UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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FORUM DE  L’ALMANACCO DEL RAMO D’ORO
 

a cura di Massimo Dagnino
 

Causa problemi tecnici il Forum è  gentilmente ospitato da UniversoPoesia, il sito di Matteo Fantuzzi  che qui ringrazio per la disponibilità e amicizia.

La luce chiara e sobria della poesia

(Genova 23 ottobre 2005.)

Terzo e penultimo  appuntamento con il Forum Sul Linguaggio: a parlare sarà Federica Chisalé, laureata in Filosofia presso l’Università di Genova con una tesi su Kant: Intuizione e concetto nell’opera teoretica di Kant. Kant e il problema della matematica (relatori A. Moscato, G. Moretto, F. Camera)  e autrice del libro Il silenzio delle sirene. Per una critica dell’atto di creazione (Masnata, Genova 1995), scritto con N. Bucci.

Ha tradotto, con Margherita Loewi, di Gillian Rose: Atene e Gerusalemme. Saggi su ebraismo e modernità, ECIG Genova,1997.

La grata su cui si articolerà l’intervento  sono due citazioni di Benjamin:

“Col dileguarsi della vita sovrannaturale nell’uomo la sua vita naturale diventa colpevole, pur senza venire meno, nell’azione, alle norme della moralità. Poiché ora essa è nel quadro della nuda vita, che si presenta nell’uomo come colpa. Egli non sfugge alla sventura che la colpa attira su di lui. Come ogni moto in lui nuova colpa, ognuna delle sue azioni attirerà su di lui la sventura” (W. Benjamin, “Le affinità elettive” di Goethe, in “Il concetto di critica nel romanticismo tedesco. Scritti 1919-22”, Einaudi, 1982, p.193).

"Critica è l’esposizione del nucleo prosaico dell’opera". (W. Benjamin, Il concetto di critica nel romanticismo tedesco, in “Il concetto di critica nel romanticismo tedesco. Scritti 1919-22”, op. cit., p. 103).

Per non anticipare troppo mi limiterò a dire che “La luce chiara e sobria della poesia” ruota intorno alla Romanticizzazione   (per chiedersi anche che senso abbia oggi parlarne) Ampio spazio sarà dedicato alle Affinità Elettive di Goethe (scritto fra il 1808-’09) e alla critica  che Benjamin ne ha fatto. E qui entrerà in scena Ottilia – presenza apatica  – permettendo una riflessione su scelta/decisione, uono naturale/uomo morale.

Viviamo  nel mentre, nel medio della riflessione…

*  *  *

Ciao Federica e benvenuta al Forum (e grazie per la disponibilità).

Prima di inoltrarci nell’idea della poesia che è la prosa mi pare valga la pena riprendere un passo – anche se di incerta attribuizione –  di Varrone Reatino: “ col termine prosa s’indica un discorso continuo, libero da vincoli metrici. Gli antichi infatti chiamavano prosum ciò che era productum (prolungato) e rectum (in direzione retta). Onde dice Varrone che nell’espressione di Plauto prosis lectis l’aggettivo prosis significa rectis…onde anche il discorso che non è legato a schemi ritmici, ma va dritto, si chiama prosa, prolungandosi di seguito…[…]”.

Mi fai venire in mente una definizione romantica dell’arte che dice che l’arte è il continuum delle forme e lo è tramite la prosa. Si tratta, appunto, di una definizione romantica dell’arte, e, se me lo permetti, vorrei proprio saltare al Romanticismo, per collocare questo problema che sollevavi tu nel forum, se cioè sia tautologico parlare di prosa poetica, e perché lo sarebbe… insomma, per provare a risponderti vorrei fare riferimento a quel capolavoro dell’estetica di tutti i tempi che è il saggio di Walter Benjamin sulle Affinità elettive di Goethe. Perché qui Benjamin usa la categoria di prosa per criticare il romanzo di Goethe; offre un esempio in concreto di come funzioni questa categoria del prosaico (das Prosaistich), che egli desume dall’estetica romantica e che anzi considera come la grande invenzione della teoria romantica dell’arte, come l’operazione romantica per eccellenza. “Romanticizzare”  (romantisieren) vuol dire esporre il nucleo prosaico dell’opera…

In che modo avviene la prosaicizzazione della forma poetica?

