UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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[…] c’è molto da ridere su tutti codesti movimenti e convegni e incontri, perfino internazionali, pensa te, in cui gli unici assenti sono proprio i Poeti: a meno di non considerare poeti, ragazzetti gasati e dottorandi che hanno mezzo o un quarto o un sedicesimo o uno o due librettini all’attivo e che non scrivono poesia ma fanno del giornalismo poetico, un po’ nebbioso…Diverso e più sensato, quando si viene chiamati solo a leggere come a Parcopoesia, “nudi”: lì ci si gioca solo la faccia…Ridicolo invece quando si partecipa a convegni come se si fosse Ungaretti o Pasolini…C’è una vera e propria movida della poesia, anche a livello internazionale, un fitto intreccio di scambi, relazioni: “famo, dimo, progggggetto, a poesia”… Una cosa positiva sicuramente, che smuove un po’ le acque: però, nella generale latitanza della critica e di valori consolidati, nell’assenza di pubblico che almeno scelga, con pieno diritto, veri e propri best sellers poetici, il moto tarantolato si riduce ad una passerella per i soliti gruppetti e amici di merenda. Insomma, non è uno scambio di relazioni su valori conseguiti ma su amicizie e lecca-lecca…con ambizioni molto alte e nascoste e finto understatement…
La generazione dei ’70, poi, si sta scatenando in queste cose, con uno spirito di gruppo e di corporazione e con improvvisi sussulti e moti dell’Editoria che conta (i soldi…), da una parte positivi, dall’altra molto interessati. C’è molto invasamento, fervore…Però io ho sempre odiato i “fissati”: mi pare che molti di questi giovani stiano ripercorrendo, non nello stile ma nelle cause psicologiche, i passi degli ermetici: Letteratura come vita ovvero la poesia che diventa un pianeta staccato dal resto del mondo, come internet, come la tv: un gigantesco satellite virtuale…
Gli Ermetici fuggivano dalla realtà fascista: i ragazzi dei’70 dall’incapacità di rapportarsi alla realtà e alla vita.
Flavio Santi mi pare l’esempio più disperatamente tragico (e perciò forse anche uno dei vertici, a mio parere, negli esiti…) di tutto questo: il ragazzo è x, senza significato, uno scacco di esistenzialistica memoria…Uno gettato…
Solitudine immensa…
Io non deprezzo il lavoro, a conti fatti meritorio, dei Merlin o dei suoi autori…C’era un premio che forse Merlin, appassionato di calcio, ricorda: il Seminatore d’oro, bé, di certo lui lo dovrebbe vincere, (tranne quando si trasforma in Mister Hide), per il lungo lavoro e per una collana con molte perle … Detesto invece chi ci marcia (e ci mangia…) facendone una moda come un’altra (e “montando” pompando e spompando, fino a distruggerli, alcuni giovani promettenti)…
Dimenticando che forse in Italia non abbiamo poi tanti poeti giovani, come ci indurrebbe a pensare, tanto per dirne uno, il catalogo Lietocolle, degni di convegni e che sarebbe forse prima necessario far maturare il vino novello…Ma come? Ecco il problema…Ma tutto è inutile perché, così come si esce la sera, i più giovani vogliono andare in giro a leggere e ad esprimersi: in altri tempi, si dovevano saltare un po’ di fossi prima di girandolare per l’Europa letteraria… Purtroppo la ruffianeria e la gattamorteria di certe donne fanno presa ancora su rincoglioniti poeti con scampoli di potere…
Vabbé, quello ormai dappertutto…
I dottorandi allacciano snobissime relazioni tra dottorandi o masterandi o mastini: organizzano convegni e progetti e si autoinvitano, in una girandola autoreferenziale… Se ti permettono di entrare nel fortino, forse girerai anche tu, puer, ragazzo sconosciuto che magari leggi il mio scritto e sei più bravo di tutti loro e magari sei pure meridionale e ami le conchiglie, con quel canto dei tuoi versi che la nebbia vuole far tacere…
Ma restando a esempi conosciuti: non mi pare che Valentino Fossati abbia dottorati di ricerca: ma si vede lontano un miglio che è un poeta di natura…
Non mi pare che Gibellini sia neppur laureato: ma si vede che è un poeta di natura.
I poeti veri si riconoscono tra loro in maniera strana e inquietante: un po’ come i fantasmi tra i vivi…
Non esiste un dottorato di ricerca che possa fornire patenti poetiche e spesso la troppa cultura “tecnica” e quantitativa affossa la poesia che è sempre un fatto qualitativo (intendo qualità e quantità in senso filosofico).
Forse bisognerebbe ripescare un po’ di più dai Croce e De Sanctis e rivalutare il momento intuitivo e puro della poesia, riprendere critici originali e dimenticati, percorrere sentieri strani o interrotti troppo presto da certi KGB culturali …
Insomma: basta con le mode accademiche e con la pretesa di applicare le suddette mode culturali o linee di tendenza ai propri testi contrabbandati poi in giro…
Naturalmente, esistono anche eccezioni alle regole e possono esserci dottori di ricerca che siano pure inguaribilmente e sperdutamente poetici: qualche nome mi pare di averlo fatto… Nel compulsare tarantolato della movida della Goldrake Generation non c’è nulla di male: è passione, adrenalina purché non diventi terrorismo ideologico e pregiudiziale nei confronti di chi non appartenga per ora o per sempre alla propria tribù…
Io, ovviamente, non posso rientrare in questo grande gruppone: sono del ’68!!! e nel 1970, naturalmente, a due anni, facevo già esperienze fondamentali, guidavo la macchina, andavo a donne, mi ubriacavo e altro… Cazzo!! ma Goldrake lo guardavo pure io benché preferissi il Pinocchio di Comencini o Sandokan…
Ridicolo, ma siamo in un paese ridicolo…Ricordo lo sfogo molto fiorentino di Luzi in Tv, che parlava dell’Italia come del buco nero dell’Europa nella Cultura e nella Poesia.
Si sa che esistono le classifiche dei tennisti più forti del mondo…
Bisognerebbe istituire qualcosa di analogo anche in poesia…
Io voglio la poesia come lo sport: voglio le classifiche, voglio la competizione, voglio sapere perché magari invitano Inglese in un posto piuttosto che me o Davoli o Lauretano: “ci voglio vedere chiaro”.
Altrimenti accade che ogni gruppettino scelga i suoi poeti, il che interesserebbe più la sociologia della letteratura o quella dei gruppi, che la poesia…
E inoltre, sono pienamente favorevole alla pena di morte per i poeti: resterebbero solo quelli veri, per i quali scrivere è una questione, appunto, di Vita o di Morte…


