ma certamente sì, ci mancherebbe altro.
    Ma altrettanto giusto è presentare l’esperienza di Giancarlo Sissa.
    O altrettanto giusto è presentare l’esperienza di Davide Rondoni.
    Come è possibile negare la PRESENZA a questi due autori, in una antologia non di linea?
    Cosa c’è che non va? Cosa non ha funzionato?

    E poi: come è possibile che i nuovi autori siano quasi esclusivamente quelli che hanno pubblicato i loro primi libri con prefazione o postfazione di Cortellessa?

    Per quanto riguarda “La gru”: Gianni è un collaboratore esterno come tanti altri. E come tanti altri, quando vuole interviene nel dibattito. Provateci anche voi, vedrete che uscirete sul prossimo numero.

    Su questo non transigo: la linea è nostra.

    Davide

    anonimo

    4 aprile 2006 at 14:43

  42. La cultura italiana è un cratere; la “giovane poesia italiana” – se davvero ne esiste una – è parte delle macerie. Gianni d’Elia ha toccato un punto finora ignorato; ha parlato della “solitudine” dei giovani, quella che è anche di tanti poeti ignorati.
    Quelli che, per inettitudine (sigh) o pudore, rifiutano di macerare nel solito circolino o nei micro-circuiti in cui si spaccia promozione per ricerca poetica, dove anche chi sbandiera apertura e disponibilità a sollecitazioni eterogenee, dimostra, nei fatti, una pressoché totale sordità.
    Al centro della ricerca poetica non c’è più il Mondo, il fermento e l’urgenza del Mondo; non c’è più un orizzonte operativo significante, condiviso. La situazione è desolante e arcinota. Fa soffrire. Rimane il desiderio di farsi conoscere da quello che è sempre, a ben vedere, lo stesso inutile pubblico composto dai soliti personaggi da tampinare o a cui affiliarsi per condividerne la pochezza.
    La “cronaca atona e leucemica” della poesia italiana degli ultimi vent’anni (vedi il mio intervento nel secondo numero de LA GRU) oggi dilaga; prospera tra noi – “giovani” sulla carta d’identità – che ne siamo i paladini: complici quando trascorriamo il nostro tempo ad infatuarci dei nostri sofismi, dei nostri versi avvizziti, delle nostre polemiche; complici quando lecchiamo il c—o a chiunque possa offrirci qualche briciola di quella notorietà che non ha nulla a che vedere con la Vita che dovremmo mettere in versi.

    Valerio Berardi perpetual@supereva.it

    anonimo

    4 aprile 2006 at 14:44

  43. Cito Cornacchia: “Insomma, che avete scritto? Come l’avete scritto? E cosa siete disposti a riconoscere come oggetto finito, nella vostra produzione, che possa costituire una base di discussione e confronto poetico? Al momento, accanto a molti dei vostri nomi, ci sono delle caselline vuote: chi siete, dunque. Cosa siete.”

    Mi pare che di interventi di questo tipo non ci sia bisogno. Questi, assieme alle difese a spada tratta, fanno più male che bene all’ambiente. Sicuramente non aiutano il dibattito. Soprattutto mi inquietano le difese a oltranza fatte dai miei coetanei nei confronti di nomi “illustri” che non hanno bisogno di difese. È quello che hanno tentato di spiegare Christian e Adriano: il fatto che si sia redattori del blog Absolute, ideato da Lello Voce, non significa che noi portiamo le borse a Lello Voce. Semplicemente, a differenza di molti suoi coetanei, Lello coinvolge i giovani (non solo i giovani, ovviamente), anche quelli che portano avanti una poesia diversa dalla sua o che non la pensano politicamente come lui. E così facendo dimostra di essere realmente democratico, qualità di cui non si possono vantare altri poeti della sua generazione. La mia poesia è abbastanza diversa da quella di Voce, così come differisce da coloro che hanno dato vita a “Baldus” o al Gruppo93. Ma – e su questo vi esorto a interrogarvi – ho trovato ospitalità, ascolto, rispetto più in quelle persone, fino ad oggi. Le altre, cioè i poeti che si oppongono a questo “fronte”, hanno dimostrato (opinione mia, soggettiva, data dalla mia esperienza, dai miei incontri, dalle lettere che ho ricevuto) molta più indifferenza, soprattutto meno voglia di collaborare, di condividere e di scendere dal piedistallo.