Precisamente tramite la critica. Nella sua tesi di laurea sul concetto di critica nel romanticismo tedesco, Benjamin definisce critica: “l’esposizione del nucleo prosaico dell’opera”. Che cosa è mai questo nucleo prosaico che la critica d’arte deve estrarre dall’opera? Benjamin lo definisce esattamente come quell’elemento indistruttibile nell’opera d’arte che permane alla dissoluzione della sua forma “limitata e bella nell’apparenza cioè poetica”. Per capire dobbiamo chiederci: che cosa resta dell’opera d’arte una volta dissolta la sua bella apparenza? Che cosa resta della poesia una volta sottratta la sua bella forma, l’armonia del verso, il ritmo che ci incanta? Quello che resta della poesia è la prosa. La prosa è l’idea della poesia, quell’elemento critico per cui l’opera d’arte non è solo l’incanto  della bellezza, ma la manifestazione sensibile della verità, l’apparizione unica della verità…

La critica interviene nel mentre o  a posteriori,  una volta che l’opera è portata a compimento?

E’ chiaro che l’elemento prosaico, l’opera d’arte lo ha in sé. Solo per questo può essere criticata. L’opera d’arte, come diceva Schlegel del Wilhelm Meister di Goethe: “non solo giudica se stessa, ma espone se stessa”. Ho bisogno di fare un excursus. Benjamin è platonico quando parla dell’arte, del bello. Il bello è l’ekphanestaton, “il più apparente”, ciò che colpisce i sensi, in particolare la vista, che è il primo fra i sensi, con la sua appariscenza. La bellezza si può vedere, e anzi non vi è nulla di più appariscente, mentre la verità non si può vedere… la verità è invisibile per statuto perché, è chiaro, in nessun modo cogliamo il sapere con la vista, che pure è il più acuto dei nostri sensi. Ma questo (come dice Benjamin) non vuol significare che la bellezza sia mera apparenza senza verità. Piuttosto, in certi casi, in specie nell’opera d’arte, essa è la sola condizione di visibilità della verità, l’apparizione sensibile di ciò che, altrimenti, non avrebbe forma né figura. Il bello, ciascuna cosa bella, è una manifestazione sensibile della verità. Ma la verità è, per l’appunto, qui la verità del bello (genitivo soggettivo oggettivo), l’elemento essenziale della bellezza, ciò per cui la bellezza non è mera apparenza, ma, appunto, bellezza essenziale, apparizione unica della verità.

L’opera d’arte è apparizione unica della verità, ma di una verità che non può essere svelata, non può mai essere separata dalla bellezza perché, senza quel velo, senza l’involucro della bellezza, semplicemente non apparirebbe. Dunque: una verità che appare solo come segreto (Geheimnis). “Poiché non si può definire altrimenti quell’oggetto a cui l’involucro è in definitiva essenziale”  (“Le affinità elettive”, p. 248). Perciò, alla domanda che ponevamo prima: che cosa resta dell’opera d’arte una volta dissolta la sua bella apparenza, si doveva rispondere: nulla. La critica non deve sollevare il velo, svelare il segreto della bellezza, ma innalzarsi all’intuizione del bello come segreto (Geheimnis). Questa concezione si ritrova in pieno nei Romantici. Per esempio in Novalis, nell’immagine della statua velata a Sais, in cui il mistero appare solo attraverso un velo: svelato, esso diventa affatto inappariscente… Dunque, la critica “decide” tra poesia e prosa, apparenza ed essenza, bellezza e verità, ma non può separarle l’una dall’altra. La critica non può separare il bello dal vero, la poesia dalla prosa… ma, come dice Benjamin,  se non può fare questo, “almeno vieta loro di mescolarsi” (“Le affinità elettive”, p. 234). Che cosa vuol dire? Il verbo “vietare”  qui non è usato a caso. La critica, come la definisce Benjamin, è un’“interruzione”, un’“obiezione”, un “irrigidimento”, una “parola di comando”, che, con la sua “autorità”, “l’autorità del vero”, costringe il ritmo della poesia a fermarsi, interrompe l’ispirazione, il voler dire (Meinung) del poeta, tacita il canto, per far parlare… la verità, la prosa. Solo così la critica può innalzarsi al livello dell’opera d’arte, la quale, dal canto suo, senza la critica semplicemente non esisterebbe. La critica non è estrinseca all’opera, semplicemente perché, senza la critica, non vi sarebbe arte, ma vita: l’ininterrotto fluire delle forme della natura in quanto regno delle pure apparenze, la “panarchia informe della vita naturale”, questa bellezza senza verità, su cui domina, incontrastata, la morte. La critica è “ciò che impone un arresto all’apparenza, fissa il movimento e interrompe l’armonia”, ed è l’atto stesso dell’arte. “Quella vita costituisce il mistero, quest’irrigidimento la validità dell’opera” (ibid, p. 233).

