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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Massimo Barbaro

DORMENDO DAVANTI AL MONITOR. REALISMO DELL’UTOPIA, UTOPIA DEL REALE.

Tutte le attività umane che non comportano un consumo irragionevole di materiali non sostituibili o che non degradano in modo irreversibile l’ambiente potrebbero svilupparsi illimitatamente. In particolare, queste attività che molti considerano come le più desiderabili e le più soddisfacenti – educazione, arte, religione, ricerca fondamentale, attività sportive e relazioni umane – potrebbero diventare fiorenti. (John Stuart Mill, Principles of Political Economy)

Tra 577 anni si dovrà spostare di un giorno l’indicatore delle fasi lunari.O sposteremo la luna?Dove sarai? (Campagna pubblicitaria dell’orologio da polso Portoghese Perpetual Calendary Ref. 5021 – costo: $30.000, IWC Schaffausen, dicembre 2005)

 Certe precomprensioni, alcuni incroci di strade che, sempre apparentemente distanti, invece si approssimano, ci fanno già delineare una nuova utopia, o meglio, una utopia adatta ai nuovi tempi, che reclama urgente adesione, o quantomeno nuove ragioni per essere minoritari, per andare contro il mainstream, fedeli, anche involontariamente, ma pur sempre, alla promessa di guardare avanti. S. Benaissa1 ci riporta una sintesi delle idee contenute nell’ultimo libro di J.C. Besson-Girard, secondo il quale, «subordinando la parola all’oggetto, il senso all’interesse, sottomettendo l’esigenza della sensibilità agli imperativi della redditività, la crescita economica ha condotto l’umanità a rinunciare alla sua parte propriamente affettiva, vale a dire a disumanizzarsi»2. Besson-Girard è fedele al paradigma del confronto tra crescita economica e «decrescita armonica», e concordiamo con Benaissa sull’originalità di tale prospettiva nella critica della società contemporanea. Ma non si tratta solo di originalità, quanto, appunto, della capacità di individuare le rampe di interconnessione, i raccordi tra strade distanti, che sono tali solo se ci ostiniamo a respingere l’approccio ipertestuale, il modello a rete… Besson-Girard contrappone ai «mali» della crescita economica le «parole» che ispirano la decrescita armonica, esplorando l’idea che «soltanto la poesia possa restituire il desiderio di senso occultato dal culto dei beni» delle nostre società «enrichies». Si tratterebbe di ristabilire la dimensione poetica dell’esistenza umana, sostituendo agli scopi totalitari dell’opzione del mercato le prospettive emotive dell’opzione artistica, di spostare lo sguardo dall’economico verso l’estetico, per assicurare l’avvento di una civiltà fondata sulla decrescita. La prospettiva di Besson-Girard è attraente e adesiva. Ma una (pur marginale) frequentazione dei poeti ci lascia però qualche dubbio sulla loro effettiva capacità di sollevare il capo, chino non sulle loro carte o tastiere (il che andrebbe già bene…), bensì sulle beghe del presenzialismo, antologico o no; colli torti, «autoreferenzialità strutturalista», «spirito di consorteria»3
Un altro tipo di frequentazione, con la “tecnostruttura”, questa volta, ci porta a prevedere la facile obiezione, l’alibi di sempre: anche la decrescita è utopica? Teoria distante dal “sano” realismo? No; bastano, secondo S. Latouche, misure semplici, «dall’apparenza anodina»: internalizzare i costi di trasporto, rilocalizzare le attività economiche, ritornare all’agricoltura contadina, stimolare la “produzione” di beni relazionali, ridurre di un fattore 4 lo spreco energetico, penalizzare drasticamente le spese pubblicitarie, applicare una moratoria sull’innovazione tecnologica e riorientare la ricerca scientifica e tecnologica
4. Misure concrete, fattibili solo a volerlo, che porterebbero a un’«utopia conviviale», a una «decolonizzazione dell’immaginario», in grado di indurre comportamenti virtuosi che porterebbero a una soluzione ragionevole a problemi come i cambiamenti climatici, le emissioni di gas serra, l’inquinamento, il consumo di acqua e risorse non rinnovabili: la «democrazia ecologica locale», alternativa preferibile all’altra, già in via di elaborazione nelle stanze di società semi-segrete tipo Gruppo di Bilderberg: una forma di «democrazia autoritaria, ecofascismo o ecototalitarismo», nella quale le masse del Nord sarebbero pronte a mettersi nelle mani di demagoghi in cambio della loro libertà, al prezzo dell’acuirsi sottoscrivemmo anche noi, almeno per il coté preoccupazione. Forse Vacca non ha fatto in tempo a vedere il nuovo speciale n. 200, dicembre 2005, della rivista Poesia: ancora un’antologia, questa volta con criterio geograficolinguistico (37 italiani, 60 «angloamericani e di lingua inglese», 7 svizzeri…) dell’ingiustizia planetaria e, alla lunga, «liquidazione di una parte notevole della specie umana»5.
Capovolgendo la clessidra utopia-realismo, Latouche ritiene che un capitalismo ecocompatibile sia concepibile teoricamente, ma non sia «realistico in pratica». La visione non è nuova; in termini non marxiani, E. Severino aveva già individuato nello stesso capitalismo il processo che lavora radicalmente alla sua distruzione
