UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Festivaletteratura: la necessità della contaminazione di Azzurra D’Agostino.

Si è conclusa l’11 settembre la nona edizione del Festivaletteratura di Mantova, che ha resistito a temporali violenti e a un afflusso di 58 mila lettori, oltre che alla solita serie di polemiche inerenti il sitema culturale italiano e lo stato di salute della letteratura.
Portare testimoninaza di questo evento è qualcosa di estremamente parziale, poiché gli appuntamenti presentati seguono la logica della possibilità di personalizzare il proprio percorso fino nel dettaglio, affiancato in questo dal sistema di prenotazioni alle tavole rotonde e agli spettacoli, pensato in modo di favorire anche autori non noti al grande pubblico (iniziativa lodevole, che garantisce un pieno di partecipazione anche a quelle conferenze che, concomitanti con presentazioni di autori "famosi", sarebbero altrimenti forse meno frequentate).
Ecco allora che Grisham viene preso d’assalto, con file spaventose ai cancelli e ore di autografi dopo la presentazione; ma, allo stesso modo, mi trovo stupita in una sala predisposta per oltre 150 posti, con persone in piedi a ridosso del muro in una conferenza di presentazione di un’antologia poetica (Daniele Piccini e Marco Artioli con Viviane Lamarque e Milo De Angelis). Qualcosa di impensabile, soprattutto per chi le presentazioni di grandi poeti le segue da anni e sa bene che, a meno che non si tratti di un evento inserito in una occasione "mondana", la soglia delle cinquanta presenze è un boato di successo. Questo, penso, il merito principale del Festivaletteratura. Un ventaglio di possibilità abbastanza ampio, presentate in maniera che siano fruibili da chiunque, senza divenire un momento di scambio solo per "addetti ai lavori", ovviamente con qualche eccezione. Altra nota positiva è la proposta di moltissimi appuntamenti pensati per i bambini, segnale di una volontà di creare un terreno fertile che sia bacino futuro di giovani a cui passare il testimone.
Dicevo insomma che nel partecipare al festival si è costretti a operare una selezione, che talvolta implica scelte difficili, in grado sicuramente di influenzare la percezione del festival stesso. Premessa doverosa, fatta non per relativizzare all’eccesso questa testimonianza, bensì per chiarire che chi scrive non intende dare giudizi di merito troppo generali in riferimento appunto alle polemiche sul senso di tali operazioni culturali, ma più che altro vuole sollevare alcune domande in base alla propria esperienza.
[…] Premettendo che chi scrive ha un’immensa ammirazione per la poesia di Milo De Angelis, posso dire senza incertezza che qualcosa non ha funzionato; non si mette in discussione insomma la qualità dell’offerta, bensì il modo in cui parlare di poesia viene trattato in Italia: un saggio erudito sulle questioni di poetica che, prima o poi, vanno a finire su Dante, ma nel modo meno amato, il Dante delle scuole, quello che va pronunciato con un’esitazione rispettosa e un attimo di raccoglimento. La poesia, come sempre, sembra dover essere il momento dell’erudizione, e, dunque, della noia. Si soffre, si soffre molto, in genere, alle presentazioni di poesia. Pare non ci possa essere un modo fresco, brillante, di trattare la questione. Nemmeno con la Lamarque, che ha certamente una leggerezza e una freschezza che al pubblico piace molto; non intendo dire che bisogna sminuire, che è un "abbassare" un tema che merita attenzione e partecipazione… ma questo è ben diverso: il fatto è che non c’è nulla da abbassare, ma che proprio considerare la poesia a un’altezza diversa dagli altri eventi della vita è dannoso! […] Perché la poesia la vogliamo rinchiudere in accademia? Mi chiedo dunque se non vi sia una nuova frontiera dell’arte: la possibilità o forse la necessità di portare testimonianza dell’esperienza artistica tra le persone, in maniera semplice e coinvolgente, al fine di rendere davvero "pubblica" al "pubblico" la questione di cui si parla. Gli strumenti per fare questo li ha suggeriti Baraka, poeta e musicista afroamericano: l’autoderminazione dell’artista, il bisogno di non aspettare, in caso di urgenza, i metodi dei canali tradizionali, che troppo spesso si rivelano lenti, opportunistici, politicizzati, parziali. […]

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Written by matteofantuzzi

16 ottobre 2005 a 23:01

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98 Risposte

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  1. ringrazio Azzurra per questo articolo un poco sforbiciato dal sottoscritto (e pure con una frase leggermente modificata per mantenere senso compiuto). la versione integrale la potete trovare su daemon magazine linkato a sinistra. approfitto anche per ricordare azzurra come poetessa e nella mia maniera di pensare come ottima poetessa dialettale (lei lo sa, glielo ripeto allo sfinimento).

    matteofantuzzi

    16 ottobre 2005 at 23:04

  2. SABATO 22 OTTOBRE, ORE 18.00
    c/o “LA LIBRERIA”, Via Oberdan, PERUGIA

    PRESENTAZIONE DEL FOGLIO QUADRIMESTRALE
    DI POESIA E REALTA’
    La Gru
    a cura di Riccardo Fabiani e Gianluca Pulsoni

    A SEGUIRE: READING DEI POETI DE “LA GRU”

    Davide Nota
    Daniele De Angelis
    Loris Ferri
    Stefano Sanchini

    matteofantuzzi

    16 ottobre 2005 at 23:18

  3. Un mio contributo gentilmente ospitato da Stefano Sannelli sul tema delle antologie su
    http://fuoricasapoesia.splinder.com/
    Sebastiano Aglieco

    anonimo

    17 ottobre 2005 at 07:06

  4. Chissà perchè Stefano Sannelli. Si tratta chiaramente di Stefano Massari.
    Sebastiano Aglieco

    anonimo

    17 ottobre 2005 at 07:09

  5. Bello l’intervento di Azzurra (ottimo poeta tra l’altro, con chicche dialettali di gran livello) che andrò a leggere poi per intero su Daemon. Una cosa solo mi domando, tralasciando le polemiche – sempre sterili – che accompagnano il festival di Mantova: perchè il pubblico resta lontano dalla poesia? La risposta più ovvia è già citata da Azzurra, dicendo che alla parola poesia viene rimandato immediatamente “l’orco” scolastico con interminabili ore passate su poetiche che a un ragazzino di 12-15.18 anni interessano ben poco. Da li in poi, dalla formazionje mancata in poi, ecco che l’interesse in automatico trasferisce su canoni “poeticanti” diversi: i ragazzi ascoltano le canzoni e le imparano a memoria, spesso sono canzoni simil-poetiche (spesso fanno cascare le braccia) ma è un codice comunicativo che viene riconosciuto, è chiaro, non ha il peso scolastico della comprensione, dello studio, dell’applicazione. E’ un logos che viene fruito anche distrattamente eppure ha cento volte in più pregnanza rispetto a una qualunque poesia.
    Ora, se la poesia venisse (inizialmente) riveduta? Non dico la poesia come testo, intendo invece la poesia come atto perfomativo-presentativo.
    Lo scorso anno ho creato un “musical” dal mio edito insieme ad un gruppo folk (edito da casa discografica) ed i loro testi_canzoni. La commistione dei due linguaggi – musica e poesia – è stata buona, cosi come il riscontro di pubblico (ne è nata una tournee in giro per l’Italia che ancora gira, anche se nel sottobosco). Vedevo gente al pub con birra in mano fermarsi ad ascoltare POESIA seppur cantata, e commentare – in bene o in male – ma stavano ascoltando!
    Io che sono un imbrattacarta, alle presentazioni cattedratiche in cui uno o più legge poesia e si perde in prefazioni, postafazioni, commentari, arzigogoli (tutti spesso piuttosto pretenziosi) mi faccio due palle cosi…e sono un “addetto ai lavori”…Figuriamoci la reazione di un neofita…seduto interminabilmente su una sedie – fermo e costretto all’ascolto –
    Cosa è accaduto a Degustare Locale, dove la gente ha seguito con interesse vero la manifestazione? COME è STATA COINVOLTA? Il solo testo non basta.
    Ecco la domanda che rilancio. Dove stiamo sbagliando? E non alziamo gli scudi accampandoci il diritto di dire che la gente è ignorante. E’ stata abituata ad esserlo, ma può venire sollecitata. Accade con altre discipline, può accadere anche con la tanto bistrattata poesia…
    Attendo insulti, grazie.
    fabiano alborghetti

    anonimo

    17 ottobre 2005 at 11:16

  6. Su, signor Fantuzzi, venga a trovarmi nel mio salotto: le sarà servito tè molto raffinato e…tante altre cose che le faranno cambiare il punto di vista sulla vita.
    Claudia

    nonantolese

    17 ottobre 2005 at 12:10

  7. Ah sì? Le cinquanta unità di pubblico fanno un successo con il botto?? Cacchio, ma allora la nostra Rassegna maceratese è un fuoco d’artificio continuo!!!

    p.s.: Sig.na Claudia, si sente proprio molto sola, a giudicare dalla quantità di inviti che fa di qui e di là…

    FilippoDavoli

    17 ottobre 2005 at 12:21

  8. Fabiano: “il solo testo non basta” è un’affermazione da motivare e tutt’altro che scontata.
    Secondo me se il testo è bello e la sua presentazione ben realizzata, può bastare. Qua in Friuli da un paio d’anni il Teatrino del Rifo gira con tre canti di Dante e raccoglie anche 300 persone alla volta. Dante, letto da tre attori bravi, e commentato da Pierluigi Cappello.
    La contaminazione o commistione va benissimo, ma la gente che si ferma ad ascoltare con una birra in mano ascolta poesia per sbaglio, perché di fatto ascolta una canzone. Il risultato mi pare sia che qualsiasi cosa vada bene purché il poeta sia convinto che qualcuno ha fruito della sua poesia, a prescindere da quel che pensano i suoi fruitori. Cioè alla fine nascondere la poesia dietro qualsiasi altra cosa purché passi, come una medicina amara. E io non penso che la poesia sia così potente da mantenersi anche sotto mentite spoglie; è un prodotto gracile, facile alla corrosione.
    Io sono fresco di Absolute Poetry Festival: nell’unica serata cui sono stato, mi è parso che il poeta più seguito sia stato Pagliarani, con una lettura tradizionale accompagnata da aneddoti, notiziole, chiacchiere insomma, che hanno sì alleggerito, ma senza distrarre dal testo (anche se ridere come ha fatto il pubblico alla lettura dei due temi svolti mi convince ancor di più che il testo in mano è sempre meglio).
    Non so perché ho scritto queste cose: mi ero ripromesso di stare lontano dai dibattiti sulla promozione della poesia…
    Saluti
    Vincenzo

    anonimo

    17 ottobre 2005 at 12:21

  9. da insegnante dico: dante si può incontrare in molti modi. se a scuola vi è andato a noia, la colpa è dell’insegnante, non della scuola in sé.
    i miei studenti, quando leggo l’inferno con la base dei primus e poi con il requiem di verdi, si divertono un sacco e poi ragionano, anche…
    gugl

    anonimo

    17 ottobre 2005 at 13:55

  10. per il post 8, a Vincenzo:
    concordo perfettamente con quanto dici e ti ringrazio per essere intervenuto nonostante ti fossi ripromesso il silenzio sui dibatti di poesia. L’ascolto di poesia per sbaglio è però un primo (inteso come iniziale) stadio d’avvicinamento alla poesia. Se l’ascolto diventa consueto e agile, se al menzionare la poesia la gente smette di ritrarsi innalzando il crocefisso e urlando vade retro, è già un gran passo fatto. Poi ci sono gli esempi di rassegne come quella a Macerata, l’Absolute Poetry, una moltitudine d’altre che nemmeno mi vengono in mente (ora) e che vengono seguite in massa e seriamente. Però ritengo che il solo testo, seppur straordinario, a volte (a volte) ed in casi che esulano dalla coralità di una manifestazione, non basta. Ci sono casi in cui la lettura richiede solo lettura ed ascolto, altri in cui l’ascolto deve venire sollecitato e perchè no, raffinato, per smussare la diffidenza del fruitore.
    Se Dante – a Milano – non fosse stato letto all’interno della basilica di Santa Maria delle Grazie ma in altra sede, un teatro, chessò, una qualunque altra sede meno “CURIOSA” (termine inteso per: pregnante, accativante, strana, nuova e via stimolando) forse non avrebbe avuto la medesima mole, affluenza di pubblico attirato OLTRE che dal testo, anche dalla location.
    Però grazie della tua sottolineatura circa “il solo testo” che apre una miriade di nuovi aspetti su cui voglio riflettere.
    fabiano alborghetti

    anonimo

    17 ottobre 2005 at 14:25

  11. Per intenderci, in macchina, nel caricatore dei CD, io ho anche Tanche Giaiutis, una specie di antologie di poeti in dialetto del Friuli (non solo in friulano). C’è Battiston che suona, e un coro che fa degli accompagnamenti strani. Mi piace e lo ascolto volentieri.
    Questo per dire che non sono contrario alle contaminazioni, tutt’altro, ma non credo che di là si arrivi a diffondere di più la poesia, al massimo si crea un ottimo qualcos’altro (mi sto cercando rogne, lo so).
    Oltretutto, rileggendo il post di Azzurra, mi viene da rilevare che anche lì c’è una frase che non mi pare sufficientemente giustificata: ” Si soffre, si soffre molto, in genere, alle presentazioni di poesia.” Boh. Si soffre spesso, può essere; le ragioni sono varie; io non ritengo che la poesia sia superiore ad altre espressioni artistiche, ma ritengo che la sua natura preveda il contributo attivo del lettore che prende il mano il libro e legge.
    “Si, ma come convinci il lettore a prendere in mano il libro?”
    A Mantova De Angelis e Lamarque evidentemente non ci sono riusciti. A Pordenone(Legge), Tony Harrison ci è riuscito. A Monfalcone(October Festival) ci è riuscito almeno Pagliarani (non nomino altri per semplificare).
    Variabilità naturale…
    Buona serata a tutti, vado dal meccanico.

    anonimo

    17 ottobre 2005 at 16:22

  12. Caro Vincenzo,

    io credo che a AbsolutePoetry Pagliarani abbia catturato il pubblico (comunque solo parzialmente) per motivi diversi da quelli che tu citi: 1) perchè è Pagliarani, cioè un “vegliardo” (nel senso positivo) della poesia italiana 2)perchè le sue pause, i suoi lapsus, ciò che ha dato vita all’ironia, alle risate in platea, hanno a che fare sì col temperamento ma anche, e lo dico con assoluto rispetto, con lo stato fisico in cui si trova, ahimé, Pagliarani 3)non sono sicuro che Pagliarani abbia avuto un successone: credo che fosse anche una forma di rispetto (di “riverenza”, giusta) verso un autore noto e anziano, insomma un autore conosciuto anche da quelli che poco bazzicano la poesia.

