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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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FACCIAMO UN PATTO? (per un pubblico della poesia non privato ma pubblico) di Luigi Nacci.

Partirò da un’affermazione di Cesare Viviani, poeta lontano dal mio personale gusto e modo di concepire la poesia, ma che qui vorrei “usare” per l’incipit del mio intervento. Viviani, in La voce inimitabile. Poesia e poetica del secondo Novecento (il melangolo, 2004), scrive: «Ora il grande errore e pericolo, per chi scrive poesie, è di credere che la parola del potere comunicativo possa avvantaggiare la parola poetica». L’autore poi si (s)lancia contro il cattivo esempio di Castelporziano (a cui ha partecipato) e tutti i suoi “discendenti”: spettacoli, manifestazioni, performance e chi più ne ha più ne metta. «Sempre meno relazioni approfondite con i testi, sempre più relazioni con gli autori, tra gli autori», con il pericolo del dilagare di una tendenza: «quella di valutare l’opera poetica attraverso il rapporto personale con l’autore, essendo assegnati i valori e i disvalori sulla base delle corrispondenze affettive e quindi, diciamolo pure, delle simpatie e delle antipatie». Viviani pone due questioni interessanti: la prima è quella della funzione comunicativa della poesia; la seconda invece deriva direttamente dalla prima, quindi per trattarla dovremo prima soffermarci sulla precedente. Comunicare significa mettere in comune. Poetare significa inventare, comporre, creare (fare). Ma per chi si crea, per se stessi? Il creatore genera per qualcun altro, o prima di tutto genera l’Altro. Krònos è “creatore”, Cerere è “colei che produce”: il primo divora sì tutti i propri figli ma infine li risputa sulla terra; divorata e poi vomitata da Krònos, Demetra-Cerere è (come il padre) la divinità del grano, colei grazie alla quale la terra dà alla luce i propri frutti. E per chi li dà, i frutti? Dio disse (Genesi, 1, 29-30): «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche , a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». In ogni mitologia/religione il creatore/dio crea l’Altro e allo stesso tempo assegna a questo la facoltà di creare l’Altro: la catena che si stabilisce, sebbene natural-mente dotata di anelli che tengono poco o che non tengono, si fonda sul passaggio da un anello al successivo: il donatore da una parte, colui che riceve il dono dall’altra. Il poeta, cioè il creatore, è donatore, ovvero, richiamando Propp, il mentore: chi concede all’eroe l’escamotage per salvarsi o sconfiggere il nemico. Tuttavia il mentore non con-segna il dono, la spada, il consiglio, senza che prima l’eroe non abbia fatto qualcosa per meritarselo, ad esempio offrendo soccorso a qualcuno in difficoltà. Il meccanismo del dono, ce lo insegna Mauss, vincola, al di là di ogni retorica della generosità, il ricevente al donatore obbligandolo alla reciprocità. Allo stesso modo il poeta: egli non fa dono a se stesso della sua creazione ma all’Altro. In cambio egli chiede (implicitamente) che il ricevente si svesta delle sue convenzioni linguistiche/ideologiche/morali per entrare nell’impasto del suo mondo-lingua. Ciò non basta però: per essere davvero mentore (e quindi donatore, e quindi creatore, e quindi: poeta) si deve andare incontro a colui che riceverà il dono – bisogna stabilire un patto. In narrativa si parla di “patto” nel momento in cui il lettore, pur sapendo che la storia raccontata è fittizia, si comporta come se fosse vera (la lettura “disponibile”). Se così non fosse il lettore non proverebbe tutte quelle emozioni e quelle sensazioni che lo scrittore si è prefisso di suscitare. Ora, perché non si può parlare di patto anche in poesia? D’altronde se il narratore è un «bugiardo autorizzato» (Segre), il poeta che cos’è? Il poeta tende alla verità, ma questa tensione non è già verità, bensì verosimiglianza: la discesa nel sé, negli inferi, nel mondo, la risalita a riveder le stelle è cammino che può esser fatto per amor del vero, ma il racconto di questo cammino, seppure in versi, seppure partorito con il contagocce, con parole scavate nell’abisso, nel naufragio, è in fondo sempre un racconto, re-ad-conto, andare verso la ripetizione del riferire, e nella ripetizione, si sa, si annida la differenza, lo scarto che ci allontana (o ci avvicina, è uguale) al punto nodale, l’unicum, che potremmo chiamare anche verità. Chi, scrivendo versi, rifiuta questo patto, per ergersi a (pro)cacciatore di verità, oppure dispensatore di verità (anche il rifiuto – debole, minimalista – della verità, di ogni sistematizzazione, di ogni metafisica, è affermazione di verità) è un versificatore oppure, in questi tempi di lacune metrico-retoriche, un inventore di frasi che vanno a capo. Il poeta riporta parzialmente, con versi/giri di danza (stando all’etimo), frammenti del proprio mondo e chiede al lettore/ascoltatore di far finta che quel mondo sia vero e che quel modo di cantare sia proprio di quel mondo, e gli chiede anche (cosa che non può chiedere il narratore) di lasciarsi sedurre dai suoni, gli chiede di far finta che ad ogni fonema corrisponda un passo di danza, che ad ogni parola corrisponda un ballerino, una pista da ballo, ad ogni poesia una giornata passata danzando. Gli chiede anche di allenare il senso dell’udito, affinché percepisca il ritmo e contemporanemente non si perdano le parole sussurrate all’orecchio dagli altri danzatori. Tutto bello – tutto verosimigliante. Come può – ritorndando al tema iniziale – la parola poetica non possedere il potere comunicativo? Se comunicare vuol dire mettere in comune, tanto più sarà grande il potere comunicativo, tanto più forte sarà la comunione, e di conseguenza tanto più inebriante, avvolgente, sarà la danza in cui è preso il lettore/ascoltatore (e i ballerini che si alternano chi li ha creati se non il poeta? Essi sono la manifestazione più riuscita del patto, della comunione). Far equivalere l’alta comunicatività della poesia con la sua banalizzazione, la sua facile ricerca delle masse (Prévert fu uno degli autori più attaccati in Europa, nel secolo scorso. Quanta lealtà in quelle critiche, quanta invidia?) è un grave errore. L’Est Europa, il Sudamerica (due soli esempi) hanno conosciuto e conoscono ancora larghe diffusioni nella vendita di libri di poesia: se dovessimo giudicare con il solo principio esposto sopra, dovremmo cestinare tutto quello che lì è stato scritto. Invece credo che sarebbe proficuo un ri-pensamento, un interrogativo posto tenendo a mente il “patto”. Il poeta dovrebbe chiedersi: a chi sto facendo questo dono? Il mondo che sto donando avrà abbastanza musica, abbastanza ballerini, abbastanza piste da ballo, avrà i tempi, i battiti giusti? Le parole sussurrate all’orecchio si sentiranno o saranno coperte dalla musica? Quando smetterà di suonare l’orchestra? Torneranno a ballare quelli che ho invitato, o si stuferanno dopo la prima volta? Che cosa resterà di tutti quei passi, quegli sguardi, che cosa resterà di me, di noi? Il poeta deve porsi queste domande. Se non lo fa, se la musica suona solo per lui, se è lui a ballare e nessun altro, allora non ha donato niente, non ha creato, cioè: non è un poeta. Castelporziano/ ParcoPoesia/ RomaPoesia/ OctoberPoetryFestivalMonfalcone, etc. etc., non hanno in sé il germe della disfatta. I luoghi sono fatti da chi li abita, prima di tutto. Se a Castelporziano, a Riccione, a Roma, a Monfalcone, etc. etc., andassero solo i poeti che mettono in pratica quel “patto” (ecco il seme per una futura discussione: chi pratica il patto?), forse gli esiti sarebbero differenti. Soprattutto sarebbe differente il rapporto con il pubblico, giacché il patto presuppone la ricerca dell’Altro, non l’esibizione di sé. Anche il secondo argomento di discussione posto all’inizio, in un’ottica del genere, sarebbe risolto con più facilità. Laddove non è più solo la comunità di (cosiddetti, presunti, autoproclamatisi)poeti o (vagamente militanti)critici a selezionare e giudicare, ma anche il pubblico di lettori/ascoltatori, lì vi è una maggiore democraticità nella scelta. O il pubblico (l’opposto di privato, ciò che appartiene a tutti) non conta niente?

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Written by matteofantuzzi

19 novembre 2005 a 13:11

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106 Risposte

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  1. da absolute poetry, ringrazio luigi e pure lello.

    matteofantuzzi

    19 novembre 2005 at 13:11

  2. Qualche tempo fa hanno detto la loro sulla distanza tra cultura alta e pubblico anche Giulio Mozzi e MarsilioBlack. Il punto è che il pubblico deve prendere coscienza di essere pubblico. Mi sembra invece che al momento la poesia circoli in modo molto più nettunico, non vista, da orecchio a orecchio. Forse non sa fare altrimenti. Ecco, credo che la poesia sia un dono non anonimo e astratto, ma quasi innesca un passaggio di una parte di sé ad un altro che accoglie quella parte. Voglio dire che la circolazione della poesia conserva per propria natura qualcosa di settario (a meno che non si parla di poesia epica e di cantori) e la sua non è una distribuzione a raggiera, ma un circolo che include lo stesso poeta, per cui vorrei capire bene cosa si intende per pubblico e chi è il pubblico della poesia.

    vocativo

    19 novembre 2005 at 15:13

  3. L’intervento di Nacci, come il testo di Wu Ming sull’ecocentrismo dello scrittore, conferma l’analisi di un sociologo come Maffesoli secondo il quale le espressioni della civiltà contemporanea sono caratterizzabili per la “mezcla” di elementi ultramoderni e arcaici. Infatti anche qui si fa riferimento a forme di socialità premoderne (contraddistinte, per Mauss, dal triplice obbligo di donare-ricevere-ricambiare); anche qui viene considerata seriamente la possibilità di una loro, sia pure parziale, riattualizzazione ecc. Io però di fronte a questa tendenza sicuramente in atto nel nostro tempo vorrei sottolineare come si tratti appunto di una tendenza, del movimento verso un orizzonte ideale: e cioè non bisogna pensare che il pubblico occidentale di oggi (il discorso cambia, invece, se si guarda al resto del mondo) sia, neppure mutatis mutandis, lo stesso uditorio che secoli fa ascoltava gli aedi. Analoghe considerazioni valgono, è ovvio, per i poeti e per i critici: in sostanza, nessun “patto”, nessuna alleanza si può stringere. Almeno per il momento sarebbe già un buon risultato arrivare a una reciproca dichiarazione di non belligeranza.

    Giampiero Marano

    anonimo

    19 novembre 2005 at 15:18

  4. premesso che il saggio di Nacci è molto bello, io credo che “la gente” abbia fatto un patto preliminare con la comunicazione di massa e questo patto contrasta con quello che dovrebbe stipulare per diventare “il pubblico della poesia”. “la gente” ama consumare pane e circo, “il pubblico della poesia” vuole invece frequentare prometeo straziato dall’aquila, soffrire e gioire con lui. “la gente” vuole crescere divorando il mondo, “il pubblico della poesia” vuole condividere il dono della parola diventata esperienza, vita.

    gugl

    anonimo

    19 novembre 2005 at 16:14

  5. grazie a matteo e grazie agli autori dei primi interventi.

    scrivo di fretta da un internet cafè, ma ci tengo almeno a essere presente nella discussione (scusate se sarò un po’ latitante, ma non ho il pc in questi giorni).

    raccolgo qualche spunto e rispondo: se ci fermiamo a chiederci chi è il pubblico della poesia, è finita: è come chiedersi cosa sia la poesia. l’uovo, la gallina? niente di tutto ciò. quello che mi piacerebbe far emergere in una possibile discussione è se esista o no la possibilità di parlare di patto poetico così come si parla di patto narrativo. e, nel caso di patto poetico si possa parlare, cercare di capire insieme se esistono dei poeti che abbiano praticato o che pratichino con consapevolezza (che non vuol dire furbizia) questo patto. terzo, capire se, e in quale modo, la “firma” del patto modifichi la poetica e la scrittura stesse, vista l’inevitabile esigenza di contrattazione sottesa alla natura di un patto. e ancora: contrattazione vuol dire solo rinuncia, appiattimento a tutti i costi? (in narrativa il patto non mi pare porti a eliminare i bianchi e i neri, anzi, mi pare che il patto stia i piedi in tutti i generi, dall’autobiografico al rosa, etc.).

    un caro saluto a tutti,

    luigi nacci

    anonimo

    19 novembre 2005 at 18:31

  6. il punto su cui come sapete insisto sempre è la non ostentazione del sé autoriale, il baratro che deve correre tra poeta e poesia e anche il rispetto per il fruitore, chiunque esso sia (giusto, se ci chiediamo a chi ci stiamo rivolgendo o cosa un ipotetico lettore si aspetti siamo fritti).
    la realtà che secondo me ci viene quotidianamente chiesta è di non compiere un lavoro “sintetico”, di “plastica” ma “vivo” e “pulsante” a costo di mostrare nervi, imperfezioni di esporre le impurezze. non un esercizio di stile ma un atto di sincerità.
    se ai festival ci andassero le poesie AL DI LA’ dei poeti si guadagnerebbe molto, in primis questo senso da animali rari sempre sul filo dell’estinzione che troppo spesso ci attanaglia (potrebbe bastare una generazione sterile per condannarci a questa estinzione)

    matteo fantuzzi

    anonimo

    19 novembre 2005 at 21:03

  7. sul blog di gian ruggero manzoni un magnifico affresco di eliot che vi consiglio di leggere.

    anonimo

    19 novembre 2005 at 21:25

  8. In Italia il “pubblico” della poesia è formato, sostanzialmente, da tre categorie “non distinte” (al tirar delle somme, un solo corpo con tre teste): i poeti (e gli aspiranti tali); i critici (e gli aspiranti tali: i criticonzoli); i poeti/critici o i critici/poeti (e gli aspiranti tali): scusa, Nacci, per fare un patto bisogna essere almeno in due: dov’è l’altro “contraente”?, chi é? Il pubblico dei festival (?) e iniziative analoghe? Ma dài!: tranne mia Zia Carolina e la sua amica Ermenegilda, è tutta gente che è lì con un manoscritto (sic!) in tasca, e spera, prima o poi di cogliere al volo un’occasione per avvicinare il “vate(r)” di turno e sottoporgli i propri capolavori.
    Il tuo discorso e la tua proposta avrebbero un senso e un futuro se le tre (presunte) categorie smettessero di chiudersi in comodi e confortevoli recinti autoreferenziali e imparassero a riconoscere ciò che di valido si muove a un palmo dal proprio naso, dalla propria antologia di riferimento, dal proprio blog, dal proprio disumano narcisismo. E in Italia, poi, dove quindici milioni di c…ni si grandefratellano e si isoladeifamosizzano e un’altra decina di milioni (sempre di c…ni) si croceceltizzano e si svasticano sugli spalti degli stadi: un paese dove il coltissimo e culturatissimo quotidiano che fa larivoluzionechenonrussa sbava e si masturba e plaude all’avvento del profeta della critica radicale, della nuova cultura, della sferzatadariafresca: un certo adrianocelentanoconlacrocedorochependesulpetto. Suvvia, Nacci and co.: ma vi siete guardati attorno?
    Volete creare un (abbozzo di) pubblico della poesia? Bene: iniziate a depadanizzarvi, smetterla di incensare il primo pirla che passa, solo perché fa parte della confraternita a cui vi richiamate: abbattete le barriere che non riuscite a schiodare dalle vostre teste: toglietevi le “etichette” e le “linee” e se trovate un autore e un libro degni del nome, non guardate alla provenienza, al curricolo e al numero di riviste su cui ha scritto o ai festival a cui ha partecipato: leggetelo e parlatene. Sarete la prima pietra della casa comune che volete costruire.
    Un caro saluto.
    Marisa (una che ne ha le palle piene di assistere alla gara quotidiana a chi ce l’ha più lungo nel reame).