6. Anche se dovesse ravvedersi e si convincesse della propria distruttività, il capitalismo, assumendo uno scopo (la salvaguardia della Terra) diverso da quello proprio (incrementare il profitto), nei fatti distruggerebbe se stesso. Alla fine, il capitalismo si metterà nelle mani del suo antico servo, la tecnica, ormai «suprema istanza etica del nostro tempo», virtus, ma non la virtù della grande tradizione occidentale e orientale, della religione, della morale, della politica, dell’umanesimo, ma virtus in quanto forza, potenza, violenza estrema – inaspettata (per l’Occidente) estrema follia7. Latouche non crede che il capitalismo si avvierà spontaneamente sulla via virtuosa dell’ecocapitalismo; viviamo il trionfo dell’«omnimarchandisation» del mondo; il capitalismo generalizzato non può non distruggere il pianeta così come ha distrutto tutto ciò che è collettivo, dal momento che le basi immaginarie della società di mercato poggiano sulla dismisura e sulla dominazione senza limite. Latouche propugna quindi un ritorno alla polis, al modello di «confederazione dei demoi», al localismo delle «repubbliche di quartiere». L’utopia si ritrae e si riaffaccia; un altro mondo, se non «possibile», deve pur sempre essere pensabile. Colpisce, nell’indicazione delle strade da percorrere, il ritorno al tradizionale, una riscoperta di ciò che abbiamo perso (ma lo abbiamo davvero avuto? – ed ecco che il voltarsi indietro diviene, ancora una volta, guardare avanti…), la ricerca di ciò che resta ancora vitale e trasmissibile ancora una volta. E ciò anche nelle critiche più esasperate, le più distanti possibili dalla tradizione, nelle quali il tradizionale è concepito come stratificazione: «in un’altra favola paranoica, immaginiamo che la tecnologia sia l’ultima erede di una saga di attori collettivi generati dalla storia come una bambola matryoshka: religione – teologia – filosofia – ideologia – scienza – tecnologia. Per dire che nelle tecnologie dell’informazione e dell’intelligenza si stratifica la storia del pensiero, anche se della saga ricordiamo solo l’ultimo episodio, ovvero la rete che incarna i sogni della generazione politica precedente»8. Da questa stratificazione anche il concetto di tecnica riceve una prospettiva diversa, e il concetto di macchina una sua ridefinizione. Posti di fronte alla «pervasività del tecnomanagement neoliberista», e dato che «l’intelligenza del movimento globale è pochissima cosa», occorre «sia inventare macchine virtuose rivoluzionarie radicali da collocare nei punti nodali del network, sia affrontare il general intellect che amministra le meta-macchine imperiali. E prima di cominciare, prendere coscienza della densità di “intelligenza” che si condensa in ogni merce organizzazione messaggio media, in ogni macchina della società postmoderna». Negli anni ’70 Deleuze e Guattari fecero uscire la macchina dalla fabbrica; si trattava di un «materialismo idraulico che parlava di macchine desideranti, rivoluzionarie, celibi, da guerra e non di rappresentazioni e ideologie». Starebbe ora a noi tirare fuori la macchina dalla rete e immaginare la generazione post-internet, inventare «macchine sociali che sappiano sfidare il capitale e funzionare come piani di autonomia e autopoiesi»; di qui l’invito a diventare la macchina («Don’t hate the machine, be the machine»), a trasformare la condivisione dei saperi e delle conoscenze, degli strumenti e degli spazi, in nuove «macchine produttive radicali rivoluzionarie». Il «match» moltitudini contro l’impero diventa quindi il «match» macchine radicali contro tecnomostri imperiali. Ma siamo combattuti: da un lato questa autopoiesi intesa come livello e spazio di autonomia ci tenta e ci riporta, ancora con Girard-Besson, a togliere il peso dell’oggetto dalle parole, a dare maggior peso alla parola – insieme al disgusto per il suo uso pubblicitario e comunicativo9. Dall’altro, non si vede cosa possa venir fuori dal «match», che, in questi termini, ha tutte le probabilità di divenire un «clash», ancora un altro. Autopoiesi e autonomia possono anche essere declinate come autosufficienza, essenzialità, semplicità, benessere relazionale, comunitarismo quasi monastico in cui bene comune e bene individuale trovano una loro radicale ridefinizione. Un altro uso della tecnica. Un’altra vita è possibile? Un’altra utopia? Un altro luogo. Nient’altro che un luogo altro. Saranno i poeti a trovare le parole per inventare (invenire) un altro modo di vivere? Gli esseri Secondo Perniola, L’estendersi dell’economia agli ambiti della conoscenza, dell’informazione, del sapere e della cultura implica una rivoluzione dei rapporti tra sapere e potere che scardina la separazione tra struttura materiale e sovrastruttura ideologica e apre ai ricercatori, ai pensatori creativi, agli artisti e in generale agli innovatori intellettuali e tecnici nuove possibilità di intervento e di affermazione nel mondo. Tuttavia, dall’età moderna in poi, mai come ora i cosiddetti knowledge workers corrono il rischio di essere asserviti e proletarizzati. Oggi le nuove conoscenze hanno un potenziale economico che non passa più attraverso l’ideologia; perciò, per evitare che esse acquistino grandezza autonoma, come miglior modo per appropriarsene, vengono soffocate nel «caos comunicativo» (pp. 19-20). «La via d’uscita è […] una specie di metaarguzia che non si limita a dislocare gli opposti all’interno di una comunicazione orizzontale concettuale, e oltrepassa i suoi confini, ponendosi in alternativa nei confronti della comunicazione, cioè di quel mondo che ha annullato la logica e la morale […]. Questa alternativa […] non può essere presentata in termini logici o morali, ma solo estetici» (p. 106). Perniola propone una nuova sintesi estetica che consiste nel «prendere sotto l’egida di un economia dei beni simbolici […] tutti gli habitus guidati da quel “disinteresse interessato” che nel corso dei secoli ha costituito l’aspetto essenziale dell’esperienza estetica, […] le arti, […], [le] attività scientifiche, professionali, burocratiche che implicano per definizione libertà e autonomia rispetto all’economia del profitto immediato e della negoziazione e che sono dirette verso la formazione di un capitale culturale e simbolico non riconducibile al capitale economico […]». «L’essenziale è cominciare a sottrarsi nelle piccole come nelle grandi cose a quel “pensiero unico” che pretende di appiattire sotto il suo rullo compressore dell’economia ristretta e quantitativa tutti gli aspetti dell’esistenza» (pp. 113-4) umani scopriranno di essere, da sempre, poeti, proprio come nella filosofia buddhista è detto che ogni essere o ente ha già in sé la natura di Buddha? I filosofi insegneranno ad essere poeti? Economisti-filosofi, forse, in grado di concepire un’antieconomia10, filosofi