    Il discorso di Fabiano è corretto. E anche quello di Azzurra. Quante volte l’abbiamo fatto? D’altronde c’è chi quella contaminazione la cerca come cifra della propria ricerca poetica. Fabiano, fai bene ad andare in giro col tuo musical. Io anche l’ho fatto e lo faccio tuttora: mettere su performances più o meno teatrali, più o meno musicali, più o meno video, etc., egualmente Gli Ammutinati.

    E ho un problema: gli autori che lavorano in questa direzione non sono tanti, è difficile confrontarsi per crescere. E se non trovi confronti, a volte ti fermi, e ti ripieghi su te stesso. Ecco perchè Absolute ha riempito un buco.

    Quando vado in giro per festival e mi chiedono di leggere, provo spesso una sensazione di spaesamento. Mi chiedono di leggere e io dunque arrivo al microfono dopo aver provato il mio testo, dopo averlo riprovato (prove, prove, prove!), dopo aver cercato di preparare una lettura fatta dignitosamente. È un lavoro che non esclude il testo, anzi, lo accresce, lo indaga meglio, lo approfondisce e lo rende fruibile in altro modo (anzi: nasce insieme alla creazione del testo stesso).

    Il problema qual è? È che mi piacerebbe vedere, a quegli stessi festival, autori che, visto che vanno al microfono, abbiano almeno un minimo lavorato sulla lettura. Perchè lavorare sulla traduzione orale del proprio testo significa portare rispetto all’uditore. Andargli incontro. E accettare il contesto, cioè il palco (il palco c’è, ovviamente, anche quando non c’è: basta essere al centro dell’attenzione e avere un pubblico di 1 persona davanti).

    La lettura di Dante, hai detto bene Vincenzo, è fatta da attori. Non solo da Pierluigi. Senza attori come sarebbe?

    Il poeta non deve diventare attore. No. Ma se accetta di andare a leggere in pubblico, allora un lavoro lo deve fare. È una questione di rispetto per il medium e per il destinatario. Poi c’è anche la questione della seduzione dell’uditore, che deriva dal rispetto, non è un atto di convincimento ma un atto di amore per chi ascolta.

    A Parco Poesia, tanto per fare un esempio recente, è andata così: decine di autori (giovani e meno giovani) che arrivavano al microfono, su un palco, senza aver lavorato per stare su un palco, ad un microfono. Domanda: perchè allora andare sul palco? perchè non far leggere qualcun altro? perchè sfilare per il puro narcisistico gusto di sfilare?

    Luigi

    anonimo

    17 ottobre 2005 at 19:14

  13. io mi scuso se rispondo un poco a scatti causa le solite questioni mie che già sapete: gentile claudia, ma perchè dovrei cambiare il mio punto di vista sulla vita ?(e poi che punto di vista ho ???). degustare locale: è la punta di un iceberg fatto di un anno di letture, visite alle scuole, promozione sul territorio. brevissimamente (e scusate) alcune cose sono fondamentali: una poesia che possa creare dialogo, un luogo adatto e un’idea di fondo. ad esempio posso dire che a macerata nel 2004 tutto questo c’era. cioè una serata che valeva i 300 km da casa mia sinceramente. e questo va anche oltre il pubblico, cioè è proprio il senso, la dimensione, da ricercare.

    matteofantuzzi

    18 ottobre 2005 at 08:27

  14. d¹altrocanto
    incontri di poesia contemporanea
    presso la Sala Morellini del Teatro Bonci di Cesena

    L’incontro con MILO DE ANGELIS è previsto per questo sabato 22 ottobre alle 18.

    *
    Per il ciclo di incontri Narrative ideato da Cultura Progetto è in
    programma il prossimo sabato 22 ottobre alle 17 presso Diagonal Loft
    Club
    (viale Salinatore 101) un incontro dedicato a Pier Paolo Pasolini a
    trent’
    anni dalla morte, organizzato in collaborazione con il circolo Acli
    Lamberto Valli. In questa occasione Gianni D’Elia, poeta e critico,
    presenterà il suo saggio, uscito recentemente e già in seconda edizione
    per i tipi di Effigie edizioni, L’Eresia di Pasolini.

    *
    inoltre a venezia c’è “ad alta voce”

    matteofantuzzi

    18 ottobre 2005 at 08:53

  15. (questa è bina 55 che parla appunto di romapoesia riportando a richieste precedentemente espresse. di certo marco non si offenderà se la riporto)

    *

    Marco Giovenale

    Poesia Ultima / L’esperienza-divenire delle arti
    Generazione ’68-’78
    L’idea di *Poesia ultima* viene dalla necessità di offrire una visione
    d’insieme di alcuni nodi cruciali, aree tematiche, prassi e stili emersi da e per alcuni autori giovani (nati tra il ’68 e il ’78), garantendo in tal
    modo una base di discussione, un primo incompletissimo rilievo o cartografia,
    per ulteriori indagini sulla scrittura poetica – non solo in Italia – negli anni recenti.

    Le questioni e gli interrogativi che la poesia rivolge a sé e al
    contesto
    sociale (e che quest’ultimo riformula in ulteriori domande) possono
    riguardare:

    – la situazione della scrittura di ricerca, nella sua interazione
    con
    altre arti, lingue e culture;
    – i rapporti complessi di legame/indipendenza che la poesia (di
    ricerca e
    non) intrattiene oggi con i propri padri, con i molti valori stilistici
    portati dal Novecento;
    – la dicibilità del mondo come resistenza di una poesia civile, e
    dell’io
    ‘lirico’ affermato o negato in questa;
    – l’occorrenza di motivi costanti (il corpo in immagine distante, la
    vita degli oggetti) in libri e autori nati negli anni Sessanta e Settanta: che
    configurano una sorta di scrittura insieme antirealistica e fredda.

    Questi nuclei, individuati scansionando per letture parallele siti e sedi e libri di poesia negli anni recenti, sono ripartiti in due giornate di incontro presso lo Studio 2 dell’Auditorium di Roma, il 21 e 22 ottobre 2005, nel contesto di RomaPoesia, in modo che alcuni degli autori più
    significativi appartenenti alle generazioni dei nati nel decennio
    1968-1978
    si trovino a conversare e dibattere tra loro, e soprattutto a porre in
    parallelo il discorso critico e la lettura, teoria e voce. È la sfida
    e l’ipotesi in gioco. Ogni nucleo tematico raggruppa autori che intervengono
    sull’argomento
    e portano testi (propri e altrui) a sostegno di quanto affermano. I
    testi –
    non polemiche e poetiche pre/testuali – sono al centro delle
    argomentazioni.
    O anche: i testi narrano se stessi, senza argomentazioni affatto.

    Ogni incontro potrà avere degli interlocutori ad hoc, in sala, nel
    pubblico, che potranno – se vogliono – intervenire nel dibattito. In
    duecasi, con Tommaso Ottonieri e con Damiano Abeni, gli interlocutori sono
    direttamente chiamati ad affiancare i poeti.
    Si parte dal confronto con gli ascoltatori, nella lettura: e alcuni
    poeti potranno eventualmente decidere di non porre discussioni
    teoriche,
    affidandosi alla sola partitura dei versi.

    Allo stesso tempo, inserire gli autori in nuclei tematici e in
    momenti
    differenti non vuole far sì che tra nucleo e nucleo si aprano distanze
    e non comunicazione. Al contrario, la scelta di circoscrivere tutto in due
    giorni e in un unico luogo (oltre alla Fondazione Baruchello) mira proprio a
    far convergere e raccogliere le esperienze.

    Ogni nodo tematico ovviamente è ricchissimo di implicazioni e
    possibili
    link. Ognuno meriterebbe convegni a sé, fiumi di precisazioni.
    L’intenzione
    degli incontri del 2005 non è in nessun modo quella di svolgere
    sessioni esaustive, ma semplicemente di mettere insieme le persone giuste
    (alcune, e scelte tra le moltissime che in Italia operano), e farle parlare tra
    loro e con il pubblico, ascoltare i loro testi eventualmente o
    programmaticamente
    in rapporto con le annotazioni di poetica, le prese di posizione, le
    visioni
    politiche, etiche, le insofferenze, i rifiuti, le divergenze.

    Molta parte delle controversie – accese – nel sistema letterario
    italiano
    scavalcano la pagina, sanno abilissimamente prescindere dalle opere,
    dal confronto vivo con la scrittura, con i vettori stilistici in campo. Se
    differenze e distanze tra forme devono esistere, in poesia, è bene che
    due cose siano dichiarate: che dovrebbero essere i testi a originare quelle distanze; e che il differire Рanche conflittualmente Р̬ una fortuna,
    una ricchezza, non un’occasione sterile di astio.

    Un momento ulteriore – centrale per completare il quadro d’insieme –
    verrà da *L’esperienza-divenire delle arti*, ossia dall’incontro dei
    venti
    poeti con altrettanti artisti della stessa generazione (e di
    generazioni
    precedenti), che oltre a presentare i propri lavori, il 23 ottobre,
    presso la Fondazione Baruchello, saranno protagonisti di un confronto sullo stato dell’arte e della poesia. Interverranno poi critici, redattori di
    riviste, curatori di collane e di siti, editori. Questa giornata, preceduta da
    una rassegna di video (dal titolo Il video dopo il video, presso il cinema
    Filmstudio, il 19 ottobre), vuole essere «una piattaforma di scambio e
    di dialogo tra artisti e poeti, critici e teorici, anche di altre
    generazioni, per tentare una riflessione sulla situazione recente delle arti,
    partendo dalla premessa che proprio dal confronto tra ambiti e codici differenti
    possono evidenziarsi i segni di un divenire dei procedimenti artistici,
    non soltanto da osservare ma anche da edificare» (Carla Subrizi).

    —————————————————
    >>RomaPoesia, IX edizione, ottobre 2005

    matteofantuzzi

    18 ottobre 2005 at 09:01

  16. Matteo, prova a dare uno sguardo a http://www.ifiglibelli.com, dopo Mantova e la mantovanitudine potrebbe essere un bellosguardo.

    molesini

    18 ottobre 2005 at 23:03

  17. E’ presto, sono caduto dal letto.
    Luigi, Monicuzza/sleepwalking (mi pare) in un commento ad un post precedente aveva postato un pezzo di intervista a Villalta forse sottovalutato, da cui riprendo quel che mi interessa: la lettura dell’autore da’ informazioni diverse da quella dell’attore (che è bella, interessante, spettacolo, ma “altra”). Tutto quel che chiederei io è il rispetto del testo, al massimo, con una lettura chiara che permetta all’ascoltatore di farsi realmente un’idea.
    Su Pagliarani posso anche essere d’accordo (che è un vegliardo della poesia = pezzo di storia della poesia, etc), ma se si tratta di farsi ascoltare, l’età non mi sembra una ragione più extrapoetica della pettinatura di Palma Kunkel. A parte (ma qui non c’entra) che dove la memoria sopperiva ai problemi di vista, ha letto bene, secondo me.
    Riguardo il lavoro orale sul testo, non è detto che ti porti più vicino al pubblico, anzi. A me Sara Ventroni è piaciuta (ma mi erano piaciuti anche i testi letti su Poesia, prima!); non penso però che una lettura del genere sia più gradevole, più fruibile: contiene un livello di tecnicità ulteriore che, secondo me, può rappresentare semplicemente un altro scalino. E’ senz’altro più vicina al pubblico la contaminazione con la musica (e fa benissimo Fabiano, niente da dire se non sullo sperare che sia la poesia a passare), perché c’è l’abitudine alla canzone d’autore (che è già contaminazione, ed è bene non dimenticarselo).
    Vincenzo

    anonimo

    19 ottobre 2005 at 06:26

  18. siliva, spiegati meglio per cortesia (sei stata un poco ermetica)

    *

    vincenzo con fabiano potrai discutere a proposito il 29. sinceramente: credo e lo sapete che il testo basti, cioè si è chiamati a produrre degnamente quello, che è già un mezzo miracolo. il resto è accezione a qualcosa che oramai dopo l’invenzione della stampa mi ripeto è qualcosa che potrà valere sempre ma che non è necessaria, l’oralità.
    scusate la banalità, un poeta muto è in partenza un cattivo poeta ? un poeta stronzo (categoria perennemente satura) è un cattivo poeta perchè sta sulle palle alla gente e magari ai reading lo vorrebbero impalare ? quello che mi chiedo sempre è: cosa si chiede al poeta ? che faccia le corna nelle foto ufficiali come un certo personaggio di cui adesso mi sfugge il nome (…) so che luigi è di 1 altra idea che è rispettabilissima ma preservare il testo è per me sempre il fondamento. in un epoca in cui la poesia (essendocene poca) viene additata ovunque, francamente chi ha deciso di fare poesia non deve fare altro se non (al massimo, massimo) rendere il testo in un con-testo che lo esalti nella fruibilità.
    ho sempre detto che ad esempio lello voce ragionando da decenni in tal senso ha fatto benissimo a pubblicare la sua ultima cosa solo su cd, perchè il suo percorso lo ha portato “oltre il testo” e il mezzo che ha utilizzato per diffonderlo è adeguato.
    sara ventroni il testo ce l’ha. e si può permettere di farsi leggere. su poesia e altrove.

    matteofantuzzi

    19 ottobre 2005 at 06:56

  19. sul rapporto tra oralità, reading e poesia, con le varie arkadie, ne scrissero benissimo, in principio degli anni ottanta, sia Vassalli che Stefano Lanuzza.

    in sintesi, condivido l’idea di matteo: se un testo nasce nella scrittura, là è la sua casa. se nasce per l’oralità (come nel beat americano) non va letto, ma detto.
    insomma a ciascuno il suo…
    gugl

    anonimo

    19 ottobre 2005 at 09:57

  20. Però Stefano, penso che anche il testo che nasce nella scrittura e che meglio si estrinseca nella lettura, sia da leggere ed asoltare ad alta voce. I pochi reading cui ho preso parte mi hanno fatto sperimentare livelli di percezione e affondo diverso nella poesia, rispetto alla lettura, anche di testi che forse non sono stati pensati come “performativi”. Uno per tutti è stato per esempio l’ultima raccolta di Giuliano Ladolfi, “Attestato”, che non mi sembra essere stata scritta per l’oralità (o forse mi sbaglio). In ogni caso do più ragione a Matteo quando dice che il poeta dovrebbe (al massimo) rendere il testo in un contesto che lo esalti nella fruibilità. Solo che secondo me, anche se il testo non è pensato per quello, è fruibile ad alta voce (posto che sia un buon testo).