    anonimo

    19 novembre 2005 at 23:46

  9. sospendere il principio d’incredulità: questo è il patto implicito con il lettore di narrativa (e di poemi). Ossia, come dice Nacci, io, lettore, credo in ciò che tu, autore, mi dici (baroni rampanti, orlandi furiosi eccetera). domanda: nella lirica è possibile un tal cosa? non mi pare (non è il contenuto ad essere decisivo). allora il patto dev’essere d’altra natura, specie se, come spiega nacci, la figura del poeta deve stare in primo piano. La misura giusta potrebbe essere: scrivere (essere scritti dalla scrittura), tenendo un occhio vigile al destinatario: non per sedurlo (poeta-circe), bensì per incontrarlo in un ‘beato confine’, là dove nessuno dei due è al riparo.

    gugl

    anonimo

    20 novembre 2005 at 06:52

  10. sinceramente marisa è proprio quello che si sta cercando (in maniera embrionale… ma ci si prova), abbattere i recinti… evitare i microcosmi… la padanità (di cui io ho sinceramente poco) ecc.
    potenzialmente può accadere qualcosa di interessante e lo dico proprio perchè vedo, ho visto gente interessata a fruire della poesia senza 2i fini, e questo è un passaggio che può compiersi e sul quale è giusto adoperarsi escludendo i “poeti” (insisto) dalla “poesia”

    ah, stefano sì lo so che la citazione originale era di costanzo. la differenza tra poesia-narrativa esiste almeno nel mio pensiero senza che vi siano gare di dignità. la figura del poeta ad esempio secondo me ri-ribadisco non deve stare in 1o piano.

    matteo fantuzzi.

    anonimo

    20 novembre 2005 at 07:13

  11. Nacci scrive un articolo “per un pubblico della poesia non privato ma pubblico” (bello, colto: vero); poi interviene al # 5 e chiede di non interrogarsi “sul pubblico della poesia”: dove sarebbe il “patto”, allora, se l’altro, il destinatario del “dono” è una nebulosa indistinta senza identità e senza volto? con quale altro dono risponde l’informe, se la poesia nel suo darsi presuppone una comunità di “individui” che nel rito simbolico si riconoscono come tali e come tali si mettono in gioco? Nell’atto dello scambio (e del patto)non esiste un prima e un dopo, per cui il prima – il testo, l’autore – annulla lo spazio e il tempo e si pone, in assoluto, nella unicità di un’offerta senza destinatario, senz’altro scopo che la sua esistenza: in questo modo, come ben dice Marisa, rimane soltanto il narcisismo disumano dell’autore, quello stesso che all’umano, all’paltro, dovrebbe naturalmente tendere.
    Quanto poi al possibile paragone con la narrativa, secondo me non sta in piedi, anche per le ragioni a cui chiaramente fa riferimento Guglielmin. E non credo si tratti solo di una questione di generi.

    Piero (un amico di Marisa)

    anonimo

    20 novembre 2005 at 09:06

  12. “… quello stesso che all’umano, all’altro, dovrebbe…”

    Piero

    anonimo

    20 novembre 2005 at 09:10

  13. Volevo complimentarmi con Luigi, perchè ha scritto un saggio che mi ha aperto nuovi fronti di riflessione su due aspetti che stavo ignorando (e questo è già molto). Il “patto” e il “dono”. Il discorso sull’ecocentrismo discusso intorno all’articolo di Wu Ming non è estraneo a questo discorso, come fa notare Giampiero Marano. Si inserisce nello stesso contesto. Patto e dono. E poi la verità, dei fatti, sotto gli occhi, di cui scrive Marisa (e di cui ho apprezzato la parte di intervento amaramente realistico sulla situazione in Italia. Ma non è solo italiana, questa situazione, credo): “tranne mia Zia * e la sua amica **, è tutta gente che è lì con un manoscritto in tasca, e spera, prima o poi di cogliere al volo un’occasione per avvicinare il “vate(r)” di turno e sottoporgli i propri capolavori”.
    Ma sopratutto ho apprezzato Stefano Guglielmin che, come al solito, in due parole (non come me) illumina un bel punto: “incontrare [il destinatario] in un ‘beato confine’, là dove *nessuno dei due è al riparo*”. Tutti hanno un manoscritto in tasca, tutti, credo. E’ una generalizzazione brutale la mia: ma la differenza la fa solo l’aver conosciuto la forma espressiva, il linguaggio per poter “aver in tasca ed espresso (almeno tentato)” anzichè “in tasca e disperso dentro”. Il dono e il patto dovrebbero essere forse una sola cosa: l’invitare il destinatario (del dono) a mettere in comune questi manoscritti attraverso “il proprio”. Relazionare. Comunicare. Essere davvero insieme in un luogo dove nessuno è “al sicuro”. Un patto non-patto. Essere esposti nella forma dell’arte e del linguaggio all’assenza di assunti. E’ parte della vita, può esserlo anche questo.
    Grazie di nuovo a tutti per le idee.

    Massimo O.

    Massimo73

    20 novembre 2005 at 10:53

  14. Quanto al pubblico, però, aggiungo che in effetti, la situazione è come la dipinge Stefano: “il pubblico ha fatto un patto preliminare con la comunicazione di massa”. Ha ceduto in una qualche misura il suo potere ad un meccanismo. Le fuoriuscite da questo meccanismo si possono realizzare “anche” con il “patto” e il “dono” della poesia. Della relazione e della comunicazione “senza schermi” (o presunta tale). Tuttavia sono piuttosto pessimista intorno all’adesione della poesia alle regole del suddetto meccanismo.

    Massimo

    Massimo73

    20 novembre 2005 at 11:00

  15. L’intervento di Luigi Nacci è interessante e solleva molte questioni.
    Perché il pubblico della poesia è composto quasi esclusivamente da “addetti ai lavori”? Mi pare che in questo la poesia condivida il destino di altre forme espressive, come la pittura, la scultura o la cosiddetta musica colta. Prendete un quadro di Mondriaan (non a caso prendo uno che adesso è considerato un classico). Se lo spettatore non sa nulla delle concezioni teosofiche di questo artista, i suoi quadri non gli dicono nulla. La distanza tra il programma espressivo dell’artista (magari geniale) e la realizzazione effettiva dell’opera è talmente grande che il quadro finisce per non dire niente a chi prima non abbia letto il trattato teorico, il manifesto, in cui l’artista ha espresso le proprie intenzioni. L’opera non è autonoma perché il suo linguaggio è incomprensibile per lo spettatore “comune” (non dico per uno dei sei milioni di analfabeti italiani, ma anche per lo spettatore colto). La stessa cosa vale per la musica cosiddetta concreta e, in un certo senso, per molta poesia che si scrive oggi, almeno quella che si richiama all’esperienza delle avanguardie. Naturalmente (e fortunatamente) esistono le eccezioni.

    Un’altra questione da non trascurare è la mercificazione dell’estetico che ha eroso anche lo spazio della poesia. Come scrive Mazzoni nel suo libro recente sulla poesia moderna, “il bisogno di poesia” che ogni individuo prova, ora non è più soddisfatto dai poeti ma dai cantanti rock (nell’Europa dell’Est non è ancora così. Ma per quanto tempo ancora?)
    Pierluigi Lanfranchi

    anonimo

    20 novembre 2005 at 13:53

  16. diciàmocela intera su quest’ultima questione: finché la pivano, bravissima donna, insiste a fare libri sui cantautori spacciandoli per la poesia italiana contemporanea, siamo nel sacco, nel cul de sac. Il fatto è che “poetico”, per la “gente”, significa sentimentale, commovente: certo un bisogno sacrosanto, ma non mi si dica (come implicitamente fa mazzoni) che la necessità della poesia contemporanea è tutta qui!

    gugl

    anonimo

    20 novembre 2005 at 14:18

  17. Quello che scrive Pierluigi però, fa parte, come alcune riflessioni lette prima, di una constatazione, di una lettura onesta e precisa dello status quo. Lasciamo perdere Mazzoni per un momento: si deve però perendere in seria considerazione quanto Pierluigi dice. Il limite della comprensione e della ricerca del “destinatario”, che (a) cerca “a scaffale” e (b) a scaffale trova qualcosa che (secondo me è vero) soddisfa in parte quanto cerca, il suo bisogno di poesia. Chiamiamolo infimo, chiamiamolo deviato, ma alla fine messo di fronte ad alternative che non contemplano la poesia come ne stiamo parlando ora. Quindi, all’explicit di Luigi, se il pubblico conti o non conti nulla, per la poesia il pubblico è davvero di “addetti ai lavori”… Poi si può parlare di fututo, di scuola, educazione, “rinascita”, ma il presente lo vedo un po’ così…

    Massimo73

    20 novembre 2005 at 14:33

  18. Conosco molte persone colte, divoratori di romanzi, lettori di saggi, frequentatori di teatri, cinefili, appassionati della migliore e più raffinata tradizione della canzone (De André, Brassens, Brel, ecc.) che non si sognerebbero mai di comprare un libro di poesia contemporanea. Io mi stupisco di questa chiusura. Ma poi penso: è poi tanto diverso il mio atteggiamento quando si tratta di musica o di pittura contemporanee? L’unico cd di un compositore vivente che possiedo è Fratres di Arvo Pärt (uno facile, utilizzato persino per le colonne sonore dei film, ascoltabile anche per un non addetto ai lavori quale sono). Insomma, il mio “bisogno” estetico per quanto riguarda la musica colta è quasi totalmente soddisfatto da opere vecchie almeno di cento anni (che occupano poi il 90% di tutta la programmazione delle sale da concerto e delle trasmissioni alla radio). Immagino che questa situazione sia frustrante per chi compone musica colta oggi proprio come è frustrante per chi scrive versi l’assenza di un pubblico “non privato” della poesia come lo chiama Nacci.
    Pierluigi Lanfranchi

    anonimo

    20 novembre 2005 at 22:40

  19. sono d’accordo con te, pierluigi. per questo ha ragione viviani (premessa di nacci), affermando implicitamente che le istituzioni dovrebbero sostenere l’arte contemporanea; non lo fanno adueguatamente perché, l’arte cont., rompe stereotipi e fa pensare: come sai, pensare è un esercizio assai pericoloso per il potere costituito…

    gugl

    anonimo

    21 novembre 2005 at 09:31

  20. Ringrazio Luigi Nacci per il suo articolo. Mi piace molto e sono vicino a tante sue considerazioni. Uno che ha incarnato questa voglia di comunicare anche (non solo ovvio) tramite il testo poetico, è stato Turoldo. Magari non è stato un grande poeta, ma ha pensato all’altro e all’Altro.
    Poi altre cose scritte nei vari commenti sono assolutamente vere, nel nostro qui e ora.
    Se faccio autoriflessione, come Pierluigi, mi accorgo di non ascoltare mai musica classificabile come classica, neppure Mozart. E’ un bisogno estetico, quello della musica, che soddisfo con il rock e il pop. E Arvo Part (già, lo ascolto almeno 3/4 volte l’anno).
    Però da quando faccio (ogni tanto) laboratori di poesia mi sono accorto di una cosa, che rendendo più ‘sensibili’ le persone agli strumenti di lettura, educando quindi alla lettura, questo pubblico si allarga (se facessi laboratorio di musica, come allievo, sono certo che ascolterei anche altro…).
    MAgari, fra le persona che frequentano i laboratori, alcuni hanno velleità, ma che importa? Che importa se leggono per poi scrivere? Anche Sereni leggeva altri poeti per poi scrivere lui, anch’io lo faccio regolarmente. Quello che ho constatato è che cominciano a comprare libri di poeti contemporanei.
    Tutto vero insomma quello che avete scritto, ma non scordiamoci le potenzialità dell’educazione. E qiu vengono i tagli della finanziaria, perché fare laboratori, quali che essi siano, significa dare strumenti.
    Gabriel

    aladar72

    21 novembre 2005 at 10:05

  21. Io appunto non parlavo (Matteo) di esibizione di sé ma di ricerca dell’Altro: non indagine di mercato per individuare il proprio campione di pubblico, ma apertura al possibile Altro a cominciare dalla scrittura. Il pensiero che ci sarà un Altro, che la mia scrittura non sarà autoreferenziale o destinata al mio amico poeta, al colto ricercatore universitario o al professore, ma ad un Altro che non conosco, indiscriminato, l’Altro che va al Festival e quello che non ci va, così come l’Altro che si trova la mia opera tra le mani (o anche nelle orecchie, o perchè no: nella pancia – se fossi così bravo da arrivare fino a là e restarci) per caso. Non sto parlando di formulazione di un lettore medio, neutro(-annacquato). Sto parlando della costruzione di un dono che abbia talmente tante qualità da poter soddisfare colui al quale tale dono arriverà, attraverso di me, oppure al di là di me (che io legga/interpreti quel testo, che lo legga/interpreti un altro a posto mio, che lo legga il lettore a voce alta o solo con gli occhi). Queste qualità appartengono a insiemi diversi e contribuiscono a strutturare l’opera a più livelli, come per la Comoedia, come per l’Orlando, come per i grandi poemi eroici, i tragici, e anche i tragi-comici, il fruitore fruirà il livello “che può”, a seconda della cultura, della padronanza linguistica, di quella sonoro-musicale, a seconda della capacità immaginativa, della fantasia, e dell’intuizione che gli consentirà di saltare da un livello all’altro, da un rimando interno ad uno esterno. Ecco, scrivere tenendo questa rotta, non significa scrivere pensando alla “larghezza” ipotetica del pubblico, alle cifre (quanti lettori? Quanti spettatori?), bensì significa fare sì che si creino le condizioni affinché un pubblico possa determinarsi, un pubblico “pubblico”. Cos’è un pubblico “pubblico”? È un pubblico che fonda il suo motivo d’essere nella sua varietà, non nel suo numero. 3 persone appartenenti a ceti diversi, con formazioni e orizzonti culturali diversi, con gradi diversi di conoscenza dei mezzi poetici e della storia della poesia, beh, questi tre sono già un esempio di pubblico “pubblico”. 50 poeti o specialisti della poesia (appunto: professori, ricercatori, etc.) che assistono ad una lettura sono un pubblico “privato”. Credo che scrivere pensando a quei 3 sia un esercizio di democrazia, oltre che, naturalmente, di stile, e, ovviamente, di poetica (fermo restando che in quei 3 potrebbe esserci un poeta o uno “specialista”).

