UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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L’autoanalisi e l’elaborazione di una poetica non sono proprio il mio mestiere: le mie parole vengono fuori, informi, solo quando il sangue, la malinconia, la disperazione, l’amore, gli appetiti, o chi per loro, spingono con i motori a tutta. Una viziosa cerebralità fa poi il resto.  Mi muove forse anche una visione terribile: ho visto in sogno la poesia scivolare progressivamente nella melma in cui tutti i maiali sono marroni, in nome di una “normalizzazione”, di una sottrazione fino al nulla che unisce tutti. Ma non il nulla ontologico, sia chiaro, non il nulla di un antiteodicea o di un pensiero tragico, niente di tutto questo: bensì il nulla della propria vita reale, della propria carne, il negativo del proprio sé. Rinunciare a se stessi per essere poeti? Sì, certo, ma in nome di cosa? Rinunciare a se stessi come padroni del proprio io, donarlo piuttosto alla parola, agli altri: disfarsene in questo senso mi va bene. Mi va bene la rinuncia alla propria giurisdizione su se stessi, ma rinunciare a me in nome di uno “stile”? Oddio, è cos’altro è uno stile se non un alter “io” che mi appiccico sulla faccia? Il mondo è ormai pieno di tipetti che non hanno niente da raccontare che ci possa far muovere qualcosa dentro, ma lo fanno in maniera perfettamente accordata a quella degli altri e a un presunto proprio stile. Come se far poesia fosse semplicemente un accordare la propria lingua a quella degli altri che si dicono poeti. No! No! No! Mi brillano gli occhi di contentezza quando mi dicono che leggendo le Trentadue lattine non si capisce che diavolo di poesia sia, che sembra che ci siano troppe voci diverse, che sembra più un’antologia, dei testi di preparazione… Faccia pure schifo o pena o tenerezza! Come posso farlo io. Ma, accidenti, chi di noi ha ormai veramente una voce sola? Chi è uno stile, di noi? La tradizione stessa è ridotta a una manciata di schegge di uno specchio rotto che ci circolano per la gola. Io sono Montale, io sono Bigongiari, io sono Pasolini , io sono Penna, Caproni, Campana, Sereni… sono pure Carmelo Bene e, per quel che mi riguarda, sono pure Chet Baker, John Coltrane, Michelangelo Antonioni, Alberto Sordi, Thomas Bernhard, l’ingegner Gadda, Giordano Bruno, Julio Cortazar, Amici miei (i primi due atti) e un sacco d’altra gente e d’altre cose, molto diverse le une dalle altre… E devo spogliarmi di tutto questo per cosa? Perché un censore o un teorico mi vuol far credere che l’unico modo di veder riconosciuto il proprio statuto poetico sia non esistere nella propria poesia? Non mi interessa l’ammirazione. È un sentimento che allontana. La mia preoccupazione non è scrivere qualcosa di originale o in modo originale. Ne ho piene le scatole dell’originalità: ridatemi i Rolling Stones! E ne ho piene le scatole soprattutto di "fusioni a freddo". Quel che vorrei veder preparare è un grande attentato alle buone maniere, ma non in nome di altre maniere;  vorrei veder predisporre tutto per delle immense deflagrazioni, l’esplosione di tutte le schegge, di tutti i chiodini che abbiamo dentro. Chi ha più sangue lo tiri fuori, ad uso dei posteri; sappiano che razza di gentaccia siamo stati. Di come imbandivamo la tavola di tutto, anche di molte schifezze. Se invece siete precisi e professionali, e piuttosto che libri di poesia confezionerete elegantissimi cartoni di latte scremato, le vostre colazioni, così misere, non credo che interesseranno un granché i nostri nipotini. Non mi piace tutta la prudenza che leggo in giro, l’attenzione a non dire una parola di più, il terrore del ridicolo (ma via! chi è più ridicolo e patetico di noi, attaccati in questi anni alla poesia?). La voce degli altri, di chi ci ha preceduto o di chi scrive nei nostri anni, rischia così di diventare una misura, un alibi. La poesia degli altri non si studia e non si replica; dovremmo leggerla, frequentarla, amarla o ignorarla o detestarla, viverla al pari di tutto ciò che viviamo. Attenzione a non attaccarci pagine altrui sulla faccia, come in una maschera di cartapesta! Quelle pagine dobbiamo ficcarcele in gola, mangiarle e defecarle. Farle diventare alimento del nostro quotidiano “diventamento”. Ecco, la poesia, per me, la mia insoddisfatta poesia, forse è semplicemente la cronaca del mio vivere vagando e cambiando. In opposizione a quelli che “sono” o “non sono”. Rinunciare al soggetto reale, con tutti i suoi limiti e i suoi difetti? Ma pensateci un attimo! Basta un bambino per capire che grande fandonia sia. Solo un modo per annullare le personalità, come se le lettere fossero nutrite d’altra linfa. Prendo in prestito una affermazione di un Ministro della Repubblica per dire, di chi vuol farci credere che quella sia la strada della poesia: «Roba da tecnocrazia massonica»; ce lo vogliono mettere «su per il cùl». Vogliono portarci al punto in cui potremo provare solo ammirazione o invidia o sussiego ma non amore. E invece la sfida è proprio lì: nel dono di se stessi. E nell’accoglienza dell’altro, con tutto il suo sangue, il suo dolore, la sua intelligenza, le sue lacrime, i suoi problemi di digestione, i suoi patimenti. Come altrimenti la poesia cambia la vita e la vita cambia la poesia? Non è nella vita che la tradizione stessa diventa qualcosa di vivo? Non è trovandoci noi stessi di fronte a una siepe che limiti lo sguardo o soli e turbati di fronte al firmamento? Non è di fronte alla guerra, al disprezzo, al dubbio, alla gioia, alla malattia? Non è percorrendo la strada di Zenna, ancora una volta? Non è invitando gli altri sulle nostre strade? La poesia (buona o cattiva che sia) nasce dalla vita, non dalle antologie. Il resto (buono o cattivo che sia) è letteratura.

Martino Baldi

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Written by matteofantuzzi

12 marzo 2006 a 20:25

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65 Risposte

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  1. ringrazio martino. questo è l’articolo a cui si riferiva andrea: pubblicato sull’antologia parcopoesia 2004 a cura di isabella leardini ed. guaraldi e su “lavori di scavo” ed. rai-eri curata da giuliano ladolfi.

    matteofantuzzi

    12 marzo 2006 at 20:27

  2. il momento del jerking off: giovedì sera alle 21.30 sarò a vignola (olimpia vignola – centro nuoto, via portello 1) assieme a jimmy villotti per un reading/concerto.
    poi c’è questa cosa qui sul foglio elettronico della rivista tellus.

    matteofantuzzi

    12 marzo 2006 at 20:37

  3. Vorrei che si tenesse conto che è un testo di ormai due anni fa. L’irruenza si è un po’ moderata, ma i concetti li sottoscrivo ancora. In qualche modo può essere letto come risposta al thread precedente di Massimo Sannelli, o almeno come posizione speculare. Ecco, riprendendo i termini della discussione su “Absolute poetry” con Giovenale, Sinicco, Nacci, Inglese, Carlucci e altri, forse abbiamo qui uno dopo l’altro due post in cui si confrontano in modo abbastanza esemplare “peosia fredda” e “poesia calda”, lasciando da parte le sottocategorie di leggibile, visibile, ecc.

    Buona serata a tutti.

    Martino

    Marziller

    12 marzo 2006 at 20:41

  4. Riporto una frase di Martino, da Absolute, che sottoscrivo:

    “Insomma, si potrebbe trattare una buona volta anche di tirare in barca le reti e vedere quale sia la pesca senza star sempre lì a lavorare sull’abisso tra verbo e mondo”.