Ma Goethe rifiutava questa teoria, rifiutava la tesi della criticabilità dell’arte… Benjamin ha dedicato l’ultima parte della sua tesi di laurea  a dimostrare che la teoria dell’arte dei primi romantici e quella di Goethe sono “contrapposte fra loro nei principi”.  Ciò appare, con evidenza, nelle Affinità elettive. Perché, in questo romanzo, Goethe tenta un’operazione molto pericolosa, secondo Benjamin, tenta di evocare la bellezza vivente di Ottilia mescendola dal caos, come un negromante. Invece di interrompere l’armonia tremante della natura con un’istanza critica, una parola di verità, Goethe la incanta, per un attimo, la natura…  e, al posto della critica, usa la sua capacità poetica come una formula magica… insomma il romanzo di Goethe, non conterrebbe alcun “nucleo prosaico”, alcun riferimento critico all’elemento essenziale della bellezza… sarebbe piuttosto un tentativo di evocazione magica della bellezza, che la messa in opera della verità…

E dunque, perché cercare in Goethe l’elemento prosaico?Potremmo dire che Benjamin fa una critica del romanzo goethiano, proprio nel senso romantico del termine, che ne espone il nucleo prosaico. Ma questo “nucleo prosaico”  sembra che gli sia stato, in qualche modo, già preparato da Goethe sotto forma di novella, una novella che è contenuta dentro al romanzo, e che, appunto, è più “prosaica” del romanzo.

– abbiamo evocato Ottilia, il personaggio principale delle Affinità elettive…

Riassumiamo brevemente la trama delle Affinità elettive di Goethe.

Il romanzo si svolge nella tenuta del ricco barone Eduardo, dove egli vive una tranquilla esistenza da rentier, occupandosi delle sue proprietà e coltivando il suo spirito con la lettura e la musica, in compagnia della seconda moglie Carlotta e del fraterno amico e sodale, che Goethe chiama solo: il capitano. In questo mondo chiuso, Carlotta introduce una fanciulla, che vuole beneficare, offrendole protezione e educazione, farne la sua pupilla. Ottilia, dunque, va a vivere con loro, Eduardo Carlotta e il capitano (che è spesso presente). Su questa piccola compagnia, si addensano, fin dall’inizio, le nubi più minacciose e i più foschi presagi. L’amore passionale che si scatena fra Eduardo e Ottilia, e (un po’ di riflesso) fra Carlotta e il capitano, è e resta colpevole. Il romanzo termina con la morte, per annegamento, nelle acque ferme del lago artificiale, del neonato figlio di Carlotta e Eduardo, e con il sacrificio di Ottilia, che si sente responsabile dell’incidente e si lascia morire.

Ora, nel saggio sulle Affinità elettive di Benjamin, Benjamin fa notare che il romanzo contiene una novella, un racconto che due ospiti di passaggio fanno a Carlotta e Ottilia, una volta che le donne sono sole in casa. Questo racconto intitolato “La strana storia dei due vicini” ha come sottotitolo (appunto): “una novella”. Benjamin dunque nota che il romanzo contiene una novella e poi afferma (o meglio dimostra) che questa novella è “più prosaica” del romanzo (“so ist denn die Novelle prosaischer als der Roman…), che essa gli corrisponde “in una prosa di grado superiore” (in einer Prosa hoehern Grades tritt sie ihm entgegen”) (op. cit, p. 222). Cosa vuol dire? Romanzo e novella sono evidentemente entrambi generi in prosa, anzi, il romanzo è il genere romantico per eccellenza, e dunque è “più prosaico” della novella, se è vero che il prosaico è l’effetto romantico per eccellenza…

– qual’è  il  rapporto fra romanzo e novella nell’economia delle Affinità elettive?

Benjamin usa una metafora bellissima per spiegare il rapporto tra romanzo e novella. Dice che la novella è contenuta dentro il romanzo come (cito letteralmente, perché la lettera del discorso qui è molto importante): “l’immagine nel buio di una cattedrale che riproduce la cattedrale stessa, e che comunica così, al suo interno, un’idea del luogo che altrimenti sarebbe impossibile farsi, e vi introduce, al contempo, il riflesso chiaro del giorno e della luce sobria… ” (“sie bringt damit zugleich den Abglanz des hellen, ja des nuchternen Tages hinein”) (“Le affinità elettive”, p. 249) .  Come l’immagine della cattedrale dentro la cattedrale offre un’idea del luogo che, altrimenti non sarebbe possibile farsi stando al suo interno, passeggiando all’ombra delle sue volte, così la novella dentro il romanzo illumina il romanzo dall’interno, facendovi filtrare la luce chiara e sobria della riflessione. Che cosa vuol dire? bisogna fare un excursus sulla terminologia di Benjamin, che qui è molto importante e precisa. Considera che espressioni come“luce chiara”, “luce diurna”, “luce sobria”, “riflesso chiaro del giorno”, non sono vaghe e suggestive descrizioni letterarie, bensì termini tecnici che Benjamin utilizza per indicare la prosa come effetto della critica romantica. In particolare, il concetto di “sobrietà” (Nuchternheit), da cui Benjamin ricava l’aggettivo “sobrio”, è un concetto-chiave dell’estetica di  Hoelderlin, con cui il poeta definisce il tono fondamentale proprio di noi Moderni (appunto) come “sobrietà”, “prosaicità”, dell’arte, di contro all’entusiasmo, il pathos sacro dei Greci (cfr. Benjamin, Il concetto di critica nel romanticismo tedesco, p. 97).