    Un’altra nota – che ha sollevato Gabriel Del Sarto (anche in altre circostanze, se non erro): l’educazione è fondamentale, non escludiamola a priori, con pessimismo (la società di massa, la scuola di massa, i media di massa, etc.). Gabriel ha ragione. Io sono un insegnante e sento come sia sempre più influente nella mia scrittura il mio lavoro. Cercare di far appassionare alla poesia i miei studenti è una sfida, e il più delle volte una sfida che va a buon fine (non grazie a me, ma grazie a loro). C’è una grande voglia di poesia nei ragazzi di 16, 17 18 anni. All’inizio la loro lontananza/diffidenza è dovuta ad un sentimento di “inadeguatezza” (normale sentimento nell’adolescenza): credono che la poesia sia lontana miglia e miglia, sia qualcosa di troppo alto, inafferrabile e soprattutto di colto (hanno in mente Dante, Petrarca), la sentono lontana dalla loro vita quotidiana, dai loro problemi. Quando però cominciano ad acquisire gli strumenti, allora la paura piano piano svanisce (quando scoprono una sineddoche, o quando riescono a visualizzare il ritmo del testo, la scansione metrica, etc., “esultano” come avessero segnato un gol..). Il poeta scende dalla torretta in cui abitava nei loro pensieri. Più umano diventa, più hanno voglia di leggere e studiare (e ai fini educativi gli aneddoti sulle vite dei poeti credo abbiano una funzione primaria: quella di “invogliare” a leggere i testi).

    Ultima annotazione per Marisa, Piero & Com: non rispondo a chi non ha il coraggio di firmarsi (Matteo, è compito tuo gestire queste situazioni) e con chi usa certi toni. Ti dirò di più: quando mi accolli una etichetta “padana” commetti un errore che rivela la tua maleducazione oltre che la tua ignoranza: ho sempre detto di essere di Trieste, e Trieste, caro cugino di Marisa o Piero o chi tu sia, non è in Val Padana (però se vai a Trento, con il ponte sei a Trieste in un baleno).

    Un caro saluto a tutti quelli che hanno portato avanti la discussione serenamente. Tutti i vosti commenti sono interessanti e pieni di spunti (perdonate se non riesco a essere molto presente ma, come già vi ho detto, sono senza pc).

    Luigi Nacci

    anonimo

    21 novembre 2005 at 11:59

  22. ps:

    prendo a spunto ancora Gabriel. Tu parli di Turoldo. Hai ragione. Che sia stato o no un grande poeta, sicuramente ha cercato l’Altro. Idem, a mio giudizio, Danilo Dolci (anche Zanzotto e Luzi gi avevano riconosciuto questa grande voglia di comunicare).
    Ma potremmo seguitare con altri nomi…

    Luigi

    anonimo

    21 novembre 2005 at 12:05

  23. confermo la voglia di conoscere la poesia da parte delle nuove generazioni, tra parentesi mi capita spesso di trovare ragazzi che alla poesia si avvicinano per pulsione. e questo è un punto importante, non è vero che la musica sia un veicolo particolare, migliore di un altro, ci sono persone scusate la banalità che dall’arte contemporanea prendono quello che altri prendono dalla narrativa o dal teatro ecc.

    il punto su cui mi soffermo però e a volte mi pare una cosina è che sia implicita o esplicità la necessità che il lettore si rivolga a un pubblico senza che questo significhi una botta d’ego o al max. si parla di jerking off se invece del singolo si parla di micro-gruppo.
    il punto su cui pongo e contropongo il mio sguardo è quella necessità di conformarsi, o di assecondare l’ipotetica massa (che non è il discorso di luigi) anche solo per il semplice motivo che il pubblico optò per barabba in un altro caso…

    e così credo che chi dirige collane, e chi sta nelle case editrici non debba chiedersi cosa il pubblico voglia, o cosa comprerà, ma fare un discorso di realtà.
    formare consumatori consapevoli, che non si avvicineranno 1 volta in massa, ma in qualcuno di meno, ma per tutta la vita.
    ieri pomeriggio ero in una libreria, e in 20 minuti hanno acquistato sotto il mio naso 5,6 libri di poesia. e non parlo di metropoli.

    anonimo

    21 novembre 2005 at 13:13

  24. (matteo fantuzzi). scusate son rincoglionito e scrivo non da casa.

    anonimo

    21 novembre 2005 at 13:14

  25. Quello che dice Nacci lo condivido appieno, con la precisazione che, per me, l’incontro con il pubblico avviene in una sala, dove il singolo poeta incontra un pubblico ventuo per ascoltare le sue poesie. Quando c’è reading collettivo si fa inevitabilmente vetrina, inoltre: c’è rumore di fondo, il poeta non fa in tempo a creare la tensione necessaria alla sua poesia, spesso gli altri poeti che hanno già letto sono distratti e quelli che leggeranno pensano ai propri testi…

    gugl

    anonimo

    21 novembre 2005 at 13:56

  26. però come sai è più facile che un pubblico neofita riesca ad avvicinarsi a un reading con un poco di interscambio d’autori, magari senza raggiungere l’esagerata (anche fisica) vetrina della scorsa settimana a castel san pietro terme.

    (matteo)

    anonimo

    21 novembre 2005 at 14:55

  27. Eppure credo che questo patto col pubblico non possa sussistere nella poesia. Non mi convince. La poesia tra le arti è senza dubbio una delle meno riducibili al prodotto di massa e al largo consumo. Nella poesia il lettore non trova situazioni dentro alle quali riconoscersi. Purtroppo nota la presenza di un soggetto che parla prima di tutto di sé, anche quando gioca a nascondere l’io. La poesia necessita di una partecipazione maggiore che non sempre il lettore è disposto a concedere. Non c’è un filo del discorso palese. Presuppone un approccio diverso, secondo il quale il linguaggio da strumento/soglia di accesso ad una storia, diventa esso stesso la rete dentro la quale buttarsi e farsi assorbire a rischio di perdervicisi. Nella poesia bisogna sporcarsi l’anima un po’ di più. E non tutti i lettori sono disposti a farlo.

    vocativo

    21 novembre 2005 at 17:08

  28. Luigi, mi piacerebbe conoscere alcune tue modalità di lavoro coi ragazzi. Mi sarebbero di aiuto, credo.
    Mi puoi scrivere? gabriel@alaldar.it
    Ciao
    Gds

    aladar72

    21 novembre 2005 at 17:18

  29. Sfido chiunque, egregio prof. Nacci (tranne la sua presunzione dottorale) a leggere nel mio intervento anche solo una parvenza di insulto nei suoi confronti o di chiunque altro: ho troppo rispetto del mio prossimo, qualità che Lei sicuramente non frequenta, stando almeno alla sua risposta. C’era, sicuramente, rabbia, ironia, ma non nei suoi confronti (a Lei, pensi, attribuivo la lodevolissima intenzione di voler contribuire alla costruzione di una “comunità” dove la distanza poeta-lettore fosse azzerata), solo nei confronti di quanti, e sono tanti, non fanno altro che scriversi addosso e innalzare muri che impediscono ogni forma di dialogo.
    Se Lei poi scambia un generico “dovete” (e non “dobbiamo”, perchè non sono una scrittrice) per un imperativo assoluto e si fa interprete anche delle intenzioni degli altri, vuol dire che, magari, per ragioni rispettabilissime, non stava leggendo con l’attenzione di cui è solito: non è compito di uno studioso, e di un insegnante di letteratura poi, avvicinare anche lo spirito, non solo la lettera, di un testo? non è Dante a parlare di uso allegorico del linguaggio? (magari il “bisogna depadanizzarsi” che L’ha tanto offesa non era un riferimento geografico, ma un invito generalizzato a uscire fuori dagli steccati e dalle piccole patrie, anche letterarie).

    Cordialmente

    p.s.

    1) Mi chiamo Marisa Sofia Degiovannini e abito a Busto Garolfo, provincia di Milano, in Via per Dairago 162/A.

    2) Non ho un blog con finestrella dove apparire in tutto lo splendore dei miei sessantadue anni e delle migliaia di libri con cui ho riempito la mia esistenza e la mia casa (ce ne sono due anche dell’esimio prof. Nacci).

    3) Non conosco il signor Piero, ma non l’avrei insultato per nessuna ragione al mondo, figuriamoci nel caso avesse osato muovere una garbata critica contro un mio scritto.

    4) Chiedo umilmente al signor Matteo Fantuzzi se posso ancora postare sul suo blog o se, per farlo, devo prima declinare le mie generalità al prof. Nacci.

    Con stima per tutti, ricordando che è dal confronto anche aspro che nascono le idee più durature. Tutto sta ad accettarlo.

    anonimo

    21 novembre 2005 at 18:16

  30. boni… state boni…
    (rispolvero il vecchio cavallo di battaglia di della meiana memoria)
    marisa, il problema del blog è che spesso ci si fraintende, per questo l’esplosione di faccine e altre amenità perchè non si può gesticolare, non si sente il linguaggio nei toni…
    ergo, via i dott, i prof, i titoli nobiliari o le tessere della p2 chiamiamoci per nome come s’è sempre fatto e ripartiamo da capo. (in effetti nemmeno io avevo sentito quello che luigi poteva umanamente avere sentito e che quindi ha fatto bene a dire di aver sentito… questa frase la mia prof. di italiano al liceo me la avrebbe segnata con una bella matita blu)
    torniamo al detto e ti chiedo Marisa: perchè nonostante recinti e padanìe la tua casa è piena di libri di poesia così come quella di altri e come secondo te bisognerebbe fare per evitare soprattutto ai neofiti questi steccati.
    ad esempio io sono molto affezionato ai reading a grosso numero di partecipanti e eterogeneità perchè permette il dialogo che difficilmente se no si ha, soprattutto in realtà piccole a livello territoriale che forse non si possono permettere il ciclo di incontri ma che possono incontrare la poesia coi propri autori per poi potere percorrere un loro personale percorso extra-evento.
    (appello a tutti: fate i percorsi con le scuole)

    matteofantuzzi

    22 novembre 2005 at 06:52

  31. Egregia Marisa Sofia Degiovannini, mi spiace ma lungi da me la boria di chi antepone un titolo. Io parlavo di insegnamento, di ragazzi, e non mi crogiolavo nei miei presunti titoli. Dopodiché, mi fa molto piacere che lei abbia due miei libri, ma potrebbe gentilmente dirmi quali? Perchè io ho sì pubblicato in antologie, ma di libri ne ho stampato uno solo, per ora, in tiratura limitatissima, e, dal momento che nemmeno io ne possiedo una copia, mi domando come possa possederne lei.

    gabriel: ti scriverò, abbi solo pazienza perchè, come già dicevo, in questi giorni sono su internet solo di passaggio. farebeb piacere anche a me confrontarmi sui metodi di insegnamento.

    vocativo: ci sono i generi in narrativa, non ci sono anche in poesia? chi l’ha detto che tutta la poesia debba per forza essere ricondotta ad un genere autobiografico? chi l’ha detto che il suo soggetto principale sia sempre l’io, l’Io?

    luigi

    anonimo

    22 novembre 2005 at 09:39

  32. se di generi vogliamo parlare in poesia, be’, mi sa che i confini sono molto più sottili (sto pensando sempre ad una poesia non epica, per inciso), ma qui non si parla di generi, bensì di fruizione e delle sue modalità. Purtroppo non sono a casa, avrei voluto citare un passo di Alain, ma a memoria faccio un po’ acqua…

    Tuttavia, luigi, anche quando si vuole parlare di “parola plurale” e non di soggetto, o si vuole parlare di poesia che affronta argomenti di varia natura (non so, penso ad una splendida poesia dedicata a Bagdad da Tony Harrison o ad alcune “liriche” di Brecht), ritengo sempre che questo accada al di fuori, ben al di fuori di un patto con i lettori. I poeti e i lettori di poesia si cercano tra di loro, sono molto diversi da un pubblico che si vuol chiamare pubblico.
    Sia ben chiaro, ciò non toglie che la tua fede in tale possibilità sia lodevole. Solo, sono un po’ scettico, ecco tutto.

    vocativo

    anonimo

    22 novembre 2005 at 09:59

  33. Innanzitutto, ringrazio Nacci per aver tirato un bel sasso nello stagno. E, avendolo fatto con l’utilizzo di rilevante muscolatura intellettuale, ha sollevato l’attenzione che il problema dovrebbe avere anche se fosse esplicitato con un semplice: “Ma per chi diavolo scrivete, ché non vi legge nessuno?”. Sottoscrivo in pieno, col sangue, le sue perplessità sui pregiudizi espressi sotto la forma dell’equivalenza comunicatività=banalità. Mi scuso quindi sin da adesso se non sarò all’altezza argomentativa del discorso, ma appunto è una questione di muscolatura (che non ho) e non di dileggio (anzi!). Scrivo come so di quel che penso. Niente di più, niente di meno.

    Evidentemente io e il signor Lanfranchi abbiamo diverse conoscenze in comune perché vediamo la stessa cosa (ne ho parlato in un “Atelier” di molto tempo fa), quando individua un potenziale pubblico ideale (colto, curioso, disponibile all’apprendimento di nuove abilità, attratto dai linguaggi del contemporaneo…) che non si sognerebbe mai di comprare un libro di poesia. O almeno non di poesia italiana attuale, con quel che passa il convento. Magari acquista Prevert, Neruda, Lee Master, perfino Montale e Pasolini in edicola, Seamus Heaney e la Szimborska al supermercato… ma Viviani no. Ha provato una volta a sfogliare il suo Oscar in libreria o a casa di amici oppure qualcuno ha avuto pure l’ardire di regalarglielo per il compleanno. Ma lui proprio… oh, non ce l’ha fatta! Va a vedersi i film di Lars Von Trier e colleziona i DVD di Jodorowski, assiste quando può ai concerti di “Sentieri selvaggi” (mica solo Einaudi e Arvo Part, eh! è andato a sentire pure Stokowski, Goebbels, Del Corno…) legge Amos Oz e la Kristof, va a vedersi le mostre di Cattelan o Klein o Santiago Serra, ma Viviani…. cazzo, proprio non ce la fa. E nemmeno Cucchi (altro Oscar). Guarda… tanto tanto arriva a leggere un paio di poesie di Giuseppe Conte e Roberto Mussapi, ma alla lunga si annoia (però la poesia su Tardelli se la ricorda a memoria; e anche qualche poesiola di Palazzeschi imparata alle medie). Con Zanzotto non ci prova neanche perché ha visto che ci sono i disegnini, ha intuito che non ci capirebbe niente e non vuol far la figura del cretino con i compagni di teatro (sì, ha l’abbonamento al CRT, è sedotto dall’ironia della compagnia Kinkaleri, dalla visionarietà della Societas Raffaello Sanzio e dalla poesia del Teatro della Valdoca…. Ah, ho detto poesia? Scusate… ho sbagliato! La Gualtieri poi… non l’antologizzano nemmeno!) perché sulla trasparente grandezza di Zanzotto non ha mai sentito dubitare nessuno in tutta la sua fitta vita di relazioni intellettuali. Una volta ha provato a comprare il libro di Aldo Nove & co. perché c’erano dentro i nomi dei suoi cantanti preferiti ma i suoi amici poeti (ne conosce qualcuno ma li frequenta raramente perché si annoia: preferisce stare a casa a vedersi i DVD di Wong Kar Wai) gli hanno fatto una menata tale che non ha avuto poi il coraggio di parlarne con nessuno.
    Insomma, questo signore, è proprio un signor Rossi (non Tiziano, eh!), è un preciso prodotto della società della comunicazione. Abbagliato dalla multidiscinarietà, sedotto da alcuni squarci comunicativi di arti al confine tra popolare e colto, assorbito dai tormentoni musicali di Keith Jarrett (aaaaaargh!) e di Bernhard, e quindi di Vitaliano Trevisan (secondo il primo principio della logoritmodinamica Bernhard+Jarrett=Trevisan), crede (ah ah ah) di non accontentarsi dei soliti prodotti televisivi e dei linguaggi del marketing e in verità non sa, il poveretto, che è vittima di una illusione ottica. Non sa il nostro, che la vera e unica arte capace di instaurare una relazione linguistica ed estetica non banale è rimasta la poesia. Quella italiana in particolare, che infatti all’estero va a ruba (perché lì non sono mica rincitrulliti da Mediaset, come noi) ma nel nostro paese langue sugli scaffali. Anzi, sugli scaffali non ci arriva più, vittima della cecità dei librari, dei presidi delle scuole, dei ministri, degli assessori alla cultura e alla pubblica istruzione, degli insegnanti di italiano, dei pubblicitari, degli editori, dei programmatori culturali, dei giornalisti di cultura, dei giovani irresponsabili che giocano solo a playstation, degli edicolanti, dei vicini di casa, dei genitori e dei fratelli dei poeti e pure degli amici del bar con cui non c’è mai verso di fare un discorso serio sull’ultimo libro di Magrelli! E certo che poi i poeti si lamentano! Non c’è nemmeno uno che li ascolta. Solo gli altri poeti, ma solo perché vogliono essere a loro volta ascoltati. E poi che pensare di quei giovani (e meno giovani) che si sparano o si drogano o vanno alla deriva o abbracciano una assoluta infelicità perché nel mondo non trovano più poesia. Che stupidi! La verità è che non sanno vederla nel luogo dove così chiaramente è. Nelle riviste e nei libri di poesia.

