UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Si vive nel mondo *e* nel linguaggio. E’ ingenuo dire/credere/insegnare che l’uomo vive completamente nel *mondo*: basta l’esistenza di sentimenti come la speranza e di istituzioni come il matrimonio a dimostrare che l’uomo vive nella convenzione e nella liturgia, in tutti i sensi: anche laici. Le parole in cui operiamo sono il *medium* che ci porta nel nostro terreno. Un poeta, estremizzando, ma con ragione, non solo poetica, mi dice che "il linguaggio è un organo di senso". Dal punto di vista dell’animale umano, nella natura non c’è nulla di ovvio, di immediato e di naturale. Anzi, forse non sappiamo neanche che cosa sia *realmente* la natura (riandiamo alle parole del Centauro in *Medea*, nel ‘reazionario’ Pasolini). Che tutto sia – da un lato – illusorio e – dall’altro – pesantissimo, e anche omicida, è ovvio, invece: ma questo fa parte della politica. "Frate asino" ’sa’, nel suo corpo, e anch’io so – ma non si potrà mai spiegare -, che Dio e la realtà esistono sicuramente; e nello stesso tempo è assolutamente sicuro che Dio e la realtà non esistono. Ogni atto linguistico è talmente delicato che bisognerebbe pesare anche uno iota, prima di pronunciarlo: è sangue, e se ne muore, letteralmente. Quanto alla poesia ’chiusa’ o ‘fredda’, un giorno dovremo metterci una mano sulla coscienza: se quella poesia ha una firma alta, e una sigla editoriale alta, e una storia critica alta, non costituisce un problema grave. La deve scrivere un vecchio, non un giovane. Ma scrivere *così* a trent’anni, più o meno, e stampare in esoeditoria provoca una reazione irrazionale: chi sei, che cosa vuoi, perché lo fai. Tra altri precari, perché vuoi essere *altro*? Nella piazzetta del rispettivo "borgo selvaggio", a che cosa serve? C’è, forse, anche una vecchia paura della riduzione della vita, se si scrive con (in) forme lontane dalla lingua della comunità: scrivere chiaro è amare la vita, scrivere oscuro è la torre d’avorio (o il cimitero). Per esperienza, diffiderò di chi *ama la vita*: non perché la vita non sia amabile (anzi è sacra), ma perché ogni fede rischia di diventare idolatra. Chi ama la vita, e sta nelle ’cose’ o nella ’realtà’, ama, più spesso, il suono della propria voce che dice "amo", "realtà", "cosa", e "Leopardi era un inetto". E d’altra parte, come non amare l’unico strumento che abbiamo? Ma anche: come tenersi umili?

Massimo Sannelli

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Written by matteofantuzzi

8 marzo 2006 a 06:28

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51 Risposte

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  1. questo articolo già proposto qui nei commenti su absolute poetry all’ottimo lavoro di marco giovenale su poesia di marzo (e prima di febbraio) che consiglio caldamente viene qui riproposto sperando di fare cosa buona. intanto ovviamente va seguita anche la discussione su AP. da notare comunque per quanto mi riguarda il passaggio sulla poesia “fredda”.

    matteofantuzzi

    8 marzo 2006 at 06:34

  2. Ass.ne culturale Calligraphie
    Teatro GarageTea
    in collaborazione con Centro Donna di Cesena
    con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Cesena
    21 marzo Giornata Mondiale della Poesia

    ³Nel corpo – come in esilio²
    Seminario di lettura su tre autrici del Novecento poetico

    Sabato 18 e Domenica 19 marzo 2006
    Sala Morellini Teatro Bonci Cesena

    Sabato 18 marzo 2006
    h 15,00
    Marina Cvetaeva: visione e metamorfosi
    a cura di Roberta Bertozzi

    h 17,00
    Please, call the doctor. La poesia di Sylvia Plath
    a cura di Silvia Colangeli

    Domenica 19 marzo 2006
    h 15,00
    Carnale e liturgica: Cristina Campo e la sua scrittura
    a cura di Gabriela Fantato

    h 17,00
    Reading di poesia contemporanea con
    Maria Grazia Calandrone_Francesca Serragnoli_Tiziana Cera Rosco
    Vanessa Sorrentino_Roberta Bertozzi_Gabriela Fantato_Sabrina Foschini
    Francisca Paz Rojas

    Letture: Lorenzo Pieri
    Interni: Giordano Giunta

    :: Gli incontri sono aperti al pubblico. È consigliata la prenotazione.
    :: Per informazioni e iscrizioni Centro Donna tel 0547 356462
    :: web http://www.calligraphie.it

    matteofantuzzi

    8 marzo 2006 at 06:38

  3. “Si vive nel mondo *e* nel linguaggio” Gadamer?…Dici bene caro Sannelli, ma perché tu e Giovenale invece vivete solo nel Linguaggio?
    ciao

    andrea margiotta

    anonimo

    8 marzo 2006 at 07:42

  4. L’importante è, amio avviso, avere la “coscienza” di vivere. “Vivere nel mondo” significa tutto e niente. L’umiltà di “cercare di capire” è già un grande passo…Le diatribre legate solo sul linguaggio sono sterili, mi ricordano, ad esempio, l’antica polemica, in ambito musicale, tra i jazzisti-improvvisatori e i conservatoristi-interpretatori. Ciascuno ha il suo linguaggio, il suo pubblico, la propria visione di stare nel mondo senza fare un distinguo tra emozioni-sensazioni. Marco

    anonimo

    8 marzo 2006 at 08:30

  5. Perché, vivere (oltre che nella vita, e della vita) nel linguaggio (e del linguaggio) è cosa così redarguibile? Tuffarsi nell’esistenza è meraviglioso, ma ciò che dovremmo dire lo si può dire in due modi: parafrasando il linguaggio di tutti i giorni, oppure usando il linguaggio come una sontuosa (ma non artefatta)veste che giunga ad essere anche tutto il significante del contenuto-testo. Se il poeta non usa , e lavora, il linguaggio (caldo e autentico, anche nella ricerca) su cosa può contare? E’ come dire: suoniamo il Requiem di Mozart con le formule della banda di paese. Secondo me, non è così che funziona (che dovrebbe funzionare).
    Un saluto a tutti.
    Gianfranco

    nestore22

    8 marzo 2006 at 09:50

  6. Il poeta,forse, dovrebbe usare meno il linguaggio e ascoltare di più la banda del paese, solo così forse si può pensare a una ricerca calda e autentica, o no…? marco

    anonimo

    8 marzo 2006 at 10:01

  7. Scusate, ma io quest’intervento di Sannelli lo trovo splendido!

    Freddezza e delirio vanno a braccetto, sì, ma non notate quante fiammate?

    vocativo

    anonimo

    8 marzo 2006 at 10:16

  8. è vero, le fiammate sono tante e ciascuna porta a diverse riflessioni…M

    anonimo

    8 marzo 2006 at 10:33

  9. il senso più grande e manifesto del saper plasmare/usare, il linguaggio
    è saper stare zitti.
    fabiano

    anonimo

    8 marzo 2006 at 10:53

  10. “che Dio e la realtà esistono sicuramente; e nello stesso tempo è assolutamente sicuro che Dio e la realtà non esistono”…Sannelli è suggestivo perché sa come usare certi trucchetti retorici del linguaggio: è molto bravo.
    Ma per uno smaliziato come me e anche un po’ delinquente e pirata e barbaro, certe cose impressionano il giusto…
    Per esempio, l’affermazione che ho virgolettato di Sannelli è una pura contraddizione logica (basta leggersi Aristotele o San Tommaso): una cosa non può essere e non essere allo stesso tempo… Se poi quella cosa è Dio, capite bene che è una questione di capitale importanza esistenziale prima che linguistica…
    Io constato che voi ragazzi miei coetanei o di qualche annetto più giovani, avete un’incapacità cronica di stare nella realtà e di guardarla… Siete “virtuali” come un videogioco… E poi c’è tutto un discorso da fare sulla cultura mitica rimossa in Italia e altrove dal marxismo anni 50-70 e su una strana concezione, per me (e per Borges) limitativa, di realismo…Sapeste che liste di proscritti e di autori da non nominare nemmeno…
    Marano nel suo Dissolvenze ha fatto proprio bene a parlare di Elemire Zolla, per esempio, uno che, appena ha cominciato a occuparsi di miti con una cultura ed erudizione enciclopedica, è stato messo in una “riserva indiana” dagli intellettuali politically correct…
    Gianfranco: è chiaro che il poeta lavora sul linguaggio, è il suo mestiere…Però non è solo quello: Il discorso di Massimo è centrato in un tempo in cui la Natura è stata completamente assorbita dalla Cultura: forse, senza riandare a Spengler e il suo Tramonto dell’Occidente o a Tolkien, si potrebbero rileggere certi saggi di Luzi sulla naturalezza del poeta…E poi Sannelli sottilmente si rifà a certe precise ipostasi filosofiche… E allora partiamo dal sannelliano “Mi esprimo dunque sono” – secondario e accessorio se in trobar clous o comunicativo…Arriviamo, procedendo all’indietro, a Cartesio che dice “Penso dunque sono”…
    Ma quello che voglio dire è che, prima di tutto, prima del linguaggio sannelliano e del pensiero cartesiano, c’è quel SONO… Ed ecco che si arriva a Dante, al Medioevo e a San Tommaso…Io credo che si dovrebbe paradossalmente ripartire da lì, riscoprendo con meraviglia e stupore molte cose affascinanti (affascinanti per l’esistenza e non per una mera erudizione) e perdute…Perché dal Rinascimento c’è stata una vera e propria mutazione antropologica nel come l’uomo pensa sé stesso fino ad arrivare progressivamente ai giorni nostri… Un esempio qui familiare: mi piacciono le poesie di Davidino Nota (soprattutto le ultime) perché lui prima di tutto guarda la realtà, anche magari quella della banda di paese che suona, Marco, perché no: poi su come la elabori linguisticamente, si può discutere…

    Fabiano: ma se stiamo tutti zitti possiamo pure chiudere i blog, no? E allora…

    anonimo

    8 marzo 2006 at 11:18

  11. andrea m.

    anonimo

    8 marzo 2006 at 11:18

  12. Mi piace quello che dice Fabiano, almeno quello che capisco.
    Poi a me, da frequentatore di psicologia dell’Esselunga, questa divisione mondo e linguaggio non so…
    Il mondo è quello che vedo, ma soprattutto è come lo penso, e il pensiero è fatto anche dal linguaggio 8come dagli stati d’animo ecc. ecc.). Se lo penso bene, ascoltando un po’ la banda del paese, mi faccio meno seghe mentali. E forse sarò una persona un po’ più contenta e capace di viverlo il mondo.
    Gabriel

    anonimo

    8 marzo 2006 at 12:06

  13. il poeta lavora sul linguaggio…Più in generale mi viene in mente una vecchia raccolta di saggi dal titolo Opera Aperta di Eco dei primissimi anni 60′ e del dibattito sul rapporto tra opera e fruitore, tra la semiotica super-tecnicista echiana in contrapposizione con la cosmicità dell’opera d’arte poetica. Marco

    anonimo

    8 marzo 2006 at 12:46

  14. Linguaggio e lingua, scrittura e voce, intenzione ed esito, azione ed atto, sono momenti scissi soltanto nell’analisi teorica.
    Ogni significato parla di altro da sè, come continuamente ogni fruscio, nella passeggiata nel bosco del saggio “la fine del pensiero” di Agamben, rimanda ad altro segnale acustico, disperdendosi per sempre, in un pensiero pensato e non più pensabile nè dicibile.
    Allora la poesia parli, sia voce vera e viva, come il frinito della cicala che non può pensare nella voce, o l’atto del lorenzaccio che oblia l’azione, parabola mistica, anche dal frate asino che citava il bell’intervento di Sannelli.
    Ma il frate Asino non teorizzava pratiche dell’abbandono, ma parlava di vergini marie e di patate.
    Significato e significante sono la vita, in un continuo rincorrersi indicibile: allora perchè dirlo? O peggio ancora, bestemmia delle bestemmie nei confronti dell’esistenza: teorizzare uno scisma?
    Peggio ancora: praticarlo?
    Frate asino viveva, e in questo suo divenire continuo tra linguaggio e voce, tra presenza e assenza, tra cipolle lesse e cielo, senza alcuna teoria possibile nè tantomeno impossibile, dava vita alla propria voce del corpo, nodo sacro, non pensato: pregando, zappando.
    Carmelo Bene, nel suo studio da artista sull’oralità: Blok, Esenin, Majakovskij, Pasternack.
    Eccola la voce, atto, lingua. La significanza. L’unica possibile poiché vera, viva significanza umana, l’indicibile che è dietro il detto: Leopardi, Dante.
    Pasolini, Fortini.
    Chiudere gli occhi e la voce in atto.

    Detto in altri termini: la poesia non guida il reale, e il reale non guida la poesia.
    Poesia ante-rem, poesia post-rem, e poesia in re, sono tre speculazioni teoriche che tentano chirurgicamente di compiere il volgare distacco tra pensiero e voce, letteratura e vita, linguaggio e mondo. La poesia non è dentro le cose, né dopo, né prima: ma durante, le attraversa continuamente, ma senza per questo rimanerle dentro.
    La cicala frinisce senza pensare, senza aver sottoscritto alcun manifesto linguistico, nè di gruppo nè personale.

    Allora diamo voce alla vita e parliamo con voce in atto, se l’atto è davvero tutto: significato e significante, linguaggio e mondo, in una continua infinita sovrapposizione. E lo spensare non è un oblio in realtà pensato e programmatico, cioè forzato, di una parte di sé. Spensare è proprio questo atto, che è totale.
    Ecco perchè la più sincera voce dell’uomo è il canto popolare di cui parla Nietzsche nella nascita della Tragedia, saggio lungimirante e tuttora validissimo.

    Ecco perché, a conti fatti, tre quartine sulla banda di paese è voce, è Dioniso, è sacralità, e non solo una poesia civile, mentre uno sperimentalismo iperlinguistico è forzatura, cioè istituzione.

    Davide Nota

    anonimo

    8 marzo 2006 at 14:18

  15. Oddio, vado di corsa / sono al lavoro. I vostri interventi sono molto belli. Io volevo soltanto dire che il linguaggio (che non e’ artificio, in quanto manifestazione di quel “Sono”) e’ la cifra autentica che fa il poeta. Le note sono sette, gli argomenti pochi di piu’. La letteratura, con i propri autori ha ormai parlato quasi di tutto. Se non e’ il linguaggio, lo stile, a rinnovare l’aria delle cose gia’ in parte dette da chi e’ venuto prima di noi, dove potra’ essere la novita’? Detto in soldoni, lo riconosco. ma su certi concetti non c’e’ tanto da girare attorno.
    Con amicizia,
    Gianfranco

    nestore22

    8 marzo 2006 at 14:34

  16. Perdonate, io sono scemo. Che differenza c’è fra poesia fredda e poesia calda? La poesia di Rimbaud com’è? Mi vengono questi dubbi dopo aver letto questo assuno di damien hirst (che non è un poeta, ma fa cose più complesse, tipo tagliare una mucca e metterla dietro una teca): “Non esistono le opere d’arte, ma solo il talento che si ha nel difendere il proprio lavoro criticamente.”

    A

    A

    anonimo

    8 marzo 2006 at 15:41

  17. Pensa alla differenza che c’è (ma c’è?),nel jazz, tra Antony Braxton (cool-free) e Louis Armstrong! Indubbiamente 2 talenti, uno naturale, l’altro aiutato dal grande studio tecnico su come utilizzare le note che sono 12 e non 7…Ciao Marco

    anonimo

    8 marzo 2006 at 16:28

  18. …la puntualizzazione è l’igiene del mondo…
    Con amicizia
    Gianfranco

    nestore22

    8 marzo 2006 at 17:18

  19. Ho letto nel corso del tempo tutte le opere di Sannelli reperibili in rete e su carta e oggi mi accorgo di non aver capito niente, o poco, della sua poesia: infatti, ad esempio, non mi ero mai accorto che la sua scrittura si risolvesse in uno sperimentalismo iperlinguistico istituzionalizzato (canonizzato?). Mah. Un mio limite, sicuramente. Avrei fatto meglio a leggere un suo testo a caso, confrontarlo con un modello col/nel quale vivo felice e in comunione, come con gli oggetti presenti all’interno della mia dimora, e via andare: un bel giudizio critico, del tipo che va oggi tanto di moda, la “critica en passant”. Chiuso, aperto, freddo, caldo, leggibile, oscuro: ecco le categorie che mi mancavano: in quale di queste etichette si inquadra il suo discorso poetico; con quale grimaldello ermeneutico devo avvicinare la sua ricerca?. Io, invece, nella mia insipienza, avevo visto operare Sannelli
    unicamente in linea con un’intenzione originaria del “fare”, un “poièin” che vedevo orientato non a una rappresentazione mimetica più o meno riuscita e in linea (secondo il dettato e gli stilemi della tradizione, mai messa in discussione, per altro, da chi costantemente vi si richiama), ma a partire da una intuizione, un dettato teso a ri-creare non il reale in quanto tale e in quanto si dà “per me”, all’interno delle mie categorie concettuali predefinite (leggibilità, sintassi, chiarezza dell’intenzione, rappresentabilità, ordine e successione della parafrasi interpretativa), ma in quanto si offre in sé, come mondo che dice, che rivela sensi che alla lente concettuale non appaiono, perché forse esistono solo sul rovescio di quella superficie a specchio. E allora l’unica operazione “a freddo” che ho sempre letto nella scrittura di Sannelli non sta nell’esito (un universo colto nel chiuso/dischiuso del suo stato nascente), ma nell’utilizzo consapevole del corpo-lingua come strumento attraverso il quale “quel” mondo può rivelare bagliori, lampi, frammenti di quel dischiudersi e nominarsi. Ecco in che modo il poeta sta “dentro” il linguaggio: facendo del suo corpo e del suo sangue lingua, solco, canale attraverso il quale la realtà dice qualcosa di sè, senza la mediazione che, facendo passare quella rivelazione attraverso le strutture della comunicazione e della leggibilità, ne ha già fatto un “oggetto” altro rispetto a quello che era per nascita e natura. E per fare questo, ho visto i suoi testi dialogare, in modo consapevole o inconscio, con le intuizioni/reinvenzioni strutturali di un Villa, con la parola-sangue della Rosselli, con la humilitas di Francesco d’Assisi, con l’ex-perire della tradizione italiana ai primordi, coi lirici del Duecento. Avrò visto male, avrei dovuto vedere altro. Ma forse Sannelli, al di là dell’intrinseco grande valore della sua proposta poetica, è uno scrittore che, a un certo punto, ha messo in un angolo l’idea di poesia tramandata dalla scuola (ribadisco: dalla scuola, non dalla tradizione) e si è messo a cercare, a frugare e a esplorare le zone d’ombra che quella ricezione del fare poetico aveva sempre escluso dal novero delle cose “dicibili/leggibili”. E in questo suo “andare-oltre” non ha fatto altro che onorarla, quella tradizione: rovesciandone gli assunti di base, ma solo come “una” possibilità tra le altre, non con i criteri di assolutizzazione del percorso che qualcuno vorrebbe attribuirgli. Se finora il poeta ha usato il linguaggio per dire qualcosa di sé e del mondo, cosa succede se provo a utilizzare me stesso, il mio corpo, per far dire al linguaggio (e al mondo rappresentato attraverso il linguaggio) qualcosa di sé? Ecco, forse, il senso (o uno dei sensi) del suo rapporto “carnale” con la scrittura. Ma sicuramente non ho capito niente. Meglio scrivere per settecento anni la stessa poesia e poi vedere chi ha fatto meglio il compitino.
    Dài, Massimo, smetti di gridare nel deserto, aggregati alla compagnia: tutti insieme si sta belli “caldi”, al riparo. Basta dimenticarsi, tra le tante cose possibili, il finale de “Le città invisibili”. Così, tanto per evitare ripensamenti.

    Grazie per l’eventuale attenzione, miei cari. E buona continuazione della vostra interessantissima chiacchierata.

    Antonio Desantis

    anonimo

    8 marzo 2006 at 17:48

  20. Non mi sembra che nessuno abbia parlato dell’opera di Massimo Sannelli.
    Si sta semplicemente e serenamente discutendo sopra alcuni punti proposti.
    In particolar modo sul rapporto tra linguaggio e mondo, che la discussione ha fatto poi rientrare nell’attuale (e forse falsata, non so) disputa tra comunicativi e chiusi.
    Se si parla di significato come sasso in bocca al significante, bisogna anche parlare di principio del non significare come macigno in bocca alla poesia.
    Non volevo dire altro e non ce l’ho con nessuno.

    Ciao (parto), d.

    anonimo

    8 marzo 2006 at 18:04

  21. allora: dire che la lingua è un medium sostanzialmente dice tutto: almeno per me. poi però bisogna fare delle considerazioni, in primis che non mi pare che la lingua di massimo e quella di marco “si guardino i piedi”, anzi, credo di avere più volte parlato del motivo per cui marco (secondo me) utilizza quella lingua, compie quella faticosissima ricerca.
    mi chiedo se una poesia “così fredda” non abbia poi nella realtà all’interno un cuore caldo che pulsa, comunque ritorno a porre l’accento se alla fine e se possibile sulla lingua come mezzo, e questo quale che sia la decisione che si compie, piana ecc.
    esiste anche ed è l’ultimo punto che inserisco, il famoso concetto di realtà: che poi è lo stesso che ti fa evitare di andare dal lattaio e dire “i’vorrei di candido latte un’oncia” se vuoi inserirti in un certo tipo di analisi, ma che può arrivare a tutt’altra soluzione (ribadisco, per me giustissima) se vuoi lavorare sul piano di marco.

    matteofantuzzi

    8 marzo 2006 at 21:30

  22. non è la poesia di m.g. che è fredda, mi riferivo al discorso iniziale di m.s. rileggendo il commento #21 potrebbero esserci equivoci, me ne scuso.

    matteofantuzzi

    8 marzo 2006 at 21:31

  23. Auditorium Sant’Ilario corso Garibaldi 17 Piacenza
    Giovedì 16 Marzo 2006 ore 18:00

    presentazione del libro BIOMETRIE di Italo Testa (Manni, Lecce)

    INTERVENGONO

    Italo Testa
    Salvatore Ritrovato

    COORDINA
    Eugenio Gazzola

    matteofantuzzi

    8 marzo 2006 at 21:58

  24. Mi scuso con Massimo se irrompo con un off topic. Non avrei interrotto il fluire della discussione se non per intervenire in quella ma, visto che siamo in tema di incontri e su invito di Matteo, mi permetto di segnalare un reading (alquanto disomogeneo, come potete vedere) domani sera a Pistoia.

    * * *

    “Lo Spazio di Via dell’Ospizio”
    Via dell’Ospizio 26/28 – PISTOIA
    info: 057321744 lo-spazio@libero.it

    Venerdì 10 Marzo – ore 18.30

    TRA-VERSI (reading)

    partecipano:

    ROBERTO CARIFI
    ALESSANDRO CENI
    MARCO M. LENZI
    GIACOMO TRINCI
    BEATRICE PELAGALLI
    MARTINO BALDI
    MASSIMO BALDI
    ROBERTO BARTOLI
    PIERO BUSCIONI
    FABIANO FALCONI

    * * *

    Per quanto riguarda gli argomenti in discussione, non riesco in questi giorni a produrre una risposta abbastanza seria, complessa ed equilibrata agli stimolanti interventi di Giovenale e Sannelli, che comunque non voglio certo far cadere nel vuoro. Mi riferisco in particolare non tanto e non solo a questo post di Massimo quanto al suo intervento sulla sottrazione dell’io (#24 nel post di commento dei suoi testi sul blog di Gianfranco Fabbri) e alla discussione aperta su Absolute Poetry intorno alla seconda parte del lavoro di Giovenale su Poesia (da cui questo stesso commento di Sannelli è stato preso).

    Saluti a tutti. Martino

    Marziller

    9 marzo 2006 at 10:19

  25. Perché non si pone l’accento su quel “come tenersi umili?” conclusivo di MAssimo. Non è solo importante, ma è fondamentale. Anzi dice tutto anche a proposito della “faticosissima ricerca” e del “cuore caldo” a cui accennava Matteo.

    voc

    anonimo

    9 marzo 2006 at 11:05

  26. il linguaggio è tutto diceva qualcuno, ma prima di pronunciare la parola “tutto” fu assalito da un attacco di tosse convulsa. no, non era tutto, c’era anche qualcos’altro. forse basta un’interruzione a trasformare un’idea.

    fabry2005

    9 marzo 2006 at 12:54

  27. “L’unica saggezza che possiamo sperare di acquistare è quella dell’umiltà.” scriveva T. Eliot. Marco

    anonimo

    9 marzo 2006 at 14:43

  28. come tenersi umili, in chiusura, una domanda retorica, che nessuna risposta può avere e per diverse ragioni.
    – la vera umiltà non ha alcuna voce
    – non viene affermata
    Рnessun vero umile se ne fregia, perch̬ non ne ha consapevolezza.

    Al massimo possiamo applicarla, e sulla teorizzazione di come andrebbe applicata, leggerei bene – tra le righe e non – i 100 e passa post dell’articolo precedente a questo bell’intervento del buon Sannelli.

    fabiano

    anonimo

    9 marzo 2006 at 17:26

  29. (ovvero gli interventi fatti all’articolo di Davide Nota)

    fabiano

    anonimo

    9 marzo 2006 at 18:09

  30. io lo dicevo proprio per quello, fabiano.

    voc

    anonimo

    9 marzo 2006 at 18:18

  31. Stiamo costeggiando il problema del rapporto “parola” e “cosa” in poesia, e il corollario che ne segue, di derivazione evangelico-paolina, nella differenza tra “glossolalia” ed “ecolalia” – spinossissimo: uno snodo centrale…I quasi vent’anni di attività critica militante della rivista romagnola ClanDestino (una delle poche riviste autenticamente militanti come poteva esserlo la Voce e non solo contenitori o laboratori di filologia e linguistica), con i contributi di Rondoni, Lauretano e company, possono chiarire meglio il senso di alcune mie affermazioni…
    Ad esempio, non la poesia come mondo a parte, come attività privilegiata, come Tempio sacro della Parola: ma come esperienza connessa alle altre esperienze di vita…E come luogo delle Vere presenze, per citare G.Steiner…
    Tutte le mie riserve sui Sannelli e Giovenale (che sono due facce della stessa medaglia, l’uno più mistico l’altro più laico), riserve ovviamente riguardo i testi poetici e critici della loro attuale ricerca espressiva e non sulle persone, si potrebbero sintetizzare in questa unica formula che mutua una espressione critica del grandissimo Auerbach, piena di echi e rimandi esistenziali: “assenza o congelamento della rappresentazione” che nella valutazione critica di Auerbach prende densità e spessore quando dell’Io e del Mondo viene colta, nella scrittura e nella scelta stilistica (Gianfri…) di un’opera, l’aspetto CREATURALE (e figurale e carnale) dell’esperienza umana…
    Guardate che è la cosa più facile del mondo collocare parole sull’asse sintagmatico, usando gli artifici retorico-metrici-linguistici o semplicemente fonico-suggestivi…Strumenti importantissimi (dei quali io stesso faccio ampio uso) che a mio avviso andrebbero piegati in direzione di qualcosa di più decisivo che sta un attimo prima della scelta linguistica: la Visione, l’Immaginazione e, come dicevo prima, la rappresentazione creaturale.
    Faccio ora una domanda a Gianfranco Fabbri: prendi Parola Plurale, vai a pag 72 e dimmi cos’è per te quella poesia di Viviani intitolata ono (a Francesca): per me non è nulla, non apre nulla, non fa accadere nulla. (e stiamo parlando di un poeta che poi, cambiando completamente direzione di ricerca, scrisse una delle raccolte poetiche più belle del secondo novecento ovvero L’Opera lasciata sola)…
    Gli esperimenti di laboratorio di Sannelli e di Giovenale li faceva già il primo Viviani negli anni 70…Loro hanno solo cambiato i materiali di repertorio…
    Tutta la grande poesia mondiale degli Heaney, Walcott, Brodskij, di Strand, di Transtroomer, o i giovani talenti come Armitage o il particolarissimo australiano Les Murray, vanno da tutt’altra parte…
    Solo qualche giovane poeta francese (giustamente criticato e stroncato da Berardinelli nella polemica con gli altri “professorini” di Nazione Indiana, Inglese e Raos) può avere qualche punto di tangenza coi Sannelli e i Giovenale…Mi chiedo, allora: per quale arcanissimo motivo, in Italia e solo in Italia, spuntano critici pronti a giocarsi la camicia su questo tipo di poesia? Perché un festival importante come Romapoesia spinge solo in quella direzione (Gezzi escluso…)? Perché, strano caso, vengono messi Inglese, Sannelli e Giovenale in Parola Plurale quasi come se fossero il meglio della loro generazione (e io non credo sia così, in generale, e già solo nel campo della “poesia fredda”, Laura Pugno è a mio avviso il talento naturale più evidente… )? Chi richiede a Giovenale su Poesia di monitorare la giovane poesia italiana, in due tempi? Perché ’sta mappatura deve farla lui e non magari Vacca o Piccini? C’è odore di strategia precisa…Si fabbrica consenso…Si sta spingendo una linea di ricerca a senso unico… Ho la sensazione che stia accadendo in poesia (e solo in Italia) quello che è già accaduto da tempo nel campo delle arti visive (lo dissero già due geniali esperti come Brandi e Sgarbi): che prima nascano le teorie critiche e poi si individuino le opere che meglio vi corrispondano e si sistemino dentro…Quindi la critica non interpreta più gli oggetti esistenti ma crea le teorie critiche per farne produrre di appositi ad uso e consumo…Ma se nell’arte questo deriva da biechi interessi di mercato, non si capisce proprio perché accada in poesia…
    Se qualcuno mi sa rispondere, sono contento…La mia è solo una domanda…
    La vera sfida è scrivere poesie semplici e bellissime come certe ballate liriche di Goethe o certe ballate romantiche…Quelle sì che è difficile scriverle, come diceva Saba sulla rima cuore-amore…Concordo con il rimando di Davidino Nota alla Nascita della tragedia del “folle” tedesco e alla poesia popolare…
    Quanto a me a certe chiacchiere dei poeti continuo a preferire la concretezza materica dei pittori, meno parolai…
    E a Marco Giovenale preferisco il Giovenale latino…Sono libero?
    Penso che le mie provocazioni fuori dal coro di untuosi tributatori di consensi dell’ultima ora e di apprezzamenti (in vista forse di un gesto o una parola buona sui propri testi…) possano essere utili anche al lavoro stesso di Giovenale e Sannelli…Avrei potuto spedir loro il mio libro con qualche salamelecco di circostanza…E invece resto a prendermi le accuse di squadrismo da parte di qualcuno che qui offende gratuitamente facendo la vittima piagnona, senza saper nulla né di me né del mio lavoro…”Ma mi faccia il piacere!” – come diceva Totò…)…

    PS x Gianfranco, complimenti per il tuo blog…Saggissimo…(Ti conoscevo di nome avendo fatto il liceo a Forlì e l’università a Bologna…).
    x vocativo: non credo che l’umiltà c’entri qualcosa con un discorso estetico o sulla poesia…è più una cosa da parrocchia!

    saluto tutti e particolarmente Filippo Davoli (anch’io saluto Stefano…).

    andrea margiotta

    anonimo

    9 marzo 2006 at 19:20

  32. prrrrrrrrrrr…………….

    anonimo

    9 marzo 2006 at 19:26

  33. Ma non credo che siamo molto lontani anche da altri salotti. Quando si va a vedere la Biennale di Venezia, per esempio, se ne esce sempre con un senso di fastidio dovuto probabilmente alla considerazione che, mentre lì si vede la non pittura, si percepisce chiaramente che la pittura è in un altro posto ma che lì non è stata invitata per lo stesso motivo per cui certi poeti circolano nelle antologie, e sono sempre quelli, e altri nessuno li degna. Questo è creare consenso e bendarsi tapinamente gli occhi.

    anonimo

    9 marzo 2006 at 22:12

  34. Si è accennato ad un elemento delirante, e sintonizzarsi sul concetto che ogni singolo atto linguistico sia una sorta di fatto di sangue ci avvicina effettivamente al delirio, dove la parola è il corpo e quasi nient’altro.
    “Leopardi è un inetto” o ” a Beehtoven e a sinatra preferisco l’insalata” hanno a loro volta impeto delirante, sono modalità espressive che accompagnano (contrastandole) fieramente le credenze opposte e parlare di umiltà con queste premesse mi pare incongruo.

    molesini

    10 marzo 2006 at 02:43

  35. eh eh, forte il commento di silvia.
    l’umiltà in un certo senso non sarebbe cosa della poesia. ma è anche un’arma di difesa che secondo me si deve sempre porre per non sfociare nel “superpoeta (nel senso di superman) dalle ossa fragili”

    questione romapoesia e company: il parere è mio e me lo tengo per me. è indubbio che da precedenti lavori un certo tipo di ricerca era emerso solo lateralmente, per quanto riguarda la generazione di massimo e marco. tu andrea citi parola plurale, ok. però nella cucchi-riccardi o nella cucchi-giovanardi quel luogo non viene considerato. secondo me è stato semplicemente “allargato il campo” e qualcuno su quel campo prima poco visibile ha posto il proprio zoom. senza volere pensare a pensieri ulteriori. secondo me è opera di mappatura.
    a questo punto la domanda (che per te è implicita, credo) diviene: quando si parlerà anche di gibellini o fossati ? e per me è una domanda giusta, che li si consideri o meno nel silenzio della propria cameretta poeti amatissimi o meno (perchè ognuno può avere il proprio gusto e/o pensiero) rimane che quel tipo di esperienza è stato molto meno posto sotto i riflettori rispetto ad altri, e se si vuole fare un discorso di mappatura anche quello fa affrontato.

    ribadisco: più voci anche dissimili devono dare più forza al coro, non

    matteofantuzzi

    10 marzo 2006 at 06:37

  36. … cacofonia.

    matteofantuzzi

    10 marzo 2006 at 06:40

  37. e ri-ringrazio davide bregola che qui ha inserito dalla mia home page (e dal progettino “giovani e forti” lo scritto di romano luperini su “ricercare”

    matteofantuzzi

    10 marzo 2006 at 06:42

  38. La frase “Leopardi era un inetto” fu veramente pronunciata, in una città dell’Italia centrale, da una persona che si considerava poeta. La disse per quel partito preso per cui “chi scrive troppo non vive”. E vivere significa, allora, un engagement proprio biologico: mangiare, guadagnare, ecc. Tanto “amore per la vita”, ostentato, e per le “cose della vita”, sembra la maschera della volontà di conservarsi: ci si mostra, poi, sulla piazza del paese, accanto alla fontana. I “poeti locali” leggono.

    Non ho nessun potere, né personale né culturale. Non voglio né essere né apparire. Il mio nome è un fiato che non conta nulla. Quello che scrivo, è un secondo corpo, semplicemente, ed è il corpo vero. Luxor mi considera una persona o un’istituzione; e sbaglia obiettivo: per essere persona, bisogna conservarsi; per essere un’istituzione, serve – ovviamente – l’ingresso nella circolazione del denaro.

    Non c’è chiuso o aperto, facile o difficile. Non c’è nulla di naturale e spontaneo nelle ballate di Goethe o in Leopardi. Ma nemmeno tracce di artificio: l’artificio c’è, ma scompare. E vorrei che le poesie di M.S. fossero lette come poesie di altro, altri, e di nessuno. Cher Satan, je vous en conjure, une prunelle moins irritée…

    massimo s.

    ex.

    10 marzo 2006 at 08:11

  39. Sempre sull’umiltà…, Montale non era certo un umile, non parliamo poi oggi di un Sanguineti, non parliamo poi di una Maraini che porta avanti quella “monnezza” di scrittura dei suoi giovani allievi, infine è giusto essere umili di fronte alla mediocrità del potere culturale? Marco S.

    anonimo

    10 marzo 2006 at 08:53

  40. Matteo, premettendo che io e te siamo come Don Camillo e Peppone (che sei tu…), ti dico che non è una questione di nomi, appena, né di antologie aziendali né di pubblicazioni che fanno punteggio in vista di cattedra universitaria, qual è Parola Plurale…Il riferimento alla poesia di Viviani era solo volto a mostrare l’esito estremo di una autoreferenzialità spinta: che conduce all’afasia.
    Credo che il mio sia un discorso più ampio e sostanziale…Mi fa piacere che alcuni qui abbiano colto, e che don fabry2005 l’abbia capito benissimo, così come ho gioito vedendo nel suo blog un riferimento a un testo importante come L’Invenzione della poesia di Borges, con il quale Sannelli, se non lo ha già fatto, potrebbe confrontarsi un po’…Non c’è poi molto da fare né da discutere: io sono per la rappresentazione creaturale e Massimo per l’anti-rappresentazione, io per l’autore presente e lui per “l’uomo che non c’è”, parafrasando un bel film dei fratelli Coen; io sono ancora nell’umano e lui è già post-umano o forse marziano (no, quello è Marco Merlin…già…)…Che lui ami decostruire i testi dello stilnovo, e io preferisca assorbirli come memoria mitica, c’è poco da dibattere…
    Aggiungiamo soltanto che amo la naturalezza di Goethe, di Leopardi, di Ritsos e dei romantici senza essere però così ingenuo da pensare che non siano il frutto di un lavoro elaboratissimo (come poi dicevo nel precedente post, riferendomi alla difficoltà nello scrivere questo tipo di poesie apparentemente chiare e naturali)…Guardo però l’attuale poesia mondiale (i più grandi) e vedo testi più vicini al mio sentire…
    E Possiamo dire, se vogliamo fare una gara di umiltà che proprio non mi interessa, che io ho letto vari testi di Sannelli come lui non penso abbia fatto con i miei (a sua discolpa, la mia esigua produzione che accrescerà di un secondo libro al più presto)…
    Il medium per me è l’Io che si rapporta al mondo cercando una adaequatio rei et intellectus (adeguazione dell’intelletto alla cosa), “la definizione della verità, secondo san Tommaso, per cui essa è conformità della conoscenza con il suo oggetto; la quale, in senso stretto, è fatta propria, implicitamente o esplicitamente, da tutte le teorie della conoscenza di tipo raffigurativo o speculare, che identificano la conoscenza vera con la copia perfetta della realtà; ma in senso più lato essa è accettata da molte altre gnoseologie che, pur criticando la teoria raffigurativa, ammettono che sussista un rapporto tra la conoscenza e il suo oggetto, considerati termini distinti, e che esso possa essere più o meno corretto”. E il Linguaggio è Dio? Ma il Verbo si è fatto Carne… Nel Vangelo Cristo usa una lingua semplicissima per dire cose profondissime…
    Anch’io, nel discorso sulla poesia, sono per il coro, per usare la tua giusta metafora, ma qui in Italia da più parti si fa solo musica dodecafonica…Quanto alle zoomate di cui parli, devono essere delle vere e proprie carrellate e panoramiche: Cortellessa è dappertutto, in convegni e letture, Giovenale e company, non bastando Romapoesia, si spingono perfino in Canada come “rappresentanza” dei giovani poeti italiani…Che ci siano di mezzo gli assessorati rossi, il sindacato degli scrittori del comunista Lunetta (simpatico però, amante delle bevute…) e le buone relazioni nei ministeri esteri e Istituti di cultura? Chissà…Mistero…

    Andrea Margiotta

    anonimo

    10 marzo 2006 at 13:28

  41. PS Ho appena ricevuto il libro Giornata di Sebastiano Aglieco che ricordiamo vinse il Premio Montale …
    E sono contento perché posso leggere un poeta vero… Ma forse queste isole reali non le vede il geografo-mappatore Giovenale… a.m

    anonimo

    10 marzo 2006 at 13:59

  42. e l’altro cartografo Cortellessa…

    PS Se qualche intelligentone mi viene a dire che Giovenale mappava in realtà i nati dal 68 in poi e Aglieco esula dalla data, rispondo che poteva spostare la datazione indietro…Le cronologie hanno senso sugli oggetti e sui risultati reali e non nelle astratte griglie storico-sociologiche…

    anonimo

    10 marzo 2006 at 14:09

  43. con me “don camillo” sfondi una porta aperta, nel caso di aglieco. che gli istituti di cultura abbiano una condotta a volte difficile da comprendere lo testimonia il fatto che lo scorso anno quello di lubiana ha ospitato me (per parlare di poesia slovena per il lavoro su vdl) in una rassegna che per giunta aveva pure la maraini !!! ;)))

    nel caso di cortellessa io come già ho scritto credo che si sia caricato un lavoro importante sulle spalle. (ad esempio quello degli ultimi scritti di raboni):

    poi ti dico, credo che si sia in un momento che se si vuole si può fare molto: io ribadisco, c’è bisogno di 1 analisi seria del gruppo ’63, delle avanguardie e delle riviste degli anni ’90: chi si prende sulle spalle una di queste cose ? se lo si trova ha tutta la mia simpatia. se cortellessa lavora per 10, ha sinceramente tutta la mia simpatia, perchè lui lavora (e seriamente, secondo me). poi uno può non concordare e allora discuterà il suo lavoro. una bella botta di democrazia, che non fa mai male.

    nel mio modo di intendere il lavoro di marco giovenale, lui ha analizzato una generazione (quella della dicitura di romapoesia), con un taglio ben preciso che riteneva opportuno. la discussione come tu stai facendo si può affrontare da migliaia di punti. certo se va dai ragazzi di exit in canada non mi pare un attentato…

    matteofantuzzi

    10 marzo 2006 at 17:59

  44. 3 inediti miei con una nota di gianfranco fabbri (che ringrazio) qui

    matteofantuzzi

    10 marzo 2006 at 18:01

  45. A me stupisce sempre di più questa tendenza del tutto accademica del partire dalle lettere, dagli ideogrammi, quindi dalla letteratura piuttosto che dal suo humus primordiale, contraddittorio, sporco di terra e fango. Questo alimenta molta letteratura inutile. Inutile nel senso che non riveste una sua funzione, che è quella di porsi nella referenzialità, nel tentativo di mettersi in contatto con qualcuno, con qualcosa. Al limite con i propri fantasmi, con la propria musa ritorta. E in questo senso hanno ragione gli interventi che sottolineano l’inadeguatezza delle parole, quando esse finiscono per sbattere contro le pareti di una stanza. E’ la stessa differenza che passa a scuola tra lo stare in classe e mettersi in ascolto di un bambino, e magari nascondendo le lacrime quando egli piange; e firmare un modulo che attesti una qualche conformità a una prassi, per testimoniare la qualità di una scuola sempre più fasulla. Io dico che, se la letteratura si scolla, se rinuncia all’ascolto, a una lotta con qualcuno, con qualcosa, le parole finiscono per sbatterci contro come le ali di un pipistrello. Qualcuno ha citato Dante, poeta civile, si sa. Ma in che cosa consiste questa civiltà di Dante? Nel far corrispondere esattamente le parole ai fatti (canto 32 dell’inferno). Guarda caso, poi, si scopre che questa parola diventa polisemica, fa scoppiare i significati perché parlando della vita, questa ci mostra lo scherno delle sue infinite facce; ci mostra la nostra inadeguatezza, ci mostra l’ambiguità delle parole tutte. E che cos’è, poi, il canto del Paradiso? Una letteratura fredda? Certo. Ma Dante vi è giunto, ha attraversato i gorghi, la pena dell’esilio. Dante ha potuto parlare degli altri parlando prima di se stesso. E in questo parlare riscopre il mondo, e il mondo si specchia in lui, e allora sì che è parola plurale, perché è parola del mondo. Prima della freddezza, il calore bruciante della vita che ci urla nelle orecchie. Cari, carissimi poeti, e critici. Amici liberi nel parlare e amici dalle bocche mute. E amici reticenti. E amici che non osate. E amici giunti alle parole per la gloria. O semplicemente perché non sappiamo abitare il mondo. Io non amo la letteratura, anche se scrivo poesie e questo per me è un viatico. Questo non amore mi permette di cogliere l’amore profondo, e il rispetto per le parole degli altri, quando avverto una verità nel testo, la sua bellezza, la sua necessità; nelle lacrime che sgorgano (in nome del calore) e nel cervello che pulsa, e pensa, e immagina (in nome di una freddezza che si è nutrita di tutto il calore del mondo) Altrimenti di che cosa stiamo parlando? Credo profondamente nella rivoluzione, nelle parole di un Cristo liberato da tutti i papi, da tutti i preti, da tutte le porcherie dei politici cattolici. Credo nella bellezza delle parole, credo all’etimologia della parola poesia; credo alla forza dell’indignazione e al potere del silenzio di squarciare il velo. Ora ho bisogno di silenzio
    Sebastiano Aglieco

    anonimo

    10 marzo 2006 at 22:42

  46. Il destino è un pazzo che ci segue/agitando un rasoio tra le ombre.

    è il finale di una mia poesia, dal Diario tra due estati, Dear Matteo ti rispondo con questo… salutami Sannelli e Giovenale…se appaiono nelle notti di luna piena…
    andrea margiotta

    anonimo

    11 marzo 2006 at 08:13

  47. grazie, Andrea. Sebastiano, un Cristo liberato da tutti i preti tranne me, spero…

    fabry2005

    11 marzo 2006 at 09:12

  48. Caro Sebastiano, credo in una rivoluzione “totale” del nostro agire che ci possa liberare da tutti i fantasmi della mente…nessuno escluso.Marco

    anonimo

    11 marzo 2006 at 11:19

  49. Grazie, Andrea, per i saluti e gli apprezzamenti al mio blog. Credo ci siano molte note giuste, nel tuo lungo post. Mi sarebbe piaciuto intrattenere con te una frequentazione, in quei tuoi anni forlivesi.
    Per quanto riguarda la questione posta da te nel lungo commento, ti dico che, nonostante sia abbastanza presente in rete, non riesco ad essere così aggiornato sulle uscite di libri o riviste contemporanee. Parola Plurale non l’ho nemmeno aperta (e dovrei probabilmente vergognarmi, nel confessarlo…). Presto fede a quel che dici in merito al pezzo di Viviani: poi semmai verificherò di persona e potrei benissimo essere d’accordo con te. Per quanto riguarda Sannelli, è vero che la sua poesia derivi in parte dalle temperie dei ’70, ma non direi che sia una poesia che non trasmette nulla; a me riesce interessante proprio perché -come dicevo nel mio “cappello” sul mio blog- fa vedere la propria fragilità comunicativa, al limite con l’afasia (qualcuno dice addirittura con l’autismo). Ma la scrittura che mostra così i propri connotati a me interessa: poi si può discutere se io sia un un lettore cerebrale e freddo. Questo che scrivo è un mio semplice punto di vista (e come immaginerai, di simili, ce ne potranni essere molti). Quindi, rispettando un tuo sacrosanto diritto ad affermare il distinguo da un simile “far poesia”, dico che anche tu devi dare, a chi la pensa in modo diverso da te, la stessa dignità di “buona ed onesta lettura”. Ma so che questo lo fai, perché ti credo persona intellettualmente onesta e sincera (e qui lo dimostri ampiamente).
    Io sono un “estremo irregolare” che non ama troppo affidarsi alle linee dei pur grandi Maestri e teorici della letteratura. D’accordo sul fatto che il retroterra culturale risulti cibo finissimo e nutriente, al fine del nostro svezzamento. Il passo ulteriore, però, io lo compio rendendomi lettore aperto a tutte le chievi espressive: avrò tempo per allontanarmi, o avvicinarmi, a taluni autori anziché ad altri. Prima voglio sporcarmi ben bene nel poeta e nella sua opera. Io non mi reputo autore “freddo”, ma posso benissimo amare un “freddo autore”, che, nella propria gelidità, sappia comunicarmi l’autentico e l’onesto.
    Chissà se mi sono spiegato.

    Se ogni tanto torni a Forlì, vieni a trovarmi, Andrea: mi faresti molto piacere.
    Con amicizia,
    Gianfranco

    nestore22

    11 marzo 2006 at 12:01

  50. Segnalo uno scritto di Giancarlo Pontiggia che presenta un libro molto interessante sulla poesia e la vita di Umberto Piersanti: un dialogo a tre tra il poeta e due critici di grande sensibilità e intelligenza, l’amico Galaverni e Raffaeli: indirizzo http://www.cafeletterario.it/libro/cafelib.htm
    o nel libro della settmana di http://www.librialice.it/
    Le cose che scrive Pontiggia possono aggiungersi a quanto ho cercato di dire qui… Le sposo in toto così come assumo e condivido pienamente, in relazione a quanto detto nei post, uno scritto di Martino Baldi ( spesso presente qui) che apre il volume antologico Riccione “Parco Poesia 2004” pubb.da Guaraldi, antologia che raccoglie i testi dei poeti presenti in quell’occasione, me compreso…
    x Sebastiano, condivido tutto quello che hai detto tranne la parte sui cristiani: “nulla salus sine ecclesia”, non c’è salvezza al di fuori della chiesa e non so se possa esserci un Cristo senza comunità che non scada in un’idea o sentimento o pratica da cameretta silenziosa, in un rapporto esclusivamente soggettivo com’è nella religione protestante…Del resto, la brillante ma orgogliosissima mente di Martin Lutero pertì anche da quella proposizione di S.Cipriano per staccarsi da Roma e dal Papa…Temi complicati: posso solo dire che non c’è identità senza relazione o rapporto, dunque non c’è identità cristiana, come offerta vitale, di gesti e di volti, senza un rapporto con i cristiani…Questo lo sento esistenzialmente prima ancora di pensarlo o razionalizzarlo…Semmai, ne soffro per la mancanza…
    x Gianfri: ti sei spiegato benissimo…Forlì, quanti ricordi, il liceo classico morgagni, le biciclette, il suono della campana di S.Mercuriale, certe ragazze…
    Un saluto con amicizia…

    andrea margiotta

    anonimo

    12 marzo 2006 at 00:08

  51. “Il destino è un pazzo che ci segue/agitando un rasoio tra le ombre.”

    Margiotta questa frase è tremendamente simile al finale di una poesia è di arsenij tarkovskij, presente tra l’altro nel film “Lo specchio”, del figlio Andrei, appena fuori dalla dacia, prima dell’incendio al fienile.
    Ci sono giusto le ombre al posto della mani (il destino ci aspetta come un pazzo/con un rasoio in mano). Nessuna insinuazione eh, immagino sia una coincidenza, te lo dico nel caso dicessi questa frase in un altro contesto e la cosa venisse fuori. Così almeno lo sai.

    A

    anonimo

    15 marzo 2006 at 06:42


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