Andrea Margiotta

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Written by matteofantuzzi

1 ottobre 2005 a 16:04

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32 Risposte

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  1. Manca una parte in questo articolo che proviene dal blog di Margiotta e che si riferiva ad Andrea Inglese che ho tolto anche per brevità perché comunque è questa seconda parte quella su cui mi voglio soffermare. Perché è indubbio come già ho da lui scritto, che vi possa essere un pericolo “ciclistico” nei ggiovani, che questi vadano in fuga magari spronati da qualcuno a farlo, ma che al primo cavalcavia questi non avendo le gambe, i muscoli vengano ripresi dal gruppo, e poi superati e infine facciano fatica a concludere la gara.
    Tra le diverse cose con le quali non concordo nello scritto di Margiotta, ma il dialogo non mi risulta essere fatto con persone che la pensano esattamente come noi, c’è però il punto che sottoscrivo che un nuovo interesse verso la poesia non dovrebbe essere considerato un momento di “lottizzazione poetica” quanto un invito a lavorare indefessamente per produrre il migliore lavoro possibile. Se si penserà soprattutto a dove pubblicare e non a cosa pubblicare allora anche tutto questo sarà stato indubbiamente una sconfitta.
    E quindi ben venga a mio modesto parere il libro di Andrea Temporelli (cioè Marco Merlin) appena uscito per Einaudi, letto contrariamente ad altri pareri qua e là già intravisti mi pare essere un buon libro, ben curato e ragionato, e di certo (questo già altri lo hanno detto) molto lontano dalla presentazione che gli viene fatta nella quarta di copertina e che parla di linea lombarda. Insomma credo che da questo libro ma anche quello di Pellegatta che sono sicuro dato quanto precedente letto che si farà valere all’interno della collana nella quale verrà inserito, e che pare essere lo Specchio Mondadori (così altrove si dice) possano aprire porte, e non farne chiudere.
    Il libro di Merlin – Temporelli appunto non ha fretta, è ben visibile in esso quel lavoro “da artigiano” (ma non da professorino, come spesso viene indicato) che anche io mi auspico quale che sia la linea intrapresa da un autore, filo-lombarda o linguistico-sperimentale, civile o privata ecc. ecc.
    Detto questo spero che dato l’autore del post e dato il soggetto di questo commento continuiate almeno in questo luogo a dialogare con cortesia e rispetto. Anche se so che altrove un poco d’aria di burrasca si respira, ma spero che così non sia. Anzi secondo me Andrea Margiotta e Marco Merlin sono amiconi e si vogliono un bene dell’anima in realtà: questi botta e risposta apparsi negli ultimi tempi li fanno per noi. Perché sotto sotto a noi fa piacere vederli bisticciare, tifare per uno o per quell’altro, o solo perché il match sia bello, affascinante e a vincere alla fine sia soltanto la poesia.