    Martino Baldi

    Marziller

    22 novembre 2005 at 11:56

  34. Chiedo scusa, non ho nessuna intenzione di rubare spazio a un dibattito che si fa sempre più interessante: solo una piccola comunicazione per chiudere (definitivamente) una parentesi privata che credo non interessi nessuno.

    Al prof. Nacci: così, andando a lume di (scarsa) memoria (non ho tempo né forze, in questo momento, per mettere a soqquadro cinquanta metri di casa: non saprei più come muovermi):
    1) di sicuro due antologie;
    2) di sicuro almeno tre riviste che riportano suoi testi;
    3) un librino molto bello e curato (anche graficamente) trovato su un banchetto a Mantova all’ultimo festival letteratura (se vuole, appena posso glielo fotocopio); nell’occasione ho anche comprato un CD con una performance poetica di un suo caro amico;
    4) una cartella rossa (le piace il colore che ho scelto?) contenente una quindicina di testi poetici scaricati da vari siti (ricordo, in particolare, se la memoria non m’inganna, un “cimitero postmoderno” degli ultimi che mai saranno i primi che mi aveva molto colpita)- e una decina di fogli, fotocopie di recensioni e interventi critici;
    5)… il mio indirizzo ce l’ha: mi invii una copia del suo prossimo libro, ma faccia in fretta perché ho già la mia bella età.

    Goodbye, my dear old young.

    m.

    anonimo

    22 novembre 2005 at 14:39

  35. marisa per carità non mi si senta vecchia a 62 anni. martino, io forse ho capito male ma assicuro che all’estero della poesia italiana non può fregare di meno, anzi è mostruosamente non cagata… v. vecchio articolo sulla francia e 1 altro che vorrei mandarvi sulla svezia e sull’estonia (sic…) che però ancora non ho pubblicato perchè il blog ha i suoi ritmi e i suoi discorsi e io vi sono debitore ancora di 1 “cartolina dalla svezia”: comunque io non do le colpe al “sistema”, se il sistema è brutto si lotterà per averne un altro (è ovvio che era una provocazione, anzi quand’è che riporti tra noi il marziller ?), se il sistema è rincoglionito si lavorerà per farlo disirincoglionire. zanzotto è altro oltre i disegnini, dobbiamo fare capire cosa c’è oltre i disegnini, ma dobbiamo spiegarlo, dobbiamo mediarla ‘sta cazzo di poesia, se no i cantautori sono poesia… l’arte è poesia… è tutta poesia tranne la poesia e questo io l’ho sempre visto come segno di necessità poetica surrogata verso altre forme più che rincoglionimento del pubblico (ipotetico, reale… quel che è): perchè fino a quando saremo un mucchio di stronzi boriosi e arrivisti che non lavora sulla “ciccia” troppo presa a scannarsi a vicenda nell’immaginario collettivo, con tutto il rispetto farà chiunque bene a non fregarsene minimamente della poesia.

    anonimo

    22 novembre 2005 at 15:23

  36. (matteo fantuzzi), soccia tutte le volte mi scordo…

    anonimo

    22 novembre 2005 at 15:24

  37. mat, zanz ha sempre lavorato sulla ciccia, ma rimane aut per i media! che facciamo: ri-mediamo?

    gugl

    anonimo

    22 novembre 2005 at 16:01

  38. Matteo, troppo computer oggi? Non cogli più l’ironia? Ci siamo così disabituati a prendersi meno sul serio? – Anche se mi sembri un po’ rincoglionito in questo tardo pomeriggio 🙂 ti faccio i complimenti per il sito. Torno dopo tanto tempo e lo trovo molto migliorato e – miracolosamente – un vero luogo di discussione. Marziller invece non torna e non tornerà. C’è bisogno di concentrazione e non di polverizzazione. Di piazze e caffè, e non di salotti e videogiochi. Qui, a giudicare dagli ultimi post, mi sembra che si sia un pezzo avanti e anche per questo qualcuno potrà vederci anche i limiti di certa “società poetica”. Perché in effetti, si sta facendo società.

    A scanso d’equivoci, ritengo che il sistema sia rincoglionito tanto quanto la poesia sia in gran parte autoreferenziale, perchè schiacciata su posizione non comunicative e ipertecniche, su fusioni a freddo, su postmodernismi da laboratorio chimico o redazione di libretti ideologici. Come se il jazz fossero solo Albert Ayler e Don Byron e la musica contemporanea solo La Monte Young e John Cage. Insomma… giusto che ci siano entrambi. Ma a nessun musicologo sensato verrebbe mai in mente di tacciare di “banalità” – che so – Stan Getz, Chet Baker (dovrebbe passare sul mio corpo!) o Michael Nyman. E, pur amando alla follia Charles Mingus e John Coltrane, non vorrei mai vivere in un mondo in cui non siano vissuti i Beatles, Antonio Carlos Jobim o Frank Sinatra (credo i tre maggiori collettori di diritti d’autore). Giustamente, poi la gente pensa che la poesia sia quella dei cantautori, perché di quel bisogno di poesia lì, (la vogliamo chiamare “poesia leggera” per analogia con “musica leggera”? in senso largo naturalmente) la poesia stampata non se ne occupa mai. Poi, in tutti gli altri settori, casomai il problema è che le espressioni “colte” hanno meno spazio di quelle popolari; nella società dei poeti invece vengono sostenute invece quasi solamente le forme colte ed esoteriche, ed è per questo che la poesia non interessa più a nessuno. Ma, insomma, son cose che vado ripetendo da anni e ormai mi sento rincoglionito pure io a ribadirlo.

    Cordiali saluti a tutti.

    Martino

    Marziller

    22 novembre 2005 at 16:02

  39. Caro Marziller 🙂
    il fatto è che la poesia sembra rifiutare ormai ogni forma popolare, ogni compromesso.
    Però, che i Rafafello Sanzio siano un’altra faccia dell’illusione dei media, avrei i miei dubbi, eh! (almeno per me sono una delle forme più alte dell’arte italiana).

    PS
    gugl che hai bevuto a pranzo? dico sulla ciccia di zanzotto 😉

    vocativo

    anonimo

    22 novembre 2005 at 17:22

  40. ehm, penso… un raboso del piave, per restare in aree geograficamente affini.
    :))

    voc

    anonimo

    22 novembre 2005 at 17:24

  41. GNINT CH’AL SIA AL SO POST

    Emilio Rentocchini e Alberto Bellini

    Venerdì 25 novembre – ore 21.30

    Bottega d’Oltremare – via Fenuzzi 8 Sassuolo

    Come si può trasformare oggetti dall’uso quotidiano in opere d’arte originali: beni relazionali da acquistare, conservare, collezionare?

    La Bottega d’Oltremare di Sassuolo, sede del mercato equo e solidale e luogo di socialità, volontariato e scambio, ci prova da quattro anni proponendo l’incontro tra la creatività di un artista locale con l’artigianato “made in dignity” proposto dalle organizzazioni del sud del mondo.

    Dopo le performance di Franco Huller, Giancarlo Valentini e Alberto Gasparini, quest’anno a donare tempo, disponibilità e inventiva sono stati i sassolesi Emilio Rentocchini ed Alberto Bellini capaci di ricostruire un percorso di parole ed immagini volto a raccontare a fotogrammi il poema del nostro negativo luminoso quotidiano.

    Considerato tra i più importanti poeti dialettali contemporanei il primo, fotografo amatoriale e apprezzato compositore di haiku il secondo, i due hanno realizzato una sessantina di album fotografici: pezzi unici che raccolgono in modo originale tra le tinte del paesaggio emiliano e il lirismo del nostro dialetto le idee simpatetiche, cognitive, ironiche e struggenti alla base del lavoro di Rentocchini.

    L’appuntamento di venerdì, una serata di presentazione e lettura delle opere rielaborate in questi mesi a sostegno delle botteghe del mondo e dei progetti della cooperativa Oltremare, si inserisce nel solco di chi da differenti punti di vista artistici, ha coniugato i concetti di “equo” ed “arte” proponendo espressioni figurative su biglietti in carta solidale.

    “Con la cognizione – riprendendo le parole di Rentocchini – che scrivere significa ‘scrivere per capire’, cioè, per esistere consapevolmente in sintonia col mondo, non ignorando, però, che il mondo sfugge ad ogni abbraccio, se non a quello siderale e muto delle stelle”.

    Con il patrocinio del Comune di Sassuolo

    Con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena.

    Per informazioni

    Alessandro Micich

    relazioni@coopoltremare.ithttp://www.coopoltremare.it

    anonimo

    22 novembre 2005 at 18:26

  42. no, no confermo martino avevo colto l’ironia. però hai comunque toccato corde sulle quali mi infervoro: la tesi comunque è giusta SONO TREMENDAMENTE RINCOGLIONITO. il passaggio secondo me (ma poi lo dici anche tu… lo ribadisce stefano ecc.) è che non si deve abbassare il registro, invece comincio a vedere tentativi in tal senso. tentativi di pop poetry ? britney spears della poesia (maschietti e femminucce eh !)? che non significa ovviamente che tutti si debba essere oscuri, ma ancora una volta che vi sia quell’indissolubile sposalizio con la “realtà“, con quello che si è. che non vi sia “finzione”… che non si finga col lettore che si deve fidare di quello che diciamo… sono questi i discorsi cardine. secondo me.

    a zanzotto ri-mediamo, in fondo lo abbiamo fatto con lucio fontana… con burri… è un patrimonio nazionale che dobbiamo difendere (siete liberi di sbertucciarmi) come molto ‘900 italiano anche quello recente, che non possiamo non ascoltare, non conoscere, non vivere oggi che il ‘900 è passato.

    matteofantuzzi

    22 novembre 2005 at 18:36

  43. “che la poesia sembra rifiutare ormai ogni forma popolare, ogni compromesso” è una teoria tua, e di altri, che rispetto ma che ritengo una pura parola d’ordine e niente di più. compromesso con cosa? appunto, con la comunicazione, con l’emozione, con la semplicità? vabbé… ho già detto la mia qui sopra.

    sulla Societas, vale quanto detto sopra a Matteo… ragazzi, ritarate un po’ il livello dell’ironia perché su quella vi vedo un po’ giù.
    o il mio testo era davvero così incomprensibile??? Devo proprio rispiegare la storia del Signor Rossi come una barzelletta raccontata male???

    Professor Nacci, mi aiuti lei… Mi corregga e mi spieghi che penso (e bevimmo o’ caffè). 🙂

    Marziller

    22 novembre 2005 at 20:38

  44. ma com’è che stasera in tutti i siti c’è una sentenza in napoletano?

    Mi assumo le responsabilità della frase virgolettata da Martino, ma non sono disposto a trattare! 🙂

    buona notte a tutti

    vocativo

    22 novembre 2005 at 21:31

  45. “Il poeta dovrebbe chiedersi: a chi sto facendo questo dono? Il mondo che sto donando avrà abbastanza musica, abbastanza ballerini, abbastanza piste da ballo, avrà i tempi, i battiti giusti? Le parole sussurrate all’orecchio si sentiranno o saranno coperte dalla musica? Quando smetterà di suonare l’orchestra? Torneranno a ballare quelli che ho invitato, o si stuferanno dopo la prima volta? Che cosa resterà di tutti quei passi, quegli sguardi, che cosa resterà di me, di noi?”

    Secondo me queste cose se le chiede muccino, non IL POETA. Io credo che si abbia necessità di rilassarsi e di non darsi troppa importanza perché vi assicuro, nel 1228 c’era un poeta perugino che pare che con le parole riuscisse a sradicare gli alberi: nessuno sa più niente di lui. Nel 1436 una donna che bruciava cominciò a pensare una serie di parole che se messe in sequenze mostravano dio: nessuno sa più niente di lei. Ieri sera ho scritto quattro pagine fitte fitte e visto che ero ubriaco ho fatto qualcosa che non mi ricordo ma stamattina le quattro pagine non c’erano più: immagino che a voi non freghi nulla ma cazzo, non sono dino campana e non mi ricordo assolutamente quello che avevo scritto. Quelle quattro pagine mi avrebbero aperto la strada per stoccolma ma cosa volete fare, nel 2236 ci sarà qualcuno, su un blog, che dirà: nel 2005 un poeta ubriaco scrisse quattro pagine fitte fitte e poi…

    A

    anonimo

    23 novembre 2005 at 04:27

  46. Comincio dall’ultimo. Rispondo al post 45 di “A”: se credi che queste cose se le chieda Muccino, perdonami ma significa che hai una concezione della poesia assolutamente elitaria che a me non interessa; se credi che al poeta non debba importare il destinatario sei fuori strada, e quando parli di poeti perugini del Duecento a me vengono in mente solo San Francecso e Jacopone: il primo aveva talmente voglia di comunicare da parlare anche ai lupi; il secondo pure lui si fece francescano, e pure della frangia più “fanatica”, per predicare (ovvero: “andar dicendo”) in lungo e in largo. Chiusa parentesi.

    concordo con Mr. Baldi (ma non mi chiamare prof.!): la poesia non può rifiutare le forme popolari, non può rifiutare nulla. e sarà un caso che uno degli studi più belli del ‘900 sulla poesia popolare l’abbia scritto Pasolini?

