UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Parola plurale di Grazia Casagrande.

Questa antologia di poeti del secondo Novecento edita da Sossella rappresenta uno dei più ampi e autorevoli testi di riferimento per chiunque voglia avvicinarsi alle espressioni poetiche a noi più vicine. Due degli otto curatori, Andrea Cortellessa e Giancarlo Alfano, raccontano con quale logica hanno operato la selezione e quale finalità hanno perseguito.

Parola plurale è stata curata da otto diversi critici. Innanzitutto come avete compiuto la selezione?

Giancarlo Alfano. La scelta è stata collegiale, nel senso che siamo partiti da una rosa di nomi noti a tutti e che tutti credevamo essere centrali in questi ultimi trent’anni (erano venticinque in partenza perché abbiamo iniziato nel 2000), e poi ciascuno di noi ha portato nomi ed esperienze che riteneva potessero entrare per comporre un disegno più complesso. Dopo circa un anno di discussioni uscì una prima rosa a cui seguirono vari lavori di verifica. E, come credo sia chiaro scorrendo l’indice, i ritocchi hanno riguardato i giovani, tutti quelli nati dopo il ’70, per fare due nomi Elisa Biagini e Florinda Fusco: voci molto caratterizzanti e piuttosto importanti, inserite procedendo nel confronto.

Andrea Cortellessa. C’è in tutte le operazioni antologiche una specie di doppio versante. Da una parte l’antologista deve rispettare quelli che sono i canoni sedimentati, condivisi: se faccio un’antologia del primo Novecento senza Ungaretti, posso giustificare la mia antipatia per questo poeta in tutti i modi, ma compio un’operazione che in sede antologica non è legittima: togliendo Ungaretti non capirò nulla della poesia successiva, che si è in gran parte evoluta a partire da lui sia accettandolo sia, e tanto più, rifiutandolo. Così come non si può tralasciare D’Annunzio. Sono autori che possono piacere o meno, ma che hanno una funzione storica imprescindibile, quindi qualsiasi antologia che ometta un nome di questo genere si consegna a un ruolo militante e di tendenza e questa non era la nostra intenzione. Fatte le debite proporzioni, la stessa cosa abbiamo pensato di fare anche per quanto riguarda il repertorio che va dagli anni Settanta a oggi: una serie di autori, che possono anche piacerci meno, ma che in qualche misura hanno condizionato l’evoluzione del linguaggio poetico italiano in positivo o in negativo, influenzando altri autori oppure incoraggiandoli a fare scelte diametralmente opposte alle loro, sono stati considerati imprescindibili. Faccio un esempio pratico, Giuseppe Conte: è un autore che nessuno degli antologisti ha caro, anzi direi che tutti lo hanno profondamente in disdoro, però da un punto di vista storico la sua valenza è imprescindibile, la sua interpretazione del ruolo del poeta, del linguaggio poetico stesso, il suo precoce postmodernismo, che poi di questo si tratta, sono passaggi inaggirabili; può essere criticato, e io mi sono preso la briga di farlo nell’introdurre i suoi testi, ma non si può omettere la sua figura.

Avete una data di avvio: perché il 1975?

Giancarlo Alfano. Nel 1975 succedono una serie di cose importanti: da una parte, una generazione pregressa, quella di Montale tra i nonni e di Pasolini tra i padri, arriva fatalmente alla sua conclusione con il Nobel a Montale e la morte tragica di Pasolini: è una stagione che in qualche modo finisce. E poi al contrario nel 1975, data che tutti noi abbiamo concordato, emergono altri testi, in particolare con l’antologia Il pubblico della poesia esce allo scoperto una nuova generazione. O perché esordiscono poeti come Michelangelo Coviello, oppure perché autori come Giuseppe Conte trovano espressione matura. Il ’75, come spesso capita, è una data arbitraria come avviene sempre quando si deve fare una periodizzazione, però consente di vedere la conclusione di una stagione poetica e l’avvio di una diversa.

Come siete riusciti a lavorare in così tanti?

Giancarlo Alfano. La spinta all’inizio è venuta da Cortellessa che ci ha radunati; per circa sei, sette mesi ci siamo confrontati per email, poi abbiamo fatto un primo grande incontro a Roma dall’editore che ci ha ospitati e in quella sede è stata scelta la prima rosa di nomi di cui parlavo prima; dopodiché il lavoro è stato piuttosto intenso perché ciascuno di noi curava la voce di un poeta. Nel mio caso preparai per prima quella di Gabriele Frasca, la spedii a tutti e ricevetti molte segnalazioni anche negative. Quella prima voce servì perché fu la prima in assoluto e ci aiutò a chiarire come volevamo uscissero i cappelli introduttivi, quanto dovesse essere ampia l’antologizzazione e così via. Per sintetizzare: da una parte il confronto collegiale dall’altra il rischio personale, cioè ogni volta che uno di noi scriveva una voce o la proponeva, si attendeva poi il ritorno della correzione delle bozze e le affermazioni critiche più pungenti.

Siete stati severi gli uni nei confronti degli altri?

Giancarlo Alfano. Siamo stati sempre molto attenti, perché l’idea era ed è che, pur rimanendo ciascuno responsabile della sua voce in quanto firmatario, il progetto sia collettivo e dunque che sia necessaria omogeneità non certo nella scrittura ma nel modo di procedere. Questo per noi era importante e dunque ci sono stati momenti di confronto serio: severo non direi perché non ce n’è stato bisogno, tranne che con i ritardatari. Le prime voci sono servite a tutti quanti per capire che cosa volevamo fare.

L’elettronica vi è stata preziosa.

Giancarlo Alfano. Sicuramente. E posso aggiungere fondamentale perché i siti di poesia, le riviste elettroniche e le stesse forme di confronto sulla lettura dei testi, effettivamente aiutano – dato che le scelte dei grandi editori sono inevitabilmente lunghe ed è difficile essere pubblicati – a rendersi conto del lavoro mentre è realmente in corso. Quando leggiamo il libro di un poeta già “confezionato”, in qualche modo è chiuso: con internet si ha un vantaggio vero, culturale e letterario, perché ci mostra il cantiere mentre è in svolgimento.

