UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Che i poeti fossero pettegoli, già lo sapevo di Luigi Nacci.

Che i poeti fossero pettegoli, già lo sapevo. Che però dilagasse il pettegolezzo, questo non l’immaginavo, forse perchè non sono un frequentatore di blog, tranne quando qualcuno non mi segnala qualche discussione particolarmente profonda (!). Direi che tutto questo fumoso polverone rientra nella geminazione di quelle che Fortini chiamava "Cesenatico d’Italia", cioè la presa (minima) di coscienza da parte delle periferie, il desiderio (sete di visibilità) di contrastare il potere di Roma e Milano. E cosa ci vuole per contrastare il potere? Ci vuole altro potere. Per costitutire potere bisogna costituire apparati e strutture, ovvero: case editrici, riviste, festival, uffici stampa, premi, rapporti stretti con università e fondazioni. Ora, qui in Friuli ancora non siamo a questo livello, perchè ci vuole tempo e intelligenza e furbizia per fare questo, oltre a una lungimiranza progettuale mancante in molti dei nostrani operatori culturali. Ma il potere, anche se piccolo, è già e comunque potere. E di questo secondo me si dovrebbe parlare, tralasciando il caso specifico da cui si è partiti. Dal Bianco diceva che la sua generazione servirà, se servirà a qualcosa, solo a seminare il terreno per quelli che verranno dopo. Dal Bianco è del ’61, io sono del ’78, Fantuzzi è del ’79 (che mi scrive <<noi siamo già morti>>: no Matteo, non siamo morti, se così fosse perchè tieni un blog e ti dai da fare per essere presente?), e molti altri dei nomi che circolano tra Atelier, Parco Poesia e chi più ne ha più ne metta, sono coetanei miei e di Fantuzzi. Ma noi abbiamo raccolto dalla semina di Dal Bianco & Com.? Che cosa? Mi pare che si stia costituendo negli ultimi anni un grande CIRCO, fatto di piccoli editori che si credono grandi, di piccoli autori che cercano di essere dappertutto, di organizzatori di eventi, festival, etc. (mi ci metto miserevolmente dentro)- un circo in cui il più onesto rispetto al proprio ruolo sarebbe il nano, se non fosse che il nano non c’è più. Nel circo non conta chi esegue il salto migliore ma chi conosce il proprietario del circo, chi tiene buoni rapporti col domatore di leoni, e così via. La deriva di cui parlava Berardinelli trent’anni fa si è a mio parere trasformata in tsunami. Ma la forza dell’onda non è data dalla forza delal scrittura. Ricito Berardinelli, e stavolta dall’edizione aggiornata de "Il pubblico della poesia": <<perchè sono mutati i tempi (non c’è più lo scrittore-intellettuale). I poeti sono esseri flessibili, si adeguano>>. Il poeta-intellettuale era negli anni ’60 e ’70 ideologizzato (ad esempio Raboni era contento dell’antologia di Berardinelli e Cordelli proprio perchè usciva dalla pesate atmosfera ideologica degli anni precedenti), ma era un autore che riteneva fondamentale la sua posizione nel mondo, oltre che all’interno del testo. Era spesso un filologo, un uomo colto, ed era anche un pasionario (non c’era solo Pasolini, penso ad un poeta triestino incluso nella prima antologia di Berardinelli: Fabio Doplicher, tanto per fare un esempio, ma ce ne sono altri, no?). Oggi invece mi pare che il poeta generalmente non sia né un uomo colto né un filologo, né un esperto versificatore, e la sua visione del mondo è piccola, se c’è, e frammentata, debole, debolissima, quasi assente (e penso a certi ultimi prodotti della scuola milanese che, come dice Galaverni, <<fa coincidere tutta la prospettiva delal poesia con quella del quotidiano; ma soprattutto, quel quotidiano è inteso in un certo modo soltanto>>). Eppure il mondo impazzisce, esplode. Bombe, bombe, bombe! E poeta dove sta? A volte la sensazione è che il poeta in questi anni (in Italia, perlomeno) viva solo tra una presentazione e l’altra, da un festival all’altro, in un microcosmo (Galaverni lo chiama, se non ricordo male, "riserva") autosufficiente, dove tutti (s)parlano di tutti, si invitano a vicenda, cercano di non fare male a quelli che potrebbero servire, e così via. Negli interstizi tra un rapporto (falsificato) e l’altro s’insinua il potere. Che, anche se piccolo, minimo, invisibile, è potere, e di giorno in giorno, nella riserva dei poeti (o sedicenti tali) si allarga. Vedremo se (speriamo che) Kuhn correrà a darci una mano.
(scusate la prolissità)
Un saluto a tutti, in particolare a Matteo.
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Written by matteofantuzzi