    Ci tengo a rimarcare questo: nessun piedistallo nel caso di Voce e Absolute.

    Ora, se si vuole continuare a pensare che scrivere su AbsoluteBlog coincida con una sorta di asservimento a chissà quale potere, liberi di farlo (ditemi però le case editrici che stanno dietro a questa malefica operazione: Mondadori? la Bianca? Guanda? Crocetti? Fatemi la lista degli editori e delle riviste). Se lo pensate, è perchè probabilmente voi così vi comportate. Non si tratta di un blog/trincea, né di un Festival/trincea, le persone che partecipano o scrivono lì, non fanno parte di un esercito di poeti sbraitanti e performanti e rivoluzionari. Se volete, pensatelo. Io personalmente non ho pregiudizi, collaboro con le persone (le più diverse tra loro) che reputo intelligenti e creative, soprattutto: disponibili a mettersi in discussione. Inciso: Voce spesso pubblica dei suoi testi sul blog, ed è pronto ad ogni commento. Se fosse sul piedistallo, non lo farebbe. D’Elia lo fa? Cucchi lo fa? Conte lo fa? Chi lo fa? Quali poeti hanno il coraggio di scendere per terra e mettersi in discussione? Di farsi leggere e criticare da tutti, anche da persone che di poesia non ci capiscono (vivvaddio!) nulla e capitano su un blog per caso?

    Scusate la pappardella, ma sono stufo di chi tira le pietre e nasconde la mano, di chi difende i “grandi” sperando di ricevere favori in cambio, e di chi sputa sentenze.

    Non si difende chi ha potere. Casomai: dal potere, ci si difende.

    Luigi Nacci

    anonimo

    4 aprile 2006 at 14:53

  44. La cultura italiana è un cratere; la “giovane poesia italiana” – se davvero ne esiste una – è parte delle macerie. Gianni d’Elia ha toccato un punto finora ignorato; ha parlato della “solitudine” dei giovani, quella che è anche di tanti poeti ignorati.
    Quelli che, per inettitudine (sigh) o pudore, rifiutano di macerare nel solito circolino o nei micro-circuiti in cui si spaccia promozione per ricerca poetica, dove anche chi sbandiera apertura e disponibilità a sollecitazioni eterogenee, dimostra, nei fatti, una pressoché totale sordità.
    Al centro della ricerca poetica non c’è più il Mondo, il fermento e l’urgenza del Mondo; non c’è più un orizzonte operativo significante, condiviso. La situazione è desolante e arcinota. Fa soffrire. Rimane il desiderio di farsi conoscere da quello che è sempre, a ben vedere, lo stesso inutile pubblico composto dai soliti personaggi da tampinare o a cui affiliarsi per condividerne la pochezza.
    La “cronaca atona e leucemica” della poesia italiana degli ultimi vent’anni (vedi il mio intervento nel secondo numero de LA GRU) oggi dilaga; prospera tra noi – “giovani” sulla carta d’identità – che ne siamo i paladini: complici quando trascorriamo il nostro tempo ad infatuarci dei nostri sofismi, dei nostri versi avvizziti, delle nostre polemiche; complici quando lecchiamo il c—o a chiunque possa offrirci qualche briciola di quella notorietà che non ha nulla a che vedere con la Vita che dovremmo mettere in versi.