E la seconda parte dell’antologia?

Andrea Cortellessa. La parte successiva – che va dall’inizio degli anni Ottanta, quando il postmodernismo diventa una pratica diffusa e comune e quindi dall’esordio di Magrelli e di Valduga, e giunge fino a oggi – non permette di avere valori condivisi. Questo per una serie di motivi storici che sono spiegati nella premessa dell’antologia, motivi oggettivi, nel senso che dopo l’antologia di Mengaldo che si fermava immediatamente prima, non ce n’è stata nessuna in grado di comporre un canone, cioè di fare accettare una serie di autori come imprescindibili. Ovviamente le scelte sono opinabili, e questo è inevitabile, per cui il discorso non è tanto relativo alle esclusioni, com’è facile fare in casi come questo, ma piuttosto alle inclusioni: cioè bisognava ogni volta motivare criticamente la presenza o meno di un autore. Questo è stato fatto attraverso letture incrociate, riunioni e posta elettronica (un libro del genere senza la posta elettronica sarebbe stato impossibile da realizzare). Ci siamo sottoposti l’un l’altro una serie di autori e di libri, e anche singole poesie, fermandoci a volte fino alla singola parola: cioè una parola può essere un clic, come diceva Spitzer che illumina la personalità di un autore in negativo e in positivo attraverso una serie di testi (come diceva Sanguineti “ogni testo è un test”) e consente di accendere o meno una lampadina. Ovviamente molte lampadine si sono accese e molte si sono spente: ci sono autori che inizialmente avevamo pensato fosse necessario antologizzare e che poi abbiamo escluso, questo per dire che ci sono anche altri autori non presenti nel volume del livello di quelli prescelti. Recentemente antologie, collane editoriali e saggi sono stati dedicati ai nati negli anni Settanta, l’ultima generazione affacciatasi al proscenio, che anche noi abbiamo pensato fosse giusto “promuovere”. Tuttavia questo finisce per sacrificare un’altra generazione, quella della prima metà degli anni Sessanta, che ha autori molto validi. Ad esempio Vito Bonito, meno noto ma di sicuro importante e anche già esemplare per i più giovani.

È anche il tentativo di creare un canone?

Giancarlo Alfano. Direi che è difficile stabilire un canone. Probabilmente altri lo fanno, ma un’antologia di 1200 pagine temo non possa proporne uno. È ovvio che anche noi presentiamo delle scelte, beninteso non pensiamo di essere ecumenici o fintamente “buonisti”. Tuttavia, direi che se c’è una cosa che può aiutare il lettore che voglia trascorrere un po’ di tempo su questa nostra antologia, forse la cosa che può trovare piuttosto che un “canone della poesia contemporanea” sarà la “poesia contemporanea”, cioè esattamente ciò che sta succedendo. Una storia trentennale è una storia scritta nel presente.

Molte antologie poetiche in quest’ultimo periodo: perché?

Giancarlo Alfano. Nel 2004 sono uscite due antologie di poesia italiana in Francia: vuol dire probabilmente che il livello (molteplice nelle sue espressioni ma uniformemente medio-alto nelle sue produzioni) della poesia italiana è effettivamente riconosciuto. Non saprei fare confronti con altre realtà, ma ho visto antologie di poesia spagnola e francese con risultati molto più omogenei, invece l’Italia in questi ultimi trent’anni si trova a rappresentare cose, forme e vie espressive diverse, ma tutte notevoli. Dunque, poiché i produttori di poesia sono anche numerosi, il modo e la forma più comoda per far conoscere la varietà di questi prodotti è quello dell’antologia. Poi queste divergono, ognuna ha una sua storia e si colloca nel panorama storico-culturale con un progetto proprio. Per fare un esempio noto a tutti i lettori, la bellissima antologia di Testa (Dopo la lirica) è profondamente diversa dalla nostra, in parte per gli autori selezionati, in parte per l’opzione forte di ribadire una specificità nella poesia italiana: il fatto che venga dopo la fine della grande forma lirica. Noi per esempio non siamo d’accordo con Testa ma ammiriamo profondamente il suo lavoro. Probabilmente dalla nostra antologia si vede che una tradizione lirica è ancora molto forte, una poesia dell’io, un io che esprime forme dell’essere attraverso la soggettività.

Andrea Cortellessa. Ho avuto l’idea di questo libro nel 1998 e dal 2001 abbiamo lavorato continuativamente, quindi è un progetto che arriva alle stampe per ultimo rispetto ad altri, ma che è stato concepito contemporaneamente se non prima. C’è stata una soglia secolare che in tutti i campi ha incoraggiato dei bilanci, delle considerazioni storiche sull’ultima parte del Novecento e, nel nostro ambito, c’è stato anche un vuoto di attenzione da parte della critica, come dicevamo nella premessa, molto grave, per cui dopo il ’78, dopo la poesia di Mengaldo, non sembrava esserci più nulla.

È stato necessario insomma colmare questo vuoto.

