UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Impegno di Sebastiano Aglieco

La poesia non c’entra nulla con l’impegno civile. Essa è già impegnata a costruire linguaggi e sensi. L’unico modo per intaccare il mondo è essere altri nel mondo; sfiorarlo, nutrendosene. Specchiarlo. Il problema è questo: non è la poesia che deve accorgersi del mondo, ma il contrario.Se il mondo non sa nutrirsi di una parola che lo specchia, esso è ancora il vecchio narciso che sa guardare solo se stesso e non si accorge dello sfondo. Alla poesia compete un atto di intensificazione della parola e dei sensi; non è la puttana che deve mostrarsi bella per conquistare il mondo.

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Written by matteofantuzzi

30 gennaio 2006 a 20:59

Pubblicato su Uncategorized

66 Risposte

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  1. ringrazio sebastiano per questo post già apparso nel suo blog. mi raccomando: non è una provocazione ma una semplice, netta, schietta, onesta analisi. e come tale mi raccomando va trattata.

    matteofantuzzi

    30 gennaio 2006 at 21:04

  2. promette bene… (da’ un’occhiata a quello che sta avvenendo sul blog di Massimo Orgiazzi…)

    vocativo

    30 gennaio 2006 at 21:46

  3. mi chiedo (ma la risposta parecchi l’hanno già data, Sebastiano compreso) se “essere altri nel mondo” non sia già un impegno politico, sociale, umano quanto meno.

    vocativo

    30 gennaio 2006 at 21:48

  4. adesso vado voc. (tra parentesi, massimo oggi non c’è a milano, -perchè nel libro c’è anche un suo testo- ?)
    è un impegno, poi bisogna definire bene (per quanto possibile) il termine “politico” e il termine “sociale”, e chi vuole dare una mano in questa impresa, qui e ora grazie a questo post, mi fa la persona più felice della terra.

    matteofantuzzi

    31 gennaio 2006 at 07:46

  5. effettivamente l’osservazione di Vocativo é sagace.

    anonimo

    31 gennaio 2006 at 08:32

  6. dipende,forse, da quale punto di osservazione la vedi…L’analista, ad esempio, distingue il politico (la collettività) dal sociale (l’individuo integrato nel…mondo). Lo so, è una semplificazione esasperata…Marco

    anonimo

    31 gennaio 2006 at 09:01

  7. Il futuro della poesia secondo Gianni D’Elia

    “Secondo me è necessaria una svolta nella poesia, dalla poesia dello scrivere, dal muto del linguaggio, bisogna passare alla poesia del dire, del parlare, e soprattutto della realtà, che è meno pericolosa del mito del linguaggio.
    Perché il mito del linguaggio ha fatto dei grandi danni ed ha prodotto in Occidente una specie di idolatria, che vede il linguaggio al posto di Dio, allora tanto vale lasciare Dio.
    Credo che il fulcro della poesia del futuro sia una lotta ideologica per tornare ad incontrare l’uditorio, scavalcando i critici di mestiere che non vogliono questa ipotesi, cercando direttamente i propri lettori, come diceva Caproni, che sosteneva che “ci vogliono anni perché un poeta si costruisca il suo pubblico, ma quando lo trova i suoi lettori non lo abbandonano più”.

    Interessante, non trovate? Marco

    anonimo

    31 gennaio 2006 at 10:43

  8. interessante ma solo unidirezionale . in realtà il linguaggio non è muto . s

    anonimo

    31 gennaio 2006 at 11:56

  9. Cercherò di tornare sul tema con più calma magari questa sera, per ora aggiungo al dibattito questa breve riflessione di Flavio Santi, da un suo articolo apparso sul n.0 de La gru.
    Davide Nota

    …Bisognerà ripartire da quanto scrisse Luigi Baldacci in Ottocento come noi (Milano, Rizzoli, 2003): «l’Ottocento non è mai finito. L’Ottocento ci consente di leggere poesia e romanzi secondo un rapporto di fruibilità che non ha bisogno di mediazioni critiche». Il tutto passa per una cruna fondamentale: riconquistare un pubblico di lettori, che non sia quello degli specialisti e dei tecnici. Come si fa a conquistare le simpatie di una persona? Pensiamoci: cercando punti di contatto, di condivisione. Trasponiamo ortogonalmente il metodo in poesia: parlare di ciò che è condivisibile da entrambe le parti, le esperienze di vita. Parlare con chiarezza, con quella che gli antichi retori chiamavano enàrgheia, cioè chiarezza di visione. Fare vedere le cose. Ognuno poi con il suo stile, i suoi temi e argomenti, ma tenendo presente questa finalità di evidenza. Pensare alla grande tradizione del poema ottocentesco, l’Oneghin di Puskin, il Mazepa di Byron, i Sepolcri di Foscolo (pensare che fu salutato all’inizio come “fumoso enigma”!), la Legende des siècles di Victor Hugo: autentiche costruzioni visive di fatti e pensieri…

    anonimo

    31 gennaio 2006 at 12:14

  10. anonimo

    31 gennaio 2006 at 16:14

  11. su politico sociale umano: ho tentato di fare una scala che vada appunto dalla collettività (mi sta bene il distinguo fatto da Marco: è quello che volevo) che tradotta in poesia può significare inserirsi nel solco della storia e del presente, all’umano, inteso nella sua accezione più ampia (alla quale potrebbe rispondere bene anche l'”essere altri nel mondo” di Sebastiano Aglieco). Voglio dire che una poesia fondata sullo sprigionamento di una forza esclusivamente linguistica potrebbe avere la stessa spinta eversiva di una poesia che si confronta con le cose, mostrandole chiaramente.