che non esitano a salire su un palco e mettersi a cantare, in grado di additare una «povertà razionale, non subita ma sapientemente voluta», l’inaridimento dei bisogni, lo «sbadiglio davanti a una colma vetrina», vie che si percorrono «come monaci erranti, con gli occhi che sorridono a Dio», un «francescanismo ‘scientifico’» nel quale «l’ironia rispetto alle cose prende il posto del desiderio convulso»11. Non solo rifiuto del pensiero unico e condivisione dei saperi, dunque, ma sua trasmutazione in compresenza di approcci e competenze; fine dello specialismo o, per dirla sempre con Severino, della «frammentarietà della conoscenza» (pur sempre una forma di divide et impera, vero tratto unitario del nostro tempo, in cui consiste l’«Apparato scientificotecnologico», «dimensione unitaria» – e totalizzante – «destinata a sottomettere a sé ogni altra dimensione della storia dell’Occidente»12). L’attenzione alle parole. E alla precisione del discorso, necessari a un «desiderio di relazione»; «ecco un luogo di resistenza: le parole»13. Ma alle parole – «le parole sono pietre» – occorre dare peso. E non solo il loro peso. Bisogna tirar fuori le parole dalla loro dimensione, dal loro spazio comunicativo. Come dice un maestro Zen contemporaneo, per comunicare, bastano le parole e le loro ulteriori combinazioni, tutte plausibili; tutto dipende dalla sintonia di coloro che intendono comunicare; nella sintonia può esserci coerenza, ma anche incoerenza. «Per chi resta sul piano delle indicazioni, delle istruzioni, nulla fa davvero problema, e non è affar suo vivere, non è più affar suo il nascere e il morire»14. Non possiamo restare, allora, solo sul piano delle indicazioni e della comunicazione, la parola deve farsi carico di contenere il silenzio. Deve essere affar nostro. La parola deve essere pretesto, grimaldello per un attraversamento di prospettiva. Rifiuto del pensiero unico e della conoscenza frammentaria possono essere viste da una posizione differente: se si lascia cadere la distinzione e l’identificazione di soggetto ed oggetto15, se ci si affranca dalla visione unilateralmente soggettiva o unilateralmente oggettiva (idealistica o materialistica) è forse possibile anche liberarsi del dilemma “sano” realismo contro utopia, approdare a una diversa visione del realismo, sperimentare che non siamo nel mondo della mente o nel mondo della materia, ma che viviamo «nel mondo reale, realmente, non solo intellettualmente, o percettivamente»16. Il punto chiave è la concezione dell’atto, non solo un concetto idealistico o una percezione sensoriale materialistica, ma «un fatto del tutto realistico proprio nel momento presente, […] un atto reale nel momento presente»17. Da questa posizione è possibile scorgere un’uscita dall’impasse realismo/utopia? Senza la zavorra dell’idealismo o del materialismo, senza posare il piede nella trappola dell’oggettività/soggettività, forse è possibile vedere la realtà diversamente, e non solo alla maniera dei poeti, per i quali – e giustamente – è reale solo il mondo della poesia, e irreale il mondo delle torri, dei potenti e delle stragi18. Se, anche a costo di restare muta, la parola entra nella vita, ecco il reale perdere il suo realismo, ecco l’utopia sotto un aspetto meno utopico, ecco svelati l’utopia del reale e il realismo dell’utopia. Ci sediamo in poltrona, e ci viene detto, finalmente: «Welcome to the desert of the real»19. Nel mondo irreale le torri crollano in inferni di fuoco, i potenti baluginano come folli comete, per poi attorcigliarsi in manette e catene, il fervore di una mattina qualunque può frantumarsi nel silenzio e nel carnaio di una strage ordinaria, l’esistenza si condensa nell’ambiguo laghetto dello schermo tv, che al fasullo regala lo statuto del vero, e declassa l’autentico a vana copia. La poesia, come dice Eugenio Montale, […] sta […]. La parola veritiera ha qualche chance di cogliere nel segno, di tranquillizzare e consolare, di redigere cronache definitive, insomma di scoprire alcune importanti verità […]. La poesia è una memoria stabile». “Editoriale”, Poesia, n. 200, cit., p. 5. Possiamo riconoscere che S. Zizek aveva ragione nel ritenere, con A. Badiou, che è stato il XX secolo, con la sua «passione per il reale», a sfociare nell’ossessione per la pura apparenza; che perseguendo il reale, il XX secolo non è riuscito a sottrarsi alla «furia (auto)distruttiva nella quale l’unico modo di tracciare la distinzione tra l’apparenza e il Reale è, precisamente, rappresentarlo in un falso spettacolo»; e che la «verità ultima dell’universo de-spiritualizzato e utilitaristico del capitalismo è la de-materializzazione della stessa vita reale, il suo travaso in uno spettacolo spettrale»20.
Non c’è niente di più realistico dell’utopia, quindi, e questa non è materia esclusiva di sociologi, filosofi, e “professionisti” della politica. È affar nostro. Spingendoci oltre, potremmo anche sbarazzarci del dilemma libertà/tradizione, che tanto peso ha sulla nostra percezione del (mito del) progresso. Ricorrendo ad un’altra competenza trasversale, quella della compositrice e musicista jazz Annette Peacock, potremmo anche vedere, in fondo, che «la libertà origina la tradizione, che è a sua volta l’impulso per altra libertà. Insieme creano la civiltà»
21; questo vale non solo per la musica, per la poesia e le arti. Se l’utopia è reale, se è affar nostro, se la cosa ci riguarda, «anche una cosa molto semplice, anche raccogliere una sola foglia fa più pulito immediatamente tutto l’universo»22. Il mondo delle cose (il mondo del reale?) ci chiama. Non dovremmo chiederci: “Che ora è?”, “Dove saremo domani?”, ma: “Dove siamo?”. Dove siamo? Ancora addormentati davanti al monitor, nonostante gli occhi sbarrati? Ancora indecisi tra la pillola blu e la pillola rossa, o incerti sul dosaggio del principio attivo blu con quello rosso, sulle infinite sfumature del viola? Ancora prima del guado, con la capra e il cavolo23 ancora da traghettare?