Andrea Cortellessa. Da una parte si era avvertita questa grave lacuna di antologie autorevoli e dall’altra vi sono stati motivi concomitanti e non solo casuali come la fine del Millennio: ci sono state modificazioni linguistiche e prima ancora di “aura” della poesia. Giovanni Raboni, in un articolo che non è potuto entrare nella “Poesia che si fa” perché riguarda fenomeni recentissimi, nel 2000, recensendo un paio di antologie di giovani poeti, aveva detto che erano quelli i primi veri poeti postmoderni che accolgono o rifiutano i modelli novecenteschi, e in particolare del secondo Novecento, senza quella carica ideologica e militante che la sua generazione (ma anche quella successiva) aveva fortemente applicato in questo rifiuto. Se uno si ispirava a Sanguineti, a Zanzotto o a Fortini questo comportava una serie di scelte ideologiche che producevano un linguaggio coerente ad esse e leggibile dall’esterno. È accaduto che questi steccati, provvidenzialmente, sono caduti, ed è possibile guardare, come fanno i poeti nati negli anni Settanta o Ottanta, al secondo Novecento come a un territorio esplorabile lungo diverse direzioni. Prendiamo il caso dell’ultimo poeta da noi antologizzato, Massimo Sannelli, che se non sbaglio è nato nel 1973 e ha pubblicato il suo primo libro nel 2002, appartiene cioè in pieno alla generazione che Raboni chiamava postmoderna. Un poeta di soli dieci anni prima avrebbe considerato il suo linguaggio incoerente e incomprensibile, perché vi figurano riferimenti a Sanguineti e comunque a una certa avanguardia degli anni Sessanta, e contemporaneamente riferimenti alla tradizione mistica, in particolare al linguaggio di Luzi, che da un punto di vista storico-ideologico è incompatibile con quella linea avanguardistica e materialistica, eppure nella poesia di Sannelli queste due cose stanno insieme e sono compatibili, perché guarda a questo panorama poetico con uno sguardo diverso da quello dei poeti precedenti, perfino diverso dal mio che sono nato solo cinque anni prima di lui.

Perché nel resto d’Europa i libri di poesia entrano nelle classifiche di vendita, mentre da noi ciò sembra impensabile?

Andrea Cortellessa. Credo che questo discorso valga soprattutto per la poesia anglosassone: negli Stati Uniti e in Inghilterra la poesia può contare su tirature più consistenti che non nei Paesi latini. In quel mondo c’è una grande tradizione per la quale il poeta ha una vera funzione pubblica, pensiamo all’istituzione, che a noi sembra un po’ comica, dei “Poeti ufficiali” delle università americane. Bisognerebbe fare un po’ la storia del rapporto fra poeta e società nei vari Paesi e culture, però si dovrebbe anche sfatare una mitologia negativa sulla poesia italiana. Golino qualche mese fa fece un’inchiesta e constatò che, oltre ad Alda Merini che fruisce di una grande promozione mediatica, altri giovani poeti hanno venduto tra le 2000 e le 3000 copie, cifre che anche i narratori di pari età non raggiungono tanto facilmente. Il paradosso è che in un Paese in cui scrivono poesie milioni di persone, 2000-3000 copie siano considerate una tiratura alta, ma questo è tutto un altro discorso sul quale si può aprire il dibattito. Comunque tutto questo scollamento con la narrativa, per cui gli editori vedono la collana di poesia come la maledizione delle maledizioni e tendono a farla solo per motivi di prestigio, è un discorso che andrebbe verificato caso per caso, autore per autore. Faccio un esempio: Elisa Biagini, un’autrice difficile molto dura, forte e diretta, è stata pubblicata, da perfetta sconosciuta, l’anno scorso e la prima edizione è andata subito esaurita, e adesso si ristampa il suo libro, si pubblica un’antologia di poeti americani a sua cura, insomma si è affermata, a meno di 35 anni, partendo da zero. Questo è ancora possibile e dimostra che bisogna cercare i veri valori e le vere personalità e non affidarsi a una sorta di scouting fatto da altri poeti sulla base del solito folklore poetico italiano.

A chi si deve affidare l’editore per le sue scelte?

Andrea Cortellessa. C’è una nuova generazione di critici che può dare consigli: sono molto fiero di poche cose nella mia vita ma ricordo benissimo che insistetti molto, non solo io naturalmente, perché l’Einaudi leggesse Elisa Biagini e finalmente questi versi vennero letti e il libro venne fatto… Cercare di indirizzare le scelte e valorizzare gli autori è un ruolo a cui oggi i critici hanno abbastanza abdicato, invece questo è il nostro vero compito, dobbiamo riassumercelo.

da LibriAlice.it

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Written by matteofantuzzi

13 novembre 2005 a 08:26

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38 Risposte

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  1. ringrazio grazia casagrande per la concessione dell’intervista estrapolata come già scritto dal sito di Alice (quello dei libri) che sebbene ancora linkabile da qui quel nome oggi sia sotto l’indirizzo http://www.librialice.it

    matteofantuzzi

    13 novembre 2005 at 08:27

  2. allora è un lavoro intelligente, anche se non si incensa d’elia?

    gugl

    anonimo

    13 novembre 2005 at 14:57

  3. Agli strumenti per sondare la nuova poesia italiana (tra i quali, ultimamente, l’antologia Parola plurale, edita da Sossella) si è aggiunto il numero 135 (2005) di “Nuova corrente”, che contiene un’antologia di testi 1996-2005

    (nell’ordine: Bonito, Zuccato, Lo Russo, Raimondi, Berisso, Gardini, Inglese, Frene, Raos, Giovenale, Biagini, Pugno, Fusco, Santi, Di Prima, Sannelli, De Alberti, Maccari, Gezzi), con due saggi (Paolo Zublena, Chiusure ospitali e altre forme di disseminazione; Giancarlo Alfano, S(f)oglie dell’io. Forme della soggettivazione nella più recente poesia italiana).

    anonimo

    13 novembre 2005 at 17:27

  4. In Parola plurale si parla di “odissea di forme”, ma prima dell’opera formata, prima delle forme, sorgono problematiche, e solo analisi dettagliate sul processo di formazione può aiutare a completare il quadro degli autori, giustificare alcuni prodotti del loro fare. C’è, in questa antologia, che ritengo interessante, un’apertura su ciò che io defisco differenziazione, ovvero la possibilità che prodotti diversi siano oltremodo giustificati (senza per forza andare a perseguire, lobbysticamente, un concetto di linea o scuola) nello stesso momento e senza alcun problema – parlo di sperimentalismo, performatività (anche per quanto riguarda il concetto di scrittura, che si è modificato, che con internet ha modificato la società stessa), ma anche prodotti meno “avanguardisti”. Non posso che rilevare, oggi da questa antologia e per molti della nuova generazione, l’esistenza di altre possibilità, di strumenti capaci di qualificare novità (ad esempio il concetto di scrittura=testo+performance, vedi Voce/Lo Russo, e i prodotti derivati dall’ottica ipertestuale e metacontestuale, ad esempio i “progetti” grazie che ai quali Biagini opera, o l’informale sempre più presente). Ogni scrittura necessita un fare, e una formatività, un processo di formazione, ed ora l’esistenza di ulteriori possibilità, su supporti cartacei (e non), specificano in più modi l’opera, non solo la sua esecuzione in diverse forme, dalla video-poesia al teatro.