Il tono proprio dei Moderni è “sobrio”, come “prosaico” è il loro destino. Se il destino tragico dei Greci (nelle parole di Hoelderlin) era di “essere arsi dal fuoco del cielo”, per noi Moderni il tragico è “uscire dalla vita imballati in qualche contenitore”. L’eroe dei Moderni non finisce come Edipo perduto nel bosco degli Erinni, o rapito dal Sole come Medea, o bruciato dal fuoco come Empledocle. Forse, non è neanche un eroe. Piuttosto è un uomo che riflette sul suo destino prosaico, che in fondo è quello di morire come un cane. Questa pensosità del dramma moderno, è il contrario dell’estasi, della manìa divina di Platone. E’ un procedimento pensante e illuminato, che i Romantici  chiamano riflessione. Per spiegare la riflessione, Benjamin cita Kiergegaard da Timore e tremore, dove Kierkegaard parla della differenza fra il dramma moderno e la tragedia greca. “Un figlio uccide suo padre, ma solo più tardi viene a sapere di essere parricida. Una sorella sta per uccidere il fratello e questo rapporto le è rivelato solo nell’istante supremo. Questo genere di tragedia non può convenire molto alla nostra epoca di riflessione. Il dramma moderno si è sbarazzato dal destino; se ne è emancipato drammaticamente. Ora esso è veggente, sente se stesso, e fa passare il destino nella coscienza del dramma” (op.cit., p. 94). La tragedia greca era cieca, come il dramma moderno è veggente e illuminato. Se l’eroe tragico incorre nel destino senza saperlo, e il mistero gli viene rivelato solo alla fine, l’eroe moderno si confronta con il destino in ciascuna delle libere azioni di cui è responsabile. Si tratta, per entrambi, di sottrarsi al destino. Ma il genio tragico è cieco, come quelle statue marmoree alle quali manca la potenza dello sguardo (nella bella immagine di Kierkegaard). Edipo non vede ciò che vede il cieco Tiresia, di essere lui stesso il male di Tebe e, alla fine, dovrà accecarsi… Al genio tragico il mistero è rivelato solo alla fine, quando ormai è troppo tardi, e non gli resta altro che soccombere. Ma, prima di soccombere, prima di ammutolire definitivamente, pronuncia un’obiezione contro il destino che lo colpisce… Il performativo tragico non è questa o quella parola determinata, ma un’interruzione del flusso continuo della natura nel suo incessante nascere e perire, senza fine né scopo. Questa obiezione, che corrisponde all’interruzione del ritmo nella tragedia, chiude la bocca alla poesia, costringe l’armonia tremante a fermarsi, per far parlare la verità, la prosa. Benjamin chiama privo d’espressione (das Ausdrucklose) l’istanza critica: l’esposizione del nucleo prosaico dell’opera. Lo riconosciamo nell’ammutolire dell’eroe, o nella cesura, nell’interruzione antiritmica nella tragedia (cfr. “Le affinità elettive”, p. 234).

Siamo dunque tornati all’istanza critica. Ma ci siamo arrivati attraverso i Greci. Non era dei Moderni l’istanza critica, la sobrietà, la riflessività dell’arte, che adesso ritroviamo nella tragedia antica? La sublimità della tragedia è il modo in cui l’eroe tragico si sottrae al destino. Ma sfuggire al destino non è semplice, come cambiarsi d’abito. Per Hoelderlin (il cui spirito domina su tutto il Romanticismo, secondo Benjamin), vuol dire trasformare il destino, ciò che ci è dato in dote (Gabe), in compito (Aufgabe), farne un “libero uso”, trasformarlo in un carattere dell’arte. Ciò avviene solo attraverso l’appropriazione del carattere estraneo: nel caso dei Greci, della sobrietà dei moderni, nel caso dei moderni, del pathos dei Greci. Al pathos sacro dei Greci corrisponde infatti, come carattere della loro arte, la sobrietà giunonica della rappresentazione, alla prosaicità e sobrietà della vita moderna corrisponde, come carattere dell’arte, il pathos. Questo discorso è molto complesso, e non si può trattare per esteso qui…

– Dunque, si può istituire un simile rapporto a chiasmo fra la tragedia greca e il dramma moderno?