1 S. Benaissa, “Pétrole, nucléaire et… poésie”, le MondeDiplomatique, novembre 2005, p. 27,
http://www.mondediplomatique.fr/2005/11/benaissa/12909.

2 Jean Claude Besson-Girard, Decrescendo cantabile. Petit manuel pour une décroissance harmonique, Parangon, Paris, 2005.
3 Nicola Vacca, “Lettera aperta (affettuosa e preoccupata) a Nicola Crocetti”, Bollettino FuoriCasa.Poesia, n. 5, 2005.
4 S. Latouche, “Vers la décroissance. Écofascisme ou écodémocratie”, in Le Monde Diplomatique, novembre 2005, pp. 1, 26-27 ; http://www.monde-diplomatique.fr/2005/11/latouche/12900
5 S. Latouche, “Vers la décroissance », cit.. Sul Gruppo di Bilderberg si veda: http://en.wikipedia.org/wiki/Bilderberg_Group. Cfr. anche l’esilarante reportage dell’incontro italiano del 2004 in: http://italy.indymedia.org/news/2004/06/564845.php.
6 Si veda E. Severino, Il declino del capitalismo, Rizzoli, 1993.
7 E. Severino, Dall’Islam a Prometeo, Milano, Rizzoli, 2003, pp. 238-9; 246-8.
8 M. Pasquinelli, “Macchine radicali contro il tecnoimpero. Dall’utopia al network », in Rekombinant.org, e Multitudes 21, 2005; ora in http://www.eurozine.com/articles/2005-07-19-pasquinelli-it.html.
9 M. Perniola, Contro la comunicazione, Einaudi, 2004. «La comunicazione è l’opposto della conoscenza, è nemica delle idee perché le è essenziale dissolvere tutti i contenuti. L’alternativa è un modo di fare basato su memoria e immaginazione, su in disinteresse interessato che non fugge il mondo ma lo muove».
10 «[N]on per economia è nata l’economia: questo insegnamento sta alle soglie dell’antieconomia che la prende in custodia»; M. Sgalambro, Del pensare breve, Adelphi, Milano, 1991, pp. 120-122.
11 Ivi.
12 E. Severino, Dall’Islam a Prometeo, cit., pp. 64-6.
13 J.C. Besson-Girard, Culture / Résistances / Territoires, intervento al II Festival cinematografico Résistances, Tarascon sur Ariège, 9 luglio 1998, http://www.cine-resistances.fr/98/fiche/texte_besson_girard.htm.
14 «Dai-ji è la grande questione. Come nei famosi versi: “Grande questione vita-morte, rapido tutto muta…”. Nascere-morire sono affar nostro. Anche se facciamo come se non lo fosse, nascere-morire è proprio affar nostro». F. Taiten Guareschi, “Foglie che cadono nella mente”, Zen Notiziario, Vol. 8 n. 3, autunno 2001, p. 1.
15 Senza «affermare la distinzione a scapito dell’identificazione – senza affermare l’identificazione a scapito della distinzione». Cfr. F. Taiten Guareschi, cit.. Si veda pure: D[gen Zenji, Sh>b>genz>, “Sangai-yuishin”; G. Nishijima e C. Cross (a cura di), Master D>gen’s Sh>b>genz>, London, Windbell, 1997, pp. 43-9.
16 Gudo Nishijima, Dogen Sangha Blog, "What is the Enlightenment”, 1 dicembre 2005, http://gudoblog-e.blogspot.com.
17 Gudo Nishijima, Dogen Sangha Blog, "Philosophy of act (Existentialism)”, 7 dicembre 2005, http://gudoblog-e.blogspot.com.
18 «Per noi – è ovvio – il mondo reale è quello della poesia […], tutto il resto sembra uno sfascio di ombre e vampate crudeli, indecifrabili.Nel mondo irreale le torri crollano in inferni di fuoco, i potenti baluginano come folli comete, per poi attorcigliarsi in manette e catene, il fervore di una mattina qualunque può frantumarsi nel silenzio e nel carnaio di una strage ordinaria, l’esistenza si condensa nell’ambiguo laghetto dello schermo tv, che al fasullo regala lo statuto del vero, e declassa l’autentico a vana copia. La poesia, come dice Eugenio Montale, […] sta […]. La parola veritiera ha qualche chance di cogliere nel segno, di tranquillizzare e consolare, di redigere cronache definitive, insomma di scoprire alcune importanti verità […]. La poesia è una memoria stabile». “Editoriale”, Poesia, n. 200, cit., p. 5.
19 A. e L. Wachowski, The Matrix, Warner Bros.,1999.
20S. Zizek, “Welcome to the desert of the real. Reflections on WTC, 10/7/01”, http://www.egs.edu/faculty/zizek/zizek-welcome-to-thedesert-of-the-real-1.html; ora in Welcome to the desert of the real!, Verso, 2002. Si veda pure: B. Somay, “Welcome to the desert of the Real, part II”, Eurozine, 12 dicembre 2005 (http://www.eurozine.com/articles/2005-10- 12-somay-en.html).
21 S. Merighi, “Intervista a A. Peacock”, Musica Jazz, n.1, gennaio 2006, p. 28.
22 F. Taiten Guareschi, cit..
23 G. Peano, Giochi di Aritmetica e problemi interessanti, 1924: «Problemi capziosi: […] 26. Problema del lupo, della capra e del cavolo. (Tartaglia, libro 16, N. 141). […]