    magari si continua dopo (vedo che perdo colpi)

    vocativo

    31 gennaio 2006 at 21:40

  12. Matteo, puoi cancellare il n.9 dove la citazione tra virgolette è saltata.

    Per quanto riguarda il messaggio di Aglieco sarei tentato dal ribaltarlo in: ogni poesia è sempre un impegno civile.
    Non si sfugge dalla relazionalità della vita, checchè si sofistichi.
    La consapevolezza non conta.
    Anche donare un fiore è un gesto politico, in quanto mutazione di uno stato precedente di cose interno alla polis.
    Si citava su queste pagine Fortini, mi sembra, sul tramonto come massima espressione di poesia civile, in quanto contrasto violento e drammatico con la miseria del quotidiano.
    E’ una considerazione questa spaventosamente tragicamente profonda.
    Le riflessioni di Mandelstam sulle cose, la lingua (oggetto, sonorità viva, plastica) contrapposta al linguaggio, che poi è stato anche il discorso del primo d’elia.
    Ma certo che si è nella comunione.
    Reputo personalmente ineludibile ciò che Santi chiama condivisione, che più che forma di prostituzione chiamerei forma di amore.
    Non si tratta tanto di forzarsi e di essere funzionali alla comunicazione di un messaggio pratico, ma di tendere amorevolmente alla comunione con lo sconosciuto destinatario di cui parlava mandelstam.
    avrei potuto parlare di linguaggio ed essere con mia nonna per tutto il pomeriggio, ma non ne ho avuto voglia, perchè la amo. allora abbiamo parlato del bagno rotto, e dei suoi 90 anni che si avvicinano.
    ho la nausea delle parole, sono un po’ stufo di chi non vuole farsi capire. o di chi pratica il culturismo della parola.
    scrive roversi in una bellissima poesia: meglio parlarsi con uno straccio trovato per terra, farsi qualche gesto essenziale.
    cerco di vivere con orgoglio la mia ottusità provinciale.
    in questa ottusità si parla di cose, e non di parole. e si parla di Dio con parole semplici, aiutandosi con il tatto, con lo sguardo, per farsi meglio capire. Anche questo è un atteggiamento politico e civile.
    Come ogni gesto, inutile, d’amore.
    Mi scuso per l’intervento inopportuno e scollegato. Qualche residuo di congruenza con l’argomento dovrebbe averlo. Scusate ancora, Davide N.

    anonimo

    31 gennaio 2006 at 23:01

  13. Scusate l’OT:
    1) Matteo, che belli i tuoi testi sull’ultimo Nuovi Argomenti!
    2) È adesso target=_blank>qui.

    LaGiardiniera

    31 gennaio 2006 at 23:44

  14. ripeto il punto
    2) È adesso online, scaricabile in pdf, l’intera antologia “Parola plurale” (www.parolaplurale.it).

    LaGiardiniera

    31 gennaio 2006 at 23:45

  15. commento 9 cancellato. ora il riferimento di davide non è più da cancellare (ovviamente…)

    pongo alcuni punti su cui forse sapete già non mi trovo: uno è il “salto della critica” riportato da marco, io ribadisco da persona con zero competenze in tal senso l’importanza fondamentale di questo ruolo (se fatto in maniera seria… ma i critici seri ci sono… da tutte le parti e di tutte le idee… poi c’è anche qualche filibustiere…)

    poi, voc attendo alla questione puramente linguistica, preferisco 1000 volte le parole di roversi riportate da davide, ma anche il punto da lui stesso sottolineato della propria nonna (auguri cari, anche la mia sta andando per i 90), a quel punto si deve giuardare il “come”, il “cosa” e “che ci frega parlare del tal straccio/scaldabagno ecc.” perchè se la cosa finisce nel nostro piccolo giardinetto… insomma, che frega agli altri ?

    matteofantuzzi

    1 febbraio 2006 at 08:25

  16. ps. grazie simona.

    pps. ieri bella serata con tanti cari amici che è sempre bello vedere, c’è un resoconto (che parla fin troppo di me) sul blog di gemma gaetani [si parla dell’antologia curata da vincenzo e si riporta il testo mio in essa inserito] che ho avuto molto piacere di conoscere e a cui faccio auguri di pronta e non-dolorosa guarigione, il motivo lo vedete in un attimo dalla foto che parla della serata di ieri

    oh, leggete che cosa le è accaduto. non sono stato io !!! e nemmeno un ammiratore di gemma (o un suo detrattore).

    ppps. il sito di parola plurale è linkato a sn. godetevelo.

    matteofantuzzi

    1 febbraio 2006 at 08:30

  17. commento 15: errata corrige.

    “attento”, non “attendo”

    matteofantuzzi

    1 febbraio 2006 at 08:31

  18. Il mio raggionamento certo non viene da una posizione letterale o da una cattedra. Da questo punto di vista ho la fedina pulita. Sono un maestro di scuola elementare, mi occupo dell’inizio, di cose apparentemente semplici; della costruzione, partendo dai primi mattoni. E questo ho scritto nei miei libri. Se non è impegno questo. Lo è, come dice giustamente Matteo, nella misura in cui acquista una valenza plurale e non si limita a un atto privato che non interessa a nessuno. Lo è anche nella misura, nel nostro piccolo, di donare parole agli altri, riuscendo a guardare a trecensosessanta gradi e inviscioandosene di ogni discorso generazionale, che è poi un discorso sulle mode e sulle tendenze. Nel fare sociale, c’è sempre una dimensione privata, nostra, che si confronta con l’essere e appartenere, in quel momento, ad altri.
    E ho a che fare tutti i giorni con il dolore degli adolescenti che cerco di far crescere attraverso il teatro. E non quello con la T maiuscola, ma quello educativo in cui si arriva alle cose attraverso un percorso naturale, con un minimo di tecnica e, ultimamente, sempre più spesso, neanche con quella. E’ come dire: arrivare alla letteratura con pochissimi libri. Non ho un bel rapporto con la letteratura, ma questo atteggiamento lo ritengo fondamentale, soprattutto quando bisogna imparare un modo per amarla perché necessaria. Ecco: le parole devono essere necessarie, altrimenti è meglio far altro; del resto, spesso è anche più salutare per un poeta. “Credo di aver detto, fra le altre cose, che la letteratura mi faceva schifo, “in questo momento”; e in ogni modo, se non l’ho detto, ho fatto come quelli che lo dicono; (e, se l’ho detto, ho detto la verità).” Renato Serra, Esame di coscienza di un letterato.
    A quei tempi c’era la guerra, e il suo problema era quello di dare senso a continuare a scrivere. Che è il problema di tutti, di chi legge e di chi scrive, e che riguarda una forma di moralità, quella non certamente cristiana del confessore, ma quella luterana dell”ascolta te stesso”. Non è un sofisma ragionare se stare totalmente nel mondo o totalmente a parte. Per un poeta è un problema essenziale. Io credo che egli stia in una zona intermedia, in una zona d’ombra, di ascolto, e, per sua natura disgraziata; non appartiene né a questo né a quello. Se non siamo capaci di avvertire la nostra solitudine, non possiamo avvertire quella degli altri. Non possiamo invischiarci totalmente con il linguaggio del mondo; né, del resto, possiamo corteggiare quello degli angeli. Un’arte totalmente realistica non esiste. Provate a riguardare qualche vecchio film neorealista, per esempio quelli di Pasolini, e la strana impressione che se ne riceve è che il tempo ha trasformato quella realtà in visioni, in necessarie visioni per capire che cosa siamo rispetto al tempo.