    Massimo73

    19 ottobre 2005 at 10:46

  21. Risposta all’ultima domanda di Luigi, nel commento 12:

    perché Sanremo è Sanremo.

    FilippoDavoli

    19 ottobre 2005 at 10:51

  22. per filippo:

    🙂
    ma a sanremo, almeno, si fa spettacolo. lo spettacolo lo fanni i presentatori, le accompagnatrici, le scenografie, gli impianti audio-luci, il contorno, etc.etc. – invece nelle sfilate dei poeti capita spesso che il poeta non sa leggere, il presentatore non sa presentare, il microfono non funziona, la parola biascicata resta strozzata sottovoce nei cavi elettrici, la scenografia non esiste, insomma: ci sono solo i vacui rituali dello spettacolo (simil-palco, simil-microfono, simil-presentatore, simil-sfilata, tutto simil) ma non c’è lo spettacolo, cioè non c’è SPECTARE, intensivo di SPECERE: non solo quella simil-sfilata non “attrae lo sguardo”, ma non attrae nemmeno l’udito.

    la parola detta, solo detta, con semplicità, può essere forte, fortissima, la più forte. ma sapete bene che le cose più semplici hanno alle spalle i lavori più complessi.

    chi dice che il testo basta a se stesso, non dovrebbe dirlo a voce alta. e se lo dice, prima di farlo, dovrebbe fare in modo che la parola detta sia pulita, udibile. e quanta sporcizia prima di far uscire il pulito…

    luigi

    anonimo

    19 ottobre 2005 at 12:47

  23. e infatti la poesia ha la straordinarietà di poter non esser urlata per insinuarsi nella pelle senza più potersi staccare.

    lanuzza è un critico di cui forse bisognerebbe parlare di più. a proposito di critica old, new & very very new.

    matteofantuzzi

    19 ottobre 2005 at 13:09

  24. vero qule che dice massimo in #20, però attenti all’istrionismo, che rende poeticamente pappapibile anche pupo.
    sulla poluzia (sembra che ce l’abbia con luigi, ma non è così): anche la pulizia del verso (o la sua semplicità) è parte di una poetica, e lì si giustifica. spesso però, i materialisti come me preferiscono i terreni ruvidi, sporchi, più carne che anima, insomma… Ovviamente tutto ciò non ha a che fare con scrittura vs oralità. Questione questa, che non può avere un vincitore.
    gugl

    anonimo

    19 ottobre 2005 at 13:44

  25. matteo, la fai troppo semplice. la poesia si insinua sotto la pelle… chi l’ha detto? anche una bella poesia detta male può non insinuarsi.

    ma tu (e altri) continuerete a pensarla come la pensate. ed io ti/vi rispetto. solo ti/vi chiedo una cosa: fai/fate leggere ad altri i tuoi/vostri testi…
    🙂

    L.

    anonimo

    19 ottobre 2005 at 13:44

  26. gugl (sembra che ce l’abbia con te, ma non è così): non parlavo di pulizia di testo, ma di “dicitura” (anche se potrei fare l’oltranzista: se è vero che chi parla male pensa male, allora potrebbe anche essere vero che chi dice male, scrive male…- è una provocazione).

    qualcuno di voi ha letto LA LETTERA CHE MUORE di Frasca?

    L.

    anonimo

    19 ottobre 2005 at 13:49

  27. sai che sono stato semi-obbligato a leggere le mie cose ? fino a 3-4 anni fa non lo facevo, usavo attori, i quali tra parentesi avevano carta bianca, facevano diventari tristi poesie allegre, stravolgevano il senso ecc.
    poi ad una serie di reading fui praticamente minacciato, ma erano incazzati proprio… volevano leggessi io (questo soprattutto dalle mie parti) e quindi ho iniziato. ma sinceramente per me è sempre una fatica.

    e non solo perchè non ho voce (cioè duro poco), ma perchè il tempo lo passo sui testi non a corsi di dizione/effettuazione ecc. che fan bene oh intendiamoci ma io col tempo che ho mi pianto sui libri e chi mi schioda più ?

    per la pelle parlavo di possibilità luigi. però alla fine ha ragione stefano non abbiamo bisogno di vincere, abbiamo bisogni di percorsi seri e onesti. e in questo i performativi sono ribadisco il migliore esempio.

    matteofantuzzi

    19 ottobre 2005 at 13:52

  28. sta volta ti devo dar tagione, luigi: in effetti, parlavi di dizione. in questo senso, un magnifico dicitore (oltre che poeta: nota la distinzione) è giuliano mesa.
    pessimo invece zanzotto (però ottimo poeta ,come si sa).
    gugl

    anonimo

    19 ottobre 2005 at 14:29

  29. non volevo darti Tagione (che pare un castigo di dio), bensì Ragione (che è buona cosa)
    gugl

    anonimo

    19 ottobre 2005 at 14:30

  30. stupendo il ricordare che ci sono poeti che leggono male testi che altrimenti sarebbero validi…
    Io infatti ho DOVUTO imparare a leggere (ma senza dizione…)e ancora non è che sia un Paolini…un Neri Marcorè…. Però mi metto sempre (o almeno cerco) di mettermi nei panni di chi la poesia la ascolta – magari per la prima volta – o di chi, pur essendo avvezzo alla poesia, la legge soltanto. In questi casi bisogna trovare il modo di far passare il testo attraverso l’estraneità creata dalla voce, dalla volatilità che assume il testo nella transizione pronuncia-ascolto-assimilazione.
    Per chi ad esempio in parte è negato all’oralità, ecco che il supporto esterno (musica, scenografia, altro) aiuta a rendere il testo leggibile quando recitato-letto.
    Piacerebbe anche a me una perfomance pulita-linda di solo voce e testo, cosi come impazzirei per un pubblico che penda dalle mie labbra mentre distribuisco il Verbo (ma senza camminare sulle acque…), ma non ho la voce di Quasimodo…
    fabiano alborghetti

    anonimo

    19 ottobre 2005 at 16:40

  31. Mi permetto di intervenire nella discussione sull’ “esecuzione” del testo poetico per suggerirvi un ascolto. Chi di voi ha mai sentito le registrazioni dei recitals di Brodskij ? Attraverso il sito dell’Academy of American Poets ho comprato un cd che contiene una registrazione del 1980 (un brano può essere ascoltato nel prezioso Poetry Audio Archive del sito). Mark Strand legge le traduzioni in inglese e Brodskij l’originale russo. È una lettura (o meglio una declamazione, visto che Brodskij recitava spesso a memoria) impressionante. Fa pensare a un canto sinagogale o della chiesa ortodossa, a qualcosa di liturgico, un misto di musica e disperazione.
    Pierluigi Lanfranchi

    anonimo

    19 ottobre 2005 at 18:12

  32. certo che puoi permetterti (come tutti tra parentesi) pierluigi: sinceramente no, non ne ho mai avuto occasione, qualcosa si trova di scaricabile via internet ? però ho presente un discorso simile fatto a montiglio da anna maria farabbi nelle scorse settimane (giusto ? qualcuno mi confermi perchè io ero in giardino a cianciare con altri in quel mentre…). bisognerebbe almeno per la poesia anglofona, rispetto all’italiana fare sempre un ragionamento sullo strumento: nel senso che per struttura, dinamica ecc. le due sono davvero dissimili. per questo (ma non è un discorso fatto a te pierluigi !) ho sempre titubato sull’importazione tout-court dei modelli degli stati anglofoni in italia (potrei fare un esempio, ma tanto avete già capito dove andrei a finire…) discorso diverso per il russo. non per niente parli di canto sinagogale…
    insomma spero riuscirai a segnalarmi/ci dove carpire quelle registrazioni.
    per fabiano scena ecc. tutto bene… solo che sia un buon testo. e gli attori non sono una categoria malvagia ribadisco, anzi

    matteofantuzzi

    20 ottobre 2005 at 09:55

  33. (a proposito di “ciccia”, segnalo in questo momento il blog di ciminiera, preso in mano da gabriel del sarto e con un bel dibattito in corso)

    matteofantuzzi

    20 ottobre 2005 at 10:42

  34. È possibile ascoltare una poesia di Brodskij, “A Season”, nel sito dell’Academy of American Poets (http://www.poets.org/viewmedia.php/prmMID/15204). Non è la più impressionante, ma dà un’idea dello stile della recitazione. Potete invece vedere un video in cui Brodsky recita “Nature Morte” sul sito di un’emittente olandese (http://www.vpro.nl/programma/zomergasten/afleveringen/22708244/items/23448079/). Cliccate a sinistra su Breedband (Real o Mediaplayer). Dovete prima sorbirvi un minuto e 18 secondi di intervista a un cantautore belga che dice banalità, oppure mandare avanti il video. Io sono rimasto letteralmente sconvolto.
    Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.
    Pierluigi

    anonimo

    20 ottobre 2005 at 10:58

  35. confermo. ottimo, ottimo davvero, bellissimo andatevelo a sentire/guardare: ma il salto fra poesia russa e la traduzione in inglese è abissale. ancora una volta c’è un testo, una sostanza, un lavoro con uno strumento specifico permettetemi che è la lingua russa, che è la poesia, che è la “ciccia”.

    senza “ciccia” si fa poco. un topo con un fiore in testa è sempre un topo. (e potete anche riempirlo di fiori, fino a nasconderlo, ma li sotto rimane sempre e comunque un topo.

    matteofantuzzi

    21 ottobre 2005 at 09:12

  36. (…allegra la tv olandese…)

    matteofantuzzi

    21 ottobre 2005 at 09:13

  37. poeti (e critici) a raccolta: paolo lagazzi sul portale alice a proposito dell’antologia di piccini

    http://www.librialice.it/news/primo/lagazzi_paolo-poesia1960.htm

    anonimo

    21 ottobre 2005 at 15:30

  38. Anceschi copiato prefazione apocrifa poeta contemporaneo chi è?

    anonimo

    21 ottobre 2005 at 17:30

  39. Mi permetto di dire che è un anno che porto in giro uno spettacolo che cerca la contaminazione fra musica, parole e immagini. Considero questo un modo di far passare il “meggaggio” poetico contando su supporti diversificati che la semplice voce. Non so quanti di voi hanno ascoltato de angelis e la lamarque a mantova ma, ve lo dico, non si potevano sentire.
    Mi permetto di aggiungere che al di là di un paio di voci “famose” non sono mai trasecolato di fronte ad una lettura pubblica, e che il problema, inoltre, non sia solo nel modo in cui si propone la cosa ma anche e soprattutto il contesto. In soldoni: se si partecipa ad un classico evento poetico, leggere con musica o meno cambia poco la sostanza, in quanto i presenti sono già convertiti. Io auspico l’uscita dei poeti dalle librerie e la conquista di spazi che non sono soliti ospitare eventi del genere, e in questo, la formula musica/poesia agevola molto l’autore che può trovarsi a leggere in posti dove non è “aspettato” né celebrato.

    Resta inteso che secondo me, la lettura solitaria di poesia (che adoro) e la performance sono cose ben distinte, e come tali vanno trattate.

    A

    anonimo

    21 ottobre 2005 at 19:16

  40. messaggio poetico, volevo scrivere sopra. perdonate la fretta.

    A

    anonimo

    21 ottobre 2005 at 19:26

  41. anch’io leggevo con la ‘musica sotto’. però, così facendo, testo e musica si danno insieme. e allora il testo non è più il testo. quindi, rinforzerei il concetto di A: la poesia che nasce senza musica, va letta senza musica.
    gugl

    anonimo

    21 ottobre 2005 at 20:38

  42. Chiedo scusa gugl, una precisazione: il progetto che sto portando avanti io ha un’ambizione, che non è quella di leggere con la musica sotta, ma quella di costruire un tessuto sonoro dove musica e parola (ultimamente anche immagini) abbiano lo stesso “valore”. Un esempio: se nel testo che leggo compare una ragazza, uno dei due musicisti, con il proprio strumento, “interpreterà” la ragazza con il suono. Quindi direi più dialogo e fusione, con la musica, che lettura e accompagnamento.