    Valerio Berardi perpetual@supereva.it

    anonimo

    4 aprile 2006 at 15:14

  45. Luigi, ma con chi stai parlando?

    d.

    anonimo

    4 aprile 2006 at 15:17

  46. Sono abbastanza d’accordo con lo scritto di D’Elia…Passione e ideologia…Sono sempre d’accordo con Nota e D’Elia, quando c’è la Passione – poco quando c’è l’Ideologia…
    x Padua: oltre al manuale di grammatica, ci sta che hai letto male anche Pasolini, no?
    ;-)))

    andrea margiotta

    anonimo

    4 aprile 2006 at 15:28

  47. Senza avvedermene ho pubblicato il mio intervento due volte. Me ne scuso.

    Valerio Berardi

    anonimo

    4 aprile 2006 at 15:54

  48. Magari io ho letto male pasolini e tanti altri, ma tu, caro margiottarello, hai scritto e continui a scrivere male (comunque meglio di me, si intende). E te ne vanti pure di come scrivi e questo è patetico, dunque non pigliare per il culo.

    Ci sono molti però, e spesso anche tu, che scrivono su questo blog cazzate immani. Siano esse scritte bene o male.
    Parlate di Roversi ma non sapete che lui si occupa della poesia di giovenale e non di quella di nota o d’elia. Dunque roversi lasciatelo perdere. Leonetti non ne parliamo. Quello che interessa a voi, ed io mi sono rotto i coglioni, è pasolini pasolini pasolini e pasolini. E allora parlate di pasolini, non di officina e di sperimentalismo. A P

    Ora attendo la risposta del margiottarello, che dirà: lei non sa chi sono io, di me ha detto bene tizio, di me ha detto che sono il migliore caio, e addirittura sempronio mi ha conferito il premio “sticazzi”. Ma va’….

    anonimo

    4 aprile 2006 at 17:04

  49. Magari io ho letto male pasolini e tanti altri, ma tu, caro margiottarello, hai scritto e continui a scrivere brutte poesie (comunque migliori delle mie, si intende, che sono bruttissime). E te ne vanti pure di come scrivi e questo è patetico, dunque non pigliare per il culo.

    Ci sono molti però, e spesso anche tu, che scrivono su questo blog cazzate immani. Siano esse scritte bene o male.
    Parlate di Roversi ma non sapete che lui si occupa della poesia di giovenale (che voi considerate il nemico numero due, il numero uno sappiamo chi è) e non di quella di nota o d’elia. Dunque roversi lasciatelo perdere. Leonetti non ne parliamo. Quello che interessa a voi, ed io mi sono rotto i coglioni, è pasolini pasolini pasolini e pasolini. E allora parlate di pasolini, non di officina e di sperimentalismo. A P

    Ora attendo la risposta del margiottarello, che dirà: lei non sa chi sono io, di me ha detto bene tizio, di me ha detto che sono il migliore caio, e addirittura sempronio mi ha conferito il premio “sticazzi”. Ma va’….

    anonimo

    4 aprile 2006 at 17:08

  50. Scusami Margiotta, forse ti sentirai troppo aggredito per una semplice battuta innocua. Io mi riferisco invece ai tuoi tanti e lunghi commenti che ho letto su questo sito nell’ultimo mese. Un continuo pontificare davvero fastidioso, almeno per me, sopratutto perchè non sopporto l’autoelogio, per usare il linguaggio colorito stile nota, l’autoelogio mi sta sul cazzo.

    anonimo

    4 aprile 2006 at 17:20

  51. Padua, stiamo sbarellando…

    Le mie prime poesie sono uscite nella rubrica di Roversi, nel 2003.
    Più volte siamo stati graditi ospiti in quel di Bologna.
    E proprio da Roversi ho ricevuto la prima recensione positiva al mio Battesimo (LietoColle).

    Quanto a D’elia dovresti sapere che Roberto fu collaboratore dall’80 al ’94 di Lengua, che il primo libro di D’elia fu stampato proprio da Roversi, che un’amicizia molto profonda li lega dalla prima permanenza bolognese di Gianni etc etc…

    Ora però basta con queste minchiate.

    d.

    anonimo

    4 aprile 2006 at 17:50

  52. “La sinistra, e in particolare quella massimalista propone di rendere uguali il figlio del professionista e il figlio dell’operaio.”