Sì, ma vorrei tornare alle Affinità elettive  Il destino grava fin dall’inizio sui personaggi del romanzo, che ne sono preda. In un’atmosfera fosca, da Averno, essi  brancolano come ciechi. Benjamin cita Klopstock in epigrafe al saggio: Wer blind waehlet, Opferdampf in die Augen. “Fumo sacrificale entra negli occhi di chi sceglie alla cieca”. Nell’economia del saggio benjaminiano, questa citazione rimanda direttamente al punto della questione, cioè alle “forme mitiche di esistenza” alle quali soccombono i personaggi del romanzo, in mancanza di una decisione morale che ve li affrancherebbe, di una esplicitamente formulata obiezione contro il  destino. Con la sua ostinata mutezza, Ottilia non accede alla sfera morale, ma resta nell’ordine della vita naturale; non spezza il regno del caos, pronunciando la sua obiezione contro il destino, ma resta muta, chiusa nel suo silenzio dafnico e vegetale. Perciò, anche la sua volontà di morte appare piuttosto come un istinto che come una decisione, perché non accede alla sfera della parola, ma resta muta.

I personaggi delle Affinità elettive: “vivono senza decisione”. Affinità elettive, in tedesco Wahlverwandschaft, “elettive”, cioè frutto di una scelta (Wahl). Nel saggio, Benjamin distingue esplicitamente la scelta (Wahl) dalla decisione (Entscheidung). La scelta è l’illusione della libertà che porta alla rovina i personaggi del romanzo. La falsa libertà che li intrappola nella rete del destino. Perché, come direbbe Deleuze, la scelta si produce secondo uno schema di arborescenza, che procede per dicotomie successive; fa riferimento ai sistemi molari, ai sistemi binari sotto forma di scelte successive. O tradisco Carlotta, o tradisco Eduardo: tertium non datur. Non può andare mai a finir bene. La decisione, invece, è uno stadio ulteriore che “annichila la scelta, per istituire la fedeltà (…)  Poiché la scelta è naturale e può essere anche degli elementi; mentre la decisione è trascendente.” (ibid., p. 241). La simpatia reciproca che attira Eduardo verso Ottilia e Ottilia verso Eduardo potrebbe essere anche degli elementi: non esce dal regno della natura, perché non è illuminata dallo spirito linguistico. Ottilia non si rivela, nella parola e nell’azione, ma rimane oscura, anche a se stessa: “Ogni chiarezza muta nell’agire è apparente, e in realtà l’interiorità di esseri così chiusi non è meno oscura a loro stessi che agli altri” (“Le affinità elettive”, p. 230). In queste tenebre del romanzo, la novella fa filtrare la luce chiara e sobria della decisione. L’amore della fanciulla per il giovane, di cui si narra nella novella – la  novella che è contenuta dentro il romanzo e che è più prosaica del romanzo -, non è meno esposto, dell’amore di Ottilia, alla potenza del destino, ma il dramma trova la sua risoluzione a partire da un gesto animoso della fanciulla che “rompe ogni indugio”.  “Tienilo per ricordo”. Grida la fanciulla all’amato, gettandogli un mazzetto di fiori che ha tra i capelli. “Non mi vedrai mai più”. “Così dicendo, corse sino a prua e si buttò in acqua”  (Le affinità elettive, p. 204). Il gesto ardito della fanciulla è il performativo tragico che interrompe la catena della colpa e schiva il destino. E’ un detto-fatto che la rivela (all’amato e a se stessa), rivela il “chi” (come direbbe la Arendt). E’ un gesto chiaro, eloquente, illuminato dallo spirito linguistico, che interrompe la perplessità inerziale di chi resta impigliato indeterminatamente nella falsa libertà della scelta. La fanciulla rischia tutto, con questo gesto… e tutto le è restituito. Per questo Benjamin dice che la novella contiene motivi di redenzione…

Che cosa ci insegna oggi tutta questa storia del romanzo e della novella?