    Beh, non sta a me, triestino, prender le parti di Saba, visto che non lo amo con tutto me stesso, ma… Vorrei capire perchè quel sabiano tentativo di scavare il fondo per fare chiarezza sia così poco di moda. Molti giovani poeti (intendo gli under 40, gli antologizzati dell’ultima ora, quelli che in questi giorni van di moda, per un motivo o per l’altro) vogliono sì scavare, ma per rendere più torbida l’acqua (acqua di stagno?). Noto da una parte un algido piglio metafisico, geometrico, una poesia che cerca la filosofia (quale? non di sicuro un “sistema”, piuttosto schegge di pensieri altri, prese da qua, da là…), e non spiega, non dis-piega, soprattutto: non è capace di far vedere, né facilmente fa sentire, e non racconta storie, a dir la verità non racconta nulla, come se fosse ormai un peccato raccontare storie, come se ci fosse il pericolo dell’incombenza del soggetto (ah, maledetto pensiero debole), come se… Dall’altra parte vedo una poesia minimalista, di amplificazione del quotidiano, toni dimessi che vorrebbero essere lombardi, ma che di lombardo, nel 2006, hanno ben poco. Anche in questo caso, sebbene ci siano maggiori possibilità visive, l’uomo manca, spesso (ci sono però tostapani, tv, piatti e tram all’alba da prendere di fretta, ohibò). Da altre parti vedo invece una eccessiva ideologizzazione che spesso maschera una formalizzazione scorretta, sacrificata, oppure a volte soverchia tutti gli altri cardini del testo. E poi ci sono le scritture-cabaret, che nulla hanno a che fare con la satira gli epigrammi, piuttosto ricordano Zelig. Infine certe buone dosi di intimismo, ma queste appaiono ssempre di meno, mascherate astutamente da strutture sintattiche disordinate, che vorrebbero sviare, o finali a sorpresa che quasi nessuno sorprendono. Ancora una volta, anche in queste scritture appena citate, non c’è l’uomo. Ed è il fulcro, secondo me. Leggo Kosovel, il più grande poeta sloveno del ‘900, e trovo l’uomo. Eppure Kosovel è stato il più grande poeta sperimentale sloveno. Quindi sono istanze conciliabili? Leggo la grande poesia dell’Est Europa (così vicina a casa mia, così lontana da tutti voi, cari amici di Milano, Roma, Bologna, etc.) e ci trovo sempre, immancabilmente, l’uomo, anche nelle stagioni di avanguardia. La cultura slava è cultura della Madre Terra (pure quella ugro-finnica). La terra coltivata dall’uomo. Leggete Drago Ivanisevic. Leggete Kosztolanyi. Leggete Ewa Lipska. Tomas Salamun, etc. Penso che molti delle nostre giovani leve scrivano in un certo modo per via dei modelli, più in generale: delle (solite) letture. Quando i riferimenti sono troppo simili, i risultati sono spesso simili. Slataper (quanto l’avete letto?) voleva essere sempre più poeta, e sempre meno scrittore. E intendeva: andare più vicino alla verità, nudamente, senza orpelli (così diceva anche Saba, vs D’Annunzio: la poesia onesta). Ora, mica qui si dice: via, tutti in marcia verso la verità! Ma almeno in marcia sì, e nudamente, che torni l’uomo al centro, non perché ci sia bisogno di homocentrismo, ma perche senza l’uomo, e senza la chiarezza (che non è banalità, no?), e senza a volte la paratassi (sì perché io non mi esprimo solo attraverso subordinate di subordinate e inversioni sintattiche: dunque, perché la mia poesia dovrebbe farlo cotidie?), va a finire che la poesia è più simile a un rebus, un enigma glaciale.

    Domanda ingenua in finale: ma voi, quando leggete una poesia, siete felici o no quando sentite un brivido? Io sì, anche se è un brivido che mi gela la schiena. Il fatto è che per gelarmi la schiena, solitamente, un verso deve essere – Mercurio docet – freddissimo…

    anonimo

    12 marzo 2006 at 22:19

  5. il post n. 4 è mio,

    Luigi Nacci

    anonimo

    12 marzo 2006 at 22:20

  6. Un giorno mi inventai il mondo
    e iniziava un’analisi
    davo significati diffusi
    a ciò che appariva attorno.
    E venne alla luce il mondo
    figlio di una paralisi
    senza niente da dire
    ma rotondo.

    molesini

    13 marzo 2006 at 01:20

  7. Degli autori che cita in positivo Luigi Nacci conosco solo Saba e, poco, Slataper ma quanto dice nel suo chiaro intervento lo condivido, lo sento pienamente. D’alta parte la sua tesi (o meglio il suo ragionare) non ha bisogno di troppi faldoni di prove. Dalla ‘centralissima’ Trieste dice con chiarezza e giusta misura quello che dovrebbe essere la poesia, per l’autore e per il lettore: l’approssimarsi onesto e nudo – lento e mai definitivo – a una verità umana. Quella resa visibile dal proprio stare al mondo (nè di più nè di meno) con dignitoso uso dello strumentario poetico. E posso assicurarvi che con l’avanzare dell’età è per me sempre più vera, sperimentata, la felicità che può dare un verso glaciale.
    Antonio Fiori

    diamine

    13 marzo 2006 at 07:29

  8. meglio rotondo e silenzioso
    che ultrapiatto e iperrumoroso
    (anonimo)

    anonimo

    13 marzo 2006 at 07:31

  9. le “cose buone” semplicemente nascono dalla spontaneità della vita e dalla sua osservazione, da quello che, nel bene e nel “meno bene” ci viene proposto e non imposto. Imporre, oggi, la poesia o le diverse anime della poesia, come tanti “partitelli” a caccia di voti, è come un dialogo tra muti che ascoltano e leggono solo se stessi, l’altra poesia, quella dei “ridateci i Rolling” è un movimento che non ha sigle, griffe particolari, ma c’è, ora è nelle cantine, come quei bei gruppi musicali che alle note di “Balla Linda” facevano rimbombare le pareti tappezzate dai manifesti di Marilyn e Jimi.

    anonimo

    13 marzo 2006 at 10:01

  10. #9 Marco

    anonimo

    13 marzo 2006 at 10:05

  11. sì, i manifesti hanno sempre qualcosa d’incompleto, ma sono appunto manifesti, esposti alla vista, si aprono al contatto e forse al giudizio. meglio essere giudicati che accettare la paura che viene proposta su un piatto d’argento. se mi libero della paura del giudizio, comincio a scrivere versi. o non li scrivo più. non lo dico io, si legge nelle lettere a un giovane poeta. ma oggi le lettere arrivano già filtrate e censurate e il giovane poeta non ha più niente da imparare. forse per questo pensa di sapere tutto. mi rendo conto che calvino era troppo ottimista: “non c’è più nessuno che ascolti nessuno, solo la notte ascolta se stessa”. oggi neanche più alla notte è dato di ascoltarsi.

    fabry2005

    13 marzo 2006 at 11:40

  12. mi chiedo cosa ci sia “dietro” ai manifesti, se questi non siano in sé un atto estremo e forse addirittura non-funzionale, mi viene sempre in mente quanto sembri una “cretinata” (permettetemi) il manifesto dadà e quanto invece sia stato fondamentale per il ‘900. e così mi viene da chiedere: ma quando si scrive ci appare tutto davanti come monito, o il monito già presente al nostro interno ci permette di scrivere con discreta tranquillità e coscienza ?

    matteofantuzzi

    13 marzo 2006 at 21:05

  13. Martino, lo stile non è artificio: in questo tuo bellissimo slancio hai usato il tuo stile, la tua cifra. Qual è? L’autenticità. Questo è lo stile, non l’esercizietto da tavolino. Il modo di respirare il verso o la prosa: donarsi alla scrittura, come la Vergine all’Annunciazione. Scrittura, non ti vigilo; fai tu, di me, quello che vuoi!
    Lo stile è l’essenza stessa della parte più verace dello scrittore.
    Ti abbraccio,
    Gianfri

    nestore22

    13 marzo 2006 at 21:51

  14. In effetti due anni fa eri ancora dentro fino al collo, perché anche nell’iconoclastia eri iconografico. Poi hai attraversato un bel muro di silenzio e ora non ho avuto ancora il bene di guardarti negli occhi per vedere se quello che qua e là ascolto è vero fino in fondo (il che non significa che sei falso: solo può significare che sei ancora dentro, almeno un po’). Quanto a Gianfri, penso sia dentro anche lui: la perorazione dello stile – giusta e sacrosanta – tuttavia è in sé già una difesa; intanto lascerei da parte la Vergine e l’Annunciazione, perché mi pare un po’ più seria, quella faccenda là, delle nostre scritturine. Il foglio, Gianfri, non può fare di me quel che vuole, perché non è Dio…

    FilippoDavoli

    13 marzo 2006 at 23:37

  15. Grazie Gianfri. In effetti è così. Credo che un alternativa all’elaborazione a tavolino del proprio linguaggio sia la nostra educazione al linguaggio. Un po’ come accade ai jazzisti, il massimo dell’educazione porta non alla costrizione ma alla libertà.

    Quando facevo l’allenatore di basket ero un sostenitore di un lavoro quasi ossessivo sui fondamentali (passaggio, palleggio, cambi di mano, tiro, uno contro uno in attacco e in difesa…) e passavo pochissimo tempo a lavorare sui cosiddetti “schemi”. Cercavo casomai di sviluppare un’intelligenza tattica nei miei giocatori, perché fossero ogni volta in grado di fare la scelta giusta nel momento giusto e nel minor tempo possibile. Perché non esiste una scelta giusta a tavolino. E’ chiaro che così si mascherano molto meno i difetti della propria squadra, ma se c’è del talento in qualcuno dei tuoi giocatori, quello è il modo migliore di farlo venir fuori. Si perde qualche partita in più forse, soprattutto all’inizio, ma crescono gli individui, cresce lo spirito di squadra, cresce la riconoscenza di ogni giocatore nei confronti del proprio allenatore che non lo considera solo una pedina nel proprio schema ma cerca di spingerlo a tirare fuori il massimo da sé e soprattutto si ampliano le potenzialità tecniche e spettacolari della squadra. L’obbiettivo finale di un lavoro del genere è giocare un buon “passing game”, ovvero un gioco di squadra basato sulle infinite possibilità di combinazione di poche situazioni base (perlopiù giochi a 1, a 2, a 3 e ribaltamenti). Le decisioni vengono prese ogni volta in base alla reazione e ai movimenti della difesa. Un po’ come giocare a scacchi alla velocità della luce. Il “passing game” sta al basket come Bach sta alla musica, però è improvvisato.