    Silvio Berlusconi

    anonimo

    4 aprile 2006 at 18:25

  53. Davide,

    mi pare abbastanza lapalissiana la tua difesa di D’Elia. Ora, liberissimo di farlo, ma sarebbe bello che la stessa vigoria che metti nella difesa dei “padri”, o degli amici, tu la mettessi anche nella difesa di chi la pensa molto diversamente da te e, soprattutto, di chi con te non ha rapporti di alcun tipo. Il discorso riguarda molti coetanei, ed è, passatemelo, tristissimo. Ancora ho nella mente la processione dei giovani parcopoetanti in udienza da De Angelis. Ma di file simili e più numerose ne no viste in visita da Cucchi. E si potrebbe continuare, anche voi potreste continuare, perchè basta guardarsi attorno per rendersene conto, basta buttare un occhio in una qualsiasi presentazione o in qualsiasi lettura o festival. Come ho scritto qui qualche tempo fa (ma i nostri modelli sono diversi, molto diversi): “mi sforzerò di essere sempre più poeta e meno letterato” …parlerò con Slataper (e con Dolci), prima ancora che con Cucchi, D’Elia, De Angelis. Prima di parlare con Voce, con Frasca, con Ottonieri, parlerò con Kosovel.

    Insomma, quello che cerco di dire è che bisognerebbe aprirsi anche ad altre tradizioni e che forse quest’apertura sarebbe garanzia di distacco dal contingente. Inoltre, apririsi a tradizioni “altre”, lontane dalla nostra (e per nostra intendo non solo quella italiana, ma anche francese, inglese, tedesca e spagnola), ci permetterebbe di utilizzare altri metodi, altri criteri, altre tele e altre cornici. Non parlo di apertura postmoderna, citazionista delle altre tradizioni, ma di apertura in profondità, di studio e assorbimento della cultura di un paese prima ancora che della sua poesia.

    Ma sono un uomo di confine, lo so, e forse ragioniamo da paesi distanti, anche se il confine non c’è più – almeno così dicono.

    L.

    anonimo

    4 aprile 2006 at 18:35

  54. Nota allora correggo la minchiata, qua se ne sparano tante, mi unisco al vostro folto gruppo ma almeno poi mi distinguo e correggo. Diciamo che Roversi considera di sicuro valore anche poetiche e posizioni molto distanti dalle vostre, è meno settario e grossolano nell’analisi dei valori e dei ruoli, e dunque non è giusto chiamarlo in causa a sostenere questa stupida e penosa chiamata alle armi contro la “post-avanguardia” (che non esiste). Ora mi sono anche rotto il cazzo, ripeto, è indegno il modo nel quale questa polemica è stata proposta e voi siete dei ventenni ma agite con le logiche delle conventicole anni 70, è penoso. Con questa vi saluto, buona guerra alla post-avanguardia, non avete evidentemente altre soluzioni per sentirvi utili alla causa della poesia italiana contemporanea, complimenti. Un giorno anche tu, notarello, pubblicherai per la bianca, è quello il tuo obiettivo e sarai felice. Ti lascerà il posto d’elia, in eredità. E vivremo tutti felici e contenti…..

    abbandono questo pollaio,

    Luigi le tue riflessioni sono molto interessanti ma non vedo come si possa discutere partendo da questi presupposti (tipo stronzi o cose simili), ci si può solo continuare ad insultare o, come te, predicare nel deserto. addio

    anonimo

    4 aprile 2006 at 20:05

  55. Vabbè, scusate, ma il dibattito in questi giorni si faceva interessante, ci si stava aprendo. Avevo fatto delle proposte a partire dalla Parola plurale che non mi sembravano così di parte, anzi…
    Ho tentato un’apertura nei vostri confronti, probabilmente non è stata recepita, o ho sbagliato io.
    Boh, non so…
    Mi spiace, non vorrei sembrare così chiuso nei vostri confronti, ed in realtà non lo sono, anche se esistono delle grandi differenze.
    Vabbè, magari un giorno riusciremo a parlare con più serenità, spero.
    Ciao a tutti,
    Davide