    A

    anonimo

    21 ottobre 2005 at 21:12

  43. Secondo me state sprecando energie su codesti problemi di lettura: ognuno legge come gli pare. Ogni autore ha il suo modo di leggere: importante evitare certi effetti di declamazione come suggeriva il buon Pound, perché spesso possono diventare comici…
    A Parcopoesia, quest’anno, ho sentito leggere Rosita Copioli: probabilmente lei pensava di leggere espressivamente ma la mia impressione è stata negativa nella ricezione delle sue poesie (o forse non erano belle le poesie?)…Milo De Angelis non è un granché a leggere, sarà un fatto di timidezza, non ha una bella voce eccetera…Però evidentemente i suoi testi erano talmente belli e forti che mi è “arrivato” (e non solo a me, come so…). Potrebbero arrivare meglio i suoi versi se fossero letti mettiamo da Gasmann o da Albertazzi? Non lo so…Le canzoni di Battisti mi piacciono cantate da Battisti: le versioni cantate da altri, compresa Mina che ha una voce un miliardo di volte più bella di Lucio, mi sembrano meno riuscite…
    L’attrice che ha letto i testi da me scelti nelle 10 puntate del mio programma rai2 “Voci nella Notte” ha letto molto bene e senza quella fastidiosa enfasi teatrale…
    Tu Luigi Nacci, che hai cominciato codesto discorso, sei proprio sicuro di legger bene? A Parcopoesia ricordo il tuo istrionismo un po’ esagerato nella lettura, ma non ricordo i testi: ed è strano perché io ho sempre l’orecchio vigile anche quando faccio altro e al Parco ero spesso a parlar con Galaverni…Quindi o ero distratto, o i testi non erano buoni (per me…) oppure – ed è quello che penso – il tuo modo di leggere troppo strabordante e sopra le righe, copre i testi e si sovrappone troppo.
    Salutami Sinicco e assicuragli che non sono un “fascio”…
    Ci sono alcune nuove e brevi riflessioni nel mio blog sempre sull’antologia di Corte-Lessa. Nomino anche la Cera Rosco (che ho avuto ospite in una puntata del mio programma…) …

    PS
    I soliti saluti a Fantuzzi: tipi come lui, così “antichi” nel senso di portatori di una antica humanitas, umili e seri…Ce ne fossero!…

    Andrea Margiotta

    rondons

    21 ottobre 2005 at 21:43

  44. Caro Margiotta,
    non ho mai detto di essere il miglior performer in circolazione, né il miglior lettore.

    Certo, leggo meglio di te 🙂

    (se non hai sentito bene, e parlavi con Galaverni, perdonami: chiamasi “maleducazione”.. non mi tirare in ballo l’orecchio bionico che seleziona di sfuggita i capolavori)
    L. N.

    anonimo

    21 ottobre 2005 at 22:55

  45. ad A.: insomma, fai poesia sonora (l’ho fatta anch’io per un breve periodo). quello che dici è sensato, ma usare la musica in modo mimetico è la prima cosa che viene in mente. Certo l’effetto lo ottieni, ma rischi di tritare il già trito. Prova, se posso dare un suggerimento, ad ascoltare la collana di poesia sonora BAOBAB (fondata da Adriano Spatola, un poeta che andrebbe ricordato, ogni tanto) oppure i dischi di Enzo Minarelli.
    con simpatia.
    gugl

    anonimo

    22 ottobre 2005 at 07:26

  46. grazie mille del suggerimento gugl, provvederò.

    A

    anonimo

    22 ottobre 2005 at 08:29

  47. Consiglio anche la collana “Audiobox” di Luca Sossella Editore. Ad esempio: IL FRONTE INTERNO dei Residante (il gruppo di Gabriele Frasca).

    Bene ricordare Spatola!

    Ma stiamo attenti a non mescolare le cose: la poesia sonora è una cosa, la poesia lettrista un’altra, etc. etc. – la lettura con accompagnamento è una cosa, la de-clamazione con/senza musica un’altra, la performance con/senza musica un’altra ancora…

    L.

    anonimo

    22 ottobre 2005 at 08:49

  48. parecchie le cose giuste: ricordare spatola per esempio. A. = alessandro ansuini. lo chiamo così perchè se no facciamo casino.

    alessandro quando fu invitato a leggere da noi (div.bassa padana) prese male, perchè prese uno dei luoghi più “istituzionali”: una sala storica, l’anno prima la stessa manifestazione era stata fatta tra i tavoli della sala biliardo di una bocciofila che viene chiamata “il cremlino” e che non è esattamente andrea mi perdonerà un circolo acli anche se ho organizzato letture nei Santuari e sono convinto che i Salmi siano uno dei max. esempi (quelli sì totalmente orali !) della storia della poesia…

    comunque: faccio fatica a dire che sia meglio così o colà perchè rispetto i percorsi altrui e quindi parlo del mio che è quello di un mantenimento “bulgaro” dell’effettuazione poetica, senza musica, senza niente. solo poesia. laddove si agisce è il luogo: ho esperienze di letture negli ipermercati (…che non raccomando…) e nei luoghi più folli, anticipo e domani credo già darò la lista definitiva che sabato 29 dalle 16 vi sarà una lettura dentro alla galleria d’arte contemporanea di castel san pietro terme, dentro a un’installazione di un’artista americana che si chiama fawn krieger e filodiffusa all’esterno della galleria, nel centro storico della cittadina in modo da “abitare” (termine a me molto caro) il centro storico.
    però ci sarà solo poesia, senza altro. perchè è come quando si parla di latte: un latte buono di alta montagna appena munto, con la mucca che ha pascolato su signori pascoli non ha bisogno di gusti particolari, neanche del cioccolato che piace a tutti, ma che maschera anche l’acidità o i cattivi sapori.

    un buon latte è nutriente, da solo è il migliore dei pasti, e equilibrato, ti fa crescere forte, di robusta costituzione.

    ps. luigi non ho avuto modo di sentirti a parcopoesia, ma quando fossati (che deve smettere di spiegare le poesie, questo è uno dei grandi mali delle effettuazioni poetiche) ha iniziato a leggere ho smesso di fare quello che stavo facendo e mi sono messo ad ascoltare. e devo dire che (spiegazioni a parte) mi ha colpito.

    matteofantuzzi

    22 ottobre 2005 at 09:39

  49. sabato 29 credo che ci sarò matteo, così colgo l’occasione di salutarti e informarti su un progetto estivo che credo ti interesserà.

    Ci sarà anche Giovanna?

    Avrò piacere di essere un’installazione nell’installazione.

    A

    ansuini

    22 ottobre 2005 at 09:54

  50. matteo, io ho sentito fossati e ho sentito margiotta leggere a parcopoesia. con tutto il rispetto, non mi pare ci fosse un reale lavoro sulla lettura. anzi.

    ma questo è un discorso che vale per tutti quelli che erano a parcopoesia (gli unici che hanno tentato, pur nei tempi limitati e nella scarsezza del microfono, un azzardo, siamo stati io e sinicco; e non dico che abbiamo performato, abbiamo solo cercato di eseguire, senza nemmeno forzare troppo la mano, anche perchè il pubblico non era secondo me stimolato in questa direzione).

    se qualcuno di voi fosse venuto a monfalcone all’absolutepoetryfestival, si sarebbe potuto rendere conto delle abissali differenze tra chi lavora ANCHE sulla voce e sull’esecuzione e chi invece no. con tutto il rispetto, ripeto, sono 6 anni che lavoro anche (ANCHE, sì: perchè non sono un estremista: lavoro prima di tutto sulla carta, il testo per me deve stare in piedi sia sulla carta, sia nella voce) in questa direzione, per cui non posso accettare critiche non motivate (tradotto: butatte lì) da parte di chi non fa questo lavoro. sono pro-critica. iper-critico. sopr. verdo di me. ma per criticare bisogna avere i mezzi, e i mezzi si acquisiscono sul campo, oltre che sui libri. imparare a leggere significa studiare fonetica (prima di tutto: mallarmè) e studiare i modi e i mezzi reale dell’esecuzione (teatro, prima di tutto, ciò non vuol dire diventare attori). io cerco di farlo, è un cammino, si migliora di volta in volta, ma faccio difficoltà a conversare con chi non presta attenzione all’ascolto, con chi va su un palco biascicando o storpiando ciò che ha scritto, con chi insomma se ne frega di chi ha davanti, pur di fare la sua sfilata. non ce l’ho con qualcuno in particolare. ce l’ho con chi parla tanto per parlare. chi insomma scaglia la pietra senza mai aver provato ad essere il lapidato (andare su un palco con coscienza significa accettare la lapidazione: ma bisogna meritarsele, le pietre).

    certo che il discorso di margiotta mi fa arrabbiare: perchè l’ho sentito leggere e non è stato (con tutto il rispetto, andrea) un bel sentire. differente è invece ricevere critiche e suggerimenti da chi quel lavoro porta avanti.

    ma questo è il mio solito discorso, e forse non è il posto più consono, questo.

    L.

    anonimo

    22 ottobre 2005 at 09:56

  51. caro luigi, come sai io non è che me ne curi molto dell’effettuazione (e in effetti non ho parlato di lavoro sulla parola), sono abituato ad ascoltare il testo e nulla più (credo che in questo senso parlassi di luogo consono, che ho ben capito essere una battuta). a me interessa la poesia , il testo, non l’effettuazione lo sai. e anche nei performativi cerco il testo conscio dell’esperienza effettuativa che modifica l’esigenza del testo. ma la fusco o la ventroni si leggono sulla carta, eccome se si leggono…

    per me la poesia sta sulla carta (soprattutto), per te sulla parola (senza estremisti). l’importante è che alla fine vi sia (la poesia). ci pensi che noia se la pensassimo tutti uguale ?

    matteofantuzzi

    22 ottobre 2005 at 14:27

  52. sulla poesia sonora: hai ragione luigi, le categorie sono infinite, ma troppi distinguo fanno un discorso confuso. quello che volevo dire ad A., lo ha capito lo stesso. Ti do ragione anche sulla lettura a voce alta: è un’arte che va imparata. io non la coltivo molto, però, quando leggo, cerco anzitutto di avere rispetto per il pubblico: per questo cerco di scandire le sillabe, di stare alla giusta distanza dal microfono e di metterci della passione. di più non sono capace. A me piace, per esempio (l’ho gà detto), come legge giuliano mesa: l’hai mai sentito leggere?
    ciao. gugl

    anonimo

    22 ottobre 2005 at 14:46

  53. Sono d’accordo con te Matteo. Il fatto è che è così da secoli.
    La poesia, intesa come ricerca letteraria agganciata alla nostra tradizione è esclusivamente, come dici tu, nella carta. A noi oggi cosa importa di come leggeva un grande lettore come Ungaretti? Può importare come esperienza estetica, se ascoltiamo una sua lettura ci vengono magari i brividi, può essere ‘una cosa bella’, ma non ha niente a che vedere con lo sviluppo della poesia scritta, non ci dice una direzione di ricerca per i nostri testi, se questi testi desiderano (la dico male ma capitemi) un posto nel sistema letterario (che è così è ovvio, no?).
    Il testo scritto è il solo che può ambire alla durata.
    Se decidiamo invece che quello che mi importa è altro, non è quella durata, non è la ricerca letteraria tradizionale, allora l’esecuzione è una strada artistica interessante.
    Ma è come fosse un’altra forma d’arte. Come la musica leggera. Anche questa ci dice cose interessanti, ha un mandato sociale ampissimo, ed è una forma d’arte vincente oggi. Ma non è poesia.
    Si tratta di saper descrivere i fenomeni.
    Cose diverse non si possono comparare nel breve, hanno bisogo di tempo lungo e di uno sguardo distanziato. L’esecuzione fa parte di una strada artistica diversa. se dovessi scrivere pensando all’esecuzione di un testo più del dovuto (oltre cioè all’attenzione mtrico-ritmica) mi sentirei qualcosa di diverso da una che cerca di scrivere poesie.
    Gabriel

    aladar72

    22 ottobre 2005 at 14:48

  54. Leggo ora il commento di gugl. Ecco la cosa sta in quei termini anche per me. Ho sempre letto malissimo, sono stato aiutato da Filippo e da Tiziana, e ora va un po’ meglio. Questo l’ho voluto per quella forma di rispetto per chi ascolta di cui parla il gugl, e perché poi mi serve ‘didatticamente’ quando lavoro in aula.
    Non ha questo però legami con la performance. Un conto è saper leggere, un conto fare esecuzione.
    Per questo prediligo una lettura senza interpretazione, piatta, legata ai versi.
    Gabriel

    aladar72

    22 ottobre 2005 at 14:53

  55. Qualcuno di voi potrebbe dirmi il nome del poeta che usò il nome di Luciano Anceschi in una prefazione a un suo libro? Prefazione che l’anziano fondatore del “Verri” non aveva mai scritto! Grazie