1 agosto 2005 a 13:01

Pubblicato su Uncategorized

23 Risposte

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  1. mi prendo la libertà di postare questo commento che luigi mi ha spedito via mail affinchè lo inserissi in UniversoPoesia perchè oggi non si riusciva a commentare nel blog (in questi giorni splinder è capriccioso). alcuni punti su cui non concordo credo serviranno per andare avanti nel ragionamento.

    matteofantuzzi

    1 agosto 2005 at 13:05

  2. innanzitutto smettiamola con piccole e grandi case editrici ecc. tutto questo è vero in primis se noi lo crediamo.
    roberto roversi si stampava i libri da solo fino a pochi anni fa. la distribuzione di una media casa editrice di poesia è identica a quella della sezione poesia di una grande casa editrice. cioè zero. se vuoi un libro di poesia di un contemporaneo, qualsiasi contemporaneo, te lo devi ordinare. non esiste il contrario.
    pierluigi cappello è bravo e lo sanno tutti anche se friulano e scrive per case editrici micronime. uno può scrivere anche per le super-major ma come ovunque se è bravo come De Angelis tutti applaudono, e se uno è una ciofeca tutti spernacchiano.

    matteofantuzzi

    1 agosto 2005 at 13:12

  3. festival ecc.
    e qui arriviamo a un bel punto. anche qui però tutto quel che dici è innanzitutto possibile se noi lo ammettiamo. cioè se ammettiamo che festival, letture e quant’altro si fanno per dolo.
    un blog mi rende presente ? spero bene di no. un blog è poca cosa. cosa vuoi che rimanga anche solo da un mese a quell’altro di un blog ? ma nulla per fortuna. è un mezzo che non è fatto per l’analisi, non è fatto per le cose sostanziali.
    questo blog è nato ri-ri-ribadisco perchè i neofiti della poesia che si stanno innamorando di questa cosa meravigliosa potessero trovare spunti per poi andare nelle librerie o nelle biblioteche e approfondire secondo il loro gusto. stop.

    mettere il dubbio che uno faccia festival e vada a fare letture solo per uno “status” è folle, e non perchè io sia Santa Maria Goretti: tutto questo serve in primis a me. sono io che ringrazio Rentocchini di essere venuto a Degustare Locale, e tutte le persone venute ai miei festival perchè la gente va chiamata perchè può dare qualcosa in primis a noi. e ringrazio chi mi abbia invitato a pubbliche letture perchè ho usato quei momenti per confrontarmi, pesare il mio testo e farlo uscire dalla carta, correggere parecchie volte.
    ma io non sono un Santo e il resto feccia, ho ancora la convinzione che sia così per i più. E se qualcosa stona allora si analizzi la stonatura, non il sistema orchestrale italianao in toto.

    matteofantuzzi

    1 agosto 2005 at 13:21

  4. e infine:

    noi siamo già morti. e questo è CULO. è una fortuna sfacciata. perchè possiamo non dovere sopravvivere, e per sopravvivere la gente antropologicamente e sociologicamente è disposta a fare le peggiori nefandezze.

    raimo al convegno di atelier a firenze raccontava di essere per potere campare passato dalla poesia alla narrativa. era solo provocazione ? ma proprio per niente.

    essere morti significa potere seguire i nostri percorsi giustificando solo noi stessi nel silenzio della nostra cameretta. non si conquista il “potere” con il pubblico della poesia. ma con molti pettegolezzi, molte lotte per feudi grandi come fazzoletti di carta, si assiste impietosamente all’espatrio delle persone, al disinteresse di cui siamo i soli colpevoli.

    e per chi ha visto il tg1 di sabato per una volta do completa ragione ad alda merini.

    matteofantuzzi

    1 agosto 2005 at 13:28

  5. corollario al 3o commento: ma può dare qualcosa con la propria scrittura, non coi sotterfugi o i giochini sporchi.