    anonimo

    4 aprile 2006 at 20:15

  56. The differences are fascinanting: adamantine words, laws of love, the heart, the affections, the minds, the intentions, and…, then arrived at this composite, wonderful definition: looking straight into one’s own heart and acting on the results.
    But now, in this blog, there’s not poetry, there’s not criticism.
    Bye bye

    anonimo

    4 aprile 2006 at 20:24

  57. Che di strazia favella
    giammai è sazia
    l’alma che ignora disperata

    Purgatorio XXXIX

    anonimo

    4 aprile 2006 at 20:46

  58. un poco di sgridate a tutti, questo mi viene da farvi/mi/ci, perchè giustamente nelle differenze che creano il dialogo si è prodotto del gran casino, che piace, vi posso assicurare che c’è chi ci segue “cito testualmente da una mail che mi è arrivata: più della saga di beautiful” ma che così serve il giusto.
    in ordine sparso, chiarita la questione absolute poetry, ripetuto per la 500esima volta che non è il blog di lello, solo un cretino penserebbe così: signori basta leggerlo: il pensiero è davvero eterogeneo. così è eterogenea però parola plurale, davide sinceramente: la linea che va da voce a sannelli mi pare ‘na mezza follia. tutti amiamo quel lavoro, tutti lo critichiamo, che forse è un amarlo doppiamente: ma da un’opera con volontà d’antologizzazione non ci possiamo aspettare un elenco telefonico, preferisci il lavoro di marco, ok, ma inserire altri nomi lo avrebbe fatto diventare un mammut, è stata fatta come deve giustamente fare la critica opera di asciugatura, creando dibattito, ma deve restringere le maglie, non allargarle. e insisto: se proprio in tutto questo turbinio vogliamo trovare delle voci che non ci sono, allora quelle voci andiamole a vedere tra chi non può più parlare: benzoni, pagnanelli ecc. ecco queste noi dovremmo sostenere COME VOCE HA SOSTENUTO CALZAVARA.
    e smettiamo di fare pensare che vi siano figli e figliastri, tu stesso adriano non sei matusalemme, hai l’età mia e di davide, se cominciamo a fare passare l’idea che anche la nostra generazione “vive solo perchè attaccata a delle sottane” quali che siano le sottane siamo fritti, anche perchè sai bene che non è così. e altrettanto evitiamo di dire che essere in einaudi ha significati particolari, usciamo da questa logica suicida, perchè suicidio è altrettanto dire che così accade a lello che ha pubblicato per bompiani, non è vero, non cerchiamo forsennatamente il marcio.
    cornacchia dice giustamente “voi cosa avete fatto ?” “di che parlate?” è vero noi/noi torniamo ai testi, torniamo alla ciccia, rispolvero uno dei miei vecchi cavalli di battaglia, e parliamo di quello che ci sta a cuore e scambiamo il nostro “cuore” con quello degli altri, e facciamo conoscere per la paletta (dalle mie parti è un intercalare… quasi una bestemmia bianca) la poesia, perchè lo ribadisco fino al vomito la gente è ferma se va bene a montale, se va molto bene… non ha il minimo interesse di sapere se c’è la post-avanguardia perchè non conosce l’avanguardia !!! e qualcuno (cacchio) gliela dovrà pure spiegare, e dovrà spiegare gli anni ’80… e gli anni ’90. e a questo dobbiamo tendere: non siamo critici ? bene: ma visto che tutti siamo mossi dallo stesso amore si lavori in maniera militante, si faccia il lavoro sporco, si tirino su le maniche, si propongano i testi, si parli di poesia, si vada a rincorrere la gente, ovunque, anche nei luoghi più folli, anche a topolove (questa ve la spiega luigi), ma avercene di topolove…

    spero di avere detto tutto. di certo mi piacerebbe fosse creato un dialogo, anche fisico, anche pubblico insomma, non solo nel blog, strumento utile, ma parziale, estremamente parziale.