    matteofantuzzi

    1 ottobre 2005 at 16:05

  2. inoltre a proposito di morte, funerali e altre cose allegre.

    fonte l’Unità (perchè io lo sapete ho certi vizi) il testamento (ma mica è morto, è quello spirituale -credo-) di edoardo sanguineti verrà da lui letto a fine anno a bologna, tra parentesi angelo guglielmi, papà di blob e chi l’ha visto (mi piace sempre ricordarlo, certo non di uomini e donne o amici degli amici degli amici di maria de filippi) e attuale assessore alla cultura sotto le 2 torri ha annunciato che ciò avverrà nel corso di un convegno che ha intenzione di chiudere il ‘900 (quindi se lo vogliono chiudere, evitiamo di riaprirlo… consegnamo certe cose alla storia e non cerchiamo di riappropriarcene -indebitamente, per giunta-)

    matteofantuzzi

    1 ottobre 2005 at 16:23

  3. Nuovo e spero davvero ultimo mio intervento su Merlin, nel blog…
    Venite?

    Andrea Margiotta

    anonimo

    1 ottobre 2005 at 18:36

  4. sì, veniamo…
    ma ora scusate il mio ennesimo off topic/annunciaziò:
    a Cervia
    il fotografo Ennio d’Altri espone fino al 17 ottobre dalle 16 alle 19 all’ex pescheria una serie di ritratti di poeti tra cui ricordo francesca Serragnoli, Salvatore Jemma, FABRIZIO LOMBARDO, Giovanni Nadiani ed altri. Sono venti ritratti in bianco e nero.

    e poi ho un’altra notiziola:
    sabato 15 ottobre 2005
    a Bertinoro
    presso la fattoria paradiso LA FESTA DLA LUDLA organizzata dall’Istituto Schurr (ehm non so mettere la dierisi) con convegno dal titolo “il dialetto e i mezzi della comunicazione” tra i relatori appunto G.Nadiani, Rita Giannini, Roberto Casalini e presieduta da Giuseppe Bellosi con pranzo e pure il cabaret romagnolo!

    sleepwalking

    1 ottobre 2005 at 18:45

  5. Nel trentino, dall’8 al 15 ottobre, serie di incontri con il poeta americano Lawrence Ferlinghetti. Il calendario prevede un happening di apertura alla Villa Cornigliaro di Sordevolo, sabato 8 alle 20.30, seguito in serata dall’inaugurazione di una mostra con interventi pittorici dello stesso poeta. Il 14 ottobre, al Teatro Sociale di Trento, ore 20.30, reading di Ferlinghetti, che leggerà i suoi versi anche il giorno seguente all’Auditorium Fausto Melotti alle ore 11.

    anonimo

    2 ottobre 2005 at 10:23

  6. E’ un problema geografico,o meritorio?
    C’è una soluzione dettata dall’intuizione,
    o dal tempo:che leviga,lenisce e tornisce,
    mettendo in evidenza alla fine i più che lo rappresentano?
    Ci sono linee sul tessuto, sulla carne italiana,linee dappertutto e operai “operosi” che tagliano,sgualciscono e rattoppano i buchi neri che sul vestito peninsulare-giorno,dopo giorno- si vengono a creare.Alla fine la parola tra questi “segni”,tra queste cicatrici vive,è solo una stazione di passaggio,un casello di riconoscimento,tra un metro(linguistico) e l’altro: un vero è proprio “host to host”,dato che siamo in sede giusta.Il problema sta nell’input mandato sempre dalle medesime stazioni,persone,cosicchè il disegno astronomico-o meglio il tatuaggio-,che solca il territorio italiano, e che s’intravede solo dall’alto è,e rimane uno:la stella ,la pleiade di poeti di sempre,il futuro mancato,il passato che ancora s’intrattiene in casa nostra(della poesia,s’intende).

    Un ragazzo meridionale
    per niente bravo quanto voi.un dilettante puro,insomma.