    Sebastiano Aglieco

    anonimo

    1 febbraio 2006 at 10:37

  19. Al #4 e al #16: Matteo, impossibile anche venire a Milano, anche questa volta 😐 Però son contento che sia stata una bella serata.

    Massimo73

    1 febbraio 2006 at 11:01

  20. Sì, Matteo, naturalmente forza linguistica intesa nella sua capacità di dialogare col reale. questo per me va da sé. E’ il fondamento. Ma starei attento anche a quanto dice Nota “ho la nausea delle parole”. Tuttavia credo che né la mia né la sua posizione siano così estreme e contrarie. nessuno, credo, si arrocca in un assolutismo monolitico e non dialogico. Ecco, per esempio io divido molto Zanzotto dalla Neoavanguardia, proprio per rendere chiara la mia posizione. E mi sembra che nel suo speriemntalismo Zanzotto con un libro come Galateo in Bosco abbia tirato fuori un’opera “politica”. Non so se sono stato chiaro. sarei ingenuo a credere nella capacità eversiva della parola in unaa dimensione del tutto astratta e scollegata.

    anonimo

    1 febbraio 2006 at 11:51

  21. ops ero io…

    voc

    anonimo

    1 febbraio 2006 at 11:51

  22. Ciao, Matteo, che dici?, non parlo troppo di te, piuttosto grazie per avermi concesso di pubblicare la tua poesia sul mio blog. Essa meritava la segnalazione. Contenta anch’io di aver potuto allegare visi a nomi. Buon lavoro,
    G.

    gemmagaetani

    1 febbraio 2006 at 19:24

  23. innanzitutto perdonatemi, fino al week-end sono via e non riuscirò a fare grandi interventi (e già quando potrei…). solo per dire che la semplicità maschera sempre altro, sebastiano è anche autore di una delle più sorprendenti cose da me lette ultimamente, le poesie “criticate” dai suoi piccoli alunni, che analisi tanto piccole non facevano…
    tu voc fai però forse addirittura un discorso a margine prendendo zanzotto che è fondamentale forse proprio anche per il discorso intrapreso e per quanto esso sia andato avanti al di là delle teorie dell’avanguardia e prendendone i punti fondamentali e decisivi (come suol dirsi: ha ragionato con la sua testa e non ha preso “bulgaramente” tutto per buono)
    gemma figurati, io ho piacere e così anche gli altri credo, nel senso, è una pubblicazione che mi piace, e non perchè ci sono io o perchè l’ha curata vincenzo… e insomma, ce ne fossero di più. buona guarigione.

    caramente a tutti, scusate (anche la mancanza del piecoro, che sembra proprio stare simpatico… mi dicevate anche a milano) la brevità.

    matteo.

    anonimo

    2 febbraio 2006 at 07:23

  24. Mi inserisco umilmente nella discussione: secondo me il problema è un altro: il mondo si muove (avanti o indietro che sia) più velocemente della poesia, ed è giudice inflessibile. Cioè, io scrivo qualcosa su un fatto che mi indigna (o che mi preoccupa, o su un grande avvenimento storico che ho la fortuna/sfortuna di vivere), poi il fatto finisce nello stomaco ruminante della televisione e di lì nel dimenticatoio, e quello che ho scritto, perdendo la sua attualità, difficilmente resta. Per raccontare il mondo ora purtroppo c’è la TV, che dà informazione/emozione/indignazione etc., non la parola mediata (dal procedimento artistico) dei poeti; quella salta fuori eventualmente dopo, se davvero era Poesia (cioè dopo cinquant’anni o più ti rileggi una poesia e senti che ti racconta in un qualche modo). Questo è, secondo me, il giudizio del tempo: forse molti poeti ne hanno paura, e si rifugiano nell’esercizio stilistico fine a sè stesso, nella poesia sulla poesia.
    Personalmente sono d’accordo con chi ha aperto la discussione: è il mondo a doversi muovere verso la poesia, e nemmeno per informarsi di quello che succede, ma per trovare il comune denominatore delle proprie emozioni, e poter dire “è proprio così”. Ma ho paura che il mondo rifugga la poesia proprio per la verbosità di cui sopra; e allora meglio cercare una qualche catarsi nella scatola nera, che è più accessibile. Vagli a spiegare che i poeti hanno raccontato l’amore meglio di qualsiasi sceneggiato o telenovela o talk-show di oggi…
    In definitiva: il mondo non cerca la poesia, perchè ne sente sempre meno bisogno. Questa è la mia piccola tesi, e la mia paura.