    Allora mi piacerebbe domandare ai curatori, se questi argomenti saranno discussi nei prossimi anni, se sarà discussa anche l’evoluzione del concetto di scrittura, sapendo che essa sottende operazioni altre dalla lettura su carta o su schermo (che pur necessita un’adeguata conoscenza a livello di esecuzione).
    Lo dico poiché l’eseguibilità sta incidendo e influenzando la scrittura, e importante, a mio giudizio, per la critica, sarebbe conoscere queste famose e numerose operazioni, non tanto attraverso una specializzazione tra diversi settori e rischiando di fornire un quadro quantomai confuso o frammentato, piuttosto osservando quanto sia integrata la poesia tra i diversi mezzi, e quale la sua efficacia finale, e quanto veramente i “prodotti” (derivati da processi di scrittura che riflettono l’ottica informale, o performativa, o ipertestuale/metacontestuale) incidano sulla formazione dell’opera e fin dove, e per quali motivi, i critici si fidino di queste operatività.

    Per quanto riguarda la nuova generazione, probabilmente avrei aspettato ancora del tempo. Inoltre mi dispiace notare l’assenza di Stefano Massari, ma anche l’assenza di moltri altri autori che quasi sicuramente non sono stati presi in considerazione perché il quadro generale dell’ambiente è confuso, e non si sa nemmeno a chi spedire i libri o quant’altro possa essere utile alla causa di una sempre più buona selezione. Perché dunque non segnalare, regione per regione, autori ai critici che hanno collaborato all’antologia di Sossella?
    Si potrebbe fare così:

    Lazio, Jacopo Ricciardi (Poesie della non morte Scheiwiller)

    CParola plurale (luca sossella editore, 2005; http://www.lucasossellaeditore.it) si parla di “odissea di forme”, ma prima dell’opera formata, prima delle forme e della navigazione tra queste onde, sorgono problematiche; solo un discorso attorno il processo di formazione può aiutare a completare il quadro degli autori, giustificare alcuni prodotti del loro fare. Poiché oramai il concetto di scrittura si è modificato – con internet ha modificato la società stessa – non posso che rilevare l’esistenza di altre possibilità, e di strumenti capaci di qualificare questa novità (ad esempio il concetto di scrittura=testo+performance, o i prodotti derivati dall’ottica ipertestuale). Ogni scrittura necessita un fare, e una formatività, un processo di formazione, ed ora l’esistenza di ulteriori possibilità, su supporti cartacei (e non), specificano in più modi l’opera, non solo la sua esecuzione in diverse forme, dalla video-poesia al teatro. La critica si troverà, nei prossimi anni, a discutere anche sull’evoluzione del concetto di scrittura, sapendo che esso potrà sottendere operazioni altre dalla lettura su carta o su schermo, che pur necessita un’adeguata conoscenza a livello di esecuzione.
    Poiché l’eseguibilità sta incidendo e influenzando la scrittura, importante sarà per la critica conoscere le sue numerose operazioni, non tanto attraverso una specializzazione tra diversi settori, rischiando di fornire un quadro quantomai confuso e frammentato, piuttosto osservando quanto sia integrata la poesia tra i diversi mezzi, e quale la sua efficacia finale.

    Inoltre mi rendo conto che l’ambiente sia molto disperso, confuso, disorganizzato; e credo che in parte le scelte fatte dai curatori risentano di questa problematica. Perché non costituire un allargato (oramai penso sia possibile) osservatorio a partire dal territorio e mettere in condizione, finalmente, la critica di lavorare conoscendo non solo tramite passaparola o informazioni giunte in modo casuale?

    Ad esempio per quanto riguarda il Friuli Venezia Giulia potrei segnalare, ma a chi e come? C’è la volontà?

    Christian Sinicco

    anonimo

    14 novembre 2005 at 09:56

  5. anche mozzi in stilos ne parla positivamente.

    sleepwalking

    14 novembre 2005 at 09:58

  6. mi è partito un copia, sbagliato. Tagliate il mio intervento da “CParola plurale…” a “…efficacia finale” dopo Lazio, Jacopo Ricciardi.
    Ciao, Christian

    anonimo

    14 novembre 2005 at 10:01

  7. Sì infatti è interessante, e siccome oggi è più facile lavorare assieme, ovvero coordinandosi, diamo questa forma e comunicazione all’ambiente. Poi sia la critica a scegliere, ma se non si interroga su queste nozioni, non possiamo ben sperare. Inoltre l’ideale sarebbe conoscere il metodo di lavoro dei selezionatori: è oramai indispensabile per fidarsi. La gente non si fida dei critici, e pseudocritici militanti (forse come me, anche se ce ne sono di peggio:-) spopolano!!!!!
    Christian

    anonimo

    14 novembre 2005 at 10:06

  8. Un ultima cosa: in prefazione i problemi dell’ambiente letterario vengono fatti presente. Finalmente.
    C

    anonimo

    14 novembre 2005 at 10:09

  9. Riporto un mio intervento dal blog di Atelier; credo che certi presupposti del discorso critico (e sulla critica) andrebbero ripensati. La discussione attorno a Parola Plurale potrebbe essere un’occasione per iniziare a farlo.
    “Il problema è che il momento critico non nasce più dall’attraversamento testuale, dal tentativo di colmare il dislivello tra superficie testuale e (possibili) significati; invece di suggerire (anche polemicamente) ipotesi feconde o nuovi orizzonti operativi, oggi la critica s’arena in quisquilie o, peggio, s’infatua dei propri sofismi divorziando del tutto dall’oggetto dell’analisi (che acquista, quando va male, un ruolo meramente funzionale).
    Si tratta sostanzialmente di recuperare un riferimento, di pensare la poesia DOPO LA POESIA (il titolo del libro di Galaverni è una provocazione, ma anche un’attestazione di metodo).”
    VALERIO BERARDI

    anonimo

    14 novembre 2005 at 13:18

  10. al di là di galaverni e del suo bel libro, secondo me si tratta di pensare DENTRO LA POESIA, attraversandone il solco, de-lirando, ma senza perderlo, altrrimenti la critica diventa ancella, anziché sorella della poesia.