    anonimo

    2 ottobre 2005 at 11:27

  7. sociologia dei gruppi, psicologia dei gruppi… Azzeccato Andrea, è quello che penso anch’io, finché non c’è una riflessione in questo senso, essi non vedranno (scusa il pasolinismo:-) Intanto ci sono molte buone cose, e tanti autori buoni in giro per l’Italia. Hai fatto sul tuo blog anche il mio nome, ed io te ne ringrazio, anche se sono pieno di dubbi. Ma il nuovo sta sorgendo, la possibilità di incontrarsi e dire senza paura. Questo sopravviverà, questa la parte autentica. Basta partiti presi, siamo uomini: qualcuno se ne è dimenticato?Ti mando un abbraccio, Christian

    anonimo

    2 ottobre 2005 at 12:19

  8. caro Matteo con tutti questi messaggi pubblicitari… bisognerebbe aprire uno spazio apposito, in cui le informazioni di carattere letterario siano accessibili, senza interrompere il dialogo nel singolo blog.
    un caro saluto. gugl

    anonimo

    2 ottobre 2005 at 12:56

  9. Caro Andrea, la tua spinta è condivisibile, l’entusiasmo pure. Ma credo che non ci sia una proposta nelle tue parole, così come d’altronde non c’è nelle mie, se non attraverso la formulazione dei paradossi (cioè l’ultima pagina della Coscienza di Zeno: una bomba che spazzi via tutto, e chi verrà dopo ricomincierà a scrivere after ground zero). Tuttavia credo che bisognerebbe cercare tutti di fare discorsi sempre più chiari, sempre più strutturati e meno attenti alle dinamiche interpersonali, alle malelingue, etc. Mi spiego: non mi sembra proprio una questione vexata il batti e ribatti tra te e Merlin, così come quello tra lui e i suoi anonimi detrattori sul blog di Atelier (approfitto: complimenti Matteo, questo blog mi pare molto più civile e interessante di molti altri). Tu, Andrea, spesso fai il nome di Inglese, Merlin ne fa un altro, Tizio fa il nome di, Caio di un altro: questo è un modo di procedere errato, secondo me, e corrisponde a quel criterio che tu, e anch’io, quindi noi, contestiamo. Bisognerebbe fare meno chiacchiericchio da salotto (e qui do la colpa a tutti, me compreso). Merlin dice: “distruggete il mio libro, non la persona Marco Merlin”. Ha ragione, ma: perchè continua a rispondere sul blog, perchè si giustifica o sta al gioco? Nel contesto della comunicazione sappiamo bene che parlare di qualcosa è già un buon punto a proprio favore. Ma alla poesia il pettegolezzo non serve, non la scalfisce, graziaddio. Per cui Andrea, ripensiamo o pensiamo in modo diverso gli strumenti mediatici che noi usiamo, ovvero: io ho un blog? bene, nel mio piccolo cercherò di non dare spazio a pettegolezzi, insulti, dicerie, scontri personali. Al contrario cercherò di dibattere, di stimolare la lettura di autori meno noti o libri dimenticati, di fissare appuntamenti in cui incontrarsi in carne e ossa (mi ripeto: un po’ come accade in questo blog). Questo è un buon inizio. Per il dopo non ci sono ricette. Ti direi, Andrea: magari venisse una guerra qui, magari trincee, e di nuovo la vita all’osso, e le macerie rese visibili, e forse ritroveremmo il metro, anzi: lo troveremmo, perchè il nostro metro nasce già deformato. Mi accusereste di essere un papiniano (ecco un altro autore ingiustamente etichettato, quando ha scritto pagine belle assai). No war, ok. Allora? Nessuna legge potrà fermare la ruffianeria, l’arrivismo, o i consulenti editoriali incapaci. Però se già riusciamo a metterci d’accordo su alcuni punti, beh, è già qualcosa. Ma è possibile? I manifesti non hanno retto l’urto del tempo. I gruppi nemmeno (il mio gruppo, “Gli Ammutinati”, resiste ancora dopo 6 anni, ma per quanto ancora? ce la farà a superare il settimo anno..?). Le cricche durano poco perchè sono guidate dal potere. Ecco perchè le cricche non mi spaventano. I premi si vincono, si perdono, a volte per merito a volte no. Sarà sempre così. Credo che la soluzione sia nel tempo lento, nel ritmo da lumaca della poesia (lentezza, quasi spasmodica, ma non morte, matteo). Tra cinquant’anni probabilmente nessuno di noi sarà ricordato. Come poeta, intendo. Bisogna disperarsi per questo? Direi di no. Nemmeno dedicherei troppo tempo alle esclusioni, le inclusioni, etc. Molto più semplicemente direi: intanto evitiamo i personalismi, le liste della spesa con nomi e cognomi, come se la “nominazione” fosse, dopo il reality show, diventato lo sport nazionale anche in poesia. Tolti i nomi, parliamo di testi. Di testi senza nomi, e vediamo che succede. Esempio: un nuovo blog in cui si pubblicano inediti senza indicare nomi né indizi, niente. E lì ci troviamo a criticare il testo. È una proposta banale. È una proposta stupida?
    Luigi Nacci

    anonimo

    2 ottobre 2005 at 13:43

  10. è verissimo che ci vorrebbe uno spazio virtuale per inserire una sorta di calendario…sempre se a matteo può andare, l’idea.
    scusate gli off topic.