    anonimo

    22 ottobre 2005 at 14:55

  56. Caro Luigi, mi dispiace che tu ne stia facendo una questione personale e che, per questo, attacchi il mio modo di leggere come se io ti avessi detto “leggo meglio di te”…Io e Rondoni (e Luzi…) non ci siamo mai posti dei grandi problemi di lettura, nel senso performativo della parola…
    Ci interessa solo scrivere delle cose buone e che i testi arrivino a chi ascolta…Per me e per Davide leggere bene vuol dire trovare la propria voce anche nella lettura: la fonetica, Mallarmé ecc. ecc. possono essere solo un aiuto non troppo vincolante, semmai…Ma qui entriamo in un campo soggettivo: un po’ come nel cinema anni fa: c’erano registi che richiedevano agli attori una recitazione accademica altri una naturale…In poesia io sono per una lettura naturale, ovviamente cercando di migliorare il possibile migliorabile … Ero a chiacchierare con Galaverni anche l’anno prima, nel 2004, e in più avevo la mia bellissima fidanzata negra ti assicuro molto “distraente”: eppure il mio orecchio “bionico” si destò quando sul palco cominciò a leggere un ragazzo a me fino allora sconosciuto, Davide Nota…E in seguito ho ricercato e riletto quel testo di Davide nell’antologia Parcopoesia 2004 (dove ci sono anche due mie cose, compresa una poesia scritta per una superfiga bulgara, con la quale ho avuto una strana storia anni fa… ).
    Quello che voglio dirti è che il tuo modo di leggere, che probabilmente sarà il frutto di anni di applicazione e di studi sulla fonetica o altro, mi pare innaturale…
    L’effetto che sortisce è di tipo comico (come metteva in guardia Pound da letture troppo enfatico-declamatorie): io e Galaverni ridevamo ma probabilmente siamo noi scemi che non eravamo abituati al tuo istrionismo…Insomma: i casi sono 1)Io e Galaverni siamo degli immaturi, provinciali e tradizionali…
    2) i tuoi testi non sono abbastanza potenti da supportare quel tipo di lettura che tu esegui (bisognerebbe sentirti leggere testi di altri, magari qualcosa di Corso o di others beat, capiterà?…sì, se avremo modo di rivederci…).
    3) è la tua lettura il problema e si sovrappone troppo al testo…
    Insomma quello che voglio dirti (sulla scorta di cose che mi spiegava Mario Luzi) è questo: sia i problemi di lettura che i problemi di traduzione devono essere sempre esperiti naturalmente e ciascuno secondo necessità e tempi propri e non teorizzate…
    A me piace molto il modo di leggere di Rondoni ma probabilmente si adatta bene ai suoi testi creando un effetto blues liturgico…Mi piaceva molto anche la lettura pastosa con inflessioni fiorentine di Luzi, mi sembrava così connessa alla sua poesia…
    Non per nulla in poesia si usa il termine voce, anche parlando di testi scritti, no?
    Se poi tu fai un discorso che si riallacci a esperienze di poesia (e artistiche in genere) degli anni 70, le famose performance, poesia visiva o sonora, il discorso muta in quanto l’esecuzione diventa parte generativa del testo quindi una sua modalità di attuazione, così come il corpo delle parole, il significante, la metrica ecc. ecc.
    Alla fine della mia lettura al Parco, sono venute alcune ragazze a dirmi che j’era piaciuta (non ti dico chi…alcune sono poetesse…); Lauretano mi ha regalato l’ultima copia del suo libro che non mi voleva dare prima…
    e inaspettatamente è venuto a dirmi il suo apprezzamento anche il babbo della Leardini che mi ha stretto la mano ed è stato per me un gran complimento proprio perché veniva da un maestro direttore d’orchestra e non da un poeta.
    L’anno prima la mia ex fidanzata, bellissima e sempre molto obiettiva e parca nei complimenti, mi disse che aveva preferito la mia lettura a quella di tutti gli altri…
    Quindi Luigi a me basta “arrivare” a chi mi apra le porte del suo cuore e della sua mente…Molto conta, naturalmente, la forza dei testi…
    Non è una questione di fare classifiche su chi legga meglio, non siamo a una gara canora di interpreti…
    Il caro Matteo ha citato Valentino: a me Fossati arriva, ha una bella voce e degli ottimi testi (che poi è la cosa più importante)…
    E la spiegazione delle poesie, certo succinta, non è una cosa sbagliata perché crea una piccola cornice, una specie di didascalia di aiuto per il pubblico che ovviamente si deve sempre “catturare” dalla distrazione…Come fa bene Piersanti che però si dilunga troppo in codeste cornici didascaliche…
    Nel caso di Fossati il problema non era la spiegazione ma la sua timidezza che lo portava a non riuscire a trovare neppure i fogli con i testi che doveva leggere…
    Ai miei occhi però, tutto questo, creava un clima d’attesa e ne aumentava il fascino…
    Ciao e salutami sempre Sinicco che, in qualche modo, seguo…

    andrea margiotta

    rondons

    22 ottobre 2005 at 15:26

  57. Ragazzi, abbandonate le letture, la poesia scrivimiola sì (anche se lasciarla fluttuare non è mica poi così male), e poi facciamo rock (io sto portando in giro il mio piccolo show, ma c’è anche la perfomance di Nacci, quella sì che è buona, e di Danieli), vediamo se il poeta la riesce a cantare veramente.
    A Riccione Nacci ha letto decentemente, ma visto lo standard direi bene. Cmq ste letture son cose per le superiori (con tutto il rispetto): dopo aver visto Palma Kunkel all’opera all’Absolute (e non averci capito lo stesso nulla, anche perché fatto tutto in tedesco, anche se c’ho i suoi testi) siete/siamo (mi ci metto anch’io) tutti novellini alle prime armi (c’è pure chi non sa neanche cosa sia una lettura). Bisogna lavorare duro, e le letturine non rappresentano nulla rispetto ciò che c’è al mondo, e che merita giri nei festival importanti.

    Ciao,
    un saluto a tutti, anche a quel “fascista” di Margiotta.
    Christian Sinicco

    PS: su http://www.absolutepoetry.org leggete pneuma-lettura, un po’ parlo di questi temi.
    Ciao!!!!!

    anonimo

    22 ottobre 2005 at 15:33

  58. Caro Andrea,

    nulla di personale, per carità. Qui è tutta carne al fuoco, al fuoco di tutti.

    Ma: se tu vuoi ridurre tutto al semplice: “è venuta lì una tizia a farmi i complimenti”, “è venuto il babbo della leardini a farmi i complimenti”.. beh, il tuo ragionamento non è un ragionamento. anch’io potrei dire lo stesso, e tutti noi in questo blog potremmo dirlo. viene sempre qualcuno a fare i complimenti, embé? che.. c’azzecca??

    Poi: il risolino margiotta-galaverni, caro andrea, I repeat, it a your problem, non mio. ho visto diversi personaggi a parcopoesia (e parlo di parcopoesia, ma potrei parlare di altri festival e altre persone) sputtanare ad esempio rondoni (lo cito perchè l’hai citato tu), ridere di lui, e poi andare da lui a fargli vedere le proprie cose, ad adulare, etc. (idem con Buffoni) – per cui, figurati, quando uno sale sul palco, graziaddio si prende una responsabilità, e si prende i complimenti e anche i pomodori: anzi no, l’ipocrisia dilagante impedisce di lanciare i pomodori, oggi come oggi, le persone sputtanano e poi vanno a portare le borse (o fanno le recensioni di comodo, che poi è la stessa cosa, o mandano gli inviti per i festival, etc.).

    a chi poi continua ad affermare il predominio unico della carta, dico solo che prende un abbaglio. trattasi di parziale predominio, dall’invenzione della stampa in poi, peggiorato dal Romanticismo, ma non di dominio totale e incondizionato.

    Dante la Commedia la diceva a voce alta. La gente lo ascoltava, prima di leggerlo.

    Ovviamente una cosa è leggere, una è de-clamare, una re-citare, una per-formare.

    Ognuno fa le sue scelte. Io non dico: via la carta, viva i microfoni! mai pensato. dico: esploriamo tutti gli altri mezzi disponibili, oltre alla carta. E non escludiamo a priori. Credo che sperimentare i linguaggi possa alla fine giovare all’opera, indi, anche all’opera scritta sulla carta.

    E soprattutto: portare rispetto del lettore/ascoltatore.

    Esempio, Andrea (ora ti provoco un po’): venire in continuazione a dire “venite a leggere il mio blog”, non mi pare una grande forma di rispetto. se lo facessi una volta sola sì, ma a ripetizione assomiglia di più a un pavoneggiamento, che è poi simile al vantarsi sempre di esser stato con super-fighe (chissene) oppure buttare lì tra parentesi una frase del tipo “Mario Luzi mi spiegava”, che è poi simile al voler mandare avanti la presunta polemica Margiotta-Merlin come se fosse il primo dei problemi letterari, etc. etc.

    insomma, davvero, Andrea, niente di personale, ma non mi sono mai piaciuti questi atteggiamenti apparentemente un po’ dandy, un po’ snob, non supportati dalla critica reale, dal “fisso”, come diciamo qui a Trieste.

    Chiusa la polemica – da parte mia. Perlomeno sui blog, visto che non gliene frega niente a nessuno. Se poi credi non sia chiusa, scrivimi pure al mio indirizzo mail personale (te lo può dare matteo).

    L.

    anonimo

    22 ottobre 2005 at 15:59

  59. Non sono d’accordo con quanto scrive Gabriel (#53). Credo sia una possibilità straordinaria quella di ascoltare la voce di un poeta che recita i propri versi. La poesia è come uno spartito a cui mancano le indicazioni del tempo (adagio, allegro, vivace, ecc.). L’interpretazione dell’autore ci restituisce il “tempo” che egli aveva concepito per l’ “esecuzione” del testo (alla fine leggere mentalmente o ad alta voce un testo significa “eseguirlo”, no?). Mi pare significativo che un poeta come Caproni si lamentasse di come gli attori leggevano le sue poesie, senza rispettare la metrica e senza insistere sulle rime (mi pare di averlo letto in “Era così bello parlare: conversazioni radiofoniche con G. Caproni”).

    Luigi ha ragione. La carta è solo il supporto della poesia. Quando la leggiamo, la poesia deve “suonare” nella nostra testa. Purtroppo non ho l’occasione di ascoltare poeti italiani leggere dal vivo i loro versi perché vivo all’estero. Però a volte ascolto i poeti che attorno alle 5 leggono a Fahrenheit, la trasmissione di Radio 3. Il risultato è quasi sempre disastroso. Molto spesso non è affatto chiaro se stiano leggendo della prosa o della poesia. Temo che questo sia dovuto al fatto che per molti la poesia si fa essenzialmente sulla carta, senza preoccuparsi troppo di come “suona” agli orecchi altrui. Perciò, a differenza di come scrive Gabriel, credo che l’ascolto di un poeta ci possa insegnare moltissimo e possa indicarci una direzione per i nostri testi. Sentire Auden che legge i suoi giambi, Brodskij che scandisce i suoi anfibrachi o Walcott i suoi dattili è una lezione straordinaria. Almeno per me.
    Pierluigi Lanfranchi

    anonimo

    22 ottobre 2005 at 16:33

  60. sono un po’ lontano quindi sarò breve. #57: Christian, Palma Kunkel l’ho vista anch’io: ho visto un bello spettacolo di cabaret (in senso alto, nella tradizione tedesca), non vedo ragione per chiamarla poesia. Siamo novellini solo se rientra nei nostri piani fare un qualche tipo di spettacolo.
    #59: secondo me le indicazioni del tempo sono presenti, nella (buona) poesia, anche se magari sono difficili da intuire.
    Ciao!
    Vincenzo

    anonimo

    22 ottobre 2005 at 16:43

  61. proviamo a leggere una poesia visiva?
    chiamiamo la kunkel? chiediamo a Cage che cosa ne pensa del suono?
    poesia è poesie: non tutte riescono col canto!
    gugl

    anonimo

    22 ottobre 2005 at 17:28

  62. però aggiungo una sacrosanta verità: anche il silenzio canta, anche il foglio bianco. basta intenderci. Poi, che sia meglio leggere a voce alta un testo di poesia lineare sono d’accordo, ma soltanto per verificare se la musica che ha dentro può essere tradotta univocamente.
    gugl

    anonimo

    22 ottobre 2005 at 17:33

  63. Mi appoggio a quanto diceva Gabriella Sica in una puntata del mio programma e a quanto diceva Mario Lunetta in un’altra.
    Sica più o meno ha detto ” oggi al poeta è richiesta una spettacolarità a cui il poeta italiano non è abituato (come invece il poeta americano…) e non so poi quanto sia giusto che il poeta debba averla” e poi citava Castelporziano ecc. ecc.
    Lunetta invece sottolineava la differenza enorme tra poesia ascoltata e poesia letta: quella ascoltata ovviamente va bruciata e “consumata” subito mentre sul libro uno può ritornare anche dopo mesi e gustare come gli garba…C’è una fruizione diversa…Il caso dei cd di poeti che leggono è un aspetto intermedio… Mi pare che tra il pubblico oggi ci sia una grande fame di poesia ascoltata, più che letta…Le serate di poesia vanno spesso bene mentre i libri di poesia spesso non vendono (ma anche questo è un dato da verificare visto che molti librai mi dicono il contrario, ma tralasciamo per ora…)…
    Figuratevi, io a sedici anni scrivevo canzoni, feci anche un concerto alla Rocca di Ravaldino di Forlì: e poi quanti falò o cantate in gruppo con 50 o 60 persone o più… è chiaro che, personalmente, ho un istinto particolare da “palcoscenico”…Stessa cosa per Davide Rondoni che è uno abituato alle grandi folle e che io e Galaverni chiamiamo simpaticamente il Pastore…E stessa cosa per Isabella che ha un istinto naturale per lo spettacolo…Ma ci sono poeti come Andrea Gibellini o Fossati, molto bravi, o anche poetesse come la Francesca Serragnoli che hanno una specie di loro pudore nel leggere, una resistenza…Ognuno ha il suo carattere…La poesia resta ancora quella che si scrive sul foglio e poi magari diventa un libro…Poi uno ci può fare quello che vuole, può fare turné accompagnato da chitarra classica o da un sax blues o da una Fender rock…
    Quanto all’interpretazione dei testi, l’autore può fare quel che vuole purché arrivi al pubblico: perché solo arrivando al pubblico la poesia accade e avviene…Non è detto che studiando fonetica o segnandosi accenti e pause arrivi prima…E poi esistono testi che arrivano meglio e testi che stanno più attaccati alla pagina…Quindi è tutto un po’ misterioso…Personalmente noto che i miei testi nuovi hanno un movimento, una fluidità e uno slancio molto adatti alla volatilità della parola detta…Invece mi pare che alcuni testi del mio unico libro, Diario tra due estati, stavano abbarbicati sulla pagina come gioielli finemente lavorati ma fatti per l’occhio…è una mia sensazione, può darsi che mi sbagli…
    Ad ogni modo, non citatemi esempi stranieri perché ci sono tradizioni diverse: negli ultimi anni, in Italia, si diffonde l’americanismo dei readings che un tempo forse toccava solo a Ungaretti proprio nelle università americane…
    L’unica perplessità che io ho riguardo le performance poetiche (o artistiche in genere) è quella che spesso il contenitore serva a mascherare l’assenza del contenuto, come certi grandi allestimenti registico-teatrali che vorrebbero risolvere un testo che non c’è…Capiamoci: prendo delle poesie così così ma ci sovrappongo una voce alla Carmelo Bene e una musica elettronica da film berlinese o da scantinato newyorkese e ottengo facili effetti…
    L’importante, a mio avviso, è che il testo sia compiuto, riuscito (se volete anche potente e bello…) e che non venga violentato nelle sue leggi interne di “sopravvivenza” o coperto…
    Poi si può far tutto: ci si potrebbe anche trovare come nel film L’attimo fuggente in una specie di setta esoterica leggendosi versi: circolo dei poeti estinti, ricordate…
    Oppure si potrebbe ristudiare la tradizione sciamanica sulla base dei testi di Mircea Eliade o di Jim Morrison e cominciare a cantare e declamare versi di notte in cerchio sotto la luna piena…Tipo indiani d’America che gli americani hanno massacrato o ridotto alcolizzati nelle riserve o nei circhi…Loro che erano portatori di alti valori umani…
    Come vedete il tempo passa ma gli americani hanno sempre lo stesso vizietto da “rieducatori” e da sterminatori…

    andrea margiotta

    rondons

    22 ottobre 2005 at 22:02

  64. prima cosa (e non è che mi debba/debbano favori o quant’altro sono io che mi permetto di farlo e volentieri): il blog di ciminiera. la cura “gabriel del sarto” è davvero notevole. quindi re-invito ad andarlo a visitare per 1 approfondimento del fior di saggio di guido mazzoni appena uscito presso “il mulino”. chapeau.