    gugl

    anonimo

    14 novembre 2005 at 14:12

  11. Critici non abbiate paura uscite allo scoperto! Dobbiamo combattere i darth che tramano nella galassia interstellare della poesia
    🙂
    Galaverni dove sei?
    un caro saluto jedi
    Obi Christian Kenobi

    anonimo

    16 novembre 2005 at 17:13

  12. innanzitutto ciao a tutti e scusate la protratta assenza (monicuzza avrei una notiziola da anticiparti eh eh eh…).
    credo sia interessante 1a di ogni altra cosa fare notare che 1 antologia di 1200 pagine potrebbe tranquillamente considerarsi incompleta, che mancano insomma dei “certo non minori”, il mare magnum è tale che ancora una volta secondo me prima dell’attività critica (che va benissimo e per fortuna c’è chi se la carica sulle spalle) si rende necessaria la pedissequa mappatura, quella di cui parla christian amplificata come necessità anche dalla velocità dei nuovi mezzi.

    la morale ? un giorno capiremo che cosa oggi sta accadendo, ma come sempre ci vorranno anni, errori e tentativi. e insomma chiunque dotato d’auto-lesionismo contribuisca col proprio pensiero a questa ricerca, o meglio questa setacciatura a maglie più, o meno, fini.

    matteo fantuzzi.

    anonimo

    17 novembre 2005 at 14:16

  13. (da un botta e risposta nel mio blog: visto che Christian è spesso qui…)…

    Caro Chris,
    non sono io che devo ribadire la centralità di Montale nella poesia (italiana ma anche europea del 900): ci hanno già pensato Contini e tanti, veramente tanti altri critici…Pensa che perfino un poeta americano contemporaneo bravissimo come Charles Wright (leggi il suo Crepuscolo americano edito da Jaca Book) ha una chiara “discendenza” montaliana (infatti lo mette tra i suoi maestri con Pound e Dante, pensa…)…
    Il fatto è, ti ripeto, che Montale ha esercitato un’influenza senza pari sulla poesia che è venuta dopo: che non sarebbe stata uguale senza di lui (e naturalmente gli scambi sono stati anche reciproci e non a senso unico)…Montale ha scritto meno di altri ,probabilmente, però ci ha lasciato un grande organismo di senso che è l’Opera in versi einaudiana curata da Contini e Bettarini, un vero e proprio Canzoniere strutturato…Se è per questo, Il Ghepardo di Recanati ha scritto ancor meno versi di Montale, così come Sereni e con poche differenze stilistiche…Penna non ha mai mutato la sua poesia immobile, naturale e incantata…Strano il tuo modo di giudicare un poeta dalla copiosità dei suoi scritti e dalla presenza di molte differenziazioni stilistiche…Io ti dirò invece che, quelli che scrivono a getto continuo – e penso ai Neruda ad Alberti e alla Merini, ad esempio, – disperdono anche molto…Hai citato Alberti che non è certo lontanamente paragonabile all’altezza di Montale che semmai può gareggiare con Eliot (perdendo…).
    Alberti è uno di quei poeti che ha scritto troppo e non tutte le zone sono attive (così come PPP o il Montale estremo e senile)…
    Alberti è uno di quei poeti (ripeto come Neruda) che fanno storcere il naso a molti ( a me personalmente piacciono perché ho una concezione della letteratura molto legata alla vita e alla verità e alla bellezza più che alla capziosità delle forme entro cui si organizza il senso…)…
    Quanto alla profondità semantica di cui parlavi, penso proprio che Montale (all’altezza delle Occasioni e della Bufera) non tema confronti…
    Da un po’ di anni in qua, ci sono alcune strane demolizioni che non capisco: Montale, Conte, come volersi liberare da personaggi ingombranti che avevano avuto una centralità (uno in tutto il novecento del dopo Ossi, l’altro negli anni 80 del postmodernismo)Fino ad esiti comici e cabarettistici come certi pronunciamenti ripetuti di Nannipieri (benché dotati di una loro giusta esigenza di verità in poesia ma gravati da un’ incapacità nel respirare l’aria rarefatta delle alte cime…)… Non capisco francamente queste nuove parole d’ordine della critica che assomigliano a bisbigli di corridoio…
    Infine, dici che se guardi l’esperienza montaliana ti rendi conto che quell’esperienza è limitata: be’, caro Chris, quale esperienza umana e poetica non lo è?…
    Semmai possiamo cercare di capire perché Montale, in poco tempo dall’esordio, si fosse trovata subito addosso un’attenzione critica senza pari come oggi mi sembra accada (meritatissimamente) a Luzi che resta però ancora molto poco amato da certi irriducibili legati alla neoavanguardia o persi in varie ideologie pregiudiziali…
    Chi pare godere di un favore molto largo, oggi, pare essere Caproni che invece aveva pagato molto una prima sottovalutazione …Ma credo che, tra i molti esaltatori di Caproni, ce ne siano non pochi che lo hanno letto male facendone un nichilista…(Caproni non lo era, così come non lo era Leopardi…)…
    Sono poeti in cui il senso religioso si esprime in una maniera forte, commovente e drammatica…Caproni è un grande…
    Leopardi, ancor di più…

    andrea

    anonimo

    17 novembre 2005 at 14:51

  14. non per niente, ma quel che mi domando é: non vi sembra che questa antologia sia uscita nel momento sbagliato? c’è una così grave inflazione che non si sa da dove partire: leggerle tutte o scartarle tutte. D’accordo il taglio diverso che ognuna ha, ma credo che bisognava lasciar passare un altro po’ di tempo, lasciar sedimentare le letture e di conseguenza le scelte.