    Saba parlava de LA BUFFA come uno dei rari esempi nella tradizione italiana di un poema popolare non anonimo, essendo firmato da Camber Barni. Ma non per forza bisogna spingersi nelle pieghe più estreme del ‘900, nelle trincee per trovare queste prove. Non per forza parlare di “comunicatività” significa parlare di “popolare”, sarebbe un errore. Si può essere comunicativi senza fare una poesia popolare (mentre per fare una poesia popolare, è indispensabile essere comunicativi). Quando parlavo di generi, proponevo un altro tema di discussione: il fatto che siano spariti nella nostra poesia contemporanea (italiana) anche altre forme, come quella satirica, ad esempio. È un argomento che ho già tirato fuori in questa sede mesi fa, e citavo Montale a proposito. Montale ben lo sapeva e vedeva nella mancanza di questo “genere” un impoverimento della nostra produzione. Una cosa infatti sono i giochini cinici e ammiccanti (non li critico usando questi due aggettivi) del postmoderno, una cosa la poesia satirica (ovviamente parliamo di Giovenale, Marziale, etc., non di Zelig). Il tono “serioso” che prevale è a volte ridicolo. Soprattutto quando il “serioso” viene applicato alla propria autobiografia in versi (a volte non sono nemmeno versi) oppure alla Storia, con vaghe incursioni moraliste (mentre non è moralista il modo in cui Sinicco tratta la storia, per esempio: alternando modus epico e lirico evita pericolose derive autoritarie dell’autore-giudice).

    So che questo PATTO è difficile, ma liquidarlo come qualcuno di voi ha fatto è per me inconcepibile e segno di mancanza di rispetto verso il lettore/ascoltatore. Io ne ho rispetto, e ciò non implica un mio servilismo nei suoi confronti, ma mi preserva (spero) dalla torretta d’avorio, mi obbliga a chiedermi in continuazione perchè sto scrivendo, per chi, e chiedendomi per chi, mi chiedo poi quale linguaggio usare e alla fine mi chiedo, cercando di immedesimarmi in quei chi (in quelli che posso immaginare e in quelli che non posso), se qualcosa è passato e cosa, e il processo di riscrittura va avanti così: “io” è un destinatario, non il creatore assoluto. Il mio “io”, in mezzo agli altri “io” del mio pubblico immaginario, non è che un occhio/orecchio, un pezzo di carne e cervello che potrebbe abbandonarmi da un momento all’altro.

    Luigi

    anonimo

    23 novembre 2005 at 08:52

  47. popolare non significa “pop” (cioè in teoria sì, ma non in questo senso): la linea che persegui indica un percorso, la facilità con cui altri seguendo logiche di mercato (perchè purtroppo c’è anche quello, e cresce, e cresce, e cresce) porta a operazioni tipo “cannibali” ecc. dove a persone che all’interno del percorso erano perchè vi credevano fermamente altri stavano solo per comodo, perchè l’unico patto lo avevano fatto solo con loro stessi e il loro ego.
    evitiamo (quale che sia la strada) una “vadovetiportilcuorizzazione” della poesia e si abbia rispetto di chi fa discorsi differenti dai nostri (ma non con sfottimento) semplicemente dicendo “non concordo”, ma rispetto il tuo percorso e il tuo pensiero. matteo fantuzzi.

    A = Alessandro Ansuini

    anonimo

    23 novembre 2005 at 09:24

  48. ps per GABRIEL:

    ho provato a scriverti all’indirizzo che hai lasciato qui, ma mi è tornata indietro la mail!

    luigi

    anonimo

    23 novembre 2005 at 09:26

  49. non è che tutti quanti ci adagiamo su posizioni apodittiche? io per primo? forse…

    Proprio perché il patto è difficile la tua sfida è più coraggiosa e meritevole di rispetto. Ma io non ho questa buona volontà 🙂

    saluti a tutti

    voc

    anonimo

    23 novembre 2005 at 09:29

  50. E’ senza dubbio importante aver sollevato il problema (mi riferisco a Luigi Nacci), però il rischio di un incontro col pubblico di questi tempi potrebbe essere proprio una involuzione ed un incontro molto più in basso di quello previsto, dunque non “popolarizzazione”, ma “poppizzazione” (per legarmi a quanto scrive matteo)

    voc

    anonimo

    23 novembre 2005 at 09:38

  51. lì bisognerà essere estremamente bravi a non fare diventare pop il popular.

    ma ribadisco se si fa con “realtà” la cosa secondo me è fattibilissima. (e bloccherebbe le smanie pop)

    matteo fantuzzi.

    anonimo

    23 novembre 2005 at 10:09

  52. amen 🙂

    voc

    anonimo

    23 novembre 2005 at 10:49

  53. avevo inserito questo post sul blog di massimo orgiazzi:

    “secondo me il poeta può lavorare di ritorno, cioè dopo aver fatto circolare un poco la sua poesia. C’è un numero di Studi duemilleschi nel quale si intervistavano diversi poeti giovani e meno giovani (dico bene, Gugl?). Tra le varie cose si chiedeva loro per chi scrivessero e chi fosse il primo a leggere le loro poesie. Parecchi dicevano che dopo aver mostrato la poesia a qualche persona cara ci ritornavano per limarla. Così penso che qui ci sia un incontro (minimo, piccolo) tra il poeta e un pubblico/privato (questa andrebbe bene anche per l’ultimo post da Matteo Fantuzzi) e un incontro tra disegno creativo e disegno critico, che si completano e stimolano a vicenda.
    Perdonate la cazzata 🙂 ”

    voc

    PS
    lo so che è una cazzata, ma scusate 🙂

    anonimo

    23 novembre 2005 at 10:56

  54. Poco tempo a disposizione, allora dico rapidamente una sola cosa sul primo commento di Marziller (avrei anche da dire una cosa alla sig.ra Marisa, che ha le sue sacrosante ragioni, ma ci penso domani): sono abbastanza convinto che da qualche parte c’è un gruppo di giovani artisti contemporanei che discute del fatto che il pubblico colto e curioso vada in massa a vedere quell’appendibambini di Cattelan invece di godere delle loro meravigliose opere ultramediali.
    Questo si lega a quanto però Marziller dice nel secondo commento: dovrebbe esserci spazio per tutti.
    Io vivo nel mondo della ricerca (scientifica). Grossolanamente, esistono ricerca di base e ricerca applicata: la prima sviluppa concetti teorici che poi si applicano nella seconda con scopi più pratici. La seconda è quella “facile” da divulgare, e di conseguenza anche facile da finanziare (perché i politici capiscono meglio i possibili vantaggi). E’ quella che a volte finisce in TV, ma non esisterebbe senza la ricerca di base. Dirò di più: anche da ricercatore (applicato, come sono), leggere un articolo che descrive ricerche di base è difficile, ma è una difficoltà necessaria. In ogni caso, i principi alla base dei due generi di ricerca sono e devono rimanere gli stessi: una ricerca fatta male è fatta male e stop.
    Purtroppo devo correre a Trieste, ove mi dicono che stia nevicando, e quindi non posso finire la mia metafora esogena, che peccato.

    Vincenzo (Della Mea)

    anonimo

    23 novembre 2005 at 11:02

  55. Per Luigi: prova su gabriel.ds@tin.it
    Grazie
    Gabriel
    P.S. è fondamentale far leggere le proprie cose. Avere dei lettori giusti non sempre è facile. Io ne ho trovati alcuni, mi ritengo fortunato.

    aladar72

    23 novembre 2005 at 11:18

  56. questa sera sono a bologna nella sala del silenzio in vicolo bolognetti a bologna. domani a castelguelfo (bo) nel palazzo comunale assieme a (tra gli altri) gianfranco fabbri, stefano massari e francesca serragnoli. venerdì se non nevica a milano alla libreria mondadori con tra gli altri fabiano alborghetti.

    matteo.

    ps. il ruolo dei lettori è davvero fondamentale. in questo mi accodo a chi recentemente parlava di ascolto (che è un concetto reciproco…)
    pps. gruppo ipotetico o circostanziato vincenzo ?

    anonimo

    23 novembre 2005 at 12:00

  57. Lucio Mariani
    CONNAISSANCE DU TEMPS
    ARPENTEUR (L’). 96 pages – 15,00 €

    « L’homme qui épouse son époque doit s’attendre à devenir rapidement veuf », disait Joseph Brodsky. Le poète n’est pas seulement contemporain de son époque, il est contemporain de la nuit des temps. Lucio Mariani est né à Rome en 1936. Mais si le monde actuel affleure ou fait même durement saillie dans ses poèmes, cette contemporanéité n’occupe pas à elle seule l’espace de sa vision, de sa sensibilité et de son imaginaire. C’est l’un des traits les plus remarquables de cette poésie : elle condense une énorme continuité temporelle. À maints égards, Lucio Mariani est aussi proche de nous qu’il peut l’être d’un poète de l’Antiquité romaine : Catulle pour l’élégance et la perfection du vers, Martial pour les aiguillons acérés d’une satire épigrammatique, Virgile pour l’extrême sensibilité au paysage méditerranéen, Horace surtout, dans une oscillation entre stoïcisme et épicurisme, dans la sereine distance prise avec le monde environnant, dans les accents de la grâce comme dans ceux de la véhémence, et parce que l’on pourrait dire de Lucio Mariani ce que Nietzsche affirmait à propos du poète des Odes : « Cette mosaïque de mots où la force rayonne à la fois par l’ensemble et par le son, la place, le sens de chaque mot, ce minimum dans le choix et le nombre de signes, ce maximum dans l’énergie atteinte – tous cela est romain et, qu’on veuille bien me croire, la distinction par excellence. »
    Dans son élégance et sa luminosité toute méditerranéenne, la poésie de Lucio Mariani sait exalter la splendeur secrète de l’instant présent, tout comme elle peut affronter, dans leur trivialité et jusque dans leur horreur, les aspects les plus inquiétants du monde contemporain. Si le poète ressemble alors à Cassandre annonçant des issues funestes, il est aussi Orphée, dont le chant d’espérance ne saurait se résoudre à la mort.

    CONNAISSANCE DU TEMPS [2005], trad. de l’italien par Michel Orcel, postface de Jean-Baptiste Para, 96 pages, 130 x 215 mm. Collection L’Arpenteur, Gallimard -poes. ISBN 2070774996. Parution : 09-11-2005.

    anonimo

    23 novembre 2005 at 13:54

  58. inoltre: diamo a cesare quel che è di cesare e ad emiliano michelini quello che è di emiliano michelini, cioè l’uscita del libro in primis e anche del blog di gemma gaetani di cui avevamo parlato alcune settimane fa. grazie emiliano della segnalazione & auguri a gemma (che mi sa che sia nella stessa collana di melissa p. se ho capito bene).

    grazie emiliano per la segnalazione.

    matteofantuzzi

    23 novembre 2005 at 16:02

  59. Moltissima carne al fuoco, nel pezzo di Nacci e nei commenti; interagite con qualche sociolinguista? Potrebbe aiutare a costituire il “patto” di volta in volta, nei reading, in dipendenza dell’uditorio; o dare suggerimenti per una resa efficace ed omogenea. Un patto che funziona ancora bene è invece quello delle uscite dei libri, che si vogliono i momenti più importanti nella vita pubblica di un poeta. Allora ecco, Marziller ha appena tirato fuori presso Atelier “Capitoli della commedia”. Onore e attenzione al libro di Marziller. —GiusCo—

    anonimo

    23 novembre 2005 at 17:19

  60. Matteo: per “artisti” intendevo pittori/scultori/installatori/ etc, il termine nella sua accezione popolare, esclusi quindi gli scrittori. Gruppo ipotetico, of course.
    Aggiungo: il patto col pubblico deve essere fatto necessariamente col pubblico attuale? Nel post precedente, Christian citava Pagliarani come esempio di poeta in grado di comunicare: ma comunica adesso come 40 anni fa? Come è stato preso all’epoca dal pubblico colto? Nel caso non sia stato immediatamente compreso, il suo valore attuale è minore?

    anonimo

    23 novembre 2005 at 18:28

  61. Il commento #60 è mio, chiedo scusa.
    Vincenzo

    anonimo

    23 novembre 2005 at 18:32

  62. “se credi che al poeta non debba importare il destinatario sei fuori strada, e quando parli di poeti perugini del Duecento a me vengono in mente solo San Francecso e Jacopone: il primo aveva talmente voglia di comunicare da parlare anche ai lupi; il secondo pure lui si fece francescano, e pure della frangia più “fanatica”, per predicare (ovvero: “andar dicendo”) in lungo e in largo. Chiusa parentesi.”

    E chi lo dicer che sono fuori strada Necci, tu? Chiudila sul serio al parentesi, quella che riguarda le sciocchezze sulla comunicazione in poesia. Potrei star qui a portarti mille esempi di poeti che della tua comunicazione se ne fregavano e sei li a studiarli. Il problema dei poeti è proprio quello che hai tu, questa parentesi che vuole abbracciare qualcuno, qualcuno, sempre qualcuno, e nella ricerca muore. Tu sei uno che anche quando cena a casa da solo cucina, in realtà, per qualcun altro.
    Il lettore fa quello che gli pare, tu preoccupati di scrivere, e dico tu, per dire anche me, non è che ce l’ho con te, che nemmeno ti conosco, ce l’ho con questo modi di pensare che fa molto poesiamarketing.

    A
    (alessandro ansuini, scusate se non mi ero firmato.)

    A

    anonimo

    23 novembre 2005 at 22:22

  63. Nacci, non Necci, chiedo scusa per il refuso.

    A

    anonimo

    23 novembre 2005 at 22:42

  64. Ma via!

    Un giorno Dio apparì al profeta e gli disse: “Va’ e divulga agli uomini l’Unica Verità sulla poesia: di’ a quei poveri mentecatti che la smettano di scrivere per comunicare! E’ peccato capitale! E visto che ci sei, di’ pure ai cuochi che la smettano di cucinare per gli altri!”

    Ma smettiamola con questi diktat! “Il problema dei poeti è…”, “Preoccupati di…” “Bisogna che…” “E’ necessario che la poesia…”. Ansuini, io non ce l’ho con te, anzi non ce l’ho proprio con nessuno, ma uno che ha la pretesa di voler insegnare a un cuoco perfino ciò a cui dovrebbe pensare mentre cucina, tanto per restare in metafora… beh… spero che tu abbia un po’ d’autoironia e ti venga da ridere da solo a ripensare alla cazzata che hai detto.

    Marziller

    24 novembre 2005 at 00:39

  65. Marziller, non ho detto che è peccato comunicare, ma bensì che le chiacchiere sulla comunicazione, sui progetti di comunicazione in poesia sono quello che sono, ossia chiacchiere: “preoccuparsi” di quello che si va a comunicare non ha nulla a che vedere con quel moto iracondo, con quell’impeto d’urgenza che dovrebbe essere la poesia. Così la vedo io.