    sleepwalking

    2 ottobre 2005 at 15:36

  11. allora: prima le comunicazioni. per fare 1 bacheca non ho il tempo materiale (e manco saprei farla in verità) !!! magari… invece già ora il blog lo seguo quando riesco… pazientate (poi a qualcuno piace, almeno così mi scrivono)

    e vi prego niente anonimati, fatemelo come cortesia. comunque di dilettante nel “ragazzo meridionale” c’è poco. qua tutti valgono uguali. e poi ribadisco hai già dato prova di gran spessore. vi prego vale per tutti, nome & cognome.

    matteofantuzzi

    2 ottobre 2005 at 17:30

  12. secondo:

    no assolutamente luigi (e anche christian che segue quella linea, che penso non sia colpa solo di trieste che li accomuna) la “rivoluzione” la “guerra” (tra 20 virgolette) deve essere compiuta attraverso il testo per rendere micronimo l’autore. poi speriamo che ciò accada davvero. tra 50 anni potremo uscire sconfitti, tra 50 anni potremo “non esserci”, potremmo essere nell’ombra o sotto terra o sotto 3 quintali di polvere o di muffa: ma se non si è provato quale speranza, quale futuro ? se non si è provato a fare emergere la buona poesia (che non per forza sarà la nostra) allora che senso avrà avuto tutto questo ? ci saremo seduti sulla 1a poltrona disponibile. è così che il potere ce lo mette nel…

    là.

    matteofantuzzi

    2 ottobre 2005 at 17:38

  13. matteo, fer emergere la buona poesia, come dici tu, sembra una tautologia, se la metti in questi termini. che vol di’? devi prima spiegare come si riconosce una buona poesia, devi farmi vedere gli strumenti ideologici, filologici, estetici (etc.) che metti in gioco. Altrimenti restiamo nell’impressionismo, e non vedo gente come Serra in giro… succede anche negli altri campi: basti pensare alla gente che va in TV senza saper far niente. perchè ci va? perchè alla fonte nessuno ha stabilito dei criteri, però qualcuno ha detto: è carino, è bravo, è bello, etc etc etc e così tutto va a rotoli

    ps: uguale: perchè non motivi quando affermi: “penso non sia colpa solo di trieste che li accomuna”? ma cosa vuol dire colpa?

    anonimo

    2 ottobre 2005 at 18:36

  14. Sì, ma… Al commento #13: mostrare come si riconosce una buona poesia, mostrare gli “strumenti” non è una cosa da 3 minuti. Penso sia una questione di tempo e di luogo (nel senso di posto, blog, rivista, taverna) dove, come dice Luigi, si propongono dibattiti, si stimola la lettura di autori meno noti (o noti e semplicemente non conosciuti nel giro, qua mi viene in mente per forza di cose il caso mio personale), si discute, anche. Penso che UniversoPoesia questo lo stia facendo, col tempo, come vorrei potermi sforzare di fare pure io. Non credo che l’illustrazione di questi strumenti possa essere fatta così, a cascata, aperto il soprabito…
    Così, solo una precisazione sul fatto che il lavoro, la fatica è da farsi per vincere il fenomeno per cui si va in TV “senza saper far niente”. Conosco diversi “posti” (aridaje) dove questo “fare” si fa e si fa anche una ragionevole fatica per proporre, discutere, isolare, divulgare, ecc. I criteri siamo noi e li stiamo trasferendo, stiamo cercando di trasferirli (bene o male, nessuna pretesa) in un “posto” concreto e nel dibattito più generale.

    Massimo O.

    Massimo73

    2 ottobre 2005 at 19:15

  15. ok Massimo, anch’io ovviamente concordo sui 3 minuti: ci vuole più tempo, più spazio, etc., ma non si può rimandare sempre. invece mi sembra che spesso ci sia la tendenza on line e nei blog a bruciare gli argomenti, a bruciare i dibattiti in facili battute o risentimenti personali. credo che non sia solo della carta (cioè della rivista, cioè del libro, cioè della rilegatura) la prerogativa della lentezza e del canone (brutta parola!). La patente di ufficialità (lo dico in senso positivo, non spocchioso) un sito o un blog possono guadagnarsela, non è un miraggio impossibile. Il dibattito on line è possibile, ed è possibile andare in profondità, non per forza demandare alla carta le discussioni “serie” o “accademiche” (Dio mio che brutta parola, che parola sbagliata oggi che non esiste più l’accademia ma solo ciò che resta del suo logoro potere). Per cui anche se non ci vorranno tre minuti, dico: tiriamoli fuori qui questi benedetti criteri, ma non rifiutiamo lo scontro, non mascheriamoci dietro alle tautologie o le poetiche personali. Non diciamo: “io la penso così stop”. Trasferiamo qui, nella rete, la lentezza. E la complessità del pensiero accanto alla leggerezza. Viceversa, portiamo un po’ di leggerezza sulla carta (che non vuol dire fare “novella 2000”), e non solo ciò che riteniamo, spesso con saccenza, di tramandare ai posteri. Insomma, più post, e meno posteri! 🙂
    Luigi