    vocativo.splinder.com

    anonimo

    17 novembre 2005 at 17:49

  15. secondo me (e questa l’ho già detta), l’uscita di tante antologie è dovuta al moltiplicarsi dei centri di potere. Questo è un bene? è un male? credo sia anzitutto un dato reale. Ciò che manca, è la consapevolezza dei ruoli: chi fa storiografia letteraria non deve fare militanza. In questo senso i poeti nati a partire dagli anni sessanta andrebbero appoggiati affinché pubblichino con gli editori che contano, così che i loro testi siano letti davvero, lasciandoli però, per il momento, fuori dal canone.
    Chi invece fa critica militante, si occupi del presente, trovi modelli, strutture retoriche dominanti, poeti di riferimento, eccetera, e, di conseguenza, non si preoccupi di storicizzare.

    gugl

    anonimo

    17 novembre 2005 at 20:23

  16. giusto andrea, caproni era tutto tranne che un nichilista. hai letto la raccolta di saggi di raboni curata da cortellessa ? ritroveresti molto del tuo pensiero sopra espresso.

    stefano, hai ragione da vendere a distinguere storiografia letteraria e militanza, io ad esempio sono mooooooolto più portato alla 2a, come penso abbiate notato. ma altrettanto stimo chi si mette in gioco facendo la 1a anche con tesi anche diversissime dalla mia. non è così scontato che questa ultra-antologizzazione non stia PER ASSURDO facendo opera di diffusione della poesia (anche se alla lunga stomaca…), in tal senso leggere il sopra citato raboni che parla dei poeti “esplosi” negli anni ’70 e di cui prossimamente parlerò altrove…

    il problema è che manca l’antologia vera, quella che esce una volta ogni 10 anni per usare le parole di filippo davoli, che però vale per tutte le altre. direi che s’è fatto molto lavoro, è un pregio ? è un difetto ? intanto s’è fatto. 10 anni fa nessuno lo faceva e ci si lamentava, oggi lo si fa e ci si lamenta… troviamo un limite all’italica lamentazione.

    e basiamoci sul detto. sui modelli, sulla storia di ogni poeta… come dice stefano ribadisco. questo basta e avanza, anzi già è tanto.

    matteofantuzzi

    18 novembre 2005 at 07:13

  17. ne approfitto per una citazione della citazione perchè marco giovenale nel suo blog (linkato a sn.) approfondisce l’intervista di grazia casagrande con un ulteriore approfondimento della poesia di massimo sannelli (e ulteriori link) che vi potete anche gustare nel blog di massimo orgiazzi (sempre linkato a sn.)

    matteofantuzzi

    18 novembre 2005 at 07:49

  18. sulle antologie: oggi si ricorda come capitale l’antologia di Mengaldo; qualche anno fa, quella di Porta era considerata migliore (dunque, da sempre, tutto è relativo). Inoltre, io credo che oggi non sia possibile scrive “L’ANTOLOGIA” (nessuno può parlare da un podio oggettivamente privilegiato); di conseguenza oggi abbiamo “LA MACROANTOLOGIA” formata dalla miriade di ANTOLOGIE PARZIALI: siamo in un labirinto e non possiamo uscirci (Calvino docet)

    gugl

    anonimo

    18 novembre 2005 at 08:20

  19. beh, su quella la storia della letteratura italiana di de sanctis almeno concordiamo bene o male tutti. è un punto di partenza.
    la macroantologia è poi quello che dicevo io prima. chi si beccherà l’onere ?
    (di certo non guardate me, eh !!!)

    comunque i paragoni tra gli anni ’70 e oggi davvero si sprecano… speriamo di non compiere di nuovo gli stessi errori, che il 2020 non sia 1 decennio buio. per questo dobbiamo lottare con tutta la nostra forza.

    matteofantuzzi

    18 novembre 2005 at 08:34

  20. Scusate l’intrusione: è in linea la seconda bacheca di voci poetiche del Novecento (famose e ancora no). Venite su “L’opinione del mare”.
    Grazie,
    Graphic

    splonder

    18 novembre 2005 at 10:12

  21. splinder-splonder… 🙂

    stefano, è chiaro che ciò da te detto è sacrosanto, però, vedi, mettiamo che un lettore poco addentro alla poesia decida di comprarsi un antologia di poeti più o meno giovani, perché non sa da dove partire, ecco, lui di storiografia vs militanza non ne sa niente (forse) o comunque non gli interessa. Così si trova davanti un Cucchi-Giovanardi per Mondadori, un Testa per einaudi, un Piccini per la BUR, poi questa Parola Plurale, la cui mole spaventa. Questo povero lettore trae le conseguenze dall’antologia che compra, non sostenendo questa antologia mi soddisfa non mi soddisfa, è scritta bene è scritta male, le scelte operate sono giuste, è militante non è militante, l’autore predilige questo criterio anziché quest’altro, ma dice: i poeti pubblicati qui sopra saranno quelli bravi…
    bisognaa ritornare, così, all’idea proposta su questo blog (se non sbaglio) delle mappature. Oppure quello che tu dici: far sì che i nti negli anni ’60 (ma anche oltre) pubblichino per editori con una diffusione più ampia. Io stesso, per il tuo “Come a beato confine” sto aspettando notizie dalla Feltrinelli di Salerno. Se volessi cercare un Sannelli o un Giovenale devo fare lo stesso, perché figurati se a Salerno arrivano vostri libri! Ma è lo stesso anche a Napoli! Altrimenti devo cercare tra le riviste (o quaalche blog/sito dove ci sono vostre poesie), ma quanti abbonamenti devo fare? perché, sempre solito discorso: queste ntologie arrivano solo se si contattano direttamente gli editori. Insomma, la dispersione impera sovrana.