    Ora, per prolungare ulteriormente la metafora, a me sembra che lo stesso valga anche per la vita e quindi anche per la poesia. Non c’è legge o schema che valgano quanto una buona educazione della squadra a fare le scelte giuste nel momento giusto, non a tavolino ma all’istante, per una capacità di preveggenza e di strategia che è faticosamente conquistata e faticosamente allenata in continuazione. Ma che non viene messa in discussione al momento di agire, che allora vuol dire che non ti sei allenato abbastanza! Il tuo lavoro è ormai diventato il tuo istinto. Tanto che ormai non sai più se la scelta sia dovuta un impulso cerebrale o a un riflesso incondizionato, come quando cade il bicchiere dal tavolo e tu, senza pensare, al volo, con mossa fulminea lo afferri risparmiandogli la sorte di ridursi in frantumi.

    Le cose migliori nella letteratura non sono – credo – le scelte dei poeti o dei narratori, ma quel carattere che sta molto molto prima delle loro scelte. Che è una determinazione e che è frutto del lavoro, ma di così tanto lavoro, non sul linguaggio o sul mondo, ma su “tutto”. E’ la tua forma. Il tuo sangue. E’ lì che ispirazione e lavoro si incontrano e si fondano, non nel privilegio di una sull’altro ma nella loro fusione. Oltre ogni ingenuità e oltre ogni malizia.

    Marziller

    13 marzo 2006 at 23:53

  16. Avevo scritto prima dell’intervento di Filippo. Che giustamente segna dei confini di buon senso alla metafora. Comunque non mi riferivo all’aspetto “sacrale” o mistico delle immagini di Gianfi, quanto al significato dell’autenticità.

    Caro Filippo, se sono dentro o fuori da qualcosa, chi può dirlo? Come in quei versi di Bigongiari “E’ facile dire quel che non si è / ma quello che si è, è solo degli altri / che non possono dirlo” (cito a memoria e potrei sbagliare). Io cerco sempre d’esser il più possibile fuori anche da me, di entrare e uscire per non dare mai troppo per appurato niente, ma siamo di legno storto e questo non c’è bisogno nemmeno di ricordarlo.

    Buonanotte. Martino

    Marziller

    14 marzo 2006 at 00:04

  17. Il foglio non può certamente fare di te quello che vuole, caro Filippo, ma quello che ci verghi sopra un pochino di più può fare. Beh, accostare la Vergine alla scrittura è un po’ forte, ma non del tutto peregrino: poi, se non è misericordiosa Lei, chi può esserlo? A parte le battute: siamo o non siamo attraversati dal verso? Oppure è tutto un viavai di logiche lenticolari?
    Gianfri

    nestore22

    14 marzo 2006 at 10:06

  18. Certo, lo stile è tutto e nessuno ha mai operato una contrapposizione tra poesia con uno stile e poesia senza: credo che anche una fedele trascrizione cronachistica possieda il suo stile…
    Quello che conta penso sia la consapevolezza stilistica di un autore, alta o bassa: e anche in certi testi che apparentemente tentano una mimesi della realtà o del parlato di tutti i giorni, c’è dietro una elaborazione formale spesso lunga e complessa, si pensi al Pagliarani della ragazza Carla…
    Ci sono testi, però, che sono solo gioco stilistico con l’apporto della filosofia del linguaggio, ,certo Wittgenstein, e della linguistica: certe tendenze si sono sviluppate soprattutto dopo la “moda” dello strutturalismo e poi del decostruzionismo. E allora, mi chiedo, fino a che punto servano certe discipline per scrivere un testo che duri nel tempo e che abbia una sua forza e una sua empaticità con l’eventuale lettore che lo ricrea a ogni lettura? Quanti testi dello sperimentalismo o di ricerca, che appunto ne fanno ampio uso, possono reggere al confronto di certi cicli poetici come quello greco o romano o cinese antico, o tutta la poesia che è stata scritta prima dell’avvento di certe metodologie scientifiche del linguaggio? Personalmente, considero le parole ancora corpi, carne e spirito: non come puri segni grafici da sistemare secondo un’arte combinatoria più o meno efficace… Infatti, credo che per un poeta sia più utile conoscere la poetica, la retorica, la metrica (insomma, quello che si insegnava una volta) piuttosto che altro. Abbiamo bisogno di Dante o di Leopardi, perfino dei popolarissimi – e per questo snobbati – Prevert e Neruda: non sono sicuro se abbiamo veramente bisogno di U. Eco…
    x Nacci: sì, più o meno è come dici tu…Però ci sono anche esperienze singole particolari (che forse sono le migliori) non riconducibili a quelle da te simpaticamente menzionate…
    Io, più che altro, vedo blocchi di potere (un potere ovviamente molto piccolo trattandosi di poesia, oggi cenerentola delle arti …); blocchi di potere che si muovono misteriosamente in gruppo con chiusure corporative… E che si recensiscono e promuovono l’uno con l’altro, insomma fanno un discorso autoreferenziale e da circolino chiuso…
    Uno di questi blocchi è appunto quello dei romani “amici” di Giovenale che spesso fanno fusion con gli Aldo Nove i Lello Voce, e i baldi del gruppo ’93…
    Se vai nel sito di Laura Pugno (l’unica poetessa che apprezzo di quel gruppo, per ora…) vedrai come questi si spostino, sempre gli stessi, come edere assassine, sempre in gruppo, da un convegno all’altro, da una lettura all’altra…(fino ad arrivare quasi in blocco tranne pochi, in Parola Plurale, sponsor Cortellessa, Alfano e Zublena) che è un po’ la loro testa d’ariete… è quella che io chiamavo, tempo fa, la movida…E per la prima volta assistiamo a una covata di poeti che sembrano “spinti” dai dipartimenti di italianistica romani, notoriamente filo-rossi, (e basta pensare a un decano come Asor Rosa…), autori che ovviamente vanno a leggere in certi posti perché qualcuno li invita, magari senza nemmeno conoscere i lori testi…Insomma, mi pare che ci sia un movimento circolare e chiuso che poggia su una ragnatela piuttosto diramata; sono specchi che si specchiano l’uno con l’altro… … Poi ci sono altri blocchi “milanesi”, ma per ora limitiamoci a questo…Non è che ci sia nulla di male nel darsi da fare e non parlo certo di “mafietta”, solo che si ha un po’ la sensazione che i giochi siano già stati fatti, con certe complicità di quei pochi critici che si occupano puntualmente di poesia e con la latitanza di molti altri e il disinteresse dell’editoria che ha i suoi problemi nei soliti cali delle vendite (maledetto mercato!) …E pare che sia inutile scrivere se troppe porte restino poi puntualmente e scientificamente e programmaticamente chiuse…(come restavano chiuse per un grande come Piero Bigongiari, dopo l’”anatema” sbagliatissimo del comunista Mengaldo…)
    Bisogna un po’ combattere e, se si fosse in gruppo, sarebbe meglio…
    Diverso invece il caso degli Ammutinati: mi pare che voi giriate a leggere con uno spirito avventuroso, quasi da “action painting”…Sinicco è un poeta che ha una notevole energia…
    Le tue cose non le conosco molto, ho letto un testo interessante, d’amore marino che collegherei a certa avanguardia primonovecentesca (qualcosa del futurismo non marinettiano?)…Un testo sicuramente originale e nuovo…

    un saluto

    andrea margiotta

    anonimo

    14 marzo 2006 at 13:15

  19. riassumendo: il mondo della poesia è sostanzialmente marcio.(a parte le debite eccezioni) Marco

    anonimo

    14 marzo 2006 at 15:41

  20. Io trovo l’ambiente letterario sostanzialmente divertente. Capisco che se ne possa fare anche motivo di blando potere o di vanità, ma a starci un minimo dentro si familiarizza con le persone e si pigliano le misure. Martino preferisco ricordarmelo allergico a Don Gonzalo e forse, se molto si è acquietato, è perché il prezzo di ognuno è stato fissato e, in molti casi, pagato. Sotto a chi tocca. (GiusCo)

    anonimo

    14 marzo 2006 at 16:28

  21. Stavo preparando un commento, stimolato dal lungo intervento di Andrea Margiotta e mi vedo comparire questa stilettata di Giuseppe. Per quanto ne percepisca il senso, ho dei problemi a trarne una interpretazione, come si dice, “alla lettera”. Se mi si vuole illuminare… Sono qui e non mi sottraggo certo al confronto sui miei comportamenti e sulle mio opinioni. Mi disturba invece l’obliquità nebbiosa delle allusioni.