    matteofantuzzi

    4 aprile 2006 at 21:02

  59. ah, no, 1 altra cosa: sia lello voce che gianni d’elia sono venuti qui e hanno parlato del loro lavoro e della loro esperienza poetica. ci sarà stata baruffa e quant’altro… ma lo hanno fatto. cancellate la baruffa, leggete gli interventi di d’elia e voce (alcuni post fa) e utilizzate quello come “documento” di qualcosa che noi giovanissimissimissimi non possiamo conoscere, e che se soprattutto se qualcuno non si pone la briga di raccontarci noi non conosceremo mai realmente. e ringraziare.

    matteofantuzzi

    4 aprile 2006 at 21:14

  60. Volli volli fortissimamente volli

    anonimo

    4 aprile 2006 at 21:55

  61. Un passo indietro

    Le grida hanno senso se di difesa. Qualora ci si difenda contro un’ingiustizia è legittimo alzare la voce, e anche dare dello stronzo all’ingiusto. Se si è nella reazione fisiologica non si ha alcun dovere di giustificarsi.
    Io scrivo le mie poesie, e i miei interventi, da un quartiere periferico di Ascoli Piceno. O tutt’al più da una cameretta in affitto in quel di Perugia, dove cerco di concludere i miei contraddetti studi.

    La mia esigenza espressiva (rappresentare il disamore, questa storia, così vicina, così mia) ha vissuto alcune traumatiche umiliazioni, in nome di spauracchi che pensavo definitivamente accantonati, quali il razzismo nei confronti dell’impoetico, del biografico, del tragico, del politico.
    Allora bisogna difendersi.
    Troppi fratelli, vicini di casa (come Daniele De Angelis, che considero il migliore poeta di vent’anni: leggetelo) o amici trovati nel tempo (come Loris Ferri, Stefano Sanchini), ma anche poeti (apparentemente di tutt’altra scuola) come Valerio Berardi, o il bravo Emiliano Michelini (e tanti altri), soffrono di un isolamento ingiustificato, quando invece avrebbero molto da dire e da dare, con il loro tono, il loro stile.

    Creare una rivista dal nulla, elemosinando mensilmente spiccioli da questa o l’altra istituzione comunale o provinciale, non è un gioco divertente, ve lo assicuro. Continue file, continue prese per il culo, continui conti in tasca e paure di non arrivare al numero successivo. Non abbiamo trovato nulla pronto, nulla ci è stato regalato, nulla CI E’ regalato, e le presunte amicizie “importanti” di cui veniamo ultimamente accusati non ci hanno potuto dare che preziose pacche sulle spalle e parole di incoraggiamento.

    Ecco, tornando a parlare in prima persona (perché io non sono La Gru, ma un semplice redattore, con tutti i limiti e i difetti del caso, e quindi la responsabilità delle mie parole vorrei ricadano solo su di me) il mio “stronzi” non era certo rivolto ad altri poeti, giovani o meno giovani, che vivono le stesse difficoltà, da tutt’altra contrada o storia.
    Era nient’altro che un necessario urlo, contro una condizione molto diffusa, che dovrebbe per lo meno essere ascoltata.
    A livello basso, “giovanile”, si tratta della difficoltà dei non appartenenti alle due scuole dominanti, di pubblicare un cazzo di testo su una cazzo di rivista. Ma a livello alto è lo stesso discorso: Alba Donati, Giancarlo Sissa, due bravissimi poeti italiani, puntualmente esclusi dai critici delle due scuole: è una vergogna. D’Elia pubblicherà nella bianca ma non gode di maggiore rispetto. Addirittura non ne gode Pasolini, a parte questa patetica parentesi del trentennale!
    Il tentativo in corso, universitario e critico, di negare cittadinanza letteraria a poeti che questo sentire storico e visivo (questo vivere la scrittura sulla propria pelle) hanno portato avanti negli ultimi decenni, mi è apparso parte, forse e probabilmente involontaria, di questo stesso disinteresse nei confronti di molti miei coetanei, di provincia e di periferia, che hanno tutto un mondo, neo-popolare e gergale, tradizionale e sperimentale, da presentare, e che rischiano invece di non trovare più alcuno stimolo per andare avanti, con forza e orgoglio, da soli.
    La scorciatoia di intrupparsi nelle varie clientele, il rischio di cedere alla tentazione di darsi “alla maniera di” per procurarsi una paginetta da qualche parte, si fa (lo sento, lo so) sempre più forte.
    La diffidenza nei confronti di chi porta avanti, anche criticamente (penso al giovane studioso Gianluca Pulsoni) un discorso culturale “divergente”, è evidente, vissuta.
    Ecco, io, o forse noi, cerchiamo di reagire a tutto questo.