    saluti a Stefano (che ammiro molto) e a Matteo perché abuso del suo spazio

    vocativo.splinder.com

    anonimo

    18 novembre 2005 at 13:07

  22. quindi non mi ammiri ma di me abusi e basta, giusto? 😉

    (scherzo)

    bisogna chiedere i libri direttamente alle case editrici, alla fine è il modo migliore. credo ci vorrebbero editori più coraggiosi, molta narrativa “vincente” vende meno della poesia. la lista nera delle grandi casi editrici che non pubblicano poesia è costantemente sotto ai miei occhi e alla fine chi di queste sostiene la poesia, sebbene sbertucciato, odiato e villipeso, sebbene perfino parziale sinceramente ha la mia stima. perché almeno ci prova. un poco di palle dimostra.
    ieri ero in una libreria dove le antologie di poesia erano tutte in bella mostra sullo stesso scaffale, era quello delle uscite recenti, unico libro – raccolta organica quello della gemma gaetani di cui si parlò qui alcuni mesi fa. l’idea degli elenchi telefonici nei cabinotti della vecchia sip negli autogrill (vi assicuro) c’era tutto.

    è sbagliato o qualcosa che dobbiamo “pagare” per comprendere il contemporaneo ?

    matteofantuzzi

    19 novembre 2005 at 06:55

  23. roba da catacombe, hai ragione voc!

    gugl

    anonimo

    19 novembre 2005 at 06:56

  24. in qualche modo quello che dice matteo nel post sopra rientra nel discorso dei Meridiani in edicola, di cui si parlò nel blog di massimo orgiazzi. Il rischio è che quei meridiani diventano libri per “dorsisiti”. Purtroppo anche le librerie vivono delle regole del marketing, così le case editrici. Questo rientra nel discorso del “bisogno di soddisfare la merce” e di farla acquistare. Uno stravolgimento delle regole dei bisogni. In sostanza i libri valgono quanto le scatolette montana del gruppo cremonini e devono stare in bella mostra tra gli articoli recenti per catturare l’acquirente (vogliamo chiamarlo ancora lettore?)

    vocativo

    19 novembre 2005 at 09:58

  25. ps:

    sì, matteo di te abuso e basta! 😉

    vocativo

    19 novembre 2005 at 10:03

  26. Vocativo: se 10000 dorsisti aiutano 100 lettori reali ad avere i libri che altrimenti non si stamperebbero, vabbé, sacrifichiamoli pure, questi diecimila 😉
    Scherzo, ma non tanto. Basta non confondere la diffusione dei dorsi con la diffusione della poesia.
    Saluti da Bari (ancora per 40 minuti)

    Vincenzo

    anonimo

    19 novembre 2005 at 10:36

  27. io resto dell’idea che la gente compra se viene invogliata. Ad esempio: se in libreria colgo paro paro l’esempio di una catena supermercato che mette in offerta il dato prodotto con la superofferta e il libro lo propongo in uno scaffale luminoso, centrale, con dei bei cartelli che invitano lo sguardo e la sosta, vuoi vedere che vendo?
    Se la gente si è abituata al supermercato, bon, raffiniamo il concetto di supermercato. Il mondo cambia (e il modo cambia)…
    Molte antologie – pour moi – hanno lo stesso movente, seppur più nobile e con tutte le puntualizazioni/distinguo fatte su utilità/precisione/etcc…
    fabiano

    anonimo

    19 novembre 2005 at 12:54

  28. beh… non è una grande cosa quella che state dicendo. se il formaggio sa di plastica e magari ti viene pure l’ulcera ma lo consumano 100mila acquirenti va bene ? la differenza col supermarket è proprio che non si devono fare rapporti qualità/quantità in poesia. e che la quantità deve andare di pari passo con la poesia. non è una copertina che fa un grande poeta (ragazzacci…)

    matteofantuzzi

    19 novembre 2005 at 13:03

  29. appunto! 😉

    vocativo

    19 novembre 2005 at 14:59

  30. Andrea (ti ho risposto anche su radiolondra), mi dai modo di spiegare alcuni miei pallini, ed un fatto in particolare, ovvero di quannto alle volte sia distante la “nostra” forma mentis di persone che vivono in un ambiente letterario dal sentire comune, delle persone comuni, riguardo alla poesia (aspetto su cui io mi sono interrogato per trovare una possibile via di mezzo, che certamente mortifica, alle volte, anche il mio essere più sperimentale)… Esperimento: apro a caso il tomo meridiani di Montale (perdonami il mio essere maldestro, ma faccio il lettore medio, probabilmente anche ignorante di poesia, che deve decidere se comprare un libro o no) e viene fuori una poesia da Satura (1971), IL RASCHINO – “Credi che il pessimismo/sia davvero esistito? Se mi guardo/d’attorno non ne è traccia./Dentro di noi, poi, non una voce/che si lagni.Se piango è un controcanto/per arricchire il grande/paese cuccagna ch’è il domani./Abbiamo ben grattato col raschino/ogni eruzione del pensiero. Ora/tutti i colori esaltano la nostra tavolozza,/escluso il nero.” Ecco qui viene fuori il solito atteggiamento montaliano di distacco meditativo che porta al paradosso, un paradosso volutamente, sempre, sospeso sul quotidiano (spesso mi viene da chiedermi: ok, mi hai raccontato questo, ok non sappiamo, ok capire non si può, però dai facciamo uno sforzo, ho capito che ci tenti anche tu Eugenio, sì sì lo so che tra le righe ci sono degli orientamenti, se vuoi, morali; ok sei bravo a descrivere il tuo pensiero), ma dei tuoi pensieri, del tuo quotidiano, a me importa. Se sì, come?