    Martino

    Marziller

    14 marzo 2006 at 16:40

  22. Martino, se vedi allusioni facciamoci un flame in privato. Mi domandavo cosa sia accaduto tra 2000, 2003-4 e 2006 per aver cambiato tanto i discorsi e i toni di molti miei coetanei, compresi i tuoi. La mia risposta è che ci si sia tutti bene o male accasati e che dunque si parli non più di propria innocente voce. (GiusCo)

    anonimo

    14 marzo 2006 at 17:41

  23. Martino, se vedi allusioni facciamoci un flame in privato. Mi domandavo cosa sia accaduto tra 2000, 2003-4 e 2006 per aver cambiato tanto i discorsi e i toni di molti miei coetanei, compresi i tuoi (che, in particolare, trovo ora molto più ecumenici dei già abbastanza sofferti e quieti del passato). La mia risposta è che ci si sia tutti bene o male accasati e che dunque si parli non più di propria innocente voce. Sbaglio? (GiusCo)

    anonimo

    14 marzo 2006 at 17:43

  24. In generale, non lo so se sbagli. Vedo anch’io molti naturali tentativi di schierarsi bene in griglia di partenza o nel gruppone prima della volata. Ma lo trovo un modo abbastanza naturale di stare nel gruppo. Chi in un modo , chi in un altro. Non voglio giudicare più di tanto questi comportamenti, che spesso sono anche il desiderio di trovare interlocutori e non sentirsi soli. In un arte che avesse pubblico, forse succederebbe di meno. Io – parlo per me – mi sono sempre sforzato di essere quieto e piano nei confronti delle differenze di vedute. Anche quand’ero più esuberante. Adesso non mi sento più ecumenico di prima. Per quanto mi riguarda ho capito che urlare e batteri pugni sul tavolo serve a poco e ho ridimensionato molto non la convinzione nelle mie idee e l’esclusività dei miei gusti ma la supposizione che siano migliori degli altri. Inoltre ho capito che per alcuni manigoldi che fanno commercio delle loro capacità o delle loro furbizie per raggiungere una posizione, ci sono molti che invece credono sinceramente e profondamente in cose che io nemmeno mi sognerei di prendere in considerazione (l’esempio degli ultimi dibattiti con Giovenale, mi sembra lampante).

    Credo inoltre, come ho sempre creduto, che il lavoro da fare sia un lavoro di tessitura e non di guerra. Questo non puoi non riconoscere che l’abbia sempre professato e che, sin dalle origini di Nabanassar, è sempre stato un punto fermo per cui mi distinguevo dalle posizioni più “antagoniste” tue e di Angelo Rendo. Basta andare a prendere i testi (pubblicati) dei dialoghi dell’epoca.

    Poi… se vai a vedere i miei ultimi interventi, li trovi così ecumenici nei contenuti? O solo un po’ più educati del solito nella forma? Credo di dire pane al pane e vino al vino, senza però mescolare supposizioni di superiorità (morale o altro) con le mie opinioni. Così è stato in particolare sia nel dibattito sulla poesia di Ponso, su Liberinversi, sia sul lavoro di Giovenale, su Absolute e in altri casi.

    Sono cambiati i toni, sì. Ma per me, più che altro, è una questione di discrezione nei confronti della mia coscienza che mi giudica. Insomma, distaccarmi da me e vedermi agitare in difesa di una opinione o di un’altra mi fa sentire sempre di più un po’ coglione, sapendo ormai chiaramente, avendolo nel sangue, che la verità “è la coincidenza di qualcosa con qualcosa di simile e diverso”. E da qui deriva un lavoro di sottrazione di enfasi (questa è la vera differenza di adesso rispetto all’itnervento pubblicato qui sopra). Ma semplicemente perché trovo che l’enfasi sia spesso un’arma di sopraffazione. Certo, mi piace riscaldarmi, sentir pulsare il cervello, le idee, le parole e i concetti che sgorgano… ma da qui a prenderli tutti sul serio fino a farsi gonfiare le vene nel collo, alla Storace, ecco, adesso ce ne vuole.

    Sarà che d’enfasi e di vernice se ne vede sempre di più a giro, non solo nella poesia? E – invece – di quieti confronti sulle opinioni sempre meno? Forse sì. Forse no. Non lo so. Forse sto solo invecchiando prima del tempo. Ma nessuno può fissare il prezzo della mia coscienza e, tantomeno, pagarlo. A meno che non mi abbiano ipnotizzato e non lo sappia.

    Non ho nessuna intenzione di scatenare flame, né pubblici né privati. Prova semplicemente a rileggere i tuoi commenti qui sopra, e vedrai che c’è differenza tra il primo (un’insinuazione) e il secondo (un’opinione). All’opinione e alla richiesta di replica, come vedi, rispondo educatamente.

    Cordiali saluti.

    Martino

    P.S: Scusate gli eventuali refusi. Non posso rileggere. Mi brucia il ragù!!!

    Marziller

    14 marzo 2006 at 18:27

  25. a me la cosa dell’accasamento pare una gran fesseria. non solo: mi pare una di quelle cose che rischiano di affossare il dialogo che si cerca di creare. mi sa così tanto di 1a repubblica… gnoliamo solo per una poltroncina (o una sediola) ? allora andiamo tutti a casa. oppure costruiamoci il ns. piccolo feudo e viviamo felici. mi pare sia un modo superabile di pensare. sinceramente.

    *

    poi: ho tolto un commento di marco (di cui ho tenuto solo il secondo commento “riassuntivo”) perchè inutile e con aggettivi che non mi piacciono. che tra parentesi non portano neppure nulla al dialogo.

    vi siete alzati male stamattina ? 😉 trovo alquanto inutile usiate questo posto per determinate argomentazioni. e trovo inutili queste argomentazioni. ribadisco: se lanciate uno (due… tre…) sassi, per giunta senza motivo, per giunta gratuiti, poi non lamentatevi dell’intifada. un’intifada che fa male innanzitutto alla poesia. ergo ‘sto grande amore per la poesia in questi discorsi non traspare. questo mondo fa schifo ? le soluzioni sono due:
    a) cambiatelo
    b) non interessatevene
    in entrambi i casi non usate questo luogo per fini terzi rispetto a quello di discutere civilmente. anche perchè non siete bambini delle elementari, e quindi non ha senso frignare. grazie.

    *

    e per tornare al discorso: credo assolutamente anche io che vi siano 1 impulso e 1 necessità che facciano molto dell’opera. ripetere stancamente a tavolino lo stesso schema è dannoso ed è tra parentesi anche qualcosa che viene rimproverato a certe generazioni (giustamente o meno sarà il tempo a dirlo), ma esiste un’esigenza che va appagata scrivendo. conscia o inconscia che sia.

    matteofantuzzi

    14 marzo 2006 at 23:26

  26. non è vero quello che scrivi ,Matteo, lanciare i sassolini serve proprio per alimentare ,al contrario, un dibattito costruttivo sulla poesia o vuoi che tutti dicano di si come delle brave pecorelle? Sarebbe proprio triste! Nessuno si alza male la mattina, ma per migliorare le brutture di questo mondo un pò di sana dialettica anche contraddittoria non guasta alla poesia, dov’è altrimenti la costruzione e l’evoluzione? Marco Saya

    anonimo

    15 marzo 2006 at 08:31

  27. Direi che tutto si può riassumere in 2 battute: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra!” e mi viene in mente il verso di quella canzone di De Andrè:”Anche se voi vi credete assolti/siete lo stesso coinvolti.” 🙂
    Liuk

    anonimo

    15 marzo 2006 at 08:33

  28. “Ci sono molti che credono sinceramente e profondamente in cose che io nemmeno mi sognerei di prendere in considerazione..”

    I due avverbi sono il miglior biglietto da visita del bravo poeta dei “Capitoli della Commedia”. E dicono davvero molto, a mio modo di vedere: rifletterci non costa nemmeno tanto, e può essere una strada praticabile per superare artificiose contrapposizioni che non hanno ragione d’essere, se si riconosce all’altro la stessa onestà intellettuale e la stessa “febbre” di ricerca e di verità che riconosciamo a noi stessi.

    p.s.

    Ho letto il tuo saggio sulla poesia di Alessandro Ceni: uno scritto notevole. Complimenti.

    Antonio Desantis

    anonimo

    15 marzo 2006 at 08:52

  29. “Ma, accidenti, chi di noi ha ormai veramente una voce sola? Chi è uno stile, di noi?”

    ah, rimbaud, mon amour. Penso all’ottone che si sveglia tromba. Di qui mi nasce un’altra considerazione, di carattere più generale, di riflesso allo scrivere “fuori dai canoni accettati”. (stilistici o epocali) Questa cosa qui mi ha fatto sempre pensare, intendo la storia della referenzialità, quell’altra cazzata della poesia ombelicale, insomma, eliot scriveva di un’epilettica nell’altra stanza e non credo che molti di noi convivano con un’epilettica nell’altra stanza, voglio dire, eliot era un poeta autoreferenziale per questo? Quando la poesia, o l’arte in genere, sono tali, non divengono, o forse sono da sempre, ataviche? Qualcosa che già c’è, che è nell’aria, nell’hevel, che il poeta o l’artista in genere recepiscono come tante radio scassate e riproducono con frequenze soggettive. Discussioni su modernità, gruppi 63, 93, 2003, secondo me lasciano sempre il tempo che trovano.
    Che tra l’altro, ricollegandomi ad una domanda posta dall’ultimo post, io non ho ancora capito la differenza fra poesia fredda o calda. Che se ci sono, mi dico io, ci sarà anche una poesia tiepida, da servire dopo una passata al microonde, chissà.

