UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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La critica è morta, viva la critica! di Giuliano Ladolfi

In mezzo ad una pressoché totale geremiade sullo stato della critica, da cui mi vedo attorniato sullo scorcio di questo 2005, mi sento di proclamare: «La critica è morta, viva la critica!». Sì, la critica del “Novecento” è morta e sta nascendo un’altra critica. La sua vitalità è testimoniata dai dibattiti, dagli articoli sui principali quotidiani, dalle inchieste, dal disagio che sta costringendo a ricercare soluzioni nuove.
È bene che si proclami la fine del formalismo, dello strutturalismo, dell’autonomia del significante, del testualismo; è bene decretare la legalità della sua «eutanasia», secondo una fortunata definizione di Mario Lavagetto. È bene che in un clima di «genocidio culturale» (Carla Benedetti, «L’Espresso», 7 gennaio 2005) si leggano alcune provocazioni come quella di D’Orrico che sul «Corriere della Sera» proclama Giorgio Faletti il più grande scrittore vivente o come quella di Sanguineti che invita gli studiosi ad occuparsi non solo del cabarettista-filosofo-scrittore, ma anche della bagarre sulla Lecciso.
È bene, ripeto, perché è giunto il tempo di dichiarare “la morte del re” e di inneggiare alla nuova elezione. Fin dalla fondazione di «Atelier» abbiamo denunciato l’inadeguatezza di alcuni imperanti metodi, che producevano la latitanza del giudizio argomentato, il languore del dibattito, che «invece di valutare assolve o blandisce, invece di smontare schernisce con arroganza o incensa svisceratamente; ed è sempre più raro incontrare saggi e recensioni che leggano il testo con libertà di giudizio», come sostiene Salvatore Ritrovato in un’acuta analisi della questione dal titolo La poesia nell’epoca del “genocidio culturale” (note in margine a un recente dibattito), pubblicata su «Pelagos» (n. 10, 2004).
Romano Luperini su «l’immaginazione» n. 215 del settembre 2005 confessa d’aver letto durante l’estate, invece di romanzi, opere di critica e cita tre testi Destini personali di Bodei (Milano, Feltrinelli), Eutanasia della critica di Lavagetto (Torino, Einaudi) e Sulla poesia moderna di Mazzoni (Bologna, Il Mulino). Qualcosa allora si sta muovendo. Lo deduciamo anche da altri segnali: dall’interesse suscitato dall’indagine promossa da «Atelier», come pure il n. 1-2004 della rivista «L’ospite ingrato» dal titolo La responsabilità della critica. Queste manifestazioni rappresentano soltanto la punta di un movimento che sta ormai entrando nella coscienza degli studiosi, che cercano «di trovare una via d’uscita […] attraverso la liquidazione di alcuni luoghi comuni, e prima di tutto attraverso l’abolizione definitiva di qualsiasi pretesa di “scientificità” della critica letteraria» (Mario Lavagetto).
Siamo di fronte ad una vera e propria immersione totale nella Postmodernità, non per accettarla, ma per superarla. Nessun ritorno nostalgico al passato potrà fornire la chiave per aprire la nuova porta. Occorre tracciare vie assolutamente nuove e soprattutto uscire da una condizione di “inferiorità psicologica” nei confronti della televisione o dell’industria culturale. Questi fenomeni esistono e non c’è acqua santa né psicofarmaco in grado di anestetizzare la sensibilità del critico, quando cerca il consenso della massa o l’arricchimento dei divi massmediatici.
Non c’è dubbio che la critica deve fare i conti con la realtà: i best seller fanno cassetta anche contro il parere degli studiosi, i quali hanno perso la funzione di orientamento posseduta fino agli Anni Settanta; il pubblico è incline a seguire le mode, le campagne pubblicitarie dei grandi gruppi editoriali o lo scrittore che compare sullo schermo piuttosto che argomentate e dotte valutazioni. Siamo di fronte spesso (non sempre) ad una vera e propria censura di mercato che impedisce ad autori considerati meritevoli di emergere. I maîtres-à-penser, coloro che, nonostante tutto, ancora “fanno opinione”, troppo sovente non si assumono la responsabilità di lavorare sulla contemporaneità, di non sponsorizzare le proprie case editrici, di essere imparziali, quando rilasciano interviste, quando giudicano nei premi letterari, quando scrivono sui giornali. Non basta la dichiarazione di intenti, occorrono i fatti.