    matteofantuzzi

    1 agosto 2005 at 13:30

  6. Caro Luigi Nacci, che purtroppo non conosco e non ho mai sentito nemmeno negli elenchi telefonici dei mille pettegolezzi che – volente o nolente – mi tocca sorbire quando incrocio poeti, mi piace molto quello che scrivi.
    Mi dissocio dal quasi coetaneo Dal Bianco che si sente di far la beneficienza ai giovanissimi, però dalle file di Mondadori (un po’ come Nanni Moretti che fa il girotondo, coperto alle cinematografiche spalle da produzioni forti).
    Ma come non darti ragione, a proposito del grande circo? Qui tutti si inventano la patente di poeti e di operatori culturali (si dice ancora così?): pare sia la strada più facile al successo, una sorta di scienza infusa quale che sia il retroterra (guasti dell’alfabetizzazione scolastica). Suonando uno strumento o dipingendo una tela non è così immediato, come può capirsi… In più il buonismo imperante impedisce di stroncare sui dati effettivi: si stronca per cordate, mai per contenuti. E quindi i mediocri (e i prepotenti, ma anche gli illusi) prolificano beati e beatamente ingannati.
    Come non riconoscere che nel vuoto di vero potere germinano e prolificano i caporali? E sai, a loro basta mostrare i gradi ai carristi e fare qualche scorta in dispensa per la famiglia…
    Io, poi – lieto dell’hortus conclusissimo delle Marche (terra/palestra dalle grandi potenzialità di approfondimento scritturale e di sopravvivenza uman-poetica) – non vorrei essere nei panni di Milo De Angelis, nome cult che adesso ‘va’ nelle buone discussioni di poesia: lo trovi ovunque, poveraccio, e con qualunque pretesto (o pre-testo). Tremerei, al posto suo, pensando “Povero me, quanti manoscritti stanno per piovermi sulla scrivania, per la collana?”, o anche (ma questa è una fissa da sindrome affettiva del sottoscritto) “Ma quanti mi vorranno bene per me stesso, indipendentemente da tutto?”. Poi forse De Angelis sto problema non ce l’ha (e Davoli sì) e così De Angelis osserva la curva in rialzo delle sue azioni (mentre Davoli si gode i pochi amici veri nel silenzio delle colline picene): due vittorie (la mia perlomeno sì).
    Poi dicevi dei festivals: non entro nel merito scientifico, curandone uno dal 1998. Però osservo – dallo scorso anno, quando ci sono andato ospite – che ad esempio il “ParcoPoesia” si riesce a gestire meglio di noi, avendo congeniato la formula del rimborso solo per gli ospiti d’onore (tutti gli altri ad autopagamento di albergo e cibo). Per noi a Macerata, invece, dal momento che li invitiamo sono tutti uguali (dal punto di vista del rimborso): e dunque, o ce n’è per tutti (poco o tanto che sia) oppure non ce n’è per nessuno. E con questa grande “generosità intellettuale”, siamo sempre lì a stringere la cinghia per non andare troppo sotto. Sorprendentemente, poi, la disamina degli ospiti fissi e irrinunciabili: generazionali (tutti) o “grimaldellici” (tutti gli altri). Mi viene in mente “La compagnia” di Battisti, rivolta dal cantante alla poesia: “Abbiam bevuto e poi mangiato. E’ mai possibile che ti abbia già scordato?”.
    Poi una precisazione biografica, a proposito di Fortini e Pasolini (adoro i versi di entrambi): il secondo pagò fino in fondo. Il primo, nonostante gli sdegni, non si sdegnò dell’accademia, quando vi fu l’opportunità. E nonostante la stima per il brillantissimo cervello, una riservuccia ce l’ho. Non per l’accademia in sé, ma perché – visto che sei sempre lì a rivendicare le barricate – poi dentro l’accademia che ci fai? Ma erano sempre grandi, ad altissimi livelli. Oggi, guardandoti intorno, di che vuoi parlare?
    Un abbraccio.