    A

    anonimo

    24 novembre 2005 at 04:53

  66. rimaniamo a “così la penso io” e “così la penso io” in maniera “cortese” (alessandro…) dato che parliamo del Duecento. in questo ovviamente si materializzano le varie possibili vie (però luigi non fa un riferimento al modo in cui lo hai inteso alessandro, ribadisco fa un percorso ben più ragionato che può essere però travisato da chi eventualmente la facesse troppo facile): esempio ieri sera uno ha detto: ora leggerò una mia poesia ermetica (…) in realtà era una poesia che non voleva dire un bel niente, nemmeno fosse stata solo criptica. ecco a farla facile… in questo senso non concordo ma ad esempio capisco le teorie di raboni quando parlava di ungaretti. (v. la parola innamorata, garzanti)

    matteo fantuzzi

    anonimo

    24 novembre 2005 at 06:36

  67. altra cosa: su librialice (link a sn.) intervista a gabriella sica sul libro della giacomozzi sulla poesia romana degli scorsi decenni di cui abbiamo già parlato (e per una volta io personalmente): un appunto, se il libro è scritto dalla giacomozzi, perchè intervistano la sica (contrariamente a parola plurale o l’antologia di piccini ecc. dove hanno intervistato gli autori, la sica in questo caso ha ricordo scritto l’introduzione) ?
    è una domanda.

    ps. scusa vincenzo, avevo pensato male.

    sempre matteo.

    anonimo

    24 novembre 2005 at 06:39

  68. Ansuini, e io non ho detto che la tua opinione non sia legittima. Ho criticato il fatto che tu voglia imporre a qualcun altro il modo di pensare.

    Noto che di nuovo concludi dicendoci cosa “dovrebbe essere la poesia”. Ora, una cosa è se concludi, come stavolta, con un “così la vedo io”. Altra cosa è se fai accompagnare le tue valutazioni giudicando come sciocchezze le opinioni di altri, imperando su come questi altri debbano agire, perfino permettendosi di giudicare la loro poetica come “problema” e infine avendo la pretesa di insegnar loro la propria reale identità (“Tu sei uno che anche…”.

    Il mio sarcasmo (che non voleva comunque essere offensivo, e se tale era interpretabile mi scuso) non era indirizzato alle tuo opinioni ma al tuo despotismo. E al despotismo si risponde con le pernacchie, come alle opinioni si risponde con opinioni.

    Marziller

    24 novembre 2005 at 08:08

  69. boni…

    e: lapsus pauroso !!! #66 non mi riferivo a “la parola innamorata” ma a “la poesia che si fa”.

    (mi sa che mi sono fatto anch’io, eh eh eh)

    matteofantuzzi

    24 novembre 2005 at 08:50

  70. Caro Ansuini,

    non posso che concordare con Baldi (Marziller). E ai diktat, alla maleducazione e alla mancanza di ironia, non rispondo nemmeno.

    Ringrazio Fantuzzi: il ragionamento andava, va in un’altra direzione. Se avessi voluto fare una pubblica lode della poesia-marketing, forse Matteo non l’avrebbe nemmeno pubblicata.. o forse sì, per darla in pasto (giustamente) ai leoni.

    Vorrei invece ripartire da alcuni post precedente. I nomi di coloro che hanno cercato di stabilire un patto. Procediamo con le pinze, in punta di piedi. Del Sarto ha detto: Turoldo. Io ho detto: Dolci. Potremmo però fare altri esempi, voi cosa ne pensate?

    Luigi

    anonimo

    24 novembre 2005 at 09:36

  71. leoni. leoni. 😉
    e io aggiungo ernesto calzavara.

    matteo

    matteofantuzzi

    24 novembre 2005 at 10:01

  72. calzavara, uhm, ho letto solo qualche testo qua e là. che libro mi consigli, matteo?

    luigi

    anonimo

    24 novembre 2005 at 10:13

  73. E’ veramente molto interessante (inter – esse) il dibattito che sta venendo fuori, anche grazie agli ultimi interventi che ho letto. Pur concordando pienamente con Nacci sul fatto che le posizioni oltranziste e pre-giudiziali non hanno nessun senso, perché nessun contributo ne può derivare alla discussione, mi piace ribadire, in primo luogo a me stessa, che la forza della dialettica (e del metodo che la sostanzia) è irrinunciabile: abbiamo sempre imparato, (quasi) tutti, sbattendo la testa contro il “giudizio”, il disaccordo e il disappunto degli altri, a maggior ragione credo valga in un campo, come quello della scrittura, dove si è totalmente esposti: se uno non vuole essere criticato (criticare = esprimere un giudizio) non pubblica, non si rende visibile.
    Vorrei prendeste le mie osservazioni nella loro vera natura, quella problematica, come domande aperte che chi scrive rivolge in primo luogo a se stessa; non sono verità: non ne ho, in nessun campo, e non ne voglio, perché credo, ho paura, che ciò possa impedirmi di “cercare” a tutto orizzonte, come ho sempre fatto nel corso della mia vita.
    Mi preme quindi ritornare al saggio da cui siamo partiti, alla domanda implicita da cui quello scritto prende le mosse: l’intentio auctoris, mai come in questo caso, è fondamentale, altrimenti si rischia di ragionare anche bene (perché no) intorno a un problema inesistente o, comunque, fuori dal campo specifico di osservazione: e la domanda è sulla (im)possibilità di costruire o meno una comunità dialogante intorno a quell’ “oggetto” (uso il termine esclusivamente nella sua accezione etimologica) singolare, unico, irripetibile che è la poesia. Sgombrato il campo, almeno per quanto mi riguarda, dall’idea che questo oggetto possa mai essere una “merce”, nel senso che possa mai avere un valore di scambio unicamente ed economicamente prezzabile (quando compro un libro di poesia, non penso a nessun investimento, solo al “piacere” che l’incontro/dialogo con una “voce” altra mi dà, perché mi costringe in ogni caso all’ascolto, alla “metamorfosi” che l’ascolto produce), ebbene rimane la questione veramente sostanziale di chi io sia, del “pubblico/pubblico” di cui Nacci parla. E continuo a ritenere, fatte salve le osservazioni che l’autore aggiunge sulla specificità del “dono” e dello “scambio” (simbolico), che pure condivido e apprezzo (in caso contrario, non si spiegherebbe perché non ho mai smesso – nei limiti delle mie possibilità – di acquistare libri di poesia!) – continuo a ritenere, dicevo, che dare un “volto” a quel pubblico sia il vero problema .
    La comunicazione che ricercate/ricerchiamo ha anche bisogno di un contesto (di un paese) che queste energie in qualche modo le produca, le stimoli e le assorba, anche per contrasto, nella pluralità di voci che sola può contribuire a definire l’ “oggetto” nel suo farsi e darsi come dono.
    Quale poesia può mai interessare un paese di consumatori predestinati, se non una poesia-merce,
    da festival nazionalpopolare, “una letteratura fatta di emozioni paratelevisive, che si nutre di tautologie, sterilizzata, disinfettata dall’angoscia quotidiana”? E’ e sarà sempre, una terra di nessuno senza misericordia e senza verbo, se il “dono” non si pone anche il problema di ridefinirsi in funzione della “creazione” di volti e di voci con cui dialogare. Forse il problema (e che problema!) sta tutto lì.
    Cosa si può proporre, da cosa partire? Rispondere significherebbe contraddire quanto ho detto all’inizio, precostituirsi una “verità” e, quindi, colpevolmente smettere di cercare. Delle ipotesi si possono fare, comunque, e da esse (non sto parlando delle mie) avanzare e muovere induttivamente, sapendo, in qualsiasi modo questa coscienza si manifesti, che è contro quella “terra di nessuno” che bisogna combattere, che è quella terra di nessuno che bisogna popolare.
    “Contro tutto questo”, diceva Pasolini, “voi non dovete fare altro (io credo) che continuare semplicemente ad essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito eventuali successi e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso”. Si, identificarsi col diverso, con ciò che tace, col silenzio, perché “c’è un’udibilità del silenzio che è già scrittura, pensiero”.

    “Se ho scritto è per pensiero
    perché ero in pensiero per la vita”
    (Antonella Anedda)
    Marisa D.

    anonimo

    24 novembre 2005 at 12:04

  74. per luigi, di calzavara senz’altro “le ave parole” garzanti 1984. tra parentesi fu proprio grazie a baldus che fu fatto un serio lavoro sull’opera di calzavara all’inizio degli anni ’90.

    marisa, secondo me le parole di pasolini ognuno di noi le dovrebbe tenere molto molto bene a mente.

    e aggiungo: se volete successo andate a “sarabanda”, l’uomo gatto ne ha 1000 e 1000 ancora di più che de angelis, cucchi, lello, sanguineti, zanzotto, montale ecc. ecc. ecc. e chiunque altro vi venga in mente.

    matteofantuzzi

    24 novembre 2005 at 15:14

  75. “Sarajevo, mon amour”

    giovedì 1 dicembre, alle ore 20,30, a dieci anni dalla fine della guerra di Bosnia, la figura di Izet Sarajlic, grande poeta di Sarajevo, Presidente onorario della Casa della poesia, cittadino onorario della città di Salerno, scomparso nel maggio del 2002.

    Sarà proiettata una nuova ed ampliata edizione, realizzata in occasione degli Incontri di Sarajevo dello scorso settembre, della video-lettera di Izet Sarajlić a Sinan Gudžević, nei terribili giorni dell’assedio di Sarajevo.

    Interverranno: Giancarlo Cavallo, Sinan Gudžević, Sergio Iagulli, Raffaella Marzano.

    “Izet Sarajlić, Sarajevo, febbraio 1994”
    Lettera a voce dalla Sarajevo assediata
    (di Marina e Andrea Achembach, film-video, sottotitolato in italiano, 1994/2005)

    Nel febbraio 1994, durante una tregua dell’assedio di Sarajevo due giornalisti tedeschi, Marina e Andreas Achembach, visitano Izet Sarajlić nella sua casa e registrano una commovente lettera a voce (il nuovo montaggio è di circa 50 minuti) indirizzata all’amico poeta Sinan Gudžević. È l’unico modo di comunicare e ne resta una drammatica testimonianza: sul progetto e sulla stesura del Libro degli addii, sulla situazione intellettuale nella città assediata, sul modo di vivere, sulla carestia, sulle famiglie divise, sull’amore che, non scomparso dalla città doveva, secondo lui, vincere sull’odio dei bombardamenti. Il poeta dà un interessante bilancio dei mondi fantasiosi e fittizi della letteratura mondiale che nella tragedia della guerra hanno rappresentato per lui un’oasi di umanità e di forza per resistere: citazioni, frasi, reminiscenze. Infine, Sarajlić conclude che la sorte di quei poeti che non si sono schierati con le ideologie nazionaliste dopo la terribile guerra sarà forse quella di errare nei luoghi provvisori, ancora da definire…

    Per l’occasione è possibile trovare materiali vari e una piccola antologia della poesia bosniaca di questi anni su http://www.casadellapoesia.org/blog/

    Casa della poesia è un progetto di Multimedia Edizioni supportato dalla Provincia di Salerno, dal Comune di Baronissi e nell’occasione dalla Salerno Energia.

    Giovedì 1 dicembre, 2005
    ore 20,30
    Casa della poesia
    Astrolabio Biblioteca–Mediateca
    Convento francescano della SS. Trinità
    Baronissi (Salerno)
    Info: 089/951621 – 347/6275911

    matteofantuzzi

    24 novembre 2005 at 15:16

  76. Poesia Industria

    questo ci vuole, altro che piano marketting:-)

    Abbraccio
    Christian

    anonimo

    24 novembre 2005 at 16:17

  77. Christian,
    sono un po’ limitato e non l’ho capita.
    La spiegheresti?

    Ateus

    anonimo

    24 novembre 2005 at 17:05

  78. ERNESTO CALZAVARA IN MEMORIA DI UN MAESTRO-FARFALLA

    Di Massimo Rizzante (da sud n.2)

    Sono più di tre anni che Ernesto Calzavara ci ha lasciato. È stato un grande poeta, grande, come ha detto una volta il suo celebre conterraneo Andrea Zanzotto, soprattutto «nel conciliare il dialetto e la tradizione all’azzardo di forme sperimentali». Calzavara è un grande poeta: l’essenza stessa della lingua poetica, infatti, coglie sempre nel presente i frutti di chi ha saputo coltivarla con fedeltà. Senza dimenticare che i poeti sono quegli uomini attraverso i quali la lingua vive, compiendo i suoi esperimenti più originali. E l’originalità dei grandi poeti non sta nel voler essere a tutti i costi originali, ma nel servire con onestà il loro strumento, la lingua, sia essa il dialetto di Dante, Di Giacomo o Tessa, consapevoli in ogni fibra e a ogni istante che quest’ultima così come li ha preceduti di molti secoli, sicuramente non può e non deve morire con loro. Più il poeta è consapevole della sua finitezza rispetto alle infinite risorse della lingua, più aumentano per lui le possibilità di non esserne abbandonato. «Un poeta è facile da distruggere – diceva Calzavara. Che cos’è un poeta? Non è che un foglio di carta». Eppure, come lui ben sapeva, per durare a lungo il poeta non può che persistere nella coscienza di questa fragilità. Cesare Segre ha detto giustamente che Calzavara era nato poeticamente due volte: quando negli anni ’40 pubblicò le sue prime prove e vent’anni dopo, quando con la raccolta Parole mate parole povàre del 1966 è diventato, per usare le parole di Vanni Scheiwiller, (il suo editore più fedele, anche a lui maestro indissociabile nella memoria di tanti poeti) «il primo poeta in dialetto del ’900 che abbia saputo gareggiare con i poeti delle avanguardie italiane e straniere». È difficile valutare il numero di morti e di rinascite che un poeta è in grado di sperimentare. Foss’anche solo per questo: che l’esperienza poetica insegna che non ci è mai concesso di ripetere più di una volta la stessa esperienza. Se a questo si aggiungono le letture antroposofiche dell’‘iniziato’ alle opere di Rudolf Steiner, il costante commercio che egli intratteneva con i misteri della reincarnazione e infine il suo amore connivente e catartico per il mondo animale, sentito come insostituibile trait d’union tra lo stadio minerale e il genere umano – tra la ‘piera’ e ‘l’omo’, per dirla nella sua lingua trevigiana -, bisogna concludere che soprattutto per un poeta come Calzavara il rinascere e il rimorire erano un esercizio quotidiano. Ancora oggi non mi sono del tutto chiare le leggi che hanno decretato la nostra amicizia. Questioni forse legate all’anima di chi scrive versi. Non certo alla corruzione dei corpi. In poesia può succedere che un uomo di ottantacinque anni, tanti ne aveva Calzavara quando dieci anni fa lo incontrai per la prima volta nella sua casa di Treviso, diventi amico di un ventinovenne. Se ne stava in un isolamento intellettuale sopportato con assoluta dignità, non so quanto voluto e quanto invece imputabile alla sordità del mondo che lo circondava. Nel 1990 era uscita, è vero, la sua summa, Ombre sui veri che raccoglieva il meglio della sua produzione. Ne era soddisfatto, ma sentiva «una ininterrotta distanza» rispetto alle ultime generazioni che, da artista, non poteva né voleva incolmabile. E fu proprio grazie all’entusiasmo di alcuni poeti, redattori e amici di “Baldus”, che le sue opere, soprattutto quelle degli anni ’70 e ’80 (da Come se. Infralogie del 1974, a Analfabeto del 1979, a Le Ave parole del 1984) vennero riscoperte e, come amava dire lui, «reinventate» da una ristretta ma agguerrita cerchia di nuovi lettori. Così negli ultimi anni la sua eterna insoddisfazione poté improvvisamente trasformarsi in eccitazione e tramutare il volto di un novantenne in una maschera infantile, pronta a infervorarsi per un accento, in lotta contro le proprie ricorrenti amnesie e quelle, ancora più imperdonabili, della critica. Ma anche se non l’avessi mai incontrato, mi resterebbe, come a tutti i suoi lettori sconosciuti, la verità della sua opera. Mi resterebbe l’universalità del suo dialetto, un dialetto capace di qualsiasi tema, che si vuole capace di qualsiasi tema, fino alla provocatoria e perfino irresponsabile pretesa di far parte di un mondo che apparentemente non è più il suo. Mi resterebbe il suo cosmo in continua ebollizione, travaso di materia divina e mondana, sempre in bilico tra domande escatologiche e risposte arciterrene, specchio delle molteplici lingue del mondo con cui l’uomo contemporaneo compone, aggregando materiali diversissimi, la sua esistenza sempre più affollata di codici, segni, parole. A Calzavara devo poi qualcosa a cui non riesco ancora a dare un nome preciso, qualcosa che si apprende solo a prezzo altissimo nel corso di un lungo esperimento, quale è sempre stata per lui la vita, e che non trovo di meglio che formulare con le sue stesse parole, tratte dal suo ultimo piccolo libro, Rio terrà dei pensieri: «Restare sempre il padre, mai il figlio del proprio sogno». Questo naturalmente non ha significato per Calzavara abbandonare il proprio sogno poetico. Semmai, non rinunciare a renderlo umano e comprensibile, grazie alla sua spontanea umiltà e ironia. Confessava spesso di non appartenere alla categoria dei ‘creatori’ (nella quale inseriva volentieri Dio, qualche divinità egizia e gli stilisti), bensì a quella degli ‘esploratori’, di chi cerca con affanno e di tanto in tanto «acciuffa qualche rara farfalla». «La verità poetica – ha scritto – non è che un’ombra di ciò che realmente il poeta vede e intuisce. L’ombra di una farfalla».