Tuttavia, all’interno di questo caos di buoni propositi, di lamentele e di proposte, si rende necessario fare chiarezza: quale ruolo vuole o può assumersi l’intellettuale nella società attuale? Vuole ottenere i benefici della visibilità massmediatica come la Lecciso, come Mike Bongiorno, come la Fallaci? Sgarbi ha tracciato la strada; la cronaca rosa e l’isola dei famosi (ci sarà anche un’isola dei poeti, un’isola dei romanzieri, un’isola dei critici?) concedono notorietà, fama e denaro. Chi salirà all’onore dei rotocalchi potrà esigere compensi favolosi dagli amministratori locali, preoccupati di riempire le sale piuttosto che di sviluppare l’amore per la letteratura. Del resto, se in prima serata venisse trasmessa una rappresentazione dell’Edipo re e una partita di Champions league con squadra italiana, quale dei due spettacoli raggiungerebbe una maggiore audience?
Chi vuole il successo, rimanga pago del consenso del pubblico e dei conseguenti cospicui compensi; difficilmente, però, potrà lavorare in profondità. Chi, invece, mira ad un risultato duraturo, destinato a lasciare un segno nello svolgimento della letteratura, difficilmente potrà emergere in questo mondo dominato dal Processo del lunedì, da Affari tuoi, dai bilanci delle case editrici (principale se non unico criterio di pubblicazione), per cui tra le ipotetiche Memorie di Maradona e un’ipotetica Divina Commedia del Duemila nessun direttore editoriale esiterebbe a scegliere. È un dato di fatto e nessun appello alla coscienza, nessun discorso sul valore della poesia potrebbe indurre a mutare comportamento.
A mio parere, non si deve cadere nell’equivoco di mescolare gli àmbiti: i divi televisivi hanno diritto di cittadinanza nel settore dello spettacolo (oggi tutto è spettacolo; anche la poesia e la critica?) e, come tali, sono sottoposti a studi di carattere sociologico e comunicativo, ma, con buona pace di Sanguineti, la critica letteraria è ben altro: «interroga il linguaggio come se fosse pura funzione, insieme di meccanismi, grande gioco autonomo di segni; ma, nello stesso tempo, non può fare a meno di porre al linguaggio il problema della sua verità o delle sue menzogne, della sua trasparenza o della sua opacità, dunque del modo in cui ciò che esso è presente nelle parole attraverso cui lo rappresenta» (Foucault). Ora, una simile posizione non può che essere marginale nell’effimero mondo contemporaneo (effimero mondo, più che mondo dell’effimero), ma proprio da questa marginalità, da questa povertà trae la sua forza, la sua libertà di espressione, l’assenza da vincoli ideologici, economici o di interesse. Il suo lavoro è duraturo, quando pro-getta per la “storia ” della letteratura, non per la “cronaca”, dove si domina il successo immediato prodotto spesso dall’acquiescenza al gusto del pubblico, come avviene con gli spettacoli televisivi di prima serata. Come le trasmissioni di rai educational, dovrà attendere la notte fonda, quando solo gli appassionati sanno posporre sonno e stanchezza all’ansia del sapere (a parte che ora ci sono anche i videoregistratori). Il critico che guarda in profondità deve attendere il “tempo” del pubblico («Non mi comprendete, perché non è ancora giunto il vostro tempo» scriveva Bartolo Cattafi a proposito dello scarso successo della sua poesia). Il critico letterario non è un sociologo: questi descrive e cerca una spiegazione, l’altro esprime giudizi di valore sulla base di un pensiero estetico. Certo, i due campi non si separano con l’accetta, ma una precisa distinzione di àmbiti, di metodi e di obiettivi si impone.
Chi si propone di lavorare nella critica letteraria deve accettare la frammentazione postmoderna e ricercare nuovi centri e nuove periferie, deve lavorare sullo steineriano «primario» senza limitarsi a consultare gli scaffali delle grandi case editrici. La possibilità di un pensiero non condizionato si trova assai più spesso presso la piccola editoria, che ha il coraggio di puntare sulla qualità, sulle riviste, sui blog, in tutti quei “luoghi” dove l’espressione ricerca la coerenza con se stessa (non dico la verità), lo studio mai appagato di risultati e l’onestà di giudizio come stimolo e ricompensa.
Non si può servire a due padroni: al successo e alla storia letteraria. Una volta compiuta la scelta di campo, occorre adattarsi consapevolmente ai limiti e ai benefici. Non serve a nulla piangersi addosso, serve molto di più rimboccarsi le maniche e discutere preventivamente per giungere attraverso approssimazioni successive alla condivisione di idee e all’elaborazione di nuovi metodi, che possono anche essere molteplici e complementari.
Ma a questo punto siamo già “oltre” il Novecento e il nuovo re ha concentrato nelle sue mani un nuovo potere.