    matteofantuzzi

    23 ottobre 2005 at 08:39

  65. segundo: noi. io capisco che qui (con enorme rispetto, devo dire) si stiano manifestando posizioni davvero davvero lontane. la mia già la conoscete, non è che a ribadirla divenga più bella, solo mi permetto un brevissimo ragionamento:

    una laringectomia porterebbe uno straordinario poeta a tramutarsi di colpo in un cesso di poeta ?

    secondo, avete mai provato a giocare a pallacanestro con un pallone da rugby ? quando qualche lettore mi manda mail con i suoi testi dicendo “leggo solo poesia americana” (e dai testi si capisce) io di solito rispondo: scusa, perché scrivi in italiano se non hai gli strumenti ? scrivi in inglese, mica è un delitto, lì gli strumenti li hai (e di solito vengo preso a male parole). vogliamo giocare a pallacanestro ? impariamo a palleggiare col pallone giusto. se no abbiamo inventato un altro sport, che ribadisco NON E’ UN DELITTO. solo non è pallacanestro.

    comunque grazie del rispetto che sostanzialmente vi anima. ve lo dico col cuore sapendo ahimé bene e dolorosamente cosa accade in altri luoghi.

    matteofantuzzi

    23 ottobre 2005 at 08:48

  66. ps. appello: se qualcuno sa rispondere al # 55 lo ringrazio, in caso contrario credo che l’unica soluzione per te sia contattare i parenti di anceschi.

    matteofantuzzi

    23 ottobre 2005 at 08:50

  67. La seconda è quella buona. Sentiamo Giovanni Anceschi, magari. Scopriremo così il nome del poeta che pubblicò un libro di poesie (quale, poi?) con la prefazione (falsa) di Luciano Anceschi.

    anonimo

    23 ottobre 2005 at 14:57

  68. Solo una cosa per Pierluigi (#57).
    Verissimo quello che tu dici per la lettura del poeta. Le volte che attori hanno letto le mie, mi sono sentito male eheheheh.
    Però non era quello che intendevo dire. Volevo solo distinguere il fatto, diciamo, letterario, da quello esecutivo e performativo.
    La letteratura, la poesia, non ha bisogno della lettura, per esistere all’interno del sistema letterario, per avere un senso.
    Se invece vogliamo offrire un’esperienza estetica nel qui ed ora della lettura, le tecniche servono. Ma si tratta di un piano diverso.
    Il fatto è che ho notato (non mi riferisco a te) che spesso quando si fa riferimento alla letteratura come sistema regoalto da leggi sue (es. la lunga durata) trovo delle resistenze, fra alcuni miei coetanei.
    Perché? La letteratura è questo spazio qua doive si giocano dei conflitti per esistere a lungo. E non hanno niente a che vedere con l’esecuzione.
    Se osserviamo le cose da una distamnza sufficiente, sappiamo che Ungaretti o Caproni non verranno ricordati per come leggevano (se non come fatto secondario), ma per la ‘qualità‘ dei versi scritti. In Italia almeno, nessun poeta avrà un posto riconoscibile perché la sua pesia sarà legata ad una performance. Che poi è una cosa così effimera da sembrare in contraddizione col concetto di lunga durata.
    Ne approfitto per ringraziare per l’attenzione Matteo, che conosco solo tramite questo blog, ma che vedo presta attenzione anche al lavoro di Ciminiera.
    Gabriel

    aladar72

    24 ottobre 2005 at 09:41

  69. Mi fermo ai post precedenti. e dico: dove c’è lavoro c’è miglioramento (e questo può essere utile anche alla scrittura, poiché io osservo l’opera, e l’opera per me non è solo scrittura) ed in questo senso giudico i lavori, e le performazioni. Se no restiamo fermi alla critica di 50 anni fa (con questo rispondo a Vincenzo, anche rispetto a discussioni precedenti). Quindi a me piace parlare di opera, di idee che orientano l’opera, di informazioni dalle quali risalgo al lavoro di formazione di un’opera, di esecuzione dell’opera (la lettura individuale, il reading, la performance) che sono modalità attraverso cui l’opera vive, e che a mio giudizio testano la validità e funzionalità dell’opera. Il lavoro di Kunkel cabaret? Riduttivo. Come dire che la poesia è scrittura. Christian Sinicco

    anonimo

    24 ottobre 2005 at 09:56

  70. Caro Gabriel,
    (e Matteo: con cui su questo punto non andremo mai d’accordo..:-))

    credo che il fatto sia uno, e da questo derivino le posizioni contrapposte: chi considera la letteratura viva solo sulla carta e chi invece no. Io credo di no, e la storia mi sostiene: nell’antichità, e almeno fino all’invenzione della stampa, la letteratura è stata tramandata oralmente, di bocca in bocca. Poi si iniziò a trascrivere, ma fu un passo successivo. L’Iliade è letteratura? Certo. L’Odissea? I poemi cavallereschi? Potremmo seguitare abbastanza. Dunque: la storia ci insegna che i concetti e le concezioni cambiano. L’invenzione della stampa è stato uno spartiacque. Parimenti, non si può far finta che nulla sia accaduto nel Novecento (il cinema esiste solo da 100 anni, eppure sembra che ne abbia 1000!). Dobbiamo cercare di creare nuovi parametri. Oggi “un” Contini, se si trovasse di fronte a un video-poema, sono sicuro che penserebbe a lungo prima di giudicare, cercherebbe di dotarsi di nuovi strumenti. Accetterebbe la sfida.

    Il libro non è morto. I nuovi mezzi di comunicazione non lo hanno ucciso. Semplicemente ad esso si sono affiancati altri “libri”.

    Ungaretti forse non verrà ricordato per le sue “esecuzioni”. Ma forse noi sì, o qualcuno di noi sì, forse in futuro (lo spero) le antologie o i manuali di letteratura saranno multi-mediali, con supporti audio e video almeno, perchè il primo compito di un’operazione di storicizzazione è proprio la documentazione fedele del reale (es.: quando Petronio antologizza Jannacci, dovrebbe allegare anche la registrazione audio del testo. Trent’anni fa forse non era facile allegare una registrazione audio. Ma oggi è facilissimo e i costi sono bassissimi. Quindi: perchè non farlo?).

    Si parlava di poesia orale. Che uno abbia o no simpatia per quel tipo di poesia, di certo non può far finta che non sia esistita.

    Domanda: un manuale che parlerà della poesia orale potrà farlo solo trascrivendo i testi? O avrà invece bisogno di far sentire, anche? (o, nel caso di altri tipi di poesia: di far vedere, di far toccare?)

    Luigi

    anonimo

    24 ottobre 2005 at 12:12

  71. Christian, sono d’accordo che dove c’è lavoro c’è miglioramento, e può essere utile alla scrittura (nel caso della poesia), purché però abbia ricadute sulla scrittura. Tu osservi l’opera, e per te non è solo scrittura: è anche muratura, nel caso dell’architetto, però non è che facendo poesia costruisci un palazzo, o viceversa.
    Riguardo il fatto che definire cabaret uno spettacolo sia riduttivo, ebbene, io penso sia un po’ presuntuoso (da parte del poeta) chiamare poesia qualsiasi cosa coinvolga la parola, come se la poesia fosse l’arte suprema. “cabaret”, come “canzone d’autore”, “teatro”, etc, non sono attività artistiche subordinate alla poesia, ed esistono e contaminano strumenti già da un bel po’, non si può far finta di niente. Mettere assieme musica e parole… beh, per me è ingenuo pensare di stare inventando qualcosa. Certo, si può fare qualcosa di molto buono (a me la Kunkel è piaciuta); sono scettico solo sul nome da dargli, a questa cosa.
    Ciao ammutinato, ciao tutti.

    Vor der Kaserne
    Vor dem großen Tor
    Stand eine Laterne
    Und steht sie noch davor
    So woll’n wir uns da wieder seh’n
    Bei der Laterne wollen wir steh’n
    Wie einst Lili Marleen.

    Vincenzo

    anonimo

    24 ottobre 2005 at 12:28

  72. Caro Pierluigi,
    il paragone con l’antichità non regge, non tanto per l’invenzione della stampa. Lo spartiacque è venuto prima, con la separazione della parola poetica dalla musica e dopo con l’avvento dell’epoca moderna (rimando in questo al saggio di Mazzoni di cui si parla su Ciminiera).
    Il fatto vero è che lo spazio dell’oralità, per cui saranno ricordati in futuro artisti nuovi, è quello della musica leggera. Non vedo perché la poesia debba pretendere spazi che nessuno le riconosce.
    Non credo che noi saremo ricordati per come leggevamo. Quelli di cui parli (i CD, i DVD ecc.) saranno documenti (come oggi è vedere una foto di un vecchio poeta), non forme di quell’arte che chiamiamo letteratura. Non lo saranno neppure, credo, messe in scena di opera teatrali. Il grande teatro spesso è quello che regge anche sulla carta.
    Se scriverò opere pensate per l’esecuzione, penserò ad opere che potranno essere eseguite anche da altri (avvicinandomi al teatro appunto), che non saranno pensabili dentro i confini della poesia moderna come la intendiamo oggi (e come la intenderemo ancora a lungo). Non importa troppo come le eseguirò io.
    POi se avverrà un mutamento, questo sarà in un tempo che ancora non si intravede, non nel nostro.
    Letteratura e libro, nell’epoca moderna, sono più che mai inscindibili, soprattutto se parlo di poesia.
    Se parlo di canzone di musica leggera, che è un’alta forma di letteratura, allora le cose cambiano.
    Forse non è che noi poeti abbiamo voglia di pubblico, siamo affamati di sguardi e cerchiamo la performance per sentirci meno soli?
    La qual cosa è assolutamente comprensibile.
    Gds

    anonimo

    24 ottobre 2005 at 15:55

  73. Caro Gabriel,

    credo tu abbia fatto confusione tra il commento di Luigi (#70) e il mio (#59). Non credo esista una poesia orale diversa da quella scritta. E sono d’accordo con te che letteratura e libro sono inscindibili.
    Io partivo da una constatazione: molti poeti, quando leggono i loro versi, sono spesso incapaci di farmi capire, con la loro voce, se stanno leggendo dei versi o della prosa. Intendo dire che il tessuto ritmico (ammesso che ci sia) non viene fuori. Perché? La mia risposta è che spesso ci si preoccupa principalmente che la poesia funzioni sulla carta. Ma forse mi sbaglio. Hai altre spiegazioni?
    Io ho solo pubblicato qualche verso in rivista, non ho mai fatto letture pubbliche e, per il momento, tengo a bada le mie pulsioni narcisistiche :-))
    A proposito, spero affronterai nella discussione del libro di Mazzoni che conduci su Ciminiera la questione del narcisismo nella lirica moderna, che mi pare un problema cruciale. Ma di questo parleremo di là, spero.

    Pierluigi Lanfranchi

    anonimo

    24 ottobre 2005 at 18:28

  74. Hai ragione,ho confuso i due commenti.Scusami.
    sì, desidero affrontarla, anche per me è un fatto decisivo. Ed estremamente delicato, anche come argomento di un blog.
    Sono d’accordo sul fatto che molti poeti non fanno sentire il tessuto ritmico dei versi. Ma, se per questo,neppure molti attori e neppure alcuni performer…
    Magari perché a loro interessa altro.
    Grazie della correzione.
    Gabriel

    anonimo

    24 ottobre 2005 at 18:55

  75. altro punto. Mi chiedi altre spiegazioni… vedi io credo che se un testo poetico mantiene una ragione intima, per la quale esso può essere scritto solo in versi, funziona. Se si acquisiscono le tecniche base (che io non ho) di lettura è sufficiente perché quel tessuto di cui parli si senta. Se tale intima ragione non c’è, la poesia non regge. Semplicemente non è di qualità. La puoi pur leggere o interpretare come vuoi, ma sarà sempre un testo, non una poesia. Scusa i termini grossolani, ma spero si capisca cosa intendo dire.
    La vera sperimentazione oggi, per chi vuol fare poesia all’interno della tradizione, è questa: stare sul confine con la prosa scrivendo poesie che non potrebbero essere che poesie. Perché quell’accapo in quel punto è necessario.
    Non è detto che colui che scrive sia sempre consapevole del punto di rottura, del perché va bene o non va bene quello che scrive, a volte semplicemente si fida dell’orecchio.
    Gds

    anonimo

    24 ottobre 2005 at 19:02

  76. Caro Gabriel,

    affinché non ci si confonda: io sono Luigi Nacci, non Pierluigi 🙂

    per quanto riguarda ciò che scrivi, ovvio che non posso essere d’accordo con te.

    primo: penso che sbagli quando poni lo spartiacque nella presunta separazione della poesia dalla musica. La musica ha accompagnato la lettura poetica almeno fino al ‘500 (invenzione stampa) e anche dopo. Vogliamo parlare della poesia+musica baroccha? Il ‘700 ha indebolito questo legame e poi sopr. l’800, che ha lanciato la lettura “a bocca chiusa”, il richiudersi del poeta in se stesso, il suo (finto) maledetto essere (finto avulso) al mondo.

    Secondo: non capisco questo tuo focalizzare l’attenzione sulla musica leggera. Cosa c’entra?

    Terzo: quando dici che il DVD, i CD, etc. rimarranno alla stregua di vecchie foto ingiallite credo tu sottovaluti con troppa facilità (snobbismo?) i nuovi mezzi di comunicazione, bollandoli come supporti fini a stessi, escudendoli a priori dalla “letteratura”. E che cos’è la letteratura, una parola divina intoccabile e immutabile, parola di Dio? A tal proposito, rimando al libro di Frasca, se non l’avessi letto: LA LETTERA CHE MUORE.