    FilippoDavoli

    1 agosto 2005 at 17:34

  7. Caro Filippo Davoli,

    ti ringrazio per l’apprezzamento (e sono ancora più felice di non essere presente nei lunghi elenci del cicaleccio gossip-poetico, una gran fortuna!). Nemmeno io ti conoscevo, ma ho avuto modo di trovare in rete alcune tue poesie e devo dire la verità che non mi sono affatto dispiaciute. Mi riferisco al Poemetto dell’alba. Sarà che la pratica del poemetto è un esercizio che coltivo da tempo, sarà che se ne vedono pochi in giro di poemi e poemetti (scritti bene), sarà anche che il tuo verso, perlomeno in questo caso specifico, mi è parso asciutto e calibrato senza essere spocchioso, equlibrato di quell’equilibrio non statico, né stantìo. Complimenti, dunque (e lo dico onestamente, così come onestamente ti direi il contrario).

    Parli dell’hortus conclusissimo delle Marche. Le Marche sono state in effetti un bel laboratorio nel secondo Novecento, forse non apprezzato abbastanza. Scataglini, De Signoribus, Scarabicchi, soprattutto Pagnanelli (quest’ultimo l’ho conosciuto prima come critico, e mi è parso lucidissimo). È appunto il discorso della periferia. Sono convinto che sarà la periferia la risorsa, il bacino di domani a cui attingere, e non solo in poesia. Ferrmo restando che prima dovremmo accordarci sul significato di “periferia”, visto che non esiste più il “centro”. Le “Cesenatico” sparse sul territorio ci salveranno? A patto che non vogliano emulare Milano e Roma. In tal caso la sconfitta sarà ancora più amara. Lo dico con apprensione, perché vivo a Trieste, una città che oramai con Saba non ha più nulla a che fare (non che me ne dispiaccia), né ha a che fare con le immagini magrissiane (non che me ne dispiaccia), una città in bilico tra l’omologazione e la dimenticanza (di questo sono dispiaciuto). Il Circo qui a volte si avverte, ma è così piccolo e ininfluente graziaddio da non dare troppo fastidio. E sui Festival non mi sento da aggiunger epiù di quanto detto. Fai bene però a rimborsare tutti nella stessa maniera: hai la mia stima per questo. È un argomento da me e dai miei compagni di viaggio (“Gli Ammutinati”) spesso dibattuto: gli artisti (non solo i poeti) vanno pagati, tutti nella stessa maniera, democraticamente. Oppure non va pagato nessuno. Io ho organizzato con gli Ammutinati decine di reading, dibattiti etc., ed ho sempre cercato di dare quello che potevo dare: quando si poteva abbiamo dato il rimborso, quando si poteva abbiamo dato il vitto e l’alloggio, quando non si poteva abbiamo offerto di tasca nostra, cucinando noi, umilmente ma con il piacere di farlo, per stare assieme (questo modo di fare mi/ci ha permesso di riconoscere le persone con cui ho voglia di fare una strada comune, perché a me non basta leggere un libro e sentirmi preso dalle sue maglie per dirmi vicino alla penna che lo scrisse).