    A
    A

    anonimo

    15 marzo 2006 at 09:09

  30. il decandetismo e Mallarmè, considerata da molti una poetica fredda e vuota…A me invece questo suo tendere all’assoluto me lo fa sentire tutto tranne che freddo…Marco

    anonimo

    15 marzo 2006 at 09:31

  31. Ho letto gli ultimi due articoli, quello di Sannelli e quello di Baldi. Mi piacerebbe una discussione esplicitamente tecnica, ma mi soffermo su alcune note “sociologiche_antropologiche” (nella speranza che mi passiate l’utilizzo dei termini”. Innanzitutto non credo che esoeditoria/editoria e tutto quello che ci gira attorno, abbia connotati alti o bassi. Il livellamento a cui sono stati sottoposti gli apparati dell’ “ambientino” è tale che si è tutti sullo stesso piano (riprova ne è il fatto che i libri di poesia editi dalle grandi case ed. spesso e volentieri vanno al macero), e nella comunicazione invece internet sta passando, e qualsiasi tematica è finalmente 1. comunicata; 2. criticabile/falsificabile. Quindi non è più accettabile da parte dell’ambientino e dei suoi addetti sottovalutare le opzioni che il mondo comunicativo d’oggi sottende, se si vuole perché direttamente osservabile. Si è parlato poi di ricerca, calda, fredda, e ognuno stende la propria linea e gli autori. Su absolute difendevo – come ho fatto qui quando si parlava di oralità e scrittura – l’eterogeneità, ma perché mi rendo conto di poter apprezzare Fusco e Baldi, Ricciardi e Scharpf, Lorefice e Nacci, Bulfaro e Genti, etc etc…
    Ovvero nel mondo d’oggi mettere giù una linea “dominante” significa fare arte di propaganda – le persone non lo capirebbero, alle persone piuttosto interessa capire. Quello che vedo, piuttosto, a livello di una mancanza generazionale, è il fatto che non ci si vuole dotare di strumenti “critici” tanti e diversi e, così facendo, osservare il contemporaneo, mondo. Critico l’impostazione di chi si fonda esclusivamente sul linguaggio e lo fa non sottolineando l’importanza della sua scrittura – la verità è che per apprenderlo, quando siamo bambini, muoviamo i nostri passi nel suo flusso vocale, prima di una sistemazione o un’elaborazione su un supporto, che sia cartaceo o multimediale poco importa. Non dare importanza a questo fatto significa svilire anche la ricerca di cui si è testimoni, o attori, e non andando a fondo sui limiti della stessa per poterli anche, in un altro momento, superare, violare. La paura domina la poesia, mi sento di dire, e le persone di questa italia poetica hanno paura di dire in una discussione pubblica “ho sbagliato” o “non mi sono mosso con efficacia” o “il termine utilizzato è sbagliato, o poco comprensibile” quando poi la casualità stessa genera errori nella comunicazione, ma anche gli errori rendono, complessivamente, falsificabile e credibile un contesto di comunicazione. Una persone che dice “tutto quello che ho fatto è perfetto” oppure “questa è linea” all’inizio può risultarvi credibile, peché il messaggio è forte, poi però se continua su quest’onda non fa che alimentare il riflusso e scarti della sua prospettiva, se volete perché troppo rigida nella sua definizione.
    Il ragionamento della maggior parte dei poeti, sia giovani che non, si fonda a partire da rigidità simili, come oggi come oggi non sono accettabili. Si è parlato di combricole, ad esempio, ma chi non è inserito in un gruppo, pure di discussione come questo, non procede perché non viene messo in crisi, non può provarsi, non sente il vento e non percepisce con magggiore intensità i contorni del corpo, e ciò accade anche perché tra lo stato percepito dal corpo in assenza di vento e lo stato percepito con il vento si è prodotta una differenza, si è instaurata una relazione, da cui estrarre un fatto.
    L’importanza del confrontare diverse prospettive, optare tra diversi strumenti, integrare diversi mezzi.
    Quindi potete immaginare la mia critica a tutte le sciocchezze tra chi indica la poesia calda, la poesia fredda, il semifreddo, etc etc. perché poi le selezioni si fanno così, a partire dai propri gusti, ma cos’è il gusto, un criterio? Uno che mangia solo carne si perde la bontà degli spinaci “quelli freschi” appena lessati, con un filo d’olio e un pizzico di sale.
    Che vedo allora? Se andate ad osservarvi antropologicamente, se provate questa autoanalisi, guardate che il rischio è di rendere rigide le proprie rappresentazioni, quando la conoscenza è mobilità, essa affonda nel flusso come quando possedevate solo il pensiero verbale, da bambini, perché non l’avevate introiettato.
    Christian

    anonimo

    15 marzo 2006 at 09:35

  32. beh…esiste però una codifica al di là del proprio gusto. Esiste,ad esempio, il Jazz freddo , esiste il Jazz caldo, non sono fantasie ma fanno parte di un percorso di sintesi della storia della musica e questo “concetto” vale per tutte le arti, minori e non. Marco

    anonimo

    15 marzo 2006 at 09:45

  33. Grazie ANTONIO. Sapevo che Giampiero Marano desiderava ripubblicare il saggio su Ceni ma non mi ero accorto che l’avesse già fatto. E’ un saggio, se non ricordo male, del 1997. Apparve la prima volta su Atelier. In tutta sincerità, piace molto ancora anche a me (anche se più mi allontano e più ne vedo i limiti) ma non sarei capace di replicare un lavoro del genere. Non sono più così bravo e così diligente nello studio. Forse anche perché non c’è più a disposizione tutto il tempo di quegli anni, tutte quelle notti… Ma non solo. E’ anche la porosità che è diminuita parecchio.

    * * *

    Vorrei anche dire qualcosa in seguito all’intervento di ANDREA MARGIOTTA.

    Non sono mai stato un “collateralista” di Andrea, soprattutto perché spesso mi ha irritato con alcuni eccessi di incensazione di se stesso e di suoi amici e con certe puntate di polemica fin troppo aspra e personalizzata (spesso spalleggiata da manipoli di intervenienti al suo fianco, soprattutto sul blog di Atelier); polemica fastidiosa soprattutto perché non giocata su una preliminare condivisione dei toni e delle provocazioni. Preferendo la ragionevolezza, devo però dire che nei suoi ultimi interventi leggo una crescente lucidità impossibile da non apprezzare. Formulerei le sue affermazioni in forma più dubitativa (sono abituato a prendere con le pinze anche quello che a me sembra obbiettivo) e con minor appello a dietrologie stregiche, ma le sensazioni che lui descrive sono percepibili, palpabilissime là fuori. In particolare che esista a priori una Serie A e una Serie B, come se qualcuno compilasse i gironi altrove (questa cosa ricorda un po’ la nuova legge elettorale), come se scrivere, sbattersi, tracciare traiettorie, legami, collegamenti, far girare i testi, ecc. serva davvero a poco. Condivido anche la preoccupazione per la sclerotizzazione dei criteri di selezione (e per quello “accademico” in particolare) e anche diverse delle sue affermazioni di poetica, ma qui siamo nel soggettivo e trovo inutile ripetermi su quanto già scritto nel thread iniziale.

    La soluzione può essere combattere, sì, è vero, ma in che senso? E così mi ricollego a quanto scritto proprio qui sopra. Non certo, secondo me, contro qualcuno; bensì per qualcosa. Anche perché non si tratta di fare una lotta per un potere o un privilegio, ma di affermare casomai dei valori (quello che ognuno percepisce come “giustizia”). Perché i valori emergano davvero da una lettura complessa e organica del sistema e non da localissimi pregiudizi e interessi l’unico modo che vedo praticabile è far circolare testi, facce, persone, voci, opinioni, critiche. Essere franchi e corretti. Comunicare. Allo stesso modo in cui sarebbe necessario un grande atto di igiene nella comunicazione nella società, anche per la letteratura si tratta di ristabilire cosa è davvero condiviso e cosa è indotto da logiche di assimilazione e persuasione, di controllo dei mezzi, o anche solo di inerzia. Questo si chiama fare comunità e implica un’apertura di ognuno agli altri, implica farsi pezzettino di merda nel letamaio, esporsi al giudizio di tutti: dei simili e dei diversi. Chi è pronto? Chi ha paura di farlo?

    Il lavoro che stanno facendo gli Ammutinati è davvero eccellente. Non solo il loro lavoro poetico individuale (che non è qui in oggetto), ma proprio il lavoro di tessitura di rete. Io ho provato a impostarlo anche a Pistoia (città – ve lo assicuro, non per spirito di bandiera – ricchissima di menti poetiche, anche se meno lungimiranti di quelle triestine che – si sarà capito – stimo molto). Ci ho provato ma non ci sono riuscito. Vedo che diverse persone, nelle città o attraverso siti e blog di poesia, stanno facendo altrettanto. Perché tutto questo serva a qualcosa, c’è bisogno che lo sforzo sia quello di arrivare a una modalità non necessariamente organizzata ma condivisa di confronto. Non giocarsi le proprie capacità persuasive contro qualcun’altro ma credere e insistere sulla dialettica ad armi pari, quella tra le idee, perché l’autorevolezza – quella vera – non si compra al mercato e non si vince in guerra. Poi, è chiaro che ognuno tira l’acqua al mulino della propria poetica (ci mancherebbe!), ma il partire da un presupposto di onestà intellettuale anche negli altri è il minimo indispensabile.

    Buona giornata a tutti.