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Written by matteofantuzzi

26 gennaio 2006 a 08:41

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25 Risposte

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  1. basta parlare di gf6 ! un grazie a massimo barbaro che affronta la questione poetica anche da punti di vista “differenti” come quello estetico e quello a me caro della realtà. se no ci infossiamo sempre nei soliti discorsi.

    (so che le citazioni di matrix a qualcuno piaceranno molto…)

    matteofantuzzi

    26 gennaio 2006 at 08:45

  2. Un sorriso di passaggio..

    http://vivendolestelle.splinder.com/

    Vivendolestelle

    26 gennaio 2006 at 11:39

  3. se non erro nell’antica grecia tra i primi filosofi si annoverano dei poeti…allen ginsberg dice:” guardate vicino al vostro naso e di questo parlate”…

    e vicino al nostro naso c’è solo la realtà.
    un saluto e grazie della lettura

    vaan60

    26 gennaio 2006 at 14:53

  4. Gentilissimi, un mio testo dedicato al 27 gennaio, giornata della memoria
    http://stylos.blog.tiscali.it/
    Sebastiano Aglieco

    anonimo

    26 gennaio 2006 at 18:53

  5. Ottimo l’intervento di Massimo Barabaro e molto complesso (impegnativo alla lettura piuttosto).
    Mi permetto però una obiezione o puntualizzazione, termine piu appropriato: il ritorno al Verbo, allo scambio (abbrevio il concetto già ben espresso da Massimo), l’utopica visione del poter “decolonizzare l’immaginario” ha già l’Alfiere che marcia in senso contrario. E’ il pubblicitario (inteso come professione). Come già faceva notare Francesco Ghelli nel suo mirabile saggio (Letteratura e Pubblicità, edizioni Carocci) la figura del poeta come modus per il ritorno ad uno scambio effettivo della parola, come verbo sincero, la figura del poeta riflettente ed elaborante è stata sostituita dalla figura del pubblicitario, che ha fatto propri sia l’immaginario delle comunitas, che l’insegnamento della letteratura (qualunque forma essa abbia) plasmandolo alla comunicazione inversa: non ti spingo più a riflettere in base ad un ragionamento, ma rifletto io per te creando l’immagine che tu vorresti che sia e te la offro pronta.” L’unico gesto che rimane da compiere è allora la fruizione passiva e assecondare la pulsione indotta verso l’acquisto. Con in più la convinzione di essere giunto da solo alla reazione finale (l’acquisto). In altri termini, si potrebbe definire “lavaggio del cervello” .
    Ovviamente tra le due discipline è chiara la differenza:
    l’incontro con la pubblicità (o reclame secondo il termine in voga ai tempi del carosello) è giornaliero, meno accade con la letteratura ma entrambe – secondo Francesco Ghelli che svolge attività didattica e di ricerca presso l’Università di Bologna nonché studioso di letterature comparate – nascono dalla medesima radice anche se appartengono a due “discipline” e mondi distinti, lontani. Mentre la letteratura è scritta per durare, la pubblicità ha un ciclo di vita molto breve: la letteratura (quale che sia il genere – poesia, narrativa etc…) offre testi, messaggi coerenti e organizzati, nei quali è possibile riconoscere l’intenzione dell’autore. Inoltre, leggere è un fatto privato, volontario, un’azione che si compie “in dialogo” tra il libro/autore ed il fruitore/lettore grazie ad un isolamento dalla realtà circostante.
    La pubblicità ci coglie invece in ogni momento della giornata, spesso contro la nostra volontà, vive della ripetizione che a livello subliminale trova radice tra i sottofondi compositi ed informi con una forma di fruizione distratta eppure penetrante.
    Ci sono però delle analogie fra i due linguaggi dal punto di vista della retorica e teoria letteraria; la controversia secolare sul presunto statuto “artistico” della pubblicità; l’accostamento della pubblicità al sacro (riflessioni e rappresentazioni) gli interscambi fra i due fenomeni (influssi della letteratura sulla pubblicità come linguaggio da imitare, come deposito di valori estetici utili alla nobilitazione, e vendita, dei prodotti); si ricordano gli scrittori prestati alla pubblicità, con particolare attenzione al caso italiano ed alla tradizione di mecenatismo aziendale, le rappresentazioni della pubblicità nell’immaginario.