    Matteo, noi non siamo morti. Io almeno no, non lo sono. Dici che questo stato di morte ci permette di giustificarci da soli, nel silenzio della cameretta. Invece io ti dico di no, che l’autogiustificazione è stata la piaga della nostra poesia negli anni Ottanta e tuttora permane nella poesia che ha come unico orizzonte di riferimento un solo tipo di quotidiano (la scuola milanese, ad esempio), una visione deboledebolissima del mondo, dove prevale la figura dell’orfano, del disperso che toglie, toglie sempre più tasselli del puzzle, decostruisce con il ghigno leggere del finto bambino la realtà e non ci lascia che amarezza o spaesamento. Non spero in metafisiche di sorta o di facciata, né nella poesia iper-realista o ideologica, spero semmai nella volontà di riflettere sulla nozione di “comunità”: la comunità, quella che non abbiamo, non dobbiamo credere di poterla fondare nella “riserva” (Galaverni dixit) indiana della poesia, nei parchi in cui siamo tutti protetti come animali rari. La riserva non è comunità. Bisogna rischiare e aver eil coraggio/arroganza di stabilire dei pilastri sui cui costruire una casa comune. Questa casa non si edifica con le antologie, né con i Festival, né con i premi o le riviste. Si costruisce con la Storia, insieme a, contro a, ma dentro al flusso, con la responsabilità del tempo in cui viviamo, non fuggendolo. Il poeta avulso dalla società, il poeta da aia/circo è il poeta che affossa la poesia. Ultimamente ne parlo spesso con l’amico Jacopo (Ricciardi). Siamo d’accordo su un fatto: bisognerebbe ripartire da zero, stare in silenzio per un certo periodo, perché ora c’è troppo casino, troppo rumore di fondo, non si capisce niente, troppi nomi, troppe operazioni editoriali (di lobby, spesso, già) nate un po’ a casaccio, come dice Berardinelli. Spero che le periferie non vogliano emulare e costituire centri di potere a loro volta. Mi piacerebbe organizzare un Festival di questo tipo: in una valle poco abitata, dove non c’è Storia/Arte, un luogo con poca memoria di sé ma non per questo un non-luogo, trovarci in 100, 200, 1000? Quanti sono i poeti oggi? Trovarci lì, in 10.000, e restare lì a vivere insieme, con l’obbligo di non poter parlare degli altri per giudicarli o infangarli, stare lì essenzialmente a parlare (essenzialmente), senza poter scrivere, né leggere, solo mangiare, giocare, parlare, insomma: agitare/agire il corpo in uno spazio. Un Festival che ha inizio e non ha fine. Aspettare di vedere quanti piano piano se ne vanno. Alla fine, quando solo 10 ne siano rimasti, allora chiamare il pubblico e dire le proprie poesie, le poesie pensate con desiderio e covate in silenzio in quel periodo senza mai essere state scritte o dette (dire, non re-citare, perché per essere recitate sarebbero dovute esser lette in precedenza). Ecco, un Festival così, senza gettoni, senza limiti di tempo, lo farei (e non si pensi a una mascherata del tipo “L’isola dei famosi” o “La fattoria”, lì conta il fattore voyeur, nel nostro caso nessuna visione, solo ascolto).

    Un saluto a Filippo e Matteo,

    Luigi

    anonimo

    1 agosto 2005 at 22:12

  8. tu non sei morto luigi ? sono contento per te. io lo sono. io sono già morto. sono stato ucciso ? ero così deboluccio che alla prima folata di vento sono spirato ? vallo a sapere. fatto sta che io sono morto e senza nemmeno essere in grado di lallare (e non credo d’essere il solo).
    ora da morto però posso anche non ascoltare chi mi dice “dai, invita pure tizio a quel festival che ti conviene…” oppure “no, non essere così critico a proposito della poesia di caio che ti conviene…”. ecc.
    e morto posso pure scrivere secondo mia coscienza (mediata da tanti pareri, il ruolo della critica è fondamentale intendiamoci: ma della vera critica, non del sottobosco)
    ti assicuro che sono il più duro (e costante) dei miei inquisitori, dei miei critici.

    comunque già quel festival che sogni lo hanno fatto, su una spiaggia un 25 anni fa ca., decretò la fine delle avanguardie (qualcuno con qualche anno in più di noi ne potrà parlarne in maniera approfondita) e il vero inizio dell’auge della linea lombarda.
    vuoi ripartire da zero ? lo fece anche il gruppo ’63. mica devo convincerti di avere ragione, anzi. ognuno deve compiere le proprie decisioni. io ribadisco seguo il mio percorso, giusto o sbagliato che sia. è il mio.

    e se è sbagliato pazienza, tanto sono già morto. il più è non modificarlo per sopravvivere. ad oggi solo uno è resuscitato (e non per meriti poetici).

    matteofantuzzi

    1 agosto 2005 at 22:48

  9. a proposito: ha riaperto il blog di filippo davoli (linkato a sn). è passato da “note in calce” a “fuliggine”. e so che presto ricomincerà a “manganellare” (poeticamente parlando). e a farci riflettere.

    ne sono davvero felice.

    matteofantuzzi

    1 agosto 2005 at 22:55

  10. ah luigi: vuoi aprire la poesia al mondo ? racconta di fare anche lello voce con gli slam poetry la stessa cosa…

    però ribadisco, ognuno deve decidere personalmente i propri percorsi. alcuni poeti sono morti (fisicamente) soli. ma la loro poesia urla ancora, e quotidianamente reclama il conto. altri in auge sono semplicemente scomparsi, come doveva essere dai loro testi, esauritisi nei 15 min. di notorietà. che a nessuno si tolgono. il tempo è come sempre galantuomo.

    a me, filippo, fortini manca molto.