    Buongiorno a tutti,
    massimiliano

    anonimo

    2 febbraio 2006 at 13:00

  25. Ciao…Come state ragazzi!
    Ce lo fate un saltino nel mio blog?
    Saluti a tutti

    by andrea margiotta

    anonimo

    2 febbraio 2006 at 16:08

  26. “il mondo non cerca la poesia, perchè ne sente sempre meno bisogno.”

    Condivido pienamente questa piccola tesi. Forse questo mondo deve identificare, oggi più che mai, quali sono i valori-emozioni da trasmettere…La cultura ha bisogno di “stimoli” per essere cantata. Marco

    anonimo

    3 febbraio 2006 at 09:49

  27. per il post 24 di Msssimiliano:

    l’attualità è vero, è relativa. Accade un fatto, che dopo poche uscite da prima pagina (o da prime-time televisivo-giornalistico) piano pino recede in un limbo sino alla totale dimenticanza. A meno che l’accadimento sia banchetto mediatico: chi ricorda l’omicio della bambina a Casate Novo da parte della madre?
    Chi ricorda invece il giallo di Cogne?
    Medesime – seppur con qualche variante – modalità eppure….
    Se dell’attualità allora vuole trattare la poesia, lo faccia in senso più vasto, non del singolo evento, ma dell’evento esteso a possibilità di ripetizione, a monito. Non fissiamo lo sguardo sulla pagliuzza, ignorando la trave nell’occhio.
    E’ questo che a mio parere in parte condanna la poesia e la relega “di la”. O è troppo attenta alla sfera personale (che tutti ignorano ad eccezione dello scrivente) o si fissa sulla minuzia di un tutto che però tutto non è. In entrambi i casi è comunque lontana dal raccontare, perchè quando si scrive (poesia, narrativa o quant’altro) STIAMO RACCONTANDO.
    Dice Sebastiano: “La poesia non c’entra nulla con l’impegno civile. Essa è già impegnata a costruire linguaggi e sensi”. E chi siamo? I Grandi Arconti della verità? Possiamo allora ignorare il tutto per fermarci esclusivamente sulla “ricerca e costruzione di linguaggi e sensi?”.
    E che senso si vuole trovare se proprio dal senso ci si distacca?
    Non mi trovo d’accordo con quanto dice Sebastiano (che però stimo e ammiro
    come poeta e critico). La poesia dovrebbe essere intrisa di impegno civile. In poesia è possibile quell’analisi e quella sincerità che in altre forme (d’arte) non è invece possibile. In narrativa la verità deve essere filtrata-mediata attraverso la storia. In un saggio, la verità è esclusiva esposizione di fatti (date luoghi cose persone).
    Dice ancora Sebastiano:
    “non è la poesia che deve accorgersi del mondo, ma il contrario”.
    Presuntuoso come punto di vista.
    Sopratutto in luce del fatto che nessuno, NESSUNO che io conosca e che scrive poesia, è disposto a riconoscersi poeta. “Sono un artigiano, sono un apprendista, sono un dilettante, sono un omino con la penna” Ma allora è in atto una grossa finzione: o il poeta “è un fingitore” e mente a se stesso e al mondo (perchè se sa di avere un ruolo, allora cazzo, che se ne addossi le responsabilità), oppure la poesia è una pura e semplice letteratura tanto quanto altre forme di scrittura. Ma allora cosa pretende?
    fabiano

    anonimo

    3 febbraio 2006 at 13:35

  28. Carissimo Fabiano, chi scrive musica giustamente si definisce musicista. Chi scrive poesie si può autoproclamare poeta. La presunzione sta nel pensare di essere Il Poeta o L’unico poeta sulla faccia della terra, la vittima che gioca a farsi commiserare o peggio ancora… Marco

    anonimo

    3 febbraio 2006 at 13:57

  29. Come sempre la “verità” sta forse nel mezzo…Marco

    anonimo

    3 febbraio 2006 at 14:00

  30. però leggo una risposta capziosa: perchè per il musicista è giusta la definizione, mentre il poeta si “autoproclama??”

    il punto è piuttosto un altro: come si vuol pretendere che sia il mondo ad accorgersi della poesia (e non viceversa, come scritto da Sebastiano) se proprio i fautori della poesia sono i primi a ritrarsi??

    fabiano

    anonimo

    3 febbraio 2006 at 14:24

  31. non tutti si ritraggono…, c’è chi cavalca le battaglie del mondo ma è anche il primo che rischia l’ostracismo sociale…Forse ci vorrebbe più interazione, integrazione tra il privato e il sociale, più umiltà, il discorso è lunghissimo…Marco

    anonimo

    3 febbraio 2006 at 14:44

  32. Dice Fabiano diverse cose con cui questa volta non sono d’accordo:

    – “In poesia è possibile quell’analisi e quella sincerità che in altre forme (d’arte) non è invece possibile.”: questa a me pare una visione un po’ troppo da poeta, presuntuosa. La sincerità è forse ciò che si cerca di raggiungere, creando linguaggi e sensi, e che di per sè diventa impegno civile, di qualunque cosa si scriva.

    – “La poesia dovrebbe essere intrisa di impegno civile”: il verbo dovere per me non si addice alla poesia. E a dire il vero nemmeno all’impegno civile, se inteso con contenuti politici.

    – “perchè quando si scrive (poesia, narrativa o quant’altro) STIAMO RACCONTANDO.”: questa è un’affermazione su cui varrebbe la pena di discutere più in generale. Da un certo punto di vista è vero, ma sarebbe vero più o meno per ogni cosa che facciamo – narriamo in continuazione.