    Martino

    Marziller

    15 marzo 2006 at 10:13

  34. Non esiste solo il jazz Marco! Basta con le markette sugli ammutinati, essi non esistono come ente o moloch, esistono solo le persone,
    ciao! Christian

    anonimo

    15 marzo 2006 at 10:38

  35. Ovviamente condivido i rilievi Martino!
    ciao, ch.

    anonimo

    15 marzo 2006 at 10:47

  36. Scusa Christian, quali markette?! Non conosco gli ammutinati…nel dettaglio del vostro lavoro, la mia era solo una considerazione di carattere generale. Marco

    anonimo

    15 marzo 2006 at 10:51

  37. mi riferivo al post di Martino, Marco…….a prop di errori di comunicazione….ciao!!! Christian

    anonimo

    15 marzo 2006 at 12:16

  38. Chris, dico Ammutinati semplificando per intendersi, senza stare a fare la lista dei nomi. Nessuno vi tratta da Moloch. Casomai si addita lo spirito del gruppo. E poi, sempre meglio di… “la nuova scuola triestina” :-))))))

    Quello del jazz, hot e cool, chiaramente non è il solo esempio possibile, ma regge. Il caldo e il freddo non sono astrazioni. Certo, non sono nemmeno categorie su cui schiacciare un’analisi, e soprattutto non significa che vi sia aprioristicamente un polo positivo e un polo negativo, ma qualcosa vogliono dire.

    Martino

    Marziller

    15 marzo 2006 at 13:49

  39. Caspita, hai ragione:-) La scuola triestina tra l’altro, intra nos, la inventata Neri, ovvero tra un bicchiere e l’altro c’è una scuola di tresette, almeno questa è stata la nostra interpretazione! Sulle definizioni freddo caldo, essendo un amante di philip glass, direi “tutto”. Ovvero un poeta deve saper lavorare in molti modi

    anonimo

    15 marzo 2006 at 20:05

  40. Caro De Santis,

    dici “per superare artificiose contrapposizioni che non hanno ragione d’essere, se si riconosce all’altro la stessa onestà intellettuale e la stessa “febbre” di ricerca e di verità”…
    Il problema è che sono i Cortellessa e friends a non riconoscere ai Conte, ai Rondoni and company la stessa onestà intellettuale e la stessa “febbre” di ricerca e di verità…Cioè critici che invece di com-prendere e valutare l’esistente, scartano e silenziano a priori in nome di una loro pregiudiziale poetica e ideologia prediletta…E ciò, se è giustificabile in un poeta, non lo è in un critico intellettualmente onesto e bravo e che non bari…La critica di Cortellessa a Conte, in Parola Plurale, dimostra un’ ignoranza totale sulla cultura mitica o della Tradizione o spiritualistica e un leninistico disprezzo per il nemico da fare a pezzettini: non si sa perché poi Guanda affidi proprio a lui la compilazione dell’ennesima antologia younghissima; Rondoni poi, che è il più noto poeta della sua generazione, il Cortel. neppure lo nomina in PP…Fortini, uno dei maestri conclamati di Cortellessa, era ben più onesto intellettualmente e serio e finissimo anche quando analizzava criticamente le poesie del “nemico” Luzi…Qui non si tratta di difendere gli “amici”…Qui si tratta di difendere una opzione culturale sopraffatta da un’altra, intollerante e faziosa…Si chiama libertà…
    Ma ditemi una cosa: voi siete ciechi o fingete di non vedere? C’è gente che, con un gioco di specchi e senza meriti particolari, si sta preparando un futuro nelle storie della letteratura…Se vedete l’ “immensa” bibliografia in rete di Giovenale, oltre che essere presi da un certo mal di testa e da un senso di straniamento, avrete la misura del ridicolo…Inaccettabile!…Occorre riportare le cose ad una loro giusta dimensione e ottica…è richiesto lo sforzo e l’impegno di tutti, ciascuno per quel che può…

    andrea margiotta

    anonimo

    15 marzo 2006 at 21:10

  41. Ansuini, ho riso cinque minuti con quella tua “cabarettata” su Shelley…Comincio a pensare sul serio che tu sia un genio, come ti definisci…Ora, se Matteo arriva e dice il suo “bboni”, mi faccio due altre risate…
    Vorrei chiedere 3 cose a Martino:
    1) Perché hai intitolato così il tuo ultimo libro? se c’è un’intenzione di inclusività pluristilistica, stiamo lavorando parallelamente (anch’io nel mio prossimo…)
    2) Dove posso leggere il tuo testo Canzonetta?
    3) Pistoia: cosa pensi della poesia di Bigongiari e di Carifi (nota puramente informativa: Carifi ha recensito molto bene il mio libro definendolo “tra le più interessanti novità nel panorama attuale” in Poesia n144 anno 2000)…Scusate questa piccola “pavonata” ma ormai ci siete abituati, no? E poi, come dice il mio nemico-amico Merlin, non c’è peggior superbo di chi fa il finto umile…I finti umili sono spesso terribilmente moralisti…
    E allora VIVADDIO, facciamo circolare i testi, combattiamo ciascuno con i suoi mezzi e per quel che può, innanzitutto allargando il nostro abbraccio comunitario, che deve essere fatto soprattutto, penso, di attenzione agli incontri poetici che ci colpiscono maggiormente (e possono essere anche imprevisti e casuali…) e di curiosità vivissima; e facciamo circolare pure le cose che sono state dette su di noi, no? se non altro a titolo informativo… A me personalmente interesserebbe, cito uno a mo’ d’esempio, sapere le cose che hanno scritto su Martino Baldi perché è un poeta che mi piace: non mi interessa sapere alcunché , invece, di poeti che non mi dicono nulla…Nello stesso modo per cui non mi interessa il numero di telefono di una ragazza che non mi aggrada…

    andrea margiotta

    anonimo

    15 marzo 2006 at 21:15

  42. niente bboni ma: non è volontà di asserzione marco, semplicemente sparare su una casa editrice o una rivista (o un autore) mi puzza e mi puzzerà sempre di caccia alle streghe. mi sembra una delle prime pesantezze da togliere dal jerking off della poesia.

    secondo andrea sei magnifico: come ti è venuta una consecutio come quella cortellessa-conte-rondoni-erroneo il suo andare in guanda ? ma santa pazienza… a me di ideologia mi sembra davvero ci sia poco, quanto una traccia di valutazione (finalmente critica) che fa intraprendere determinati discorsi valutando altri come “meno importanti da fare emergere”. ricordo che cortellessa è quello che ha curato il lavoro su raboni, che a quanto ne so non era iscritto al pcus. anzi. Che poi le teorie di cortellessa non ti sfagiolino, ecco, questo è un altro discorso. Che si può affrontare.

    mi fermo quindi su un passaggio di christian. la prima soluzione allo spreco di alberi delle patrie lettere può essere proprio, giustamente, la rete. una rete ragionata che lavori come carta da filtro del cartaceo, questo sì. E questo aiuterebbe anche a diminuire laddove presente l’editoria canaglia. Mi auspico sempre più vengano applicati filtri all’iperproduzione e questo deve dipendere dalla solita maledetta volontà del poeta di fare il famoso “passo indietro” (e non la gara a chi ce l’ha più lungo – il commento critico -… quella sinceramente dopo una certa età…). In questo modo la rete sarà utile, e così i nuovi mezzi. Come giustamente sottolinea un “pionere del mezzo” come christian.

    Ps. permettetemi: non tutti quelli che hanno una foto col pontefice sono esattamentissimamente dei santi 😉

    matteofantuzzi

    15 marzo 2006 at 21:37

  43. Forse volevi dire progressione logica più che consecutio…
    Matteo, quello che Andreone Cortellessa ha scritto su Conte in PP (rileggi, please) non è una “traccia di valutazione (finalmente critica)” ma è solo una volontà di demolizione del “nemico” e di un’opzione culturale diversa: rileggiti Fortini che era ideologico sì, ma volava più alto e aveva più rispetto degli “avversari”…E ti assicuro che in Guanda non tutti erano d’accordo sul chiamare lui, ma lo hanno fatto per la generosità con cui si spende e perché in fondo poi, salva la competenza, un curatore vale l’altro perché quello che interessa è il “prodotto” antologia non l’idea che c’è dietro…Io non ho detto che non sia bravo: ho detto solo che è troppo fazioso, troppo per un critico e come lui altri… ed è una mia libera e legittima convinzione che esprimo e sulla quale si può essere d’accordo o meno… Forse non sai che in alcune case editrici ci si scandalizza ancora se si dice che Mandelstam è morto in un gulag: episodio accaduto per la cura di una antologia con prefazione di Piersanti, che è uno che ci va giù pesante…Forse si dovrebbe dire che è morto di raffreddore…
    Non sono di destra (e la mia storia personale ti riserverebbe sorprese…) come forse pensi e non ho foto col papa, purtroppo…

    un saluto

    andrea margiotta

    PS Nel libro di Raboni sono belli i saggi…Il curatore li ha soltanto raccolti e sistemati…

    anonimo

    15 marzo 2006 at 22:55

  44. ANDREA, provo a rispondere alle tue domande. Non potrai invece leggere un granché su di me perché c’è pochissimo: di elaborato solo un pezzo di Carifi su “Palomar”, parzialmente riadattato su “L’Ulisse” (l’e-magazine di Lietocolle) e un saggio di Chiara De Luca sui “Capitoli” su uno degli ultimi Faranews. Poi, qualche breve recensione, nota o segnalazione di Merlin, Montalto, Fabio Simonelli, Brullo e Piccini. Molto interessante è, dal mio punto di vista, quanto ha scritto Antonio De Santis su Liberinversi a proposito dei “Capitoli”.