    matteofantuzzi

    1 agosto 2005 at 23:17

  11. nooo Matteo!!!!! CASTELPORZIANO non c’entra niente, ma niente di niente con il Festival di cui parlavo! Quella era una pantomima, un sfilata di polli rauchi. Il Festival che dico io nasce nel luogo, lo coltiva, lo abita, e solo alla fine lo agisce con la parola.. (ma dopo molto silenzio lo agisce, e solo dopo averlo abitato – vedi Heidegger)

    anonimo

    2 agosto 2005 at 07:23

  12. bene. anzi meglio luigi.
    l’anno scorso quando stefano massari ci invitò alle ariette il silenzio fu rotto subito, spesso e facilmente. anche lì la sociologia l’ha fatta da padrona. ma nessuno vuole compiere studi specifici in tal senso ?

    so che a harvard esistono studi alla facoltà di antropologia sull’impatto subito dalla locale società (berlinese in primis) dopo la comparsa della nuovissima scena poetica tedesca.
    pensa quanto scriverebbero in italia della nostra, mezza riga. giusto il titolo.

    matteofantuzzi

    2 agosto 2005 at 07:53

  13. Caro Luigi,
    quando ci incontriamo? A Trieste o a Macerata per me fa lo stesso.
    Anche io non sono morto. Anzi, ti dirò, mi sento più vivo che mai. Il che non significa non portare croci o sofferenze, o non dover medicare antiche ferite: al contrario, che il sangue scorra mi conferma che sono vivo. Avendo paura dei fantasmi, il caffè preferisco bermelo con te che sei in carne ed ossa, e respiri. E resisti nell’esistere (per citare l’indimenticabile mio amico Remo, che con piacere ho letto hai amato anche tu).
    Giusto il tuo sguardo sulla provincia. Purché non scimmiotti Milano, condannandosi ad esserne fatalmente la brutta copia. Giustissimo, sacrosanto.
    E sacrosanto il dovere di resistere nell’esistere, ossia il compito di abitare in senso heideggeriano.
    Se nelle Marche i titolari dei rispettivi orticelli avessero saputo creare un punto editoriale comune forte, considerato lo sfascio generale avrebbero dettato legge e pesantemente: Scataglini, D’Elia, Piersanti, De Signoribus, Garufi, Pagnanelli, Mancino, Scarabicchi, il sottoscritto, Gezzi, Piergallini, Nota… sia pure con le singole differenze, è una linea. Che si specchia – ma solo apparentemente – in quella lombarda (più che in quella recanatese), mentre – come asserisce sapientemente Garufi nella sua antologia del 1998, dedicata ai poeti delle Marche nel Novecento – si tratta piuttosto di una vera e propria “avanguardia a ritroso”, come è proprio della nostra indole territoriale.
    Ma i poeti delle Marche hanno provveduto – nell’abitare l’hortus conclusissimus – ad alzare mura urbiche spesse e minacciose, l’un contro l’altro armati. Il polo editoriale forte e comune non c’è. La diffidenza regna sovrana nonostante i marchigianissimi sorrisi. Un paradigma attendibilissimo del panorama nazionale. E una palestra di portata inarrivabile. Credo, anzi, che i marchigiani non la vogliano, una riconoscibilità che li coinvolga con gli altri marchigiani. C’è la sindrome del primo banco. C’è il pensiero debole (che maschera l’azione forte) che la fa da padrone: i morti… caro Matteo, i veri morti a volte sono morti e altre volte sono ancora in vita. Lasciati a morire, con la speranza che muoiano bene (nel senso del non ritorno). Gli altri morti, invece, non muoiono mai. Sapessero che la loro condanna è storica: che non possono, a ben guardare, morire, perché non sono mai nati.

    FilippoDavoli

    2 agosto 2005 at 11:00

  14. si può utilizzare la buona vecchia strada del cloruro di potassio per via endovenosa filippo: quello notoriamente ammazza chiunque.

    eh eh eh !