    D’altra parte, Sebastiano parla di “specchiare il mondo”, mica di ignorarlo. Solo che nello specchio del poeta ci sta tutto, non “solo” l’impegno civile (che cos’è, a proposito? ho paura che sia questa la ragione per cui non conviene darlo come caratteristica della poesia. Ci sarà almeno un poeta razzista che ritiene impegno civile cantare le gesta degli affondatori di gommoni…).
    E questo non vuol dire che non si possa esplicitare l’impegno anche nei temi. Io ho depositato qua la mia lettura dell’ultimo Buffoni, che è un esempio di tematica impegnata. Leggo anche altro e sento civiltà ed impegno in quel che leggo, quando leggo poesie belle, oneste.
    Del resto, buona parte dei nostri mali, per semplificare, nascono dall’attitudine “mercantile” che abbiamo sviluppato nei tempi, o che ci è intrinseca, chi lo sa. Una forma di impegno è, forse, fare una cosa gratuita come la poesia. In questo, leggo anch’io il messaggio di Sebastiano come Davide in #12.

    Buon week end.

    anonimo

    3 febbraio 2006 at 15:24

  33. in effetti sono stato un po troppo intransigente, o avventato
    Altre forme d’arte, vedono sia l’impegno civile che la “sincerità“, come ad esempio della splendida Marina Abramovic e del lavoro (ora esposto a Milano) Balkan Epic che con la poesia (scritta) ha ben poco a che fare, visto che lavora sulle immagini.

    Mi sono soffermato molto sui post e non sull’articolo originario di Sebastiano, letto più velocemente che non il resto. Me ne scuso.
    Concordo con Sebastiano (e con Matteo che me lo ricorda) che in effetti “specchiare il mondo” è appunto uno specchiare, non un ignorare e che il poeta lo può fare secondo diversi canoni. Io avevo preso spunto dalla mia personalissima visione, tralasciando uno sguardo più generale (appunto, il diritto del signor affondatore di gommoni di cantare le gesta del proprio operato – per esempio limite – )
    fabiano

    anonimo

    3 febbraio 2006 at 18:39

  34. scusate il lapsus, con Vincenzo che me lo ricorda.

    Però rimango dell’opinione che il poeta dovrebbe farsi carico del messaggio che porta, dovrebbe esserne messaggero consapevole. Ritrarsi (come anche io ho fatto, tra l’altro) e in qualche maniera negare la propria appartenenza all’arte adottata, è dannoso e scuce l’appartenenza del messaggio tra chi l’ha generato ed il “prodotto”.
    Qui rimane allora la frattura. Un musicista fa musica. La poesia è fatta da poeti, non da carpentieri che s’improvvissano.
    Concordo con Marco quando dice che chi le battaglie le conduce – e si espone – è il primo che trova ostracismo sociale. Fa parte del lavoro. Non si può fare giardinaggio senza sporcarsi le mani di terra.
    Il coraggio di mostrarle quelle mani. è una delle misure che si da al fare. Anche qui, come per quanto si scrive, ci si specchia col mondo. Ed è un mondo che tutto sommato non vuole riflettere un immagine che trova scomoda o poco adeguata.
    fabiano

    anonimo

    3 febbraio 2006 at 19:42

  35. Ho qui un bellissimo libro che mi sono fatto regalare per il mio compleanno. Sono i ritratti del Fayyum, regione dell’Egitto dove si facevano inumare, nel primo secolo, alla maniera egiziana, i ricchi romani convertiti alla religione dei faraoni. Sono straordinari ritratti in encausto, totalmente realistici. E’ come guardare un vecchio album di fotografie in bianco e nero; solo che si tratta di un album del primo secolo. La cosa straordinaria che mi ha sempre lasciato senza fiato è che lo scopo non era certamente quello di fare cronaca, ma di assolvere a un dovere cultuale. Dico questo, caro Fabiano, perché sono convinto che noi non conosciamo totalmente il destino delle nostre parole, anche se pensavamo di averle previste fino all’ultima virgola. A volte siamo ignoranti delle nostre stesse parole e questo è un marchio dell’arte. Quando dico che siamo troppo impegnati a costruire linguaggi, non lo dico nel senso che ce ne infischiamo del mondo, ma nel senso che il problema di ogni arte, e quindi anche della nostra, è quella di trovare una forma, un linguaggio. Dobbiamo trovarlo, altrimenti rimaniamo estranei alle cose del mondo; nel senso che non le abbiamo veramente cantate. Questo è il nostro problema, che è un problema morale – non m’interessa una poesia che cincischia con le parole, non mi interessano i proclami.
    Io ho parlato di libri diversissimi, vedi il tuo e quello di Vincenzo. Penso anche che, se vogliamo parlare di impegno, questo parlare degli altri sia già una forma di impegno. Penso all’impegno come a qualcosa che provoca fatica, che mi faccia uscire da me. Questi vostri libri si pongono in maniera diversa rispetto al mondo, ma questo che significa? C’è sempre un “io” che si pone come cesura tra il mondo e le parole. Questo è necessario, altrimenti il rischio è di passare, forse senza neanche accorgercene, dal linguaggio della pura cronaca (ma per questo ci sono i giornalisti – se già loro assolvessero moralmente ai loro compiti!), a quello del diario intimo. Credo che la poesia non sia né questo né quello. Credo che la sentiamo quando si pone come problema che mette in discussione l’essere di fronte al mondo. Nel momento in cui io proclamo “la poesia deve essere socialmente impegnata”, è come se la stessi ingabbiando (concordo in questo con la riflessione di Massimiliano 27); è come se stessi negando il suo variegato e non sempre indagabile mistero. Io credo che, spesso, il problema delle nostre reazioni di stizza, parlo dei poeti, e soprattutto quelli della mia generazione, sia questo percepire la frattura tra il mondo e la poesia, e soprattutto, fra poeti e poeti. Nel post 31 Marco parla giustamente di integrazione tra il privato e il sociale: la poesia sonda l’intimo, il privato, e il sociale. Ma che abbiamo da perdere, carissimi amici e fratelli poeti tutti, se non la bellezza delle nostre parole? Le perdiamo se rinunciamo alla fiducia di una Comunità, dove si esercita il pubblico e il privato nello stesso tempo senza paura di essere tirati in giudizio ma con la fiducia che qualcuno ci faccia crescere.
    Sebastiano

    anonimo

    3 febbraio 2006 at 20:15

  36. In effetti, la frase perentoria di Sebastiano “non è la poesia che deve accorgersi del mondo, ma il contrario” è soprattutto una provocazione (almeno io la leggo così). Quando, poi, Sebastiano dice che il problema della poesia è il linguaggio, e questo è un problema morale, allora penso che ho capito perfettamente quello che vuole dire e così si avvalora il mio #3 (sono presuntuoso) 🙂
    ma soprattutto sono d’accordo con lui. Letto così, direi che ci sta benissimo, cosa ne pensi, fabiano?