    1) Il titolo “Capitoli della commedia” è polisemico ma i riferimenti sono, credo, abbastanza chiari; tanto che mi fa quasi imbarazzo esplicitarli, e quindi mi limito a indicarli come fossero : dante, inclusività, occasionalità, poematicità, componenti narrative, polifonia, discontinuità, commedia umana, grande teatro, dispersione, autoironia, alto e basso, sublime e greve, tradizione popolare, spiazzamento… Comunque, sì, l’inclusività è il cardine principale di tutta la mia poetica. Da sempre. Anche i testi più “pop” non sono una provocazione bukovsliana o un’operazione alla Aldo Nove (poeta che a me – comunque – piace), come ha scritto Carlucci su Absolute; l’inclusività e la polifonia non sono, per me, provocatorie ma esattamente una posizione epistemologica e quindi morale. Qualcosa di più esaustivo a proposito ho scritto sul sito di Massimo Orgiazzi, dove c’è anche l’intervento di De Santis di cui parlavo sopra, qui:
    http://universopoesia.splinder.com/post/7433133#comment

    2) Il testo “Canzonetta” chiude i “Capitoli della commedia”. Lo trovi anche su Nabanassar, qui: http://www.nabanassar.com/capitbaldi.html I caratteri vanno ingranditi per leggere bene anche la dedica.
    Però – sinceramente – il libro è multiforme. Davvero è comprensibile solo nel suo svolgimento e nella sua totalità. E’ pieno di ribaltamenti, di contraddizioni, di sviamenti… Non c’è un testo emblematico. E anzi, pensare di cogliere il senso del libro in un testo invece che in un’altro può solo portare a fraintendere i “Capitoli” nel suo complesso. Niente è davvero centrale. Io vedo quel libro come un grande teatro e mi permetto di spiegare in che senso.

    C’è una splendida definizione di Thomas Bernhard, per cui il teatro è “l’insieme di tutte le mancanze di via d’uscita”. Ecco, in questo senso. Questa definizione secondo me definisce non tanto e non solo il teatro quanto il rapporto tra arte e verità in epoca post-nicciana. Ogni strada che intrapendiamo verso la verità è “senza via d’uscita”. L’arte si avvicina alla verità nel momento in cui non ne sceglie una per cercare la verità ma nel momento in cui mette in scena l’insieme di tutti i fallimenti di cercarla. Ovvero il teatro di tutte le rappresentazioni. Ecco le ragioni teoriche della mia polifonìa e della mia inclusività. Anche se, chiaramente, tutto nasce da un sentimento intimo del tutto precedente a ogni riflessione. La propria stimmung.

    3) Carifi è stato il primo a farmi toccare con mano il nesso serissimo tra scrittura, esistenza e interrogazione costante di se stessi e del mondo attraverso l’arte. Bigongiari l’ho studiato molto, lavorando alla sua stessa scrivania affacciata sull’Arno, frugando tra le sue stesse carte, quando ho curato le ricerche per la mostra biobibliografica a lui dedica a Pistoia nel 2000. Per me sono stati e restano due grandi maestri per quanto riguarda la moralità della scrittura e la capacità della poesia di parlare di ciò di cui è necessario parlare, tenendo sempre insieme l’intelligenza e quel qualcosa in più che all’intelligenza spesso difetta: l’umanità. Gli sono davvero grato dell’esempio (il mio libro è dedicato a Carifi) ma sono felice di averli attraversati e ampiamente traditi, anzi di non esser mai stato fedele a nessuno di loro.

    Buonanotte. Martino

    Marziller

    15 marzo 2006 at 23:39

  45. a proposito di circolazione dei testi: lette le poesie di martino su liberinversi(splendida iniziativa) e sentitamente complimentomi.

    silvia molesini, molto allato delle combriccole

    anonimo

    16 marzo 2006 at 02:49

  46. Prima di tutto ringrazio Silvia.

    Poi ringrazio chi mi ha segnalato che ho sbagliato a scrivere il link al thread di Liberinversi nel mio commento qui sopra. Quello esatto è:
    http://liberinversi.splinder.com/post/6890120#comment

    Scappo a lavoro e saluto tutti.

    Martino

    Marziller

    16 marzo 2006 at 08:00

  47. @ Andrea Margiotta (al n.40)

    Io non sono un critico, Andrea, solo un lettore attento che, per coltivare una sua passione, ha raccolto, e sta raccogliendo, testi noti o “periferici” della poesia italiana degli ultimi trent’anni. E’ chiaro che una mia idea di poesia io ce l’ho, ma, quando leggo un poeta, di quello che dicono i critici, che siano Cortellessa o Berardinelli o Lagazzi o Piccini o chiunque altro vogliamo, non me ne può fregare di meno, perché ciò che conta e ha valore è il testo che mi si dona nella sua singolarità e che mi chiede di entrare in comunicazione, di aprire un dialogo. Credo che il valore di un poeta non sono le antologie a crearlo, mi rifiuto anche di pensarlo: possono dettare la linea per un certo periodo, ma ciò che rimane è il valore intrinseco delle produzioni e delle poetiche. Sui miei scaffali, così comne nella mia testa, nel mio immaginario e nel mio sentire, Rondoni e Sannelli (tanto per fare due nomi)convivono, coniugano il verbo del fare poetico in due modalità espressive e contenutistiche diverse, ma parlano un’unica lingua e sono due “veri” poeti. L’errore, e l’esempio si potrebbe spostare anche sul piano dell’esercizio critico, sta tutto nel leggere Sannelli pensando a Rondoni o viceversa: a me piace pensare le loro opere come tessere di un grande mosaico in costante, interminata e interminabile costruzione, a cui chiunque può aggiungere giorno dopo giorno nuovi elementi, suggerire coi suoi testi nuovi percorsi: il fine, che tu ti chiami Margiotta, Baldi, Giovenale, Rondoni, Gugliemin…è sempre lo stesso: far dire alla vita, con gli strumenti, la personalità e la cultura che ognuno di noi possiede, qualcosa in più di sè, della sua sostanza profonda, dei segreti e degli universi di senso che si aprono davanti alla parola ogni voltra che, utilizzandola in un verso, comunque strutturato, la si strappa, attraverso la poesia, alla deriva della mercificazione e della comunicazione che non lascia tracce, non scava solchi.

    Saluti

    Antonio Desantis

    p.s.

    Tra i circa mille libri “raccolti”, non c’è nemmeno un’antologia. La poesia sta altrove: nel lavoro quotidiano, silenzioso, di chi a volta rinuncia a parecchio pur di lasciare tracce del suo passaggio. E sono tante tracce, una diversa dall’altra, a fare la verità e la realtà di ogni sentiero che esiste.

    anonimo

    16 marzo 2006 at 08:49

  48. Segnalo:

    Il primo volume da marzo 2006 in libreria

    Flavio Ermini, Il moto apparente del sole. Storia dell’infelicità
    prefazione di Massimo Donà

    Il libro

    Da Eraclito a Celan, da Dostoevskij a Nietzsche, da Hölderlin a Heidegger, da Leopardi a Zambrano, da Petrarca a Zanzotto: ricostruire la storia dell’infelicità significa testimoniare che la dimensione dell’essere nel mondo è costituita dal dolore dell’esistere.
    Il moto apparente del sole segue passo dopo passo questo percorso conoscitivo dialogando con poeti, narratori e pensatori la cui parola in proposito appare decisiva. Attraverso le loro opere, Ermini si interroga sulla condizione della vita umana sperimentando un linguaggio poetico-narrativo che ne testimonia l’insen-satezza.
    Il moto apparente del sole svela altresì come il cammino di tali opere nell¹arco dei secoli sia apparente almeno quanto lo è, sulla volta celeste, quello del sole; con-fermando che in realtà siamo noi a ruotare nella loro orbita.
    Questo libro sembra dunque indicarci che anche la semplice osservazione del moto apparente del sole può consentirci di incontrare la verità, perché nell¹appa-renza di tale moto ­ vera e propria metafora del nostro illusorio inoltramento nel ciclo vitale ­ può essere colta in tutta la sua evidenza la lacerazione tra l’essere umano e il mondo.

    L’autore

    FLAVIO ERMINI (Verona, 1947), poeta e saggista. Tra gli ultimi volumi di poesia: Hamsund (1991), Antlitz (1994), Karlsár (1998), Poema n. 10. Tra pensiero (2001); tra i volumi di saggistica: Antiterra (2006).
    Dirige la rivista di ricerca letteraria ³Anterem², fondata nel 1976 con Silvano Martini.
    Fa parte del comitato scientifico delle riviste ³Osiris², ³Panaptikon² e ³Testuale².
    Per Moretti&Vitali, dirige con Stefano Baratta ³Convergenze², quaderni di psicoanalisi e filosofia.
    Collabora all¹attività culturale degli ³Amici della Scala² di Milano.
    Vive a Verona, dove lavora in editoria, ponendo cura a varie collane di poesia e saggistica.