    Accade cosi che non sia solo la pubblicità ad attingere dalla letteratura ma che la letteratura attinga dalla pubblicità per rendersi più riconoscibile e vendibile, con la coscienza che sul lessico (non solo familiare ma anche dotto) oggi esercita più influenza che in passato l’obiettivo di una più efficace e rapida fruizione. Il fascino dell’oscuro non attrae più, anche nella poesia alta: anche questo è un effetto interattivo del linguaggio pubblicitario?
    Da vari sondaggi è stato ormai assodato che i lettori che si fermano (o si limitano) a leggere le Headlines sono cinque volte più numerosi di quanto leggono la Body Story (o testo del messaggio pubblicitario). Siamo abituati a recepire un concetto da una stringa di parole, omettendo di leggere quanto segue perché presumiamo di averlo indovinato (e spesso è vero perché a questo punta la pubblicità: calamitare l’attenzione velocemente e convincendo). Proprio questa velocità di lettura (o non lettura) è alla base della caduta d’interesse del più vasto pubblico nei confronti della letteratura, troppo esosa e onerosa per tempi di attenzione e fruizione. Ha senso e si può immaginare un altro equilibrio tra letteratura o pubblicità? O ciò che conta è solo il peso, il valore, di ciò che si fruisce?

    fabiano

    anonimo

    27 gennaio 2006 at 11:28

  6. il saggio di massimo è notevole e corposo, secondo me ottimo da proporre. c’è un punto che voglio sottolineare fabiano: quando produciamo un testo sembriamo forse conoscere a priori le riviste o le persone che potranno esserne maggiormente interessate. in questo modo facciamo una specie di “promozione” su canali specifici. questo per la piccola pubblicità.
    per la grande pubblicità del grande pubblico io mi appello sempre alla teoria della realtà, cioè non dare alla gente quello che presumiamo che la gente voglia (abbassando il livello) ma quello che realmnete abbiamo da proporre, anche se può essere ostico. butto così due cose. ottima la segnalazione di ghelli.

    matteofantuzzi

    27 gennaio 2006 at 14:46

  7. indi: avete presente che avevo detto al 50 % almeno non ci sono a milano il 31.01 ma di certo a grottammare l’11.02 ? bene:

    -la data di grottammare dell’11.02 è rimandata a data da destinarsi mi hanno comunicato

    -grazie a una complicata serie di incastri lavorativi e di impegni riesco ad essere a milano il 31.01 !!!

    cvd.

    matteofantuzzi

    27 gennaio 2006 at 14:50

  8. … a questo punto posso inserirmi con un fuoritema (che però riguarda diversi frequentatori del blog):

    Il 31 gennaio 2006, alle ore 18, presso la libreria Archivi del ‘900 di Milano si terrà la presentazione ufficiale dell’antologia poetica “Verso i bit – poesia e computer”, curata da Vincenzo Della Mea e Gianluca D’Andrea. Nata da un concorso indetto nel marzo 2005, che prevedeva l’invio dei contributi via mail sul tema del rapporto/contagio del linguaggio informatico con la poesia, l’antologia presenta una raccolta eterogenea per stili con testi di poeti noti e meno noti. La presentazione, inserita nel ciclo di incontri “Poesia contemporanea – ipotesi di tendenze”, prevede una introduzione di Franco Buffoni, interventi dei due curatori, e letture da parte di alcuni dei poeti coinvolti.

    Maggiori informazioni qui.

    anonimo

    27 gennaio 2006 at 15:29

  9. CITO da un passaggio di Barbaro: “(…)Senza la zavorra dell’idealismo o del materialismo, senza posare il piede nella trappola dell’oggettività/soggettività, forse è possibile vedere la realtà diversamente, e non solo alla maniera dei poeti, per i quali – e giustamente – è reale solo il mondo della poesia, e irreale il mondo delle torri, dei potenti e delle stragi18.

    Ed ancora:
    (…) Non c’è niente di più realistico dell’utopia, quindi, e questa non è materia esclusiva di sociologi, filosofi, e “professionisti” della politica. È affar nostro. Spingendoci oltre, potremmo anche sbarazzarci del dilemma libertà/tradizione, che tanto peso ha sulla nostra percezione del (mito del) progresso.

    La battaglia nasce impari a mio avviso. Il poeta vede, legge il reale, lo confronta per cercare parallelismi o correzioni sino ad avvicinarsi all’utopia, lo sogna un mondo utopico dove (- come viene citato qui da Latouche – la “decolonizzazione dell’immaginario” è la risposta). Ipotizza, teorizza. Un poeta s’arrovella e cerca da sé. Si domanda e si risponde (sapendo di sbagliare nel mentre la risposta e cercancone altre).
    A livello pubblicitario invece, il quesito viene sbaragliato ancora prima di nascere. Creo – io pubblicitario – l’ideale immediato ed esatto che tu – consumatore – vorrai. Prevedo. Strategicamente eludo e sopratutto, cancello.
    Ecco che non sarà possibile allora un equilibrio dove la coscienza-conoscenza sia in armonia con lo status del progresso. Saranno comunque e sempre in simbiotico disaccordo.
    Tu dici, Matteo, che la creazione di un testo ha intrinseco anche già la direzione verso il canale della fruizione. Eticamente è già sbagliato – se vuoi -, è gia una sorta di manipolazione del messaggio stesso perchè pur nascendo da un afflato ( o come lo si voglia definire..) comunque ha già una direzione. Tanto quanto accade con la pubblicità di un detersivo, di una vettura, di un cellulare. Solo – ed è l’unica differenza a mio avviso – con un testo comunque ti spingo a volermi contestare, ti spingo alla discussione (faccio dialogare capra, lupo e cavoli, citando Barbaro). Pubblicitariamente invece, capra, lupo e cavoli li metto d’accordo (li convoglio in unità verso la MIA idea che viene adottata senza remore, repliche).
    La vera utopia allora, sarebbe un totale disarmo culturale, un azzeramento da cui ricominciare la riflessione. Una tabula rasa. Sia dal versa reale che immaginifico.
    Ricominciando da zero.
    fabiano