    vocativo

    3 febbraio 2006 at 21:44

  37. Trieste Mercoledi 8 Febbraio,
    alle ore 17.30,
    nella saletta della Libreria “Minerva”,
    via San Nicolò, 20

    Aldo Nove
    scrittore, poeta e critico

    e Luigi Nacci
    poeta e critico

    parleranno – presente l’autore –
    del volume di Fulvio Senardi,
    edito da Cadmo Editore (Fiesole), intitolato:

    ALDO NOVE

    matteofantuzzi

    4 febbraio 2006 at 10:02

  38. anche a me la tesi di sebastiano, al di là di quello che poi ci siamo privatamente scritti è sembrata un’antitesi per provocare la tesi. poi en passant noto anche io che certi indurimenti vanno tolti, al di là di un “ruolo” della poesia trovo giusto anche togliere una priorità di poesia civile e di poesia impegnata (che non sono la stessa cosa), bisogna sempre in questo guardare “funzione” e (sob) finzione.

    ieri su la stampa c’era un MAESTOSO articolo di marco belpoliti su zeichen che a un certo punto dice chiaro e tondo: non potevo in certi anni non fare un certo tipo di poesia…

    CHIARO ? quello a cui dobbiamo tendere è a potere fare a priori un certo tipo di poesia perchè è la nostra unica e possibile

    ps. aspiranti poeti ? belpoliti descrive bene anche le condizioni di vita di zeichen, non solo sostanziale/economica… fateci un pensiero… per questo dico che bisogna essere “convinti” di volere scrivere poesia, e non fare della poesia un mezzo per scrivere se stessi, il proprio ego… il poeta deve/dovrebbe tendere al super-ego…

    pps. sul blog di andrea margiotta un autoracconto del suo “diario tra due estati”, sarei curioso di sapere se le foto sono sue con la barba, perchè per me che l’ho conosciuto senza barba è quasi irriconoscibile…

    matteofantuzzi

    4 febbraio 2006 at 10:37

  39. Matteo come hai fatto a postare?
    io sono 20 min che ci provo e nn riesco.
    Speriamo non mi si cancelli anche questo…
    fabiano

    anonimo

    4 febbraio 2006 at 10:51

  40. Matteo, sul tuo 3 intervento dici una cosa che ho cercato di scrivere per i passati 20 min, riallacciandomi sia a quello che ha scritto Sebastiano, che a quanto scritto da Voc.
    Il mondo può anche non accorgersi della poesia (ma lo fa, e la trova scomoda, indi la rigetta) ma la poesia non può fare a meno di accorgersi del mondo. Sre ne nutre (intendendo per mondo, sia l’impegno civile che una etica di comportamento che guida ogni noi stessi)
    fabiano

    anonimo

    4 febbraio 2006 at 10:57

  41. caro Matteo, sì sono io quello delle foto…qualche anno fa, appunto nel periodo della formazione di quei testi…
    Allora qualcuno mi chiamava Morrison, forse perché suonavo o gli ricordavo il Jim nel periodo con barba…
    Ho avuto una giovinezza mitica, tra Bologna e Firenze, molte donne, molte bevute, molto tutto…
    Mi pareva giusto accompagnare il microracconto con una serie di foto per sottolineare l’aspetto “vissuto” dei testi…Non sono un autore sperimentale, pur avendo una notevole consapevolezza tecnico- stilistica: sono un vitalista…
    Purtroppo non ho tantissime foto perché le migliori ce le hanno tutte le mie ex…E purtroppo non ho potuto mettere le foto con la mia ultima donna, la bellissima principessa nera, perché riguarderebbero semmai il prossimo libro…
    In quel tempo, non so come dirti, mi sentivo come un catalizzatore di tutte le sensazioni, una specie di tempio dove si davano appuntamento i cento colori del mondo…Una specie di parafulmine ricettivo, di sciamano… Qualcosa è rimasto ancora, però preferisco la lucidità e la maturità di oggi…Ad ogni modo, quel post è un ponte o gancio per ricordare un grande che frequentavo, lo farò prossimamente …
    ciao

    anonimo

    4 febbraio 2006 at 15:28

  42. Segnalo su “dissidenze.com” di Gampiero Marano un importante intervento sulla poesia, il linguaggio e l’impegno, molto in linea con quanto si sta dicendo su questo post e con quanto si sta facendo su “LiberInVersi” con un post di Stefano Guglielmin.