    Il fatto, almeno a me questo capita nei confronti di Montale, mi interrogo se veramente me ne frega, veramente se sia rilevante, veramente quanto mi dona, quanto possa spaziare, riflettere. E alla fine non è che ci trovo tutta questa miniera, dei buoni materiali sì, ma non la gamma delle possibilità formative…

    Apro a caso una pagina del tomo (parziale, della mondadori) di Alberti: apro sui ritorni (1956). Ritorni di una sera di pioggia

    “A quest’ora starà piovendo, sciogliendosi la nebbia/anche laggiù nei golfi delle mie morti,/dei miei anni ancora vivi, senza morte.” questi sono i primi tre versi, non vado avanti… Ma è spazio, su cui poi Alberti crea (come faceva un altro grande dimenticato della nostra letteratura, Quasimodo) la sua riflessione personale. Alberti crea spazio, mondi, possibilità, se sospende un paradosso, lo fa per un fine plastico dell’immagine o del suono.

    Se devo scegliere tra una traduzione di Alberti, e una raccolta di Montale, come stupido ignorante lettore, beh, non ci penso un attimo, scelgo Alberti, perché è capace di interessare, spiazzare il lettore, rinfunzionalizzando la propria poesia periodo dopo periodo, aspetto di una ricerca e di un metodo, con una profondità ed una sensibilità sonora altissima (lo stesso ritorno alla canzone di questi e di Lorca, risolve la poesia da un punto di vista sonoro molto più qualitativo di quanto non abbia fatto montale, anche perché non era suo interesse; in italia, da questo punto di vista, meglio parlare di Pavese).

    Perdonami, forse (a proposito di “forse”, quante volte l’ha utilizzato montale?) hai ragione tu, Montale è davvero bravo, ma è terribilmente palloso, ritmicamente sempre il solito, e prevedibile. E i critici possono anche dire, innalzare i miti; sono riusciti anche ad innalzare Zanzotto, che del suo periodo sperimentale c’ha qualche buon testo in galateo, poi è tutto sonno nella foresta di un linguaggio, direi da potare, se vogliamo che fiorisca anche per altri “poeti”.

    Un ultima cosa: non è detto che un poeta sia un grande poeta poiché capace di influenzare la scrittura di altri poeti; un poeta, secondo me è un poeta, perché irripetibile, e Leopardi, come hai ben detto, lo era.

    Abbraccio, C

    anonimo

    19 novembre 2005 at 20:01

  31. non mi parlare mica male di zanzotto, eh 😉
    quindi, scherzi a parte, tu sei per una ricerca come il percorso di cacciatore ad esempio che è una specie di summa dell’accaduto nel ‘900 christian ? n’est-ce pas ?

    anonimo

    19 novembre 2005 at 20:52

  32. (sono matteo)

    (il padrone di casa…)

    anonimo

    19 novembre 2005 at 20:53

  33. Io sono per una ricerca non fine a se stessa, ma la motivazione di ogni ricerca possibile evolve da un aspetto più sociologico (che critico) ovvero caro Zanzotto vai a leggere i tuoi versi in piazza, e vediamo se c’è qualcuno che apprezza. Ecco, se dovessi trovare una persona che enuncia ciò che io posso immaginare di una ricerca, che poi produce grazie a test, una teoresi “poetica” che ha effetti, capace di emozionare, far riflettere, immaginare, questo è Pagliarani. Tuttavia questo sarebbe un discorso da trasferire sotto il pezzo di nacci, che si interroga più che del patto tra autore e pubblico, implicitamente ciò che l’autore predispone nell’opera e che orienta il pubblico. Riguardo Zanzotto, anch’io l’ho letto, e indubitabilmente ci sono dei suoni interessanti, ma dopo una trentina d’anni possiamo anche ripensarle le critiche – anche Manacorda, criticatissimo, si è reso conto che miscelare, il più delle volte, un calderone di suoni e riversarlo sul pavimento, non è detto che produca un rinverdimento dell’ambiente. Sulla sperimentazione il problema è veramente sociologico, ovvero gente vuole sperimentare, ma alla fine quali sono le motivazioni? A me interessa vi siano motivazioni, ad esempio tra i giovani, nell’antologia “galattica” di Ramberti, c’è la Bertozzi che per quanto non ami più molto quel suo tentativo teoretico si è data ad un’operazione difficilissima, ma secondo me non priva di punti di forza (ma per quale motivo? per la presenza di un metacontesto che guida maggiormente i testi? per questo dico galateo per Zanzotto); o anche Giannetti, che magari Matteo a te non piace, ma si è dato ultimamente ad un fare ipertestuale interessante… Ma questi autori, non hanno il paraculo di quelli che si sono messi a fare semiotica del linguaggio e che per forza dovevano trovare autori da innalzare (e considera bene che l’ambiente della poesia in italia è ancora stupidamente ancorato agli addetti ai lavori) seguendo i propri usi e costumi. Epistemologia?

    anonimo

    20 novembre 2005 at 10:46

  34. ah, sì, Christian:-)

    anonimo

    20 novembre 2005 at 10:46

  35. io per zanzotto lo sai ho dati differenti…

    😉 matteo.

    anonimo

    21 novembre 2005 at 13:15

  36. che montale sia ritmicamente prevedibile ho molti dubbi. Veramente si può aprire un suo testo a caso, leggerne i versi e meravigliarsi di come l’effetto sia sempre diverso, sequenza dopo sequenza. Anzi, penso che Montale sia il meno prevedibile dal punto di vista ritmico (e anche metrico, diciamo pure prosodico).
    Quanto a Zanzotto… ho un debole per lui, per cui non mi esprimo.

    vocativo

    21 novembre 2005 at 15:48

  37. ma no esprimiti. matteo.

    anonimo

    21 novembre 2005 at 16:06

  38. esplicitate i dubbi. chiristian

    anonimo

    23 novembre 2005 at 12:09


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