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Written by matteofantuzzi

12 gennaio 2006 a 08:21

Pubblicato su Uncategorized

35 Risposte

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  1. questo è l’editoriale del numero 40 di atelier (da ieri già si poteva leggere anche nel sito della rivista) lo riprendo oltre che per parlare dell’uscita di questo numero, oltre alle poesie di simona niccolai potete leggere le recensioni di sebastiano aglieco, il lavoro su clemente rebora sempre di giuliano ladolfi che continua il lavoro fatto col saggio di marsilio, gli inediti di alfonso maria petrosino che tanto piacerebbero in quei discorsini che facciamo col gruppo di liberinversi (massimo, voc, stefano ecc.)… dicevo riprendo questo editoriale per sottolineare ancora una volta due concetti:

    a) il confronto con la realtà

    b) l’esigenza mass-mediatica considerata accessoria

    sottolineo poi che il dibattito sulla critica (e sulla sua morte) è davvero vivo in questi giorni, ne parla ad esempio la rivista origine guidata da davide l. malesi con parecchie interviste a critici, studiosi, scrittori (e che utilizza lo stesso titolo dell’introduzione di ladolfi), se ne parla in vibrisse da giulio mozzi, se ne parla da loredana lipperini, se ne parla sui giornali. chiusosi (credo, spero) il ‘900, con qualche nostalgico ancora in circolazione, mi ha colpito un articolo di eugenio scalfari recentemente, sottolineato anche da davide bregola, dicevo… speriamo in nuova linfa, e nuova linfa feconda. la critica, ribadisco, non è per nulla accessoria e chi scrive spesso ne dovrebbe avere un maggiore rispetto se essa è sana, scevra da inciuci.

    matteofantuzzi

    12 gennaio 2006 at 08:31

  2. combinando ciò che ladolfi dice a questo punto:

    “I maîtres-à-penser, coloro che, nonostante tutto, ancora “fanno opinione”, troppo sovente non si assumono la responsabilità di lavorare sulla contemporaneità, di non sponsorizzare le proprie case editrici, di essere imparziali, quando rilasciano interviste, quando giudicano nei premi letterari, quando scrivono sui giornali. Non basta la dichiarazione di intenti, occorrono i fatti.”

    con quanto stigmatizza Nannipieri (da rurriero manzoni) sulla società letteraria dei nostri giorni, facciamo tombola…

    caxxo, devo rinnovare l’abbonamento ad atelier e sono senza soldi…

    noi piccoli, nuovi proletari.

    vocativo

    12 gennaio 2006 at 15:21

  3. ehm ruggiero manzoni, non rurriero…

    vocativo

    12 gennaio 2006 at 15:22

  4. E neanche caxxo, Voc 🙂

    Massimo73

    12 gennaio 2006 at 17:08

  5. Caro Matteo, grazie per la segnalazione, sempre gentilissimo.
    Buon lavoro
    Sebastiano

    anonimo

    12 gennaio 2006 at 18:41

  6. Ma non dovrebbe essere compito della critica anche quello di educare e non meramente seguire un pò troppo passivamente le varie tendenze, alcune in verità di basso profilo…?

    Marco

    anonimo

    13 gennaio 2006 at 08:35

  7. La poesia può trovare ascolto soltanto in una società della decrescita. La critica come lotta di resistenza contro l’ideologia reazionaria dello Sviluppo.

    Giampiero

    anonimo

    13 gennaio 2006 at 10:25

  8. mi piacerebbe tanto educassero soprattutto i didattici marco, c’è chi lo fa ma i più sono “schiacciati” da poca inclinazione o programmi da rispettare. poi ci sono i casi eccezionali: nel modenese ad esempio milena nicolini (ha pubblicato per book ecc.) ha seminato tanti di quegli amanti della poesia tra i suoi allievi che non ci si crede, dico lei perchè la conosco e ho conosciuto molti suoi allievi. hanno conosciuto l’amore della poesia e molti si sono accostati.

    sicuramente se lo sviluppo significa “amici degli amici degli amici del pomeriggio mediaset” è ovvio che vada applicata una forma di resistenza a una cultura che neppure è più cultura “pop” di massa. è un poco come “difendere presidi” e non difenderli tutti, ma quelli che vale la pena difendere e ancor più se sono nascosti, invisibili, una sorpresa nella sorpresa per la loro meravigliosità celata.

