UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

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Della condizione postuma di Erminia Passannanti


Non discutiamo qui di “crisi della critica”, e nemmeno di “crisi della crisi”, vale a dire del declino del concetto di crisi, per cui nemmeno possiamo dirci in crisi, ma della morte dell’ufficio della critica come organismo vivente. Il quale a sua volta pretende di sancire la condizione postuma di chiunque si accinga a scrivere poesia dopo la sua morte. Dopo la morte del legislatore. L’istinto critico è postumo nel momento stesso in cui si formalizza in scrittura. È triste. Ma più triste è che la critica acquisisca una valenza postuma solo perché siamo nell’imminenza della morte dei suoi attuali teorici.
Sì, è triste, e anche avvilente, vedere che l’intellettuale prescrittivo e normativo, che ha decretato standard e si è eletto a profeta di orizzonti, non riuscendo a tenersi al passo dei tempi, che oggi precedono essenzialmente un mutare delle “tecniche” e non già dei contenuti o dei modelli di scrittura, invece che darsi per vinto, o aggiornarsi, sancisca postumo ogni tentativo di scrittura del Terzo Millennio,  a partire dall’incompatibilità di queste con le premesse del Secondo e con le proprie.

Invece qui non c’è alcun morto. Come dire: chi sta per morire decide che quelli che restano in vita, ovvero i giovani poeti, sono solo capaci di epitaffi? [Epitaffi in memoria del defunto critico!]

Accade sempre, a chi si prepara alla pensione, di vedere morte dappertutto, anche tra le giovani generazioni. Rappresentare nella condizione postuma la poesia dei giovani equivale a dire che la poesia attuale è postuma perché nasce con la morte dei suoi produttori. I quali sono immaginati morti per invidia, dal parte del critico prossimo alla tomba, della vivacità con cui la poesia si produce oltre e a prescindere da chi la critica.
Si dice postuma la poesia a causa della simulazione, o adozione della maschera tragica, da parte dei giovani poeti.

E se anche la dicessero postuma loro stessi, non credendo che la poesia muti nulla e abbia valore operativo, questo è un pensiero molto vivo.
Il critico dice postuma la rinuncia del giovane poeta ad esplicitare un mordente ideologico. Dice postuma la mostra che il giovane poeta da della sua rinuncia all’azione programmatica.
Ma non è da sempre questa la posa e la forza dialettica stessa della poesia lirica? Questo fingersi postuma? Lo diceva nel 1962 Fortini nella Poesia delle Rose.
Con poesia postuma oggi il critico prossimo alla tomba descrive l’intenzione del giovane poeta che scrive auto-celebrando la propria sconfitta, o fantasizzando la propria fama postuma, non potendo aspirare ad una fama in vita [se non a pagamento o nel mondo dell’Iperuranio]. Celebrando in sé la propria fama postuma il giovane poeta fa il versificatore in vita. Assume la posa manieristica di chi si iscrive in un cerchio degli eletti che hanno aristocraticamente fallito l’azione programmatica. Ma infatti non è vero, perché la riuscita della posa postuma è di per sé un grande successo.
Può questo pensiero della poesia come scrittura postuma consolare il critico della propria fine imminente? Questo non può consolare nessuno. Intanto, la condizione postuma dalla notte dei tempi descrive in modo più che circostanziale gli ambiti in cui si aggirano i giovani poeti: stanzette comode tradotte in catacombe.
La fine è sempre imminente. Accade regolarmente, a turno,  e colpisce tutti. Questo è il senso del succedersi delle generazioni e delle tradizioni. Che certi sentimenti siano inevitabili, e morte e vita si cerchino e neghino a vicenda, nessuno può negarlo. La morte invidia la vita, e la vita invoca la morte, per darsi un contegno. A qualcosa ancora serve il “common sense”.
A ben vedere, le salme non vanno sottovalutate nella loro forza progenitrice: nel mondo della scrittura il senso e la forma continuano a fiorire, anche sbocciando o germinando come larve dagli occhi cavi dei cadaveri della tradizione (“Rosselli , in Serie ospedaliera e Seamus Heaney, in North). Ma c’è bisogno ad ogni epoca di creare fratture, ordinare irrevocabilità, chiusure e rinascite. Altrimenti come si darebbe il “nuovo” e come si celebrerebbe il “vecchio”?
Tutt’altro che morta la poesia. E tutt’altro che desueto è in realtà  l’ufficio della critica, che sta germinando con nuovi codici tra i giovani, come ha da essere.
E che dire ai teorici del postumo che decretano finita la poesia e la iscrivono nel segno di un inedito declino? Postuma è per definizione la poesia stessa dal momento che segue la morte del sentimento vero che la ispira, essendone il museo, la maschera.
Postumo è tutto ciò che segue all’istinto che nasce e in sé si consuma, in un breve attimo. La vita stessa è una condizione postuma alla volontà procreatrice, allo stato puro, all’idea dell’essere che muore seduta stante.
Ciascuna creatura scritturale esige la morte del proprio padre e della propria madre, e con essi, di se stessa. La morte è compatibile con l’arte e con la vita. Lo diceva la Rosselli: “Morta ingaggio il traumatologico verso”.
Dunque, prepararsi bellamente alla fossa. Ti vengono incontro le ombre degli antenati, la mamma e il babbo vestiti di bianco, con aria di benvenuto e allo stesso tempo di apprensione.
Lo scenario ad alcuni può perfino apparire allettante, se si sia guadagnata una qualche reputazione.
 