    Quarto: dici che il solo teatro che resterà sarà quello sulla carta. Ma scherzi? Spero di sì, perchè se così non è stai buttando al cesso una serie abbastanza lunga di autori fondamentali del ‘900, a partire da Artaud (preoseguendo per il Teatro della Povertà, etc.).

    Quinto:il discorso sull’oralità poco ha a che fare con la necessità (comprensibilissima) del poeta di incrociare sguardi e abbracci e battiti di mano. Non si performa per essere ri-conosciuti e basta. Si performa per volontà di ri-formare l’opera, di modificarla, di modificarsi e di creare qualcos’altro, distinto dalla carta.

    Se dovessi definire il poeta che verrà (colui che a mio modo di vedere si sporcherà con la carta, con la musica, con il video, con il teatro, con il cinema etc., restando profondamente poeta), prenderei spunto dalle parole di un poeta che non amo, ma che, essendo mio concittadino, ho dovuto studiare volente o nolente:

    “tra i letterati ci sto
    come Gesù tra i preti”
    (U. Saba)

    credo che il poeta che verrà (e sembra una canzone di Dalla) sarà fuori dalla letteratura, se la letteratura sarà solo carta. tornerà ad essa, forse, ma dopo essersi sporcato con tutto ciò che oggi a molti (come a te, Gabriel) pare così lontano dalla poesia.

    Luigi

    anonimo

    24 ottobre 2005 at 22:16

  77. Grazie, Gabriel, delle spiegazioni e della chiarezza con cui le hai formulate.
    Ora non puoi più confondermi con Luigi, perché io Saba lo amo. Molto. Anzi parecchio.
    Pierluigi Lanfranchi

    anonimo

    24 ottobre 2005 at 22:41

  78. Avete poi contattato (volete il numero?) telefonicamente Giovanni Anceschi per quella prefazione di Luciano Anceschi (attribuita al prof. Anceschi)e in realtà scritta dal poeta stesso….?

    anonimo

    25 ottobre 2005 at 00:25

  79. innanzitutto, credo ormai gentile anonimo che tu abbia ben capito che se non è un problema tuo l’affaire anceschi non è certo una problematica che mi toglie il sonno. e presumo neanche agli altri che frequentano ‘sto posto i quali non si sono strappati i capelli per la causa. ergo se il problema non è tuo (e non possiamo aiutarti, avrai capito, anche se tanto tu la risposta già la sai) di certo a noi la vita non cambia. ma proprio per nulla.

    matteofantuzzi

    25 ottobre 2005 at 09:56

  80. detto questo, credo che si stia tentando un’operazione simile al rapporto musica-videoclip. un autore capace non ha bisogno dei videoclip, ha i festival dove esibirsi dal vivo ed ha i dischi. il resto è qualcosa che si può fare. ma britney spears è britney spears. non mi ricordo chi lo citasse ma il concetto pop è fondamentale in questo, ma è anche di certa poesia scritta. non ho parlato di fast-food per niente quando feci il (finora unico) famoso articolo (famoso per modo di dire… ma ogni tanto me lo citano) su slow-food vs. fast-food / slow-poetry vs. slam-poetry

    detto questo. chi riesce a rendere un’ottima poesia con mezzi ulteriori ha da me la massima stima. ma non se nasconde il latte acido con un sapore imponente. e smettiamola di dire che la poesia è morta… ecc. ecc. smettiamola di fare macerie. allora il gruppo ’63 proprio non è servito a nulla ? le avanguardie non le avete lette ???

    e poi scusate, novità novità: giuliani negli anni ’60 che faceva. e poi: storia, storia: 50 anni fa i neri avevano dei posti “riservati” sugli autobus. cerchiamo il progresso (senza distruggere la sostanza).

    …che non significa che i performativi distruggano la sostanza ecc. ecc. quello che dico da anni vale anche stavolta…

    matteofantuzzi

    25 ottobre 2005 at 10:03

  81. Rispondo brevemente a Vincenzo: se sia poesia o meno quella della kunkel, a me non frega. a me frega che uno che fa poesia arrivi a quel livello di performance. e qui spero di chiudere il discorso. in ogni caso il filmato con uno dei pezzi della kunkel sarà visibile sullo speciale di fucine mute, e ognuno potrà giudicare il lavoro. e parlo di lavoro (labor), e la letturina la possiamo lasciare anche a chi si crede poeta, e che annoia i quattro spaventapasseri che si recano ad ascoltare nei luoghi elitari della società letteraria.

    Per Matteo: credo non bisogna sottovalutare il fatto che qualsiasi prodotto modifichi la poesia, 1. perché frutto di un processo di formazione, e come processo di formazione può dunque avere delle implicazioni in altri ambiti (poiché fa parte delle esperienze che ognuno fa, anche quotidianamente); 2. perché non è necessario che la poesia sia in forma scritta, è necessario vi sia una scrittura, e le implicazioni dei prodotti evolvono la scrittura.
    Mi rendo conto che questa distinzione farà rabbrividire molti frequentanti del blog, ma la trovo necessaria altrimenti non si può nemmeno iniziare a discutere alcuni lavori (penso a Lo Russo o Voce, che pur son stati inseriti in parola plurale se non erro). Quindi non parlerei di mezzi ulteriori, poiché come hai ricordato alcune implicazioni dei prodotti corrono già all’interno della poesia, e la capacità io credo di una buona poesia sia quella di riuscire ad attraversare senza paura i prodotti, siano essi videoclip o qualsiasi altra cosa, anche essendone influenzata positivamente. No, perché mi pare assurdo che se no scegliamo internet per comunicare ma abbiamo ancora paura delle macchine (ancora non sono leoni inferociti:-)

    Christian Sinicco

    anonimo

    25 ottobre 2005 at 11:58

  82. Ciao Luigi,
    comprendo le tue posizioni, però alcune partono da un erronea interpretazione (nella fretta probabilmente non mi sono spiegato bene). tengo i tuoi punti del tuo #76 come riferimento, provando a chiarire la mia posizione.
    1. La musica barocca o altro non sono, per quello che ne sono, ‘sostanziali’ al testo. Intendo l apoesia che studiamo come letteratura. In quel senso si può dire: le letterature occidentali romanze sono nate da questa separazione. La musica è divenuta, man mano, un di più, un accompagnamento. se io leggo accompagnato dalla musica, cosa che faccio ogni volta che posso, so che quell’accompagnamento non c’entra con la letteratura, ma con la performance (se vogliamo chiamarla così). Si tratta di una questione di nominazione dei fenomani. La musica entra in quell’effimenro momento dell’esecuzione, la letteratura ha sempre, costitutivamente, a che fare con la lunga durata.
    2. La musica leggera è lo spazio artistico che ha il mandato sociale più ampio. La novità dei manuali di letteraura del futuro, che avranno certamente dei supporto multimediali, saranno proprio gli autori di musica leggera. vera forma artisticadi rocongiunzione con pari dignità di testo e musica. Lì, se un Contini volesse studiarla, si devono affilare nuovi strumenti di valutazione estetica.
    3.Non sono uno snob,almeno credo. I DVD ecc. non li ho paragonati a foto ingiallite (non ho mai usato questo aggettivo) ma a dei documenti. Una cosa cioè molto importante, ma che sta attorno all’opera vera.
    4.Non ho detto che resterà solo quel teatro, ma che molto del teatro che rimane regge anche sulla carta. vedi Beckett insomma. IL mio era solo un accenno, ma capisco che è una posizione personale.
    5.L’intento lo capisco. A me non interessa come ricerca, ma questo non significa che io giudichi negativamente coloro che la perseguono.

    Spero di essermi spiegato meglio.
    Grazie del confronto
    Gabriel

    anonimo

    25 ottobre 2005 at 13:18

  83. Caro Gabriel,

    ti ringrazio per i chiarimenti. Non la pensiamo allo stesso modo ma è comunque sempre positivo poter confrontarsi (d’altronde io in questo blog non sono quasi mai d’accordo con Matteo e molti altri…).

    Ti saluto riportando una citazione. Zanzotto, parlando di Saba, dice che in lui la rima baciata è il bisogno di dare un bacio, anzi, il bisogno di “sentirsi” un bacio. Ecco, anche per me, usare tutti gli strumenti nuovi dell’arte e della comunicazione (insieme alla rima, ci mancherebbe), cercare la loro fusione, significa in un certo senso rispondere al mio bisogno di fondere la realtà in un unico magma, o meglio, pensando a Doplicher: essere io stesso, magma.

    Luigi

    anonimo

    25 ottobre 2005 at 15:26

  84. “I DVD ecc. non li ho paragonati a foto ingiallite (non ho mai usato questo aggettivo) ma a dei documenti. Una cosa cioè molto importante, ma che sta attorno all’opera vera.”

    Gabriel, ti rimando a ciò che ho scritto prima del tuo post. Se no veramente rimaniamo a posizioni antidiluviane. Dal punto di vista critica il bisogno è la possibilità di discutere i fatti, se ci sono. E a priori non puoi definire la verità o meno di un’opera, poiché un’opera c’è perché c’è una sua scrittura (in questo caso). Bisogna far in modo, penso, che posizioni differenti possano esistere, escludere non ha senso. Ci sono veramente tante differenti posizioni in poesia, e la necessità è innanzitutto la discussione, e da questo dibattito devono uscire delle notazioni significative (non l’opera vera, espressione che non ha senso).
    Ti mando un abbraccio,
    Christian

    anonimo

    25 ottobre 2005 at 17:13

  85. Ciao Christian.
    Che vuoi, io penso che l’opera (=poesia) “vera”, intendo quella che avrà durata, letterariamente parlando, è quella sulla carta.
    Le performance sono altro, sono effimere, seppure registrate su DVD. Però hanno una loro funzione, che non giudico gerarchicamente inferiore, ma sicuramente diversa. Sono legate, in realtà, al qui ed ora dell’esecuzione. Un qualcosa di aggiunto, ripeto, all’opera, di bello e meraviglioso quanto vuoi, ma non dentro i recinti (che ci sono) della poesia moderna. Se poi (con altri) tu vuoi lavorare per allargarli questi recinti, fa’ pure. Magari hai ragione. A me non interessa in quei termini. Sarò giudicabile per le mie posizioni antidiluviane. Accetto questo rischio.

    Certo, forse le performance, per la loro natura, colgono il segno dei tempi meglio di altre forme d’arte, colgono, cioè, quello che un artista contemporaneo ha icasticamente tradotto in questi versi: “Siamo soli nell’immenso vuoto che c’è/ soli in fondo all’universo senza un perché”. E’ vero. E’ terribilmente vero.
    Il tipo in questione è conosciuto come RAF. E non è un poeta in senso tradizionale.

    Gds

    anonimo

    25 ottobre 2005 at 18:28

  86. Un poeta (che interviene anche da queste parti) pubblica un libro con una prefazione falsa di Luciano Anceschi e voi lo trovate normale?

    anonimo

    25 ottobre 2005 at 22:55

  87. ma io non trovo nemmeno normale che una persona non abbia il coraggio delle proprie azioni, posto che a me davvero non frega nulla, che non so davvero di chi tu stia parlando (so solo che io non sono eh eh eh) e che sono certo (anche solo per il calcolo delle probabilità) che tra i frequentatori di questo blog ci sia almeno qualcuno con reati ben più efferati, ma che un’infarinata di “caritas” nella vita non è che faccia schifo dato che c’è compassione pure per i peggio criminali… dicevo: posto tutto questo troverei normale che tu dicessi il tuo vero nome e il tuo vero cognome evitando questa pantomima e la pochezza dell’anonimato e che se proprio ma proprio ma proprio ma proprio tu non ci dormissi la notte facessi questo nome rendendo presumo la tua vita migliore, ma non quella di nessun altro (perchè presumo noterai che non è che folle siano scese in strada per conoscere cotal drammatico, fondamentale e viscerale segreto), se no ribadisco non continueresti questa farsa.

    e chiunque fosse ti preannuncio già il mio commento a proposito:

    e ‘sticazzi ?

    matteofantuzzi

    26 ottobre 2005 at 07:20

  88. “Bisogna far in modo, penso, che posizioni differenti possano esistere, escludere non ha senso. Ci sono veramente tante differenti posizioni in poesia, e la necessità è innanzitutto la discussione, e da questo dibattito devono uscire delle notazioni significative.”

    partiamo da qui christian, perfetto importantissimo, e anche dal punto 1 del commento 81. perchè credo che si possa essere antidiluviani all’estremo, lontanissimi da certe posizioni, ma una poesia come quella della rosaria lo russo non si possa discutere, ma certo apprezzare. e a proposito: letto in nazione indiana laura pugno ? insisto che su di lei ci dovrebbe essere ben ben ben ben maggiore attenzione (anche se assieme a marco giovenale ci ha appena rappresentato in canada).

    matteofantuzzi

    26 ottobre 2005 at 07:27

  89. Innanzitutto Gabriel (rispondo a te ma in generale anche all’invito di Matteo), parlo di posizioni antidiluviane dal punto di vista critico, poiché penso vi siano delle “norme” da applicare, e questa normatività (nuova? Pareyson ha parlato dell’esecuzione 50 anni fa) derivata dalla riflessione filosofica, dall’estetica, riesca a risolvere dei problemi. Visto che ne ho appena parlato a Monfalcone al dibattito sulla perfomatività, ritorno su alcune note che mi sono fatto:

    1. per esecuzione intendo qualsiasi esecuzione (unico modo di far vivere l’opera): la lettura che una persona, in silenzio, può fare dell’opera; la lettura in pubblico (quello che si può definire reading); il cantare l’opera, e la poesia araba è composta per essere cantata, oggi, e consiglio di comprare il libro+cd di Moncef Ghacem (http://www.dellamore.it/dounia/ghachem.pdf Dalle sponde del mare bianco (con Moncef ghachem) – Mesogea 2003) ; la performance dell’opera (in cui anche il lato corporeo e dell’interpretazione hanno un peso maggiore); la rappresentazione in altri contesti dalla videopoesia al teatro); l’esecuzione è il modo in cui l’opera vive, e non c’è ragione di credere il contrario;

    2. poiché l’esecuzione è il modo attraverso cui l’opera vive, la sua scrittura non può che esserne influenzata (non dico determinata, dico influenzata);

    3. poiché la società nella sua evoluzione ha evoluto il concetto di scrittura, e l’ha fatto sempre (purtroppo non conosciamo la scrittura della poesia attraverso i geroglifici, o almeno io non possiedo tale nozione, e come veniva eseguita), dal punto di vista critico non posso che rilevare l’esistenza di altre possibilità di scrittura (ed interessantissime) su supporti cartacei (e non); ora Fortini leggendo Voce non capì il lavoro, non ne veniva fuori, ma poi ascoltandolo rimase sorpreso e comprese – qesto a detta di collaboratori – il supporto della poesia di Lello Voce, la scrittura;

    4. le diverse possibilità di scrittura (che è comunque lavoro di un artista) non possono che coesistere, poiché non si danneggiano l’un con l’altra, ma la critica deve rilevare innanzitutto quali siano (ad esempio Petronio nonostante parlasse di produzione letteraria non capì le aperture del Gruppo 63 da questo punto di vista; eppure Petronio nel suo libro sul Novecento non ebbe problemi a dire che De André era un poeta; Petronio vide alcune differenziazioni del concetto di scrittura, ma noi dopo anni probabilmente ne possiamo rilevare/rivelare altre).