    saluti cari a sebastiano.

    ps. oggi dovevo essere a venezia alle 18 per presentare l’agenda ’06 lietocolle, non m’è stato possibile e così prossimamente avrò difficoltà a spostarmi molto da casa mia tra settimana, questo vale anche per milano il 31.01 dove sono in forte forse (vincenzo già lo sa) alla presentazione di “verso i bit”. invece confermo grottammare l’11.02 essendo di sabato. chiedo scusa per tutto questo.

    matteofantuzzi

    13 gennaio 2006 at 12:58

  9. Ohhhhhhhhhhhh Giampiero, grande!

    un latouchano, un braudillardiano, o che?

    ad ogni modo concordo a prescindere su quanto da te scritto :)))z

    vocativo

    anonimo

    13 gennaio 2006 at 13:26

  10. ehm baudrillardiano…

    voc

    anonimo

    13 gennaio 2006 at 13:26

  11. ah, e dato che giampiero dovrebbe stare per “giampiero marano” sono colpevole di non aver segnalato sebbene molto apprezzato alcuni gg. fa quando è uscito l’articolo di roberto esposito su rené char (alcuni di voi lo sanno, da me amatissimo e soggetto di vani tentativi di esercizi di traduzione) originalmente proveniente da micromega ma leggibile su dissidenze.com

    se non è il giampiero giusto mi scuso e valga comunque la citazione (per lo meno)

    matteofantuzzi

    13 gennaio 2006 at 13:33

  12. (soggetto ???… oggetto !!!) ehm io e te voc dovremmo fare coppia fissa a serate di intrattenimento.

    il duo lapsus (o cose simili)

    successo garantito.

    matteofantuzzi

    13 gennaio 2006 at 13:35

  13. Grazie per la segnalazione, Matteo (sì, l’autore del post n. 7 sono io). E’ disponibile on line l’articolo di S. Ritrovato sulla poesia nell’epoca del genocidio culturale?
    Giampiero Marano

    anonimo

    13 gennaio 2006 at 13:56

  14. sì giampiero, questo è il link
    http://www.pelagospoesia.it/testi/contrappunti/1.doc

    matteofantuzzi

    13 gennaio 2006 at 14:26

  15. matteo, se ci stai a ricevere verdure e frutta in faccia, per me va bene 🙂

    vocativo

    13 gennaio 2006 at 17:41

  16. ehm, giampiero, non avevo letto la tua recensione alle recenti uscite dei libri di Bataille e Latouche. Adesso è tutto chiaro 🙂

    vocativo

    13 gennaio 2006 at 18:08

  17. Ma il poeta in veste di critico? Ha senso? Penso di no! Come il musicista che “critica” un altro un musicista. A ciascuno il proprio ruolo! Marco Saya

    anonimo

    14 gennaio 2006 at 13:07

  18. poesia e critica si danno insieme, sono la sintesi e l’analisi del fare poetico. provare per credere:-)

    gugl

    anonimo

    14 gennaio 2006 at 13:18

  19. concordo pienamente con gugl.

    e poi il Novecento è stato il secolo dei grandi poeti-critici (Montale su tutti…)

    vocativo

    14 gennaio 2006 at 16:38

  20. per Gugl. Si, ma manca l’interlocutore principale della sintesi, il lettore-lettore. E’ lui che decide nel bene e nel male. Ciao marco. Pensa poi alla musica, al grande Charly Parker, così disprezato dalla critica eppure il be-bop l’ha scritto lui…e soprattutto era ascoltato. Montale? Mi risulta che disprezzasse alla fine tutta quella massa di poeti che giocavano a fare i critici.

    anonimo

    14 gennaio 2006 at 20:19

  21. E Solmi dove lo mettiamo? e Fortini? e Paoslini? e Raboni? e Zanzotto?…

    qualcuno vuole continuare per me?

    vocativo

    15 gennaio 2006 at 11:53

  22. poeta-critico? non c’è un conflitto di interesse? uhm!?!?

    anonimo

    15 gennaio 2006 at 14:54

  23. io credo che si debba guardare il caso specifico volta per volta e scongiurare gli eventuali “furbetti del quartierino poetico”.