Si tratta di non fare come i personaggi del romanzo, di non far prevalere l’uomo naturale, la nuda vita in noi, che è vita colpevole, se non è illuminata dallo spirito linguistico, da quella facoltà di parola e azione che definisce l’uomo morale, l’uomo in quanto uomo. Perché soccombere al destino non è altro che soccombere all’uomo naturale che è in noi, o meglio, alla natura nell’uomo, che lo accomuna al resto dei viventi, in un contesto in cui valgono solo infelicità e colpa…  volevo precisare che non abbiamo parlato solo del bello, ma anche del sublime, che è un concetto fondamentale dell’estetica romantica… il sublime nella tragedia, Benjamin lo definisce, infatti, esattamente come l’uscita dell’uomo dall’“infantilità morale”, da quello stadio mitico dell’esistenza, in cui ancora non si distingue dal vivente, perché ancora non si è appropriato del linguaggio, che pure gli è coessenziale. Non che sia muto. Solo, non ha ancora usato la sua facoltà per contrapporsi al destino, rivelandosi libero nella sua prassi. E dunque si sente preda del cieco divenire della natura come tutti i viventi, soggetto al cieco divenire e alla morte. Il superamento dell’uomo naturale nell’uomo morale avviene grazie al performativo tragico. “La nascita dell’uomo morale è il sublime nella tragedia”, scrive Benjamin. “poiché nella parola tragica dell’eroe è scalato il crinale della decisione, sotto cui colpa e innocenza si richiudono come un abisso. Al di là della colpa e dell’innocenza si apre l’al di qua del bene e del male”. (“Le affinità elettive”, p. 229).

Su questa citazione ringrazio Federica per la disponibilità al Forum e per l’interessante contributo. Chiunque può inviare commenti o porre domande inerenti l’argomento trattato. Federica risponderà direttamente su Universopoesia, grazie ancora Matteo per l’ospitalità.

Piccola anticipazione: l’ultimo appuntamento con il Forum sul linguaggio sarà con Fabio Polidori.

Bibliografia

W. Benjamin, “Le affinità elettive” di Goethe, in “Il concetto di critica nel romanticismo tedesco, scritti 1919-1922”, Torino, Einaudi 1982, p. 179. 

W. Benjamin, Il concetto di critica nel romanticismo tedesco, in “Il concetto di critica nel romanticismo tedesco, scritti 1919-1922”, op. cit., p. 5.

W, Benjamin, Destino e carattere, in “Il concetto di critica nel romanticismo tedesco, scritti 1919-1922”, op. cit., p. 117.

J.W. Goethe, Le affinità elettive, Milano, Garzanti, 1982.

S. Kierkegaard, Timore e tremore, Milano, SE, 1990.

F. Hoelderlin, Scritti di estetica, Milano, Mondadori, 1996.

P. Szondi, Poetica e filosofia della storia, Torino, Einaudi, 2001.

A. Berman, La prova dell’estraneo. Cultura e traduzione nella Germania romantica. Macerata, Quodlibet, 1997.

M. Heidegger, La poesia di Hoelderlin, Milano, Adelphi, 1988.

I Molti, numero 3, Milano, 1993

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Written by matteofantuzzi

28 dicembre 2005 a 14:43

Pubblicato su Uncategorized

20 Risposte

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  1. pubblico qui la 3a puntata del forum sul linguaggio dell’almanacco del ramo d’oro per i motivi già descritti ringraziando massimo dagnino, gabriella musetti e ovviamente federica chisalé. anche se forse qualcuno si sorprenderà per determinate tematiche un poco fuori dalla “linea cardine” del blog diversi passaggi sono esplicativi sulla questione della prosa poetica, argomento che qui e altrove già si è diverse volte affrontato.

    (ps. se ci sono problemi di lettura del post vi pregherei di segnalarmelo)

    matteofantuzzi

    28 dicembre 2005 at 14:50

  2. discorso molto interessante, da forum o salotto, però molto bello.
    mi è piaciuta tra le altre cose l’immagine dentro la cattedrale che rivela se stessa, quasi fosse un cancro o un cavallo di troia…
    non ho molto capito invece la differenza tra scelta e decisione, dovrei rileggere……

    marcosoriano

    28 dicembre 2005 at 15:16

  3. Una bellissima lezione. Ma temo che il pubblico della poesia sia interessato solo in parte.

    vocativo

    29 dicembre 2005 at 17:49

  4. l’esposizione del prosaico come metodo di individuazione della verità sotto ciò che appare (la bellezza), mi pare un concetto fondamentale, in qualche modo, anche nella poesia.

    vocativo

    29 dicembre 2005 at 17:57

  5. Sì, però (ora mi butto e magari dico anche qualche castroneria; mi gaurdo sempre, però a volte…) non mi quadra molto la spiegazione che l’autrice del saggio dà della lezione di Benjamin: con l’esposizione del nucleo proisaco dell’opera come critica, Benjamin penso intendesse riferirsi ad una sorta di sviluppo, ad una sorta di proiezione, né più né meno della “luce critica” che Montale opponeva all'”oscurità” della creazione/creatività. Non so, penso che ci sia poco da dire intorno allo spogliare l’opera d’arte della sua “forma” per vagliarne il “contenuto”. E anche sul fatto che la critica “decida” tra poesia e prosa, senza poter “separare bello dal vero”, mi suona come prosa=vero e poesia=bello che è un po’ in palese contraddizione con il non disvelamento dell’arte (anche nella critica, secondo assunti chiamiamoli lotmaniani, strutturalisti). E poi, io, credo che la critica possa in qualche misura ospitare la poesia: si leggono dei commenti, delle note che non è così difficile rendere come “poetanti”, senza che si tolga ad esse lo status di riflessione, di luce che si getta su ciò che “fu” il pozzo oscuro della creatività autoriale…

    Scusate questa mia, specie per le imprecisioni e approssimazioni che contiene.