    Fateci un salto…

    vocativo

    4 febbraio 2006 at 16:31

  43. C’è un episodio che mi è stato raccontato, avvenuto nel corso di una serata alla casa della poesia di Milano. Majorino stava parlando di poesia e impegno davanti a un folto pubblico. A un certo punto avanza un signore, probabilmente un extra comunitario, che si sente male e comincia a sbraitare, a piegarsi in due. Chiamano l’autombulanza e Majorino neanche se ne accorge; continua nel suo intervento su poesia e impegno civile. Ecco: questo episodio a me sembra sintomatico per dire: le parole devono accompagnare gli atti. Altrimenti, come esiste una retorica degli angeli, esiste una retorica, ben peggiore, dell’umana ipocrisia. Alimentata anche senza volerlo. Le parole ci chiedono una coerenza terribile, ma forse questo non è in linea ; non è di moda.
    Sebastiano

    anonimo

    4 febbraio 2006 at 23:26

  44. Segnalo sul sito di Gian Ruggero Manzoni un “testo” bellissimo di Massimo Sannelli. Vi invito a non perderlo assolutamente.

    fm

    anonimo

    4 febbraio 2006 at 23:57

  45. Be’ Matteo, bellissimo mi pare un po’ esagerato…Perché, stringi stringi, cosa dice? Un po’ troppo intellettuale e mortifero…Interessante però, te lo concedo…
    Quanto al raffronto Testori-Pasolini, ricordo molto ma molto modestamente di averne parlato (in maniera del tutto personale e con stile più da giornalista polemista che da dottorando) a novembre sul mio blog…Ovvio con la levità (non superficiale però) che a mio avviso (e non pretendo sia una verità assoluta…) i blog richiedono…
    Ne parlò anche Rondoni (che di Testori era amico), brevemente, sul supplemento de Il Giornale.
    un caro saluto

    andrea margiotta

    anonimo

    5 febbraio 2006 at 04:46

  46. Sebastiano, sono pienamente d’accordo con te…
    Ma ti chiedo: cos’è che ci rende “sensibili” al vero, nelle parole e negli atti, tanto che per noi il poeta non sia, come per Pessoa, un fingitore?
    Non credo che siano certo le nostre rispettive qualità o capacità umane…

    andrea margiotta 2

    anonimo

    5 febbraio 2006 at 04:58

  47. Andrea, è un onore per me essere scambiato per Matteo, ma purtroppo non lo sono. Comunicavo solo, come vedo fare di solito, la pubblicazione di un testo che ritengo, tra l’altro, un esempio di grande scrittura (senza voler entrare nel merito del contenuto dello scritto e senza voler passare in secondo piano analoghi contributi sull’argomento). E’ chiaro che l’aggettivo “bellissimo” ha lo stesso identico valore dei tuoi “intellettuale” e “mortifero”: cioè è un giudizio che nasce dalla soggettività di chi legge, e che, come tale, va accettato.
    Ciao e buona domenica a tutti.
    fm

    anonimo

    5 febbraio 2006 at 08:35

  48. ma dai, non esagerate …
    più che un onore è un onere 😉

    pensa andrea che io che ti ho conosciuto sbarbato e con un altro taglio di capelli avrei fatto fatica a riconoscerti. il discorso come viene da te affrontato ha molto a che fare con una visione “pasoliniana” (spero di farmi capire) dell’opera, dove comunque l’autore “c’è” (poi è come ci sia che va considerato…). pensate alla “valle giulia” di pasolini.

    e avete fatto bene, e fate bene, e farete bene a segnalare “ciccia” in giro per la rete, poi lo sapete che la mia considerazione per il blog di giampiero marano è alta davvero. così come di stefano e voc ho piacere intrecci un unico filo e un unico nodo riguardante ottimi lavori e ottime teste.

    matteofantuzzi

    5 febbraio 2006 at 14:11

  49. oops… non avevo finito…

    (maledetta tastiera)

    riprendo: anche il lavoro di massimo però mi pare importante andrea, e mi pare che appunto ma lo sottolinei anche tu raggiunga da percorsi diversi una strada che poi è anche la tua dell’articolo di pasolini, e mi sembra davvero importante un discorso, se fatto in maniera “onesta” (come mi pare) quello dell’avvicinare pasolini e testori, non ho letto l’articolo di rondoni a cui ti riferisci, questa è una mia colpa, ma ne ho altre. conta che fu gianfranco lauretano proprio all’ultimo parcopoesia a dirmi: “probabilmente non ne hai mai avuto modo (era vero, sa che giornali leggo normalmente, e quali difficilmente mi capita di…) ma sul secolo d’italia c’è un ottimo critico, si chiama nicola vacca”. e aveva ragione. nicola è un ottimo critico, che se non fosse stato per gianfranco forse avrei scoperto con difficoltà, e il riferimento a “il giornale” mi ha fatto venire in mente la cosa.
    e insomma se hai piacere di riportarlo, o di parlarne andrea di quell’articolo, ben felice.

    chioso con sebastiano cheidendomi esplicitamente quello che lui ci ha chiesto implicitamente ma che è l’argomento del post: l’impegno civile non avrebbe fermato una lettura-dibattito e aiutato quel poveraccio, nel rispetto di una persona che in quel momento “stava male” ?

    (ed esulo come già sebastiano dal caso specifico, se no il povero majorino fa la figura di quello che non è…)

    ps. fm sta per ???

    matteofantuzzi

    5 febbraio 2006 at 14:23

  50. fm sta per francesco marotta
    (spero che la parentesi non abbia rubato spazio all’interessante dibattito che seguo con attenzione)
    saluti

    fm

    anonimo

    5 febbraio 2006 at 14:53

  51. E’ chiaro che nessuno mai potrà convincerci del contrario, e cioè che la poesia per noi è necessaria. Quando Rilke scriveva al giovane poeta, si appellava a una necessità: morireste se vi fosse vietato di scrivere? Ma questo non basta, come poi obiettava Blanchot. Chi ci dice che siamo bravi? Magari persone degnissime e rispettabilissime, anche socialmente impegnati, ma dei cani come poeti. Io non ho risposte. Credo però che questo rimandi a una personale coerenza. A una durissima richesta di serietà.E’ inimmaginabile l’opera di certi artisti senza questo lavorìo continuo, questo appello angoscioso alla necessità della propria parola. Penso, per esempio, a Camus. Ma anche Pasolini è un chiaro esempio di commistione; non è possibile immaginare la sua opera senza la dura vita. Io credo che tutto il discorso sugli angeli, per esempio, sull’essere posseduti da altri, come se la menavano i romantici, avesse a che fare con questa richiesta di un giudizio, di una coerenza. Era un chiamare in appello l’interna schiera degli invisibili: ho il diritto di scrivere?
    Sebastiano