    La critica nei confronti di operazioni come Parola Plurale, lo scontro con Lello Voce (che pure non era stato chiamato in causa), sono state (ripeto: per me) occasioni, forse prese troppo facilmente o con eccessiva impulsività, di chiarire una contestazione, una protesta. Non con una “squadra avversaria” ma con tutto un sistema di dirigenze e arbitri.

    E’ vero, non deve esistere alcun etnocentrismo culturale, alcuna linea dominante: ha ragione forse chi mi ha accusato di portarmi sulle spalle divisioni vecchie.
    Ci ho pensato tutta la sera, e credo abbia ragione.

    Bene, faccio un passo indietro.
    Il mio grido di difesa, non può, non deve, trasformarsi in un grido di attacco. Il mio antimoralismo non può, non deve, trasformarsi in un moralismo.
    Forse la soluzione è qui: chiarite le aree generali, individuate le divisioni presenti, cerchiamo ora di superare lo scetticismo reciproco.
    Cerchiamo di conoscerci, e soprattutto di “riconoscerci” reciprocamente. Facciamoci interviste, pubblichiamoci testi (questa è solo una mia ipotesi, lanciata lì).
    Proviamoci. Forse ne uscirà del bene.
    Però abituiamoci ad una critica “antropologica” della poesia: non si tratterebbe di buonismo ma di maggiore sensibilità e rispetto nei confronti delle distanze.

    Davide Nota

    anonimo

    5 aprile 2006 at 11:39

  62. Davide, ti risponderò in un articolo. Per quanto riguarda le interviste, intervistiamoci a vicenda, concedo un sorriso. Fai tu che applico una regola, non faccio interviste a chi me le chiede, ma faccio interviste se uno mi pare interessante. Meglio sarebbe questo come criterio. Anche perché a me, di essere conosciuto/riconosciuto/canonizzato/etc… non me ne può fregare. Poiché se qualcosa accade, deve risultare frutto di un campo dove si è seminato, e dove uno vuole raccogliere. Se uno mi tenta di vendere un fiore, vuol dire che è stato reciso, e che lo dovrai scegliere da un mazzo, e non dal campo – questo anche per rispondere a ciò che accade con sta roba delle antologie. Sul testo di D’elia qui sopra, non approvo si parli del passato come fosse il presente; sul tuo articolo invece, non approvo si generalizzi.
    @matteo: ma hai letto il mio intervento? perché ho l’hai letto e non l’hai capito, o mi fai il falsetto – quando parlo di fare le cose concretamente, che sto a dire? vai su http://www.sinicco.net poi parliamo di realtà e dell’impegno, non delle lettere

    anonimo

    5 aprile 2006 at 15:56

  63. Sì, ma punta sul discorso dello sguardo “antropologico”.
    L’interessante di cui parli, ad esempio nella scelta di chi inserire in un’antologia, smetta di essere etnocentrico. Smetta di essere “gusto”, che è sempre “cattivo gusto”. Così ci si apre, non vedo altri modi. Parlo anche e soprattutto a me stesso.
    Bene, aspetto il tuo articolo.
    d.