    anonimo

    2 ottobre 2005 at 19:40

  16. Non posso che concordare sugli aspetti che metti sul tavolo, Luigi. Tiriamo fuori i criteri e trasferiamo la lentezza, la complessità accanto la leggerezza (valori, veri valori: anche la lentezza). In effetti non si tratta di rimandare, forse, semmai, come diceva una volta Giuseppe Cornacchia, di armonizzare (banalmente, potrei aggiungere, unire gli sforzi), ma si tratta più di incanalare, essendo disposti, come tu correttamente dici, a non fermarsi davanti alle proprie idee poetiche. Ecco allora che si eviterebbe la combustione precoce degli argomenti, delle valide idee e dei validi rilanci alla fiamma dei ri-sentimenti (viene da dire) personali. Ecco allora che la lentezza e l’attenzione, la *densità* applicata anche alla critica e alla lettura (non solo alla poesia) permetterebbe alla *fatica* e al lavoro, non tanto di costituire l’ufficialità, ma di avere organicità, visione d’insieme, anche su queste pagine e non solo sulla carta stampata.
    Più post e meno sms estesi e perforanti 🙂

    Massimo73

    2 ottobre 2005 at 20:04

  17. partiamo da un punto: l’artigianato, il lavoro “slow”. questo è fondamentale: perchè il fast come il fast food (immagine già altrove usata per 1 argomento caro a lello voce e co.) non porta a nulla di buono, a nulla di gustoso, a nulla di nutriente.

    a questo punto mi potrei chiedere, ma qual è il mio (e nostro qui) ruolo ? mica avremo la presunzione di fare criticain un’area blog ? mica dovrò dirvi come la penso nella “sostanza” (anche se comunque si capisce lo stesso…) quel poco che ho fatto anche in cartaceo è comunque sempre negli effetti un discorso di mappatura: vengo da persone che mi hanno insegnato questo e ho un enorme rispetto di chi fa critica vera e pura perchè fa altro e con un compito pesantissimo. e infine lo sapete: UniversoPoesia è nato per mappare, non per delineare. (e non è un nascodersi, è che non cambio direzione rispetto a quanto avevo pensato ormai un paio d’anni fa).

    comunque, partiamo da questo: artigianato. indefesso. costante. faticosissimo (perchè è faticoso).

    ps. la “colpa” triestina era una boutade (scherzavo, scherzavo)

    matteofantuzzi

    3 ottobre 2005 at 06:49

  18. Ovviamente, malgrado la terminologia usata, nel mio commento non si voleva pretendere che la “critica”, come dici tu “vera e pura”, possa scendere come un dono spontaneo dal cielo. Sono conscio dei limiti personali (miei, prima di tutto, così lontano dalla possibilità concreta di operare in questo senso) e di un certo problema di fondo, per citare Marco Giovenale, di rumore fortissimo del web, della rete, le cui sovrapposizioni di stimoli sono babeliche, non (sempre)scioglibili, non (sempre) assimilabili. E’ un bene che si voglia “mappare” e non “delineare” e mi sembra che la mappatura del “labirinto” sia la cosa più concreta che si possa fare al momento e, concordo, con atteggiamento indefesso e costante. Grazie per questo scambio.

    Massimo73

    3 ottobre 2005 at 07:47

  19. a Luigi? (“utente anonimo” p.13): come dicomo Matteo e Massimo, la critica va fatta nei luoghi deputati (il blog è uno spazio per lo scambio veloce). Ad ogni modo, non si può fingere che non ci siano secoli di lavori critici egregi. Se non si hanno gli strumenti (non mi riferisco a Luigi, ovviamente), si vadano a studiare quei lavori. Non è il caso di pretendere la formula nuova ogni volta che si discute di poesia: insomma, non confondiamo uno smarrimento personale, legittimo, con la crisi della critica tout court.
    gugl (stefano guglielmin)

