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Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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SULLA PIANURA – Corrado Govoni dentro al paesaggio di Giovanni Tuzet

2. Assenza di eventi

In Govoni, la raffigurazione del paesaggio è inizialmente indiretta e avviene attraverso gli elementi che il poeta predilige. Fiori, piante, gatti, tetti, sono fra i più ricorrenti. In Armonia in grigio et in silenzio (1903) sono rari i paesaggi e anche gli scorci[1]. Il paesaggio si evince dalle raffigurazioni di interni, balconi, corti, conventi. Si scorrano le poesie di questa raccolta: non vi accade quasi nulla. Sono celebri gli elenchi di Govoni, qui e in altre raccolte: poesie in forma di elenco, di cose su cose, proprie di una situazione o di uno stato emotivo senza che alcuna articolazione verbale o scansione narrativa ne determini l’ordine o la storia[2].
Un’immobilità silenziosa sembra regnare sugli elenchi. È questa la dimensione del piano? È questa la dimensione di una natura che si definisce in negativo e che per essere riconosciuta necessita di elementi per così dire ‘accessori’? La maggioranza delle poesie è naturalmente in terza persona e i verbi, quando vi sono, sono al presente.
Questi caratteri si accentuano in raccolte successive come Fuochi d’artifizio (1905) e Gli aborti (1907). Come nature morte. Molto indicativa è La cucina di campagna, dalla raccolta del 1905 (pp. 88-89). La rappresentazione, ancora, è quella di un interno ed ha l’effetto di sincronia che è tipico di queste composizioni. Non vi accade nulla in senso forte. Ossia, non vi sono eventi che succedono ad altri eventi dotati di singolarità. Semplicemente, ci sono delle cose. Questa una strofa.

Sopra la cappa c’è attaccato Sant’Antonio con i porci / e nell’aggetto c’è la trappola pei sorci / con delle croste di formaggio e bucce di frutti. / Dei gigli si rinfrescano negli orci. / Gocciano dalle travi affumicate dei prosciutti.

Questa la strofa finale.

A una parete, il pendolo con il cucùlo, / che quando grida il micio si spaventa, / continua il suo ticchettio duro come un mulo. / Io porto una fetta calda di polenta / a uno storpio che suona una ghironda triste e lenta.

Come si direbbe in logica, non ci sono o sono pochi i rapporti di implicazione fra eventi. Il rapporto  presente è la loro congiunzione. (Non ci sono dei se e degli allora: ci sono, esplicite o implicite, libertine, delle e). Ci sono sequenze più o meno casuali, accostamenti, accumulazioni di cose, storie di fatti indipendenti, che iniziano e continuano in modo indefinito, che potrebbero proseguire senza durare. Lo stesso modo della congiunzione, elementare e libertino, gioca in Crepuscolo (pp. 110-111) dalla raccolta del 1907.

È l’ora in cui le meretrici fuman nelle pipe puzzolenti alle finestre. / È l’ora in cui i saltimbanchi si preparan per la rappresentazione. / È l’ora in cui si innaffiano le rose dentro i vasi, nei giardini. / È l’ora in cui i frati cappuccini tornan con le sporte della cerca.

Così via, la medesima struttura si ripete in tutta la composizione. Ancora nel 1907 non mancano le poesie ad elenco, fra le più belle. Così iniziano Le dolcezze (p. 112).

Le domeniche azzurre della primavera. / La neve sulle case come una parrucca bianca. / Le passeggiate degli amanti lungo il canale. / Fare il pane la domenica mattina.

Mentre nella poesia complementare, Le tristezze (pp. 120-121), il paesaggio viene in primo piano.

Guardare la neve, / Specchiarsi nei pozzi. / Guardar correre l’acqua nei canali. / Udir battere la pioggia sulle gronde, nelle notti autunnali. / Passeggiare nei boschi, nell’inverno, sulle foglie morte.

La poesia prosegue accumulando elementi naturali e non, come accade diffusamente nella raccolta successiva, Poesie elettriche (1911). Nonostante il titolo futurista, vi sono ricorrenti le descrizioni del paesaggio naturale, con la particolarità che Govoni inizia ad esercitarvi, con felice intuizione, la rappresentazione del naturale tramite elementi non-naturali (si vedano ad esempio Autunno, p. 126, Le rane, p. 146). Il frumento, i cimiteri di campagna, i filari di pioppi, si intrecciano agli elementi della vita moderna che incalza dalle città. Le rappresentazioni degli interni, più ricorrenti nelle prime raccolte di Govoni, cedono il passo a vaste raffigurazioni di paesaggi dai complessi cromatismi (Fascino, in particolare alla p. 143). La stessa strategia è perseguita nel 1915, con L’inaugurazione della primavera, una delle più celebri e commentate raccolte di Govoni[3]. Oltre alla suggestiva Fotografia medianica del temporale, la poesia da ricordare qui è Il giardino (pp. 196-197). La sera nel giardino trasmette una sensazione di naturalezza ma non solo:

È una sera divina / della primavera fondente / come una caramella di menta glaciale / che si succhia si succhia  /  finché non resta più niente / salvo una sensazione di verdi e freschi prati / che dura nella bocca lungamente.

La rappresentazione della pinaura, luogo dell’assenza, si nutre di elementi nuovi, artificiali. Il loro fascino estetico aumenta se possono prestarsi alla rappresentazione del naturale. Non più, o non solo, gli uccelli e i fiori ci dicono la nuova stagione in poesia: meglio, la dice una caramella di menta glaciale.


[1] Come edizione di riferimento, utilizzeremo C. Govoni, Poesie 1903-1958, a cura di G. Tellini, Mondadori, Milano, 2000. Ad essa rinviano i numeri di pagina che utilizziamo nel testo e nelle note.

[2] Esemplari sono Sommario (p. 42), Piccole cose (p. 67), Penne di paone (p. 68), Crepuscolo ferrarese (p. 83), Le cose che fanno la domenica (p. 115), Tutto quello che passa in una via (p. 128), Le cose che fanno la primavera (p. 198). Vi sono certo eccezioni, come ad esempio Ne l’ex convento del Corpus Domini (p. 57) in cui è descritto qui ed ora quello che fu.

[3] Anche se forse, può sostenersi, in questa raccolta sono accentuati certi toni futuristi che compromettono l’equilibrio raggiunto in prove precedenti, che a questo riguardo mantengono un carattere più personale.

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Written by matteofantuzzi

28 agosto 2005 a 15:24

Pubblicato su Uncategorized

Una Risposta

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  1. 2a delle 4 parti del saggio di Giovanni Tuzet (che nuovamente ringrazio) dedicato a Corrado Govoni e alla pianura, pubblicato lo scorso anno negli atti dell’Accademia delle Scienze di Ferrara.

    matteofantuzzi

    28 agosto 2005 at 15:26


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