    Nota biobibliografica Ernesto Calzavara, uno dei poeti in dialetto tra i più importanti della seconda metà del ‘900 italiano, nato a Treviso il 24 agosto del 1907 e morto il 19 agosto del 2000. Trasferitosi dopo la laurea a Milano nel corso degli anni ‘30, esercitò per tutta la vita la professione di avvocato. Iniziata la sua carriera poetica verso la fine degli anni ’40 con alcune esili plaquettes pubblicate privatamente, Calzavara s’impose all’attenzione dei critici e dei lettori soprattutto negli anni ’60 e ’70 (ma non vanno dimenticate la raccolta Le ave parole del 1984 uscita per Garzanti e l’antologia Ombre sui veri del 1990, pubblicata congiuntamente per Garzanti e Scheiwiller e riedita nel 2001) con alcune opere in versi dove per la prima volta le tecniche e le poetiche moderne della poesia in lingua fecero irruzione nella tradizione della poesia dialettale. La sua ultima opera, Rio terrà dei pensieri, originale e composito collage di poesia, aforismi e note critiche, è stata edita da Scheiwiller nel 1996.

    L’altro ieri ho trovato in una bancarella di Bologna a 6 euro “Come se. Infralogie” (scheiwiller 1974) ed ero contento come una pasqua.

    AP

    anonimo

    24 novembre 2005 at 17:48

  79. essendo “contento” e a bologna credo tu non sia antonella… (quindi sei…?) comunque hai tuuuutta la mia invidia perchè quel libro non ce l’ho. a bologna fino ad alcuni giorni fa c’erano una serie di bancarelle in zona stazione dei treni con una serie paurosa di libri di poesia, dei roversi originali ecc.
    peccato i pezzi.
    ps. christian. l’industria produce scorie… e chi le smaltisce ? 😉
    matteo (in partenza per milano)

    anonimo

    25 novembre 2005 at 06:48

  80. Sono Adriano Padua, scusami ho il viziaccio della firma sbrigativa, ma ho visto che su liberinversi c’è un ap che semina zizzania e poi altri ap (anche absolute poetry potrebbe sintetizzarsi con un ap)e allora preciso. Le bancarelle sono proprio quelle, mi sono svenato! 30 euro lezione di fisica di pagliarani, prima ed. feltrinelli!!!! Non ho resistito…..Matteo complimenti per il blog, lo seguo da un po’, saluti a luigi e christian

    anonimo

    25 novembre 2005 at 10:41

  81. LA TO VITA.

    La to vita e in mezo ghe ghera le cose
    La to vita e in mezo ghe ghera persone

    e da par tuto, sempre, parole.

    Ernesto Calzavara (da come se. infralogie, 1974)

    anonimo

    25 novembre 2005 at 10:53

  82. industria in latino, caro matteo, e poi, tu che sei già morto, non sei una scoria? 🙂
    christian

    anonimo

    25 novembre 2005 at 11:23

  83. Marisa,

    ecco, questo credo sia un buon modo per aprire una discussione e un dialogo, non i toni di prima. Sgombero subito il campo: hai ragione da vendere quando dici che chi pubblica si mette alla gogna, certo. E non mi tiro indietro mai dalla gogna. Quando poi citi Pasolini non posso che concordare. E proprio Pasolini, colui che spiazzava sempre tutto e tutti, prima di tutti se stesso, era un vero comunicatore (amava ogni mezzo di comunicazione nuovo, non ne aveva paura, e contemporaneamente aveva uno spirito a tratti “bucolico”, antico-paesano), non abbassava mai il tiro, non degradava la parola, ma sapeva cambiare contesto e cambiare immediatamente linguaggio, aveva un grande rispetto per l’ascoltatore, il lettore o lo spettatore, di qualcunque tipo egli o ella fosse. O no? Era sub-dolo il suo andare in-(s)contro? Era preparato a tavolino? O davvero Pasolini era un donatore capace di differenziare decine e decine di doni diversi, a seconda delle feste, dei riti, delle tribù da incontrare?

    Luigi

    anonimo

    25 novembre 2005 at 12:45

  84. Caro Luigi,

    sono combattuto tra due pulsioni, come due vettori contrastanti in questo tuo intervento. Nella prefazione al mio primo libro, un poeta di grande consapevolezza critica come Fernando Bandini – (professore di Stilistica e metrica a Padova e a Ginevra)- riconosceva giustamente tra le mie ascendenze, sia una matrice dantesco-stilnovistica che una di tipo orfico (soprattutto Rimbaud): ma vedeva un orfismo molto diverso dalla parola alonata degli ermetici per una mia capacità, secondo le sue parole, di intagliare oggetti concreti in una lingua nitida e precisa e per richiamare una dimensione Altra, non già in un platonico e nebuloso mondo delle idee, ma nel vissuto storico…
    Sicuramente in questo gioca il mio cristianesimo dell’Incarnazione, il realismo che frena ogni volo pindarico e ogni tentazione di mondi separati… Nonostante questo, da un po’ di anni scrivo (e progetto un secondo libro da pubb. senza fretta) tenendo conto proprio di quel patto di cui parli e sentendo proprio l’esigenza di una poesia come gesto comunicativo verso la comunità…Non so per le cose più vecchie, ma sicuramente per le nuove io credo di essere uno di quei poeti (così come Rondoni e altri…) che guadagnerebbero se esistesse davvero un pubblico della poesia (non ne gioverebbero invece i poeti-intellettualoidi che piacciono a Cortellessa…)…Quindi il mio lavoro recente tiene conto esattamente di tutto quello che tu scrivi nel tuo post…
    Penso però anche a quello che diceva Manlio Sgalambro in un film di Franco Battiato: la scena in cui presenta un libro affermando la superiorità dell’espressività, vera prerogativa umana, rispetto alla comunicatività che pertiene anche agli insetti…
    Da qui la mia perplessità su teorizzazioni troppo rigide riguardo la necessità, un po’ dogmatica, di una poesia chiara, leggibile e, dunque, comunicativa…Appunto per questa differenza sostanziale tra ESPRESSIONE e COMUNICAZIONE, già teorizzata dai linguisti che distinguevano tra il messaggio poetico e il messaggio comunicativo…
    Credo che alla fine conti la forza e la bellezza di un testo (comunicativo o oscuro che sia) altrimenti si dovrebbe arrivare a dire che la poesia di Dylan Thomas, o il Rimbaud delle Illuminazioni, così oscuri, non dovrebbero avere grandi lettori (invece mi pare sia il contrario)…
    Cioè bisognerebbe chiedersi se la comunicazione possa accadere anche in modi oscuri e un po’ misteriosi prescindendo da una chiarezza di linguaggio.
    Ovviamente tu patrocini l’urgenza della referenzialità rispetto all’autoreferenzialità: ma, secondo il tuo ragionamento, un autore come Mallarmé sarebbe un versificatore o uno che va a capo…
    Infine, non so se è il poeta che deve andare verso il pubblico o il pubblico verso il poeta…
    Citi i paesi dell’Est (in particolare la Russia) e il Sudamerica dove però la gente ha un legame molto più intenso, profondo e viscerale con la poesia…
    Orbene, ti chiedo: è un problema di pubblico o di poeti, perché i patti si fanno in due…

    Saluti

    Andrea Margiotta

    anonimo

    25 novembre 2005 at 16:49

  85. Matteo: il senso del mio discorso era che Cattelan è paragonabile alla Szymborska, mentre esisteranno esperienze artistiche in fieri che non sono note e/o apprezzabili dal pubblico colto e curioso esattamente come il 99% della poesia contemporanea.

    anonimo

    25 novembre 2005 at 21:40

  86. ragazzi: cattelan, calzavara, zanzotto…
    veneto amore mio:-)

    gugl

    anonimo

    26 novembre 2005 at 07:47

  87. Io forse a questo punto non ho capito bene di che patto si sta parlando: col pubblico della poesia, per la poesia, o col pubblico, per altro?
    Tra Turoldo e Calzavara io una differenza abbastanza sostanziale la vedo. Come scrive Gabriel, Turoldo non sarà stato un grande poeta, ma. Ho anch’io grande ammirazione per l’uomo, l’intellettuale Turoldo, però per il poeta un po’ meno. Il poeta Calzavara invece è ben altro (sempre secondo me). Se quindi stiamo parlando del pubblico della poesia, mi va bene Calzavara, Turoldo meno; Dolci lo conosco poco.
    Ma il poeta deve scrivere per il pubblico del suo presente? Secondo me non è obbligatorio. E’ frustrante, ma spesso la poesia è un messaggio rivolto al futuro. Quanti leggevano Leopardi in vivo?

    anonimo

    26 novembre 2005 at 08:24

  88. la neve…ed il traffico bloccato….hanno impedito l’arrivo a milano.

    Spero sia andata bene.

    oltrenauta

    26 novembre 2005 at 09:43

  89. A Milano è andata bene. Sala piena, gente in piedi (nonostante lo sciopero ATM). Begli interventi di Oldani e Pontiggia, discrete in generale le letture dei poeti, ottima la gestione di LietoColle (non lo scrivo perchè sono di parte, ma per dato di fatto …)che ha reso il tutto frizzante, mai noioso. Una buona serata.
    fabiano

    anonimo

    26 novembre 2005 at 17:37

  90. Simpatici ragazzi: qui si discetta di organizzazione della poesia, del suo ruolo nell’universo mondo, ma poi, quando si tratta di venire a leggere un testo (nello specifico, la mia bacheca): buonanotte suonatori! Allora deduco che è molto più facile parlare della Poesia che leggerla.
    La Poesia è molto offesa.
    E badate, su L’opinione del mare si pubblicano testi di autori che non coincidono MAI con i gestori del blog.

    Tutti la evocano, nessuno la legge!
    A voi la risposta.
    Graphic.

    splonder

    26 novembre 2005 at 20:32

  91. allora:
    adriano ti invidio ancora di più, in effetti c’è un’esplosione di ap. un mio caro amico poeta ha una collezione in tal senso da paura, tutti i libri degli anni ’70 ed. originale e 1a edizione… roba da svenire. più che una libreria un museo domestico. e ne approfitto per salutarlo perchè so che legge ‘sto posticin.

    christian: esatto sono il buon vecchio letame che produce metano che ti dà una mano…

    andrea su rimbaud ha ragione… alcuni meccanismi sono sinceramente oscuri, o chiari ma brutti da esprimere.

    vincenzo becca bene il punto. poi consideriamo che inquadrata l’analisi di nacci ognuno dà le proprie soluzioni, e anche in quelle si dissente… io ho fatto gongolare stefano per esempio 😉

    a milàn tutto bene tranne il traffico, faccio notare che causa sciopero non sono potuto andare in treno ma almeno non ho pagato l’autostrada causa protesta casellanti. detto questo ringrazio anche pubblicamente fabiano, padrone di casa – cicerone impeccabile e gentilissimo, fraterno. anche la cena molto piacevole e semplice. un bel pomeriggio.

    matteofantuzzi

    27 novembre 2005 at 08:53

  92. splonder, dopo aver parlato tanto di poeti e poesia mi viene voglia di parlare di gestrori e gestione (dei blog)… detto questo hai fatto un mucchio di spam in giro per i siti che ti assicuro non è mai gradito.
    lasciando perdere i libri questo sito ora fa sì che ca. 200 persone mi mandino in casella di posta le loro cose, le leggo tutte, consiglio e do pareri se vedo delle capacità.
    considerando che la mia giornata è di 24h… come vedi spessissimo faccio fatica a entrare anche nelle discussioni degli altri blog, e a volte sinceramente mi spiace. insomma non chiederti perchè il tuo blog ha pochi ospiti ma lavora per renderlo il più ospitale possibile e gli ospiti arriveranno (e questo vale anche per la poesia). detto tra noi: se qui non sono pubblicate poesie sebbene si parli di poesia un motivo ci sarà… chiediti quale.

    matteofantuzzi

    27 novembre 2005 at 09:05

  93. Con toni più cauti allora mi sento di contrapporre al patto con il lettore, proposto dal nacci, il patto del poeta con sé stesso. Il poeta scommette su di sé. Diviene sincero. Si mostra in tutta la sua nudità. Il poeta smette di cercare un editore. il poeta ignora le critiche, i dibattiti, i concorsi a premi, le tavole rotonde. Il poeta si fa i libri da solo, scende in strada e li legge, il poeta vende da solo i suoi libri. Il poeta ritrovando sé stesso ritrova anche la sua vera natura, il lettore se vuole se ne accorgerà, altrimenti no, ma gli va data la possibilità di ASCOLTARE o FRUIRE la poesia. Quindi, secondo me, il poeta dovrebbe PORTARE la poesia al lettore, invece che stare a fare i dibattiti sul come FARLO ENTRARE IN LIBRERIA A COMPARE UN LIBRO DI POESIA. L’organizzazione di eventi letterari, come quelli proposti da Matteo o, in antitesi, gli slam poetry da lui ( e da me) detestati sono cose che fanno bene alla poesia. Se ascoltassi dai poeti, una volta, una vera proposta di cambio di marcia di proposizione della propria poesia non mi scalderei tanto, ma continuare ad ascoltare la lagna “che non si legge poesia” mi ha, ufficialmente, stancato.
    Portiamogliela, la poesia, leggiamo nelle panetterie, nelle macellerie, nei centri commerciali, nelle piazze, nei cimiteri, orgianizziamo eventi, scambiamoci i posti per le letture, questo vorrei, non autori che vanno dove sta riccardi con il libro in tasca per elemosinare una pubblicazione che leggeranno in 6, parenti compresi.
    Spero di essere stato più chiaro e meno invasivo nelle certezze altrui.