    Altre informazioni sull¹editore e sulla collana potrai trovarle sul sito http://www.morettievitali.it/

    Per ordinare il libro direttamente alla casa editrice
    ordini@morettievitali.it

    Marco

    anonimo

    16 marzo 2006 at 09:37

  49. Molto bello l’intervento #47 di Antonio. Ne condivido lo spirito pienamente.

    Martino

    Marziller

    16 marzo 2006 at 10:37

  50. Mozione per la validità delle istanze relativistiche in poesia. Aderisco

    anonimo

    17 marzo 2006 at 01:52

  51. Caro Desantis (pugliese?)

    il tuo intervento, che fa il paio con l’altro, meritava una risposta più diffusa e articolata…La trovi nel mio blog: http://supermargiotta.blogspot.com/
    Qui solo qualche appunto…Vorrei rimarcare il fatto – a sintesi di una lunga discussione che si protrae – che le frecce del mio arco non sono rivolte ai singoli Sannelli o Giovenale o addirittura Cortellessa stesso, ai quali va il rispetto, ma a una vera e propria mentalità, o cultura unidirezionale che ha rimosso tanto d’altro e di vitale, della quale semmai essi sono le inconsapevoli o consapevoli “vittime”…
    Dici: “a me piace pensare le loro opere come tessere di un grande mosaico in costante, interminata e interminabile costruzione, a cui chiunque può aggiungere giorno dopo giorno nuovi elementi, suggerire coi suoi testi nuovi percorsi…” e questo, più o meno, lo diceva già Eliot intendendo però anche i recuperi mitici del passato (il famoso metodo mitico di Pound)… O se vuoi l’immagine (profetica?) di Anceschi della Rete per suggerire l’eteronomia dell’arte rispetto all’autonomia di crociana memoria…(con rinascenze…)
    Dici: “perché ciò che conta e ha valore è il testo che mi si dona nella sua singolarità e che mi chiede di entrare in comunicazione, di aprire un dialogo”…Ebbene, quel dialogo, quell’abbraccio, quella stretta di mano, autori come Giovenale, Sannelli ed altri, non lo cercano…
    Ed autori come Florinda Fusco hanno singole bellissime e profondissime immagini, accatastate una vicina all’altra come facendo zapping, senza una visione antropo-filosofica d’insieme (quello di cui si lamentava Flavio Santi quando consigliava, in uno scritto reperibile, ai younghissimi poeti, di leggere lo Zibaldone di Leopardi…). Questa poesia di ricerca o sperimentale è poesia che viene dai videogiochi e dalla tv, dallo zapping, dal difetto e dalla mancanza di una visione del mondo… (pur ammirando la qualità e la bellezza di certe immagini singole…)… E sempre la Fusco arriva poi a chiudere quell’ipotetico dialogo di cui tu parli, con un verso come “ci a ara vara ti j ci a”, nella poesia “il risveglio e poi unire i piedi” in PP, al quale io preferirò, sempre e per sempre, anche il più selvaggio e indisciplinato e incasinato ritmicamente e metricamente verso, dall’energia pansessuale e avventurosa, di un autore che qui spesso fa capolino, Alessandro Ansuini, o la più neoromantica trafila rimica gentilizia del fiore-cuore-amore…(la più difficile, si era detto con Saba…). E non venite a citarmi il Papé Satan, papé Satan aleppe!” dantesco, pieno di oscure minacce diaboliche e sinistre…
    No, Desantis, non cercano quel dialogo: nei loro testi-corpo, vogliono essere solo ammirati e guardati nella loro fissità e gelida immobilità di Nature morte in Camere verdi…Fossili, oppure oggetti come quelli della tua casa, di cui mi dicevi…

    In ultimo: io non leggo Sannelli, ricercandovi Rondoni: leggo e Rondoni e Sannelli cercando quello che si cerca, che tutti cerchiamo leggendo la Bibbia… E paragonandolo ultimamente al cuore, in senso biblico, come complesso di evidenze ed esigenze originali, come centro di ragione e sentimento…

    andrea margiotta

    anonimo

    17 marzo 2006 at 06:45

  52. …sono tanti,oggi, gli autori interessanti da leggere e che soprattutto sono letti, da Besso alla Boccia, Cervone, Gavotti, l’interessante Salmeri e tanti altri ancora…Se uno vuole ve ne è da leggere…Marco

    anonimo

    17 marzo 2006 at 09:44

  53. per non dimenticare Palladino, la Gladys Sica, Francesca Brandez, e poi ancora la stratosferica Tolusso… Marco

    anonimo

    17 marzo 2006 at 09:52

  54. innanzitutto: il saggio di cortellessa a cui si riferisce andrea è qui

    matteofantuzzi

    17 marzo 2006 at 17:16

  55. detto questo continuo a non vedere la faziosità, ma solo dei ragionamenti e dei procedimenti cha ha fatto qualsiasi critico, per giunta motivando. poi forse non ne usciamo, andrea … perchè siamo felicemente arroccati sulle nostre posizioni.

    certo ribadisco, sentendomi molto vicino al ragionamente di antonio (per lo meno nelle modalità) il mio modestissimo parere sull’ipertrofia linguistica di alcuni autori, tra cui quelli da te citati sta nella resa di una condizione della società che ognuno cerca di rendere secondo la propria sensibilità, ho già detto altrove (atelier) che per esempio, è la 1a cosa che m’è venuta in mente, italo testa lo fa con gli haiku, e in maniera per me efficacissima.

    a questo punto per me l’unico problema è comprendere ognuno con le proprie capacità quali ipertrofie siano begnine e quali maligne. tutto qui. e non è poco, in effetti…

    matteofantuzzi

    17 marzo 2006 at 17:20

  56. il “lev”: giusto Andrea, ma qui andiamo in una civiltà dove corpo e spirito non erano separabili, e si poteva scrivere qualcosa come il cantico dei cantici, la poetica dell’abbraccio, senza compartimenti stagni o autismi di sorta.

    fabry2005

    17 marzo 2006 at 17:49

  57. aderisco anch’io alal mozione per la validità delle istanze relativistiche in poesia 😉

    vocativo

    18 marzo 2006 at 10:14

  58. esiste anche una versione cartacea di questo blog?

    ossequi

    gruppoh5n1

    anonimo

    18 marzo 2006 at 19:18

  59. Ciao 5in1,
    la versione cartacea accace quando stampi il tutto con un copia_incolla su word o se selezioni tutto e dai “stampa selezione”.
    fabiano

    anonimo

    18 marzo 2006 at 23:18

  60. ha ragione fabiano, segretario inappuntabile. però se volete potete scriverlo tutto sui muri di pavia (ho guardato il vs. blog, eccezionale, lo consiglio a tutti: http://gruppoh5n1.splinder.com/

    non è una balla, l’idea è geniale. e avete tutta la mia simpatia.

    matteofantuzzi

    19 marzo 2006 at 09:22

  61. caro fabiano,

    ti assicuro che non abbiamo nessuna paura di fare copiaincollastampa. in buona sostanza noi facciamo quello… basta solo mettersi d’accordo (come con certe signorine, peraltro).

    grazie a matteo della simpatia e dei complimenti. magari un giorno…

    a presto.

    gruppoh5n1

    anonimo

    19 marzo 2006 at 23:04

  62. ovviamente al di là della boutade l’inserire nuove forme di diffusione della poesia non può che fare bene: che siano audio, che siano visive, volantinaggi, quello che vi pare, le idee e il pensiero di ognuno possono aiutare la divulgazione dei nuovi autori e dei grandi autori contemporanei. telematiche… radio… video… ribadisco non ho paura che vi siano pensieri difformi nella poesia, ho paura e mi preoccupo se non vengono esternati e non v’è intenzione di dialogo, anche (e soprattutto) coi neofiti.

    matteofantuzzi

    20 marzo 2006 at 06:58

  63. Simpaticissimo l’intervento di GiusCo (come dargli torto, in buona parte?). Peraltro, non sono poi così tanto generazionali, i signor Bonaventura della poesia, solo che lui – probabilmente – subisce lo smacco della riconsiderazione dei “suoi”, diciamo così. Quanto a Martino, inoltre, caro GiusCo, lo trovo meglio di come l’ho lasciato e di come forse lo sospetti tu. Se poi questo procedimento di accasamento sia lenticolare oppure no, non so dirlo. E nemmeno mi ci arrovello, in verità…

    FilippoDavoli

    20 marzo 2006 at 15:02

  64. Caro Filippo, Martino è senz’altro uno dei meno invivibili, però a me manca un ritrovo tipo il forum “Società delle Menti”, ormai di un lustro fa, il moloch telematico del lit-web italiano!

    Vabbe’, ora piango…… buon 21 marzo 2006 a tutti, tristoni, biobibliografi accaniti o accasati inclusi. (GiusCo)

    “Sul lungo periodo… siamo tutti morti!” — John M. Keynes

    anonimo

    20 marzo 2006 at 18:40

  65. Caro GiusCo,
    una volta di più: come darti torto? Pensa che io rimpiango Sciascia e mi ritrovo Camilleri…
    La verità è che sul lungo periodo siamo davvero tutti morti. Il problema è che anche sul breve periodo non è che ce la passiamo granché…

    FilippoDavoli

    20 marzo 2006 at 23:08


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