    anonimo

    3 ottobre 2005 at 08:26

  20. Ecco, Stefano, prima che Luigi replichi, io volevo portare un po’ avanti i limiti del discorso, che mi sembra molto interessante. La critica può essere, come dici, egregia a partire da secoli addietro, verissimo. Vero pure che non va confuso lo smarrimento personale (io sono continuamente smarrito e continuamente mi illudo di ritrovarmi) con la crisi della critica. Tuttavia la crisi della critica tout court è un argomento largamente dibattuto, per quanto sono riuscito a comprendere. I blog, i siti (i blog più dei siti strutturati, certo) sono deputati (devono esserlo) ad uno scambio veloce, ma… La riflessione mia va ora alla tecnologia, alla tecnica. Leggevo ieri un pezzo di Aldo Giorgio Gargani su linguaggio e tecnica/tecnologia, che mi ha ricordato come il rischio che la tecnica esca fuori dal controllo del linguaggio è sempre più marcato al giorno d’oggi (qui parlo in senso generale, per dire come il rischi esuli dalla situazione pur circoscritta della poesia). Vedo in tutto questo la possibilità, prima della poesia di fare in modo che il linguaggio non regredisca ad uno strumento di controllo senza contenuti in relazione a quei secoli di storia che si è detto e, poi, forse, questo solo grazie ai mezzi di cui disponiamo oggi (i blog, i siti). Insomma, in due parole, quello che volevo dire e che forse ho malamente confuso, è che una minima possibilità per la comunicazione informatica di configurarsi come un substrato critico alternativo, parallelo quanto si vuole, ma in fondo con la chance di essere poi quello con l’ultima parola in bocca, esiste. E adesso dite la vostra 🙂

    Massimo73

    3 ottobre 2005 at 09:01

  21. caro stefano, non sono d’accordo. dire che “la critica va fatta nei luoghi deputati” vuol dire portare acqua al mulino dell’accademia e del settarismo. lo dice bene e spesso anche andrea margiotta (quando parla della diffusione esagerata dei “dottori” o “pesudo-dottori”). e lo dico dall’interno. nel senso che mi sono laureato in lettere e continuo a studiare e cerco di fare critica, ma sono contro i muri e contro le patenti di ufficialità: ma chi le dà? che vuol dire “luoghi deputati”? lo sai bene che ci sono riviste poco serie e dipartimenti all’università poco seri e baroni e portaborse di baroni e convegni organizzati solo perchè arriva un finanziamento grazie la prof che ha gli agganci politici etc.; per cui, io cerco di andare oltre. per me non c’è differenza tra aula universitaria e bar. non conta il luogo, ma il cosa e come. neanche il chi, o il suo blasone. sarà che vivo a trieste, ma qui la letteratura non è mai stata una cosa seria, lo diceva svevo, che infatti tirava a campà in altro modo, e saba, idem e tutti gli altri (tranne magris, che è più simile a un borges, come tipo, intendo, per la sua erudizione, per il suo mettere la letteratura al primo posto, al posto della vita, non per gli esiti letterari). prima era l’osteria, oggi può essere l’osteria, e l’agriturismo, e il web etc.
    LN

    anonimo

    3 ottobre 2005 at 09:01

  22. sì l’osteria va bene e va bene l’aula accademica: quel che conta è avere il tempo per esprimere con calma un concetto.
    Credo che tu sia d’accrodo su questo. Dunque luogo deputato è ovunque ci si veda negli occhi e si scambio pensieri. Meglio se la cosa si scrive, perché la scrittura meglio dà ferma al concetto.
    A Massimo: il dialogo intepretante e critico avviene su molti “canali”:questo che stiamo usando è uno dei tanti.
    gugl

    anonimo

    3 ottobre 2005 at 09:21

  23. intendo dire che “la presa diretta” del discorso poetico non necessariamente è la più “contemporaanea”.
    gugl

    anonimo

    3 ottobre 2005 at 09:23

  24. Sì, Stefano, però la mia non era un’apologia della “presa diretta”, quanto una provocazione stimolata dalla lettura dell’intervista a Gargani, per cui il fattore tecnico/tecnologico potrebbe configurarsi in maniera diversa (e più drammatica ?) rispetto alla semplice questione di “scelta del canale”.

    Massimo73

    3 ottobre 2005 at 10:03

  25. sicuramente il canale (già per definizione) incanala il contenuto. Non avendo letto l’articolo (ma quanto tu scivi), credo che tra linguaggio e tecnica ci sia un rapporto essenziale, nel senso di cui parla Heidegger ne “In cammino verso il linguaggio”. in questo senso, tra tecnica e linguaggio c’è un co-appartenza espropriante, che non può essere elusa dal poeta (e Giovenale, mi pare, se n’è accorto molto bene. Ma già il “Gruppo 70” aveva messo in opera egregiamente tale acquisizione).
    con affetto.
    gugl