    5. Differenti posizioni di scrittura necessitano (e soprattutto a mio giudizio per i lavori la cui scrittura non è esclusivamente su carta), come già argomentato da Eco, un’apertura maggiore di ciò che andiamo a definire opera; affinché sia poesia dunque l’opera deve gettare le sue basi non solo come testo o intratesto, ma ad esempio anche come ipertesto (concetto grazie al quali noi possiamo discutere qui ora).

    6. Il concetto di scrittura si è evoluto (o è ritornato alle origini della poesia, con altri strumenti certo) ad esempio nel concetto di scrittura=testo+esecuzione ed è una delle possibilità, ma sono oramai più di quarant’anni che è così (prendo De André come punto di riferimento) e criticamente non fa una piega; il concetto di scrittura in ogni caso ricordiamocelo necessita un fare, e quindi una formatività, un processo di formazione, che è diverso autore per autore e dev’essere studiato in tale differenziazione.

    L’antidiluviano è riferito alla critica, poiché Gabriel il secondo Novecento ha fornito strumenti (normatività) anche da questo punto di vista. Allora io non escludo né la tua esperienza, né quella di Voce; il tuo invece non prende in considerazione vi sia stata una critica nel secondo Novecento, e sembra motivata dal tuo particolare tipo di esperienza di scrittura,che io conosco come lavoro, ma che non rappresenta,tra tutte le possibilità e differenziazioni di scrittura,uno sguardo a livello di “critica”, se vuoi perché non tiene conto di parametri normativi (soprattutto se derivati dall’estetica, con i suoi discorsi su come nasce, vive, un’opera).

    Christian Sinicco

    anonimo

    26 ottobre 2005 at 09:52

  90. Su Laura Pugno (ho letto Tennis, non so se ha pubblicato qualcosa di nuovo): mi pare interessante, ma come forse più volte detto (e questo vale per tutti), contiamo i percorsi individuali tra 5-10 anni.

    anonimo

    26 ottobre 2005 at 10:02

  91. Ah sì, il post precedente era mio, Christian

    ps: io sto cercando di pubblicare un libro di mie poesie con una prefazione fatta da me ma falsa. L’operazione si presenta impegnativa, ma conto di farcela:-)

    anonimo

    26 ottobre 2005 at 10:06

  92. Caro Christian
    c’è un fatto preliminare al mio discorso. Quando parlo di esecuzione intendo una lettura pubblica, non privata. Quando parlo di performance intendo reading e slam nei quali la parte performativa è altamente significativa.
    Questo per capirsi sulle parole, altrimenti rischiamo di fare pasticci fra noi. Se tu allarghi ad ogni dizione ed ogni lettura il termine performance, è chiaro che non si discute di nulla. Ma se stiamo nel recinto che ti propongo le cose sono leggibili anche nel modo che descrivevo, ossia sull’esistenza di un conflitto fra qui ed ora (la performance) e la lunga durata (il testo sulla carta che viene riattualizzato ogni volta che lo leggo, anche privatamente).
    Se assumo questo conflitto, comprendo che l’opera letteraria, ed in particoalre la poesia, che è costitutivamente votata alla lunga durata (altrimenti non scriverei neppure), vive sulla pagina per quanto riguarda la lunga durata, e vive (o viene attualizzta, accesa) nel qui ed ora della lettura. Il giudizio estetico sul valore letterario (e solo letterario) avviene sul testo che ha lunga durata. Un po’ come per gli spartiti di musica classica. Chiaro che se io non leggo mai una poesia, quella è morta sulla carta, come è vero che se la leggo è viva a partire dalla carta. Ma non incartiamoci eheheh…
    Sull’influenza: ogni criterio ritmico influenza l’opera scritta, è ovvio. Ma la performance, nel senso in cui l’ho intesa io sopra (mi raccomando!), non è assolutamente detto lo faccia, anzi se stiamo dentro l’idea di poesia della nostra tradizione, non lo fa mai. Molti poeti che conosco non scrivono pensando ad una performance, ma sentendo la musica del testo, il ritmo ed altro. Insomma criteri compositivi che si possono valutare ancora con metodi antiudiluviani. Soprattutto se ci riferiamo alla nostra tradizione italiana.
    Spero sia chiara questa distinzione fra testo e performance, nel mio discorso. E fra ‘qui ed ora’ e lunga durata. E quindi fra una forma d’arte ‘altra’ (quale è la performance) e la poesia nella sua forma tradizionale. Se distinguiamo i piani abbiamo più chiarezza descrittiva.
    Certo poi le cose non stanno così nella realtà, c’è una commistione. Chi scrive Slam magari ambisce ad una lunga durata, e vorrebbe che i criteri di valutazione della sua poesia fossero diversi. Io credo che non lo saranno per molto tempo, almeno fin quando non si affineranno sulla musica leggere, forma artistico-letteraria più vicina ai testi di uno slam di quanto non lo sia una poesia moderna nella sua forma tradizionale.
    Questi temi meriterebbero una competenza e una calma maggiore di quelle a mia dispossizione. Cmq ci provo come vedi.
    Gabriel

    aladar72

    26 ottobre 2005 at 13:32

  93. Ah, il riferimento a De Andrè torna benissimo. Lui non era un poeta, ma un cantautore. I poeti scrivono poesie, i cantautori canzoni, i performer testi per le loro performance.
    o no?
    Gds

    aladar72

    26 ottobre 2005 at 13:55

  94. Gabriel, io ho parlato di esecuzione, e ho fatto diversi esempi, e sono tutti validi. Poi il reading non è una performance, poiché nella performance c’è una parte scenica e un approccio al corpo come ulteriore strumento che veicola il messaggio. Tra lettura pubblica e reading non c’è alcuna differenza (ti basta una semplice traduzione) poiché dove manca la parte scenica e “corporale” resta la voce (che certo è anche aiutata dal corpo e da alcuni esercizi), ma anche il non voler interpretare è una scelta di lettura, o reading. Lo slam, indipendendemente dalla lettura o performance, deve avvalersi certamente di una scrittura (se uno vuole osservare e giudicare nel complesso l’opera) e quindi anche qui non vedo conflitti… Uno scrive per lo slam (certo ma che sia scrittura, e di livello).
    Parli di tradizione, ma non sai quello che dici, e lo ritengo grave Gabriel…innanzitutto non so come puoi pensare di arrogarti diritti sulla tradizione, riassumendo il concetto di tradizione della poesia italiana in modo banale – tradizione italiana è un concetto talmente vasto che c’è tutto dentro, tantissime tradizioni. Per non parlare che una delle radici della nostra poesia e che si ritrova nello stil novo, ovvero il rapporto con la canzone o il tema dello sguardo, è in origine arabo (e successivamente provenzale); spiegami allora cosa sono i sonneti, o anche i canti della divina commedia… Per Petronio De André era un poeta, e secondo te perché uno che ha scritto la storia della letteratura italiana dalle origini ad oggi avrebbe abbozzato una tale castronata?

    Poi, dal punto di vista estetico, per chiarirti un po’ le idee, è meglio parlare di esecuzione (e poi passare ai diversi tipi, che a te possono piacere o meno). In secondo luogo non c’è alcun conflitto, se non quello che emerge dalla scrittura in una esecuzione. In terzo luogo, l’esistenza di altri tipi di scrittura smentisce queste tue analisi grossolane, e questo è un dettaglio critico. Ora, se vuoi fare la crociata contro la performance falla, ma è una posizione soggettiva che di critico (e di estetico) non ha nulla – e non può avvalersi della tradizione come scudo, perché è una baggianata, e soprattutto dopo le avanguardie del Novecento. Inoltre Gabriel la nostra recente tradizione si è confrontata con modelli europei, vedi Ungaretti con i francesi, e tra le tante cose che hanno fatto anche le performance (i surrealisti; poi riprese dal futurismo); ma lo stesso Ungaretti è un esempio di performer – basta vedere i filmati rai.
    Christian

    anonimo

    27 ottobre 2005 at 14:22

  95. Boh, forse facciamo a non capirci.
    Perché dici che faccio una crociata anti performance? ho solo detto che c’è differenza tra poesia, canzone, performance, slam… sono forme di scrittura diversa.
    La tradizione italiana ciu mi riferisco ,è quella della poesia moderna, ossia quella che nasce da Leopardi in poi. E se probabilmente è vero che oi sono ignorante, lo è mano Mazzoni, che ha scritto Sulla Poesia MOderna. Lì, tra l’altro, c’è un interessante capitolo sulla musica leggera come nuova forma d’arte.
    NOn credere che io mi arroghi diritti così sciocchi e inutili. Non me ne frega nulla di convincere te, né di defiinre cosa sia valido. Solo che in un dibattito le proprie posizioni vanno difese. E tu mi pare che ti arrabbi un po’ troppo. Non credo di essere il solo che è convinto che, seppure ci sinao mille tradizioni divcerse ,se guardiamo la storia letteraria da lontano, è vero che si perdono i dettagli, ma si acquista la visione d’insieme. In questa visione d’insieme alcuni ‘generi’ hanno una prevalenza. In questo quadro le performance che posto hanno? Ma lo chiedo senza animosità. Insomma Ungaretti, nela storia della letteratura, è considerato un poeta perché ha scritto poesie che reggono (si dice) sulla carta. Se poi è stato un peformer, questo, sinceramente, cosa comporta rispetto al suo posto nella storia della nostra tradizione? Ci sono testi belli (oggi mi ascolto EMME e MAssimo Volume), scritti, poi accostati alla musica ecc. Però per me non è poesia, ma una scrittura diversa, in alcuni casi bellissima, ma non poesia moderna.
    E’ così fastidioso pensare che si debba vedere questa scrittur come una zona nuova, anziché farla rientrare nell’ambito della poesia? La stessa cosa vale per la musica leggera. Per questo per me De Andrè non è un poeta, come non lo è nessun altro cantautore. Alla fine credo che lo sforzo vero da fare sia questo. Sarebbe più fruttuoso.
    Ciao
    Gabriel

    anonimo

    28 ottobre 2005 at 10:48

  96. quanta poca poesia ci dev’essere in italia, se ci tocca chiamare tutti “poeti”. e così poeta non lo è più nessuno. e così se la poesia è ovunque, poesia in realtà finisce per non esserci da nessuna parte.

    gabriel drammaticamente ha ragione, un cantautore seppure straordinario è un cantautore. purtroppo è la categoria dei poeti che ha davvero tanti e troppi “falsi positivi”

    matteofantuzzi

    28 ottobre 2005 at 20:45

  97. Innanzitutto non mi sono arrabbiato, t’ho detto solo che non puoi parlare di una cosa senza sapere cos’è (ovvero reading, performance, etc). E ho parlato anch’io di scrittura (e di livello). E l’esecuzione (non mi importa di che tipo) è il modo attraverso cui l’opera vive.

    anonimo

    31 ottobre 2005 at 07:59

  98. Il post era mio Рvi saluto con una poesia di De Andr̩

    AMICO FRAGILE

    Evaporato in una nuvola rossa
    in una delle molte feritoie della notte,
    con un bisogno di attenzione e di amore
    troppo “Se mi vuoi bene piangi” per essere corrisposto,
    valeva la pena divertirvi le serate estive
    con un semplicissimo “Mi ricordo”:

    per osservarvi affittare un chilo d’erba
    ai contadini in pensione, e alle loro donne,
    e regalare a piene mani oceani
    ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,
    fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
    senza rimpiangere la mia credulità:

    perché già dalla prima trincea
    ero più curioso di voi,
    ero molto più curioso di voi.

    E poi sorpreso dai vostri “Come sta”
    meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci
    tipo “Come ti senti amico, amico fragile,
    se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”
    “Lo sa che io ho perduto due figli”
    “Signora lei è una donna piuttosto distratta”.

    E ancora ucciso dalla vostra cortesia
    nell’ora in cui un mio sogno, ballerina di seconda fila,
    agitava per chissà quale avvenire
    il suo presente di seni enormi e il suo cesareo fresco,
    pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
    debba in qualche modo incominciare una chitarra

    E poi seduto in mezzo ai vostri “arrivederci”,
    mi sentivo meno stanco di voi,
    ero molto meno stanco di voi.

    Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
    fino a vederle spalancarsi la bocca.
    Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
    di parlare ancora male e ad alta voce di me.
    Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
    con una scatola di legno che dicesse “perderemo”.

    Potevo chiedere come si chiama il vostro cane –
    Il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero.
    Potevo assumere un cannibale al giorno
    per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.
    Potevo attraversare litri e litri di corallo
    per raggiungere un posto che si chiamasse “arrivederci”.

    E mai che mi sia venuto in mente,
    di essere più ubriaco di voi,
    di essere molto più ubriaco di voi.

    anonimo

    31 ottobre 2005 at 11:15


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