    anonimo

    27 gennaio 2006 at 17:01

  10. incomincio anche io da una nota: è uscito “pietrisco” di alessandro ramberti, che ha avuto la cattiva idea di mettere in 2a di copertina una mia breve nota (altre ben migliori sono in postfazione)

    matteofantuzzi

    28 gennaio 2006 at 08:55

  11. poi rispondo a fabiano: è ovvio che eticamente è sbagliato, e per questo ad evitare che ciò accada dobbiamo adoperarci alacremente, una tabula rasa che non coinvolga il testo, ma l’autore !!! noi, noi e solo noi siamo la categoria “male riuscita”, “maldisposta”.

    matteofantuzzi

    28 gennaio 2006 at 09:09

  12. infine… ho corretto alcuni errori, un omissis sui crocettiani in poesia alla nota 18 (che invece andava sottolineata, altro che omessa)

    e la chiosa finale dove ho fatto casino. adesso va bene. manca la spiegazione della “capra e il cavolo” ma bene o male la conoscete tutti.

    sorry 😉

    matteofantuzzi

    28 gennaio 2006 at 09:39

  13. condivido l’analisi di fabiano. poi, inevitabilmente, ogni codice prevede un destinatario (dunque anche la poesia) Semmai sarà da verificare in che modo il testo di valore disorienta l’orizzonte d’attesa del pubblico o in che modo lo conferma; la cosa si complice nella misura in cui anche un testo pubblicitario si relaziona con l’orizzonte d’attesa…

    gugl

    anonimo

    28 gennaio 2006 at 15:51

  14. Fabiano, “decolonizzare l’immaginario” deve essere intesa come un’operazione propedeutica al concretarsi dell’utopia stessa (quella di cui parla Barbaro), il suo fondamento. Decolonizzare l’immaginario equivale a fare tabula rasa. Da qui si parte e si è d’accordo.

    La pubblicità cos’è se non una forma capitalistica ed utilitaristica della poesia? E’ chiaro che in questo mondo non sembra esserci confronto tra pubblicità e poesia, la bilancia pende nettamente a favore della prima per capacità di penetrazione. Una battaglia bello vs utile, contemplazione vs produzione, riassumendo. Ma è chiaro, la battaglia non possono farla i poeti o perlomeno non da soli!

    Tuttavia, pensavo che, in qualche modo, è già una sfida quella di Matteo: proporre un articolo così lungo su un supporto che invece ci abitua alla velocità. Se la poesia è memoria e creazione, essa è anche pazienza e pazientemente va vissuta (chi la dura la vince?) 🙂

    buona domenica (o quel che di essa resta)

    vocativo

    29 gennaio 2006 at 17:10

  15. Grazie a Matteo per aver ospitato il mio breve saggio, in anteprima rispetto alla pubblicazione sul mio blog. Non so in che misura siamo innovativi al riguardo, ma la cosa merita di essere segnalata; penso di pubblicare sul mio sito il testo i primi di febbraio, al quale rimando per la completezza delle note, che nel mio modo di scrivere contengono forse le cose più importanti, e per la loro corretta collocazione.
    Correttamente, Fabiano concentra l’attenzione sulla pubblicità, e fa bene pure Vocativo a considerare la pubblicità sotto gli attributi di forma capitalistici e utilitaristici. Il testo è partito verso altre direzioni, ma è stata proprio la pubblicità dell’orologio citata in epigrafe a smuovere l’impulso di scriverlo. In un primo momento, anzi, l’impulso è stato quello di scrivere a matita, sotto la domanda che (mi) chiedeva “Dove sarai?”: “A far concime con i vermi, coglione!”. La considerazione che 577 anni erano comunque troppi anche per i più lenti processi decompositivi mi ha spinto a rielaborare il tenore andrologico della risposta (che è sempre presente, anche se nascosto…). Sia ben chiaro che io non ce l’ho in particolar modo con i pubblicitari, attività economica parasubordinata come tante altre, ma la misura dell’eccesso è colma ormai da tempo; voi siete dei ragazzi, ma io ho ben presente che dalla “Susanna tutta panna” della mia infanzia alle “acque minerali che fanno bene alla salute” qualcosa è cambiato. Non è normale che ad ogni raffica di spot pubblicitari siano ogni volta messe filosoficamente in questione doxa e aletheia, apparenza e realtà. Fateci caso: in questi giorni di campagna elettorale, facendo astrazione da tutte le altre costanti del discorso “politico”, di questo si tratta: della verità. Come giustamente, serissimamente, faceva notare la Litizzetto da Fabio Fazio (solo i comici parlano ormai di queste cose – se avete ancora dubbi, cfr. il blog di Beppe Grillo…): i “dati” sono dati, non esistono i dati della destra e i dati della sinistra; e, d’altra parte, si coglie male il postmoderno se accettiamo che non esistano i fatti, ma solo interpretazioni, esclusivamente come nostro comodo retorico.
    Per questo il discorso deve andare sull’economia (leggi: rinunciare a qualcosa, pensare a nuove forme comunitarie), per questo la poesia deve essere in grado di parlare alla vita, o tacere. Breton: «Cambiare il mondo (Marx) – Cambiare la vita (Rimbaud)». Né il mondo né la vita sono cambiati (d’altra parte, cambiano incessanetemente), e la rinuncia di Rimbaud a cambiare la vita dopo avere – ma sinceramente – pensato davvero di cambiarla è forse l’unico modo di cambiarla per davvero.
    Utopia e realtà. Il poeta corra il rischio del silenzio. Nella nota finale, omessa per brevità da Matteo, c’è un passaggio finale che meriterebbe di venire alla luce: «Nel mondo delle cose (il mondo del reale?), più complicato di quello dell’Aritmetica, capre, lupi e cavoli non parlano…».