    ricordo come già ho fatto quello che per me è un difetto della nostra patria: la mancanza di quelli che nei luoghi anglofoni vengono definiti “lettori forti”, cioè chi senza volontà di delineare linee critiche valuta i libri dal punto di vista del lettore. poi ci sono i critici militanti “che fanno il lavoro sporco” cioè scandagliano tutto l’emerso poetico e fanno risaltare quello che deve risaltare. infine la critica accademica, quella sì necessariamente da farsi fare a chi ha compiuto determinati studi (e per come la intendo io non da autodidatta).
    detto questo anche il ragazzino che disse “il re è nudo” ha fatto una critica. ce ne fossero in tal senso di critici (se il re è nudo)

    matteofantuzzi

    15 gennaio 2006 at 15:14

  24. definire gli àmbiti, distinguere ruoli, abilità e competenze, separare le carriere, risolvere i conflitti d’interesse (addirittura)… la totale resa ai nuovi titani tecnologici espressa docilmente in un linguaggio a metà strada tra il burocratico e il politically correct: ma è possibile che in Italia il chierico debba sempre genuflettersi di fronte al potente di turno?

    g. mar.

    anonimo

    15 gennaio 2006 at 18:15

  25. forse Dante con il “De vulgari eloquentia” e Leopardi con lo “Zibaldone”, non sono stati autori-critici? E Mallarmé, Eliot, Pound, Benn, Celan? in italia, si pensi, oltre agli autori cittati da voc, a Cardarelli, a Luzi, a Sanguineti.

    Non ha senso applicare la formula “chi giudica i giudicanti?” all’esercizio critico, piuttosto, come dice Matteo, distinguiamo chi fa onestamente un mestiere da chi “mette del marcio” per dirsi poeta laureato.

    gugl

    anonimo

    16 gennaio 2006 at 07:20

  26. Penso che oggi molti poeti giocano a fare i manager come il marketing della Barilla o delle Geox. Ogni tanto mi viene in mente la pubblicità della Fiat con la musica di Vasco. Tutto si confonde in un’ordinaria mediocrità di messaggi più o meno scritti…La critica (o parte di essa) dovrebbe forse iniziare ad auto-criticarsi…o no? Marco S.

    anonimo

    16 gennaio 2006 at 08:32

  27. giampiero, quanto hai ragione! e quanto hanno ragione gugl e matteo nel distinguere tra i furbetti e chi fa onestamente il prorpio mestiere

    vocativo

    anonimo

    16 gennaio 2006 at 10:45

  28. giampiero?!

    anonimo

    16 gennaio 2006 at 11:04

  29. scusate il g. mar non è giampiero marano?

    ho sbagliato? 🙂

    voc

    anonimo

    16 gennaio 2006 at 12:06

  30. Non hai sbagliato, voc… Concordo (come sempre) con Stefano Guglielmin e con il suo elenco di poeti-critici. Quanto a Raboni, il critico secondo me valeva più del poeta, anche se sul Corriere della sera dopo la morte di Beckett e Kantor scrisse testualmente queste assurdità: “Dire che se ne vanno gli ultimi grandi è troppo: se ne va la grandezza del Novecento; comincia, è già cominciata, un’età culturale la cui funzione e nobiltà non potranno consistere che nel commemorarla, la grandezza, nell’utilizzarne il ricordo”.

    g. mar.

    anonimo

    16 gennaio 2006 at 17:07

  31. grazie Giampiero (e non lo dico per ingraziarmi un critico importante della contemporaneità, bensì perché, dentro quel critico, c’è una persona vera)

    gugl

    anonimo

    16 gennaio 2006 at 19:13

  32. anche Sanguineti in un’intervista ha dichiarato: dopo di me nessuno… una banda di arteriosclerotici, Pasolini aveva proprio ragione a disprezzarli, Raboni in testa!

    anonimo

    16 gennaio 2006 at 19:39

  33. e poi questi poeti-critici vogliono difendere solo la dittatura delle proprie idee, altro che sintesi! Marco

    anonimo

    16 gennaio 2006 at 19:42

  34. di raboni critico spero uscirà qualcosa di mio nei prossimi mesi e in tal caso ovviamente ve lo segnalo. le auto-critiche sono quanto va eliminato da questo mondo, così come i rapporti clientelari… in questo senso posso anche capire il discorso di chi dice “il critico non faccia poesia”, ma preferisco “qualsiasi cosa tu voglia fare falla, solo falla onestamente”.
    nessuno si deve genuflettere giampiero, esatto, mai. nessuno è migliore di nessun’altro se non ascolta l’interlocutore, se non crea il dialogo, se non ringrazia per quanto gli viene offerto.

    matteofantuzzi

    16 gennaio 2006 at 19:53

  35. Splinder, perché l’indicazione di numero di commenti sul post è diverso da quello reale?

    vocativo

    18 gennaio 2006 at 15:10


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