    Massimo73

    29 dicembre 2005 at 20:02

  6. ciao, sono molto contenta degli interventi che ho ricevuto finora, specialmente
    quest’ultimo che, col concetto di “sviluppo”, mi sembra sollevi una questione
    che non sono riuscita a trattare e che è molto importante, come cioè l’opera
    d’arte, alla luce della critica, “esploda” quasi fuori dai suoi limiti per
    diventare un frammento nell’assoluto dell’arte, un frammento che “dà a pensar
    molto” (mi viene in mente questa espressione di Kant). E? un discorso da
    riprendere? Ho cercato in tutti i modi di evitare le semplici dicotomie bellezza=poesia,
    prosa=verità e cose simili, e proprio nella parte sull’indisvelabilità del
    vero… è decisivo il fatto che bellezza e verità non possano essere separate
    dalla critica, che la verità dell’arte sia indisvelabile, inseparabile dall’involucro
    della bellezza che è condizione della sua appariscenza. L’istanza critica
    è come la cesura antiritmica nella tragedia, un’interruzione del canto che
    fa sì che il canto sia vera poesia (bellezza essenziale) e non semplice incantamento
    (bellezza apparente), ma ecco un’altra dicotomia… Dunque, la verità non
    “sta sotto” la poesia, ma le appartiene essenzialmente (anch’io credo però
    che l’esposizione del nucleo prosaico dell’opera sia in qualche modo un metodo
    per individuare la verità). Quanto alla differenza tra scelta e decisione,
    la decisione interviene quando si smette di “volere”. La volontà non è mai
    buona, come diceva Carmelo Bene. Il “privo d’espressione” è interruzione
    della Meinung, del voler dire, dell’intenzione… Lo stesso vale per la decisione.
    Al ?nucleo prosaico? come cavallo di Troia non ci avevo pensato, ma in qualche
    modo è grazie alla novella che Benjamin ?espugna? il romanzo di Goethe. Ho
    scritto tutto di un fiato, ma mi avete fatto venire voglia di rispondere
    subito. Grazie Federica

    anonimo

    30 dicembre 2005 at 08:54

  7. Cara Federica, sono contento che tu sia intervenuta qui in diretta. Lasciami dire che ho apprezzato il tuo saggio e tuttavia mi sono permesso di appuntare le cose che non mi convincevano. Ho letto con piacere anche questo tuo ultimo intervento. Ora, per evitare di fare il solito pistolotto sulla contemporaneità, spesso ridondante e pleonastico, mi pongo solo il seguente problema linguistico, forse piuttosto esteso e di sicura non facile trattazione. Cosa intendiamo quando attribuiamo alla poesia un valore di verità ? Ovvero: quando parliamo di critica nel senso di “mezzo”, di “strumento”, vogliamo attribuire ad esso un valore *intenzionale* che manca con completezza alla poesia, ma senza il quale essa (la poesia) si pone in grado di afferrare ciò che invece la critica non può discernere ?
    In questo senso possiamo dire che l’istanza della poesia sia la libertà, mentre quella della critica la regola. Ecco, come dicevo però più sopra, le due cose, a mio modo di vedere devono e possono essere compenetrate, senza esigenze di complanarità, ma possono scambiare “elementi”, sempre e comunque attraverso il linguaggio. Va da sé però che, stando agli assunti di prima, poesia e critica rimangono tali.

    PS: Ho apprezzato molto l’immagine dell’esplosione e del cavallo di Troia per la critica.

    Massimo73

    30 dicembre 2005 at 10:48

  8. tante cose sono già emerse: da un lato mi sembra ad esempio importante rispetto a quanto detto che ad esempio d’elia ha optato per una soluzione di forma estremamente “classica” per parlare del civile, laddove un’opzione quasi antitetica è quella utilizzata da buffoni in guerra che sto proprio leggendo in questi giorni.
    pare passare (in fondo è anche la mia soluzione) in quest’ultimo caso la volontà di parlare alla gente cercando il parlato in primis e in 2a istanza cercando la prosa ristrutturandola (più o meno a posteriori) con le regole cardine della poesia.
    la domanda poi che mi viene è anche perchè tanta prosa poetica non con pagliarani, ma negli anni ’80 esauritasi la max. parte dell’avanguardia… insomma guardiamo perchè a un certo punto s’è avvertita così forte quest’esigenza che sembrava essere diventata al tempo l’unica eccezione ai “lombardismi” (in questi giorni sto leggendo riviste di quel tempo, e questa è l’idea che mi sto facendo… oltre a: non sapete quanti autori al tempo in auge siano oggi totalmentissimamente sconsociuti – ma ‘sto discorso già lo fece mesi fa sebastiano aglieco e se volete andatevi a ripescare i suoi articoli)