[Oxford, 23 giugno 2005 ] da Erodiade.

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Written by matteofantuzzi

1 luglio 2005 a 06:30

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5 Risposte

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  1. per gentile concessione dell’autrice, che ringrazio.

    matteofantuzzi

    1 luglio 2005 at 06:30

  2. Un tema affascinante. Direi che la poesia è sempre postuma, perché nasce da quella morte radicale che è la trasformazione (sublimazione? degradazione?) della parola viva ed aperta in parola scritta e chiusa per sempre. Poesia come (inevitabile) assassinio-suicidio. Poesia come disperata speranza affidata alla morte. Ma il discorso sarebbe – come è ovvio – molto, molto lungo…

    Tristano

    1 luglio 2005 at 08:34

  3. perchè mai postuma ? perchè mai morta ? non siamo forse noi quotidianamente ad ucciderla con le brutture ? e in tutto questo la critica cosa combina ? porge la pietra al lapidante o si pone davanti ad esso per farsi colpire e preservare la Poesia (p mauiscola)

    matteofantuzzi

    1 luglio 2005 at 13:46

  4. DolinAct – atti di poesia in teatro

    Parte I – venerdì 1 luglio, ore 21.00

    Centro Servizi del Teatro Prešeren

    Bagnoli della Rosandra

    Leggeranno i propri testi

    Alès Steger

    Christian Sinicco

    Furio Pillan

    Gianmario Lucini

    Lucija Stupica

    Luigi Nacci

    Matteo Danieli

    Maurizio Mattiuzza

    Michele Obit

    Presenterà la serata Roberto Dedenaro

    DolinAct è un progetto

    dell’Associazione Culturale “Gli Ammutinati”

    con il Patrocinio del

    COMUNE DI SAN DORLIGO DELLA VALLE – OBCINA DOLINA

    con il contributo della

    REGIONE AUTONOMA FRIULI VENEZIA GIULIA

    in collaborazione con l’Associazione FUCINE MUTE – http://www.fucine.com

    anonimo

    1 luglio 2005 at 16:11

  5. nel numero 28 della rivista steve tra le varie cose: recensione di maria luisa vezzali a “la vita inferiore” di vito m. bonito uscito nel 2004 per donzelli, una bella rassegna di quanto accaduto a livello di pubblicazioni, riviste ecc. nel 1979 (anno a me particolarmente caro)

    e segnalazione nella segnalazione un lavoro (anche fotografico) su giampiero neri a cura di victoria surliuga (link a sinistra con altri testi del suo lavoro su neri) e nel sito trovate anche il suo blog.

    matteofantuzzi

    2 luglio 2005 at 17:38


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