    Un caro saluto a tutti

    Massimo Barbaro

    error405

    30 gennaio 2006 at 11:04

  16. “per questo il discorso deve andare all’economia (leggi: rinunciare a qualcosa, pensare a nuove forme comunitarie)”

    E’ proprio da qui il bisogno che sia un economista a parlarne (penso, naturalmente, a Latouche) ancor prima della poesia. Pian piano poi le strade si uniscono…

    vocativo

    anonimo

    30 gennaio 2006 at 11:44

  17. il discorso si lega bene, ribadisco anche a quanto nel precedente post. vocativo poi “ci becca”: a livello comunicativo questo post è “sbagliato”, a livello sostanziale ovviamente no. un post breve (come sarà il prossimo che posterò già a breve causa settimana “densa”) raccoglie più commenti mediamente, e in teoria lo si dovrebbe preferire, anche l’analisi di ladolfi è stata discussa puntualmente, ma non ha fatto 100 commenti (comunque nè quella, nè questa, nè dagnino, ne hanno fatto pochi…) ribadisco, bisogna sempre considerare quale “eticamente” si considerà il proprio target, perchè se alla fine si decide di percorre solo il target dei concetti portati certo si potranno compiere decisioni che altrimenti non si potrebbero compiere (poi anche io prontamente e giustamente corretto da massimo ho fatto errori, infatti ho rischiato di compromettere il senso del suo lavoro…)

    e allora mi permetto anche io quella domanda, tra tot. anni dove sarai: sotto terra. e quello che hai fatto ? bella domanda. etica.

    matteofantuzzi

    30 gennaio 2006 at 15:41

  18. Io? Ma io non ho fatto niente…

    (Non esiste “quello che ho fatto”, non esiste – per definizione – “quello che farò”; esiste solo quello che sto facendo. In giapponese si dice: shikantaza…)

    😉

    mb

    error405

    30 gennaio 2006 at 17:05

  19. Matteo, guarda che a me va benissimo (compatibilmente con le tante cose che mi capita di dover fare) un post lungo. Anzi, per me quello che hai fatto è una contravvenzione alla regola, una sfida.

    E poi ho “sponsorizzato” l’articolo di Massimo Barbato sul mio blog, linkandolo.

    🙂

    un saluto

    vocativo

    30 gennaio 2006 at 18:12

  20. però forse i giapponesi ci vedono lungo: la questione non è più passato o futuro ma presente. Non male. In base al presente relaziono al passato, costruisco il futuro. Ribaltano la concezione temporale in base a pura etica (fare bene è poi memoria di fatto bene cosi come di costruzione positiva per il futuro) Ribaltano se vuoi anche la coscienza di cosa sia etica ed esperienza.
    Non ricordo più chi ne disse, ma l’esperienza a priori non è etica in quanto l’esperienza – per accezione del termine – è una somma di errori da cui si impara.
    L’etica (o comportamento etico) invece prevederebbe un agire già scevro di errore, un compartamento compiuto, “perfetto” nel nascere.
    Questa E’ pura utopia…!!!
    fabiano

    anonimo

    30 gennaio 2006 at 19:41

  21. alcune segnalazioni:

    il 18 febbraio alle ore 18.00 presso la scuola holden corso dante 118 a torino, martino baldi presenta “capitoli della commedia” ed. atelier, intervengono la presidentessa della scuola holden lea iandiorio, daniele piccini, marco merlin e giuliano ladolfi.

    il 9 febbraio alle ore 21.00 alla biblioteca don milani di rastignano (bo) piazza piccinini 4/a daniele barbieri presenta il libro “La nostra vita, e altro” editore campanotto

    matteofantuzzi

    30 gennaio 2006 at 20:39

  22. e poi ricordo il post # 8.

    e… ho capito che avete capito. e anche io ho capito che avete capito e avevate capito 😉

    l’utopia non ci deve però non obbligare a ricercare quel percorso eticamente valido che abbiamo già visto essere di una difficoltà enorme. ma non per questo ribadisco non dobbiamo non sentire il dovere esso sia intrapreso.

    matteofantuzzi

    30 gennaio 2006 at 20:43

  23. errata corrige: la iandiorio è la direttrice, non la presidentessa della scuola holden, sorry, sorry.

    matteofantuzzi

    30 gennaio 2006 at 21:07

  24. ecco, matteo, adesso sono veramente confuso…

    🙂

    vocativo

    30 gennaio 2006 at 21:44

  25. Factors such as contributory cannot fully treatment groups in probably achievable by buy phentermine. Prescriptions out there she lost lb the department. Rio-europe quot a in either groupconclusions Rio-europe. More frequent in weight in a inject so they with type diabetes.

    anonimo

    25 febbraio 2006 at 15:53


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