    anonimo

    5 aprile 2006 at 16:26

  64. Matteo non mi hai capito ed è normale, nella foga mi sarò espresso male.

    Io non sono intervenuto in difesa di nessuno qui, sono venuto a fare precisazioni su absolute perchè mi riguarda e a dire che trovo normale che i vecchi ripropongano certi schemi mentre trovo assurdo che siano i giovani a farlo. Che quello einaudiano-mondadoriano sia un centro di potere non ho bisogno di dimostrarlo, a me pare evidente, e trovavo dunque strano che chi accusa la postavanguardia (che poi non esiste,non ho capito di chi si parla esattamente, ognuno ha preso la sua strada, e qui non si fanno i nomi, mai, per prassi)di occupazione del potere poi sia pubblicato dal più importante gruppo editoriale italiano, mentre per fare dei nomi (perchè per me è giusto farli) cepollaro si autopubblica in pdf, baino naviga tra le microcase editrici, e voce si è autoprodotto il suo ultimo cd (ho fatto l’esempio dei tre redattori di baldus gli altri stanno anche messi peggio, nonostante abbiano il valore di un giuliano mesa, tanto per fare un altro nome). Volevo solo ridare il giusto peso alle cose, perchè le tesi qui espresse da d’elia e da nota in precedenza mi sono apparse talmente divergenti dalla realtà da essere false. Spero di aver chiarito cosa volevo dire e ti ricordo che io non ho mai pubblicato su libro, rivista, antologia, cartolina postale o null’altro di cartaceo, e questo dipende dal fatto che i miei testi sono illegibili ma anche dal fatto che non mi sono mai attaccato a nessuna sottana, questo spero sia chiaro, caro matteo.

    Leggo ora l’intervento di nota e quello di christian, spero di poter aggiungere qualche considerazione ora mi tocca proprio scappare. Preciso però di non nutrire rancori nei confronti di nessuno e se fosse possibile avrei anche voglia di discutere di cose serie, senza pregiudizi, come è mia abitudine. Per come è stata impostata questa discussione, la cosa non è stata possibile. Spero ve ne siate accorti, a dopo

    Adriano

    anonimo

    5 aprile 2006 at 17:10

  65. christian e adriano (e così anche davide che credo sia la 3a o 4a volta che spiega l’articolo) continuo a sostenere che si stia mandando avanti magari con differenze , ma in sostanza gli stessi discorsi, credo davvero sarebbe necessario, nonché utile, uscire da questo mezzo per creare un incontro dove spiegar-ci, parlar-ci, e in questo evidenzio ancora una volta i limiti del blog. diciamo christian che “ti faccio il falsetto” o meglio ribadisco e sottolineo determinati punti – se non ti offendi 😉 – che non sentirò mai la stanchezza di ribadire e risottolineare a costo di diventare (e già lo sono) noioso. ma lo faccio anche ad adriano e in questo ribadisco la necessità di guardare l’opera, non l’editore. e continuo il tuo elenco citando roversi… ecc. ecc. ecc. nel contempo non sia einaudi un punto di preclusione del dialogo, sia la ciccia a trionfare contro la minestra riscaldata che dobbiamo rovesciare nel secchiaio (… bah, mi è venuta così… non so se si capisce). si tiri di lungo e si lavori alacremente: che si sia stronzi, o coglioni, o imbecilli. comunque: ci si dia da fare.

    matteofantuzzi

    5 aprile 2006 at 17:57

  66. Matteo la ciccia quando si fa un j’accuse come quello di nota, sono i nomi, e solo dopo puoi andare ai testi, se non fai i nomi come vai ai testi? Fino a quando si parla di stronzi e giornali di sinistra, si può rispondere con le case editrici, o no?

    comunque essere frainteso a lungo è stancante, credo si possa dire che d’elia ha molta visibilità, nonostante parola plurale, e dunque non è il pulpito adatto dal quale la predica deve venire.

    Non penso di sbagliarmi e non intendo dire altro con le mie parole.

    Concordo sul fatto che il blog non aiuta, ma secondo me, e voglio diventare noioso anch’io, è la questione che andava posta in modo del tutto diverso, dunque speriamo di poter sfruttare la prossima occasione, poichè in questo caso non è stato possibile.

    Adriano

    anonimo

    5 aprile 2006 at 18:38


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: