UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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POESIA E METAPOESIA di Antonio Fiori                                           

(Appunti per la serata “Dintorni della Poesia”, Alghero, Biblioteca S.Michele, 4 giugno 2004)

 Definizioni e citazioni

 […]

Credo che, per chi scrive, la poesia nasca da un trauma, come terapia, e prosegua poi senza quasi possibilità di ritorno per tutta la vita, arrivando a combaciare, coincidere con la vita stessa, arricchendosi dunque, per ciascuno, di una pluralità di motivazioni e di significati. Sono rari infatti i casi di poeti che rinneghino la poesia o l’abbandonino: viene in mente sempre, a questo proposito, Rimbaud, ma quali ulteriori esempi possiamo addurre? “Poeta è un aggettivo”, dice Angelo Mundula in un suo verso, un predicato possibile, un modo d’essere che si adotta per sempre. 

[…]

La metapoesia

(oggetto e utilità della poesia autoreferente: luogo di autocoscienza per l’autore, possibilità di analisi dello stile e della poetica)

Si definisce metapoesia la poesia sulla poesia, la poesia autoreferente. E’ un’esperienza che molti poeti hanno fatto e credo di poter dire, almeno per quanto mi riguarda, che vi sia quasi una coazione a scrivere sulla propria poesia. La metapoesia è un’oasi in cui l’autore si guarda allo specchio, quasi dall’esterno, in cui può dar conto della sua poetica. Praticando la metapoesia egli è costretto, anche inconsapevolmente, a scoprirsi, ad uscire dalla botola del suggeritore, a togliere la maschera. Ed è per questo che la lettura delle poesie autoreferenti è di così grande interesse e utilità: ci abitano insieme il poeta e la sua poesia. A volte si tratta di semplici, ma preziosi, bigliettini da visita, altre volte di grandi manifesti umani e poetici.

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Written by matteofantuzzi

19 febbraio 2006 a 14:47

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39 Risposte

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  1. la metapoesia è anche poesia della crisi, dell’occhio che rinuncia a guardare il mondo: ora serrata retinae

    gugl

    anonimo

    19 febbraio 2006 at 14:56

  2. esatto, magrelli è proprio uno degli esempi citati da fiori nel resto dell’articolo. posto proprio la parte che parla di magrelli, scritta sempre da fiori:

    “La poesia di Valerio Magrelli (da ‘Didascalie per la lettura di un giornale’, 1999) è didattica, tecnica, sospesa tra serietà e leggerezza. Originale la sintassi, scoperte le intenzioni: quasi una non-poesia la cui bellezza, però, a mio avviso, sta tutta in quel quasi. Potremmo ripetere lo stesso giudizio anche per l’altro testo di questo autore, A te Dna della poesia (da ‘Esercizi di tiptologia’, 1992): qui è ribadito il destino comune di poesia e linguaggio, a quel “futuro della lingua madre” è legato anche il futuro della poesia. In un’intervista di qualche anno fa il poeta proponeva l’utilizzo, nel testo poetico, di una sorta di ‘effetto speciale’ (ben noto in ambito cinematografico) volto a indurre nel lettore prima lo stupore, quindi una più attenta meditazione sulla poesia. Ed ecco allora questo ‘Dna’ dedicatario e l’assemblaggio, quasi fisico, di questa poesia-trottola destinata a un continuo girare dentro il futuro.”

    matteofantuzzi

    19 febbraio 2006 at 15:00

  3. appunto magrelli, nel 1980 con ora serrata retinae, dice la crisi della poesia italiana rispetto al rapporto con il mondo, ma, al tempo stesso, tenta di sanare quella distanza, mettendo in scena la segreta ambizione di essere matita, corpo-scrittura, sensibile sismografo della materia pulsante.

    gugl

    anonimo

    19 febbraio 2006 at 15:23

  4. quindi il poeta è trait d’union tra poesia e pubblico ?

    (la domanda è retorica, ma stefano di prego di rispondere comunque)

    stefano e chiunque vorrà

    matteofantuzzi

    19 febbraio 2006 at 15:27

  5. non direi che in magrelli siano questi i termini. Semmai in lui, il poeta si fa pubblico della propria scrittura. l’occhio che si guarda scrivere.

    in generale, direi, il poeta non può che essere trattino fra due incognite: la poesia e il pubblico, appunto

    ciao matteo, un caro saluto
    gugl

    anonimo

    19 febbraio 2006 at 15:59

  6. La recensione di Berardinelli su Temporelli (viene pure la rima) non dice molto, cioè praticamente è utile solo da un punto di vista pubblicitario (che è già qualcosa, benché parliamo sempre – trattandosi di genere nicchia – di micropubblicità…).
    In pratica pare più un tributo d’amore a Sereni che un approfondimento della poesia di Merlin…
    Mi pare più perspicua quella di Daniele Piccini, sulla quale mi trovo d’accordo. Io credo che ci siano poeti, chiamiamoli se volete di natura, che riescono a rendere immediatamente una visione poetica, cioè, come il re Mida, fanno diventare oropoesia tutto ciò che nominano: tra i giovani ,nella mia esperienza, ne ho incontrati 3 (uno dei quali, il secondo, scrisse che anch’io avevo questa dote, ma questo è un altro discorso…): ecco i nomi 1)Rondoni, 2)Gibellini e 3)Fossati…Quando leggo i testi di questi poeti io sento immediatamente la poesia, come sguardo e visione, innanzitutto…Questi sono poeti “dalla nascita”, irreversibilmente poeti, a prescindere dai risultati…
    Temporelli invece mi pare che abbia bisogno di un’impalcatura culturale e discorsiva per arrivare alla poesia (ammesso che ci arrivi)…In questo senso forse concordo con Berardinelli quando parla di oratoria nel libro di Merlin: ma non la collegherei alla grande eloquenza da teatro francese raciniano di certo Luzi…
    Tuttavia, da un critico intelligente come Berardinelli (su cui ho comunque molte riserve ideali essendo l’espressione di una cultura fortiniana-materialistica-sessantottina) mi aspetto analisi più profonde…
    Forse è il caso di dire che i critici pur intelligenti e colti come Berardinelli o Cordelli sono incapaci di tastare il nuovo in poesia perché esprimono una cultura, un mondo che ha fatto il suo tempo…Possono vivere solo di rimpianti, di nostalgie…
    Avanzano critici più originali e liberi come Lagazzi Mazzoni e altri…
    Certo, magari avessimo ancora gente del livello di Beguin (“L’anima romantica e il sogno”), Raymond, Empson, DeBenedetti o il buon Macrì e lo stesso Piero Bigongiari… Oppure poeti-critici acuti come Montale…
    Personalmente colloco il mio pensiero critico (benché io non sia un critico militante) all’incrocio tra due itinerari fondamentali: Bloom e Steiner…Mi paiono le due esperienze più stimolanti, tra i contemporanei…
    saluti…
    andrew

    anonimo

    19 febbraio 2006 at 16:49

  7. PUBBLICARE UNA PLAQUETTE
    NE “I LIBRETTI VERDI”
    (la nuova collana di Battello)

    Nel 2005 l’editore triestino Battello ha dato vita alla collana di plaquette “i libretti verdi”. Dopo averci pubblicati, ha affidato a me, Ugo Pierri e Matteo Moder la cura della collana.

    I prossimi ad essere pubblicati saranno Luigi Di Ruscio, Marco Giovenale, Matteo Danieli, Mauro Caselli e Raffaello Bisso.

    Chiunque fosse interessato a proporre una plaquette inedita, può spedirmi il materiale alla seguente mail:

    luigi_nacci@yahoo.it

    anonimo

    19 febbraio 2006 at 17:32

  8. Interessante questo “dibattito”. Non è ironico alla Nanni Moretti. Davvero sulla meta-poesia si potrebbe scrivere un trattato…:-)
    Un caro saluto
    Liuk

    P.S.Non ho letto il libro di Temporelli/Merlin; conosco poco Belardinelli. E come critico stimo molto Cortellessa. Molto ben curata l’opera di Pagliarani recentemente uscita!

    anonimo

    19 febbraio 2006 at 17:44

  9. mi son sempre chiesto se la poesia non è sempre un po’ metapoesia…

    vocativo

    19 febbraio 2006 at 19:18

  10. Già, caro Voc. Ma questo non è né un difetto né un pregio: è, piuttosto, una caratteristica (in modo particolare, dei nostri tempi). A volte la critica migliore si trova all’interno di qualche estratto poetico. Inconsapevole o meno, è utile (e a volte anche bello da leggere).
    Gianfranco

    nestore22

    19 febbraio 2006 at 21:20

  11. in ordine sparso: gianfranco, ti ho mandato 1 mail, mi dici se l’hai ricevuta ? perchè a volte mi sa tra la tua mail e la mia mail ci sono problematiche…

    il libro di pagliarani è un capolavoro, vale i 19 euri che costa (o la gita in biblioteca se non avete i soldini…), cortellessa è un ottimo critico come lo è lagazzi, come lo è mazzoni (e non parlo di idee espresse, quanto di metodo, e di necessità di pluralità: in questo sono molto contento della evoluzione delle patrie lettere)

    belardinelli: devo dire che sarebbe molto facile fare 1 piccolo ragionamento sulla pagina del foglio scritta ogni settimana da belardinelli… prima nazione indiana… poi questo. tutte cose che paiono un poco naif, e che secondo me non lo sono. non per niente lo stesso marco/andrea dice nel suo nuovo spazio di non ritrovarcisi nelle parole di belardinelli, in effetti pare “il cielo di marte” quasi un passaggio, staccato dal ragionamento dell’articolo.

    insomma, una curiosa “cinetica saggistica”, diciamo così… è interessante anche il ragionamento dei poeti “di nascita” a prescindere dai risultati inserita da andrea. di fossati già ho parlato e così impossibile non riconoscere le qualità di gibellini.

    metapoesia: non pensate sia 1 arma estremamente “pericolosa” dove chi scrive rischia d’essere risucchiato ? (poi voc provocando ci becca, ma c’è forse un cammino “consapevole” e uno “inconsapevole”…)

    matteofantuzzi

    20 febbraio 2006 at 06:20

  12. vedo che nessuno si sofferma sul fatto che la metapoesia dilaga là dove c’è crisi di rappresentatività.

    per essere più espliciti: ci si lecca le ferite linguistiche, le si mostra, alorché non ci si sente più testimoni di nulla.

    gugl

    anonimo

    20 febbraio 2006 at 06:38

  13. Il poeta dovrebbe essere sempre anche lettore di se stesso. L’osmosi autore-lettore è fondamentale ed è presente, credo, in ogni poeta (anche se quasi mai facile da individuare per i ben noti meccanismi di mascheramento). Sono convinto sia importante scrivere e studiare la metapoesia, vorrei però anche ricordare che bisogna porsi altre domande, fare un passo avanti: che cosa carichiamo sulla mongolfiera della poesia (il baule delle crisi d’identità, lo zaino degli occhi che ci guardano, i misteriose missive che giungono continuamente dall’inconscio, la reliquia del dio che cerchiamo – o ci cerca)? E, infine, soppratutto, che cosa siamo disposti a gettar via in caso di pericolo, di quanto abbiamo a bordo?

    Antonio Fiori

    diamine

    20 febbraio 2006 at 06:52

  14. Stefano, d’accordo. Pero’ dovremmo arrivare a questa riflessione: oggi nessuno e’ piu’ testimone di niente e di nessuno, perche’ tutti, dico tutti, scrivono versi che rimandano a se stessi e alla loro opera. La poesia che “si” dice, che detta, senza volerlo dare ad intendere, principi di poetica, sono piu’ rare. Cosa se ne deve dedurre? Che la poesia e’ volata altrove, che e’ morta? Certo, Foscolo scriveva della caduta da cavallo della contessa Pallavicini (era lei?) scomodando i principi filosofici, mitologici e universali, facendo del titolo un pretesto. ma sono passati due secoli: non siamo piu’ figli di quel pensare e di quel linguaggio. Perche’, allora, non comprendere chi scrive ripiegato su di se’, senza aver nulla da dire, e capire, per contrappeso, chi nell’io poetico mette il mondo intero (pur scrivendo in prima persona)?
    Gianfri

    nestore22

    20 febbraio 2006 at 10:23

  15. sì, bisogna distinguere la poesia dalla non-poesia. ma forse non intendevi questo.

    gugl

    anonimo

    20 febbraio 2006 at 13:34

  16. un ricordo di Mario Luzi e una frecciatina a Nannipieri…Nel blog…
    ciao

    andrea

    anonimo

    20 febbraio 2006 at 14:10

  17. sabato 25 febbraio – dalle ore 15,30 alle 18
    Milano e i suoi poeti
    35 autori per una città

    alborghetti, buffoni, cera rosco, cucchi, fichera, loi, majorino, mattio, neri, oldani, pellegatti, raimondi, santagostini ecc.

    Libreria del Castello
    Cortile delle Armi
    Castello Sforzesco- Milano

    matteofantuzzi

    20 febbraio 2006 at 21:13

  18. andrea, povero luca… (e per una volta, pare quasi incredibile, c’è una forte comunanza tra te e marco !!!)

    tornando al discorso principale, il discorso di gianfranco è anche il mio, e così va la domanda di antonio che si chiede appunto “cosa buttare” o meglio ancora aggiungo “cosa di se stessi omettere se si vuole parlare come io per parlare d’altro” (frase un poco confusa…)

    e perchè si parla di noi stessi (eventualmente)? e a chi frega qualcosa ? e la nostra vita è così straordinaria (anche nella normalità) da potere / dovere essere narrata ?

    stefano: ci si parla addosso quando non si ha più nulla da dire…

    matteofantuzzi

    20 febbraio 2006 at 21:24

  19. Non è esattamente così, Stefano (ci si parla addosso etc…); c’è uno spazio anche per raccontare e raccontarsi; non è facile, bisogna saperlo fare, riuscire cioè, parlando anche di se, ad andare oltre il privato e il banale, a consentire rispecchiamenti (fruttuosi proprio perchè quella è la quotidianità di tutti); e poi c’è il lavoro sulla parola, il tentativo di salvare la lingua, decontaminarla per quanto possibile, recuperare i dialetti, i racconti dei vecchi…insomma il discorso si fa lungo e non può certo liquidarsi ponendo barriere tematiche alla poesia.
    Antonio

    diamine

    21 febbraio 2006 at 08:22

  20. l’impressione è che oggi il concetto di poesia sia per i più semplicemente tenere un diario privato in rete invece che nel comodino…, la definirei più una chat della novella bit generation. Il Buon Grillo (Beppe) sostiene che la rete fagociterà tutto, non ci saranno più radio, tv, giornali, libri, la poesia sarà come Vikipedia, una va lì…e legge solo quello che vuole leggere…Chissà se avrà ragione…Marco

    anonimo

    21 febbraio 2006 at 10:54

  21. Involontariamente ho detto il contrario di quel che volevo affermare: si tratta di rileggere la mia ultima considerazione.
    Eh, Stefano: la mia arteriosc. viaggia un bel po’ forte..
    Gianfranco

    nestore22

    21 febbraio 2006 at 16:04

  22. il fatto che oggi si fa poesia “solipsistica”, se mi si lascia passare il termine , è dovuto ad un disorientamento umano prima che poetico. E’ questione di mappe! Perciò diventa una forma di difesa. Il poeta-uomo riesce a vivere solo ciò che gli sembra essere più proprio. Il resto è fuori. La metapoesia è imparentata a questa modalità di intendere la poesia, ma lo è per opposte scale di confronti: è una maschera ulteriore che il poeta indossa, un’esibizione di un’esteriorità strumentale (la poesia, appunto: e qui gioca il suo ruolo la tradizione, come forma e processo al quale appartenere per dare al poeta l’autorizzazione alla “rappresentatività“) più che di un’interiorità.

    vocativo

    21 febbraio 2006 at 19:56

  23. ho mai detto che “ci si parla addosso”? lo dice il caro Matteo.
    io dico: verifichiamo i periodi storico-letterari in cui la poesia è principalmente metapoesia e si vedrà che sono momenti in cui tra arte e società c’è una frattura radicale.

    Direi, meglio: la causa prima della metapoesia è la frattura fra arte e società. Naturalmente, non tutta l’arte interroga le proprie budella: c’è anche picasso, bacon e qualche poeta che guarda fuori, nel metamondo.

    gugl

    anonimo

    21 febbraio 2006 at 20:20

  24. comunque c’è anche della ottima metapoesia (che già in Dante e Petrarca ha un grado altissimo, forse il più alto in assoluto) negli ultimi tempi.

    (sembra che io stia vendendo da imbonitore qualche scadente prodotto) :)))))

    vocativo

    21 febbraio 2006 at 22:23

  25. solo che noi non dobbiamo pensare ai grandissimi dante e petrarca, ma evitare che la metapoesia sia 1 pretesto oggi per evitare di (ribadisco, e giustamente stefano sottolinea sono io ad avere introdotto la cosa) parlarci addosso. così il lavoro sulla parola deve (e sottolineo deve) essere funzionale, non fine a se stesso. in questo porto sempre l’esempio di marco giovenale, lavoro enorme sulla parola, ma col fine di fare “esplodere” il significato del testo. altrettanto un grande innovatore come calzavara… ma anche pagliarani che ha dato una botta potentissima al linguaggio e alla prosa poetica (si capisce cosa sto leggendo in questi giorni, eh…).

    matteofantuzzi

    22 febbraio 2006 at 06:23

  26. Io credo sia necessaria la frattura tra “io” e il mondo, altrimenti il mondo non si percepisce. E’ per questo, a mio avviso, che ogni poeta parte da un linguaggio su se stesso prima di approdare al mondo. Lo fa il bambino apprendendo, percependo il sé, poi può percepire il mondo. Io penso che tutto questo discorso sul solipsismo sia pericoloso solamente se non esista, nel poeta, una forma di consapevolezza, che in questo senso, è metapoesia, ma solo in questo senso; e cioé per nulla, mera sperimentazione o diario segreto. Però guardate che si parte da lì. E’ straordinario trovare nella letteratura, nell’arte, ossessioni personali anche dove non te lo saresti mai aspettato, ed è altrettanto straordinario rendersi conto come queste ossessioni siano diventate altro, forma dell’arte. E’ inimmaginabile Dante senza il suo esilio, senza, cioè, quell’interiorità del dolore vissuto proprio nella frattura tra “io” e “mondo”. E Petrarca? Ma la forma è una conseguenza di questo, una necessaria conseguenza. Allora non dobbiamo spaventarci della nostra piccola biografia perché, parlando di noi, parliamo del mondo e degli altri. L’importante è che questo avvenga, ripeto, con un grado molto alto di consapevolezza artistica anche se poi, almeno inizialmente, non sempre è così. Ma pensate cos’è l’opera di Camus, come sia tutta costruita su questa lama tra l’io che è percepito dal mondo e il mondo che percepisce l’io.

    Sebastiano

    anonimo

    22 febbraio 2006 at 06:56

  27. Non posso ancora pubblicare, per evidenti ragioni legate al privato, un lavoro fatto in classe con i miei bambini in cui chiedevo loro di parlare del loro angelo personale. Ne hanno parlato in un modo che, dal punto di vista della genesi dell’opera, mi fa molto riflettere. Questo angelo che descrivono non è l’angioletto agiografico delle figurine panini, ma il loro alter ego. Percepiscono di sé la parte che avvertono come necessaria ma altra perché la loro personalità mostrata non la contiene. Insomma, parlano di sé, ed è straordinario che possano percepire il mondo attraverso questo sé, altrimenti farebbero prosa giornalistica

    Sebastiano

    anonimo

    22 febbraio 2006 at 07:00

  28. OT:
    Sabato, 25 febbraio 2006, ore 18 presso la Libreria Croce in Corso Vittorio Emanuele II, 156 – ROMA si tiene la presentazione della rivista di poesia e cultura Almanacco del ramo d’oro anno II, n. 7.
    Letture poetiche e interventi di Alessio Brandolini, Martha Canfield, Francesco Cenetiempo, Vincenzo Della Mea, Mario Desiati, Gabriella Musetti, Elio Pecora.
    Interventi musicali del DELI TRIO (Daniele Raggi, chitarra; Laura Senatore, violino; Raffaele Filardo, chitarra).

    Saluti,
    Vincenzo
    (PS IT: “Allora non dobbiamo spaventarci della nostra piccola biografia perché, parlando di noi, parliamo del mondo e degli altri.”, questa cosa è già saltata fuori parlando del ruolo del poeta… se la poesia è buona, direi che poco conta di “cosa” si parla)

    anonimo

    22 febbraio 2006 at 15:06

  29. Chiedo scusa per l’attribuzione della frase sul parlarsi addosso (a Stefano anzichè a Matteo). Trovo piuttosto in linea con quanto dicevo i riferimenti a Giovenale e Pagliarani, che certo aprono prospettive ulteriori rispetto a un primo “salvataggio” della lingua (impellente e quasi archeologico per quanto riguarda i dialetti). Col metamondo bisogna effettivamente confrontarsi; mi pare abbia più a che fare con i meccanismi della comunicazione, sia il mondo come tenta di apparire (diverso da quel che è, quasi sempre) – quindi informazione, chi la controlla, maschere utilizzate in quelle sedi, etc. all’arte, ogni tanto, il compito di demistificare (o portare al parossismo), decodificare (o confondere di più se il caso)…
    Antonio

    diamine

    22 febbraio 2006 at 16:17

  30. (mio OT da FuoriCasa.Poesia)

    segnaliamo due prossimi incontri che si terrano a Bologna presso la libreria LIBRINCONTRO, via San Vitale 4 (pieno centro, due passi dalle due torri)

    giovedì 23 febbraio, ore 18.30

    RAFFAELLI EDITORE

    presentazione della collana di poesia contemporanea

    diretta da Gianfranco Lauretano. Saranno presenti l’editore Walter Raffaelli

    e numerosi degli autori pubblicati: Sabrina Foschini, Gianni Fucci, Stefano Maldini, Stefano Massari, Paola Turroni,Valerio Fabbri e molti altri

    *

    giovedì 2 marzo, ore 18.30
    presentazione del libro

    Narciso nell’accordo estremo dei flauti (Azimut, 2005)
    del grande poeta spagnolo Leopoldo Marìa Panero

    interverranno Nicola Vacca e Giancarlo Sissa, il traduttore Ianus Pravo e gli editori
    Adriana Merola e Guido Farneti

    matteofantuzzi

    22 febbraio 2006 at 20:31

  31. auguri a salvatore della capa (blog linkato a sn.). vincenzo, ma quanto giri ??? salutami desiati. a proposito… quando… io aspetto…

    ;)))

    *

    detto questo e tornando al discorso principale… tutto giusto. sebastiano i bambini nella loro purezza, innocenza, ecc. hanno proprio in loro quei meccanismi che dovrebbero portare tutti i poeti, quell’inconsapevolezza, quella necessità non indotta che per lo meno a me (ma a molti, si capisce da questo dialogo) preme.

    se no è tutto la solita storiela del “mi si vedrà di più se vado, o se non vado… se sto lì o se sto là…” ecc. questo è il tipo di metapoesia da evitare. è ancora metapoesia o il jerking off di wu ming 1 di qualche tempo fa. gran gran bella domanda.

    matteofantuzzi

    22 febbraio 2006 at 20:43

  32. su Nazione Indiana: una nuova uscita, varia umanità e sociologia qui.

    matteofantuzzi

    23 febbraio 2006 at 06:37

  33. letta, con il suo accapigliarsi. che stimola e dà stimolo alla materia minima trattata, la “non -antologia”, i suoi nomini ben infilati.
    ma tornando alla metapoesia, che un pò metà poesia è, sono in disaccordo con gugl quando la attribuisce a età desolate (mi piace la matematica, metà è sempre maggiore di un terzo, tipo)(e ci son stati periodi d’accademia in cui la poesia era a un terzo, ma che dico!, a un sedicesimo-minimo-)
    Cito da “i miserabili 2004” un breve brano:

    Il jazz s’è suicidato
    Fate che la poesia non faccia la stessa fine
    Non temiate
    l’aria fredda della notte
    Non date retta alle istituzioni
    quando trasformate i manoscritti in
    arenaria
    non inchinatevi né fate a cazzotti
    per i pionieri di Edith Wharton
    o per la prosa alla nebraska di ursula major
    no, statevene nel vostro giardinetto
    & ridete, suonate
    il trombone di mollica
    & se poi qualcuno vi regala perline
    ebree, marocchine, o vattelapesca,
    addormentatevi con quella collana al collo
    E’ probabile che facciate sogni più belli
    La pioggia non c’è
    non ci sono più me
    te lo dico io, ragazzo,
    sicuro come un siluro.

    (kerouak)

    molesini

    24 febbraio 2006 at 00:03

  34. esatto: io eviterei le categorie e terrei tutto essenzialmente come monito.

    *

    tra i blog non solo di poesia ma che parlano molto di poesia ho inserito nella sfilza a sn. georgia mada: per esempio per quanto riguarda la pagina di Belardinelli su Il Foglio, che io se no eviterei volentieri di leggere (il Foglio, non Belardinelli). Dopo Merlin si passa a Galaverni, ribadisco la mia teoria:

    -nulla di quanto sta scrivendo Belardinelli è per caso
    -ne vedremo delle belle

    inoltre sempre nello stesso blog poemetto di simona niccolai via atelier

    matteofantuzzi

    24 febbraio 2006 at 06:13

  35. “Ma confrontata con la saggistica, la quasi totalità della poesia scritta (non solo in Italia) negli ultimi vent’anni impallidisce”: questa affermazione di Berardinelli, oltre a essere una provocazione del tutto falsa e gratuita, rappresenta soprattutto una trappola nella quale non bisogna cadere. La contrapposizione fra critica e poesia crea infatti solo le premesse per una miserabile guerra tra diseredati…

    g. mar.

    anonimo

    24 febbraio 2006 at 11:37

  36. Ciao matteo, in quale numero del foglio berardinelli scrive sul mio amico galaverni?

    ho detto due parole intorno alla critica, sul mio blog, come al solito sempre in maniera leggera da “libertino del settecento”…Ma non corriva…
    Non mi piacciono i discorsi eccessivamente astratti o troppo teorici e mentali… Sarà forse che ho frequentato spesso le pagine di critici d’arte come Longhi o Testori o Sgarbi, sempre concretissimi proprio perché forse la pittura è più materica della poesia… Se leggete Auerbach potete risparmiarvi i formalisti russi e gli strutturalisti praghesi o francesi anni 60-70… Insomma, evitate critici che non aggiungono molto a quello che potreste benissimo ricavare da soli leggendo un testo… Ed evitate i critici da “mal di testa”…
    Perché tu non leggi il Foglio? il solito anti-berlusconismo? O non ti piace Giulianone? A me pare uno dei pochi che usino bene la ragione anche se è molto furbo e troppo filoamericano…Comunque è un ottimo giornalista… Mica come certi faziosi o certi moralisti che fanno le pulci e hanno contratti miliardari…
    a’t salù
    andrea

    anonimo

    24 febbraio 2006 at 16:08

  37. perchè spesso andrea non ho (stra-sob) il tempo di leggere nemmeno il corriere della sera che invece amo molto. (poi, scusa, il foglio, come il resto dei giornali italiani, non è comunista ?)

    sai che scherzo… però è ovvio, qualcuno devi escludere… se no dovrebbero fare il giornale “delle terze pagine” come si diceva tempo fa. faccio 1 esempio già fatto: nicola vacca, bravissimo critico, scrive per 1 giornale che per me è “difficilissimo” leggere, sicuramente non nelle mie corde e lontano dal mio pensiero.
    questo è nell’umana difformità di pensiero, e ci sta tutto, certo avere chi ti parla di qualcosa senza (anche economicamente) per forza dovere acquistare “il pacchetto completo” è da segnalare. (e per par condicio mi raccomando qualcuno riporti le pagine culturali di unità, manifesto, liberazione, europa ecc.)

    avrà tutto il mio affetto (anche se fanno 1 terza pagina della padania, e qualcuno la riporta, per intenderci: dico così perchè so che la padania la pagina culturale non ce l’ha, solo quella degli spettacoli)

    l’articolo era su il foglio di martedì scorso, se ho capito bene

    *

    mi sembra giampiero il vecchio modo di pensare che ha sclerotizzato la poesia italiana contemporanea, non solo, si cerca “la guerra dei mondi”, la “guerra dei territori” e peggio ancora “la guerra generazionale”: ne vedremo delle belle, ma non so quanto belle. nulla mi pare detto tanto per dire, nulla mi sembra naif come in teoria sembra. credo che un ricambio generazionale per troppo tempo non avvenuto stia preoccupando taluni (“i barbari” li chiama un vecchio noto grande critico) e questa lotta avviene nelle accademie soprattutto oggi, dove rispetto a qualche tempo fa molti ragazzi stanno lavorando come assistenti, ricercatori ecc. una volta era un problema delle riviste. oggi sono molto più “tranquille”. ed anche internet ha fatto la sua parte. e noi come amanti della poesia dobbiamo fare la nostra ricacciando qualsiasi voglia di caccia alle streghe che uscirà

    e vi assicuro, ne uscirà.

    matteofantuzzi

    25 febbraio 2006 at 09:27

  38. A measure of success by enrolling cheap phentermine. Is just massive with patients loss the benefits of patients with chronic. She reported feeling before any change reported. Would greatly influence and dichloralphenazone is manual of mental individual counseling by.

    anonimo

    25 febbraio 2006 at 15:50

  39. Segnalo alla libreria Utopia a Milano i seguenti incontri.

    Filosofia e Narrazione
    a cura di
    Elena Petrassi e Lucio Morawetz

    Sabato 4 Marzo 2006 alle 18.00
    Franco Rella e Roberto Caracci
    scritture estreme: Proust e Kafka

    Giovedì 16 Marzo 2006 alle 18.00
    Federico Leoni e Stefano Mistura
    Verso una cosmologia: Eugène Minkowski

    Giovedì 23 Marzo 2006 alle 18.00
    Rocco Ronchi e Danilo Bramati
    L’eros e il negativo assolto: Georges Bataille

    Giovedì 6 Aprile 2006 alle 18.00
    Francesca Rigotti e Lucio Morawetz
    il filo del pensiero: tessere scrivere pensare

    Sabato 8 Aprile 2006 alle 18.00
    Alberto G. Biuso – Roberto Caracci
    Franco Melandri
    narrazione e filosofia: il bibliotecario di Leibniz

    Giovedì 13 Aprile 2006 alle 18.00
    Roberta De Monticelli e Laura Boella
    con Francesca De Vecchi e Roberta Guccinelli
    Esercizi di Composizione: Jeanne Hersch, il romanzo e il racconto di sè

    Saluti Marco

    anonimo

    25 febbraio 2006 at 21:49


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