    matteofantuzzi

    30 dicembre 2005 at 14:50

  9. inoltre, fonte stilos: verrà istituito un fondo su attilio bertolucci promosso da chi nel parmense aveva già attivato il premio a sua memoria: previsti eventi, iniziative and much more…

    matteofantuzzi

    30 dicembre 2005 at 14:52

  10. sulla strettissima relazione fra discorso critico e discorso poetico, e sul rapporto verità e bellezza nella modernità. vi segnalo il bellissimo dialogo tra Mario fresa (classe 1973) e Tiziano Salari (1938) dal titolo “Il grido del vetraio” appena uscito per la Nuova Frontiera editrice (c’è anche un interessante postfazione di Ermini).
    Inoltre “Lunarionuovo”, su tale questione, ha aperto un dibattito (gli interventi saranno ospitati nel numero di febbraio o marzo 2006). Chi fosse interessato scriva a provadautore@iol.it

    gugl

    anonimo

    30 dicembre 2005 at 16:47

  11. Cari Massimo73, vocativo, marcosoriano,
    intanto grazie per gli interessanti interventi che hanno movimentato il Forum sul linguaggio; Forum che – come avrete notato – si discosta da altri presenti in rete, del resto non era mia intenzione aprire una sorta di “salottino squisito” né tantomeno un Forum tra autori. Ma a parte questo colgo l’occasione per darvi una comunicazione importante (già presente nella relazione sulla rivista L’almanacco del ramo d’oro scritta da Gabriella Musetti e MaryB Tolusso, pubblicata on line ne L’Ulisse) ossia che il Forum sul linguaggio verrà pubblicato (versione cartacea) come supplemento alla rivista. È per questo motivo che tutti gli interventi già apparsi in rete sono provvisti di bibliografia, eventuali note ecc…Nella versione cartacea subito dopo l’intervento ci sarà “Interventi/Discussione” dove – e la cosa non può che farmi piacere- compariranno i vostri commenti e riflessioni. (Mantenendo qui la forma “da blog”).
    Vi lascio qui il mio indirizzo email per eventuali altre informazioni.

    diviclaudii@libero.it

    Grazie di nuovo a Matteo per l’ospitalità, e buon capodanno imminente.
    Un caro saluto
    Massimo

    anonimo

    30 dicembre 2005 at 17:19

  12. Al #10: Grazie Stefano per la dritta su “Il grido del vetraio”.

    Massimo73

    30 dicembre 2005 at 17:53

  13. Ricambio gli auguri di Massimo Dagnino e grazie per la segnalazione.

    Massimo Orgiazzi

    Massimo73

    30 dicembre 2005 at 17:54

  14. Caro Massimo, dimmi te se preferisci comparire come Massimo73 o con nome e cognome (nn ho nessun problema)…cmq ti invierò le bozze….

    grazie ancora e se ti capita guarda anche i primi due interventi (di Nicola Bucci e Fabio Agostini)

    un caro saluto Massimo

    anonimo

    30 dicembre 2005 at 18:14

  15. Bene nome e cognome, grazie. E sì, i primi due interventi me li ero persi…
    Un caro saluto,

    M.

    Massimo73

    30 dicembre 2005 at 19:00

  16. Va bene Massimo. Un caro saluto, a presto
    Massimo (tutti questi “massimi” mi pare di scrivermi da solo)

    anonimo

    30 dicembre 2005 at 19:19

  17. Lascia perdere 🙂 Di là su liberinversi c’era anche Massimo Gezzi, involontario protagonista di una mia svista di iniziali di poeti…

    Massimo73

    30 dicembre 2005 at 19:31

  18. il 2006 inizia bene:
    con la riapertura del blog di Gianfranco Fabbri che parla di Cecchinel
    e con il numero 2 de La Gru. segnalo tra le varie l’editoriale di Davide Nota.

    matteofantuzzi

    2 gennaio 2006 at 09:02

  19. Anche il bollettino di FuoricasaPoesia, Matteo.

    vocativo

    2 gennaio 2006 at 16:59

  20. Massimo, quali problemi tecnici ha il forum dell’edizioni ramo d’oro?
    Christian

    anonimo

    3 gennaio 2006 at 07:41


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