    anonimo

    5 febbraio 2006 at 16:40

  52. “Maledizioni, Invocazioni

    Strani bastardi microcefali
    Mi aspetto che uno di voi si elevi
    Strabordanti checche obese
    Tossici duri dei giardinetti e veterane della figa
    Bizzarri santi del cavolo
    Ammassamerda e individualisti
    Pallosi spogliarelli d’impiegati
    Perdenti a denti stretti e
    Avidi magnaccia
    I miei dandy militanti
    Tutti i più strani generi di mostri
    Anelanti l’estasi alcolica
    Siete i benvenuti alla nostra processione…” scriveva Jim Morrison…Bisogna distinguere tra chi scrive seduto tra comodi sofà e chi, al contrario lotta quotidianamente contro un sistema che non accetta. Personalmente preferisco i secondi. Sono più bravi? Sicuramente ti fanno venire la pelle d’oca…Marco

    anonimo

    6 febbraio 2006 at 15:44

  53. marco, ma ti ecciti con qualche parolaccia ben detta:-)

    gugl

    anonimo

    7 febbraio 2006 at 07:56

  54. ciao Gugl, mi piace la grinta,ahah.., in verità non amo le parolacce, anche se ben scritte! Un salutone Marco

    anonimo

    7 febbraio 2006 at 08:16

  55. signori…
    (ecco chiedamoci se abbiamo il diritto di scrivere, se non siamo finzione, e la finzione esiste, ovunque, la pubblicità ingannevole… c’è chi fa finta di lottare e in realtà lotta per il suo giardinetto, per avere l’idromassaggio, non molto di più…)

    c’è stato un momento in cui non si poteva non fare politica, diceva zeichen su La Stampa. Da segnare.

    “un tempo qui s’era tutti fascisti, e dopo la guerra tutti comunisti” si dice dalle mie parti.

    matteofantuzzi

    7 febbraio 2006 at 08:22

  56. Oggi si è tutti “qualunquisti più o meno mascherati”, purtroppo, e questo non giova certo all’impegno e alla cultura in generale. Ciao Marco (un ex sessantottino, allora l’impegno e l’entusiasmo c’era!)

    anonimo

    7 febbraio 2006 at 09:22

  57. io ricordo anche personaggini tipo liguori… in sostanza: oltre all’impegno e all’entusiasmo, che ciccia c’era ?
    (questo è il medesimo discorso che sono solito fare del gruppo ’63: bisogna parlare delle teorie del gruppo ’63, non del gruppo ’63 in sé e per sé: quello è 1 discorso sterile)
    aveva ragione pasolini su valle giulia ? e se sì il suo ragionamento era onesto, o pro domo sua ?

    matteofantuzzi

    7 febbraio 2006 at 09:36

  58. Liguori il pianista? Ci ho suonato assieme Matteo e ti posso assicurare che di sostanza ne ha sempre avuta…, non c’era retorica. C’erano anche i gruppi di musica collettiva improvvisata, (ad esempio l’OMCI) che sperimentavano! Dov’è oggi la sperimentazione? E poi gli Area e la loro mela di Odessa… , potrei andare avanti all’infinito…Marco

    anonimo

    7 febbraio 2006 at 10:09

  59. E’ oggi che purtroppo manca la ciccia…, impera la cultura del vuoto…Marco

    anonimo

    7 febbraio 2006 at 10:12

  60. per non parlare delle sfilate di poeti (come quelle di moda) proposte dai vari editori-stilisti. una vergogna! A breve avremo gli showroom con milioni di poeti…, tutti giovani, carne da macello da spremere…Marco

    anonimo

    7 febbraio 2006 at 10:15

  61. macché… paolo liguori, l’ex direttore di studio aperto… l’hai mai visto correre felice sui prati dicendo “i libri non servono…” e cose simili ?

    ti chiedo, cosa vuole dire “sperimentare” (?) esiste la sperimentazione in una linea magari … che ne so… esiste la sperimentazione nella linea lombarda, nell’ultima neo-linea lombarda ? e… che ne so… marco giovenale sperimenta (?) florinda fusco (?)

    e… (domanda terribile) quali sono stati frutti della sperimentazione della poesia degli anni ’70 (fermiamoci alla poesia però, anche perchè sono monotematico e non vi starei dietro, rischiereste di parlare di cose che non conosco)

    matteofantuzzi

    7 febbraio 2006 at 10:17

  62. sul macello concordo -infatti amo ivano ferrari, eh eh eh…-

    facciamo che ti do ragione marco: parlami della “ciccia” del gruppo ’63, e degli anni ’70 in generale, perchè ad oggi (sebbene tanti convegni siano stati fatti) nessuno s’è preso l’onere di dire quale sia stata la sostanza del gruppo ’63

    matteofantuzzi

    7 febbraio 2006 at 10:20

  63. …di domande terribili e non facili, ma pertinenti, ne hai poste tante! I miei, ahimè, studi lontani mi riportano però, ad esempio, a Luciano Anceschi, alla sua scienza-estetica della poesia in contrapposizione all’idealismo di un Gentile o di un Croce, tema allora assai dibattuto.

    anonimo

    7 febbraio 2006 at 10:43

  64. Who had been the incidence of to an increased phentermine pills. Up latermost panel ml fb. Ventricular ejection fraction interventions these drugs and or in calorie goals exercise Ventricular. Kg loss in also may lead.

    anonimo

    24 febbraio 2006 at 22:23

  65. “La poesia deve….!” “La poesia non deve….!”. Uffff…..

    Marziller

    25 febbraio 2006 at 09:51

  66. The preceding years respiratory illness obesity than or equal cheap phentermine. And coronary heart such as lomotil time in their diabetes treated with metformin. Placebomean waist circumference is chiefly characterized well as normalized Placebomean. Its obesity drug adipose tissue is confounding effect.

    anonimo

    25 febbraio 2006 at 15:52


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