    matteofantuzzi

    2 agosto 2005 at 13:32

  15. Caro Filippo,
    i primi di settembre dovrei essere a Parco Poesia. Se fai un salto mi farebbe piacere bere qualcosa assieme e fare una chiacchierata (lo stesso vale anche per Matteo e chiunque voglia aggregarsi). Io verrò giù con l’amico Christian (Sinicco), un altro della combriccola “ammutinata” di Trieste. E sappi che noi qui siamo sempre disponibili ad accogliere chi avesse voglia di conoscere il profondo Est, per cui se passi da queste parti sei il benvenuto! (giro l’invito anche a Matteo e a tutti i poetastri girovaghi),
    un saluto caro,
    Luigi

    anonimo

    2 agosto 2005 at 22:00

  16. Forse poeta, sicuramente non astro, ma certamente girovago, accolgo di buon grado il doppio invito: Trieste come sogno segreto per sentir parlare le pietre e il mare (e non sono mai venuto, sai? Gravissimo ma vero: e non per gli atti dovuti, ma proprio per questa necessità di pietre e di mare). Riccione ma non per Versailles. Preferisco il rumore ansante del commercialissimo Viale Ceccarini, lo sciabordio di Porto Canale, l’andirivieni della vita; il fazzoletto chiuso ai bordi dei poeti in riunione, dopo un po’, mi soffoca. Però verrò.

    FilippoDavoli

    3 agosto 2005 at 12:03

  17. I poeti in riunione sono animali da/nel cortile. Ma senza l’innocenza (era davvero innocenza?) della gallina di Saba. Né l’arte dell’intrigo da comitato di partito. Un po’ Grande Fratello, ma senza telecamere (qualche foto per i blog). Siccome ho il vizio dell’antropologia, penso che avrò spunti da vendere per un saggetto. Non sono mai stato a Parco Poesia, per cui ci vado con curiosità.Covo la speranza di fare qualche bella amicizia. Sono troppo speranzoso? L’unica cosa che mi spiace è la località: Riccione diciamo che non mi entusiasma… L.

    anonimo

    3 agosto 2005 at 14:30

  18. L’anonimo antropologo avrà anche avuto modo di osservare, nei commenti di questo post, il corteggiamento del giovane poeta rivolto a quello piu’ anziano ed esperto. L’uno ricava una sponda critica amica, l’altro un invito al prossimo festival nella città mai visitata. Molto poetico (nel senso di romantico).

    anonimo

    3 agosto 2005 at 20:46

  19. ma quanto sagace cinismo, anonimo # 18!

    anonimo

    3 agosto 2005 at 22:29

  20. Non so chi tu sia, caro anonimo 18, ma non meriti risposte visto che non ti firmi. Se poi le buone maniere sono agli occhi tuoi (anonimi) degli ammiccamenti, significa che la malizia che vedi è la malizia che hai. Caro anonimo, quanto sei “curto” direbbe il mio amico Ugo Pierri. Non anonimamente tuo, Nacci

    anonimo

    3 agosto 2005 at 22:47

  21. Caro anonimo,
    ne conosco almeno uno che ragiona come te, ossia cercando l’utile in qualunque azione altrui che – leggendola col suo occhialino furbino e finto tonto – non può sopportare se totalmente gratuita, in quanto – a ben guardare – è proprio il suo, di codice etico, a far acqua da tutte le parti.
    Vuoi credere che io abbia trovato una sponda amica e che Luigi Nacci si sia guadagnato una performance alla rassegna di luglio 2006? Fallo. E roditi come preferisci. Noi ci divertiremo in maniera sana. Anche alla facciaccia tua.
    Ad maiora.

    FilippoDavoli

    3 agosto 2005 at 23:27

  22. le lingue teniamole da parte per farci una deliziosa insalata fredda (dato il periodo). assicuro che “l’esperto” (se dico anziano a ragione mi si incazza, guardate l’anagrafe) ha una schiera di amici selezionata (e non certo da un apprezzamento di stima) e il “giovine” sa bene che in quel festival come sostanzialmente ovunque la selezione non dipende dalle dinamiche ipotizzate.

    con questo (e nel ricordare che splinder mi fornisce gli IP, che non posso rivelare, ma che mi danno piena idea degli anonimi) auguro buone vacanze a tutti.

    matteofantuzzi

    3 agosto 2005 at 23:49

  23. ps. essendo in vacanza avviso “i naviganti” che non controllerò ‘sto posto giorno per giorno, quindi eventuali “problematiche” necessitassero di cancellazione di commenti verranno fatte, ma nel giro di qualche giorno. non passo certo le mie risicate vacanze qui…

    però: perchè dovreste ? …volemose bene… fateme stare in vacanza tranquillo…

    matteofantuzzi

    3 agosto 2005 at 23:52


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