    anonimo

    3 ottobre 2005 at 13:17

  26. Heidegger, un fine pensatore.

    anonimo

    3 ottobre 2005 at 13:56

  27. Il mio punto, lo dico più chiaramente (spero e tento) ogni volta che lo ripeto è che occorrerebbe una visione più organica quando ci troviamo ad affrontare argomenti significativi. Questo sarebbe dettato primariamente dalla dispersione e dal rumore di fondo dei mezzi che usiamo. Ma parimenti, se l’organicità venisse concretizzata intorno ad un lavoro costante, progressivo, di costruzione, se ne avvantaggerebbe anche l’oggetto trattato (critica, poesia, lettura e proposta, semplice dibattito) per la peculiarità e la flessibilità sempre del mezzo, non in grazie della “presa diretta”, quanto della *condivisione* (perciò *attenzione* dedicata) e armonizzazione.

    Vaneggio, mi sa…

    Massimo73

    3 ottobre 2005 at 14:45

  28. E la presa diretta e la condivisione,non
    sono fine ed erudita interpretgazione d’estetica in senso meramente oggettivo?
    L’estica col passare dei decenni si definisce e si razionalizza sino a dettarne gli schemi “tecnici”. Tutti quei operai ,di cui parlavo sopra,non sono che dei certosini che costruiscono il tempio -e ne scelgono anche i marmi più belli- dove albergherà l’arte.
    L’arte però,viene creata,scolpita-come volete voi- dall’artista, colui il quale ha una visione diversa dal consueto mortorio accademico,e ne concepisce una nuova rappresentazione,codificazione, quindi:un nuovo tecnicismo.

    Martello Geremia

    anonimo

    3 ottobre 2005 at 18:52

  29. da questa mattina molte cose negli argomenti sono cambiati e questo forse spiega bene cosa sia questo mezzo, perchè la disamina a mio parere non sta nella sostanza ma nelle caratteristiche del mezzo ognuna con la propria peculiarità a cui bene o male bisogna almeno un minimo badare.
    marco giovenale: esempio ottimo di artigiano di una lingua iper-reattiva, lui, florinda fusco, sara ventroni: esempi di sperimentazione di qualità e conscia (perchè certo gli arigiani non stanno solo in lombardia, questo mi par normale ed acclarato)

    matteofantuzzi

    3 ottobre 2005 at 21:20

  30. Perdonamtemi se entro senza aver seguito il dibattito pienamente, ma voglia precisare a Matteo che il dibattito sulla performatività accende molti dubbi, e non esclude il testo. Inoltre la mia critica è abbastanza diversa da quella di Luigi Nacci, aspetto grazie al quale spesso e volentieri ci feriamo vicendevolmente (Nacci ha un’esperienza inerente all’impostazione che ha ricevuto a lettere a Trieste, con dei riferimenti letterari che io personalmente non ho, e con un’attenzione ai problemi sociologici e antropologici molto diversa dalla mia (io parto dalla psicologia dei gruppi, per fare un discorso più vasto, un po’ mattoncino su mattoncino; lui integra diverse prospettive con lo schioccare delle dita, anche perché per formazione si muove meglio nel sistema letterario); dall’altra parte a me piace sperimentare strumenti mai visti in letteratura, funtori, topologie, teoria del gioco, teoria dei sistemi, semiotica del messaggio, logica modale (una genesi dal caos in pratica). Sulla performatività dunque, il dibattito nasce dopo anni di lavoro sui testi, e quindi non sarei riduttivo nell’etichetta “a Trieste la pensano così” vuoi perché io la penso in modo differente da Nacci, che stimo. Ti prego dunque di non scrivere più cose come nel post 12. Poi consiglio di leggere Estetica. Teoria della formatività (Pareyson) e Mondi di Invenzioni. Realtà e immaginario narrativo (Thomas. G. Pavel) e cercare di capire cosa significa esecuzione (e quali riflessi la normatività estetica pone alla critica, e mai viceversa) e finzione (e sue problematiche).
    Scusa la precisazione Matteo, ma penso che queste premesse evitino etichettature, che a me non piaciono.
    Christian

    anonimo

    4 ottobre 2005 at 15:15

  31. hai fatto bene invece christian a precisare e così spiegare meglio il tuo pensiero, ovviamente (come hai capito) era comunque una boutade. nulla di più.

    il tratto che spesso poni cioè quello dell’effettuazione è (nel tuo caso) fatto con consapevolezza e questo è il modo giusto per affrontare la cosa. a volte lo sai mi incavolo quando capisco che questo background (in altri) non si trova.

    matteofantuzzi

    4 ottobre 2005 at 17:10

  32. L’ho fatto perché il mostro a due teste di Sinicco/Nacci può uccidere, invece presi separatamente siamo solo feroci:-)
    C.

    anonimo

    4 ottobre 2005 at 18:29


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