    A

    anonimo

    27 novembre 2005 at 14:48

  94. Al # 93.

    Un affettuoso, fraterno abbraccio.

    Marisa

    anonimo

    27 novembre 2005 at 15:10

  95. è amore reciproco marisa, già dai tuoi post precedenti.

    A

    anonimo

    27 novembre 2005 at 15:28

  96. che carini…

    matteofantuzzi

    27 novembre 2005 at 18:09

  97. Mah, chissa’ perche’, Fantuzzi. Io sono ancora convinto che voi facciate del gossip poetico. Devi dimostrare tu il motivo per cui non ospiti i testi. Che ne so io: non sono il mago zurli’. Mi inviti a chiedermi perche’…
    Io non faccio spam per i motivi che tu pensi: faccio spam perche’, non sapendo quanto sia fastidioso lo spam, cerco di rendermi piu’ visibile. Sono un po’ nuovo e ingenuo, in fatto di blog.
    Quanti anni hai Fantuzzi? Una quarantina, visto con quale organizzata supponenza conduci questo gioco. A me, sinceramente, sapere come aveva l’alito Raboni o quanta ne faceva Pasolini, interessa poco. Interessa poco anche sapere degli incontri a Milano, Torino e Varese (mi prende solo rabbia perche’ non ci posso andare….) Da me vengono i lettori giusti, anche se pochi. Venivo qui per esortarti a leggere qualcosa di alternativo, come oggi la Silvana Grasso, (che si potra’ condividere o meno, ma e’ pur sempre una certa nota fuori dal coro).
    Quindi, caro fantuzzi, e qui la smetto, io non sono interessato a chiedermi del perche’ non si pubblichino testi e tu non sembri interessato a leggere tutti i testi in cui ti imbatti Preferisci il taglia e cuci? Sembrerebbe di si’…
    Comunque, detto questo, ti dico anche che il tuo blog mi piace: ha una sua funzione logistica, ma dovresti venire da me per prendere atto, con il tempo, che la bacheca non fa ne’ gossip ne’polemiche: “affigge” soltanto le poesie: e quelle parlano, nel bene e nel male.
    Cordialmente,
    Redazione Graphic

    splonder

    27 novembre 2005 at 23:09

  98. Il patto con se stessi: concordo con Alessandro (che poi divenire sinceri significhi necessariamente il susseguente elenco delle cose da fare o non fare, questo non lo so).
    Ieri ho ripreso in mano per l’ennesima volta “Andare in Cina a piedi” di Giovanni Giudici (E/O, 1992). E ho ritrovato il seguente passo:

    “Tu scrivi da quarant’anni poesie come se fossero destinate ad un pubblico, che esiste però soltanto nella tua immaginazione” mi diceva tempo fa per telefono un illustre Collega (e può darsi che egli avesse in qualche modo ragione e che dunque sarebbe per me consigliabile mutare un po’ di registro, scrivere forse in chiave più iniziatica o magari non scrivere affatto: chissà).
    D’altra parte bisogna vedere che cosa s’intenda per “pubblico”. Per esempio, nel corso di un’intervista, alla domanda su quale fosse il tipo di lettore che avrei auspicato per i miei versi, mi è accaduto di rispondere non troppo scherzosamente: “Uno come me quando leggo Machado”. (…) Però quello del “me” che legge Machado resta un dato di fatto, perché Machado è uno dei tre o quattro poeti ai quali di tanto in tanto continuo a rivolgermi: con tutto lo scoramento che in certe sere mi spinge a prendere dallo scaffale l’ormai consunto volume delle Poesìas completas, a cercare conforto nella limpidezza e nella musica del suo verso, a specchiarmi nella disarmata autenticità del suo sentimento, a vivere le sue parole come se Lui, da un tempo ormai lontano, le avesse scritte quasi apposta per me, per il mio proprio uso e riuso.

    Vincenzo

    anonimo

    28 novembre 2005 at 12:19

  99. splonder, senza alcuna polemica, tu fai bene a sottolineare (come tutti) se qualcosa non ti aggrada. ecco magari non mi pare di avere mai parlato di raboni e pasolini in quei termini, o delle costole di d’annunzio… però me ne hanno tanta della “parrucchiera”. comunque: fai bene. il problema del monotesto poetico è che esso potrebbe essere la vetta o il baratro di un poeta. ogni luogo ha la sua “linea editoriale”: orgiazzi per esempio ha molto pubblico e molta discussione, ma pubblica sillogi almeno (perchè tutto il libro non si può) e questo è già più interessante se si vuole intraprendere quella strada. qui si parla di questo, di quello ecc. ma con la volontà di fare in modo che se uno è interessato si faccia la sua ricerca… vada dal libraio o in biblioteca… dialoghi col libro e con la carta… con la rivista. il blog ripeto sempre non è una rivista, certi discorsi che vadano oltre a “pollice verso” o “pollice alzato” non si possono fare, però se è usato bene può portare (si spera) qualcuno ad appasionarsi, almeno questo avevo pensato possibile 3-4 anni fa non mi ricordo, quando ho aperto ‘sto luogo. poi oggi ha questa forma, dovuta anche al fatto che non lo posso più seguire come un tempo… è buona ? è cattiva ? mah… certo nemmeno lontanamente perfetta. per migliorarla puoi darmi una mano anche tu se vuoi. i commenti son qua per questo (e vale per tutti). io offro il salotto e la ciccia la dovete portare voi 😉

    insomma affiggi di più, allarga il muro perchè con un testo solo io di silvana grasso (o chi per essa, escluso chi già conosco ovviamente) non so che pensare…

    anonimo

    28 novembre 2005 at 13:46

  100. (matteo)

    anonimo

    28 novembre 2005 at 13:47

  101. A Matteo un complimento per la pubblicazione su Nuovi Argomenti.
    A presto, Gianfri

    nestore22

    28 novembre 2005 at 17:07

  102. grazie gianfranco.

    matteofantuzzi

    29 novembre 2005 at 09:21

  103. Vincenzo, credo il pubblico, come argomento da trattare, non debba essere un problema. Trattiamo, è nostra forma mentis evidentemente, molti argomenti (ahimè non nuovi, ma oramai vecchi di 50 anni se non 100) come un momento di problem solving. Probabilmente quando si parla di pubblico, dovremmo prima andare a fondo su ciò che, scrivendo, ci interessa fare, ovvero è il nostro fare che semmai è rilevante, o no. Il fatto che una cosa possa risultare rilevante per un pubblico, è comunque effetto dell’opera, e generalmente ciò dipende proprio dalla capacità stessa dell’autore di mettere in discussione i fondamenti della propria opera, ovvero un spostarsi dall’averla vissuta scrivendola, interrogarsi se funziona, se è migliorabile (probabilmente anche con una certa ipercriticità), ed essere sempre attenti a questo aspetto ma anche comprendendo che questa eleborazione critica necessita anche un periodo di gestazione molto lungo (almeno per me, circa 3-5 anni, per essere più o meno convinto delle raccolte che ho scritto). Ma questo non significa solo porsi nel problema, ma anche attendere magari qualche spunto ulteriore, e secondo me non giocare la poesia esclusivamente in un testo, ma su più piani, su rimandi. Allargare la visione. Infatti quando parlavo di esecuzione, spesso qui, l’ho fatto anche come possibilità di test, ma ritorniamo sotto quel fare critico di un autore che domanda a se stesso (osservando altri da sé, le diverse reazioni, risposte all’opera) quale sia la tenuta direi “ecologica” dell’evento/accadimento poesia:-) Il pubblico non è un fine, la finalità è l’opera nella sua costruzione e quindi anche nella sua presenza perché eseguibile in diversi momenti e grazie a strumenti differenti. Quindi quale sarà il patto che l’autore costruisce tra se stesso e il pubblico? L’opera, e non esclusivamente nella sua problematicità teorica, frutto di una creazione,o pratica, frutto di un’esecuzione, ma nella possibilità straordinaria del suo accadere. Ho letto, un libro di Tassoni, sull’interpretazione, credo, ed ad un certo punto mi ha fatto anche arrabbare quando diceva che in pratica il circuito tra opera, suoi referenti, interpretazione/costruzione significati, non dipendeva dall’intenzionalità o meno dell’autore in fase di formazione. In parte ciò è vero, l’artista non controlla (a priori) molti effetti dell’opera, ma può apprendere dai”test-esecuzione” come a grandi linee essa si comporta (nella sua molteplice possibilità di essere interpretabile), e può far tesoro di questa esperienza, è una sorta di apprendimento. Inoltre l’artista deve essere anche capace, per evolversi, di poter violare ciò che ha fatto, e in parte questa capacità dipende dall’allargamento delle sue ipotesi sulle, appunto, “molteplici possibilità dell’opera”; deve poter correre consapevolmente rischi, ma più che rischi credo sia la volontà di esplorare nuove possibilità interpretative a motivarlo. Poi, gli effetti, li testerà, è naturale, nei più svariati modi. Secondo me non è naturale scrivere e non dare in pasto alla folla ciò che si è fatto.
    Christian

    anonimo

    29 novembre 2005 at 12:35

  104. è il discorso che spesso faccio di come christian spesso nel reading l’autore capisca pregi e difetti della propria opera (cioè non nel senso se il pubblico sbadiglia o esulta, nella dimensione personale, privata di chi “fa”)

    matteofantuzzi

    30 novembre 2005 at 10:12

  105. Sì Matteo… cmq l’articolo di nacci è molto passionale, certamente puntato sul snobismo artistico medio dei poeti italiani sul quale si sono innestate le lobby, lobbyne e lobbycine. Però in fondo è molto sociologico ma scarso per quanto riguarda il discorso sull’opera quando parla di comunicazione, ne parla come un bambino di fronte a dribbling di maradona, ma oggi lo posso dire, mi sento come Gentile nell’82, e visto che per qualche giorno Luigi non vedrà la mail, essendo impegnato con Pillan nello slam vimercatese, lo posso anche prendere sonoramente in giro, anche se devo essere sincero parteggio per lui e sono curioso di sapere come domani andrà a finire! Posso fare un po di “Markette”, visto che mentre loro due sono a divertirsi io sto organizzando questo…?

    FINAL ACT atti di poesia e teatro, Circuito Europeo di Reading – 7ª tappa

    Giovedì 8 dicembre, Sala grande, Casa Nuova, Università di Trieste

    Ore 20.00
    Da ” LA SCUOLA DELLE MOGLI ” di Molière, un rituale omaggio post barocco ad Eros e a Pan celebrato, con il contributo di alcuni spettatori, da: Vilma Baggio, Giancarla Ceccoli, Lucia Cornacchia, Irene Lazzarin, Valentina Lot, Fiorella Mion, Marco Moras, Paola Perricone, Pablo Socolovsky. Regia Gianna Danielis. Consulenza per la commedia dell’arte di Fabio Scaramucci. Oggetti scenici di Fulvia Dall’Agnese , Pino De Stefano e Sergio Tavagna.
    Il misogino sacrificherebbe il femminile sull’altare di un purismo privo di vita e sessualità, nutrito dai canoni del luogo comune. Tolto il malinteso, chiarito tutto, viene a mancare quel magma, quel caos, quel brodo primordiale da cui è sorto l’universo. Spezzato in due principi opposti l’ossimoro, l’uomo comune incontra nell’alternativa l’impossibilità a procedere. Giunge a meta chi, rinnegata la politica del sentimento, affida il fare al rigore non disgiunto dalla follia dell’arte e dell’invenzione.

    Ore 21.30
    ” CASTA DIVA “, testo di Silvia Plath, protagonista Federica Guerra diretta da Gianna Danielis. Viaggio in una incognita per voyeurs provvisti di una lieve pila. (se la devono portare la pila!).
    Una donna ritrova la propria castità nello spossessamento totale, in un affidamento incestuoso all’altro, ..mentre i rossi tulipani.”.si aprono come la bocca di un grande felino africano…” e l’acqua che assaggia, calda e salata come il mare.”.viene da un paese lontanissimo come la salute.”

    Ore 22.00
    ” PASSANDO PER NEW YORK “, testi di Christian Sinicco, testo di Luigi Nacci, regia di Gianna Danielis, aiuto regia Fiorella Mion. Disegno luci Pino De Stefano, colonna sonora a cura di Aldo Fabbro.
    La guerra distribuisce la morte come terapia sociale, come psicofarmaco, come profilassi. Movente: l’amore, con le sue contraddizioni, come empito estremo di salvezza.
    Guerre di religione che sono religioni di guerra, in una società e politica dottrinarie. La poesia, nel cui enigma vive la verità, è cancellata da un’ideologia che funziona da elettroshock.
    Resettato l’originario il nulla è il teatro della follia, del macello, della carne in “brani e in “versi”.
    Interpreti: Vilma Baggio, Lucia Cornacchia, Irene Lazzarin, Fiorella Mion, Marco Moras, Paola Perricone, Antonella Rizzuti e Giuseppe Sangiovanni.

    Ore 22.30
    ” AVRAI POCHE COSE MA QUELLE LE AVRAI “, testo di Luigi Nacci, regia di Gianna Danielis, aiuto regia Fiorella Mion. Disegno luci Pino De Stefano, colonna sonora a cura di Aldo Fabbro.
    Il protagonista celebra la vita in un ammiccamento alla morte, che sembra essere un traghetto verso l’eternità delle cose che per qualche verso gli sono appartenute o sfuggite e che grazie al desiderio sono divenute parte della sua mitologia.
    Gli attori svolgono il tema come un inno ad Eros.
    Interpreti: Vilma Baggio, Lucia Cornacchia, Irene Lazzarin, Fiorella Mion, Marco Moras, Paola Perricone, Antonella Rizzuti e Giuseppe Sangiovanni.

    Venerdì 9 dicembre, ore 18.30
    Knulp, bar equo e solidale
    Via Madonna del Mare 7/a

    “POETRY RING” domande a raffica, ganci e montanti per riprese da 3 minuti, a cura di MATTEO DANIELI e a partire dai libri: CAPITOLI DELLA COMMEDIA di Martino Baldi (Atelier); POEMA MARINO DI ESZTER di Luigi Nacci (Battello Stampatore); POESIE DELLA NON MORTE di Jacopo Ricciardi (Scheiwiller); PASSANDO PER NEW YORK di Christian Sinicco e CONTROSOLE di Anna Toscano (Lietocolle).

    Sabato 10 dicembre, ore 21.00
    Caffè San Marco, Via Battisti 19

    “TRIESTE POETRY SLAM” aperto a tutti. Raccolta delle adesioni dalle ore 19.30 presso il Caffè San Marco. In speciali batterie parteciperanno i poeti della “nuova scena zagabrese” Ivan Šamija, Silvestar Vrljić, Marijana Šutić. Per informazioni: info@ammutinati.com

    anonimo

    1 dicembre 2005 at 16:23

  106. marketta marketta… ho riportato la cosa anche sopra.

    matteofantuzzi

    2 dicembre 2005 at 09:01


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